Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1971/1

La campagna contro le deleghe

Si riparte in questa fine d’anno la campagna sindacale per le maledette deleghe, una delle armi con le quali la classe padronale e lo Stato, per il tramite delle organizzazioni sindacali unite, si sforzano di legare strettamente i proletari all’azienda e di tenerli sottomessi al costante e vigile controllo del padrone.

La nostra parola d’ordine del rifiuto della delega come primo passo di un’energica opposizione proletaria alle manovre fasciste e corporative della classe avversa e dei suoi lacchè opportunisti, e come preludio necessario a quella battaglia per la riconquista della CGIL alla classe che l’ha creata quale suo organo di difesa e di lotta, riprende quindi tutta la sua attualità, e verrà agitata senza sosta dai nostri compagni. Diamo qui il testo del volantino lanciato dal nostro gruppo sindacale dell’Olivetti di Ivrea in occasione di un’assemblea convocata per illustrare ancora una volta ai proletari il profondo senso di classe della nostra battaglia.

«Proletari e Compagni della Olivetti!»

«Da quest’anno entra in vigore la delega automatica e “a vita” al sindacato. Per questo la consegna della scheda è stata fatta solo ai nuovi assunti e ai non aderenti. In questo modo, come abbiamo sempre denunciato, l’iscrizione e l’appartenenza al sindacato diventa una specie di Assicurazione in cui l’operaio è il fregato e i funzionari sindacali sono gli unici ad essere assicurati del loro stipendio.»

«Ma chi dovremmo delegare con questo metodo forzaciolo?»

«Guardiamo bene i fatti!»

«Dovremmo delegare chi nel contratto del ‘69 ha sancito tra l’altro la riduzione della tredicesima da 200 a 186 ore per quest’anno, per diventare 173 alla fine del 1971.»

«Dovremmo delegare chi ormai da quasi 30 anni porta in mezzo alla classe operaia una politica di divisione e di frammentazione delle lotte facendo scioperare a gruppi di una parte e contro dall’altra, operai dell’Olivetti un giorno, proletari della FIAT il mese dopo; operai del Sud divisi da quelli del Nord, dando così, con quella che i bonzi chiamano «contrattazione integrativa e lotte articolate», un colpo mortale al vero processo unitario dei lavoratori.»

«Mentre diciamo basta a questi continui tradimenti, gridiamo ai padroni e ai loro servi che controllano le organizzazioni sindacali: «Giù le mani dai soldi degli operai!»»

«Operai e Compagni!»

«La delega allontana gli operai dalla vita e dalle organizzazioni sindacali; il padrone stesso, per mezzo del suo apparato amministrativo, si sostituisce al collettore sindacale spezzando in questo modo il primo anello di congiunzione tra organizzazione sindacale e lavoratori iscritti. Questa concessione non è una conquista né una vittoria, ma un ulteriore passo avanti nella collaborazione tra i sindacati opportunisti, il padronato e l’apparato statale che fa i suoi interessi, per impedire agli operai la ripresa della lotta di classe.»

«Operai e Compagni!»

«Il gruppo sindacale del Partito Comunista Internazionale, di fronte a questo andazzo di disgregazione totale della più elementare organizzazione di resistenza e di battaglia della classe operaia vi chiama a:

• Rifiutare la delega;

• Disdire l’eventuale iscrizione già fatta;

• Negare l’adesione ai Sindacati padronati C.I.S.L. e A.A./U.I.L.;

• Iscriversi alla C.G.I.L. versando in maniera diretta le quote sindacali.»

«Disdetta e rifiuto della delega non vogliono dire uscire dal sindacato, ma un cosciente atto politico per non far dipendere l’organizzazione operaia da quella padronale e dalla burocrazia sindacale.»

«Ma tutto questo non è sufficiente!»

«Mentre avanza la politica opportunista dell’unità sindacale, mentre si tradiscono gli interessi operai e si difendono invece quelli dell’economia nazionale, è compito dei proletari coscienti potenziare i Comitati di difesa del Sindacato di Classe come organi sindacali di opposizione in seno alla C.G.I.L., con lo scopo di lavorare per la rinascita del sindacato di classe su obiettivi programmatici di rivendicazioni capaci di portare tutti gli operai su un fronte unico di combattimento, in grado di battere definitivamente le classi sfruttatrici e i loro servi.»

Riprendendo la Questione Cinese Pt.10

La posizione dello stalinismo in Cina

La teoria della rivoluzione “a tappe” è esattamente l’inverso della posizione marxista che era alla base, come abbiamo dimostrato, della tattica dell’Internazionale Comunista del 1920. Anche questa teoria ha un sua lunga tradizione ed è la stessa che i menscevichi sostenevano in Russia e la borghesia democratica in Cina. Ammettere infatti che in una rivoluzione nazionale il proletariato non può svolgere altra funzione che quella di appoggiare il movimento borghese fino alla conclusione della lotta è la dottrina tipica della borghesia; giacché questa linea significa: 1) spezzare il collegamento fra il proletariato di una determinata nazione e il proletariato mondiale, e vedere la rivoluzione proletaria, che è necessariamente internazionale, come un fatto di carattere nazionale; 2) sottomettere gli interessi di classe del proletariato a quelli della borghesia sostenendo che solo essa è in grado di condurre a termine la rivoluzione nazionale.

Questa posizione è l’esatto corrispondente del gradualismo riformista dei partiti opportunisti dell’Europa occidentale il quale affermava la necessità per il proletariato di portare a termine la rivoluzione borghese “incompiuta” attraverso la lotta per le riforme; e non per nulla Lenin mise sempre i menscevichi russi a fianco dei socialdemocratici destri di Occidente, come figli della stessa deviazione dal programma marxista che significa influenza della piccola borghesia sul proletariato. Pur presentandosi come una interpretazione della teoria marxista, questa posizione esprime gli interessi della borghesia nel campo proletario abbracciando la tesi che nelle rivoluzioni borghesi la direzione deve toccare alla borghesia e che solo dopo che essa abbia assolto tutti i suoi compiti democratici e nazionali si può cominciare a pensare di rovesciarla. Questo naturalmente in quei paesi dove si pone all’ordine del giorno la rivoluzione borghese. Dove invece la borghesia ha già vinto la sua rivoluzione, si comincia a sostenere che questa non è ancora compiuta, e che perciò il proletariato deve aspettare per prendere il potere la realizzazione delle riforme. Questa tattica, applicata alla Cina dalla Internazionale ormai completamente sottomessa allo Stato russo, ebbe per effetto, come abbiamo visto, la distruzione del movimento proletario e la sconfitta del 1925-27. Non si tratta di indicare un colpevole nella persona di Stalin, quanto di identificare una linea politica e dimostrare a quali interessi di classe essa aderisce. Quando avremo dimostrato questo, avremo anche risposto alla domanda: «Chi ha il potere in Cina?».

Già nel 1911 la borghesia cinese aveva mostrato di temere di più il movimento delle masse proletarie e del contadiname che il dominio dell’imperialismo mondiale e dei signori della guerra. Appena instaurata la repubblica, Sun Yat-sen rimise il potere nelle mani di uno di questi signori, e per tutto il periodo del primo conflitto mondiale tutte le speranze rivoluzionarie della borghesia cinese consistettero nel piatire la benevolenza dell’imperialismo. Dopo la guerra esse rimasero naturalmente deluse, ma nel frattempo l’onda della rivoluzione proletaria cominciò a scuotere anche la Cina, e negli anni successivi al 1920 si sviluppò un fortissimo movimento di lotta del proletariato completamente autonomo e diretto dal piccolo ma agguerrito partito comunista, mentre contemporaneamente si acuiva la tensione fra le masse contadine ridotte in miseria. È chiaro che in questa situazione si poneva all’ordine del giorno il compito dell’eliminazione del dominio imperialistico e della unificazione del paese, cioè un compito specificamente borghese. Ma la borghesia cinese poteva realizzarlo? Anche se ciò fosse stato possibile (come Stalin sostenne), il proletariato avrebbe dovuto mantenere ad ogni costo la sua organizzazione e il suo programma autonomo nei confronti del movimento democratico e, pur riconoscendo la necessità immediata di appoggiare la lotta per l’unificazione del paese, avrebbe dovuto predisporsi a passare oltre e a combattere contro la propria borghesia, in collegamento con il proletariato internazionale e con la Russia sovietica. Qualunque fosse, dunque, il grado di rivoluzionarismo della borghesia cinese, il proletariato avrebbe dovuto sì appoggiarla, mai sottomettersi ad essa. Le tesi di Lenin e dell’Internazionale sono a questo proposito chiarissime. Ma, in realtà, la borghesia cinese era legata a doppio filo all’imperialismo e ai signori della guerra, e temeva più di ogni altra cosa il movimento delle masse. Essa sapeva che il movimento del proletariato e dei contadini poveri, una volta iniziato, non si sarebbe fermato alla semplice rivendicazione della indipendenza e della unità nazionale, e sarebbe andato oltre, verso la riforma agraria e verso la dittatura proletaria. Ma, senza la mobilitazione delle masse proletarie e contadine, diventava impossibile anche il raggiungimento dell’obbiettivo nazionale. In questo dilemma la borghesia cinese e il suo partito erano completamente impotenti, e speravano di uscirne con un pateracchio diplomatico con le potenze imperialistiche.

La borghesia fu la prima a spaventarsi quando, nel 1925, gli operai di Canton cominciarono a muoversi e, per prendere la testa del movimento, richiese alla Internazionale condizioni drastiche: sottomissione completa del proletariato, rinuncia assoluta, in nome della unità nazionale, ad ogni rivendicazione particolare di classe, scioglimento del Partito Comunista Cinese. La controrivoluzione vittoriosa in Europa, e che stava per abbattere lo Stato proletario in Russia, venne in aiuto alla borghesia cinese tramite la diplomazia russa che accettò quelle condizioni, che equivalevano a dire ai borghesi della Cina:   «State tranquilli, noi faremo in modo che non si ripeta da voi quello che è successo in Russia nel 1917». Nonostante tutto questo, il Kuomintang condusse la lotta sempre su due fronti: da una parte tiepidi tentativi di combattere i signori della guerra, dall’altra la repressione più feroce e decisa nei riguardi del movimento operaio e contadino, che pure si era completamente sottomesso agli interessi borghesi. Fino all’esito finale: nel 1927, il Kuomintang passa apertamente nel campo dell’imperialismo e schiaccia nel sangue un movimento di massa che nulla aveva fatto in due anni per organizzarsi in maniera autonoma, poiché era stato privato della sua guida naturale: il partito comunista e il programma marxista.

La linea di Mao

La controrivoluzione mondiale si era affermata in Cina attraverso la tattica imposta al partito comunista dai dirigenti dell’Internazionale e dallo Stato russo, ed era riuscita a sconfiggere il proletariato e i contadini cinesi in una sanguinosa battaglia. Il contraccolpo internazionale di questa vittoria del capitalismo mondiale sugli operai cinesi fu terribile: l’Internazionale passò definitivamente nelle mani dell’apparato statale russo, le ali opportuniste dei partiti comunisti ebbero partita vinta e liquidarono l’opposizione di sinistra; l’apparato statale russo schiacciò e distrusse il partito bolscevico. La controrivoluzione borghese continuò la sua opera in Cina attraverso il partito comunista riorganizzato su posizioni non marxiste, ma populiste e piccolo borghesi. Il movimento del proletariato non esisteva più; la controrivoluzione borghese era vittoriosa in tutto il mondo, e aveva fatto saltare attraverso la Russia lo stesso programma marxista. Il partito comunista cinese poteva risorge in due modi: o tirando le lezioni del 1925-27 da un punto di vista marxista, sconfessando tutta la politica adottata in Cina dall’Internazionale, smascherando lo Stato russo come borghese, e riprendendo in mano le genuine posizioni di Lenin, o sottomettendosi in maniera definitiva all’indirizzo politico della borghesia e divenendo il partito borghese che rinfaccia al Kuomintang di aver rinunciato ai suoi obbiettivi: “diventando cioè il vero Kuomintang“.

Le forze controrivoluzionarie alla scala mondiale erano troppo forti, e il salasso subito dal proletariato cinese troppo profondo perché la prima possibilità si potesse verificare, anche se per essa combatterono molti militanti nel tentativo disperato di riportare il partito sulla strada della rivoluzione e di risollevare il proletariato urbano dalla sconfitta. Lo scontro di queste due prospettive avviene negli anni dal 1927 al 1930 in seno al partito cinese. Alla fine la linea per trasformare il partito in nazionale-borghese che ha il sopravvento è la linea di Mao. Il proletariato urbano è completamente abbandonato. La sconfitta del 1927 è classificata come episodio sfortunato dovuto alla incapacità dei dirigenti del partito e al tradimento di “alcune frange” borghesi; la politica seguita dal Comintern viene giudicata perfettamente valida, e si dice che la rivoluzione è entrata in una fase di sviluppo superiore essendo passata dalle città alle campagne; è ribadito il fatto che la rivoluzione deve svolgersi per tappe e che nella «tappa della lotta per l’indipendenza nazionale» bisogna cercare di «unire tutti quelli che è possibile unire», e perciò porre la sordina a qualsiasi rivendicazione autonoma del proletariato e dei contadini poveri. Il P.C.C. assume come suo programma i Tre principi del popolo di Sun Yat-sen e diventa, secondo l’affermazione dello stesso Mao, “il vero Kuomintang”, cioè il vero partito nazionale borghese in Cina.

Che cos’è la rivoluzione borghese?

Quando i marxisti parlano di rivoluzione borghese si riferiscono ad una cosa molto reale, cioè all’abbattimento degli ostacoli che si oppongono all’avanzare delle forze produttive in forma capitalistica; alla creazione di un terreno sociale e politico adatto allo sviluppo del modo di produzione capitalistico e dei rapporti di produzione borghesi. Non parlano e mai hanno parlato di una rivoluzione che debba essere condotta dalla sola borghesia in quanto classe fisica, in quanto strato sociale determinato. «La rivoluzione borghese è una rivoluzione che non esce dai limiti del modo di produzione capitalistico», sosteneva Lenin nel 1905, ma il marxismo ha sempre chiarito che lo smantellamento dei rapporti produttivi precapitalistici diviene ad un certo grado dello sviluppo storico una esigenza sociale, comune a diversi strati e classi, fra cui il proletariato in modo particolare. Si tratta cioè di una situazione in cui devono essere stabiliti rapporti di produzione più moderni a scala più ampia di quelli precedenti, e questi nuovi rapporti di produzione posso essere stabiliti solo attraverso lo sviluppo del modo di produzione capitalistico. Tale rivoluzione è borghese nel senso che si muove nell’ambito degli interessi borghesi e non ne supera l’orizzonte. Lo sviluppo del commercio, la generalizzazione degli scambi mercantili e della produzione di merci, la loro estensione su scala più vasta, la liberazione del contadiname dai vincoli feudali e la sua possibilità di andare a costituire una massa di lavoratori salariati, lo spezzettamento dei latifondi e la codificazione del diritto di compravendita della terra, l’abolizione dei monopoli antichi che impediscono la libera concorrenza, tutti questi sono obbiettivi borghesi nel senso che favoriscono lo sviluppo del capitalismo, e perciò gli interessi della borghesia come classe. Ma rispondono anche agli interessi immediati di strati sociali che saranno rovinati e distrutti dallo sviluppo del capitale: i ceti contadini e piccolo borghesi, per esempio, e anche il proletariato il quale dallo sviluppo capitalistico non otterrà un miglioramento delle sue condizioni di vita, ma vi troverà la base del suo sviluppo di classe. Anzi, la borghesia, come ceto sociale, non è mai stata favorevole a nessuna rivoluzione, perché in ogni sommovimento sociale e politico ha sempre visto, nell’immediato, una interruzione dei suoi traffici e un pericolo per i suoi profitti. Sarebbe dunque vano e assurdo, nell’analisi dei fatti storici, andare a cercare il carattere borghese della rivoluzione nel fatto che vi partecipano o no i borghesi, come sarebbe assurdo determinare come proletario ogni rivolgimento a cui i proletari partecipano. La caratteristica borghese o proletaria di una rivoluzione, come dei partiti che si pongono sul terreno della rivoluzione, non è data dalla loro composizione sociale, ma dall’indirizzo politico e dalla visione generale, dai limiti che il movimento si pone. Se non si ha ben chiaro questo aspetto della questione, non si può capire nulla dello svolgimento dei fenomeni storici. Nella grande rivoluzione francese, ad esempio, non solo non fu la borghesia fisicamente alla testa della rivoluzione, ma la stessa ideologia rivoluzionaria e le stesse organizzazioni che condussero avanti il movimento non provenivano dalle sue file; nel 1789 essa era piuttosto favorevole ad un compromesso con la monarchia che le permettesse di condurre in pace i propri affari. Fu solo, da una parte, il movimento della piccola borghesia parigina e del nascente proletariato, dall’altra il movimento del contadiname che determinarono lo sviluppo della rivoluzione fino all’estirpazione di ogni resistenza feudale. Gli interessi reali e storici della classe borghese vennero quindi incarnati dagli strati piccolo-borghesi, i quali d’altronde non potevano né possono mai avere che una prospettiva borghese, e perciò realizzarono gli interessi della borghesia.

Il contadiname francese, la piccola borghesia urbana, il proletariato nascente realizzarono gli obbiettivi della borghesia, e perciò il potere che si instaurò in Francia fu un potere borghese anche se nessun elemento di questi vi fu fisicamente rappresentato. Che cosa rivendicavano di fatto i contadini? Rivendicavano la divisione delle terre feudali e la loro assegnazione in proprietà privata. Questo corrisponde al loro interesse immediato, e per questo interesse essi combattono. Ma la piccola proprietà contadina significa il commercio del suolo, la possibilità assoluta di comprare, vendere, lasciare in eredità la terra, e ciò significa immediatamente che la terra viene sottomessa al dominio del capitale finanziario; è appunto in nome della libertà di commercio che una parte dei contadini viene espropriata e cade nel proletariato, lo stesso avviene ad una parte sempre maggiore della piccola borghesia urbana, i mezzi di produzione si concentrano in mani sempre più ristrette, quindi il modo di produzione capitalistico prende uno slancio terribile e può senza ostacoli mettere le mani su tutta la produzione sociale.

La rivoluzione perciò si muove per ciò oggettivamente su una base e verso obbiettivi che avrebbero portato alla rovina i ceti veramente rivoluzionari e al predominio sia economico sia politico della classe grande borghese. Se dunque la nostra analisi si limitasse agli aspetti più superficiali, e guardasse solo agli strati sociali che al movimento prendono fisicamente parte, dovrebbe arrivare alla conclusione che la rivoluzione francese fu la rivoluzione dei contadini e della piccola-borghesia, e il potere napoleonico il potere statale del contadiname. Al contrario Napoleone I rappresentava gli interessi generali della borghesia e dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, appoggiandosi su contadini che, nel difendere i loro particolari interessi, difendevano il dominio grande borghese e ne ponevano le basi. Lo stesso fatto si verifica in Russia nel febbraio 1917. La rivoluzione è avversata in tutti i modi dalla borghesia; ma le masse dei contadini e degli operai si muovono sul terreno borghese e, contro la borghesia, difendono gli interessi del suo dominio. Nel febbraio 1917 è il proletariato stesso che lascia il potere nelle mani della borghesia, cioè combatte non per i suoi interessi autonomi di classe, ma per interessi borghesi rappresentati da partiti come il menscevico, il socialista rivoluzionario e anche il cadetto, che non organizzano la borghesia come strato sociale ma ne realizzano le prospettive, proprio perché non vedono altro fine della rivoluzione e altro ordine sociale che quelli che corrispondono alla forma capitalistica. Solo quando alla testa delle masse proletarie si pone il partito comunista, il quale indica un traguardo che supera i confini della stessa società borghese e implica la distruzione dei rapporti di produzione capitalistici alla scala mondiale, solo allora la rivoluzione diventa proletaria, cioè la classe proletaria si muove sul proprio terreno e per i suoi propri interessi.

Il criterio con cui la teoria marxista analizza i fatti sociali ed identifica le classi e la loro lotta è quindi ben diverso dal criterio volgarmente statistico che si basa meccanicamente sulla posizione degli uomini rispetto al processo produttivo, per cui la classe borghese sarebbe l’insieme dei padroni di fabbrica e la classe operaia l’insieme degli operai; al contrario noi sosteniamo che si ha una classe solo quando le masse, che sono poste in una certa posizione dallo sviluppo delle forze produttive, esprimono un indirizzo politico autonomo, una particolare visione del divenire sociale che corrisponde ai loro interessi generali, e si muovono sulla base di questo indirizzo. Oggi, per esempio, la classe operaia, cioè la massa degli operai salariati, non si muove secondo il suo indirizzo di classe ma, dominata da partiti che, se pur composti da operai, esprimo le esigenze della conservazione capitalistica, si muove e si è mossa in difesa degli interessi del suo nemico, della classe borghese.

Tutta questa messa a punto è necessaria per chiarire che, quando noi sosteniamo che in Cina si è avuta una rivoluzione borghese e che la Cina attuale è uno Stato capitalistico, non intendiamo affatto dire che la borghesia come strato sociale a sé stante detiene il potere politico. Intendiamo invece sostenere e dimostrare che il potere stabilito in Cina nel 1949, e attualmente in vigore, esprime e difende gli interessi dello sviluppo e della conservazione capitalistica, e quindi della borghesia in quanto classe, il suo programma il suo modo di agire, i suoi rapporti con le diverse classi sociali e con gli altri Stati, in una parola la sua esistenza stessa sono totalmente inseriti nel quadro del modo di produzione capitalistico, e del suo migliore e largo possibile sviluppo.

Il battilocchio nella storia

In una citazione di Engels fatta recentemente a proposito della valutazione marxista della rivoluzione russa riportammo la frase: «il tempo dei popoli eletti è finito». È poco probabile che giungano da molte parti a spezzar lance per la opposta tesi, dopo la scalogna che ha portato al nazismo tedesco; ed anche dopo la sorte toccata agli ebrei che scontano malaccio la incredibile incocciatura razzista plurimillenaria: stritolati prima dalla mania ariana di Hitler, poi dall’affarismo imperiale britannico, oggi dall’inesorabile apparato sovietico – domani, molto probabilmente, dalla cosmopolita, tollerante a chiacchiere, politica statunitense, che si fece buoni denti sulla carne nera.

Molto più difficile sarà stabilire che è passato il tempo degli individui eletti, degli «uomini del destino» – come Shaw chiamò Napoleone, ma soprattutto per sfotterlo coll’esibirlo in tenuta da notte – in una parola dei grandi uomini, dei condottieri e capi storici, delle supreme Guide dell’umanità.

Da tutte le bande infatti, e al suono di tutti i credi, cattolici o massonici, fascisti o democratici, liberali o socialistoidi, sembra che – in misura assai più estesa che per il passato – non si possa fare a meno di esaltarsi e di prostrarsi in ammirazione strofinatrice dinanzi al nome di qualche personaggio, ad esso attribuendo ad ogni piè sospinto il merito intiero del successo della «causa», di cui trattasi.

Tutti concordano nell’attribuire influenze determinanti, sugli eventi che passarono e che si attendono, all’opera, e per essa alle personali qualità dei capi che alla sommità si assisero: disputano fino alla noia se si debba farlo per scelta elettiva o democratica, o per imposizione di partito e addirittura per individuale colpo di mano del soggetto, ma concordano nel fare tutto pendere dall’esito di questa contesa, sia nel campo amico che in quello nemico.

Ora se questo generale criterio fosse vero, e noi non avessimo la forza di negarlo e minarlo, dovremmo confessare che la dottrina marxista è caduta nella peggiore bancarotta. Ed invece, al solito, fortifichiamo due posizioni: il marxismo classico aveva già messo senza riserve i grandi uomini in pensione – il bilancio dell’opera dei grandi uomini di recente messi in circolazione o tolti di mezzo conferma la teoria che sono cavatori di ragni dal buco.

IERI

Domande e risposte

ono al riguardo interessanti le risposte di Federico Engels ai quesiti che gli furono posti su tale tema. Nella lettera del 25 gennaio 1894 parla dei grandi uomini il secondo comma della seconda domanda: ma sono ben poste entrambe.

Eccole.
1. Fino a qual punto le condizioni economiche influiscano causalmente (attenzione a non leggere casualmente).
2. Quale sia la parte rappresentata dal momento (se avessimo il testo credo potremmo meglio tradurre dal fattore) a) della razza; b) della individualità, nella concezione materialistica della storia di Marx e di Engels.

Ma interessa ugualmente la domanda cui rispondeva la precedente lettera del 21 settembre 1890: Come sia stato inteso da Marx ed Engels stesso il principio fondamentale del materialismo storico; se cioè, secondo loro, la produzione e riproduzione della vita reale siano esse sole il momento determinante, o soltanto la base fondamentale di tutte le altre condizioni.

La connessione tra i due punti: funzione della grande individualità nella storia e esatto legame tra condizioni economiche ed umana attività, è da Engels chiaramente spiegata nelle risposte, che egli modestamente afferma buttate giù in privato e non redatte con «quella esattezza» cui egli tendeva nello scrivere per il pubblico. Ed infatti egli si richiama alle trattazioni generali della concezione marxista storica che ha date nell’«Anti-Dühring» (Parte I cap. 9 a 11, parte II cap. 2 a 4, parte III cap. 1) e soprattutto nel cristallino saggio su Feuerbach, del 1888. E quanto ad un esempio luminoso della specifica applicazione del metodo, rimanda al «18 Brumaio di Luigi Bonaparte» di Marx, che descrive a tempera bruciante colui che può essere preso come prototipo del «battilocchio» – termine che presto andiamo a spiegare.

Continuità di vita

A costo di una digressione, che è anche un anticipo di un Filo la cui chiglia maestra sta da qualche tempo sugli scali del cantiere, vogliamo dare un bel bravo all’ignoto studente che avanzò la domanda della prima lettera. Al solito quelli che non hanno capito niente sono quelli che si atteggiano ad aver acquisito e digerito, colla pretesa di essere in grado di eruttarlo fuori, e salivar sentenze. I più semplici e seriamente impostati, invece, sono sempre convinti di dover meglio intendere, quando già hanno tocchi da maestri. Il giovane e per fortuna non onorevole interrogante adopera infatti al posto della normale espressione «condizioni economiche» quella esatta e bene equivalente alla prima: «produzione e riproduzione della vita fisica». Come allievi della successiva classe, cambiamo reale in fisica. L’aggettivo reale non ha lo stesso peso nelle lingue germaniche e latine.

Altra volta accennammo a passi dei maestri in cui si affiancano produzione e riproduzione, citando Engels dove definisce la riproduzione, ossia la sfera sessuale e generativa della vita, come la «produzione dei produttori».

Sarebbe inutile tracciare una scienza economica, perfino metafisica ossia con leggi immutabili, e tanto più se dialettica ossia volta a tracciare la teoria di una successione di fasi e di cicli, se esaminassimo un gruppo, una società di produttori, dediti sì ad atti lavorativi ed economici tendenti a soddisfare i loro bisogni conservando la loro esistenza e la loro forza produttiva fino al limite di tempo fisiologico, ma che fossero stati (poniamo da un capo razzista!) operati in modo da non potersi riprodurre, ed avere successori biologici.

Una tale condizione muterebbe, e lo ammetterà il seguace di qualunque scuola economica, fin dalla radice tutti i rapporti di produzione e distribuzione di questa stessa alquanto ipotetica comunità.

Ciò vale a rammentare che altrettanta importanza della produzione, che allestisce alimenti (ed altro) atti a conservare la vita fisica del lavoratore, ha, nello stabilire la trama delle relazioni economiche, la riproduzione biologica che prepara – con impegno rilevante di consumi e di sforzi produttivi – i sostituti futuri del lavoratore stesso.

Come vedremo a suo tempo con Engels e Marx contro Feuerbach, l’uomo non è tutto amore né tutto lotta. Comunque la integrale visione del doppio piedistallo economico della società vale a questo: il materialismo è ormai vittorioso finché tratta il campo della produzione: nessuno ivi contesta che vi predomini il criterio della somma materiale di risultati; e su ciò è facile fondare la teoria dell’attività di lotta passando dalle contese molecolari del preteso homo oeconomicus, che ha al posto del cuore non il ventricolo ma un ufficio di ragioniere, alla contesa delle classi, in cui si riassume, con l’economia, tutto il resto delle forme umane di attività. Ma è nel campo della genetica e della sessualità, in cui sembra ai pivelli più arduo realizzare la messa in fuga dei motivi trascendenti e mistici, e tradurre l’attrazione tra il maschio e la femmina – proprio nell’elevarla al di sopra delle sudicerie della moderna civiltà – in termini di causalità economica, che bisogna fondare i più robusti piloni della dottrina rivoluzionaria del socialismo.

Perché l’individuo, piccolo o grande a tenore del banale senso comune, tenda a profittare economicamente e concepisca eroticamente, è problema posto in modo miserabile e vuoto. Noi trasponiamo la dinamica del processo al corso della specie, ed affianchiamo lo sforzo per mantenerne vivi e validi gli elementi attivi, col procedere della sua moltiplicazione e continuazione, cicli entrambi assai più grandi di quelli in cui si avvolge l’idiota timore della morte, e la sciocca credenza nell’eternità del soggetto individuo. Son questi prodotti e connotati decisivi delle società infestate da classi dominanti e sfruttatrici, parassite nel lavoro e nell’amore.

La maledizione del sudore e del dolore, ideologia che definisce le società a dominio di classe, ossia fondate su monopoli dell’ozio e del piacere, sarà travolta via dal socialismo.

Natura e pensiero

La riduzione del problema qui direttamente messo in mira, ossia del problema delle personalità storiche, a quello generale della concezione materialista, appare immediata. Ammettete per un solo momento che il seguirsi, lo sviluppo, il futuro di una società o addirittura della umanità dipendano in modo decisivo dalla presenza, dalla apparizione, dal comportamento, di un uomo solo. Non vi sarà più possibile ritenere e sostenere che l’origine prima di tutta la vicenda sociale sia nei caratteri di date condizioni e situazioni economiche analoghe per grandi masse degli «altri» individui, quelli normali, quelli «piccoli».

Se infatti quel lungo e difficile cammino, che mai assumemmo ridurre ad una semplice automaticità, dal parallelismo delle posizioni nel lavoro e nel consumo, alla finale grande vicenda delle rivoluzioni sociali, del passaggio di potere da classe a classe, della rottura delle forme che determinavano quel parallelismo di rapporti produttivi, dovesse passare per la testa (critica, coscienza, volontà, azione) di un uomo solo, e ciò nel senso che costui sia un elemento necessario, ossia tale che in sua mancanza nulla si attui di tutto quel moto, allora non potrà negarsi che ad un certo momento tutta la storia stia «nel pensiero» e dipenda da un atto di questo. Qui vi è contraddizione insuperabile, poiché ciò concedendo, sarà forza soggiacere alla visione opposta alla nostra, che dice che nella storia non vi è causalità, non vi sono leggi, ma tutto è «accidentalità» imprevedibile, tutto casualità, che può studiarsi sì dopo, ma mai prima dell’accadimento. Si sarà fatto così, né più né meno, di cappello alla forca.

Come negare che sia una accidentalità la nascita di quel colosso, come evitare di ridurre tutto il campo della riproduzione ad un passo falso… di quello spermatozoo?

Abbiamo duramente lottato contro la concezione più razionale e moderna di quella «granduomistica», propria della borghesia illuminista, che voleva far passare preventivamente il fatto storico non per uno, ma per tutti i cervelli; anteponendo alla lotta rivoluzionaria la generale educazione e coscienza. Ma di questa concezione, incompleta e semilaterale, è ancor più insufficiente quella che tutto concentra nella scatola cranica singola, al che non si vede come altrimenti si provvederebbe se non con l’amplesso, tante volte rammentato nella tradizione, tra un essere divino e uno umano.

Abbiamo fatto a pezzi la teoria, ancora più sciocca di quella della coscienza popolare universale, che si basa sulla metà più uno dei cervelli per pilotare la storia, perché marxisticamente faceva pena e pietà; lasceremo vivere la teoria del cervello unico? Perché non allora quella del riproduttore unico, dello stallone umano, evidentemente meno balorda?

Ritorniamo infatti al quesito: Precedette la natura, o il pensiero? La storia della specie umana è un aspetto della natura reale, o una «partenogenesi» del pensiero?

Il breve scritto di Engels su Feuerbach, e meglio contro una apologia dello Starcke (che egli al solito chiama: solo uno schizzo generale, al più alcune illustrazioni della concezione materialistica della storia) compendia una sintesi della storia della filosofia da un lato, e della storia delle lotte di classe dall’altro, magnifica per brevità e per vastità.

Fuori le carte!

Ce ne sarebbe abbastanza per un’esposizione-ruscello (ormai le sedute fiume si computano a giorni) di un paio di mezze giornate, con un adatto commento. Limitiamoci a rilevarne i soli connotati per provare l’identità.

Storicamente, rammenta l’autore, dall’idealista Hegel, la cui filosofia aveva potuto essere presa a base dalla destra conservatrice e reazionaria tedesca, derivò il materialista Feuerbach, e sotto l’influenza del materialismo e della Rivoluzione Francese, possenti antesignani. Da Feuerbach in certo senso derivarono le ulteriori e ben diverse concezioni di Marx e di Engels, dopo un’onda di ammirazione intorno al 1840 e all’uscita dell’«Essenza del Cristianesimo», e dopo una critica non meno radicale di quella che Feuerbach aveva applicata ad Hegel, compendiata nelle famose tesi di Marx del 1845, per oltre quarant’anni rimaste ignote, che concludono con la undicesima: i filosofi non han fatto che interpretare variamente il mondo; si tratta ora di mutarlo.

Hegel aveva portato in primo piano l’umana attività, ma alla premessa non aveva potuto dare sviluppo rivoluzionario nel campo storico, per l’assolutezza del suo idealismo. La società futura col suo disegno e modello sarebbe già stata contenuta ab aeterno nella assoluta idea: fatta dalla mente di un filosofo questa scoperta e questo sviluppo, con norme proprie del puro pensiero, trasmessi tali risultati nel sistema del diritto e nell’organismo dello Stato, l’integrale realizzazione dell’Idea era compiuta. In che questo è da noi inaccettabile? In due posizioni, che sono le due facce dialettiche della stessa. Rifiutiamo la possibilità di un punto di arrivo, di un approdo definitivo e insorpassabile. Rifiutiamo la possibilità che fossero già date le proprietà e le leggi del pensiero, prima che il ciclo della natura e della specie si aprisse.

Ma citiamo dunque!
«Al pari della conoscenza, non può la storia trovare una conclusione finale in uno Stato perfetto del genere umano: una società perfetta, uno Stato perfetto sono cose che possono sussistere solo nella fantasia; al contrario tutti gli Stati storici che si susseguono sono solo fasi transitorie nell’infinito cammino della società umana».

Hegel ha superato tutti i filosofi precedenti nel porre innanzi la dinamica dei contrasti di cui si compone il lungo cammino fino ad oggi. Purtroppo, come tutti gli altri filosofi, e come tutti i possibili filosofi, questo vivente ribollir di contrasti incapsulò e raggelò nel suo «sistema».
«Eliminati che siano tutti i contrasti, una volta per tutte, siamo giunti alla cosiddetta verità assoluta; la storia universale è alla fine, e tuttavia essa deve procedere, benché non le rimanga più altro da fare; un nuovo insuperabile contrasto».

In questo passo Engels fa cadere l’obiezione vecchia, e risollevata da Croce poco prima della morte (vedi la confutazione in «Prometeo» n. 4 della II Serie) che proprio il materialismo marxista faccia finire la storia, per aver detto che quella tra proletariato e borghesia sarà l’ultima delle lotte di classe. Nel suo antropomorfismo insuperabile, ogni idealista scambia la fine della lotta tra classi economiche con la fine di ogni contrasto e di ogni sviluppo nel mondo, nella natura e nella storia, né può vedere, chiuso nei limiti che per lui sono luce e per noi tenebra, di una scatola cranica, che il comunismo sarà a sua volta un’intensa e imprevedibile lotta della specie per la vita, che ancora nessuno ha raggiunta, dato che vita non merita essere chiamata la sterile e patologica solitudine dell’Io, come il tesoro dell’avaro non è ricchezza, nemmen personale.

Lo spirito e l’essere

Giunge Feuerbach ed elimina la antitesi. La natura non è più la estrinsecazione dell’Idea (lettore: tieni stretto il Filo, che non è spezzato, andiamo verso la tesi che la storia non è l’estrinsecazione del Battilocchio!), non è vero che il pensiero è l’originario e la natura il derivato. Il materialismo viene, tra l’entusiasmo dei giovani, e anche del giovane Marx, rimesso sul trono.
«La natura esiste indipendentemente da ogni filosofia, essa è la base su cui noi uomini, suoi prodotti, siamo cresciuti; oltre alla natura e agli uomini nulla esiste: gli esseri elevati che creò la fantasia religiosa sono solo il riflesso fantastico della nostra propria essenza».
Ed Engels, fin qui, plaude anche da vecchio, solo si ferma a deridere il contrapposto che, per l’attività pratica, l’autore erige al posto dell’imperativo morale di Kant: l’amore. Non si tratta qui del fatto sessuale, ma della solidarietà, della fratellanza «innata» che lega uomo a uomo. Su questo si fondò il «vero socialismo» borghese e prussiano dell’epoca, impotente a vedere l’esigenza dell’attività rivoluzionaria, della lotta tra le classi, dell’eversione delle forme borghesi.

È questo il punto in cui Engels riepiloga la costruzione che conserva il fondamento materialista liberandolo dalla pastoia metafisica e dall’impotenza dialettica, che lo immobilizzavano, per altra via, nella stessa «glacialità storica» dell’idealismo, per rivestito che questo fosse apparso di volontà e di attività pratica.

Engels riporta la chiarificazione del problema alla formazione delle figure del pensiero fin dai popoli primitivi. Qui non possiamo che spigolare, ai fini di un angolo visuale più acuto, mentre sarebbe utile al movimento integrare ed allargare (indubbiamente vi provvederà il futuro) specie nei trapassi in cui Engels raffronta il suo dedurre con gli apporti delle varie scienze positive.

«La questione del rapporto tra il pensiero e l’essere, lo spirito e la natura… poteva essere posta nella sua forma più tagliente, poteva acquistare per la prima volta tutta la sua importanza, quando la società europea si destò dal lungo sonno del Medio Evo cristiano. La questione: qual è il primordiale, lo spirito o la natura? – Questa questione si acuì, rimpetto alla Chiesa, così: Ha Dio creato il mondo, o il mondo esiste dall’eternità?»

Questa questione, che nelle varie epoche si scrive in termini diversi, divide con le due risposte i due campi: materialismo e idealismo. Chi considera la natura (l’essere) come primordiale, è materialista, chi lo spirito (il pensare) è idealista. Ma allora occorre l’atto creativo, ed è notevole qui rilevare l’apprezzamento marxista dell’idealismo in questa drastica osservazione:
«Questa creazione spesso è presso i filosofi, per esempio presso Hegel, ancora più ingarbugliata ed impossibile, che nel cristianesimo».
Chiarita questa separazione dei due gruppi di filosofi, non finisce la questione dei rapporti tra essere e pensiero. Sono essi estranei o compenetrabili? Può il pensiero degli uomini conoscere e descrivere appieno la naturale essenza? Vi sono filosofi che hanno contrapposto e separato i due elementi: l’oggetto e il soggetto; tra questi è Kant con la sua inafferrabile «cosa in sé». Hegel supera l’ostacolo, ma da idealista, ossia assorbe la cosa e la natura nell’Idea, che quindi ben può ravvisare e comprendere la sua emanazione. Ciò Feuerbach denunzia e combatte:
«L’esistenza hegeliana delle ‘categorie logiche’ prima che esistesse il mondo materiale, non è altro che un fantastico avanzo della credenza in un creatore oltremondano».
Ciò non basta che al compito di demolizione critica.

In una chiara esposizione Engels rimprovera a quell’atteggiamento, oltre il quale non aveva saputo andare la cultura tedesca, l’incapacità ad intendere la vita della società umana come un movimento e un processo incessante, al che Hegel aveva pure messo le basi. Tale antistorica concezione condannava il Medio Evo come una specie di parentesi inutile ed oscura (un analogo apprezzamento devono fare i marxisti della recente impostazione insensata della lotta e della critica antifascista e antinazista) e non ne sapeva inserire al suo posto le cause e gli effetti, scorgerne i grandi progressi e gli apporti immensi al corso futuro.
«Tutti i progressi realizzati nelle scienze naturali servirono loro solo come argomenti dimostrativi contro l’esistenza del creatore»… «Essi meritavano la derisione che fu rivolta ai primi socialisti riformisti francesi: dunque, l’ateismo è la vostra religione!».

Dramma ed attori

Segue la presentazione organica della dottrina materialista storica, forse la migliore che mai si sia scritta. Viene fatto il passo che Feuerbach non osò: sostituire
«il culto dell’uomo astratto» con «la scienza dell’uomo reale e del suo sviluppo storico».

Con ciò si ritorna un momento ad Hegel: egli aveva instaurata (non scoperta) la dialettica, ma per lui era «l’evoluzione autonoma del concetto». In Marx essa diviene «il riflesso nella coscienza umana del moto dialettico del mondo reale». Come nella celebre frase, viene raddrizzata e poggiata sui piedi, non sulla testa.

Comincia la trattazione della scienza della società e della storia con metodo che coincide con quello applicato alla scienza della natura. Ma nessuno ignora i caratteri di questo particolare «campo» della natura, che è il vivere della specie uomo. Urgendo giungere alle «risposte» engelsiane, riportiamo solo qualche passo essenziale.
«Nella natura vi sono agenti inconsapevoli… al contrario nella storia della società quelli che operano sono evidentemente dotati di consapevolezza, uomini operanti con riflessione o passione, tendenti a scopi determinati… Ma questa intenzione, sia comunque importante per l’indagine storica, specialmente di singole epoche ed avvenimenti, nulla può togliere al fatto che il corso della storia è dominato da intime leggi generali…Solo di rado avviene ciò che è voluto… tutti gli urti delle innumerevoli volontà e singole azioni portano ad uno stato di cose, che è assolutamente analogo a quello imperante nella natura inconsapevole. Gli scopi delle azioni sono voluti, ma i risultati che seguono da queste azioni non sono quelli voluti, o, in quanto sembrino corrispondere allo scopo voluto, hanno in conclusione conseguenze affatto diverse da quelle volute… Gli uomini fanno la loro storia, come che essa riesca, mentre ognuno persegue i fini suoi propri… i risultati di queste molteplici volontà agenti in diversa direzione e delle loro molteplici azioni sul mondo esterno, sono appunto la storia… Ma se si tratta di indagare le forze impellenti che – consapevolmente o inconsapevolmente, e veramente assai spesso inconsapevolmente – stanno dietro i motivi degli uomini operanti nella storia, e costituiscono i veri ultimi propulsori di essa, non si può trattare tanto dei motivi determinanti singoli, se anche di uomini eminenti, ma piuttosto di quelli che mettono in movimento grandi masse, interi popoli, intere classi; ed anche questi non momentaneamente, a modo di un fugace fuoco di paglia rapido ad accendersi e spegnersi, bensì a modo di un’azione durevole che mette capo ad una grande trasformazione storica».

Qui alla parte filosofica segue la parte storica fino al grande moto proletario moderno. A questo punto è messa fine alla filosofia nel campo della storia come in quello della natura.
«Non importa più escogitare nessi nella mente, bensì scoprirli nei fatti».

Limpidi oracoli

Ricordate i quesiti, e sentite le risposte, non oscure e non ambigue come quelle dell’oracolo antico, ma trasparenti, a conferma delle nostre posizioni.

Alla questione ultima riferita, del 1890.
«Il momento che in ultima istanza è decisivo nella storia, è la produzione e riproduzione della vita materiale».
«La situazione economica è la base, ma i diversi momenti dell’edificio – forme politiche della lotta di classe e suoi risultati, costituzioni fissate dalla classe vittoriosa dopo le battaglie vinte, forme del diritto, e perfino i riflessi di tutte queste vere lotte nel cervello dei partecipanti, teorie politiche, giuridiche, opinioni religiose e loro ulteriore sviluppo in sistemi dogmatici – tutto ciò esercita anche la sua influenza sull’andamento delle lotte storiche, e in certi casi ne determina la forma. È nella vicendevole influenza di tutti questi momenti (= fattori) che, attraverso l’infinito numero di accidentalità… si compie alla fine il movimento economico».

Alla prima domanda della lettera del 1894 sull’influenza causale delle condizioni economiche:
«Come condizioni economiche, che consideriamo base determinante della storia della società, intendiamo il modo con cui gli uomini producono i loro mezzi di esistenza e scambiano i loro prodotti (fino a che esiste divisione di lavoro). Tutta la tecnica della produzione e del trasporto è quindi compresa… Ciò determina la ripartizione della società in classi, le condizioni di padronanza e servitù, lo Stato, la politica, il diritto, ecc.».

«Se come ella dice la tecnica dipende in grandissima parte dalla scienza a maggior ragione questa dipende dalle condizioni e dalle esigenze della tecnica… Tutta l’idrostatica (Torricelli, ecc.) fu generata dal bisogno che l’Italia sentÌ nei secoli XVI e XVII di regolare i corsi d’acqua scendenti dalle montagne» (Cfr. vari scritti del nostro giornale e rivista sulla precocità dell’impresa agricola capitalista in Italia, e sulla degenerazione della tecnica di difesa idraulica moderna nell’inondazione del Polesine).

Sul comma a) della seconda domanda: il momento rappresentato dalla razza, diamo il solo bruciante apoftegma (a filare):
«La razza è un fattore economico».
Non avevate udito: produzione e riproduzione? La razza è una materiale catena di atti riproduttivi.

Ed infine il comma b), che riguarda il battilocchio, e col quale lasciamo il magnifico Federico.
«Gli uomini fanno essi la loro storia, ma finora non con una volontà generale e secondo un piano generale, neppure in una data società limitata. Le loro aspirazioni si contrariano; ed in ogni simile società prevale appunto per questo la necessità, di cui l’accidentalità è il complemento e la forma di manifestazione. Ed allora appaiono i cosiddetti grandi uomini. Che un dato grand’uomo, e proprio quello, sorga in quel determinato tempo e in quel determinato luogo, è naturalmente un puro caso. Ma, se noi lo eliminiamo, c’è subito richiesta di un sostituto, e questo sostituto si trova, tant bien que mal, ma alla lunga si trova. Che Napoleone fosse proprio questo corso, questo dittatore militare che la situazione della repubblica francese, estenuata dalle guerre, rendeva necessario, è un puro caso, ma che in mancanza di Napoleone ci sarebbe stato un altro ad occuparne il posto, ciò è provato dal fatto che ogni qualvolta ce n’era bisogno l’uomo si è trovato sempre: Cesares, Augusto, Cromwell, ecc.».
Marx! Engels sentiva ben l’urlo della platea: il benservito anche a lui: Thierry, Mignet, Guizot scrissero storie inglesi inclinando al materialismo storico, Morgan vi arrivò per conto suo,
«i tempi erano maturi e quella scoperta doveva (stavolta non è nostro il corsivo) essere fatta».

Eppure in una nota al Feuerbach Engels dice: Marx era un genio; noi soltanto dei talenti. Sarebbe deplorevole che da tutta la dimostrazione taluno non avesse capito che differenze fortissime corrono da uomo a uomo come per la forza dei muscoli così per il potenziale della macchina-cervello.

Ma il fatto è che, avendo come massimo esempio liquidato proprio lo shawiano «uomo del destino», non possiamo illuderci di esserci tolti dai piedi i «fessi del destino», poveri autocandidati a coprire il vuoto, che la storia avrebbe pronto per loro, e pieni di preoccupazione per l’eventualità di mancare all’appello, e di imboscarsi alla gloria.

OGGI

Posta recente

Calza con l’argomento una lettera rivolta ad una compagna operaia che, scusandosi a torto di esposizione imperfetta, seppe porre il quesito in modo assai espressivo. Riportiamo il testo di parte della risposta.

Tu scrivi:
«dici bene che un marxista deve guardare i principii e non gli uomini… noi diciamo gli uomini non contano e lasciamoli fuori, ma sino a che punto si può far ciò? Se sono gli uomini che determinano in parte i fatti? Se gli uomini sono in parte la causa che determinò lo scompiglio, noi non possiamo dimenticarli del tutto».
Non si tratta per nulla di modo traballante di arrivare alla questione; anzi, offri una via molto utile per farlo.

I fatti e gli atti sociali di cui ci occupiamo come marxisti sono operati da uomini, hanno come attori gli uomini. Verità indiscussa; e senza l’elemento umano la nostra costruzione non regge. Ma questo elemento era tradizionalmente considerato in modo diversissimo da quello che il marxismo ha introdotto.

La tua semplice espressione si può enunciare in tre modi; ed allora si vede il problema nella sua profondità, a cui hai il merito di esserti avvicinata. I fatti sono operati da uomini. I fatti sono operati dagli uomini. I fatti sono operati dall’uomo Tizio, dall’uomo Sempronio, dall’uomo Caio.

Non ci distingue solo dagli «altri» la nozione che (essendo l’uomo da un lato un animale, dall’altro un essere pensante) essi dicono che l’uomo pensa prima, e poi dagli effetti di questo pensiero si risolvono i suoi rapporti di vita materiale, e anche animale – noi diciamo che a base di tutto stanno i rapporti fisici, animali, nutrimento, ecc.

La questione appunto non si pone uomo per uomo, ma nella realtà dei complessi sociali e dei loro fenomeni che si concatenano.

Ora quelle tre formulazioni del modo come gli uomini intervengono, scusa i paroloni, nella storia, sono queste.

I tradizionali sistemi religiosi o autoritari dicono: un grande Uomo o un Illuminato dalla divinità pensa e parla: gli altri imparano e agiscono.

Gli idealisti borghesi più recenti dicono: la parte ideale, sia pure comune a tutti gli uomini civilizzati, determina certe direttive, in base alle quali gli uomini sono condotti ad agire. Anche qui campeggiano ancora taluni determinati uomini: pensatori, agitatori, capitani di popolo, che avrebbero data la spinta a tutto.

I marxisti poi dicono: l’azione comune degli uomini, o se vogliamo quanto di comune e non di accidentale e particolare è nell’azione degli uomini, nasce da spinte materiali. La coscienza e il pensiero vengono dopo e determinano le ideologie di ciascun tempo.

E allora? Per noi come per tutti sono gli atti umani che divengono fattori storici e sociali: chi fa una rivoluzione? Degli uomini, è chiaro.

Ma per i primi era fondamentale l’Uomo illuminato, sacerdote o re.
Per i secondi: la coscienza e l’Ideale che conquistò le menti.
Per noi: l’insieme dei dati economici e la comunità di interessi.

Anche per noi gli uomini non si riducono, da protagonisti che creano o recitano, a marionette i cui fili sono tirati… dall’appetito. Sulla base della comunanza di classe si hanno gradi e strati diversi e complessi di disposizioni ad agire, e tanto più di capacità di sentire ed esporre la comune teoria.

Ma il fatto nuovo è che a noi non sono indispensabili, come alle precedenti rivoluzioni, neppure col compito di simboli, uomini determinati, con una determinata individualità e nome.

Inerzia della tradizione

Il fatto è che appunto in quanto le tradizioni sono le ultime a sparire, molto spesso gli uomini si muovono per la sollecitazione suggestiva della passione per il Capo. Allora perché non «utilizzare» questo elemento, che si capisce non muta il corso della lotta di classe, ma può favorire lo schieramento, il precipitare dell’urto?

Ora a me pare che il succo delle dure lezioni di tanti decenni sia questo: rinunziare a smuovere gli uomini e a vincere attraverso gli uomini non è possibile, e proprio noi sinistri abbiamo sostenuto che la collettività di uomini che lotta non può essere tutta la massa o la maggioranza di essa, deve essere il partito non troppo grande, e i cerchi di avanguardia nella sua organizzazione. Ma i nomi trascinatori hanno trascinato in avanti per dieci, e poi rovinato per mille. Freniamo quindi questa tendenza e in quanto praticamente possibile sopprimiamo, non certo gli uomini ma l’Uomo con quel dato Nome e con quel dato Curriculum vitae…

So la risposta che facilmente suggestiona gli ingenui compagni. Lenin. Bene, è certo che dopo il 1917 guadagnammo molti militanti alla lotta rivoluzionaria perché si convinsero che Lenin aveva saputa fare e fatta la rivoluzione: vennero lottarono e poi approfondirono meglio il nostro programma. Con questo espediente si sono mossi proletari e masse intere che forse avrebbero dormito. Ammetto. Ma poi? Collo stesso nome si va facendo leva per la totale corruzione opportunista dei proletari: siamo ridotti al punto che l’avanguardia della classe è molto più indietro che prima del 1917, quando pochi sapevano quel nome.

Allora io dico che nelle tesi e nelle direttive stabilite da Lenin si riassume il meglio della collettiva dottrina proletaria, della reale politica di classe; ma che il nome come nome ha un bilancio passivo. Evidentemente si è esagerato. Lenin stesso di gonfiature personali aveva le scatole pienissime. Sono solo gli ometti da nulla a credersi indispensabili alla storia. Egli rideva come un bambino a sentire tali cose. Era seguito, adorato, e non capito.

Sono riuscito a darti in queste poche parole l’idea della questione? Dovrà venire un tempo in cui un forte movimento di classe abbia teoria e azione corretta senza sfruttare simpatie per nomi. Credo che verrà. Chi non ci crede non può essere che uno sfiduciato della nuova visione marxista della storia, o peggio un capo degli oppressi affittato dal nemico.

Come vedi l’effetto storico dell’entusiasmo per Lenin non l’ho messo in bilancio con l’effetto nefasto dei mille capi rinnegati, ma con gli stessi effetti negativi del nome stesso, né sono sceso sul terreno insidioso del: se Lenin non fosse morto. Stalin era anche lui un marxista con le carte in regola e un uomo d’azione di prim’ordine. L’errore dei trotzkisti è cercare la chiave di questo grandioso rivolgimento della forza rivoluzionaria nella sapienza o nel temperamento di uomini.

Figuri dell’attualità

Perché abbiamo chiamata la teoria del grand’uomo teoria del battilocchio?

Battilocchio è un tipo che richiama l’attenzione e nello stesso tempo rivela la sua assoluta vuotaggine. Lungo, dinoccolato, curvo per celare un poco la testa ciondolante ed attonita, l’andatura incerta ed oscillante. A Napoli gli dicono battilocchio con riferimento allo sbattito di palpebre del disorientato e del filisteo; a Bologna, tanto per sfuggire alla taccia di localismo, gli griderebbero dì ben sò fantesma.

La storia e la politica contemporanea di questa data 1953 (in cui tutto risente del fatto generale e non accidentale che una forma semiputrefatta non riesce a crepare: il capitalismo) ne circondano di costellazioni di battilocchi. Il marasma proprio di tale fase diffonde a masse ammiranti e lucidanti la convinzione assoluta che ad essi, e ad essi solo, guardar si debba, che si tratta da ogni lato dei battilocchi del destino, e che soprattutto il cambio della guardia nel corpo battilocchiale sia il momento (poveri noi, o Federico!) che determina la storia.

Tra i capi di Stato, per l’assoluta mancanza di ogni nuova parola e perfino di ogni originale posa, ve ne è un terzetto ineffabile: Franco, Tito, Perón. Questi campioni, questi Oscar di bellezza storica, hanno spinto al nec plus ultra l’arte suprema: togliersi tutti i connotati. Altro che dinastici nasi; che occhi d’aquila!

Quanto ad Hitler e Mussolini buonanime, il primo fa pensare ad uno stato maggiore formidabile di non battilocchi che lo attorniava, elevati per tanto grado di criminali, che non solo facevano storia, ma usavano violenza carnale su di essa a piacer loro! Il secondo si fa perdonare per lo strato ineffabile di sottobattilocchi che lo inguaiava, e che ha dato cambio della guardia, in quel del 1944–45, ad uno stuolo di equipollenti sodali, oggi nostra delizia.

Una terna bellissima che si schiera non nello spazio ma nel tempo, con la prova provata che ogni successione per morto o per elezione produce effetto storico misurato da zero via zero, è quella Delano, Harry, Ike. Le forze americane che occupano il mondo giustificherebbero la definizione di questo periodo come la calata dei battilocchi.

Slavati diadochi

Una costellazione non meno espressiva dello stadio presente, ci è data dai capi nazionali recenti e presenti, e spesso drasticamente spostati, dei paesi e dei partiti che si collegano alla Russia, e non si sa dove meglio scoprir battilocchi, se in fondo alla Balcania o tra le gonne di Marianna. Quando il grande Alessandro morì, l’impero macedone che si era esteso su due continenti fu frammentato in Stati minori affidati ai vari generali di lui, che in non lungo ciclo sparirono senza traccia. Chi ne ricordasse i nomi, ci darebbe molti punti in fatto di storia.

Quando dunque la storia chiama il grande uomo lo trova. Può ben darsi che lo trovi con una testa a basso potenziale. Ma quando chiama battilocchi può avvenire anche che il posto sia coperto da uomini di valore. Non stiamo, allo stato, dando del fesso a nessuno.

Il fatto è che, in Italia ad esempio, il concorso aperto per le grandi personalità si riferisce a posti già occupati da colossi storici. Si tratta infatti di recitare la parodia di una tragedia che ebbe già il suo svolgimento solenne. In occasione del sessantesimo compleanno di Togliatti, e con un cerimoniale bassamente passatista, dopo aver largamente riportato il suo curriculum vitae ed i suoi scritti, sono pervenuti alla definizione in sintesi: un grande patriota.

La controfigura è ormai svuotata da un secolo, e offre poche speranze di non battilocchiesca grandezza. La storia ha già trovato i suoi eroi, senza troppo cercare. Mazzini, Garibaldi, Cavour, e tanti altri, non scenderanno di scanno. Di patria a vero dire ce ne resta pochina, ma di patrioti ne abbiamo una sporta. L’autobus della gloria rivoluzionaria è al completo. Ciò non diffama le qualità del soggetto odierno: i suoi scritti che hanno riesumati dal 1919 (quando si ebbe il torto di non dare ad essi la dovuta attenzione) gli fanno onore: non ha mai cessato di essere un marxista, poiché non lo era mai divenuto. Sosteneva allora quello che oggi sostiene, la missione della patria. Grandissimo, se volete, patriota: come una grandissima diligenza nel tempo dell’elettrotreno e dell’aereo a reazione.

Se, dopo aver dibattuto di Lenin, non abbiamo fatto cenno di Stalin, da poco scomparso, non è per tema che dopo una spedizione punitiva il nostro scalp vada ad adornare il mausoleo, prassi a cui vi è buona speranza di giungere. Stalin è ancora il pollone di un ferreo ambiente anonimo di partito che costruÌ sottonon accidentali spinte storiche un moto collettivo, anonimo, profondo. Sono reazioni della base storica, e non casi fortuiti della bassa corsa al successo, che determinano lo svolto traverso il quale in una fiamma termidoriana lo stuolo rivoluzionario dovette bruciare sé stesso, e sebbene un nome può essere un simbolo anche quando una persona non conta nulla per la storia, il nome di Stalin resta come simbolo di questo straordinario processo: la forza proletaria più possente piegata schiava alla rivoluzionaria costruzione del capitalismo moderno, sulla rovina di un mondo arretrato ed inerte.

Ben deve la rivoluzione borghese avere un simbolo ed un nome, per quanto sia anche essa in ultima istanza fatta da forze anonime e rapporti materiali. Essa è l’ultima rivoluzione che non sa essere anonima: perciò la ricordammo romantica.

È nostra rivoluzione che apparirà quando non vi saranno più queste prone genuflessioni a persone, fatte soprattutto di viltà e di smarrimento, e che come strumento della propria forza di classe avrà un partito fuso in tutti i suoi caratteri dottrinali organizzativi e combattenti, cui nulla prema del nome e del merito del singolo, e che all’individuo neghi coscienza, volontà, iniziativa, merito o colpa, per tutto riassumere nella sua unità a confini taglienti.

Morfina e cocaina

Lenin prese da Marx la definizione, da molti combattuta come banale, che la religione è l’oppio del popolo. Il culto dell’entità divina è dunque la morfina della rivoluzione, di cui addormenta le forze agenti; e non per niente nel lutto recente si è pregato in tutte le chiese dell’U.R.S.S.

Il culto del capo, dell’entità e persona non più divina, ma umana, è uno stupefacente sociale ancora peggiore, e noi lo definiremo la cocaina del proletariato. L’attesa dell’eroe che infiammi e travolga alla lotta è come l’iniezione di simpamina: i farmacologi hanno trovato il termine adatto: eroina. Dopo una breve esaltazione patologica di energie, sopravviene la prostrazione cronica e il collasso. Non vi sono iniezioni da fare alla rivoluzione che esita, ad una società turpemente gravida da diciotto mesi, e tuttora infeconda.

Buttiamo via la volgare risorsa di trarre successo dal nome dell’uomo di eccezione, e gridiamo un’altra formula del comunismo: esso è la società che ha fatto a meno di battilocchi.

In ricordo di Eduardo Magnelli

A 74 anni (era nato a Francavilla Marittima il 28-7-1896) si è spento a Bruxelles il compagno Eduardo Magnelli. Da appena un mese, uscito da una lunga malattia, si era trasferito presso i parenti della moglie in Belgio, dove già aveva soggiornato, dopo essere stato in Francia, durante il periodo delle persecuzioni fasciste.

La sua vita di militante rivoluzionario fu dura e travagliata, ma egli ne affrontò l’asprezza con la tenacia e il coraggio del combattente comunista. Abbracciata giovanissimo la causa proletaria, svolse la sua attività già nella frazione astensionista del Partito Socialista e seguì tutte le vicissitudini della Sinistra, fisso alla milizia nel nostro movimento. A Napoli era noto per il candore della fede, per lo spirito di sacrificio che lo animava, per l’impegno che metteva nella propaganda spicciola nella diffusione della nostra stampa, nel collegamento fra i compagni.

Con Eduardo Magnelli scompare un combattente della vecchia guardia, intransigente e fedele, generoso e leale.

Ne evochiamo la figura con viva commozione, con infinito rimpianto.