Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1971/19

La verità dietro il mito del Vietminh pt. 3

LA LOTTA NEL SUD: IL FNL

Il Sud Vietnam era, ed è ancora oggi, la regione di massima concentrazione della proprietà terriera. Dopo il lancio della riforma agraria, durante la guerra antifrancese, i contadini avevano scacciato i latifondisti e occupate le loro terre. Dopo gli accordi di Ginevra le forze del Vietminh devono ritirarsi dal sud e lasciare campo libero al ritorno dei latifondisti e alle sanguinose repressioni che li accompagnarono.

Il governo Diem, creato dagli USA, inizia subito la restaurazione della grande proprietà fondiaria. I contadini devono abbandonare le terre che avevano occupato dopo il lancio della riforma agraria (circa 2.000.000 di ettari), e questo risultato è ottenuto attraverso una serie di sanguinose spedizioni nelle campagne.

Nel 1956 Diem vieta ai villaggi di eleggersi propri rappresentanti secondo la tradizione dei comuni, e nomina dei capi villaggio governativi (gli Ac On). I governo fantoccio istituisce inoltre dei tribunali speciali viaggianti, che seminano il terrore nelle campagne.

L’operazione di restaurazione dei latifondisti dà buoni risultati; basti pensare che nel 1957, l’1% dei proprietari dispone del 44% della superficie coltivata a riso, mentre nel 1934 11% dei proprietari ne disponeva il 35,8%.

Il movimento di guerriglia, con cui i contadini tendono a difendersi dalle repressioni, inizia spontaneamente, molto prima della formazione del Fronte Nazionale di Liberazione; secondo quanto scrive Jean Chesneaux (op.cit), «per cinque anni, dal 1954 al 1959, i contadini dei villaggi del Sud subirono senza reagire le perquisizioni, le rappresaglie, gli atti di terrorismo della polizia e dell’esercito di Diem. Tutto ciò veniva chiamato a Saigon la “caccia alle streghe”, vale a dire la persecuzione contro i vecchi membri della resistenza e contro tutti i sospettati di avere con essi rapporti più o meno stretti».

Da parte della RDV non c’è nessun appoggio né materiale né propagandistico all’insurrezione; anzi, i dirigenti vietminh che ancora si trovano nel Sud sostengono che si deve evitare ogni ricorso alla violenza, per non essere accusati di violazione degli accordi di Ginevra. Uno degli esponenti del Fronte, Quyet Thang, dichiara a Proposito di questo periodo: «Furono date direttive rigorosissime in vista di un. strettissimo rispetto di Ginevra: (in nessun caso andammo al di là della lotta politica legale (…) Ciò ci costò dure perdite, i nostri migliori compagni. E ci occorse un intero anno per spiegare e convincere tutti che era la linea giusta» (citato da Lê Châu).

La stampa opportunista tende generalmente a sottolineare questa posizione del governo nordvietnamita, e la riporta volentieri a dimostrazione della sua “buona volontà di pace” e della aggressività degli americani. La posizione tenuta dalla RDV dimostra invece che essa, in linea con le decisioni delle grandi potenze, ha ormai accettato come definitiva la spartizione del paese in due. Del resto, la “volontà di pace” non costituisce certo un merito quando si ha a che fare con un avversario più forte.

Il FNL, formato nel 1960, è una continuazione della politica del Vietminh; esso inquadra e dirige un movimento di lotta armata con un programma che rimane al disotto dei limiti a cui si possono spingere le stesse rivendicazioni borghesi. Questo, naturalmente, non toglie nulla al valore e all’eroismo dei vietcong, ma la violenza della lotta contrasta con la timidezza delle rivendicazioni.

Il Fronte, allo stesso modo del vecchio Vietminh, agita il fantasma dell’unità nazionale: «La forza che garantisce l’adempimento del compito di combattere contro l’aggressione americana e di salvare il nostro paese è la grande unione nazionale. Il Fronte nazionale di liberazione del Vietnam meridionale sostiene costantemente la unità di tutti i ceti e classi sociali». Esso mira al rovesciamento del governo fantoccio, alla proclamazione di libere elezioni, e alla creazione di «un governo democratico di unione nazionale che includa le personalità più rappresentative dei vari ceti sociali».

Non è tipico della borghesia affermare di voler esercitare il potere in nome di tutti le classi sociali? I rivoluzionari non hanno mai nascosto di rappresentare gli interessi di una sola classe e di voler prendere il potere in nome di una sola classe!

Sul piano economico il Fronte proclama, da una parte la confisca delle proprietà degli americani «e dei loro agenti crudeli» e la necessità di «garantire agli operai e agli impiegati il diritto di partecipate alla gestione delle imprese»; dall’altra, la volontà di «proteggere il diritto di proprietà dei cittadini sui mezzi di produzione».

Riguardo al problema della riforma agraria dichiara di voler attuare la parola d’ordine «la terra a chi la lavora». Le misure che vengono indicate sono però, come sempre, ambigue: «Confiscare le terre degli imperialisti americani, e degli agrari crudeli e impenitenti (?) loro servi, e distribuirle ai contadini senza o con poca terra (…) Lo Stato tratterà l’acquisto delle terre dei proprietari fondiari che ne posseggono oltre un certo limite variabile a seconda della situazione. Le terre appartenenti ai “proprietari assenteisti” saranno affidate ai contadini (…) A questo proposito saranno prese misure adeguate in un secondo momento tenendo presente l’atteggiamento politico di ogni proprietario fondiario». «Infine, bisogna incoraggiare i proprietari di culture agricole industriali e di frutteti a gestirli. Rispettare i diritti legittimi sulla proprietà della terra della chiesa, del clero buddista e della Santa Sede caodaista».

Nei confronti dei lavoratori il FNL dichiara di voler attuare la giornata di otto ore e anche, con uno spiccato senso dell’umorismo, di voler «creare le condizioni per il riposo e il divertimento». Ma la parte seria è questa: «creare un sistema di salari e di incentivi per l’aumento della produttività».

Ecco l’atteggiamento del Fronte nei confronti delle lotte operaie: «comporre le controversie tra imprenditori e lavoratori mediante trattative fra le due parti con l’azione di mediazione del governo nazionale democratico». Parole che ascoltiamo dai ministri di ogni Stato borghese: – Perché ricorrere agli scioperi? – I contrasti tra lavoro e capitale saranno risolti mediante una pacifica trattativa, con la mediazione dello Stato… del capitale.

Il Fronte non afferma esplicitamente di avere accettato come definitiva la spartizione del paese in Nord e Sud; però, proclamando di voler costituire un «Vietnam meridionale indipendente», mostra di non volere la riunificazione del paese (a conferma di ciò sta la formazione di un Governo Rivoluzionario Provvisorio, avvenuta nel 1969): « La riunificazione del Vietnam sarà realizzata a poco a poco e con mezzi pacifici, sulla base di negoziati tra le due zone, senza che nessuna delle due parti eserciti pressioni sull’altra e senza interferenze straniere» (Programma del 1965, riportato da Lê Châu).

Bisogna notare infine che in questo programma non si trova mai la parola “socialismo” (sebbene oggi sia divenuto un termine così innocuo).

Nel 1959 il regime Diem organizza le cosiddette “agrovilles”, campi di concentramento in cui i contadini erano raggruppati e tenuti sotto stretta sorveglianza poliziesca. Nel 1962 americani e fantocci tentano di attuare il “piano Staley-Taylor”, secondo il quale tutta la popolazione rurale del Sud Vietnam doveva essere concentrata in migliaia di campi di concentramento. Questo piano finisce in un completo insuccesso.

I guerriglieri riportano alcune brillanti vittorie militari nel 1963 (ad Ap Bac) e nel 1964 (a Binh Gia), mentre l’esercito fantoccio è decimato dalle diserzioni.

Le condizioni di vita dei proletari del Sud sono veramente da fame; basti pensare che nel 1962 negli uffici di collocamento era iscritto il 40% della popolazione lavoratrice. L’invasione di merci USA, i famosi “aiuti”, hanno in breve liquidato la debole industria locale. Nel settore tessile, uno dei più importanti, l’80 % degli addetti è stato licenziato.

Nell’autunno del 1963 Diem, ormai compromesso, viene assassinato dalla CIA. Per tutto il 1964 si succedono colpi e contraccolpi di Stato tra le varie bande di funzionari.

Nel 1965 iniziano i bombardamenti e l’intervento massiccio degli USA. I bombardamenti non hanno solo obiettivi militari ma anche scopo terroristico: ad esempio sono usate bombe speciali (esplodenti a mitraglia) studiate non tanto per distruggere fabbricati, ponti, ecc., quanto per fare il maggior numero di vittime e terrorizzare al massimo la popolazione.

I fatti più recenti sono conosciuti: nel 1968, il Fronte ottenne una brillantissima vittoria, la cosiddetta offensiva del Tèt; nel suo corso, secondo le cifre fornite dal FNL, sono messi fuori combattimento 380.000 soldati nemici, 4.400 aerei e elicotteri, 4.560 mezzi blindati, 700 cannoni, 500 unità navali, 500 depositi di materiale bellico.

Nel maggio 1970 gli USA lanciano una offensiva in Thailandia e Cambogia, ma ben presto fallisce, e il Fronte, nel suo contrattacco, distrugge l’intera aviazione cambogiana. L’offensiva nel Laos, lanciata nel febbraio 1971, sta subendo la stessa sorte.

In questa guerra, gli americani fanno uso dei loro enormi mezzi finanziari con una crudeltà e un cinismo mai visti; ogni giorno si ha notizia di massacri di abitanti di interi villaggi, distruzione di foreste, torture inflitte ai prigionieri. Gli ex giudici di Norimberga hanno imparato alla perfezione dai nazisti, loro ex imputati, la tecnica dello sterminio, e la applicano con mezzi cento volte superiori.

Ma se i mezzi di distruzione dell’esercito americano sono di una potenza formidabile, il morale dei soldati è sotto zero: le truppe sono tenute insieme solo dal terrore e dalla forza del denaro. Nessun elemento psicologico induce il soldato americano a combattere: – La “difesa della Patria e del popolo americano”? Ma dove? A migliaia di chilometri di distanza dal proprio paese e contro un nemico debole e male armato? – La “difesa del Mondo Occidentale e dei valori di democrazia e libertà”? Ma come? Con la tortura? Con il massacro della popolazione civile? La propaganda del governo USA può sostenere tutto quello che vuole, ma i tentativi di verniciare di nobili ideali questa guerra di quattrini appaiono sempre più ridicoli.

Il 45% dei militari americani nel Vietnam fa uso di droga (solo nel 1970, 11.000 soldati americani sono stati arrestati per uso di droga). Spesso i soldati si rifiutano di partire per operazioni belliche; vi sono casi di aperte ribellioni, con sparatorie e uccisioni di ufficiali. Il colonnello dei marines, Robert Heinl, in un articolo su Armed Forces Journal, scrive: «Ciò che resta del nostro esercito nel Vietnam è in uno stato vicino al crollo; delle unità evitano il combattimento o lo rifiutano, assassinano ufficiali e sottufficiali e, quando non sono inclini all’ammutinamento, sono vittime della droga e dello scoraggiamento» (citato L’Unità del 7 luglio 1971). Nel 1970 vi sono stati 35 casi di insubordinazione ufficialmente riconosciuti (ma molti altri non sono stati resi noti).

Gli ufficiali più odiati si vedono porre sul capo taglie da 50 a 1.000 dollari. Nel 1969, sulla testa del colonnello Weldon Honeycutt, che aveva ordinato sanguinosi attacchi suicidi, pendeva una taglia di 10.000 dollari. Secondo il colonnello Heinl, nell’esercito operano 14 organizzazioni “pacifiste”; fra le truppe USA sono distribuiti ben 140 giornali clandestini; uno di essi lanciò questa parola d’ordine: «Non disertate. Andate nel Vietnam e uccidete il vostro comandante». Nel solo 1970, vi sono state tra gli americani 65.000 diserzioni.


* * *


La guerra del Vietnam è divenuta il prototipo delle lotte antimperialiste: non è un caso isolato, e se ne ricavano preziosi insegnamenti di carattere generale.

Da molti decenni, praticamente, gli unici moti di ribellione dallo sfruttamento che assumono forme di violenza armata sono quelli che si verificano nel cosiddetto Terzo mondo.

Quali ne sono le ragioni? Il proletariato dei paesi occidentali ha forse definitivamente ripudiato la violenza armata? È questa una conferma della teoria “terzomondista” della “campagna che assedia la città”? I terzomondisti si limitano a constatare un dato di fatto: che cioè il proletariato occidentale, da molti anni, non esce dalle lotte legali. Ma, invece di spiegarne i motivi, accettano questo stato di cose come definitivo, e ne traggono la conclusione che il proletariato occidentale è ormai “imborghesito” e che l’avanguardia della rivoluzione mondiale non è più nelle città di occidente bensì nelle lotte antimperialiste che si svolgono nei paesi sottosviluppati, nella “campagna”.

Che Guevara, nella prefazione al libro di Giap Guerra del popolo, esercito del popolo, affermava: «Quest’opera (…) pone questioni di interesse generale per il mondo in lotta per la propria liberazione. Si possono riassumere così: la fattibilità della lotta armata in condizioni particolari che abbiano annullato i metodi pacifici della lotta di liberazione». Guevara ammetteva quindi la possibilità di una “via pacifica” mentre prospettava la lotta armata in “particolari condizioni” in cui quella non fosse possibile.

In effetti, da oltre 50 anni il proletariato occidentale batte la via pacifica. Quali sono i risultati?

Oggi, per effetto della crisi di regime dell’economia capitalistica, le condizioni di vita della classe operaia d’occidente peggiorano sempre più e la disoccupazione cresce in tutto il mondo. Il permanere del proletariato occidentale sui binari della lotta pacifica e legale ha permesso all’imperialismo internazionale di stroncare ogni movimento di ribellione delle masse sfruttate del “terzo mondo”. La lotta del Vietnam dimostra come la possibilità di vittoria di ogni lotta antimperialista sia indissolubilmente legata all’atteggiamento del proletariato dei paesi industrializzati. Finché il proletariato occidentale rimarrà sulla “via pacifica” in cui cercano di trattenerlo le organizzazioni opportuniste legate a Mosca e Pechino, nessuna di queste lotte avrà speranza di successo.

L’opportunismo tuttavia svolge la sua azione non solo in occidente, ma anche nel terzo mondo, dove cerca di legare il proletariato alle rivendicazioni della borghesia nazionale e di impedire che esso si formi una organizzazione autonoma separata dalle altre classi.

Oggi, nonostante l’avanzare della crisi economica, il proletariato occidentale dà ancora solo qualche timido segno di vita e l’imperialismo mantiene le sue posizioni in tutto il mondo. Se ne deve forse trarre la conclusione che l’imperialismo è invincibile e che l’armata degli Stati Uniti, la più potente e numerosa che si sia mai vista, riuscirà sempre a mantenere l’attuale ordinamento sociale? No certo. Chi pilota gli aerei americani? Chi guida i carri armati? Chi fa funzionare i cannoni? Che paura faranno le bombe quando i piloti rossi si rifiuteranno di partire? Che paura farà la possente flotta USA quando i marinai rossi butteranno in mare i loro ufficiali? In quale direzione spareranno le armi dell’esercito USA, quando il risorto Partito Internazionale della classe operaia eserciterà su di esso la sua influenza?

La lotta contro l’imperialismo si combatte prima di tutto qui, in occidente, non con manifestazioni e canzoni di protesta, ma con la lotta contro l’opportunismo e con la ricostituzione del partito mondiale della classe operaia.

Qualche lezione dagli avvenimenti del Sudan

Sono due mesi circa che il Sudan è stato scosso da un ennesimo colpo di Stato, sanguinosamente represso da Numeiry grazie all’aiuto libico-egiziano. Ciò che emerge una volta di più dagli avvenimenti sudanesi è che: 1) un paese sottosviluppato, per quanti sforzi faccia, non può da solo accedere all’indipendenza economica e quindi politica dall’imperialismo, dal quale anzi viene ancor più a dipendere; 2) le borghesie nazionali dei paesi coloniali ed ex coloniali hanno dimostrato di non essere neppure in grado di compiere la loro rivoluzione e perciò di subire di volta in volta l’influenza o il dominio di questo o quel paese capitalisticamente progredito; 3) presi nel vortice della guerra di conquista dei mercati mondiali, anche i tentativi di sottrarsi al dominio imperialistico mediante federazioni multinazionali sono votati al fallimento; 4) il proletariato urbano e rurale, là dove esiste ed è organizzato, non può attendere dalla «propria» borghesia alcun sensibile miglioramento delle proprie condizioni di vita, alcun sollievo dallo stato miseria e di umiliazione in cui versa; 5) solo il collegamento col movimento operaio internazionale, sopratutto dei paesi capitalisticamente evoluti, riuscirà a strapparlo dal supersfruttamento cui è sottoposto, nel quadro della lotta rivoluzionaria per l’abbattimento del regime capitalistico in tutto il pianeta.

Il massacro dei comunisti sudanesi, come già di quelli dello Irak, dell’Indonesia, della Siria e dell’Egitto, è il tragico risultato della tattica della collaborazione di classe che partiti filorussi hanno sempre seguito, soprattutto nel cosiddetto «terzo mondo», e che noi soli denunciammo fin dal 1926-27 che vide la disintegrazione del partito comunista cinese nel Kuomintang di Ciang Kai-shek e i massacri di Shangai e Canton. Non è un episodio fortuito, o un «incidente» ma il punto di approdo necessario di una visione distorta degli obiettivi e dei compiti della classe operaia nelle rivoluzioni nazionali coloniali.

Indipendenza instabile

Un breve scorcio storico ci offrirà una più esatta inquadratura della situazione non solo del Sudan, ma di molti paesi giunti all’indipendenza in seguito allo sfacelo dell’immenso impero coloniale britannico.

Nel dicembre del 1955, il Sudan si scrollava di dosso il condominio anglo-egiziano costituendosi in Stato indipendente; morivano così le ambizioni egiziane a un’unione politica per creare un grande Stato nell’area mediorientale africana, e con esso controllare il Canale di Suez e gran parte del Golfo Persico. Se da un lato il Sudan si sottraeva al giogo coloniale britannico, dall’altro all’Inghilterra interessava di più conservare la propria influenza su una giovane Repubblica che vedersene irrimediabilmente sfuggire il territorio. La più vecchia potenza colonialista del mondo appoggiava – può sembrare un paradosso – l’indipendenza dei paesi già sottoposti al suo controllo politico e militare, nella convinzione di poterne così mantenere e forse rafforzare i legami di dipendenza economica e finanziaria. Del che, nella fase imperialistica, il colonialismo storico diviene un controsenso: il dominio mondiale degli USA poggia su ben altro che sul possesso di colonie nel senso tradizionale della parola!

La Repubblica Sudanese eredita dal passato un groviglio di problemi destinati a sconvolgerne periodicamente la vita, primo fra tutti quello delle provincie meridionali. Il Sudan, infatti, è diviso in due grandi aree etniche: il Nord, abitato da popolazioni arabe e nilotiche con tradizioni e civiltà islamiche; il Sud, abitato da popolazioni di razza nera con civiltà molto arretrata e praticanti un misto di cristianesimo e di animismo. Il Nord è più sviluppato dal punto di vista industriale e commerciale e gode di uno sbocco al mare (Port Sudan); il Sud vive in genere su vaste piantagioni di cotone i cui grossi proprietari sfruttano, nel quadro di rapporti in parte precapitalistici, una massa di contadini in condizioni di miseria estrema.

Già in un articolo apparso nel nr.1 del 1956 e intitolato Dietro l’indipendenza del Sudan, notavamo come non fosse «la prima volta che popolazioni soggette alla dominazione britannica si rivelano, nel momento in cui si apprestano ad emanciparsi dagli antichi padroni e ad avviarsi verso indipendenza, politicamente divise» (Il caso del Pakistan, diviso in due tronconi separati dall’immenso spazio dell’India continentale, è più che eloquente). L imperialismo colonialista, costretto a ritirarsi dai suoi ex-territori, «lo fa lasciando sui posti abbandonati pericolose mine politiche, destinate ad indebolire o rendere precarie le nuove istituzioni statali». La diagnosi ha ora trovato un’ennesima conferma.

Da allora, una serie di colpi Stato ha cambiato la «guardia» al vertice del potere ma non ha risolto nessun problema, meno che mai quello delle tre provincie meridionali. Il partito Umma. rappresentante degli interessi dei proprietari terrieri del Sud, partito unionista, esponente degli interessi della borghesia commerciale del Nord, si sono alternati al governo, servendo a loro volta gli interessi di potenze ben presto ridottesi a tre: Stati Uniti, Germania e URSS. Nel maggio del 1969, con la ascesa al potere di Numeiry e Awadallah, sembrava che la bilancia dovesse pendere definitivamente a favore dell’URSS; la rottura delle relazioni con gli Stati Uniti e la Germania, accusati di istigare il separatismo sudista, l’avvicinamento alla RAU di Nasser, i rapporti diplomatici commerciali instaurati con paesi dell’area moscovita e con la Cina, parevano confermare questa inversione di rotta. Lo stesso partito comunista sudanese di Majhoub appoggiava Numeiry, che se «criticamente», e l’orgia diplomatica faceva dire al presidente della nuova Repubblica, Awdallah, che «il nostro socialismo è specificamente sudanese ed è sulla base delle nostre proprie tradizioni che edificheremo il nuovo Sudan», mentre Numeiry si professava «un socialista moderato che crede al nazionalismo arabo» (Jeune Afrique, nr.440 – 1969). Presto, tuttavia, l’inconsistenza non solo dell’ennesima «via nazionale al socialismo» ma della stessa «via» allo sviluppo economico e sociale del paese si rivelava in tutta la sua crudezza, con l’incapacità politica della borghesia sudanese e col fallimento della politica estera moscovita. Le famose «mine» esplodevano a ripetizione.

Ancora una volta, erano gli eterni problemi delle minoranze razziali del Sud a provocare convulsioni sociali e politiche. La guerra «di guerriglia» nelle provincie meridionali, tesa ad ottenere l’autonomia dal potere centrale di Khartum, dura quasi ininterrottamente dal 1963. A nulla sono valse le dichiarazioni secondo le quali «il nostro arabismo» non si oppone «al nostro africanismo». Il Sudan, benché geograficamente lontano dall’area del Medio Oriente, gravita per forza di cose a nord, verso i ricchi paesi confinanti arabi, Egitto e Libia. Il ciclo di sviluppo del paese non può che avvenire nelle regioni del Nord, dove esistono strade, ferrovie e centrali idroelettriche, distaccandosi sempre più dall’arretrato sud agricolo. E’ nostra vecchissima e ultradimostrata tesi che il capitale, per quanto piccolo, tende sempre ad investirsi là dove può più rapidamente riprodursi. Ciò vale tanto per i paesi capitalisticamente evoluti quanto per i paesi sotto-sviluppati – anzi, maggior ragione per questi ultimi che dipendono essenzialmente da investimenti e prestiti esteri.

La tragedia del proletariato sudanese

Queste tensioni sono caratteristiche di tutti i paesi ex-coloniali, e sono una delle ragioni per cui, resesi «indipendenti», le gracili borghesie indigene hanno affidato e affidano non solo il mantenimento dell’ordine, ma l’esercizio del potere, delle forze armate (istruite e rifornite da questa o quella potenza imperialistica) e tali forze assumono dimensioni apparentemente sproporzionate alle risorse economiche interne: la repressione nel sangue è all’ordine del giorno, soprattutto se, a complicare la faccenda, esiste – come appunto esisteva nel Sudan – un proletariato numericamente piccolo, ma combattivo e organizzato. Qui infatti, come in Egitto, avevano una storia relativamente lunga forti associazioni operaie che, mentre testimoniavano la presenza organizzata di un numero considerevole di proletari, non potevano non essere in diretto e permanente contrasto con lo Stato per le indegne condizioni di vita e per l’atroce sfruttamento cui era ed è sottoposta la manodopera negra nel Sud.

Non caso le borghesie ferocemente anticomuniste dell’Egitto e della Libia si sono affrettate a intervenire contro l’autore del colpo di Stato «di sinistra» del 19 luglio scorso; non caso lo stesso El Atta e il dirigente comunista filomoscovita (che però sembra non godesse più, per il suo «estremismo», tutto il favore del Cremlino) Majhoub, sono stati massacrati seduta stante; non a caso, subito dopo, è stato passato per le armi il leader sindacale El Sceikh.

E forse che, di fronte alla distruzione fisica del movimento operaio organizzato e del partito comunista, Mosca e Pechino hanno mosso un dito? La prima è stata zitta durante il brusco «controcolpo»; poi si è limitata a chiedere.. grazia per Majhoub; infine, ma molto debolmente, ha elevato proteste diplomatiche, preoccupandosi però essenzialmente di sapere che cosa il vittorioso Numeiry intendesse fare delle proprietà sovietiche e come vedesse il futuro dei rapporti commerciali. «Pur ribadendo – dichiarava la Tass – i principi della non ingerenza negli affari interni, si sono registrati alcuni atti che colpiscono i buoni rapporti URSS-Sudan, e danni alle proprietà sovietiche nel Sudan. Si chiede se i dirigenti sudanesi siano intenzionati a mantenere rapporti di amicizia [cari, questi!]». Un comunicato simile non era certo atto a placare la furia della reazione antioperaia, che, anzi, è continuata per giorni e giorni. Se Mosca belava, Pechino a sua volta si congratulava con Numeiry, registrando «positivamente il [suo] ritorno al potere» come già aveva fatto per il Bengala e per Ceylon. Evidentemente, l’uranio, l’oro e il ferro di cui è ricca la parte meridionale del Sudan è un bottino troppo ghiotto per uno Stato tutto impegnato nell’accumulazione di capitale e nella politica di grande potenza: altro che fornire «aiuti» ai popoli del «terzo mondo» per la lotta contro l’imperialismo!

Si è continuato per anni a vantare il ruolo delle masse dei paesi sottosviluppati, che, secondo le teorie maoiste e marcusiane, avrebbero dovuto sostituire nella lotta antimperialista il proletariato dei paesi industriali ormai «imborghesito», nell’atto stesso in cui, avendo distrutto l’Internazionale Comunista e messo i partiti comunisti al servizio delle rispettive borghesie nazionali, si combinavano affari tra i meandri della diplomazia; ed ecco che il fulmine a ciel sereno ha riportato allo scoperto i reali interessi al fondo delle vicende del Sudan come di quelle del Viet-nam. E il partito comunista sudanese, che aveva sempre appoggiato le forze borghesi e militari confidando nella loro promessa di instaurare una repubblica democratica e di stringere buone relazioni coi paesi socialisti, ha subito la tragica sorte dei rivoltosi. Che cosa è valso predicare per anni un «fronte democratico» con tutte le forze del paese, dai «militari-democratici» al «capitalismo-nazionale», se non la defezione di una parte dello stesso partito, fusasi col partito unionista, e l’incapacità di presentarsi alle masse contadine diseredate e al proletariato urbano come rappresentante loro veri interessi generali contro tutte le altre classi? Al momento decisivo, il proletariato sudanese si è trovato solo, disarmato nella teoria come nella pratica, e ha dovuto subire una repressione tanto più bestiale, quanto più tentava di resistere. E quale solidarietà è stata data ai fratelli sudanesi dai comunisti degli altri paesi? Solo un impotente piagnisteo sui metodi adottati da Numeiry, un servile appello all’opinione pubblica perché salvasse la democrazia colpita a morte sulle sponde del Nilo; e neppure un minuto di sciopero dei proletari organizzati all’insegna di tutte le Botteghe Oscure mondo!

Ma di questa «solidarietà» i proletari sudanesi, come i proletari di qualunque altro paese, non sanno che farsene. Con la storia delle «vie nazionali al socialismo» si è in realtà strappato dal cuore del proletariato il senso vivo della solidarietà di classe, si è distrutto il concetto stesso di socialismo sostituendolo con una orribile miscela di democrazia e nazione, coi miti osceni della «propria» economia e della propria «patria patria». I corpi martoriati dei proletari e militanti sudanesi ne sono la testimonianza tragica!

Dopo più di cinquant’anni di controrivoluzione e d’imbonimento democratico, la ripresa di classe tarda ancora; ma è altrettanto vero che la crisi del modo di produzione capitalistico, già in atto e destinata ad acuirsi sempre più, non potrà essere affrontata che con un generale moto di classe. Il proletariato dei paesi ex coloniali non ha da contare che sul collegamento col proletariato delle metropoli imperialistiche, anche solo per primo traguardo della emancipazione nazionale: da esso gli verrà la lezione della necessità di una lotta generale contro gli imperi borghesi, lotta che presuppone un’unica guida, quella del partito comunista mondiale come organo della conquista rivoluzionaria del potere e della dittatura proletaria. Fuori da questa prospettiva, c’è solo sconfitta e morte.