Partito Comunista Internazionale

Il Sindacato Rosso (II) 11

All’assenza di un indirizzo di classe della CGIL il Partito indica alle masse il suo programma comunista

L’agonia della CGIL

L’accentuarsi e l ‘esasperarsi delle contraddizioni capitalistiche, se da una parte confermano la tesi marxista della necessità dello scontro diretto, generale, violento tra capitale e lavoro, non possono non mettere sempre più in evidenza l’azione controrivoluzionaria dei dirigenti controrivoluzionari e dei Partiti opportunisti che alla necessità storica della rivoluzione comunista oppongono l’illusorio piano di riformare il sistema, di lotta articolata per conquiste graduali, invocando la pace sociale fra le classi. I fatti parlano da soli: più di un milione di disoccupati, che vanno crescendo ogni giorno, migliaia le fabbriche chiuse per sempre, intere zone industriali stanno morendo a causa della crescente anarchia con cui procede l’economia capitalistica alla ricerca di sempre più alti profitti (Battipaglia è uno dei tanti esempi) provocando l’emigrazione di migliaia di proletari verso il nord che inevitabilmente aumenteranno la concorrenza all’interno della classe operaia, frenetico aumento dei ritmi di lavoro e il salario sempre più svalutato dall’aumento del costo della vita.

Questa la risposta sul piano economico al roseo piano di riforme dell’opportunismo, mentre su quello politico, alla pace sociale e alla collaborazione fra le classi voluta dai bonzi, si risponde con la repressione violenta e con la preparazione di squadracce bianche, in vista di un futuro assai incerto per le sorti del capitale, tant’è che la stessa borghesia parla di un nuovo «1919». Ecco quindi che la borghesia si prepara a difendere il suo avvenire di classe con i mezzi che le sono congeniali e cioè con la repressione e la dittatura. Noi marxisti ci prepariamo a vibrare il colpo decisivo ad un sistema di produzione ormai decadente intensificando la preparazione rivoluzionaria del proletariato, difendendo l’invarianza del nostro programma storico e della nostra tattica rivoluzionaria, mentre l’opportunismo si dibatte alla ricerca dello spazio politico, per le sue manovre controrivoluzionarie, che va riducendosi sempre più. Unica ancora di salvezza per i bonzi e per i partiti opportunisti è il tentativo di mantenere la classe operaia priva della visione generale dei suoi interessi immediati, di impedirle che saggi la capacità rivoluzionaria della sua forza collettiva e soprattutto che prenda coscienza della necessità di avere una direzione politica, legandosi al partito rivoluzionario, per gli elementi naturali e spontanei derivantigli dalla sua posizione sociale nella produzione.

È con questo impegno controrivoluzionario che i bonzi si preparano al VII Congresso, ed i «temi» congressuali proposti dal Consiglio Generale della CGIL, riflessi nella relazione di Novella, rispondono pienamente a questa necessità opportunistica. Essi infatti si presentano al Congresso senza un programma generale: «Il documento “Temi per il dibattito” avrà un carattere indicativo, non avrà il carattere di progetto di tesi o di risoluzione finale del Congresso… esso conterrà inoltre dei punti sui quali il Centro Confederale non prenderà posizione… non esclude anzi implica documenti particolari dei Congressi dedicati alle esperienze e alle prospettive locali».

Così il Centro Confederale viene meno alla sua funzione direttiva.

Esso teme di dare ai proletari una visione generale delle loro lotte, una piattaforma rivendicativa unitaria comune a tutta la classe operaia che inevitabilmente porterebbe alla negazione della lotta articolata e delle «varie realtà aziendali»; esso vuole mantenere gli operai divisi da una visione corporativa aziendale e individuale dei propri interessi e delle lotte che sulla base di questi interessi si svolgono.

È evidente che le conclusioni che usciranno dal Congresso non esprimeranno gli interessi collettivi e le generali prospettive di lotta della classe operaia, ma la somma di pareri individuali o di valutazioni locali, necessariamente differenziati, come differenziati sono i salari dei vari settori operai ed il grado della loro coscienza sindacale.

I bonzi sindacali avrebbero fatto volentieri a meno anche del documento iniziale: «Vi è stata in segreteria, continua Novella, la preoccupazione di una influenza negativa del documento iniziale… l’avvio di un dibattito senza un documento iniziale non ci è parso tuttavia opportuno. La mancanza di un punto di riferimento confederale poteva farci correre il rischio della utilizzazione in questo senso di documenti generali esterni al movimento sindacale…». Ora, fino a prova contraria, al Congresso partecipano solo operai e solo la base operaia nella sua parte più cosciente può sentire l’esigenza di un programma generale di classe.

Il pericolo per i capi traditori della CGIL deriva dal formarsi all’interno del movimento operaio in seguito all’aggravarsi delle condizioni economiche e sociali di una coscienza di classe capace di scavalcarli e di bloccare la loro criminale azione. Infatti Novella continua: «Impulsi anche contraddittori sono poi venuti in taluni punti dello schieramento sindacale, come espressione di uno stato di inquietudine e di scontento insorgente di fronte alla accresciuta pressione padronale, ma anche di fronte a nostre lacune, deficienze, ritardi… di fronte all’ impellenza dei problemi di una condizione operaia che si esaspera, i nostri vuoti e le insufficienze del movimento sindacale lasciano spazio ad altre forze o allo spontaneismo…».

Ecco gli interrogativi che Novella pone all’apparato controrivoluzionario della CGIL: come conciliare una situazione economica di crisi, che spinge larghi strati operai a radicalizzarsi su posizioni di classe, con la politica confederale pacifista e collaborazionista? Come mantenere il controllo sulla classe operaia?

La soluzione controrivoluzionaria c’è; si tratta di farla accettare alla classe operaia.

Essa consiste nell’accelerare il processo di smembramento aziendale e corporativo degli operai e di distruzione sistematica della CGIL nel «nuovo» sindacato unificato, in breve nell’ imprigionamento dei lavoratori in un sindacato statale o fascista. In questa prospettiva controrivoluzionaria, le dirigenze sindacali forzano i tempi per la creazione di organi aziendali, le Sezioni Sindacali d’azienda, con «prerogative deliberative», «autonome e indipendenti dal Sindacato, Comitati di reparto, di linea, ecc., istituzionalizzano il referendum. Vale a dire che lo sciopero non sarà più un’arma di lotta di classe, ma sarà il risultato dell’indice di gradimento dei singoli operai!

L’organizzazione si frantuma, si privatizza, si personalizza. Al posto del Sindacato d’industria, conquista storica della classe, il sindacato aziendale. Al posto della direzione centralizzata del sindacato operaio, il parere personale del singolo lavoratore, sia di quello peggio pagato che di quello privilegiato, del crumiro come del militante fedele, della spia della direzione di fabbrica come dell’umile operaio cosciente, del rivoluzionario come del controrivoluzionario. Ecco il risultato a cui porta la democrazia ruffiana!

Al tempo del VI Congresso la CGIL disse che le lotte articolate dovevano servire di appoggio alle lotte generali. Oggi si dice che la forma centrale della lotta è l’articolazione, nella definizione spudorata di «intreccio tra particolare e generale», dove domina sempre il «particolare», e il «generale» è un mero accidente! La «grande» visione conclusiva è la «riforma», che non riforma nulla, come i fatti e non le chiacchiere dimostrano, e quando è operante serve soltanto ad alimentare la banda dei fannulloni a carico dei lavoratori, a irrobustire le strutture repressive dello Stato. In questi ultimi venti anni tutti i provvedimenti presi e quelli che i partitacci vorrebbero che fossero presi han servito e servirebbero soltanto ad aumentare il potere del braccio militare-repressivo e di quello amministrativo burocratico dello Stato. Le riforme in regime capitalista sono sempre rivolte alla conservazione del regime e contro la classe operaia.

Dinnanzi alla constatazione, amara per i bonzi, che i lavoratori, «in particolare» i «giovani», stanno facendo la «riscoperta di forme più tradizionali di lotta, c’è tutta la volontà dell’opportunismo e del tradimento dei capi ufficiali del proletariato ad annientare qualunque tradizione di classe per impedire la rinascita e il potenziamento del Sindacato di classe. La nostra parola d’ordine «Per il Sindacato Rosso» è questa opposta volontà del proletariato rivoluzionario di strappare ai nemici del comunismo il Sindacato e di farne uno strumento generale della classe operaia, per marciare a ranghi serrati verso l’abbattimento del potere del capitale.

Alla totale assenza di principi il «documento» della CGIL sopperisce con una insistente richiesta di addivenire in fretta e furia all’«unità organica» con CISL e UIL. È questa una tappa che i bonzi considerano fondamentale per diventare finalmente funzionari di Stato. Dopo l’«unità», il riconoscimento giuridico dei Sindacati, cioè il loro inserimento negli organi dello Stato capitalista. Addio lotte, rivendicazioni, scioperi. Lo Stato si sarà veramente democratizzato, perché la classe operaia non potrà più muovere un dito.

I bonzi giustificano questa alleanza con gli avversari di ieri, con una presunta debolezza della CGIL: «Siamo fermamente convinti che nessuna organizzazione può portare avanti da sola con successo l’azione sindacale che si impone per i prossimi tempi a livello aziendale, settoriale, di categoria, e confederale». Perciò al Congresso lanceranno la proposta di dar vita nell’azienda a comitati unitari permanenti tra le organizzazioni aziendali aderenti alle tre centrali. Questo non significa aumentare la forza sindacale degli operai, ma semplicemente aumentare la schiera dei gendarmi antiproletari di guardia ai cancelli delle fabbriche per respingere quegli operai che tentassero di uscirne fuori per trasformare l’infame lotta articolata in vera lotta generale di classe. La forza del sindacato di classe sta in una piattaforma rivendicativa rispondente realmente alle necessità della classe, nell’adozione di metodi di lotta capaci di collegare, unificare e centralizzare l’azione dei vari settori operai e nella direzione politica del Partito Comunista Internazionale che possiede integralmente i principi e i mezzi per la vittoria della rivoluzione proletaria comunista.

Basi per la rinascita del sindacato operaio

Nel marasma imperante, prodotto dalle lotte tra le frazioni della borghesia e delle grandi concentrazioni internazionali del capitale finanziario affonda anche il movimento operaio, ad opera di partiti che hanno tradito e abbandonato per sempre la strada maestra della rivoluzione comunista, e di sindacati che anelano soltanto a porsi sotto la protezione dello Stato capitalista. La confusione regna sovrana ovunque. Domina la pratica, che caratterizza i periodi storici della decadenza generale, dell’assenza assoluta di programmi, di indirizzi precisi, univoci. Domina l’anarchia più assoluta, l’esistenzialismo più sbracato.

A maggior ragione, in questo stato pietoso, il partito politico di classe, il vero partito marxista rivoluzionario, non ha nulla da mutare del tradizionale programma di lotta, per cui, anche in questa circostanza del VII Congresso nazionale della CGIL, il nostro partito non ha che da riproporre le sue vecchie posizioni anche nei confronti del movimento rivendicativo della classe operaia, tratte dai principi classici ed immutabili, confermate dalle lotte proletarie di oltre un secolo, contenute nel programma di sempre del partito comunista. In occasione del VI Congresso della CGIL della fine marzo 1965 furono stese delle tesine che riassumevano queste classiche posizioni, per dare ai proletari rivoluzionari uno schema dei problemi sociali e un indirizzo di battaglia rivoluzionaria. Non abbiamo nulla da cambiare e le ripubblichiamo nel loro testo originale, salvo qualche correzione formale e precisazione di alcuni aspetti che nel frattempo si sono meglio delineati.

Partiti e gruppi politici continuano da decenni a adattarsi alla realtà, smontano e rimontano ogni giorno le posizioni del giorno prima, ma le cose restano al punto di partenza: il capitalismo domina la società. Sono risorti contestatori e cantastorie vari, con pretese di nuove e più concrete posizioni: sono spariti nello spazio di un giorno. Le cose non sono cambiate. La girandola dei voltagabbana tende alla follia nell’avvicinarsi impetuoso e tragico del crollo sociale, nel cui vortice il morente capitalismo vorrebbe trascinare la classe dei nullatenenti.

Il programma comunista resta incrollabile come il faro nella tempesta, ad indicare alle masse proletarie la via della salvezza. Il capitalismo crollerà quando la classe dei salariati imboccherà questa strada luminosa. Ecco perché tutte le energie dei comunisti rivoluzionari sono tese per far risplendere questa luce, sempre, con ogni mezzo, ad ogni costo.

1. Nella società presente, dominata da rapporti di produzione capitalistici, in cui il lavoro ha assunto la forma salariale e i prodotti del lavoro quella di capitale – lavoro e capitale come potenze sociali tra loro nemiche e inconciliabili –  in questa società la lotta tra le classi fondamentali in cui è divisa: proletariato, borghesia, proprietari fondiari, è permanente e violenta sino alla completa vittoria del socialismo nel mondo.

Lo sviluppo monopolistico del capitalismo esaspera in maniera crescente, invece di attenuarli, i conflitti di classe, in quanto la fase imperialista caratterizza lo stato agonico e putrescente delle strutture economiche e sociali.

Il capitalismo è incapace di sviluppare le forze produttive a favore di tutta la società, ed è storicamente maturo per cedere il posto ad una nuova e giovane formazione sociale. Il capitalismo è in grado soltanto di esprimere la sua interna natura parassitaria; esso subordina alla sua esistenza, fondata sull’estorsione di lavoro non pagato, di profitto, ogni risorsa tecnica e scientifica e tutte le forze produttive, mettendone parte dei frutti a disposizione di uno strato di ceti intermedi, di piccola e media borghesia e di aristocrazia operaia, i quali, perciò, sono interessati a difendere il presente regime.

2. Sospinta dalle sue contraddizioni interne, l’economia capitalista tende a concentrarsi nello Stato, entro il quale il regime del profitto trova l’unica trincea per arginare lo storico assalto proletario. Il capitalismo di stato, previsto dai classici del marxismo e genialmente descritto nel suo sviluppo recente da Lenin, costituisce quindi la forma più idonea al perpetuarsi delle condizioni di sfruttamento del proletariato.

3. Oggi ancor meglio e più apertamente di ieri, appare in vivida luce che lo Stato centrale costituisce il rappresentante degli interessi storici permanenti del capitalismo, quale che ne sia il governo, quale che sia il partito o la coalizione di partiti al potere. Per questo ogni lotta del proletariato contro il capitale, anche solo in difesa delle contingenti condizioni economiche e salariali, cozza ineluttabilmente contro lo Stato del capitale, e costituisce, sebbene ancora in forma inconscia, un’azione sovvertitrice dell’ordine costituito..

4. In questo contesto storico, sociale e politico, come non sono possibili programmi politici che stiano a cavallo degli interessi delle varie classi contrastanti, così è assolutamente inconcepibile un programma sindacale che voglia difendere gli interessi contingenti del proletariato e contemporaneamente rifiuti di battersi a fondo contro il potere dello stato rappresentante le classi privilegiate.

4. Le lotte economiche del proletariato non sono il prodotto della volontà di nessuno, esse sono imposte dal regime sociale esistente, nel quale da una parte la borghesia capitalista, con il suo Stato, tende a comprimere in limiti sempre più angusti le condizioni delle classi lavoratrici a difesa del suo privilegio, dall’altra le masse proletarie sono spinte a contrastare questo permanente assalto capitalista per non essere ridotte nella condizione di schiave.

5. Il sindacato rappresenta così lo strumento di difesa economica del proletariato. Ma l’efficacia di questo strumento dipende dalle forze politiche che lo manovrano, dagli obiettivi che si propongono e dai mezzi che impiegano.

6. Da oltre un quarantennio non appaiono sulla scena storica lotte rivoluzionarie autonome del proletariato, il quale è completamente prigioniero dei partiti opportunisti che dominano incontrastati tutte le organizzazioni di massa, tra cui e in primo luogo i sindacati professionali. Il sindacato, così diretto da forze politiche non rivoluzionarie, non costituisce una minaccia per il regime capitalista nemmeno sul terreno proprio della lotta economica, sebbene la centrale più forte fra tutte, la CGIL, osi ancora appellarsi « sindacato di classe ».

7. La proclamazione esplicita di fedeltà alla democrazia, alla costituzione repubblicana e allo Stato, costituisce una prova di aperto tradimento degli interessi storici del proletariato e di abbandono di ogni seria lotta a favore dei salariati. La democrazia è la forma tipica dello stato capitalista, attraverso la quale esso riesce molto più facilmente ad ingannare le masse degli sfruttati dando loro l’illusione che il sistema sociale attuale, fondato sullo sfruttamento della forza lavoro, sia eterno, e tutt’al più possa essere « corretto ». La Costituzione democratica repubblicana è la carta ufficiale di questo inganno e di questa illusione, intesa a distrarre il proletariato dal conseguimento dei suoi scopi storici, che sono l’abbattimento dell’attuale inumano regime di produzione e di vita e l’instaurazione della società comunista.

8. Mentre i capi dell’apparato sindacale tacciano di passatisti i comunisti rivoluzionari per la loro ferma volontà di riproporre a tutto il proletariato la soluzione rivoluzionaria dei contrasti sociali, essi riportano il movimento operaio indietro di oltre mezzo secolo, guidando le masse diseredate in una demagogica e sciagurata prospettiva di correzione delle strutture economiche e sociali, cancellando con un colpo di spugna il significato tragico di cinquant’anni di lotte tremende, dalle quali sono scaturite due sanguinose guerre mondiali e la conferma della dittatura del capitale.

9. L’alternativa che sta dinanzi al movimento operaio, non è « riformismo democratico o fascismo », ma: « dittatura nascosta (democrazia) o aperta (fascismo) ovvero rivoluzione proletaria comunista vittoriosa ».

10. Infatti la prospettiva agitata dalle Centrali sindacali delle riforme di struttura e della « programmazione democratica » riconduce verso un passato riformista, che la storia di questi ultimi decenni si è incaricata, spesso con la massima violenza possibile, di distruggere per sempre, mostrando che il capitalismo non è da riformare, ma da annientare.

11. Chiudere quindi le lotte rivendicative immediate dei proletari nei limiti delle « riforme di struttura », significa proclamare in anticipo la rinunzia delle Centrali sindacali a difendere seriamente il salario e il posto di lavoro; significa ribadire l’illusione che il regime fondato sul salario sia eterno; significa di conseguenza distruggere la volontà rivoluzionaria delle masse lavoratrici.

12. Nella squallida visione riformista si è inserita sempre e per intero la politica sindacale non solo delle organizzazioni di origine borghese come la CISL e la UIL, ma sciaguratamente anche della CGIL. Nell’immediato dopoguerra, in concordanza con i partiti opportunisti che costituiscono le due correnti alla direzione della CGIL, fu data la consegna controrivoluzionaria della ricostruzione della economia « nazionale », e successivamente, quando il potere capitalista era ormai ricostituito e potentemente rafforzato, quella della « lotta ai monopoli ». In questo lasso di tempo le Centrali hanno subordinato la loro politica rivendicativa alla conservazione dell’apparato produttivo e dell’economia nazionale, cioè dei sostanziali privilegi delle classi capitaliste..

13. Le lotte per rivendicare salari differenziati hanno favorito il formarsi di uno strato di operai privilegiati, meglio retribuiti, a scapito delle grandi masse salariate. Le lotte articolate hanno ulteriormente diviso il fronte della classe operaia, dando modo al padronato capitalista, alle direzioni aziendali, e agli stessi monopoli, di assorbire gradualmente l’urto e le richieste operaie, senza subire danni.
Le rivendicazioni di premi di produzione, cottimi e prestazioni straordinarie, hanno favorito l’acutizzarsi dello sfruttamento degli operai, l’estendersi della disoccupazione, e in generale lo smembramento dell’unità di classe.

14. Scioperi che avevano tutti i presupposti per riuscire delle imponenti manifestazioni di forza operaia sono stati anticipatamente svirilizzati, o deviati nel corso della lotta, nell’intento supremo di impedire collegamenti fra categoria e categoria e nel timore che le lotte, sotto la spinta delle tragiche condizioni della classe operaia, si generalizzassero e proponessero automaticamente una nuova e diversa direzione politica del sindacato.

Il dissesto economico prima (crisi del 1963) e la ripresa produttiva dopo (1967-68), risolti sulle spalle dei lavoratori, hanno indotto le centrali sindacali a sabotare ogni difesa generale degli operai, lasciando che licenziamenti, blocco reale dei salari, aumento dell’intensità e dello sfruttamento della forza lavoro, si effettuassero impunemente azienda per azienda, lasciando disperdere la collera operaia in mille episodi locali ed aziendali, per impedire che, confluendo in un unico slancio collettivo, il proletariato saggiasse la validità della lotta diretta e generalizzata contro il capitalismo, e nel contempo smascherasse nel vivo della lotta il tradimento dei capi sindacali.

15. La decantata unità sindacale perseguita dai capi CGIL con le Centrali bianche e gialle, CISL e UIL, espressione di aperti interessi padronali, non effettuandosi né potendosi effettuare sulla base di un programma di interessi generali comuni a tutti i proletari, mira piuttosto all’obiettivo della creazione di un’unica organizzazione sindacale controrivoluzionaria che imprigioni tutti i salariati; allo stesso modo che ieri l’unica organizzazione sindacale, la CGIL, fu spezzata dalla costituzione della CISL e dell’UIL nell’intento di fiaccare il più rapidamente possibile le resistenze naturali degli operai, dividendo il fronte proletario.

Il ritorno all’unità proletaria significa come ora l’abbandono completo da parte della CGIL di ogni parvenza di classe, ovvero come noi auspichiamo sarà il prodotto della crescente mobilitazione di classe dei salariati decisi a ritrovare un’unica organizzazione compatta ed invincibile, il cui presupposto è la sostituzione dei capi traditori con dirigenti fedeli agli interessi operai.

Per la direzione comunista del Sindacato

16.  Il dissesto economico ha messo in luce l’incapacità dei capi sindacali a proporre al proletariato soluzioni efficienti in difesa del salario e del posto di lavoro; come ha dimostrato chiaramente l’assoluta impossibilità in regime capitalista di evitare disastri economici, di ottenere un’armonica evoluzione dell’economia. Nuove e più profonde crisi porranno sul tappeto l’ineluttabile scontro diretto fra proletariato e stato capitalista per metter fine a questa corsa folle verso la distruzione di uomini, mezzi ed energie.

17. I comunisti rivoluzionari, sulla scorta della secolare esperienza delle lotte proletarie, constatano che gli attuali capi infedeli dei sindacati non se ne andranno dai loro posti di dirigenza se non dopo essere stati scacciati dagli operai con una non breve lotta tendente a eliminare dalle proprie file i traditori e i venduti alla borghesia. Questa lotta, forma evoluta della lotta di classe, si effettuerà nella misura in cui i proletari decideranno di passare da una supina acquiescenza alle influenze opportuniste, alla ferma determinazione di difendere con ogni mezzo la loro esistenza, i loro salari, il loro posto di lavoro, rifiutandosi di difendere interessi nazionali, patriottici, repubblicani, costituzionali, dietro cui si nascondono solo i privilegi capitalistici; rifiutandosi di subordinare le loro lotte economiche alla demagogica lotta per le riforme di struttura.

18. Questa lotta sarà possibile nella misura in cui il proletariato farà suo il programma rivoluzionario comunista; sarà vittoriosa a condizione che si faccia dirigere dal suo partito di classe, il Partito Comunista Internazionale. Per questo i comunisti rivoluzionari non si propongono la creazione di nuovi sindacati, finché sarà possibile svolgere opera rivoluzionaria in quelli attualmente esistenti, finché la CGIL non rinuncerà anche formalmente agli attributi di classe ai quali si richiama, e non vieterà la costituzione di correnti nel suo seno.

Essi si organizzano in gruppi comunisti nelle fabbriche e nei sindacati, per diffondervi il programma rivoluzionario del partito di classe e per procedere alla conquista dei posti direttivi nei Sindacati.

19. L’affermarsi in seno ai Sindacati del programma comunista rivoluzionario garantirà lo svolgimento rivoluzionario della lotta delle masse, premessa essenziale perché i Sindacati non siano catturati dallo stato capitalista e possano costituire l’organizzazione unitaria del proletariato in difesa dei suoi interessi economici e in vista della preparazione dell’assalto al potere.

20. Man mano che si acutizzano gli urti fra le masse diseredate da una parte e le classi privilegiate e il loro Stato dall’altra, si rende sempre più impossibile la continuazione di una politica cosiddetta neutrale, equidistante dai partiti e dallo Stato, quale vantano di perseguire i bonzi della CGIL.

In realtà nel dichiararsi fedeli custodi del metodo democratico, essi si pongono obiettivamente al servizio del regime capitalista e legano le condizioni e le sorti del proletariato a quelle dello stato capitalista. Giusta l’insegnamento di Lenin e della Sinistra i sindacati non possono perseguire una politica indipendente dai partiti; o sono sotto la influenza dei partiti opportunisti, cioè di agenti del capitalismo, o sono guidati dal Partito comunista rivoluzionario.

21.  L’opera dei comunisti rivoluzionari in seno alle organizzazioni di massa del proletariato è quindi essenziale, perché serve a smascherare la politica controrivoluzionaria dei dirigenti, sollecita i proletari ad esigere maggiore risolutezza nel condurre le lotte e nel fissarne gli obiettivi contingenti, e a vigilare perché non si verifichino collusioni fra capi sindacali e direzioni aziendali.

Il primo compito dei comunisti è proprio quello di lottare contro il corporativismo generato dall’aziendalismo, e di dare a tutto il proletariato una visione generale dei problemi economici e politici, di imprimere alle lotte una visione di classe che scavalchi non solo i limiti ristretti dell’azienda, ma anche quelli della categoria e del settore, della regione e della nazione riaffermando essere la lotta del proletariato lotta internazionale contro un regime, quello capitalista, che estende il suo dominio sul mondo intero.

Per questo le Sezioni Sindacali d’azienda concepite come «agenti contrattuali», «autonome e indipendenti» dal Sindacato, imprigionano le masse nelle singole aziende, ne impediscono l’azione generale ed unitaria.

22. Al fine di amalgamare le forze proletarie, di unificarne gli sforzi e le lotte, i comunisti rivoluzionari propugnano il ritorno alla tradizionale funzione delle Camere del Lavoro nelle quali confluiscono tutti i proletari al di sopra delle categorie e dei settori, degli uffici e delle aziende, per quel reciproco contatto fisico e naturale che infonde fiducia nelle proprie forze, rompe l’isolamento a cui i proletari sono costretti sui posti di lavoro, risveglia nei lavoratori la coscienza di essere una classe e non degli aggregati o delle appendici produttive della società capitalista.

A questo scopo si perviene non con formule organizzative e astratte (democrazia dal basso, comitati operai, ecc.) ma per mezzo di un intreccio di lotte che mettano in movimento tutti i reparti della classe operaia, che nel vivo della battaglia esprimerà organi opportuni, capi fedeli alla causa, legami più stretti ed organici con la direzione centrale del Partito Comunista Rivoluzionario.

23. I Comunisti rivoluzionari non pretendono di possedere una formula magica per cui garantiscano, una volta alla direzione dei Sindacati, il pieno e continuo successo delle lotte rivendicative.

Essi, per la coscienza che loro deriva dall’essere militanti del partito di classe, sanno bene che qualunque conquista in regime capitalista è caduca ed effimera; e che la presa di coscienza da parte delle masse dell’ineluttabilità della vittoria del comunismo sul capitalismo costituisce la premessa indispensabile e necessaria anche delle lotte rivendicative immediate.

Perciò essi proporranno sempre obiettivi immediati che contengano in sé elementi che uniscano e non dividano le molteplici categorie in cui il capitalismo ha separato i lavoratori per meglio dominarne le forze e gli interessi; elementi che generalizzino le lotte operaie per elevarle alla superiore forma politica di combattimenti di classe; obiettivi il cui raggiungimento, od anche la sola lotta conseguente per raggiungerli, menomino gli interessi capitalistici ed obblighi lo stato capitalista a gettare l’infame maschera di stato della Nazione o del popolo, ovverossia democratico, e a presentarsi nella sua vera effige di strumento della dittatura del capitale. Obiettivi caratteristici sono: la riduzione della settimana lavorativa almeno a 36 ore a parità di salario, l’aumento dei salari in ragione dei reali bisogni dei proletari, il salario pieno ai disoccupati, agli scioperanti, ai pensionati, la abolizione del cottimo e del lavoro straordinario, premi di produzione e di ogni forma di incentivo, di cui le aziende si servono per spremere fino all’ultima stilla l’energia dei lavoratori.

24. Il mito del contratto di lavoro, trasferisce l’importanza della lotta dal suo terreno sociale e di classe a quello giuridico e formale. Sulla base di questa pratica legalitaria, le Centrali sindacali insinuano nelle classi salariate la convinzione che tutto si risolva col raggiungimento del contratto; quando le direzioni aziendali si irrigidiscono, incanalano le controversie nei meandri dei ministeri per farle oggetto di aggiustamenti formali o di compromessi equivoci, al solo fine di distogliere l’attenzione dei lavoratori dall’importanza politica e di classe delle lotte rivendicative, e così scaricare la collera operaia nell’attesa della soluzione giuridica della controversia. I contratti di lavoro si firmano con la lotta e sulle piazze e non rappresentano alcuna garanzia per i proletari se non sono difesi da battaglie e lotte quotidiane che impegnino duramente le classi borghesi.

25. I Comunisti rivoluzionari chiamano i proletari a far cessare la pratica ignobile di scioperi cronometrati, preavvertiti alle direzioni aziendali, alle prefetture e alle questure di polizia, scioperi che non incutono alcun timore alla borghesia e quando, per spontanea iniziativa degli operai, assumono una imprevista consistenza di classe, servono di richiamo e di sfogo all’odio delle classi padronali, concretizzantesi in vessazioni, arresti e condanne di proletari. Lo sciopero come è usato oggi dalle Centrali controrivoluzionarie, è un’arma spuntata e controproducente. Solo lo sciopero improvviso e il più esteso possibile colpisce veramente gli interessi economici del capitalismo, impedendogli altresì di approntare efficacemente mezzi di difesa e di contrattacco immediato.

26. Né il singolo operaio, né il reparto, nemmeno la classe statisticamente concepita, e di conseguenza neppure gli stessi organi immediati della classe operaia, i Sindacati, possono avere una visione generale delle lotte sociali, conoscerne cause ed effetti, valutare alla scelta dei mezzi d’azione, indicare gli obbiettivi ed assumere direzione centralizzata e disciplinante delle lotte. Solo il Partito politico di classe possiede queste attitudini indispensabili per la conduzione vittoriosa della battaglia storica contro il capitalismo. Perciò la pretesa che il Partito rinunci volontariamente a questa direzione significherebbe rinuncia alla vittoria del comunismo sul capitalismo. Il proletariato rivoluzionario, quindi, è impegnato in un duplice fronte: contro le classi privilegiate e il loro stato centrale e contro i partiti e i capi sindacali opportunisti. In questa lotta sono chiamati tutti i lavoratori, e il Partito Comunista Internazionale fa affidamento sulla parte del proletariato peggio retribuita e più sfruttata, per suscitare i necessari fermenti alla lotta rivoluzionaria di classe.

I tentativi di imporre al proletariato degli «alleati», arruolati nelle file della piccola borghesia bottegaia, popolare, studentesca, mirano soltanto a mantenere tra le masse l’infezione democratica, con cui sono state tenute lontane dalla ripresa rivoluzionaria di classe.

Allo stesso scopo pervengono le rancide suggestioni di gruppi di falsa sinistra, tendenti a screditare tra i proletari l’organizzazione sindacale operaia, col pretesto che i Sindacati sono diretti da agenti larvati della borghesia.

In tal modo appare chiaro che sia gli uni che gli altri operano come effettivi alleati dei nemici della classe operaia e della rivoluzione comunista, agiscono come elementi di disgregazione in seno al proletariato, tendono a privarlo finanche degli organi di difesa economica, dopo aver lavorato per demolire il partito politico di classe.

27 La conquista del Sindacato alla lotta rivoluzionaria, e la trasformazione cioè della CGIL in Sindacato Rosso, dipende essenzialmente dalla formazione in seno alla Confederazione di gruppi comunisti rivoluzionari, attorno ai quali poter mobilitare la parte più radicale e decisa della classe operaia col preciso ed esplicito scopo di strappare la direzione delle organizzazioni proletarie dalle mani dei bonzi, per fare dei Sindacati degli organi combattenti contro il capitalismo e il suo Stato, sotto la direzione del vero Partito Comunista.

I proletari comunisti non rinunciano a questo intento, nemmeno se scacciati dai sindacati ad opera dei capi traditori. Essi restano al loro posto di lotta tra le file degli operai per organizzare la difesa del Sindacato dall’azione disgregatrice dei capi traditori.

28 Il proletariato non ha nulla da difendere, rivendicare e contestare nel regime capitalista; ma da distruggerlo completamente con la sua violenza di classe, coscientemente organizzata dal Partito di classe. Ne consegue che contrariamente alle affermazioni sempre più chiare e solenni dei capi sindacali e di quelli politici ufficiali, il proletariato deve organizzarsi anche nei sindacati per farne delle «leve potenti» col preciso scopo di abbattere l’attuale sistema sociale, se non vuole perpetuare le sue condizioni di schiavo moderno, periodicamente obbligato a versare il proprio sangue sull’altare della difesa della patria, dopo di aver versato per tutta la vita il proprio sudore su quello dell’economia nazionale.

L’Internazionale comunista e i sindacati

Riproduciamo ancora alcuni stralci significativi dalle Tesi del Secondo congresso dell’Internazionale Comunista del 1919. Vogliamo con questi ed altri testi classici della lotta politica comunista internazionale dimostrare la perfetta correlazione tra l’opera dei traditori di ieri con quella dei traditori di oggi, e di conseguenza la giustezza dell’impostazione programmatica e politica del Partito politico di classe di oggi, il nostro partito, che ricalca fedelmente la linea del partito di allora. Invarianza, quindi, non solo delle posizioni comuniste, ma invarianza anche dell’opportunismo.

I proletari che leggeranno queste poche proposizioni ritroveranno i motivi tradizionali di lotta contro le quinte colonne del capitalismo che si sono installate in seno al movimento operaio. Vanno espulse, annientate come ostacolo primo che impedisce alle masse proletarie di intravedere i precisi termini della battaglia rivoluzionaria.

« 1. -I Sindacati, creati dalla classe operaia nel periodo del pacifico sviluppo del capitalismo, erano organizzazioni degli operai per la lotta rivolta ad ottenere l’aumento del prezzo della forza lavoratrice sul mercato del lavoro ed a migliorare le condizioni dell’impiego di tale forza. I marxisti rivoluzionari si studiavano di far marciare quei sindacati al fianco del Partito politico del proletariato nella lotta comune per il socialismo. Per le stesse ragioni per cui la socialdemocrazia mostrò essere non già uno strumento di lotta rivoluzionaria del proletariato per il rovesciamento del capitalismo, bensì un’organizzazione che, nell’interesse della borghesia trattiene il proletariato dalla rivoluzione, così durante la guerra i sindacati mostrarono di essere una parte dell’apparato di guerra della borghesia e l’aiutarono a sfruttare, a succhiare quanto più poteva, la classe operaia, allo scopo di condurre la guerra nel modo più energico possibile per gli interessi del guadagno capitalistico.

I sindacati che occupavano precipuamente operai qualificati meglio pagati dai padroni e questi operai, limitati com’erano dalla loro grettezza sindacale, legati com’essi erano dall’apparato burocratico staccato dalle masse, furono traviati dai loro duci opportunisti – i sindacati, diciamo, non solo hanno tradito la causa della rivoluzione sociale, ma persino la causa della lotta pel miglioramento delle condizioni di vita degli operai da loro organizzati. Essi avevano preso come punto di partenza la lotta sindacale coi padroni, e tale lotta hanno sostituita con un programma di accordi pacifici coi capitalisti a ogni costo ».

«4. -La mediocrità delle masse operaie, la loro irresolutezza spirituale, la loro accessibilità alle speciose argomentazioni dei capi opportunisti, possono essere superate nel processo della lotta che si va acuendo soltanto nella misura con cui gli ampi strati del proletariato, con la loro esperienza, con le loro vittorie e sconfitte, impareranno a capire che sulla base del sistema economico capitalistico non è possibile raggiungere condizioni umane di vita; possono essere superate soltanto nella misura con cui i progrediti operai comunisti impareranno, nella lotta economica, a essere non soltanto i proclamatori delle idee del Comunismo, ma i più risoluti dirigenti della lotta economica e dei Sindacati. Solo in questo modo sarà possibile cacciare dai sindacati i loro capi opportunisti. Solo in questo modo i comunisti possono mettersi alla testa del movimento sindacale e farne un organo di lotta rivoluzionaria per il Comunismo.
Il compito del Comunismo non consiste nell’adattarsi alle parti retrograde della classe operaia, ma nel sollevare tutta quanta la classe operaia fino al livello della sua avanguardia comunista ».

Ed infine la parte conclusiva delle tesi:

« Durante il periodo pacifico i Sindacati tendevano a formare una  Unione Internazionale. Durante gli scioperi i capitalisti ricorrevano così all’immigrazione dai paesi vicini di operai e crumiri. Ma prima della guerra l’Internazionale sindacale aveva un’importanza secondaria. Si occupava di organizzare aiuti finanziari tra sindacati, servizi statistici sulle condizioni operaie, ma nulla faceva per unificare le forze proletarie, perché i Sindacati diretti dagli opportunisti facevano di tutto per sottrarsi alla lotta rivoluzionaria internazionale. I capi opportunisti dei sindacati, che durante la guerra furono i servi fedeli della borghesia dei loro paesi, cercano ora di restaurare l’Internazionale sindacale, come arma dei capitalismo mondiale diretta contro il proletariato. Essi creano… un «Ufficio del Lavoro » presso la « Lega delle Nazioni », organizzazione di brigantaggio del capitalismo internazionale.

Essi si ripropongono di soffocare ogni movimento di sciopero in ciascun paese, facendo decretare l’arbitraggio obbligatorio da parte dello Stato capitalista. Essi cercano dappertutto di ottenere, a forza di compromessi con i capitalisti, vantaggi di ogni genere per gli operai meglio pagati, per spezzare così l’unione sempre più stretta della classe operaia… Gli operai comunisti che fanno parte dei sindacati di ciascun paese devono, al contrario, lavorare alla creazione di un fronte sindacale internazionale. Non si tratta più di soccorsi finanziari durante gli scioperi; bisogna ormai che, quando la classe operaia di un paese è in pericolo, i Sindacati degli altri paesi, nella loro qualità di organizzazioni di massa, prendano le sue difese e facciano di tutto per impedire che la borghesia dei loro rispettivi paesi venga in aiuto di quella che è alle prese con la classe operaia.

In ciascun Stato la lotta economica del proletariato tende sempre di più a trasformarsi in lotta rivoluzionaria. In tal modo i Sindacati devono impiegare coscientemente ogni loro energia per appoggiare ogni azione rivoluzionaria, sia nel loro paese che negli altri. A questo fine essi devono orientarsi verso la più stretta centralizzazione d’azione, non soltanto in ciascun paese, ma anche nell’ Internazionale. Essi lo faranno aderendo alla Internazionale Comunista e qui fondendo in una sola armata i diversi elementi impegnati nella battaglia, per modo che agiscano di concerto e si prestino mutua solidarietà ».

Le vicende che seguirono il 1919, poco o per nulla note alle grandi masse proletarie di oggi, confermarono che là dove i Sindacati di classe erano diretti dai comunisti le battaglie anche rivendicative assumevano toni di estrema acutezza contro il capitalismo e contribuivano a irrobustire il telaio di una organizzazione di combattimento proletario veramente unitaria e capace di organizzare potenti
effettivi operai. Al contrario, in mancanza di questa direzione comunista dei Sindacati, i diversi strati operai non riuscivano nemmeno a contenere le offensive padronali né tanto meno a formare un valido baluardo al contrattacco dello Stato capitalista, teso alla svirilizzazione dei sindacati operai, di concerto con i traditori e gli opportunisti di ieri, i socialdemocratici, i quali svolgevano principalmente la funzione di impedire che i comunisti si organizzassero nel movimento sindacale e di massa, ricorrendo ad ogni mezzo, anche espellendoli, calunniandoli e denunciandoli alla polizia statale. Gli anni che seguirono furono densi di tragedie di classe soprattutto perché sull’onda della ripresa economica del capitalismo internazionale questa azione combinata tra opportunismo e Stato capitalista, facilitata da numerosi errori nella direzione internazionale comunista, determinò la vittoria della controrivoluzione mondiale, rinviando la ripresa della lotta rivoluzionaria di classe di quasi mezzo secolo. Riprova, questa, che una sconfitta di classe di dimensioni internazionali, a maggior ragione se sofferta con la distruzione del Partito, può ritardare notevolmente la riorganizzazione alla scala mondiale dell’armata rivoluzionaria del proletariato. Ne consegue che, sulla base dell’esistenza obiettiva delle contraddizioni sociali, il cui sviluppo è indipendente dalla volontà di chicchessia, il movimento rivoluzionario non rinasce spontaneamente, né per decreto, di qualunque Stato o partito, ma per l’azione di ripristino del programma comunista e di formazione di una rete organizzata di proletari, col fine di innalzare ancora una volta la bandiera della rivoluzione comunista per la direzione della classe operaia mondiale nella sua missione di distruttrice del regime capitalista. E’ chiaro che questa lotta universale del proletariato rivoluzionario è diretta contro il duplice fronte capitalista e opportunista e che le premesse della vittoria sociale sul capitalismo poggiano sulla sconfitta dei suoi agenti nascosti e camuffati entro le file operaie sotto denominazioni socialcomuniste, per meglio ingannare le masse e tenerle separate dal comunismo rivoluzionario. La lotta contro i falsi partiti operai è determinante per la vittoria finale.