L'utopia della pace borghese
Questo articolo era stato scritto prima degli avvenimenti di questi ultimi giorni, quando ancora si giurava ufficialmente sul perfetto accordo degli alleati.
Le considerazioni critiche in esso contenute restano però in tutta la loro efficacia.
Si annunzia con insistenza che quanto prima, forse tra giorni, sarà firmata la pace.
La guerra mondiale, scatenata dalla ingordigia borghese e cominciata collo strappo di un pezzo di carta ossia di un trattato, attraverso la strage, la rovina, i fiumi di sangue versato finisce con un altro pezzo di … carta, assai più di carta di quello strappato al suo inizio.
La storia ha le sue ironie sanguinose! Il regime borghese dopo un secolo di vita durante il quale ha segnato una tappa considerevole nel faticoso cammino della umanità, non crolla tragicamente così come nacque, ma precipita in una ridicola farsa: la Conferenza di Parigi.
Questa mastodontica conferenza che pretendeva di dovere divenire il solenne areopago, che doveva regolare le sorti del mondo pei secoli ha, dopo qualche mese di vuote chiacchiere, avuto un solo momento di serietà, quando si è accorta della sua piramidale impotenza. Il suo estratto semplice, ossia il consiglio dei dieci senza bocca di leone e ora quello più condensato dei quadrumviri, hanno compreso che hanno una sola salvezza: affrettarsi a concludere, val quanto dire affrettarsi a mettere sulla carta alcune parole e alcune firme e dare così a sé ed agli altri la illusione di avere espletato il proprio compito.
Mai come in questa circostanza è apparso evidente lo stridente contrasto tra gl’ideali che la borghesia dice di professare e la pratica, che essa segue nei suoi negozi ispirata all’unico vero ideale che sorge spontaneo dalla natura intima dei suoi rapporti economici e che si traduce nel suo spirito di dominio, di asservimento, di sopraffazione.
Questo ideale la borghesia non poté mai né può né vuole confessare apertamente. I filosofi, i sognatori, gli idealisti che essa esprime dal suo seno si compiacciono di rivestirla di manto di parole, delle quali essa ormai non solo non può liberarsi ma delle quali anzi essa si serve per illudere, per ingannare, per dare un più nobile aspetto alla sua azione troppo spesso cinica e brutale.
In omaggio a Mazzini, cucinato e ricucinato in tutte le salse democratiche e repubblicane per rompere le scatole a quelli che di certe anticaglie non vogliono più saperne, la conferenza ci ha ammannito una lega o meglio uno statuto di lega delle nazioni, incomparabile modello di scempiaggine o meglio di malafede diplomatica democratica. Alla lega né i compilatori del progetto né lo stesso Wilson, venuto d’oltremare a portarci questa novità, prestano la menoma fede.
Così sono salvi i principii più ideali, gli altri vattelappesca dove sono andati a finire. Non vorranno i quadrumviri darci ad intendere o avere la goffa pretesa di ritenere che le loro decisioni siano le autodecisioni dei popoli, anche di quelli che con loro non hanno a che vedere e che non diedero loro alcun mandato autodecisivo.
Essi rispetteranno il principio di nazionalità, altro caposaldo democratico wilsoniano, sul quale sono tutti d’accordo vincitori e vinti.
Come era semplice nei tempi passati trattare la pace a guerra finita! Il vincitore imponeva le condizioni, quelle che riteneva le più favorevoli per lui e tutto era finito. Era questo il suo diritto ed egli se ne avvaleva. Oggi questo lo si può e si deve fare, ma bisogna trovare una formola per fare ciò secondo un principio ideale. La democrazia borghese è maestra di ipocrisia.
La differenza tra l’Intesa e i suoi nemici è solo nella mancanza di sincerità da parte della prima che vuole fare e fa come gli altri ma non ha di essi la franca e brutale libertà di dirlo.
La Germania borghese è sempre un incubo per i rivali borghesi di Francia, di Inghilterra e dell’America i quali non desiderano che di annullarne la potenza, ma essi non vogliono ripetere l’errore di Bismarck il quale pretese dal vinto la cessione di due province. Così han trovato la loro ancora di salvezza nel rispetto al principio wilsoniano, della nazionalità, pel quale possono dare un pezzo alla Francia, un altro alla Polonia, poi un altro alla Danimarca, e potrebbero continuare all’infinito perché per quanto come principio è fisso per altrettanto è mobile quando si debba tradurlo nella realtà. Nulla difatti è meno definibile e precisabile dei limiti di una nazione. Il limite vero di questa è costituito non dall’appetito della vicina, perché ogni organismo nazionale borghese tenderebbe a impossessarsi degli altri nella forma più conveniente, ma piuttosto dalle forze delle vicine e dalle forze degli altri che vogliono impedire il troppo ingrandirsi di questa.
La politica estera borghese è tutta fondata su questa base e deve la sua instabilità a questo suo instabile fondamento.
Ora la conferenza discute la questione adriatica, la quale non è se non un conflitto di appetiti tra la borghesia italiana e quella iugoslava. Entrambe sono mosse dal medesimo proposito caratteristicamente borghese di ingrandirsi quanto più sia possibile, entrambe sono ligie al principio di nazionalità (oh mirabile concordia!). Discordano sopra un dettaglio minimo: stabilire il limite delle rispettive nazioni, ognuna delle quali accampa ragioni valide per dimostrare proprio il medesimo territorio.
La soluzione del quadrumvirato sarà ispirata al rispetto della nazionalità precisamente in quanto sarà la risultante degli interessi dei vari gruppi partecipanti, ai quali non mancherà modo di trovare la formola che salvi le apparenze.
A queste scaramucce il cui ultimo risultato sarà una clausola di un trattato destinato a non avere un valore … se non storico noi socialisti assistiamo indifferenti.
Per noi la quistione nazionale non ha alcuna importanza ed alcun significato. La classe proletaria quando ha la coscienza delle sue finalità non ha interesse a riscaldarsi troppo per scegliere questo o quell’altro sfruttatore, essa li ritrova tal quali ovunque per quanto diversi di razza di lingua o di colore.
La classe proletaria ha iniziato il suo lavoro di definitiva emancipazione, che non può arrestarsi ai soli paesi dove ha già conquistato il potere.
Ovunque essa, più o meno rapidamente, finirà per prendere il posto che è fatale debba conseguire stravolgendo tutto questo residuo ancora presente del passato che cerca invano resisterle.
Essa costituirà non una lega di nazioni, utopia inconsistente finché persistendo gli attuali rapporti di proprietà persisteranno le cause dei conflitti, ma un novello organismo statale in cui una qualità assai più generale, cioè quella di lavoratore, prevarrà su quelle assai più ristrette determinate dall’essere nato o vissuto in questo od in quell’altro paese.
Ha voglia la borghesia di attizzare il fuoco in questo momento cercando di speculare su vecchi sentimenti non ancora attutiti: il proletariato italiano si disinteressa e a buon diritto delle rivendicazioni nazionali: esso guarda ben altre rivendicazioni.
Non sono i nomi delle nazioni che possono interessarlo, ma la loro costituzione politica e la possibilità maggiore o minore di consentire un movimento rivoluzionario.
D.L.