Partito Comunista Internazionale

Il Soviet 1920/2

La lotta comunista internazionale

Le notizie che giungono dalla Russia sono lietissime per la situazione militare dell’esercito rivoluzionario.

Le soldatesche della controrivoluzione si vanno fondendo e disciogliendo: i capi sono fuggiti e scomparsi, i più protervi dei loro arnesi cadono nelle mani dei reparti dell’esercito rosso, le masse vanno sempre maggiormente orientandosi verso il programma soviettista.

Ciò non vuol dire che le difficoltà contro le quali lottano i compagni russi siano scomparse. Sebbene anche la opposizione politica interna vada diminuendo, ed i partiti social-riformisti esautorati e scoraggiati rinunzino uno dopo l’altro alla loro attività chiedendo di essere tollerati nella vita del proletariato russo, mille e mille altri ostacoli che intralciano l’opera dei rivoluzionari esistono ancora; dalle arti sabotatrici dei governi borghesi esteri, ai problemi ponderosi della ricostruzione economica.

La repressione violenta delle conquiste del comunismo russo è però sempre un sogno svanito della borghesia internazionale e dei suoi sicari.

Quasi come contrapposto alla confortantissima situazione russa, giungono le notizie delle feroci persecuzioni contro i comunisti degli altri paesi che ancora lottano contro il dominio del capitalismo.

In Ungheria il terrore bianco impera, la caccia ai comunisti diviene ogni giorno più feroce e, dopo simulacri di processi, diecine e diecine di nostri compagni vengono condotti al capestro, mentre chi sa quante altre centinaia ne sono stati trucidati brutalmente dagli sgherri della restaurazione.

Il governo reazionario Ungherese fa l’impossibile per ottenere dalla vicina anfibia repubblica Austriaca la consegna dei capi comunisti che si sono rifugiati sul suo territorio. Esso è avido di altre vendette.

Anche in altri paesi ove pure il movimento comunista non ha avuto ancora neanche una parentesi di possesso del potere, le persecuzioni s’intensificano da parte dei governi capitalisti che sentono mancarsi la terra sotto i piedi.

In prima linea tra le varie repubbliche è la democratica America di Wilson. E’ qui che la polizia più feroce e sopraffattrice gode della maggiore impunità. Qui sono ormai all’ordine del giorno gli arresti arbitrari, gli scioglimenti delle associazioni politiche proletarie, le condanne da parte di una magistratura che è delle più asservite agli ordini del capitale.

Presentemente vanno effettuandosi le espulsioni di propagandisti e organizzatori comunisti stranieri dagli Stati Uniti; mentre quelli nazionali vengono posti fuori della legge.

Le più assurde leggende vengono inventate per giustificare questi sfratti politici.

Tra l’altro si giunge a dire e a far dire che i bolscevichi avevano organizzato la stampa di banconote false americane, allo scopo di far crollare la finanza mondiale!

Dinanzi a tutti questi fatti che è superfluo seguitare ad elencare, il proletariato degli altri paesi e specialmente quello italiano che è indubbiamente in condizioni molto meno aspre, hanno il dovere di ricorrere ai mezzi che la situazione consiglia per venire in aiuto dei loro fratelli.

Sono poca cosa le interrogazioni parlamentari, e la tradizionale politica di attendersi un’azione qualsiasi in pro delle vittime, anche se di nazionalità italiana, dal governo borghese, in nome di tradizioni democratiche e liberali.

La reazione capitalistica è logica quando si difende con tutte le sue forze: ai suoi colpi solo i colpi egualmente formidabili di altre forze possono venire utilmente opposti.

Se proprio le forze del proletariato italiano non sono pronte per intervenire su questo terreno non è evidente almeno la necessità di ometterne il pericoloso addormentamento nella aspettativa morbosa dello scioglimento degli spettacoli parlamentari?

La lettera di Lenin

La lettera di Lenin

L’influenza grandissima che esercita la sapiente parola del grande comunista ci obbliga a commentare questa ultima lettera pubblicata sull’Avanti! pochi giorni or sono, diretta ai comunisti tedeschi, nella quale egli consiglia loro di parteci­pare al parlamento borghese. Già altra volta Lenin in una breve lettera al com­pagno Serrati aveva espresso la sua approvazione al proposito del Partito socia­lista italiano di partecipare alle elezioni al parlamento, in contrasto quindi col nostro punto di vista decisamente astensionista. Lenin, che sa quanto grande, e meritatamente, sia il suo prestigio, si affretta in tutte e due le lettere, molto sag­giamente, a premettere che egli ha notizie assai scarse, e ciò per mettere in guardia coloro che volessero fare eccessiva valutazione del suo giudizio, che egli ammette senz’altro possibilmente inesatto per difetto di dati precisi.

Del socialismo italiano egli, che fu a Zimmerwald, conosce la decisa av­versione del partito alla guerra, che insieme all’adesione alla III Internazionale ha fatto acquistare al partito stesso fuori del nostro paese un credito superiore ai suoi meriti facendolo passare per un partito a forte carattere rivoluzionario; il che non è proprio assolutamente esatto.

La ripercussione del fenomeno guerra fu, in seno al partito, più che un prodotto di valutazione teorica, di natura prevalentemente sentimentale e perciò spesso assurda e contraddittoria.

Non sono pochi i nostri compagni e dei migliori che, accaniti avversari del­la guerra, si dichiarano altrettanto accaniti avversari di ogni violenza per qual­siasi motivo esercitata. Furono contrari alla guerra molti fra i più tenaci rifor­misti che accettano il concetto della difesa della patria. Molti per calcolo, per prudenza, pochi per profonda intima convinzione. Perciò l’atteggiamento contrario non andò mai oltre l’esercizio verbale. Durante la crisi di Caporetto, nessun ten­tativo fu fatto per cercare di trarre profitto dal difficile momento della borghe­sia, che non incontrò alcun ostacolo per superare il passo periglioso. Il partito si affannò anzi in quell’ora e poi a scagionarsi della responsabilità che la borghesia voleva addossargli di aver partecipato a provocare quel fenomeno, senza rivendi­care quel tanto che poteva spettargli per la propaganda contraria fatta costante­mente, che non aveva potuto non dare qualche frutto.

In quei giorni Turati, oratore del gruppo parlamentare, faceva eco alle pa­role del presidente del consiglio che incitava alla resistenza, esclamando: La pa­tria è sul Grappa, e sul giornale scriveva del pericolo del secondo nemico (lo straniero) senza che il partito elevasse protesta, anzi col consenso quasi generale di questo.

Quanto pochi in quell’ora tennero fermo nell’interno dell’animo e non in­vocarono la liberatrice democratica vittoria delle armi dell’Intesa che avrebbe rea­lizzato il vangelo wilsoniano! I più furbi tacquero ed attesero l’ora propizia della lotta elettorale per presentare alle masse scevro da macchie il proprio certificato di opposizione alla guerra, laddove i più imprudenti parlarono e oggi ne scontano il fio.

E questo per quanto riguarda l’avversione alla guerra, il cui merito spetta solo a ben pochi. Non parliamo dell’adesione alla Terza Internazionale. La since­rità di questa adesione e la coscienza di essa è nel modo con cui fu fatta la vota­zione, cioè per acclamazione.

Quelli che sono lontani ed hanno poco precise notizie, tra cui quindi il compagno Lenin, ritengono che il partito italiano sia omogeneamente ed autenti­camente rivoluzionario, cioè che si sia già epurato di tutta la vecchia zavorra socialdemocratica.

Chissà quali considerazioni farebbe Lenin se sapesse ad esempio che i comunisti italiani, cui egli crede di rivolgersi, non sono già tali ma semplicemente socialisti (ormai l’importanza che ha assunto la diversità della denominazione non è più messa in dubbio da nessuno) o se, per esempio, sapesse che nel partito vi sono dei socialdemocratici che sono assai più a destra del rinnegato traditore Kautsky e che sono assai più esplicitamente e tenacemente di lui nemici dichia­rati del bolscevismo; e tutto questo per volere del direttore di Comunismo e dei massimalisti, in opposizione alle proposte della nostra frazione, pel solo fatto che non bisognava spezzare l’unità del partito nell’imminenza della battaglia a colpi di… scheda per la conquista di un maggior numero di seggi nel Parlamento nazionale.

Lenin dice che non vi può essere pace, che non si può lavorare insieme coi Kautsky, Adler ecc.; qui da noi non si tratta di lavorare insieme; purtroppo si tratta di vivere insieme nello stesso partito, con la stessa disciplina ed, ironia!, anche con lo stesso programma… elettorale.

Così pure non si tratta di unire il lavoro illegale al legale; purtroppo da noi non si fa che quest’ultimo, che è il solo che molta parte del partito ritiene utile e doveroso dover fare perché il solo veramente rivoluzionario.

Circa la partecipazione al parlamento borghese consigliata ai comunisti te­deschi, non vale ricordare l’atteggiamento vario tenuto dai bolscevichi in rapporto alla Duma, non essendo atteggiamenti che possano valutarsi per analogia.

Per noi la ragione fondamentale per la non partecipazione è riposta soprat­tutto nella valutazione del periodo storico che si attraversa, ritenendo, come abbiamo altre volte ampiamente svolto, che nel periodo rivoluzionario il com­pito unico e solo del partito comunista sia quello di dedicare ogni sua attività alla preparazione dell’azione rivoluzionaria tendente ad abbattere con la violenza lo stato borghese ed a preparare la realizzazione del comunismo.

Una questione di tanto cardinale importanza involge tutta la sostanziale funzione del partito, come è apparso nettamente in Germania nell’ora del crollo del vecchio impero, durante la quale coloro come Scheidemann, Kautsky ecc. che volevano l’azione parlamentare apparvero e furono conseguentemente opportunisti.

Nei paesi ove la democrazia non ha tradizione, come in Russia, questa apparenza si manifesta in quelle ore critiche; nei nostri paesi, ove la democrazia vive da lungo periodo, non vi ha bisogno di attendere queste crisi per giudicare della condotta di certe frazioni, le quali hanno fatto costantemente opera opportuni­stica, collaborazionista ed antirivoluzionaria, quale la funzione parlamentare esige e impone.

A noi meraviglia che Lenin metta insieme, come fossero la medesima cosa, la rinunzia alla partecipazione ai parlamenti borghesi e quella ai sindacati rea­zionari, ai consigli di fabbrica ecc. che alcuni comunisti tedeschi sostengono.

Per noi sono due cose che non possono andare riunite: il parlamento è un organo borghese, né può avere altra funzione se non nell’interesse della borghesia; deve quindi scomparire col cadere del dominio borghese. Il sindacato ope­raio, all’inverso, è organo schiettamente di classe, il quale se pure per incoscienza dei capi svolge opera reazionaria potrà, anzi dovrà, essere richiamato alla vera sua funzione.

L’intervento al parlamento pei comunisti non interessa dal momento che deve essere abbattuto; non così il sindacato, il consiglio operaio ecc., i quali in tanto fanno opera rivoluzionaria in regime borghese, in quanto sono pervasi di spirito comunista ed agiscono sulle direttive comuniste sotto la spinta ed il con­trollo dei comunisti; per altrettanto saranno organi utili e positivamente fattivi in regime comunista non solo per la forma della loro costituzione.

Se i comunisti tedeschi vogliono boicottare questi organismi operai, è pos­sibile anche che ciò essi siano costretti a fare per ragioni di difesa e di conser­vazione, per sottrarsi alle persecuzioni della socialcanaglia Noske che in questi organismi ha sguinzagliato le sue spie.

Che se invece ciò facessero per tendenza alla concezione anarchico-individualista della rivoluzione, allora non avremmo bisogno di ricordare che noi siamo decisamente contrari a tale atteggiamento poiché siamo in perfettissimo accordo con Lenin sulla necessità di avere un forte partito politico, centralizzato, che sia cervello, anima e guida sicura del proletariato nella lotta per la sua redenzione.

A questo fine noi continuiamo la nostra tenace azione per la divisione dei comunisti dai socialdemocratici, divisione che per noi è fattore indispensabile per la vittoria del comunismo.

Per la costituzione dei Consigli operai in Italia Pt.2

II.

Prima di addentrarci nella discussione del problema pratico della costituzione dei Consigli Operai, Contadini e Soldati in Italia, e dopo le considerazioni generali contenute nell’articolo che pubblicammo nel numero scorso, vogliamo trattenerci ad esaminare le linee programmatiche del sistema soviettista quali si rintracciano nei documenti della rivoluzione russa, e nelle dichiarazioni di principio di alcune correnti massimaliste italiane, quali il programma approvato al Congresso di Bologna, la mozione presentata allo stesso Congresso da Leone ed altri compagni, le pubblicazioni dell’Ordine Nuovo, intorno al movimento dei Consigli di Fabbrica torinesi.

I Consigli e il programma bolscevico

Nei documenti della III Internazionale e del Partito Comunista russo, nelle magistrali relazioni di quei formidabili dottrinari che sono i capi del movimento rivoluzionario russo, Lenin, Zinoviev, Radek, Bucharin, ricorre il concetto che la rivoluzione russa non ha inventate forme nuove ed impreviste, ma ha confermato le previsioni della teoria marxista sul processo rivoluzionario.

Ciò che è sostanziale nel grandioso sviluppo della rivoluzione russa è la conquista mediante una vera guerra di classe del potere politico da parte delle masse operaie, e la instaurazione della loro dittatura.

I soviet – non occorre ricordare che la parola soviet significa semplicemente consiglio e può essere adoperata per indicare qualunque corpo rappresentativo – nella loro significazione storica sono il sistema di rappresentanza di classe del proletariato giunto al possesso del potere.

Essi sono gli organi che sostituiscono il parlamento e le assemblee amministrative borghesi, e man mano vanno sostituendo tutti gli altri ingranaggi dello Stato.

Per dirla con le parole dell’ultimo congresso comunista russo, citato dal compagno Zinoviev, i soviet sono le organizzazioni di stato della classe operaia e degli agricoltori poveri, le quali effettuano la dittatura del proletariato durante la fase in cui si estinguono gradualmente tutte le vecchie forme dello Stato.

Il sistema di queste organizzazioni di stato tende a dare la rappresentanza a tutti i produttori come membri della classe lavoratrice ma non come partecipanti ad una categoria professionale o ad un ramo d’industria; secondo l’ultimo manifesto della III Internazionale, i Soviet sono un nuovo tipo di organizzazione vasta, la quale abbraccia tutte le masse operaie indipendentemente dal loro mestiere e dal livello della loro cultura politica. La rete amministrativa dei Soviet ha come organismi di primo grado i consigli di città o di distretto rurale, e culmina nel governo dei commissari.

E’ bensì vero che a lato di questo sistema sorgono nella fase della trasformazione economica altri organi, come il sistema del controllo operaio e dell’economia popolare; è anche vero, come più volte abbiamo detto, che questo sistema tenderà ad assorbire in sé il sistema politico, quando la espropriazione della borghesia sarà completa e cesserà la necessità del potere statale.

Ma nel periodo rivoluzionario il problema essenziale, come risulta da tutti i documenti dei russi, è quello di subordinare all’interesse generale, nello spazio e nel tempo, del movimento rivoluzionario gli interessi e le esigenze locali e di categorie.

Quando la fusione dei due organismi sarà avvenuta, allora la rete della produzione sarà completamente comunista ed allora si realizzerà quel criterio che ci sembra si vada esageratamente valutando di una perfetta articolazione della rappresentanza con tutti i meccanismi del sistema produttivo.

Prima di allora, quando ancora la borghesia resiste, sopra tutto poi quando è ancora al potere, il problema è di avere una rappresentanza nella quale prevalga il criterio dell’interesse generale; e quando l’economia è ancora quella dell’individualismo e della concorrenza l’unica forma in cui quel superiore interesse collettivo può esplicarsi è una forma di rappresentanza politica nella quale agisca il partito politico comunista.

Nel ritornare sulla questione mostreremo come il voler concretare e tecnicizzare troppo la rappresentanza soviettista, specie ove è ancora al potere la borghesia, significa porre il carro avanti ai buoi e ricadere nei vecchi errori del sindacalismo e del riformismo.

Citiamo per ora le non equivoche parole di Zinoviev.

“Il partito comunista riunisce quell’avanguardia del proletariato che lotta, consapevolmente, per l’effettuazione pratica del programma comunista. Esso si sforza specialmente di introdurre il suo programma nelle organizzazioni dello stato, i soviet, o di ottenervi un completo dominio”.

In conclusione la repubblica soviettista russa è diretta dai Soviet che riassumono in sé dieci milioni di lavoratori su ottanta circa di abitanti. Ma sostanzialmente le designazioni per i comitati esecutivi dei soviet locali e centrali avvengono nelle sezioni e nei congressi del grande partito comunista che domina nei soviet. Ciò corrisponde alla vibrata difesa fatta da Radek delle funzioni rivoluzionarie delle minoranze. Sarà bene non creare un feticismo maggioritario-operaista che andrebbe a tutto vantaggio del riformismo e della borghesia.

Il partito è in prima linea nella rivoluzione, in quantoché potenzialmente è costituito da uomini che pensano ed agiscono come membri della futura umanità lavoratrice, nella quale tutti saranno produttori armonicamente inseriti in un meraviglioso ingranaggio di funzioni e di rappresentanze.

Il programma di Bologna e i Consigli

E’ deplorevole che nell’attuale programma del partito non si rintracci la proposizione marxista, che il partito di classe è lo strumento della emancipazione proletaria; e vi sia l’anodino codicillo: delibera (chi? Nemmeno la grammatica fu salvata nella fretta di deliberare… per le elezioni) di informare l’organizzazione del Partito socialista italiano ai su esposti principi.

Vi è da discutere sul comma che nega la trasformazione di qualsiasi organo dello Stato in organo per la lotta di liberazione del proletariato, ma di ciò ad altra trattazione, previa l’indispensabile chiarificazione dei termini.

Ma dissentiamo ancora di più dal programma là dove esso dice che i nuovi organi proletari funzioneranno dapprima, in dominio borghese, quali strumenti della violenta lotta di liberazione, e poi diverranno organismi di trasformazione sociale ed economica, poiché si specificano fra tali organi non solo i consigli dei lavoratori contadini e soldati, ma perfino i consigli dell’economia pubblica, organi inconcepibili in regime borghese.

Anche i consigli politici operai possono dirsi piuttosto istituti entro i quali si esplica l’azione dei comunisti per la liberazione del proletariato.

Ma anche recentemente il compagno Serrati ha svalutato in barba a Marx e a Lenin il compito del partito di classe nella rivoluzione.

Con la massa operaia” – Lenin dice – “il partito politico, marxista, centralizzato, avanguardia del proletariato, guiderà il popolo sulla giusta via, per la dittatura vittoriosa del proletariato, per la democrazia proletaria invece di quella borghese, per il potere dei consigli, per l’ordine socialista“.

L’attuale programma del partito risente di scrupoli libertari e di impreparazione dottrinale.

I Consigli e la mozione Leone

Questa mozione si riassumeva in quattro punti esposti nel suggestivo stile dell’autore.

Il primo di questi punti è mirabilmente ispirato alla constatazione che la lotta di classe è il reale motore della storia ed ha spezzato le unioni socialnazionali.

Ma poi la mozione esalta nei soviet gli organi della sintesi rivoluzionaria che essi avrebbero virtù di creare quasi pel meccanismo stesso della loro costituzione, ed afferma che i soviet soli possono condurre al trionfo le grandi iniziative storiche al di sopra delle scuole, dei partiti, delle corporazioni.

Questo concetto di Leone, e dei molti compagni che firmarono la sua mozione, è ben diverso dal nostro che desumiamo dal marxismo e dalle direttive della rivoluzione russa. Si tratta di sopravvalutare una forma invece di una forza, analogamente a quanto i sindacalisti facevano del sindacato, attribuendo alla sua pratica minimalista virtù di risolversi nella rivoluzione sociale.

Come il sindacalismo è stato demolito prima dalla critica dei veri marxisti, poi dall’esperienza dei movimenti sindacali che ovunque hanno collaborato col mondo borghese fornendogli elementi di conservazione, così il concetto di Leone cade dinanzi all’esperienza dei consigli operai socialdemocratici controrivoluzionari, che sono appunto quelli nei quali non vi è stata vittoriosa penetrazione del programma politico comunista.

Solo il partito può riassumere in sé le energie dinamiche rivoluzionarie della classe. Sarebbe pettegolo obbiettare che anche i partiti socialisti hanno transatto, dal momento che noi non esaltiamo la virtù della forma partito, ma quella del contenuto dinamico che è nel solo Partito comunista.

Ogni partito si definisce dal proprio programma e le sue funzioni non trovano campo di analogia con quelle di altri partiti, mentre necessariamente le funzioni accomunano tra loro tutti i sindacati e nel senso teorico anche tutti i consigli operai.

Il danno dei partiti socialriformisti non fu di essere dei partiti, ma di non essere comunisti e rivoluzionari.

Questi partiti hanno condotto la controrivoluzione, mentre in lotta con essi i partiti comunisti dirigevano ed alimentavano l’azione rivoluzionaria.

Non vi sono dunque organismi rivoluzionari per virtù formale; vi sono solo forze sociali rivoluzionarie per la direzione nella quale agiscono, e queste forze si risolvono in un partito che lotta con un programma.

I Consigli e l’iniziativa dell’Ordine Nuovo di Torino

Più oltre ancora vanno secondo noi i compagni dell’Ordine Nuovo. Essi non sono nemmeno contenti della dicitura del programma del partito, perché pretendono che i Soviet, compresi quelli d’indole tecnico-economica (i consigli di fabbrica), non solo esistano e siano organi della lotta di liberazione proletaria in regime borghese, ma siano persino gli organi della ricostruzione dell’economia comunista.

Essi infatti stampano nel loro giornale il brano del programma del partito da noi più su citato, coll’omissione di alcune parole che ne trasformano il significato secondo il loro punto di vista:

Dovranno essere opposti organi nuovi proletari (consigli dei lavoratori, contadini e soldati, consigli dell’economia pubblica, ecc.) … organismi di trasformazione sociale ed economica e di ricostruzione del nuovo ordine comunista“.

Ma l’articolo è già lungo e rimandiamo al numero prossimo la esposizione del nostro profondo dissenso da questo criterio che a parer nostro offre il pericolo di risolversi in un puro esperimento riformista con la modificazione di certe funzioni dei sindacati e forse la promulgazione di una legge borghese per i consigli operai.

Socialisti e anarchici

Riprendiamo una polemica – non frettolosa! – con Volontà di Ancona, che fino dal 1° novembre dedicava un sesquipedale articolo a polemizzare con noi.

L’articolista anarchico prima divaga, poi se ne scusa per girare alquanto attorno alla sua fobia dello “Stato”, e viene finalmente al punto che noi definivamo sostanziale.

Gli anarchici – noi dicemmo – intendono che l’espropriazione economica della borghesia sarà istantanea, e simultanea alla insurrezione del proletariato che abbatterà il potere borghese.

Su questa premessa – che è semplicemente romanzesca – essi costruiscono la loro altra illusione della inutilità di ogni forma di potere, di Stato, di Governo proletario.

Ciò va di pari passo colla fallacia della concezione economica anarchica, basata sulla “libertà” dei gruppi di produttori o consumatori nel campo della produzione o distribuzione dei beni – concezione che, pur superando il sistema borghese della intrapresa privata, o quello dell’associazionismo mazziniano, resta assai al di qua del formidabile originario contenuto del concetto economico comunista: soppressione della “libertà di produzione”.

Non intendendo questo compito gigantesco della rivoluzione comunista, tutti convinti che basterà togliere di mezzo questo maledetto Stato (pensato metafisicamente immanente, indipendente dal capitalismo, uguale qualunque classe lo detenga!) perché tutto vada a posto da sé – gli anarchici sognano possibile la sostituzione istantanea della economia socialista a quella borghese.

Che noi avessimo toccato il tasto giusto, lo dimostrano le enormità polemiche cui Volontà ricorre dinanzi alla nostra impostazione della questione.

Ritenere che dopo la rivoluzione politica seguiteranno ad esserci borghesi non ancora espropriati, è, secondo i nostri amici anarchici, socialismo utopistico!

Engels, se rivivesse, ci ricaccerebbe nella preistoria del socialismo! Poveri noi… e povero Engels!

Se proprio l’utopismo sognava la società nuova senza aver coscienza del processo storico che ad essa conduce! Se proprio Marx ed Engels indicarono le vie necessarie di tale processo, fissando i precisi criteri di cui noi siamo modesti ma tenaci assertori! Ma rilegga l’articolista di Volontà, non solo la costituzione della Repubblica russa e gli altri documenti della III Internazionale che altra volta gli abbiamo ricordati, bensì proprio le due ultime paginette del capitolo “Proletari e Comunisti” del Manifesto dei Comunisti. Vedrà che vi si parla del graduale processo espropriatore dopo la conquista del potere politico.

È proprio qui tutto il problema della Dittatura, che il giornale anarchico ha caoticamente discusso. È nella esistenza o meno del periodo (e certi socialisti crepano se non aggiungono tosto transitorio)di graduale espropriazione dei borghesi da parte del proletariato organizzato in classe dominante.

Noi abbiamo altra volta scritto in polemica con gli anarchici che questo periodo (di transizione, è vero, poiché non v’ha periodo che non sia di transizione, se ha un inizio e un termine) durerebbe almeno una generazione.

Orbene, nel lavoro del compagno Radek pubblicato su Comunismo sulla “Evolu­zione del Socialismo dalla scienza all’azione”, ed ispirato direttamente alle dottrine del marxismo classico, sono queste chiarissime proposizioni:

“la dittatura è la forma di dominio, nella quale una classe detta senza ri­guardi la sua volontà, alle altre classi”.

“La rivoluzione socialista è un lungo processo, che incomincia con la detronizzazione della classe capitalistica; ma termina soltanto con la trasformazione dell’economia capitalista in economia socialista, nella repubblica ‘cooperativa’ operaia. Questo processo richiederà in ogni paese almeno una generazione, e questo periodo di tempo è appunto il periodo della dittatura proletaria, il periodo nel quale il proletariato con una mano deve incessantemente reprimere la classe capitalista, mentre con l’altra, che gli rimane libera, può lavorare alla ricostruzione socialista”.

Volontà mette sulla nostra coscienza una “opposizione alla funzione espropriatrice della rivoluzione”!!!

Quasi che fosse per un nostro capriccio che il processo rivoluzionario sarà così complesso, quale lo vide Marx e lo descrivono più sopra le parole del… controrivolu­zionario Radek.

Il ragionamento di Volontà è specioso. Anziché tratteggiare la possibilità stori­ca sociale tecnica della sua espropriazione-insurrezione, si dà a dimostrare che, se si affiderà ad uno Stato la gestione della socializzazione, la rivoluzione fallirà; più an­cora se si lascerà esistere per poco il privilegio economico.

In possesso di questo magnifico sofisma, il nostro contraddittore può ridiven­tare un buon borghese, presentandolo al mondo capitalistico quale una polizza di assicurazione sulla vita!

Volontà chiama conservazione del privilegio economico l’esplicazione di quel programma che seconda noi è il più rapido processo di sradicamento del privilegio economico.

Ne desidereremmo – certo – uno più rapido, purché si potesse svolgere sulla faccia del pianeta che abitiamo, anziché tra le chimere dell’anarchismo.

Ma, per sostenere l’assurdo concetto della socializzazione istantanea, s’invoca un marxismo da orecchianti, e ci si obietta: v’è privilegio economico? si determi­nerà privilegio politico. Lo stato che voi volete conservare, tra le due classi di cui voi, socialisti, volete conservare la privilegiata, tornerà a sostenere la classe dei padroni.

Ma questo è marxismo fossilizzato nella metafisica! Nel concetto della dialettica marxista lo stato non ha caratteri e funzioni permanenti nella storia: ogni stato di classe segue l’evoluzione di quella classe: è prima un motore rivoluzionario, dopo uno strumento di conservazione. Così lo stato borghese infrange in una lotta colossale i privilegi feudali, e lotta poscia per la difesa di quelli borghesi contro il proletariato.

Ma l’avvento del proletariato al potere (parafrasiamo con le povere nostre parole il pensiero immortale del Maestro) trascende il significato dell’avvento di una nuova classe dominante. Il proletariato ha – primo nella vita della umanità – la coscienza delle leggi dell’economia, e della storia. “Nel trionfo della sua rivoluzione si chiude la preistoria umana”.

Lo stato proletario spezza le maglie del sistema capitalista per sostituirvi un sistema razionale di esplicazione dell’attività degli uomini nell’interesse universale dell’umanità. Lo stato proletario resta in piedi durante il periodo di eliminazione della classe capitalista, ma non crea alcuna altra classe dominata. Il suo compito storico è l’eliminazione delle classi, con le quali si eliminerà la necessità medesima del potere politico dello stato.

Ciò non vuol dire che la società futura non avrà “rappresentanze” e non avrà rappresentanza centrale.

Vuol dire solo che questa non avrà funzione politica, perché non dovrà più agire per una classe di uomini contro un’altra classe – avrà solo funzioni economiche e tecniche perché armonizzerà utilmente e razionalmente l’azione di tutti gli uomini nella lotta contro l’avversa natura.

Il comunismo ed i sindacati

Il Soviet, organo della frazione comunista riprende le sue pubblicazioni.
Siamo lieti di questa ripresa attività in quanto esso potrà volgarizzarci l’ideale comunista è nell’istesso tempo fare intendere alla classe lavoratrice la differenza che passa da socialismo a comunismo.

Sarebbe ingenuo pretendere che da un giorno all’altro ci sia sciorinato, tutto il vastissimo programma comunista però a noi simpatizzanti diretti incombe l’obbligo di domandare al carissimo Soviet alcuni capi-saldi del suo programma anche per mettere la nostra coscienza a posto, anche perchè in contatto diretto con le folle analfabete o semianalfabete non pigliamo qualche granchio pro o contro.

E domandiamo:

1. Quale considerazione e atteggiamento avrà il nuovo partito comunista verso le organizzazioni operaie e contadine?

2. Quale dei due metodi e delle due scuole abbraccerà: quello della confederazione del lavoro, o quello dell’ unione sindacale?

3.° Quale indirizzo seguirà esso nella possibile vertenza tra capitale e lavoro?

La considerazione che spinge il sottoscritto a formulare le suesposte domande è un assillante dubbio, il presente.

Dato il patto di alleanza esistente tra la confederazione del lavoro e il partito socialista e rimanendo la frazione comunista nelle file del partito socialista ufficiale potrà senza incompatibilità morale e politica propagandare un nuovo indirizzo alle organizzazioni?

Non credi, caro Soviet, che una via decisiva bisogna prenderla per allontanare gli equivoci ed i possibili contrasti tra organizzazione e organizzazione, tra militanti e militanti delle medesime file?

Ora se le organizzazioni come enti costituiti devono seguire l’indirizzo della confederazione del lavoro tanto vale che i comunisti veri e propri si appartino da ogni movimento di categoria sposando in tutte le sue conseguenze la politica abbracciata.

Ed è necessario questo sdoppiamento di persone, in quanto non si può continuare nell’eterno equivoco del rivoluzionario in
politica e del collaborazionista in economia.

Perciò se il partito comunista nel suo programma limpido e chiaro contiene la conquista delle organizzazioni bisogna  romperla col patto della confederazione del lavoro, rompendo questo potremo ancora avere poi stanza nel partito socialista ufliciale?

lo mi auguro che i compagni comunisti profondamente convinti vorranno rispondere alle mie domande, poiché esse mirano a una necessaria chiarificazione d’un indirizzo da abbracciare o da respingere.

ANGELO RUSSO