Partito Comunista Internazionale

Il Soviet 1920/23

Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.2

II.

Le questioni e le relative soluzioni, i programmi e la tattica non scaturiscono da principi astratti, bensì sono determinati dall’esperienza, dalla prassi reale della vita. Le vedute dei comunisti intorno allo scopo, e alla via per raggiungerlo, dovettero e devono formarsi sulla base della prassi rivoluzionaria svoltasi finora. La rivoluzione russa e il corso, finora verificatosi, della rivoluzione tedesca, formano il materiale pratico di fatti, di cui finora possiamo disporre per determinare le forze motrici, le condizioni e le forme della rivoluzione proletaria.

La rivoluzione russa ha dato il dominio politico al proletariato con un moto così rapido, che già allora sorprese completamente l’osservatore occidentale, ed ora, confrontato con le difficoltà che s’incontrano nell’Europa occidentale, appare sempre meraviglioso, benché le cause ne siano chiaramente riconoscibili. Il primo effetto doveva esser necessariamente quello di far valutare al disotto della realtà, nel primo entusiasmo, le difficoltà della rivoluzione nel resto del mondo. La rivoluzione russa ha messo davanti agli occhi del proletariato di tutto il mondo i principi del nuovo ordine nella loro pura, abbagliante forza: la dittatura del proletariato, il sistema soviettistico quale nuova democrazia, la nuova organizzazione della industria, dell’agricoltura, dell’educazione. Essa in alcuni punti ha dato un quadro così semplice, chiaro, perspicuo, quasi idilliaco, da far apparire come la cosa più naturale il seguire puramente e semplicemente questo esempio. Ma che ciò non fosse così semplice è stato dimostrato dalla rivoluzione tedesca; e le forze entrate in azione in questa valgono in gran parte anche per il resto d’Europa.

Quando nel novembre del 1918 precipitò l’imperialismo tedesco, la classe lavoratrice era assolutamente impreparata ad una signoria proletaria. Essa, rovinata spiritualmente e materialmente dalla lunga guerra non poté nelle prime poche settimane d’effimero potere governativo acquistare una chiara conoscenza dei propri compiti, né poté compensare tal deficienza l’intensiva, ma breve propaganda comunista. Meglio del proletariato aveva imparato dall’esempio russo la borghesia tedesca; la quale, mascherandosi di rosso per addormentare i lavoratori, cominciò subito a ricostruire gli organi del proprio potere. I Consigli operai si lasciarono cadere di mano spontaneamente il potere a favore dei capipartito socialdemocratici e del Parlamento democratico. I lavoratori, ancor armati come soldati, disarmarono non la borghesia, ma se stessi: i più attivi gruppi di lavoratori furono schiacciati dalle guardie bianche di nuova formazione, e la borghesia fu armata come milizia civica. Con l’aiuto delle direzioni dei sindacati i lavoratori, resi ormai inermi, a poco a poco furon defraudati di tutti i miglioramenti conseguiti nelle condizioni di lavoro. Così fu sbarrata la via la comunismo con reticolati di fil di ferro spinato, affinché il capitalismo potesse sopravvivere a se stesso, cioè cadere più profondamente nel caos.

Certamente non si può ora trasportare senz’altro quest’esperienza della rivoluzione tedesca agli altri paesi dell’Europa occidentale; qui l’evoluzione a sua volta seguirà altre linee. Qui il potere politico non cadrà improvvisamente, per effetto di una catastrofe politico militare, nelle mani di masse impreparate; il proletariato dovrà lottare aspramente per conquistarlo, e quindi dopo la conquista avrà già raggiunto un alto grado di maturità. Ciò che avvenne febbrilmente in Germania dopo il rivolgimento di novembre, si verifica già tranquillamente negli altri paesi: la borghesia trae le sue conseguenze dalla rivoluzione russa, si prepara militarmente alla guerra civile, mentre contemporaneamente inscena l’inganno politico del proletariato a mezzo della socialdemocrazia. Ma nonostante queste diversità la rivoluzione tedesca mostra alcuni tratti generali e offre alcuni insegnamenti d’importanza generale. Essa ci mostra chiaramente come, e per opera di quali forze, la rivoluzione nella Europa occidentale debba essere un processo lungo e lento.

La lentezza – sebbene relativa – dello sviluppo rivoluzionario dell’Europa occidentale ha dato vita a un contrasto di tendenze tattiche in lotta l’una con l’altra. In tempi di rapido sviluppo rivoluzionario le differenze tattiche son presto superate, o non giungono a diventar coscienti; l’intensiva agitazione dei principi rischiara i cervelli, mentre contemporaneamente le masse affluiscono, e la prassi dell’azione rivoluziona le antiche concezioni. Ma quando subentra un periodo di ristagno esteriore; quando le masse lasciano correre tanto senza muoversi, e la forza attrattiva delle soluzioni rivoluzionarie sembra paralizzata; quando le difficoltà si moltiplicano da ogni lato, e l’avversario sembra rialzarsi più gigante da ogni lotta, quando il partito comunista resta ancora debole, e tocca solo sconfitte – allora si sdoppiano i punti di vista, si cercano nuove vie e nuovi mezzi tattici. Per tal motivo principale si affacciano allora due tendenze, che si possono riconoscere in ogni paese, ad onta delle diversità locali. L’una tendenza vuole rischiarare i cervelli con la parola e col fatto, e quindi cerca di contrapporre nella maniera più recisa possibile i nuovi principi alle antiche ideologie; l’altra cerca di guadagnare all’azione pratica le masse, che restano ancora in disparte, e quindi vuole per quanto è possibile evitare ciò che le può urtare, e invece di contrasti mette sempre in rilievo ciò che può unire. La prima aspira alla distinzione chiara e precisa, la seconda alla riunione di masse; la prima tendenza dovrebbe chiamarsi radicale, la seconda opportunista. Data l’attuale situazione europea, in cui da una parte la rivoluzione urta contro poderose resistenze, mentre dall’altra la salda forza della Russia dei Soviety contro i tentativi di schiacciamento dell’Intesa fa una forte impressione sulle masse, e quindi si deve contare su un poderoso afflusso verso la Terza Internazionale di gruppi operai finora esitanti, indubbiamente l’opportunismo diverrà una forza potente nell’internazionale comunista.

L’opportunismo non implica necessariamente moderazione e pacifismo di contegno e di linguaggio in opposizione a una più risoluta tonalità radicale; anzi al contrario troppo spesso la mancanza di principi tattici si nasconde sotto parole veementi ed arrabbiate, ed è proprio appunto della sua natura, in una situazione rivoluzionaria, attendersi tutto, in un colpo solo, dal grande fatto rivoluzionario. La sua natura consiste nel considerare soltanto il momento, e non il poi; nel tenersi alla superficie dei fenomeni, anziché guardare alle profonde cause determinanti. Quando le forze non bastano subito a raggiungere uno scopo, l’opportunismo non cerca di irrobustire le forze, ma si studia di raggiungere lo scopo per altre vie, girando le difficoltà. Giacché il suo scopo è il successo momentaneo, e a questo l’opportunismo sacrifica le condizioni di un futuro e durevole successo. Esso si richiama al fatto, che spesso è possibile, mediante la lega con altri gruppi «avanzati» mediante concessioni a vedute arretrate, di conquistare il potere, o almeno di scindere il nemico, la coalizione della classe capitalista, e quindi conseguire più favorevoli condizioni di lotta. Ma in tali casi risulta sempre che questo potere è solo l’ombra del potere, una potenza personale di alcuni leaders, ma non il potere della classe proletaria, e che questo contrasto resa seco disgregamento, corruzione, lotta. Il potere governativo, acquistato senza che dietro di esso vi sia una classe lavoratrice pienamente matura alla signoria, è destinato ad essere nuovamente perduto, o a dover fare tante concessioni alle vedute arretrate, da infradiciarsi internamente. Una scissione della classe nemica – la vantata formula del riformismo – non impedisce tuttavia l’unità e la coesione borghese, mentre da essa il proletariato resta ingannato, fuorviato, indebolito. Indubbiamente può avvenire, che l’avanguardia comunista del proletariato possa impadronirsi del potere prima che siano soddisfatte le condizioni normali; ma soltanto ciò che allora s’acquista come chiarezza, perspicacia, coesione, autonomia delle masse ha valore durevole come base della ulteriore evoluzione verso il comunismo.

La storia della Seconda Internazionale è piena di esempi di questa politica di opportunismo; ed essi incominciano già a mostrarsi nella Terza. In quella l’opportunismo consisteva nello sforzo di conseguire scopi socialisti con l’aiuto delle masse di lavoratori non socialisti o d’altre classi. Ciò portò alla corruzione della tattica e finalmente alla catastrofe. Ormai nella Terza Internazionale le condizioni sono essenzialmente diverse; giacché il tempo del tranquillo sviluppo capitalistico, nel quale la socialdemocrazia, anche nel miglior senso, non poteva far altro che una politica di propaganda di principii come preparazione a future età rivoluzionarie, è passato. Il capitalismo si sfascia, il mondo non può aspettare sinché la nostra propaganda abbia fornito alla maggioranza una chiara percezione comunista; le masse devono agire subito, e con la maggior rapidità possibile, per salvare se stesse e il mondo dalla rovina. Ma che cosa mai può fare un partito così piccolo, ancora così rigidamente attaccato ai principii, quando son necessarie le masse! L’opportunismo, che vuole raccogliere insieme le masse rapidamente, non è ora un imperativo della necessità!

Come la rivoluzione non la può fare un piccolo partito radicale, altrettanto non la può far neppure un gran partito di masse o una coalizione di diversi partiti. Essa prorompe spontaneamente dalle masse; azioni decise da un partito possono talvolta dare l’impulso (e tuttavia ciò avviene solo raramente), ma le forze decisive stanno altrove, nei fattori psichici, in fondo alla subcoscienza delle masse e ai grandi avvenimenti della politica mondiale. Il compito di un partito rivoluzionario consiste nel diffondere in precedenza chiare nozioni, sicché dappertutto nella massa vi siano elementi, che in tali momenti sappiano che cosa si deve fare, e sappiano giudicare da sé la situazione. E durante la rivoluzione il partito deve fissare i programmi, le soluzioni, le direttive, che siano riconosciuti giusti dalla massa operante spontaneamente, perché essa si ritrova in forma perfetta i propri scopi, e si eleva ad essi per maggior chiarezza; e così il partito diventa guida nella lotta. Finché le masse restano inoperose, può sembrare che tale lavoro rimanga inefficace: ma intanto la chiarezza dei principi agisce internamente anche su molti, che dapprima si tengono lontani dalla rivoluzione e mostra la sua forza attiva, dando loro una sicura direttiva. Se invece si è cercato di ammassare un grande partito annacquando i principi, e facendo coalizioni e compromessi, si dà l’opportunità, quando sopravviene la rivoluzione, a elementi dubbi di acquistare influenza senza che le masse possano scorgere la loro insufficienza. L’adattamento alle vedute tradizionali è un tentativo d’acquistar potere senza che si sia verificata la continuazione pregiudiziale perciò, vale a dire il rivolgimento delle idee; esso quindi agisce nel senso di trattenere il corso della rivoluzione. Inoltre esso è un’illusione, giacché le masse, quando si mettono in rivoluzione, possono capire solo le idee più radicali; invece le idee moderate solo finché la rivoluzione languisce. La rivoluzione è a un tempo un periodo di profondo rivolgimento spirituale delle idee delle masse; essa crea le condizioni di tal rivolgimento e ne è a sua volta condizionata; e perciò, per la forza dei chiari principi di rivolgimento di tutto il mondo, spetta al partito comunista la direzione della rivoluzione.

In contrasto con la ferma e risoluta affermazione dei nuovi principi, (sistema soviettista e dittatura), che separano il comunismo dalla socialdemocrazia, l’opportunismo della Terza Internazionale si riconnette per quanto è possibile alle forme e metodi di lotta tramandati dalla Seconda Internazionale. Dopocchè la rivoluzione russa aveva sostituito al parlamentarismo il sistema dei Soviety e fondato il movimento sindacale sulle fabbriche, la prima tendenza in Europa occidentale fu quella di seguire tale esempio. Il partito comunista di Germania boicottò le elezioni e per l’Assemblea Nazionale e fece propaganda per l’uscita immediata o graduale dai sindacati. Ma quando nel 1919 la rivoluzione indietreggiò e stagnò, la Centrale del Partito comunista tedesco adottò un’altra tattica, basata sul riconoscimento del parlamentarismo e sull’appoggio alle antiche leghe sindacali contro le Unioni. Il più importante argomento a sostegno di questa tattica è che il partito comunista non può perdere il contatto con le masse, ancora imbevute di pensiero parlamentare, che si possono raggiungere soprattutto mediante la lotta elettorale e i discorsi parlamentari, e che col loro ingresso globale nei sindacati hanno portato il numero dei membri di questi a 7 milioni. Lo stesso pensiero fondamentale si manifesta in Inghilterra nel contegno del B.S.P. (British Socialist Party): esso non vuole staccarsi dal Labour Party, benché questo appartenga alla Seconda Internazionale, per non perdere il contatto con le masse labouriste. Questi argomenti sono raccolti e formulati nella maniera più recisa dal nostro amico Carlo Radek, il cui scritto composto durante la prigionia a Berlino su «l’Evoluzione della rivoluzione mondiale e i compiti del Partito comunista», deve considerarsi come lo scritto programmatico dello opportunismo comunista. In esso si afferma che la rivoluzione proletaria nell’Europa occidentale sarà un processo di lunga durata, nel quale il comunismo deve utilizzare tutti i mezzi di propaganda, nel quale il parlamentarismo e il movimento sindacale devono rimanere armi principali del proletariato, aggiungendovi come nuovo scopo di lotta l’attuazione del controllo operaio sulle fabbriche.

Quando ciò sia esatto, sarà dimostrato dall’esame delle cause, delle condizioni e dalle difficoltà della rivoluzione proletaria nell’Europa occidentale.