Manifesto-Programma della Sinistra Del Partito
Una riunione a Milano di preparazione al Congresso di Firenze: per l’applicazione delle decisioni di Mosca; per la eliminazione dei social-democratici; per il Partito Comunista.
Giorni addietro, a Milano, ha avuto luogo una riunioni di pochi compagni rappresentanti le frazioni e tendenze estremiste del Partito Socialista Italiano. Da questa riunione è uscito il manifesto-programma che pubblichiamo, e che non ha bisogno di commento.
Notiamo soltanto che l’adesione degli astensionisti a questo movimento non può meravigliare alcuno. Fin dal Congresso di Bologna una riunione della nostra Frazione deliberava di proporre una intesa ai comunisti elezionisti, ove essi, a parte la questione elettorale, avessero accettato altri due caposaldi della nostra mozione: il cambiamento di nome del Partito e l’espulsione della destra social-democratica. Questo passo non ebbe esito favorevole, poiché, com’è noto, tutti ad eccezione di noi astensionisti, non vollero abbandonare allora il pregiudizio dell’unità del Partito.
Oggi, dopo le note vicende e dopo il Congresso Comunista Internazionale, il logico sviluppo della nostra azione ci conduce al leale accordo con gli elementi rivoluzionari del Partito, insieme ai quali è stato tracciato senza alcuna difficoltà e senza il minimo dissenso il progetto di azione comune che viene oggi presentato a tutti i compagni italiani.
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AI COMPAGNI ED ALLE SEZIONI DEL PARTITO SOCIALISTA ITALIANO
La crisi che travaglia da gran tempo il nostro Partito, sulla quale la vostra attenzione è stata sempre più richiamata così dai recenti avvenimenti d’Italia che dai deliberati del 2° congresso della 3ª Internazionale, rende necessario ed urgente, nello approssimarsi del Congresso Nazionale del Partito, uno sforzo concorde degli elementi di sinistra del Partito stesso per uscire finalmente da una situazione intollerabile e contrastante con le esigenze della lotta rivoluzionaria del proletariato italiano.
Tutto ciò ci ha indotti a farci iniziatori di un movimento di preparazione del Congresso e di concorde intesa fra tutti quei compagni che sentono veramente la necessità che il Congresso indichi una soluzione definitiva ed energica del grave problema.
Non ci dilungheremo nel ricordarvi quale sia la situazione del nostro paese. Le condizioni nelle quali esso ha partecipato ed è uscito dalla grande guerra mondiale, e gli episodi di questo turbato periodo di dopo guerra, dimostrano perfino ai nostri avversari i sintomi molteplici della disorganizzazione irrimediabile dell’attuale regime, e la incapacità di esso a lottare contro le conseguenze rivoluzionarie del proprio intimo disfacimento.
Dall’altra parte il fremito, il sentimento, lo slancio ribelle delle masse di tutti gli strati del proletariato crescono ogni giorno di più e si manifestano nelle continue agitazioni, nell’ardore con cui le battaglie della lotta di classe vengono condotte nell’aspirazione, sia pure indistinta, che esse si conchiudano nella vittoria finale della rivoluzione proletaria.
La borghesia, pur essendo conscia della propria impotenza a fronteggiare il dissesto del suo regime sociale, concentra le ultime energie nella sua difesa contro questa avanzata delle masse rivoluzionarie. Da un lato essa organizza corpi regolari e irregolari per la repressione armata dei moti operai, dall’altro svolge una astuta politica di apparenti concessioni e di mentite benevolenze verso i desiderati delle masse.
Gli organismi che conducono l’azione proletaria ed a cui spetta il compito di svolgere una opposizione vittoriosa a questa politica di conservazione borghese, hanno più volte dimostrato all’evidenza le proprie deficienze.
L’organizzazione sindacale raccoglie ogni giorno più estese schiere di lavoratori, ma mentre questi nelle agitazioni e negli scioperi dimostrano di sentire la necessità di allargare il campo della lotta e spingersi verso conquiste rivoluzionarie, la burocrazia dirigente dei sindacati imprime a tutta l’azione i caratteri tradizionali delle lotte corporative, chiudendola nei limiti di un perseguimento di miglioramenti graduali nelle condizioni di vita del proletariato.
Quanto al partito politico della classe operaia, al Partito Socialista, che avrebbe il compito di riassumere in sé le energie rivoluzionarie di avanguardia, di imprimere un nuovo carattere e un nuovo indirizzo ai metodi di lotta per il conseguimento dei massimi fini del comunismo, esso anche si rivela inadatto alla sua funzione.
È ben vero che la maggioranza del Partito, adottando a Bologna il nuovo programma massimalista e dando la sua adesione alla Internazionale di Mosca, credeva di aver risposto alle esigenze del problema storico, che, dopo lo scioglimento della grande guerra, aveva dovunque poste di fronte le due concezioni antitetiche della lotta proletaria: quella social-democratica, disonorata nel fallimento della II Internazionale e nella complicità con le borghesie; e quella comunista, forte delle originarie affermazioni marxiste e delle esperienze gloriose della rivoluzione russa, che, organizzatasi nella nuova Internazionale, lanciava al proletariato le sue parole d’ordine rivoluzionarie: lotta violenta per l’abbattimento del potere borghese, per la dittatura proletaria, per il regime dei consigli dei lavoratori.
Ma in realtà il Partito, illuso forse dal legittimo compiacimento pel fatto di avere tenuto durante la guerra un contegno ben diverso da quello degli altri partiti della II Internazionale, non intese la necessità che a un cambiamento formale del programma corrispondesse un rinnovamento profondo della sua struttura e delle sue funzioni.
I successivi avvenimenti hanno dimostrato, attraverso circostanze che è superfluo rammentare, quanto il Partito fosse ancora lontano dall’essere pari al compito rivoluzionario che la situazione storica gli confidava.
Esso non ha modificato essenzialmente i criteri della sua politica; la sua azione soprattutto parlamentare, adagiandosi nei metodi tradizionali dell’ante guerra ha spesso fatto il gioco del governo borghese.
Nei momenti in cui occorrevano risoluzioni decisive, restarono arbitri della situazione uomini sorpassati a cui il partito non seppe togliere la dirigenza dell’azione sindacale e parlamentare, e si ricadde così nei vecchi metodi di accomodamento e di transazione. Le masse del proletariato, deluse, si rivolgono quindi in parte ad altre correnti rivoluzionarie militanti fuori del partito, come i sindacalisti e gli anarchici, che hanno concezioni del processo rivoluzionario in cui i comunisti non possono concordare; uniscono giustissime critiche di un atteggiamento così contrastante con le esigenze rivoluzionarie e con lo stesso linguaggio rivoluzionario dei capi del partito.
È per le ragioni che abbiamo riportate e per tutte quelle altre che in molte occasioni sono state più ampiamente prospettate dagli elementi di sinistra, che il Partito Socialista Italiano si è rilevato inadatto al suo compito, è per queste ragioni che il Congresso Internazionale di Mosca, accogliendo le richieste dei compagni italiani di tendenza più avanzata, ha stabilito di porre con chiarezza e con fermezza la questione del rinnovamento del nostro partito, ed ha fissate le basi su cui il prossimo nostro congresso dovrà lavorare per conseguire tale scopo.
Quali dunque i compiti del prossimo Congresso? Quali gli obbiettivi che dobbiamo proporci per far sì che esso, anziché esaurirsi in vane logomachie ed in accorte manovre di corridoio, affronti coraggiosamente il male e vi apporti i più radicali rimedi? Noi crediamo che questi obbiettivi e questi propositi possano e debbano essere comuni a quanti compagni condividono, assieme ai principi fondamentali del comunismo, l’intendimento di applicare nel modo più energico alla costituzione ed alla attività del partito le deliberazioni di Mosca.
Queste costituiranno la piattaforma comune di azione per quei gruppi e quelle correnti di sinistra, che pur distinguendosi su particolari concezioni di certi problemi di dottrina e di tattica, si sono incontrate nelle critiche svolte dal punto di vista rivoluzionario all’insufficienza dell’azione del Partito.
Il programma d’azione comune che noi vi prospettiamo in vista del Congresso, può, a parer nostro, essere compendiato nei seguenti caposaldi principali.
1. Cambiamento del nome del Partito in quello di Partito Comunista d’Italia (sezione dell’Internazionale Comunista).
2. Rielaborazione del programma votato a Bologna, alcune particolari affermazioni del quale devono essere rese più conformi ai principi della Terza Internazionale, per contrapporlo ancora una volta al programma social-democratico di cui è partigiana la destra del partito.
3. Conseguente e formale esclusione dal Partito di tutti gl’iscritti e gli organismi, i quali si sono dichiarati o si dichiareranno contro il programma comunista attraverso il voto delle sezioni e del Congresso o con qualunque altra forma di manifestazione.
4. Modifica degli statuti interni del partito per introdurvi i criteri di omogeneità di centralizzazione e di disciplina che sono la base indispensabile della struttura del Partito Comunista, adottando, tra le altre innovazioni, il sistema del periodo di candidatura per i nuovi iscritti al partito, e quello delle revisioni periodiche di tutti gl’iscritti, la prima delle quali dovrà immediatamente seguire il Congresso.
5. Obbligo di tutti i membri del Partito alla completa disciplina d’azione verso tutte le decisioni tattiche del Congresso Internazionale e del Congresso Nazionale, la cui osservanza sarà affidata con pieni poteri al Comitato Centrale designato dal Congresso.
Le direttive dell’attività del Partito s’ispireranno alla realizzazione dei criteri stabiliti dal Congresso di Mosca e saranno principalmente le seguenti:
a) Preparazione dell’azione insurrezionale del proletariato utilizzando tutte le possibilità di propaganda legale, e organizzando nello stesso tempo su larga base il lavoro illegale per realizzare tutte le condizioni indispensabili dell’azione ed assicurarne i mezzi materiali.
b) Organizzazione in tutti i sindacati, le leghe, le cooperative, le fabbriche, le aziende ecc. di gruppi comunisti collegati all’organizzazione del partito, per la propaganda la conquista di tali organismi, e la preparazione rivoluzionaria.
c) Azione nelle organizzazioni economiche per conquistare la direzione di esse al Partito Comunista. Appello alle organizzazioni proletarie rivoluzionarie che sono fuori della Confederazione Generale del Lavoro, perché rientrino per sorreggere la lotta dei comunisti contro l’attuale indirizzo e gli attuali dirigenti di essa. Denunzia del patto di alleanza fra il Partito e Confederazione, ispirato ai criteri social-democratici della parità di diritto tra partito e sindacato, per sostituirlo con l’effettivo controllo dell’azione delle organizzazioni economiche proletarie da parte del Partito Comunista attraverso la disciplina dei comunisti che lavorano nei sindacati agli organi direttivi del partito. Distacco della Confederazione, appena conquistata alle direttive del partito comunista, dal segratariato di Amsterdam, e sua adesione alla sezione sindacale dell’Internazionale Comunista, con le modalità previste dallo statuto di questa.
d) Lotta per la conquista da parte del Partito Comunista della direzione del movimento di organizzazione cooperativa, per liberarlo dalle attuali influenze borghesi e piccolo borghesi e renderlo solidale col movimento rivoluzionario di classe del proletariato.
e) Partecipazione alle elezioni politiche e amministrative con carattere completamente opposto alla vecchia pratica social-democratica e con l’obbiettivo di svolgere la propaganda e l’agitazione rivoluzionaria, di affrettare il disgregamento degli organi borghesi della democrazia rappresentativa.
Revisione da parte degli organi del partito, sotto la direzione del Comitato Centrale, della composizione di tutte le rappresentanze elettive del partito nei comuni, nelle province e nel parlamento, con la facoltà di scioglimento di tali organismi. Controllo e direzione permanente da parte del comitato centrale dell’attività di quelli che saranno conservati. Il gruppo parlamentare sarà considerato come l’organo designato a compiere una specifica funzione tattica sotto la direzione della centrale del partito. Esso non avrà facoltà di pronunciarsi come corpo deliberante su questioni che investono la politica generale del partito.
f) Controllo di tutta l’attività di propaganda da parte degli organi centrali, e specialmente disciplinamento di tutta la stampa del partito, i cui comitati di direzione saranno nominati o confermati dal comitato centrale che ne controllerà l’opera sulla base delle direttive politiche dei congressi.
g) Stretto contatto col movimento giovanile, secondo i criteri contemplati dallo statuto dell’Internazionale comunista; intensificazione della propaganda e organizzazione femminile.
Noi confidiamo che queste linee generali del programma di azione comune raccoglieranno il consentimento di tutti i comunisti, che contribuiranno attivamente ad assicurarne il trionfo nelle prossime assisi del partito attraverso una larga agitazione e la organizzazione di tutte le forze che si porteranno su questo terreno.
Al lavoro dunque, o compagni, perché trionfi, al di sopra di falsi sentimentalismi unitari, come di misere questioni di persone, la causa della rivoluzione comunista.
Milano, ottobre 1920.
Nicola Bombacci, Amadeo Bordiga, Bruno Fortichiari, Antonio Gramsci, Francesco Misiano, Luigi Polano, Umberto Terracini.
La Confederazione del Lavoro Italiana e l’internazionale sindacale
Un argomento intorno al quale si è molto equivocato, ed in modo assai poco simpatico, è quello dei rapporti tra la Confederazione Generale del Lavoro italiana e la Internazionale sindacale di Mosca.
Ecco come d’Aragona ha riferito – al … gruppo parlamentare! – della cosa, secondo l’«Avanti!»: «Si è trattato (a Mosca) della costituzione di una Internazionale dei Sindacati la quale svolgesse l’opera sua parallelamente ed in armonia con la Terza Internazionale Comunista. È stata decisa la formazione di un Comitato per raggiungere tale scopo.
«Le condizioni alle quali si giunse stabilivano che dovevano esistere rapporti permanenti, tra i Sindacati e i Partiti Comunisti – si è cioè trasportata nel campo internazionale la situazione di fatto già esistente in Italia». «L’on. d’Aragona accenna alla lettera di Lenin pubblicata dai nostri giornali, in cui si biasima la Confederazione Generale del Lavoro italiana, perché è rimasta coerente all’Internazionale di Amsterdam fino al giorno in cui si fosse tenuto il Congresso fra i dissidenti da quella Internazionale. Ritiene che questa improvvisa sconfessione derivi dal fatto che Lenin destituì i rappresentanti russi che avevano firmato la convenzione.
Serrati dal canto suo aggiunge: «Quanto è accaduto per la convenzione sindacale nei nostri rapporti, è accaduto nei confronti del Partito Socialista francese coi rappresentanti del quale erano stati fissati nove punti per l’accettazione, e poi partiti i francesi sono stati elevati a diciotto, a ventuno, e ventidue».
Ecco un tessuto di cose non vere e di oblique insinuazioni. Cominciamo anzitutto ad osservare quanto sia equivoco il paragone invocato da Serrati della questione francese. Lenin e il Comitato Esecutivo si contentavano di nove condizioni; è stato proprio il Congresso Internazionale che portando a ventuno le diciotto condizioni generali di ammissione contenute nelle tesi presentate, ne ha naturalmente voluta la applicazione anche al Partito francese, col quale nessun impegno aveva preso o poteva prendere il C.E.. Ed è proprio Serrati poi che trova che coi francesi si è troppo indulgenti!
Ricostruiamo ora la questione della costituzione della internazionale sindacale. D’Aragona era andato in Russia come membro della missione italiana; non aveva dalla Confederazione del Lavoro alcun mandato per il Congresso della Terza Internazionale.
Quando il Congresso fu convocato Serrati e d’Aragona chiesero ai rispettivi organismi l’autorizzazione a restare.
Un telegramma di Gennari comunicò che i delegati del Partito erano Serrati, Bombacci e Graziadei, informando che la Confederazione autorizzava d’Aragona a rimanere.
Questi prese parte alle trattative per la costituzione della sezione sindacale dell’Internazionale Comunista, che si conchiusero con l’approvazione di una convenzione datata da Mosca il 15 luglio.
È falso che questa convenzione tollerasse la permanenza degli organismi sindacali nazionali che vi partecipassero nel segretariato giallo di Amsterdam, come è falso che il C.E. ed il Congresso abbiano modificata o sconfessata quella convenzione; e questa allusione si riferisce al solo fatto del cambiamento di un relatore al Congresso sull’argomento dei sindacati russi, fatto che non può avere nulla di anormale per chi conosce gli stessi criteri di disciplina che vigono nel Partito Comunista Russo.
Nella convenzione, come nelle risoluzioni del Congresso, è affermato il criterio che i comunisti non devono seguire la tattica di abbandonare le file dei sindacati attuali, anche se di tendenza contro-rivoluzionaria, ma restarvi per conquistarli.
Ove però un organismo sindacale nazionale sia nelle mani dei comunisti esso deve staccarsi dalla Internazionale gialla di Amsterdam per aderire alla sezione sindacale della III Internazionale.
Per conseguenza la minoranza rivoluzionaria della Confederazione Generale del Lavoro francese deve rimanere, ad esempio, nelle file di tale organismo, benché questo aderisca ad Amsterdam, ma i dirigenti della Confederazione Generale del Lavoro d’Italia che dicono di essere per la III Internazionale devono abbandonare Amsterdam se vogliono aderire a Mosca. Nessuna concessione è stata loro fatta quando si firmò la convenzione. La verità è che i rappresentanti della Confederazione lasciarono intendere e Serrati soprattutto, loro avvocato, dichiarò cento volte su tutti i toni che la Confederazione erasi già distaccata da Amsterdam.
Lo stesso ebbe poi a confutare tale asserzione – insieme a Bombacci – ricordando che la Confederazione Generale del Lavoro nell’occasione del boicottaggio all’Ungheria aveva diramato il comunicato presentandolo come un ordine della propria centrale Internazionale di Amsterdam.
Benché alla convenzione partecipassero rappresentanti riformisti come l’italiano d’Aragona ed anarchici come lo spagnuolo Pestagna, il concetto che la ispira è antitesi a quello vigente in Italia circa i rapporti tra sindacati e Partito che lascia ancora ai primi troppa autonomia. Questa tesi difesa da riformisti e da sindacalisti rivoluzionari è sostituita da quella del controllo del movimento politico comunista sui Sindacati. Qui è dunque un’altra affermazione inesatta di d’Aragona e di Serrati, che cioè in Italia non via sia in materia nulla da cambiare, dato il famoso patto d’alleanza. Tale asserzione a Mosca ha fatto ridere; prima di tutto il partito italiano non è ancora un vero Partito Comunista rivoluzionario, secondariamente esso ha chiesto alla Confederazione impegni troppo limitati, in terzo luogo questa dimostra di fregarsene abbastanza di quegli stessi modestissimi impegni assunti.
Ci riserviamo di pubblicare il testo della convenzione e degli statuti provvisori, ed aggiungiamo qualche cosa circa le decisioni del Congresso sulla questione sindacale.
Nelle tesi sul compito del Partito è detto: «L’Internazionale Comunista ha invitato al suo Congresso ogni sindacato che riconosce i principi della III Internazionale e che è disposto a romperla con la Internazionale gialla. La Internazionale Comunista organizzerà una sezione dei sindacati rossi che si mettono sul terreno del Comunismo. La Inter. Com. si rifiuterà di lavorare con ogni organizzazione operaia anche se non aderente al Partito, se questa è decisa a non condurre una seria lotta rivoluzionaria contro la borghesia».
È dunque chiaro che i comunisti lavorano in ogni sindacato, anche se riformista o anarchico per arrivare alla direzione dei sindacati da parte del Partito.
Ma ciò non può essere invocato per mettere in dubbio un’altra cosa chiarissima: un organismo sindacale nazionale non può aderire contemporaneamente ad Amsterdam e a Mosca.
I riformisti confederali hanno firmata la convenzione di Mosca lasciando intendere che erano usciti da Amsterdam. Quando però hanno visto quale aria tirava nel Congresso Internazionale per loro, e per il loro difensore Serrati, non hanno più voluto dichiarare apertamente la loro adesione alla III Internazionale, tanto che il d’Aragona è rimasto solo per alcuni giorni nel Congresso, finché un incidente che illustreremo e dal quale risultò che egli non faceva parte della delegazione italiana lo indusse ad abbandonare il Congresso medesimo.
La conclusione è che la Confederazione del Lavoro italiana non deve considerarsi aderente alla III Internazionale perché è ancora attaccata al centro contro-rivoluzionario di Amsterdam.
D’altra parte è perfettamente logico che sia così, poiché essa è diretta da elementi che dovranno essere esclusi dal Partito Comunista Italiano.
L’articolo 14 dello statuto della Internazionale Comunista dice:
«I sindacati che stanno sul terreno del comunismo riuniti internazionalmente sotto la direzione dell’Internazionale Comunista formano una sezione dell’Internazionale Comunista. Questi sindacati delegano i loro rappresentanti ai congressi mondiali dell’Internazionale Comunista a mezzo del Partito Comunista dei relativi paesi».
Il nostro compito nei riguardi del lavoro nei sindacati risulta dunque chiarissimo: organizzare la lotta per togliere la Confederazione ai suoi attuali dirigenti, uomini che dovranno essere esclusi dal Partito Comunista, e sostituirli con provati comunisti strettamente disciplinati al Partito, che non si considerino mai come i dirigenti di un organismo autonomo dal loro Partito, che pongano per direttiva dell’azione da imprimere ai sindacati economici le decisioni dei Congressi del Partito politico e degli organi direttivi di questo.
a.b.
Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.3
III.
È stato rilevato più volte, che nell’Europa occidentale la rivoluzione deve esser più lenta, perché la borghesia vi è molto più forte che in Russia. Analizziamo l’essenza di questa forza. Consiste essa nel maggior numero d’individui appartenenti a questa classe? Anche le masse proletarie sono relativamente molto più grosse. Consiste nel dominio della borghesia su tutta la vita economica? Indubbiamente questo era un forte elemento di potere; ma questo dominio sfugge, e nell’Europa centrale l’economia è in pieno fallimento. Consiste finalmente nel fatto che la borghesia ha a sua disposizione lo Stato con tutti i suoi mezzi di violenza? Certo essa ha sempre represso le masse con questo mezzo, e perciò la conquista del potere statale era il primo obiettivo del proletariato. Ma nel novembre del 1918 il potere statale in Germania e Austria cadde senza forza dalle mani della borghesia, gli strumenti di violenza erano affatto paralizzati, le masse erano padrone. E tuttavia la borghesia poté ricostruire questo potere statale, e riassoggettare i lavoratori al giogo. Ciò dimostra, che esisteva ancora per la borghesia un’altra segreta sorgente di potere, rimasta intatta, che le permise, quando tutto sembrava perduto, di restaurare il proprio dominio. Siccome le masse proletarie erano ancora affatto dominate dall’ideologia borghese, esse dopo la catastrofe restaurarono con le proprie mani la signoria borghese.
Quest’esperienza tedesca ci mette avanti precisamente il grande problema della rivoluzione nell’Europa occidentale. In questi paesi l’antico sistema borghese di produzione, e la conseguente cultura borghese altamente sviluppata, per molti secoli hanno dato completamente la loro impronta al pensiero e al sentimento delle masse popolari. Per ciò il carattere spirituale, intimo, delle masse popolari è qui affatto diverso che nei paesi orientali, che non conobbero questa signoria della cultura borghese. E da ciò principalmente deriva la differenza tra il corso della rivoluzione in Oriente e in Occidente. In Inghilterra, Francia, Olanda, Italia, Germania, Scandinavia viveva sin dal Medio Evo una potente borghesia a produzione piccolo borghese e capitalistica primitiva; essendo stato frattanto abbattuto il feudalismo, si sviluppò nella campagna un contadiname indipendente altrettanto forte, anch’esso padrone nelle sue piccole aziende. Su questo terreno la vita spirituale borghese si sviluppò fino a diventar solida cultura nazionale, anzitutto negli Stati costieri Francia e Inghilterra, che prima degli altri iniziarono l’evoluzione capitalistica. Nel secolo 19° il capitalismo, sottoponendo al suo potere l’intiera economia e attraendo nel suo girone dell’economia mondiale anche i più remoti centri rurali, ha promosso questa cultura nazionale, l’ha raffinata, e coi suoi mezzi spirituali di propaganda, scuola, stampa, chiesa, l’ha ribadita saldamente nei cervelli, così di quelle masse, che esso proletarizzò e spinse nelle città, come di quelle altre, che lasciò in campagna. Ciò vale non solo per i paesi d’origine del capitalismo, ma anche, sebbene in forme un po’ diverse, per l’America e l’Australia, dove gli gli Europei fondarono nuovi Stati, e per i pesi, fin allora intorpiditi, dell’Europa centrale: Germania, Austria, Italia, dove la nuova evoluzione capitalistica poté saldarsi a una antica, stagnante piccola economia agraria, e a una cultura piccolo borghese. Ben diverso materiale e diverse tradizioni trovò il capitalismo, allorché invase le regioni orientali d’Europa. Qui, in Russia, Polonia, Ungheria, e anche nelle terre a oriente dell’Elba, non vi era una potente classe borghese, che ab antico signoreggiasse la vita spirituale; i primitivi rapporti agricoli, con la rande proprietà, il feudalismo patriarcale e il comunismo di villaggio determinarono la vita spirituale. Quivi pertanto di fronte al comunismo si trovarono le masse primitive, semplici, aperte, impressionabili come cera vergine. Certi socialdemocratici occidentali espressero spesso con derisione la loro meraviglia per il fatto che gli «ignoranti» Russi potessero essere i campioni del nuovo mondo del lavoro. Rispondendo ad essi, un delegato inglese alla Conferenza d’Amsterdam caratterizzò molto giustamente la differenza così: i Russi possono essere stati ignoranti, ma i lavoratori inglesi sono così imbevuti di pregiudizi, da rendere assai più difficile tra loro la propaganda comunista. Questi «pregiudizi» sono soltanto il lato esteriore del modo di pensare borghese, che pervade le masse proletarie d’Inghilterra, di tutta l’Europa occidentale e di America.
L’intiero contenuto di questa mentalità, in contrasto con la concezione proletaria e comunista del mondo, è così multilaterale e complesso, che difficilmente può esser riassunto in pochi periodi. Il suo primo tratto distintivo è l’individualismo, che deriva dalle anteriori forme di lavoro contadinesche e piccolo borghesi, e solo lentamente fa posto al nuovo sentimento collettivista proletario e alla necessaria disciplina volontaria, e nei pesi anglosassoni questo tratto è impresso con la massima forza tanto nella borghesia che nel proletariato. La visuale è circoscritta alla propria sede di lavoro e non s’allarga all’intiera società; prigioniero del principio della divisione del lavoro, l’uomo considera anche la politica, la direzione dell’intiera società, non come interesse proprio di ciascuno, ma come arte particolare di dati specialisti, dei politici. La natura borghese da secoli di commercio materiale e spirituale, mediante la letteratura e l’arte, è stata innestata saldamente nelle masse proletarie, e crea un sentimento di comunanza nazionale – più profondamente radicato nella subcoscienza appunto quando si manifesta sotto forma di indifferenza esteriore o anche di esteriore internazionalismo – che può estrinsecarsi in una solidarietà nazionale di classi, e rende difficile l’internazionalismo di fatto.
La cultura borghese vive nel proletariato anzitutto come tradizione spirituale. Le masse, prigioniere di essa, pensano ideologicamente anzicché realisticamente, il pensiero borghese fu sempre ideologico. Ma questa ideologia, questa tradizione, non è unitaria; riflessi delle innumerevoli lotte di classe dei secoli passati sono stati tramandati a noi sotto forma di sistemi di pensiero politico e religioso, che dividono l’antico mondo borghese, e quindi anche il proletariato che ne è rampollato, in gruppi, chiede, sette, partiti separati da vedute ideologiche. E così, in secondo luogo, il passato borghese permane nel proletariato come tradizione organizzativa, che impedisce la strada all’unità di classe propria dell’ordine nuovo; in queste organizzazioni i proletari formano la retroguardia, il seguito di un’avanguardia borghese.
I condottieri immediati di queste lotte ideologiche son forniti dell’intellettualità. La intellettualità – preti, maestri, letterati, giornalisti, artisti, politici – formano una classe numerosa, che ha per compito quello di nutrire, formare e diffondere la cultura borghese; essi la trasmettono alle masse, e fanno la parte d’intermediarii tra la signoria del capitale e gl’interessi delle masse. Alla loro prevalenza tra le masse è collegata la signoria del capitale. Giacché, per quanto le masse si ribellino spesso contro il capitale e gli organi di esso , lo fanno soltanto sotto la guida di intellettuali, e la stretta consuetudine di rapporti e la disciplina, formatesi in queste lotte comuni, più tardi, quando questi duci passano apertamente dalla parte del capitalismo, diventa il più saldo puntello del sistema. Tale si mostrò l’ideologia cristiana di strati piccolo borghesi decadenti, la quale come espressione della lotta di questi contro il moderno Stato capitalista era diventata forza viva, e più tardi non di rado sistema di governo reazionario e conservatore di gran valore, come per esempio il cattolicismo in Germania dopo il Kulturkampf. Qualche cosa di simile si può dire per la socialdemocrazia, benché questa nei riguardi teoretici abbia dato validissimo contributo a distruggere e scacciare l’antica ideologia tra la classe operaia in sommovimento. Tuttavia essa lasciò permanere la dipendenza spirituale delle masse da capi politici e d’altro genere, ai quali come a specialisti le masse confidarono la direzione di tutti i grandi interessi di classe, invece di curarli da sé. Lo stretto contatto e la disciplina, formatasi nella lotta di classe, spesso aspra, di mezzo secolo, non ha seppellito il capitalismo, giacché significavano il potere dell’organizzazione e della dirigenza sulle masse, che da tal potere nell’agosto 1914 e novembre 1918 furono rese strumento impotente della borghesia, dell’imperialismo e della reazione. La potenza spirituale del passato borghese sul proletariato, in molti paesi d’Europa (per esempio in Germania e in Olanda) significa scissione del proletariato in gruppi ideologicamente sperati, che impediscono l’unità di classe. La socialdemocrazia in origine aveva voluto effettuare questa unità di classe, ma senza riuscirvi, in parte, a causa della sua tattica opportunista, che poneva l’azione puramente politica in luogo della politica di classe; essa non ha fatto che aggiungere un nuovo gruppo agli antichi.