La situazione sindacale italiana e internazionale
L’edizione torinese dell’Avanti! Pubblica una interessantissima lettera aperta del compagno Losowsky, recentemente tornato in Russia dopo che il governo tedesco ha interrotto con un ordine di espulsione la sua opera quale inviato dei Sindacati russi e della Terza Interazionale presso i Sindacati operai europei.
Tale lettera, che lo spazio ci vieta di riprodurre, viene in buon punto per dissipare gli equivoci creati più o meno onestamente dalla Confederazione del Lavoro italiana e dai suoi capi circa i suoi rapporti con la iniziativa dei Soviet internazionali dei sindacati, questione da me largamente esposta negli articoli apparsi nei precedenti numeri del Soviet.
Inoltre l’Avanti! Aveva pubblicata una nota, che voleva essere biografica, sul compagno Losowsky, redatta in modo quanto mai tendenziosa, nella quale si voleva contrapporre la politica sindacale di Losowsky a quella internazionale comunista (secondo congresso e comitato esecutivo) parlando di pretese sconfessioni dell’opera da lui svolta- come insinuarono anche, nella relazione data a Trieste al … gruppo parlamentare da D’Aragona e Serrati.
La lettera di Losowsky oltre a smentire nettamente questi pettegolezzi fatti sulla persona dell’autore, viene anche a chiarire la questione dei rapporti tra l’internazionale sindacale gialla di Amsterdam e quella di Mosca, quistione nella quale, come noi documentammo ampiamente e come questa lettera conferma, la Confederazione del lavoro italiana conduce un gioco doppio, equivoco e disgustante.
La lettera s’inizia colla dimostrazione che i grandi sindacati professionali svolgono una azione contro rivoluzionaria e di complicità con la borghesia in quasi tutti i paesi, ed anche in Italia. Quindi dimostra la natura dell’Internazionale di Amsterdam ed i suoi loschi legami colla Società delle Nazioni, cioè colla Internazionale dello sfruttamento capitalista.
Dopo ciò Losowsky ancora una volta dichiara e conferma ch’è proprio in antitesi a questa organizzazione reazionaria che sorge l’Internazionale Sindacale di Mosca, fondata coll’intervento di D’Aragona, ma colla aperta dichiarazione fatta a costui che la Confederazione italiana del lavoro, se voleva aderire definitivamente, doveva uscire dal Segretariato di Amsterdam.
D’Aragona rispose scantonando, mentre – ciò dichiaro io, assumendone personale responsabilità – Serrati dava a credere che già la Confederazione del suo cuore aveva tagliati i ponti con Amsterdam.
Losowsky chiarisce poi la tattica sindacale dei comunisti esattamente come io l’ho sempre posta, rettificando le erronee interpretazioni di altri, in base ai risultati del Congresso di Mosca: scissioni locali e nazionali nelle organizzazioni economiche no – una assoluta incompatibilità per gli organismi sindacali tra l’adesione a Mosca e ad Amsterdam. – Scrivo ciò per la quinta volta! quando risponderanno gli alti papaveri confederali, gli ambasciatori di ieri a Mosca ed oggi a Londra! Essi pur non hanno, in occasione di altre mie polemiche, ignorato il «Soviet».
Losowsky infine, nell’ultima parte della lettera, si dichiara anch’egli convinto che la Confederazione del lavoro d’Italia ha fatto, specie nell’ultima agitazione metallurgica, opera contro rivoluzionaria, – e afferma la necessità che il partito italiano si liberi dai riformisti per poterli cacciare dai posti direttivi che occupano nei sindacati.
Egli ribadisce i principi dell’Internazionale sindacale di Amsterdam, combattuti dai nostri riformisti sindacali: «rivoluzione sociale, dittatura del proletariato, legame intimo ed infrangibile tra unioni professionali e partiti comunisti».
Non vogliamo lasciare la lettera del valoroso compagno senza citare quanto egli dice circa il movimento per l’occupazione delle fabbriche, e che mirabilmente concorda con quanto noi abbiamo più volte da queste colonne affermato.
«Noi che siamo passati per queste forme di lotta alla fine del 1917, noi che abbiamo percorso a passo a passo tutte le tappe: del controllo operaio, della direzione operaia, della conquista del potere da parte del proletariato, noi vogliamo dirvi: questo movimento nasconde in sé grandi vittorie ed una grande sconfitta. Occupare una fabbrica, impadronirsi di uno stabilimento, è molto facile, ma è difficilissimo conservare questa fabbrica, questo stabilimento, giacché il capitalismo è tutto un sistema che trova la sua espressione completa nello stato contemporaneo; e finché il potere, con tutto il apparato di polizia, funzionari, imposte, ministeri, esercito, flotta, ecc. rimane nelle mani delle classi dominanti l’impossessamento delle fabbriche e degli stabilimenti non si effettua, non potendo esistere una contraddizione duratura tra condizioni economiche e politiche. Politica ed economia sono un tutt’uno, e chi vuole impadronirsi delle fabbriche deve prima di tutto conquistare il potere, distruggere la borghesia come classe, in caso contrario varrà solamente come ginnastica rivoluzionaria».
Tutti questi insegnamenti che scaturiscono dalla lettera del rappresentante l’Internazionale di Mosca, valgano ad ammaestrare meglio i comunisti e i proletari italiani nella lotta contro la riformistica sindacale indigena!
Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.8
La Russia dei Soviety, con le sue ricche sorgenti di derrate alimentari e di materie prime, salverà e nutrirà la rivoluzione dell’Europa occidentale. Perciò specialmente il massimo e particolarissimo interesse per la classe lavoratrice dell’Europa occidentale è quello di conservare e appoggiare la Russia dei Soviety.
Ma il problema della ricostruzione economica, per quanto sia difficile, non è il primo che debba essere affrontato dal Partito comunista. Se le masse proletarie spiegheranno la loro massima forza intellettuale e morale, lo risolveranno. Il primo compito del partito comunista è quello di svegliare ed incitare tali forze. Esso deve mettere in fuga tutte quelle idee tradizionali, che rendono il proletariato malsicuro ed incerto, opporsi a tutto ciò che desta negli operai illusioni di una vita più agevole e li trattiene dalle misure più radicali, combattere energicamente tutte le tendenze, che si attardano a mezza strada o alla ricerca di compromessi. E di tali tendenze ve ne sono ancor molte.
VII.
Il passaggio dal capitalismo al comunismo non si effettuerà sul semplice schema: conquista del potere politico, introduzione del sistema dei Consigli, soppressione dell’economia privata, per quanto sia questo appunto all’ingrosso la linea evolutiva. Ciò sarebbe possibile solo se si potesse costruire uniformemente in terreno libero. Ma dal capitalismo sono sgorgate forme di lavoro e d’organizzazione, che hanno salde radici nella coscienza della massa e possono essere rovesciate solo attraverso un processo di rivoluzionamento politico ed economico. Delle forme di lavoro menzionammeno già quelle agrarie, che compiono una particolare evoluzione. Sotto il capitalismo sono sorte nella classe lavoratrice forme d’organizzazione diverse nei particolari a seconda dei paesi – che rappresentano una grande forza, né si possono eliminare all’improvviso, e son quindi destinate ad avere una parte notevole nel corso della rivoluzione.
Ciò s’applica anzitutto ai partiti politici. La parte rappresentata nell’odierna crisi del capitalismo dalla socialdemocrazia, è ben conosciuta, ma cesserà presto nell’Europa centrale. Anche le frazioni più radicali di essa (come il Partito socialdemocratico indipendente di Germania) esercitano influenza dannosa, non soltanto perché scindono il proletariato, ma perché le loro idee socialdemocratiche – come il predominio di capi politici, che dirigono la storia del popolo con le loro azioni e coi loro maneggi – perpetuano la confusione nelle masse e le trattengono dall’azione. E se un Partito comunista si costituisce come partito parlamentare, che invece della dittatura di classe voglia esercitare la dittatura di partito, vale a dire la dittatura dei capi partito, allora anch’esso può diventar ostacolo all’evoluzione. Il contegno del Partito comunista di Germania durante il movimento rivoluzionario di Marzo, quando dichiarò non essere il proletariato ancor maturo alla dittatura, e che perciò se si fosse costituito un Governo «puramente socialista» esso si sarebbe comportato come «opposizione leale» cioè avrebbe trattenuto il proletariato dalla più aspra lotta di classe contro un simile governo, è stato già criticato da diverse parti.
Nel corso della rivoluzione può verificarsi un governo di capipartiti socialisti come forma di passaggio; allora in esso trova espressione la momentanea correlazione tra le forze borghesi e le rivoluzionarie, ed esso ha la tendenza a mantenere ed eternare come risultato della rivoluzione quello ch’è solo il momentaneo rapporto fra la distruzione dell’antico e la creazione del nuovo. Si tratterebbe come a dire di una riedizione radicale del governo Ebert-Haase-Dittmann. Ciò che ci si può aspettare da un simile governo, risulta dalle basi su cui esso poggia: apparente equilibrio delle classi in lotta, ma con la preponderanza della borghesia, un miscuglio di democrazia parlamentare con una specie di sistema di Consigli per i lavoratori, socializzazione limitata dal veto dell’imperialismo dell’Intesa e dal mantenimento del profitto capitalistico, vani tentativi di impedire l’acuirsi dei conflitti delle classi.
Quelli che in un sistema simile sono ingannati, son sempre i lavoratori. Un simile governo non soltanto non può far niente per la ricostruzione, ma non lo può neppure tentare, giacché il suo unico scopo è quello d’arrestare a mezza strada il corso della rivoluzione. E siccome esso tenta così di impedire l’ulteriore dissoluzione del capitalismo come la costituzione del pieno potere politico del proletariato, ha efficacia direttamente controrivoluzionaria. I comunisti non posson far altro che combattere un simile governo con la più assoluta mancanza di riguardi.
Come in Germania l’organizzazione direttiva del proletariato era rappresentata dalla socialdemocrazia, così in Inghilterra il movimento tradunionista ha profondissime radici nella classe lavoratrice per virtù di una storia quasi centenaria. Ivi già da lungo tempo l’ideale dei giovani capi radicali di sindacati – come tipo di essi può valere Robert Smillie – è che la classe lavoratrice domini la società a mezzo dell’organizzazione dei sindacati. Anche i sindacalisti rivoluzionari e i corifei degli I.W.W. d’America, sebbene aderenti alla 3a Internazionale si raffigurano di preferenza in tal forma il futuro dominio del proletariato. I sindacalisti radicali considerano il sistema dei Soviety non come la forma più pura della dittatura proletaria, ma piuttosto come un governo di politici ed intellettuali, costruita su fondamenti formati da organizzazioni operaie. Invece per essi l’organizzazione di classe del proletariato naturale e spontaneamente creata, è il movimento sindacale in cui il proletariato si governa da sé e dovrebbe dominare tutto il lavoro. Se si attua l’antico ideale della «democrazia industriale» e il sindacato è padrone nella fabbrica, allora l’organo comune dei sindacati, il loro Congresso, assume la funzione di dirigere e amministrare l’intero processo economico; e il vero «Parlamento del lavoro» sottentra al posto dell’antico Parlamento borghese. D’altra parte in questi circoli si sente spesso ripugnanza contro una dittatura di classe unilaterale e «illegale», considerata come un attentato alla democrazia: il lavoro deve dominare, ma gli altri non devono esser privi di diritti. E quindi accanto al Parlamento del lavoro, che governa la base d’ogni vita cioè il lavoro, dovrebbe esservi una seconda Camera eletta a suffragio universale come rappresentanza dell’intiero popolo, o esercitante la sua influenza sulle questioni pubbliche, culturali e di politica generale.
Questa concezione di un governo delle organizzazioni operaie non va confusa col «laborismo» con la politica del «Labour party», che è ora seguita dai dirigenti dei sindacati. Questa consiste nella tendenza dei sindacati ad introdursi nell’attuale parlamento borghese, formando un «Partito del Lavoro» allo stesso titolo degli altri partiti, e cercando di soppiantare questi come partito di governo. Un tal partito è affatto borghese, e non v’è alcuna differenza tra Henderson ed Ebert. – Esso appena la minacciosa pressione dal basso ne porrà la necessità – porgerà alla borghesia inglese l’opportunità di proseguire su basi allargate la sua vecchia politica, indebolendo e fuorviando i lavoratori col fatto, che i loro capi sono accolti nel governo. Un governo del Partito del Lavoro – che un anno fa data l’opinione rivoluzionaria delle masse sembrava prossimo, ma che poi è stato respinto in grande lontananza dagli stessi capi mediante la loro opposizione alla corrente radicale – sarebbe, allo stesso modo del governo di Ebert in Germania, soltanto un governo a pro della borghesia. Ma ancora bisogna vedere, se l’astuta e previgente borghesia inglese non confiderà in se stessa meglio che in questa burocrazia operaia per il lavoro di stordire e contenere le masse.