Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.9
Un puro governo di sindacati secondo la concezione radicale sta a questa politica del Partito del Lavoro, a questo «laborismo», come la rivoluzione sta alla riforma. Esso potrebbe essere introdotto solo da una reale rivoluzione dei rapporti politici, sia violenta sia fatta con l’antico sistema inglese, e allora nella coscienza delle masse si tratterebbe appunto della conquista del potere politico da parte del proletariato. Ma tuttavia anche tutto ciò sarebbe una cosa affatto diversa dagli scopi del comunismo. Tale concezione infatti si fonderebbe sulla ristretta ideologia, che si sviluppa nel corso della lotta sindacale, in cui non s’ha avanti a sé il capitale mondiale come un tutto nelle sue svariate e complicate forme di capitale finanziario, di capitale bancaria, di capitale agrario, di capitale coloniale, ma soltanto la forma industriale di esso. Essa si baserebbe sull’economia marxista, quale è oggi zelantemente studiata nel mondo inglese del lavoro, in quanto cioè essa mostra nella produzione un meccanismo di sfruttamento, ma senza la profonda dottrina sociale del marxismo, senza il materialismo storico. Essa sa che il lavoro costituisce la base del mondo e vuole quindi che il lavoro domini il mondo; ma non vede, come ogni campo, per quanto astratto, della vita politica e intellettuale è condizionato dalla forma di produzione, e quindi propende ad abbandonare tali campi all’intellettualità borghese, purché questa riconosca il predominio del lavoro. Un simile governo in realtà sarebbe governo della burocrazia sindacale, integrato dalla frazione radicale dell’antica burocrazia statale, cui esso lascia, come a specialisti, i campi speciali della cultura, della politica, ecc.. E prevedibilmente neanche il suo programma economico coinciderà con l’espropriazione comunista, ma s’indirizzerà soltanto all’espropriazione del grande capitale, del capitale usuraio delle banche e dei latifondi, mentre sarà rispettato l’«onesto» profitto dei piccoli intraprenditori scorticati e dominati appunto dal grande capitale. È anche dubbio, se nella questione coloniale, questo nervo vitale della classe dominante d’Inghilterra, il predetto governo accetterebbe il punto di vista della completa libertà per le Indie, che fa parte essenziale del programma comunista.
Non si può prevedere in quale maniera, in quale misura e con quale purezza si attuerà consimile forma politica; si possono soltanto riconoscere le generali forze d’impulso e le tendenze, i tipi astratti, ma non le forme concrete, sempre diverse, e i miscugli, in cui quelle si realizzano. La borghesia inglese ha sempre inteso l’arte di trattenere al momento giusto gli scoppi rivoluzionari con concessioni parziali, e se e quanto essa potrà seguire questa tattica anche in avvenire, dipenderà anzitutto dalla profondità della crisi economica. Se la disciplina sindacale sarà frantumata dal basso con disordinate rivolte industriali, i dirigenti sindacali riformisti e radicali si incontreranno su una linea mediana; se la lotta vien diretta rigidamente contro l’antica politica riformista dei dirigenti, allora organizzatori radicali e comunisti procederanno di pieno accordo.
Queste tendenze non restano limitate all’Inghilterra. In tutti i paesi i sindacati costituiscono le più potenti organizzazioni operaie; e non appena un urto politico abbatte l’antico potere, questo naturalmente passerà alla potenza meglio organizzata e più influente che vi sia. In Germania nel novembre del 1918 gli stati maggiori di sindacati costituirono la Guardia controrivoluzionaria alle spalle di Ebert; e nell’ultima crisi di marzo essi apparirono sul proscenio politico col tentativo di acquistar diretta influenza sulla formazione del governo. In questo lavoro diretto ad appoggiare il governo Ebert si trattava soltanto di turlupinare ancora una volta astutamente il proletariato con l’inganno di un «Governo sotto il controllo dell’organizzazione operaia». Ma appare anche qui la stessa tendenza che in Inghilterra. E se anche i Legien e i Bauer sono troppo compromessi in senso controrivoluzionario, succederanno al loro posto nuovi organizzatori più radicali, della tendenza del Partito indipendente, come già l’anno scorso gli Indipendenti sotto Dissmann conquistarono la direzione della grande lega dei metallurgici. Se un movimento rivoluzionario abbatte il governo di Ebert, certamente questa potente forza organizzata di sette milioni di membri cercherà – accanto al Partito Comunista o contro di esso – di impadronirsi del potere politico.
Un simile Governo della classe lavoratrice a mezzo dei sindacati non può essere stabile, giacché se pure esso potrà mantenersi a lungo supponendo un lento processo di disfacimento economico, non può esistere in un periodo di rivoluzione acuta se non come vacillante stato di transizione. Il suo programma, com’è stato precedentemente abbozzato, non può essere radicale. Ma una tendenza, che non ammetta quei provvedimenti come provvisorie forme di transizione, come fa il comunismo, che le svolge coscientemente nella direzione di un’organizzazione comunista, ma bensì li consideri come programma definitivo, deve necessariamente venire in contrasto e in lotta con le masse: e ciò in primo luogo perché non rende del tutto impotenti gli elementi borghesi, ma lascia loro una certa posizione di potenza nella burocrazia e forse nel Parlamento, donde essi possono continuare a condurre la lotta di classe. La borghesia si sforzerà di rafforzare queste posizioni di potenza, mentre il proletariato, non potendo in tal guida abbattere la classe avversaria, deve tentare di attuare il puro sistema soviettista come organo della sua dittatura. In questa lotta tra due poderosi avversari la ricostruzione economica sarà impossibile. In secondo luogo, un simile governo di capi di sindacati non può risolvere i problemi posti dalla società, perché questi posson venire risolti soltanto dall’iniziativa di una massa proletaria, che sia mossa da tale abnegazione ed entusiasmo, quali può risvegliare soltanto il comunismo con la sua prospettiva di completa liberazione. Una tendenza che vuol sopprimere la povertà materiale e lo sfruttamento, ma si limita volutamente a ciò, e non tocca nulla della sovrastruttura borghese né sa ad un tempo trasformare l’intiero modo di vedere, l’intiera ideologia del proletariato, non può sprigionare quelle poderose energie delle masse; ma perciò esso sarà anche inetto a risolvere il problema materiale della ricostruzione economica, a eliminare il caos.
Al pari del Governo «puramente socialista», anche il governo dei sindacati cercherà di conservare e stabilizzare il risultato momentaneo del processo rivoluzionario, ma però in uno stadio molto più avanzato, poiché è già distrutto il predominio della borghesia ed è sottentrato un certo equilibrio tra le classi sotto il predominio del proletariato; perché non può esser più mantenuto l’intiero profitto capitalista, ma solo la meno urtante forma piccolo-capitalistica di esso; perché non si mira più alla restaurazione borghese, ma seriamente alla ricostruzione socialista, sebbene con mezzi insufficienti. Esso quindi ha il significato di ultimo rifugio della classe borghese. Se la borghesia sotto l’impeto delle masse non potrà più mantenersi sulla linea Scheidemann-Henderson-Renaudel, ripiegherà sull’ultima linea di ritirata Smillie-Dissmann-Merrheim. Se essa non potrà più ingannare il proletariato mediante «lavoratori» in un governo borghese o socialista, mediante un «Governo di organizzazioni operaie» essa potrà tentare di distogliere il proletariato dai suoi estremi scopi radicali; per conservare così una parte della sua posizione privilegiata. Il carattere di un tale governo è controrivoluzionario, in quanto esso cerca di trattenere a mezza strada lo sviluppo della rivoluzione rivolto necessariamente alla completa distruzione del mondo borghese e al comunismo integrale. Far propaganda per una simile tendenza è atto controrivoluzionario in quando esso con una formula ben architettata tenta di trattenere il proletariato da perseguire i suoi più grandi e più netti scopi. Attualmente la lotta dei comunisti può correre spesso parallela con quella dei sindacalisti; ma sarebbe tattica dannosa quella di non mettere in rilievo, in vista di quel parallelismo, gli stridenti contrasti che vi sono nei principi e negli scopi. E queste considerazioni hanno importanza anche nei riguardi del contegno che i comunisti devono tenere di fronte alle odierne leghe sindacali: tutto ciò che contribuisce a rinsaldarne la compattezza e la forza, consolida quella potenza, che in avvenire attraverserà la strada al progresso della rivoluzione.