Partito Comunista Internazionale

Il Soviet 1921/1

Per la costituzione del Partito Comunista

Il convegno di Imola della frazione comunista ha presentato una lacuna, la quale non manca di portare i suoi dannosi effetti. E’ vero che esso, come disse il compagno Bordiga, doveva servire principalmente per l’organizzazione del lavoro della frazione stessa ma è pur vero che da esso doveva venire fuori una franca, netta, esplicita dichiarazione che affermasse la imminente costituzione del Partito Comunista italiano, sezione della Terza Internazionale, unica sezione in Italia riconosciuta da essa e ad essa aderente.

Il convegno avrebbe dovuto dire, come espressione del suo pensiero collettivo non come considerazione di uno dei suoi componenti, che in quella riunione il partito comunista era già costituito in potenza, se non addirittura nella realtà effettiva, cui un prossimo convegno non avrebbe dato che la esteriorità della formalità. Ed avrebbe anche potuto anche fissare la data di questa formalità, coincidente col cessare della sua convivenza nel seno del partito socialista italiano, all’atto stesso della votazione sulla mozione da essa proposta e da presentarsi immutata nel congresso del partito.

Questo voto doveva essere additato come l’ultimo atto della sua esistenza come frazione del partito socialista e insieme come l’effettivo voto di costituzione del partito comunista.

Il non avere fatto ciò dà luogo a qualche equivoco e fa speculare gli unitari, specialmente coloro che si chiamano unitari comunisti, per ingrossare le loro file.

Non è che ci preoccupa tale fatto ossia una diminuzione nella efficienza numerica del partito da costituirsi ma deve preoccuparci che sia  netta e chiara la nostra posizione e la nostra azione.

In seno al partito socialista, specie nei suoi membri operai vi sono non pochi elementi rivoluzionari, i quali senza seguire tante sottigliezze, hanno questa intima convinzione che solo facendo parte della Terza Internazionale può costituirsi un partito sinceramente rivoluzionario. Per costoro e sono parecchi – checché ne dicano alcuni unitari i quali sostengono che le parole di Zinovieff o di Lenin non fanno preso nel dibattito interno del partito – l’adesione alla Terza Internazionale è l’argomento principale per la loro decisione nel conflitto delle tendenze. E poiché tale adesione è voluta in forma generica da tutti, essi ne concludono che sia inutile aderire alla frazione che vuole la scissione e che secondo le apparenze tende a diminuire le forze della Internazionale stessa.

Bisogna per costoro e per tutti chiaramente ed esplicitamente fare noto che l’adesione platonica alla Terza Internazionale, quale fu votata dalla Direzione del Partito Italiano e confermata dal Congresso di Bologna, ha fatto il suo tempo. Ora l’Internazionale ha stabilito le sue condizioni per i partiti che vogliono fare parte di essa, o a cui debbono uniformarsi quei partiti che avevano ad essa aderito. Queste condizioni o le si accettano come sono e si entra e si resta nell’Internazionale, o non le si accettano e si va fuori senz’altro se si era fatta la formalità della adesione antecedentemente.

Ciò avviene, automaticamente potrebbe dirsi, colle votazioni intorno alla  accettazione delle condizioni di Mosca. Coloro che le accettano integralmente restano nella Internazionale, gli altri si mettono da sé fuori in virtù dello stesso voto. Se il partito italiano fosse fuori della Internazionale potrebbe formulare delle proposte e presentarle al Comitato Esecutivo di questa per tentare, per quanto inutilmente, di ottenere l’accettazione; ma questo non è ammissibile nella condizione attuale.

Non è quindi quistione di vedere se si è oppure no minoranza o maggioranza nel congresso – questo potrà valere al più nella conseguenza immediata materiale che, se si è maggioranza si cacceranno via gli altri, e se si è minoranza bisognerà andar via – né di attendere per deliberare intorno alla costituzione del partito il che avviene nella votazione della mozione, che accetta le condizioni di Mosca.

Coloro che si illudono e cercano di illudere su possibili accomodamenti dell’ultima ora debbono sapere che essi si ingannano assolutamente.

Costituito il partito in virtù del voto sulla mozione e sul programma presentato al congresso insieme ad essa, esso non potrà accogliere nel suo seno altri se non secondo le norme statutarie che debbono regolarne il funzionamento, alle quali, coloro che si saranno trovati fuori dovranno assoggettarsi se vorranno far parte del partito. L’esperienza degli errori del partito socialista dovrà essere di guida per non ripeterli nel nuovo partito. Se i congressi stabiliscono le direttive dell’azione, le guide di essa, non sono l’azione in sé che viene dopo in conseguenza di quelle e che è affidata unicamente agli organi esecutivi, i quali debbono essere affidati a compagni provati, scelti per lungo tempo naturalmente tra coloro che del partito faranno parte nel momento stesso della sua costituzione. A tali organi esecutivi debbono essere affidate larghissime mansioni, non essendo possibile altrimenti mantenere in esso una salda compagine ed una ferrea disciplina. Il modo di organizzazione dei comitati direttivi del partito socialista devono essere abbandonati, le direzioni pletoriche convocate a quando a quando con ordini del giorno e processi verbali pubblici, le superfetazioni dei consigli nazionali devono sparire. Il partito deve essere organizzato non per la coreografia democratica, ma per l’azione rivoluzionaria, onde ogni infrazione alla disciplina non solo non deve essere tollerata ma deve essere immediatamente colpita con la massima severità dagli organi dirigenti; non può essere ammessa alcuna riserva sul programma. Libertà di discussione nel seno del partito ma nessuna libertà di azione.

Il partito deve presentare nella lotta un fronte unico non un mosaico che abbia la possibilità di disgregarsi, per cui coloro che ad una determinata azione non si dimostreranno spontaneamente preparati a compierla, dovranno senza esitanze essere sostituiti da quelli che saranno ad essa più disposti ed adatti. Disciplina ferrea, fedeltà assoluta, devozione e dedizione completa alla causa rivoluzionaria non possono esigersi se non da coloro che liberamente, spontaneamente sentono queste esigenze, e ad esse si uniformano.

Coloro che in questa ora hanno esitato di fronte a così modeste richieste, anche se domani saranno nel partito, dovranno essere tenuti in sospetto come spiriti deboli. La forza del partito sarà grande, per la compattezza ed energia dei suoi componenti, non per il numero di essi.

Il partito comunista non sarà un partito democratico che si proponga delle conquiste sulla base maggioritaria, esso riporrà la sua forza nella fede che il suo programma di azione corrisponde allo sviluppo storico della rivoluzione proletaria, della quale dovrà necessariamente in virtù di quello divenire la guida sicura ed il propulsore più efficace.

Ludovico Tarsia

Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.11

Ma anche questa produzione si trova in un periodo di transizione; i funzionari tecnici ed amministrativi esercitano nella fabbrica e nello Stato un potere maggiore di quel che sia compatibile col comunismo evolutivo. La necessità di risollevare rapidamente la produzione, e anche più la necessità di creare un buon esercito contro gli assalti della reazione, costrinse a rimediare a tempo acceleratissimo alla penuria di forze dirigenti; la minaccia della fame e gli assalti nemici non permisero di rivolgere tutte le forze al fine di rialzare, a ritmo più lento, la capacità generale e lo sviluppo di tutti come base di una collettività comunista. Sicché dai nuovi capi e funzionari dovette sorgere una nuova burocrazia, che assorbì in sé gli avanzi dell’antica e la cui esistenza è considerata talora con preoccupazione come un pericolo per il nuovo ordine. Questo pericolo può venir allontanato solo da un ampio sviluppo delle masse, e a ciò si provvede con zelo infiammato, ma la radice durevole di tale sviluppo può esser costituita solo dall’abbondanza comunista, io virtù del quale l’uomo cessi di essere schiavo del proprio lavoro. Solo l’abbondanza crea le condizioni materiali per la libertà e l’uguaglianza; finché la lotta contro la natura e contro le potenze del capitale è ancora un’aspra lotta, rimarrà necessaria una eccessiva specializzazione.

È notevole, che secondo il nostro esame il diverso andamento dell’evoluzione nell’Europa occidentale – dove noi la prevediamo solo nell’ulteriore sviluppo della rivoluzione – e nella Russia dia però come risultato la stessa struttura politico-economica: un’industria ordinata comunisticamente, in cui i Consigli degli operai costituiscono l’elemento dell’amministrazione autonoma, sotto la direzione tecnica e il predominio politico d’una burocrazia operaia; mentre contemporaneamente l’agricoltura nelle prevalenti aziende piccole e media conserva il carattere individualista e piccolo borghese.

Tuttavia questa coincidenza non è strana perché tale struttura non è determinata dall’antecedente storia politica, ma da fondamentali condizioni tecnico-economiche – il grado di sviluppo della tecnica industriale e agricola, e così pure la cultura delle masse – che sono identiche in un luogo e nell’altro. Ma accanto a questa coincidenza v’è anche un grande divario di significato e di scopo.

Nell’Europa occidentale questa struttura politico-economica forma uno stato di transizione, sul quale la borghesia tenta all’ultimo di trattenere la propria rovina, mentre in Russia si tenta coscientemente di indirizzare ulteriormente l’evoluzione verso il comunismo. Nell’Europa occidentale quella struttura forma una fase della lotta di classe tra proletariato e borghesia, in Russia una fase della nuova organizzazione economica. Sotto forme esteriori uguali l’Europa occidentale si trova sulla linea discendente di una civiltà moribonda, la Russia nel movimento ascendente di una nuova civiltà.

Quando la rivoluzione russa era ancor giovane e debole, ed aspettava la propria salvezza dal sollecito scoppio della rivoluzione europea, prevaleva un altro concetto sulla sua importanza. La Russia – si diceva allora – è soltanto un posto avanzato della rivoluzione, in cui per casuale favore di circostanze il proletariato poté impadronirsi del potere così presto, ma questo proletariato è debole e incolto e quasi scompare nell’infinita massa dei contadini. Il proletariato della Russia economicamente arretrata solo temporaneamente può marciare alla testa; ma non appena si saranno levate le enormi masse del proletariato dell’Europa occidentale, con le loro cognizioni e la loro preparazione culturale, con la loro istruzione tecnica e organizzativa, e avranno assunto la dominazione sui più sviluppati paesi industriali d’antica e ricca civiltà, allora si assisterà alla fioritura del comunismo, accanto al quale il meritorio inizio russo sarebbe sembrato debole e povero. Dove il capitalismo spiega le sue maggiori forze in Inghilterra, in Germania, in America – ed ha preparato le nuove forme di produzione, lì si trova il nucleo e la forza del nuovo mondo comunista.

Questo modo di vedere non teneva conto delle difficoltà che si presentano alla rivoluzione nell’Europa occidentale.

Dove il proletariato giunge solo lentamente ad una salda dominazione, e la borghesia sa riconquistare qua e là il potere o parti del potere, non può parlarsi di organizzazione dell’economia. Una ricostruzione capitalistica è impossibile, ogni volta che la borghesia ha mani libere, crea un nuovo caos e distrugge le fondamenta, che avrebbero potuto servire a costruire una produzione comunista. Essa impedisce sempre con la reazione sanguinosa e la devastazione il consolidamento del nuovo ordine proletario. Anche in Russia ciò si verificò: la distruzione degli impianti industriali e delle miniere negli Urali e nel bacino del Don per opera di Kolciak e di Denikin, come pure la necessità di impiegare nella lotta contro costoro i migliori operai e la parte principale della forza produttiva, ha profondamente scompaginato l’economia, danneggiando gravemente e rovesciando l’edificio comunista e se anche la riapertura dei rapporti commerciali con l’America e l’Europa occidentale può promuovere notevolmente l’inizio di una nuova prosperità, tuttavia sarà necessaria la più grande ed eroica abnegazione delle masse in Russia per riparare completamente i danni. Ma – e qui sta la differenza – in Russia però la Repubblica dei Soviety rimane ferma e salda, come centro organizzato di forza comunista, che aveva già acquistato una grande solitià interna.

Nell’Europa occidentale si distruggerà e si ucciderà altrettanto, e anche ivi le migliori forze del proletariato rimarranno annientate nella lotta, ma ivi manca la sorgente di forza costituita da un grande Stato soviettista già saldamente organizzato. Nella devastatrice guerra civile le classi si esauriscono reciprocamente, e finché non si può venire alla ricostruzione rimarranno signoreggianti il caos e la miseria. Questa sarà la sorte dei paesi dove il proletariato non ha tosto riconosciuto con sguardo netto e con volontà unitaria il suo compito, vale a dire dei paesi, dove le tradizioni borghesi indeboliscono e scindono i lavoratori, offuscano la loro vita e avviliscono i loro cuori. Occorreranno decenni, prima che negli antichi paesi capitalisti sia superata l’influenza pestifera e paralizzante della civiltà borghese sul proletariato. E frattanto la produzione resta morta, e il paese economicamente diverrà un deserto.

Nello stesso tempo, in cui l’Europa occidentale sbuca fuori faticosamente dal suo passato capitalistico, e ristagna economicamente, nell’Oriente, in Russia, vigoreggia l’economia nell’ordinamento comunista. Ciò che distingueva i paesi del capitalismo evoluto dal ritardatario Oriente era il possesso di immensa copia di mezzi materiali e spirituali di produzione – un fitto nodo di ferrovie, di fabbriche, di navi, una popolazione densa e tecnicamente istruita. Ma nella catastrofe del capitalismo, durante la lunga guerra civile, nel periodo del ristagno, quando si produce troppo poco, questo possesso va perduto, consumato o distrutto. Le forze produttive indistruttibili, la sicurezza, le capacità tecniche, non sono affatto legate a questi paesi: i loro rappresentanti trovano una nuova patria in Russia, dove potrà salvarsi anche, mediante il commercio, una parte della ricchezza materiale, tecnica dell’Europa. L’accordo commerciale della Russia dei Soviety con l’Europa occidentale, se attuato seriamente, tende a rafforzare questa opposizione, perché promuove la ricostruzione economica della Russia, mentre nell’Europa occidentale procrastina la catastrofe, trattiene la rovina, reca al capitalismo un momento di respiro e paralizza la forza d’azione rivoluzionaria delle masse non si può dire per quanto tempo e in qual misura. Politicamente ciò si manifesterà nell’apparenza di stabilità che potrà assumere una forma di governo borghese o una delle altre forme accennate di sopra, e nel contemporaneo sopravvento dell’opportunismo nel movimento comunista; i partiti comunisti dell’Europa occidentale acquisteranno posizione legale mediante il riconoscimento degli antichi metodi di lotta, mediante la partecipazione al lavoro parlamentare e la leale opposizione, come già fece la socialdemocrazia, e di contro ad esse la corrente radicale, rivoluzionaria, sarà respinta nella minoranza. Ma un vero rifornimento reale del capitalismo è affatto inverosimile; il privato interesse dei capitalisti trafficanti con la Russia si curerà poco della economica generale e in grazia del profitto sposterà verso la Russia importanti elementi fondamentali di produzione, e neppure il proletariato può più esser ridotto in soggezione. Quindi la crisi diviene permanente; un miglioramento duraturo è impossibile e s’arresterà sempre di nuovo; il processo della rivoluzione e della guerra civile è procrastinato e prolungato, il pieno dominio del comunismo e l’inizio del nuovo rifiorimento rinviato ad un lontano futuro. Frattanto in Oriente l’economia si leva senza ostacoli in poderoso slancio, apre nuove vie appoggiandosi alla più elevata scienza della Natura – che l’Occidente non sa utilizzare – unita con la nuova scienza della Società, con la recente conquista del dominio delle forze sociali fatta dall’economia. E queste forze, centuplicate dalle nuove energie sgorgate dalla libertà e dall’uguaglianza, faranno della Russia il centro del nuovo ordinamento mondiale comunista.

Non sarà la prima volta nella storia, che nel passaggio ad una nuova forma di produzione – o ad un delle sue fasi – il centro del mondo sia rimasto spostato verso altre regioni del mondo. Nell’antichità esso inizio dall’Asia anteriore all’Europa sud-orientale; nel Medioevo dall’Europa meridionale all’Occidentale; coll’avvento del capitale coloniale e commerciale il paese dirigente fu la Spagna, con l’avvento dell’industria l’Inghilterra. Le cause di queste migrazioni devono comprendersi in un punto di vista generale; dove le precedenti forme economiche sono giunte al massimo sviluppo, ivi le forze materiali e spirituali, gli istituti politico-giuridici, che assicurano l’esistenza di quelle forme e sono necessari alla loro completa esplicazione, son divenute così solidi, da presentare ostacolo quasi insuperabile all’evoluzione verso nuove forme. Così alla fine dell’antichità l’istituto della schiavitù ostacolava un ordinamento feudale; così gli Statuti delle arti nelle grandi e ricche città medioevali fecero sì che la posteriore manifattura capitalista potesse svilupparsi in altri luoghi, fin allora senza importanza, così l’ordinamento politico dell’assolutismo francese, che sotto Colbert promuoveva l’industria, più tardi, nel sec. 18° impedì l’introduzione della nuova grande industria, che fece dell’Inghilterra un paese di fabbriche. Esiste perfino una legge corrispondente nella natura organica, che in opposizione alla dawiniana «sopravvivenza del più adatto»potrebbe indicarsi come «survival of the unfitted», come «sopravvivenza del non-adatto». Quando un tipo-animale – per esempi i sauri dell’era secondaria – si è specializzato e differenziato in una ricchezza di forme, che sieno pienamente adatte alle condizioni di vita dell’era relativa, esso è allora diventato incapace ad evolvere in un nuovo tipo: ogni attitudine e possibilità d’evoluzione è andata perduta, e non ritorna più. La formazione di un nuovo tipo muove dalle primitive forme originarie, le quali, essendo indifferenziate, hanno conservato tutte le possibilità d’evoluzione, e l’incapacità d’adattamento dell’antico tipo muore.

Come caso particolare di questa regola generale del mondo organico è da considerare il fenomeno – di cui la scienza borghese si sbriga con la fantasia di un «esaurimento della forza vitale» di una nazione o razza – per cui nel corso della storia umana la direzione dell’evoluzione economica, politica, culturale passa continuamente da un popolo o da un paese all’altro.

Ora possiamo vedere i motivi, per cui il predominio dell’Europa occidentale e dell’America – che la borghesia così volentieri attribuisce a superiorità intellettuale e morale della sua razza – diventa evanescente, e dove esso prevedibilmente emigrerà! Nuovi paesi, in cui le masse non sono avvelenate dai fumi della concezione borghese del mondo, dove un principio di sviluppo industriale strappò gli spiriti dall’antica immobile inerzia e svegliò un sentimento comunista della collettività, dove esistono le materie prime per adibire la più elevata tecnica ereditata dal capitalismo ad un rinnovamento delle tradizionali forme produttive, dove la pressione dall’alto è abbastanza forte per spingere alla lotta e alla formazione delle virtù combattive, ma dove una prepotente borghesia non può impedire questo rinnovamento – questi paesi saranno i centri del nuovo mondo comunista. La Russia, che con la Siberia forma da sola una parte del mondo, è già in prima linea. Ma le stesse condizioni esistono più o meno anche in altri paesi dell’Oriente, in India, in Cina. Sebbene qui esistono alla loro volta anche altre cause di immaturità, tuttavia questi paesi non vanno dimenticati nel considerare la rivoluzione comunista mondiale.

Non si può vedere la rivoluzione comunista mondiale nella sua intiera importanza universale, se la si considera solo dal punto di vista dell’Europa occidentale. La Russia non è soltanto la parte orientale d’Europa, ma anche e non soltanto sotto l’aspetto geografico bensì anche sotto quello economico – in molto maggior misura la parte occidentale dell’Asia.

L’antica Russia aveva poco di comune con l’Europa; essa era la più spostata verso occidente tra quelle formazioni politico-economiche, che Marx designava quali «despozie orientali» e alle quali appartengono tutti i giganteschi imperi asiatici. Nell’interno di esse, sulla base della comunità di villaggio di un contadiname dappertutto quasi uniforme, si elevò l’illimitato potere della nobiltà e dei principi, appoggiato inoltre a un traffico commerciale relativamente ristretto, ma importante, con un semplice artigianato.

In questo sistema di produzione, sempre riproducentesi alla stessa guisa nel corso dei secoli ad onta dei mutamenti di dominio alla superficie, il capitale europeo è penetrato da ogni parte dissolvendo, rivolgendo, assoggettando, sfruttando, depauperando, mediante il commercio, mediante l’assoggettamento e il saccheggio diretto, mediante lo sfruttamento dei tesori naturali, mediante la costruzione di ferrovie e fabbriche, mediante prestiti statali ai principi, mediante l’esportazione di derrate alimentari e di materie prima – ossia mediante ciò che si comprende nella denominazione di politica coloniale. Mentre l’India con le sue immense ricchezze fu già di buon’ora conquistata, depredata e quindi proletarizzata e industrializzata, gli altri paesi soltanto più tardi caddero per mezzo della moderna politica coloniale nei lacci del capitale finanziario. Anche la Russia – sebbene essa sin dal 1700 apparisce esteriormente come una potenza europea – divenne colonia del capitale europeo: essa grazie ai suoi immediati rapporti guerrieri con l’Europa entra prima e più rapidamente per la via, in cui più tardi la seguirono la Persia e la Cina. Prima dell’ultima guerra il 70% dell’industria del ferro, la maggior parte delle ferrovie, il 90% della produzione del platino, il 75% dell’industria della nafta erano in mano di capitalisti europei, i quali inoltre mediante gli enormi debiti statali dello zarismo sfruttavano i contadini russi anche oltre i limiti della fame. Mentre la classe operaia lavorava in Russia in condizioni simili a quelle dell’Europa, per cui sorse una comunità d’idee rivoluzionarie, marxiste, tuttavia per la sua complessiva situazione economica la Russia era il più occidentale degli imperi asiatici.


A. PANNECOEK