L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.36
La campagna «contro Confucio»
Parallelamente a questo processo di ritirata dell’EPL, con i risultali del X Congresso che cominciavano appena ad essere noti, per reazione all’ascesa di Zhou Enlai incominciò una campagna di stampa battezzata “pi Lin, pi Kun” che, come per l’ormai lontano giugno 1966, coinvolse le Università. La campagna di critica a Lin Biao ed a Confucio doveva avere come obiettivo quello di «riprendere la lotta contro ogni tendenza feudale, borghese, capitalista e revisionista» per consolidare «la dittatura del proletariato», campagna che, anticipiamo, non vedrà però né articoli né epurazioni storiche.
Il movimento di “critica” ebbe come i suoi ispiratori ed iniziatori in Jiang Qing e Zhang Chunqiao che speravano di colpire indirettamente, attraverso la figura di Confucio, quella ben più reale dell’enigmatico e diplomatico Primo Ministro, Zhou Enlai, che raccolse la sfida e fu all’altezza della sua fama. La campagna fu infatti subito presa e condotta dalle strutture del Partito che organizzò e guidò riunioni di massa le quali, partendo dal filosofo Confucio e dal militare Lin Biao, avevano come finale un’aspra critica ad ogni tendenza contraria al “centralismo democratico”, che non riconosceva il potere assoluto del Partito su tutta la società civile (EPL compreso), bollando di tradimento ogni formazione di cricche, di conduzione personale del potere, ogni liberalismo e l’indiscriminato ricorso agli “stimoli materiali” per assicurare lo sviluppo dell’economia e dello Stato.
Anche se la campagna “pi Lin, pi Kun” fu talvolta pomposamente presentata come la continuazione della Rivoluzione Culturale, ad esempio il 1° gennaio il “Jenmin Jihpao” scriveva nel suo editoriale: «All’interno come all’esterno del paese, una piccola cricca di nemici di classe, attacca la grande Rivoluzione Culturale proletaria (…) Noi dobbiamo persistere per portare a termine la rivoluzione socialista nel campo della cultura», gli avvenimenti succedutisi avevano profondamente mutato gli atteggiamenti delle classi e degli strati sociali. Proprio il mondo della cultura e dell’intellighenzia, che aveva costituito la vasta e cieca riserva dei maoisti, era stato successivamente il più colpito dalla repressione della struttura poliziesca e militare del regime, come del resto già era accaduto con il movimento dei “Cento fiori” nel 1957 quando, per determinazioni diverse, furono volutamente suscitate critiche al regime unico del PCC. La repressione poliziesca e militare, il continuo e vasto esodo di giovani e studenti nelle campagne, l’ultimo si ebbe il 22 gennaio 1974 quando, dopo i festeggiamenti dell’anno lunare, più di 32.000 studenti lasciarono Shanghai per andare nelle regioni rurali, rendevano difficile mobilitare, da parte di chicchessia, gli studenti ed i professori, strati medi da sempre sfruttati come carne da cannone nelle varie contese dal regime di Pechino, un regime che, dopo i drammatici avvenimenti della Rivoluzione Culturale, era vieppiù sospettoso e guardingo.
La campagna maoista “pi Lin, pi Kun” per riuscire avrebbe dovuto allora interessare le vaste truppe operaie e contadine, un mondo però che per obiettivi diversi, non si lasciava abbacinare da spiritualismi e da rivoluzioni letterarie; come la Rivoluzione Culturale aveva indiscutibilmente mostrato alle attonite Guardie Rosse, contadini e operai si muovevano per prosaici interessi materiali ben più potenti di mille e mille discorsi “antiriformisti” ed “antirevisionisti”. Senza base sociale su cui poggiare, la campagna “pi Lin, pi Kun” rimase una misera contesa all’interno del regime in cui i diversi protagonisti misuravano gesti e parole, preoccupati soprattutto di non uscire allo scoperto, cautela che oggettivamente favorì la difesa di Zhou Enlai che sfruttò l’occasione per far ribadire a chiare lettere il centralismo di Pechino e del Partito su tutto, predominio che era il migliore antidoto per qualsiasi speranza di Jiang Qing e Zhang Chunqiao e dei suoi di scalfire il ricostruito apparato burocratico.
La campagna “pi Lin, pi Kun” ebbe un leggero sussulto nei mesi di maggio, giugno e luglio, quando nelle principali città apparvero dazibao contro i governi locali ed in cui venivano denunciati arresti arbitrari, torture della polizia, carenze di servizi sanitari, insufficienza delle norme di protezione negli stabilimenti industriali e corruzione dei funzionari; secondo i giornali murali di Pechino, in certe città e provincie ci furono anche degli scioperi operai e “scontri fra gruppi” che, nel Jiangxi, fra il 10 e il 18 giugno, avrebbero causato circa 200 vittime.
L’ascesa di Deng Xiaoping
Questa relativa radicalizzazione della campagna, che nell’agosto si placò del tutto, fu, forse, una risposta all’impetuosa risalita di Deng Xiaoping. Deng all’inizio dell’aprile aveva guidato la delegazione cinese all’Assemblea generale straordinaria dell’ONU sul problema delle “materie prime e dello sviluppo”, pronunciando, il 9, un discorso che nessuno mostrò di capire e che meglio fu spiegato dallo stesso Deng quattro anni più tardi, dopo la sua seconda destituzione e la sua seconda riabilitazione. Era la “teoria dei tre mondi” il cui punto centrale era una politica estera che mirasse a rompere il bipolarismo USA-URSS, il cui peso era denunciato come causa prima dell’arretratezza del “terzo mondo” in cui Deng collocava anche la Cina.
A parte i molti aspetti puramente propagandistici, sibillinamente Deng fece intendere che i due grossi mostri statali dovevano fare i conti con la gialla Repubblica il cui commercio era prepotentemente in ascesa con tutto il mondo, un partner commerciale vieppiù importante che richiedeva e pretendeva un ruolo preciso nell’intera diplomazia internazionale, non accettando l’isolamento del decennio precedente e sentendosi abbastanza forte da scendere autonomamente nell’arena borghese.
Fu in quell’occasione che Qiao Guanhua, membro della delegazione di Deng che il prossimo 15 novembre avrebbe preso il posto di Ji Pengfei al Ministero degli Esteri, diede un cortese consiglio ai paesi arabi: perché non usare il petrolio come arma politica ? Nel luglio ci fu il primo aumento del prezzo mondiale del petrolio che da 2,28 dollari al barile passò a 2,74 per arrivare nel gennaio 1975 a ben 11,65 dollari; le esportazioni cinesi di petrolio ne trassero un immediato beneficio ed il consiglio di Qiao Guanhua ben servì all’accumulazione interna !
L’ascesa di Deng Xiaoping pareggiava l’aggravarsi della malattia di Zhou Enlai, resa ufficiale nel luglio, ma, aggiungiamo, la menomazione fisica del Primo Ministro riprometteva di scatenare di nuovo e violentemente le lotte politiche momentaneamente acquietatesi con il compromesso, avutosi al vertice del Partito con il X Congresso, fra le varie fazioni rimaste.
Questo clima di compromesso, con colpi bassi e cauti, forse determinò la riabilitazione di due importanti capi militari in disgrazia dal lontano marzo 1968. Il 31 luglio 1974, alla cerimonia celebrativa per l’anniversario della costituzione dell’EPL, riapparvero il Generale Yang Chengwu, ex-capo di Stato Maggiore, e Yu Lijin, ex-Commissario Politico dell’Aviazione, epurati sei anni prima per l’accusa di “sinistrismo”, probabili vittime dell’ascesa nella disastrata struttura statale dei diversi e potenti Comandanti Regionali. Quali che fossero state le ragioni di quell’improvvisa destituzione, la loro riabilitazione doveva attribuirsi alla necessità del Partito-Stato, proprio quando si stavano delineando nuovi scontri politici, di non irretire la struttura militare che, dopo aver costituito l’unica ciambella di salvataggio del regime, dopo aver subìto duri colpi al suo prestigio ed a molti dei suoi uomini, stava accettando, nonostante i tanti articoli declamatori (il “Jenmin Jihpao” dell’8 maggio, ad esempio, aveva scritto: «L’EPL (…) è il saldo pilastro della dittatura del proletariato; costituisce una garanzia per prevenire una restaurazione del capitalismo; è una muraglia di acciaio per proteggere la patria socialista», un chiaro ridimensionamento della propria importanza e del proprio ruolo all’interno dello Stato.
La IV Assemblea Nazionale
Il quarto trimestre del 1974 vide gli ultimi preparativi per quello che sarebbe stato l’avvenimento più importante del nuovo anno, la convocazione della IV Assemblea Nazionale Popolare, già annunciata con il II Plenum del CC del IX Congresso, agosto 1970. Riunioni di Comitati di Partito delle Provincie, delle Regioni e delle Municipalità, riunioni di Comitati Rivoluzionari, di associazioni di operai, di contadini e di donne, tutto convergeva verso l’avvenimento fatidico.
In tutta segretezza, le “masse” seppero della convocazione solo a cose fatte con un comunicato stampa che rivelava l’assenza di Mao all’importante riunione, la IV Assemblea Nazionale Popolare si tenne a Pechino dal 13 al 17 gennaio 1975, erano passati ben 10 anni dall’unica sessione della III (21 dicembre 1964 – 5 gennaio 1965) che secondo le leggi doveva rimanere in carica solo 5 anni; l’Assemblea fu preceduta dal II Plenum del X CC. del PCC, 5-11 gennaio, che in realtà svolse l’intero lavoro ratificato dai parlamentari, chiara dimostrazione di come le istanze totalitarie non conoscano confini e si impongono in tutti gli scenari nazionali. Fu il II Plenum, quindi, ad approvare la coesistenza dei due disomogenei documenti presentati: il rapporto sulla “Revisione della Costituzione”, redatto e presentato da Zhang Chunqiao, ed il “Rapporto sulle attività del Governo”, redatto e presentato da Zhou Enlai.
Il primo costituiva la presentazione della nuova Costituzione, destinata a sostituire quella del 1954; il secondo, ben più importante, era invece la chiara presentazione di una “linea di sviluppo economico accelerato” che, se ben rispondeva alle intime esigenze del processo di accumulazione dell’intero capitalismo cinese, sarebbe anche stato, di lì a poco, il fronte di battaglia dello scontro politico dominante il periodo immediatamente precedente e immediatamente seguente la morte di Zhou Enlai e di Mao Zedong.
Entrambi i rapporti apparivano formalmente tributari e direttamente collegati a quello che era stata la Rivoluzione Culturale, fu anzi Zhou Enlai a richiamarsi con la maggiore enfasi alla “Grande Rivoluzione Culturale proletaria” ed a spacciarla come la madrina di una Cina moderna e potente.
Il figlio di un mandarino, Zhou Enlai, sapeva bene la millenaria arte della politica cinese, in cui una questione non condivisa viene verbalmente accentuata per inficiarne la sostanza. Zhou non si limitò a lodare la passata Rivoluzione Culturale, ma ebbe anche la sagacia di ribadire la necessità di continuare senza deflettere la campagna contro “Lin Biao e Confucio”, il “gran maestro del doppio gioco”, il “perfetto partigiano della via di mezzo e del compromesso”, il “soave mentitore dai gusti raffinati”, figura che malamente celava sé stesso, eterno Primo Ministro.
Elogi e ammiccamenti abili non impedirono a Zhou Enlai, già gravemente ammalato, di lanciare un possente appello per lo sviluppo della Cina, appello destinato a quei “quadri” che tanto tenacemente aveva prima difeso poi rimessi in sella. Saranno questi “quadri” a dovere, una volta per tutte, fare i conti con i resti dell’originario maoismo, rappresentato nella IV Assemblea dal fiacco discorso di Zhang Chunqiao contro cui oramai si ergeva la minacciosa figura dell’arguto Deng Xiaoping che da vice Primo Ministro (aprile 1973) era promosso, dal II Plenum del CC, anche vice Presidente del CC e membro dell’Ufficio Permanente del Politburo.
Questa nomina, che coronava quasi due anni d’intensa e rinnovata partecipazione di Deng alla vita dello Stato cinese, assumeva tutte le caratteristiche di una investitura da parte di Zhou Enlai (dopo la IV Assemblea non farà più alcun intervento pubblico fino alla morte avvenuta a distanza di un anno), investitura che aveva come compito primo la realizzazione del programma di modernizzazione complessiva della Cina, entro l’anno 2000.
Ma vediamo ora alcuni punti essenziali del “Rapporto sulle attività del Governo”, presentato da Zhou ma alla cui redazione, secondo il rapporto di Hua Guofeng alla V Assemblea del febbraio-marzo 1978, contribuì lo stesso Deng Xiaoping.
Prima di tutto veniva riassunta la situazione economica della Repubblica all’inizio del 1975, cioè alla fine di quello che voleva il IV piano quinquennale: «In contrasto con lo scompiglio economico e l’inflazione del mondo capitalistico, noi abbiamo mantenuto un equilibrio tra le entrate e le spese del nostro bilancio, e non abbiamo contratto debiti esterni né interni, i prezzi sono rimasti stabili, le condizioni di vita del popolo sono migliorate costantemente e la costruzione del socialismo ha prosperato».
I risultati dell’economia venivano così sintetizzati da Zhou: «Il valore totale della produzione agricola del 1974 è del 51% più alto di quello del 1964 (…) Mentre la popolazione è aumentata del 60% dall’epoca della liberazione del paese, i cereali sono aumentati del 140% e il cotone è aumentato del 70%». E Zhou proseguiva indicando i successi ma nello stesso tempo rivelandone le caratteristiche di primo passo (solo di primo passo !) per la soluzione del difficile problema della costruzione di una potente Cina borghese: «In un paese come il nostro con una popolazione di circa ottocento milioni (la cifra indicata da Zhou era ben inferiore a quella reale) noi siamo riusciti ad assicurare al popolo il suo fabbisogno fondamentale per quanto riguarda il cibo e il vestiario».
L’orgoglio di Zhou per il soddisfacimento dei soli bisogni primari della sterminata popolazione, niente concedeva alle pose maoiste e falsamente estreme della creatività e della soggettività delle masse, masse che pure, lo abbiamo visto con un’accurata cronaca della Rivoluzione Culturale, furono bellamente giocate ed utilizzate dai vertici e dirigenti sempre pronti a tessere le lodi della “democrazia diretta”. Zhou Enlai non conosceva il volontarismo sciocco di Mao e dei suoi, campione della burocrazia non amava disegni mirabili quanto inattuabili e tutto gettò sull’impegno borghese di sviluppo delle forze produttive. Era l’impegno di Liu Shaoqi e dell’VIII Congresso del PCC nel lontano 1957 che prepotentemente riaffiorava, per la prima volta dalla Rivoluzione Culturale, in un’importante manifestazione del regime in cui non veniva innalzata sull’altare la “politica”, in cui non si faceva cenno alla “lotta di classe” come momento fondamentale del processo produttivo, ma si ritornava a ribadire che il processo economico era solamente possibile con l’impiego razionale di tutte le forze produttive, ritorno che sfacciatamente veniva presentato con l’imprimatur del nome di Mao:
«Su indicazione del presidente Mao, nel Rapporto sul lavoro del governo alla III Assemblea Nazionale del Popolo venne suggerito che avremmo potuto prendere lo sviluppo della nostra economia nazionale in due fasi a cominciare dal III Piano quinquennale: la prima fase consiste nel costruire un sistema industriale ed economico indipendente e relativamente completo in quindici anni, cioè prima del 1980; la seconda fase consiste nel realizzare una completa modernizzazione dell’agricoltura, industria, difesa nazionale, e scienza e tecnologia prima della fine del secolo, affinché la nostra economia nazionale progredisca nelle prime file del mondo. Dobbiamo completare o superare il IV Piano quinquennale nel 1975 al fine di rafforzare le basi per completare la prima fase prima del 1980 come era previsto».
Dunque, nella valutazione di Zhou e del gruppo dirigente a lui vicino, i pur notevoli risultati fin lì conseguiti per strappare la Cina dalla disgregazione e dall’arretratezza alla quale era stata condannata dall’imperialismo e dal naufragio della rivoluzione nazionale di Sun Yat-sen e dal “fascismo” di Jiang Jieshi e dei “signori della guerra”, costituivano ancora soltanto un avvio di soluzione del problema dello sviluppo capitalistico della Cina, dalle immense potenzialità umane ed economiche.
Ma come passare dal completamento della “prima fase” alla messa in moto della seconda ? Sarà proprio qui che si accenderà lo scontro che non potrà più avere Zhou come protagonista, ma i cui contorni già si intravedevano: «Alla luce della situazione in patria e all’estero, i prossimi dieci anni saranno cruciali per completare quanto è stato previsto per le due fasi».
Il rapporto di Zhou altro non diceva e su quello che sarà uno dei punti centrali dello scontro imminente, e cioè il rapporto con le economie e le tecnologie dei paesi stranieri industrializzati, si limitò ad affiancare due considerazioni non del tutto omogenee. La prima suonava così: «Dobbiamo criticare a fondo il revisionismo, criticare le tendenze capitalistiche e criticare idee e stili di lavoro sbagliati come il servilismo verso le cose straniere». La seconda era una citazione di Mao: «Fare assegnamento principalmente sui nostri propri sforzi prendendo l’assistenza esterna come sussidiaria, abbattere la cieca fede, dedicarsi all’industria, all’agricoltura e alle rivoluzioni tecnica e culturale indipendentemente, eliminare il servilismo, seppellire il dogmatismo, imparare coscienziosamente dalla buona esperienza di altri paesi, ma studiare anche la loro cattiva esperienza per trarne insegnamenti. Questa è la nostra linea».
Su questa base, i 2.885 deputati dell’Assemblea approvarono all’unanimità, il 17 gennaio 1975 in chiusura dei lavori, una risoluzione che, dopo un indiretto ma notevolissimo elogio a Zhou Enlai: «Dopo la III Assemblea Nazionale (…) il Consiglio degli Affari di Stato, sotto la direzione del CC dei PCC con alla testa Mao Zedong (…) ha ottenuto dei successi considerevoli nei diversi settori di attività sia esterna che interna”, si concludeva solennemente con queste parole: «I deputati partecipanti alla sessione sono profondamente convinti che noi possiamo certamente trasformare la Cina in un paese socialista moderno e potente in questi poco più che vent’anni che ci separano dalla fine del secolo».
Sempre il 17 gennaio, l’Assemblea approvò il rapporto presentato da Zhang Chunqiao sulla revisione della Costituzione e promulgò il nuovo testo costituzionale. Il rapporto di Zhang solo marginalmente poté toccare gli assillanti problemi economici, ma come lo fece, la distanza con Zhou Enlai fu evidente, non solo per l’accenno a «risultati maggiori, più rapidi, migliori e più economici» ma anche per una decisa affermazione: «il nostro sistema socialista è ancora molto giovane, è nato nella lotta e può soltanto crescere nella lotta».
Come abbiamo visto con il lavoro fin qui svolto, non si trattava di qualsivoglia socialismo ma delle dolorose doglie del capitalismo industriale ed agrario cinese, capitalismo che per crescere non abbisognava di lotta ma di aprirsi al mercato mondiale, prospettiva che ancora timidamente Zhou Enlai aveva lanciato agli astanti e che avrà come conseguenza di far cadere nel vuoto il richiamo allo scontro di Zhang Chunqiao.
Il testo della nuova Costituzione era costituito da 30 brevi articoli, contro i più di 100 di quella del 1954. La Repubblica Popolare è uno «Stato socialista di dittatura del proletariato» (art. 1), «il PCC è il nucleo dirigente» e «il pensiero di Mao Zedong» è la guida dello Stato (art. 2); con un semplice decreto era sparito lo Stato di Nuova Democrazia ed i suoi compiti di «sviluppo delle forze produttive». Si dichiarava raggiunto il socialismo con un bluff smaccatamente evidente ma, perlomeno, i primi due articoli della nuova Costituzione avevano il pregio di ratificare la trentennale situazione con il PCC che subito si era identificato con lo Stato, che subito aveva accentrato il potere statale non dividendolo con nessun altro; non di dittatura del proletariato si trattava e si tratta, ma di quella del PCC fatto deterministicamente inevitabile per le fortune dell’accumulazione capitalista della Repubblica, l’ipocrita velo del 1954 era caduto e l’art. 26 poteva scandire che per i singoli cittadini sostenere il PCC ed osservare la Costituzione e le leggi sono irrimandabili doveri, schiaffone all’ideologia democratica.
Gli articoli dal 5 al 9, più prosaicamente riguardavano le «proprietà», quelle statali (le industrie), quelle di tutto il popolo (acque, foreste e terre incolte) e quelle individuali (redditi da lavoro, risparmi e case), articoli che ben potrebbero essere inseriti in una qualsiasi delle storiche dichiarazioni di principi e diritti borghesi. Rispetto alla Costituzione del 1954, completamente nuovo era l’articolo 7 che trattava delle Comuni, allora inesistenti; l’art. 7 ratificava la proprietà collettiva dei contadini ma anche la scala determinatasi: Comune, Brigata e Squadra, «unità contabile di base»; pure gli appezzamenti privati, le attività sussidiarie domestiche (allevamento di maiali e volatili) erano inseriti nel testo, vittoria aperta degli appetiti contadini di fronte ai quali lo Stato si inchinava ed accettava di considerarli inalienabili.
L’articolo 13 autorizzava dazibao e dibattiti ma avvertiva che ogni «libera espressione di opinioni» doveva contribuire al consolidamento del PCC e dello Stato. L’articolo 15, altra estrema misura dittatoriale, metteva sotto il comando del presidente del CC del PCC le forze armate, quando nella precedente Costituzione erano dirette dal Presidente della Repubblica, carica che, vacante dalla destituzione di Liu Shaoqi, veniva abolita e le cui funzioni erano assunte dal Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale Popolare.
Gli articoli dal 16 al 25, trattavano della struttura dello Stato, dell’Assemblea Nazionale Popolare: «organo supremo del potere statale» ma «posto sotto la direzione del PCC», subordinazione che non esisteva nella Costituzione precedente; infine, trattavano del Consiglio degli Affari di Stato, delle Assemblee popolari e dei Comitati Rivoluzionari locali, delle Regioni autonome e degli organi giudiziari.
L’articolo 28, riguardava invece la libertà, di parola, di corrispondenza, di riunione, di associazione, di corteo, di manifestazione e di sciopero: tutte “libertà” già comprese nella Costituzione del 1954, esclusa quella di sciopero, “diritto” che i cruenti avvenimenti della Rivoluzione Culturale facevano adesso formalmente riconoscere alla macchina statale, una macchina che sostanzialmente lo avrebbe sempre duramente represso.
La IV Assemblea Nazionale procedette anche alla nomina del nuovo Governo: Zhou Enlai era confermato Primo Ministro del Consiglio degli Affari di Stato ed era affiancato da ben undici vice; nell’ordine: Deng Xiaoping, Zhang Chunqiao, Li Xiannian, Ji Dengkui, Hua Guofeng, Chen Yonggui, Wu Kuei-hsen, Wan Zhen, Yu Qiuli, Gu Mu e Sun Chien. Fra i ministri, importanti le nomine di Qiao Guanhua agli Affari Esteri, del Maresciallo Ye Jianying alla Difesa, di Hua Guofeng alla Sicurezza Pubblica, importantissimo e vitale Ministero, di Yu Qiuli alla Commissione del Piano di Stato, di Li Chiang al Commercio Estero e di Fang Yi alle Relazioni Economiche con l’Estero. Fra i ventinove ministri, riapparivano due vittime illustri della Rivoluzione Culturale: Wan Li, Ministro delle Ferrovie, ex Segretario del Comitato di Partito a Pechino al tempo di Peng Zhen, e Yeh Fei alle Comunicazioni, ex Segretario del PCC della Provincia del Fujian, tutte designazioni che ingrossavano le file dei sostenitori di Zhou Enlai ancora lontani da una definitiva vittoria.
Il Plenum del CC che aveva anticipato la IV Assemblea Nazionale decise infatti, per non scontentare nessuno, due simultanee nomine: prima, la nomina del destrissimo Deng Xiaoping a Capo di Stato Maggiore al posto di Chen Xilian che manteneva l’importante carica di comandante della Regione Militare di Pechino; seconda, la nomina del sinistrissimo Zhang Chunqiao a Primo Commissario Politico dell’EPL, Deng e Zhang essendo anche membri dell’Ufficio Permanente del Politburo, unici si trovavano ai vertici delle massime tre istituzioni del potere: Partito, Stato ed Esercito. Questa momentanea coabitazione era destinata inevitabilmente ad essere infranta dalle potenti forze in movimento.
Si delineano i futuri decisivi scontri
Come abbiamo visto, la IV Assemblea Nazionale Popolare aveva sì gettato audaci ponti verso una politica di accelerata industrializzazione e modernizzazione, ma era anche terminata con cedimento nei confronti degli esponenti radicali che pareggiarono il prepotente ritorno di Deng Xiaoping con l’elezione di Zhang Chunqiao a Primo commissario politico dell’EPL. Zhou Enlai aveva ripescato e reinserito quasi tutti i vecchi quadri estromessi dagli avvenimenti della Rivoluzione Culturale, ma,forse per prudenza e per evitare che di nuovo il regime ripiombasse nel caos, nel prospettare la strada dell’industrializzazione, si era limitato a porre spinose domande più che a dare sicure risposte, cosa del resto oltremodo complicata.
Inevitabilmente, chiusi i battenti dell’Assemblea Nazionale con l’importante rapporto di Zhou incentrato sulla tesi che lo sviluppo economico del paese doveva procedere senza le “interferenze ideologiche” del passato e secondo le direttrici di una organica pianificazione, tesi osteggiata apertamente dalla “sinistra” maoista, le diverse fazioni incominciarono una contorta schermaglia, tutta incentrata sul come praticamente realizzare l’imperativo lanciato da Zhou Enlai.
La rivista teorica “Bandiera Rossa” del 1° febbraio 1975, ad esempio, scriverà: «Alcuni non vedono l’attivismo e la forza creativa delle masse e posano gli occhi solo sull’importanza della tecnica e degli impianti stranieri, riflettendo così la filosofia altre volte condannata del servilismo verso gli stranieri, una filosofia sbagliata che vede solo le cose ignorando l’uomo e che nega la superiorità del sistema socialista».
Ora, come abbiamo mostrato, il problema non era semplicemente quello di aprire o no le chiuse al commercio internazionale con il mercato mondiale, ma riguardava l’intero modo di intendere il processo di riproduzione ed accumulazione del giovane capitalismo cinese che, dalle regioni costiere, dalla Manciuria e dalle grandi città, doveva intraprendere la strada che deve portare a sottomettere l’intera sconfinata campagna dall’immensa popolazione.
I “quadri” che allora si raggruppavano intorno a Deng Xiaoping, gli stessi che avevano seguito Liu Shaoqi e che erano poi stati salvati da Zhou Enlai, non avevano fiducia nell’attivismo e nella forza creativa delle masse, non credevano a nuovi Grandi Balzi in Avanti, ma, di grazia, ci credevano le masse contadine ed operaie? Abbiamo mostrato che, indiscutibilmente, le masse contadine erano attaccate alle loro proprietà e senza nessuno spirito “attivista” e “creativo”; abbiamo mostrato che neanche gli operai erano propensi a faticare come bestie in nome di un ipotetico e lontano socialismo da raggiungere e che, infine, le loro simpatie erano per il soddisfacimento economico delle loro necessità, per l’ “economicismo” insomma. Considerando questi importanti fattori che sono gli atteggiamenti delle classi e considerando le intime necessità dell’accumulazione capitalistica, l’originario maoismo aveva la sua sorte segnata e l’apertura commerciale delle frontiere, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro per l’aumento della produttività e della disponibilità di prodotti agricoli ed industriali di consumo, minacciavano le loro roccaforti alimentate dalla tradizione ascetica e puritana del Partito, dell’Esercito e dello Stato, tradizioni che per le masse operaie e contadine volevano dire una relativa eguaglianza sociale ed economica, che certamente un capitalismo sviluppantesi a gran carriera avrebbe dolorosamente infranto.
Nello stesso numero di “Bandiera Rossa”, già citato, si aveva l’articolo «Studiare la dittatura del proletariato» che, prendendo lo spunto dall’ultima direttiva di Mao Zedong: «Limitare i diritti borghesi con la dittatura del proletariato», doveva confessare che nella società cinese vigevano pienamente diritti e categorie borghesi che sopravvivevano accanto alla “proprietà socialista” (cioè statale). L’articolo scandiva: «Dobbiamo ben comprendere che la dittatura del proletariato deve non solo reprimere la resistenza delle classi già rovesciate, ma lottare anche contro la nuova borghesia continuamente generata dal diritto borghese e vincere l’opera di corruzione e le influenze delle vecchie abitudini».
L’articolo bluffava: non si trattava di vincere corruzioni e abitudini nefaste, ma di rapporti sociali che crescevano impetuosamente nutriti dalla linfa vitale di rapporti di produzione e di scambio pienamente borghesi !
E se questi potenti rapporti sociali era impossibile scalfire, ecco che la “sinistra” maoista si rifugiava nella facile lotta contro le “corruzioni e le abitudini borghesi”. Le campagne fecero di nuovo le spese delle pensate dei vertici; la fine del febbraio ed il marzo videro una campagna contro i “germi del capitalismo” nelle zone rurali che, per non turbare i delicati ed importanti lavori primaverili nei campi, interessarono barbieri, carpentieri e simili, accusati di guadagni illeciti, tutto nel nome pomposo della dittatura del proletariato; per ridurre “le differenze gerarchiche”, per circoscrivere “i fenomeni di polarizzazione sociale”. «Incoraggiate da “incentivi materiali”, le idee capitalistiche di ricerca della ricchezza, della fama e del guadagno personale dilagheranno; la proprietà pubblica si trasformerà in proprietà privata, aumenteranno concussione, il furto e la corruzione. Il principio capitalistico dello scambio delle merci si introdurrà nella vita politica ed anche nella vita di partito, disgregando l’economia socialista pianificata».