Con l’accordo di massima tra Intersind e Federazione metalmeccanici sulla parte politica del rinnovo del contratto di lavoro, la prima e più importante questione è avviata a soluzione nello spirito della più stretta collaborazione tra sindacati e impresa produttiva. L’altro aspetto del contratto, quello economico-salariale, sarà raggiunto molto facilmente, anche nel caso di forti resistenze della base operaia, perché verrebbero debellate dagli stessi sindacati, cui interessava soprattutto la loro «partecipazione» alla gestione della impresa alla quale si riduce il mille volte pubblicizzato «nuovo modello di sviluppo» o «nuovo regime economico», a seconda dei gusti letterari.
Per stabilire, con parole non nostre ma di autorevoli «attori» interessati direttamente alle vicende in questione, la vera essenza della millantata nuova politica economica, riferiamo le posizioni della Confindustria, del PCI e delle Centrali Sindacali, cioè dei padroni, del partitaccio e dei sindacati nazionali.
Per i padroni è U. Agnelli, general manager Fiat, fratello dell’ineffabile presidentissimo della Confindustria, in un discorso a Napoli del 23-2: «Per le implicazioni sociali che accompagnano il suo sviluppo, l’industria va sempre più intesa come oggetto di una responsabilità collettiva. In questo senso appare parziale e dannosa l’impostazione, oggi prevalente in Italia, che vede il problema industria soltanto nell’ottica dello scontro di potere tra le varie componenti direttamente coinvolte nel momento produttivo». Che cosa significa «responsabilità collettiva», Agnelli ce lo dice in termini molto chiari, secondo il sunto dato da Il Sole – 24 ore del 24-2: «Questo significa rivalutare il ruolo del manager anche come attore politico (la parolina magica politica, per significare, con tatto antifascista, che i padroni guardano alla futura Camera delle Corporazioni, ma beninteso, questa Camera uscirà dalla tradizione della «Resistenza», ohibò!), impegnato nella gestione dell’innovazione e della continua mediazione tra le esigenze dell’efficienza e le richieste dell’ambiente esterno e, nello stesso tempo, rivalutare il ruolo del capitale come fattore di sviluppo e non di speculazione. Così – continua – come questa rivalutazione investe il ruolo del lavoro, non all’interno di una visione meramente contrattualistica e conflittuale dei rapporti sindacati-impresa, ma nel contesto di una crescente partecipazione e responsabilizzazione (eccoci all’olio!) sui problemi dello sviluppo». E conclude, dulcis in fundo: «…la crescente domanda di coinvolgimento nel processo decisionale che emerge dalle forze sociali e le trasformazioni della società italiana potrebbero avere come esito un inedito modello di democrazia sociale…» e le ossa di Benito si rivoltano per questa orazione funebre.
Diamo la parola al PCI, che parla anche a nome delle Centrali sindacali. Unità del 25-2. Fondo «Risposta alla Confindustria»: «…il problema della produzione – quindi anche dell’impresa – è indissolubilmente connesso oggi alla possibilità di aggregare un blocco di forze sociali che, sia pure con motivazioni diverse, convergano sulla necessità di un nuovo sviluppo. Ci sembra perfino superfluo dire che tale blocco non può prescindere dalla classe operaia. È un ragionamento politico, si dirà. Certo, è anche un ragionamento politico…» Ancora: «Tutto ciò non può avere un corrispondente all’interno dell’impresa, nelle possibilità di controllo e di intervento delle diverse componenti sociali presenti… Si può – e si deve dire – che è un discorso tanto impegnativo da non poter essere compiutamente affrontato e risolto solo sul piano sindacale e contrattuale; che ad esso devono prendere parte le forze politiche e le istituzioni…». E le ossa di Benito scricchiolano ancor di più.
Come si vede le intenzioni dei tre «attori» sono all’unisono. La classe dei managers (padroni) rivendica di impegnarsi come «attore politico», e quindi in termini di decisione politica, e quindi istituzionale e governativa. Il PCI-Sindacati rivendicano la convergenza e l’aggregazione di «un blocco di forze sociali» compresa la «classe operaia». I padroni chiamano questo blocco «inedito modello di democrazia sociale» e i rappresentanti ufficiali degli operai lo definiscono «regime sociale più giusto», «nuovo modello di sviluppo». Se non è zuppa è pan bagnato. Tutti quanti intravedono la necessità di far tacere gli «odii» e le «contese» «particolaristiche», definite «corporative», per «superare effettivamente – sono le parole dell’Unità – la crisi economica e l’impasse produttiva dell’impresa». Tutto il resto è colore e chiacchiere, tipico della bagarre democratico-parlamentare, per ubriacare gli operai. Che il «blocco», la «convergenza», insomma questa «democrazia sociale» altro non sia che la riedizione odierna del fantomatico «corporativismo fascista» del ventennio, è troppo chiaro per spenderci ancora altre parole.
Ma i demo-fascisti odierni sono più bugiardi dei tronfi fascisti di ieri, perché è una poderosa balla il «corporativismo», com’è una poderosa balla la «convergenza» di «tutte le componenti sociali», cioè di tutte le classi della società. Si può ridurre al lumicino la lotta tra le classi, la si può anche temporaneamente far tacere localmente, ma questo non significa che esiste un «blocco» tra le classi. Significa invece che la classe operaia è caduta schiava della classe borghese, che ha cessato di combattere anche soltanto per difendere pane e lavoro. È questo stato di servitù che consente ai partiti, e non alla classe, ai sindacati, a direzione reazionaria, e non quelli classisti, di puttaneggiare con i partiti, le istituzioni, lo Stato del capitalismo, al fine di impedire che nell’immancabile ritorno di classe del proletariato questi ritrovi la via della rivoluzione.
Lo sanno anche i sassi, lo ripetono tutti, che al di là della polemica di sagrestia e della propaganda spicciola, la risolvente della crisi economica in atto, risolvente a favore del mantenimento del regime capitalistico, quale che sia la denominazione politica contingente s’intende, è la compressione delle condizioni economiche, salariali, di lavoro e di vita dei salariati, consiste nella riduzione dei salari, e non solo per mezzo della svalutazione monetaria e dell’inflazione crescente e continua, ma della espulsione dalla fabbrica e dai luoghi di lavoro degli operai, nella mortificazione di tutti i bisogni elementari del proletariato.
Il millantato «blocco sociale», allora, a che serve, a chi serve? La «partecipazione», la «cogestione», o che diavolo volete, a quale fine? Esattamente per tenere nel sacco gli operai, per dar loro l’illusione di «decidere» cose che in definitiva nessuno decide, perché nemmeno i padroni, i borghesi, lo Stato e gli Stati sono svincolati dalle leggi deterministiche dell’economia capitalistica, da cui dipendono coscientemente o meno poco importa; per invischiarli nelle illusioni che il loro destino di operai verrà da essi stessi controllato a misura che potranno controllare assieme ai padroni, ai partiti dei padroni e allo Stato dei padroni, l’economia aziendale e nazionale, cioè l’economia padronale.
Quando alla classe operaia si prospettano blocchi e alleanze, da qualunque parte proposti, significa che la si vuol ridurre in stato di servitù, la si vuol deviare dalla preparazione rivoluzionaria per la conquista del potere.
Dottrinarismo, il nostro? Si getti uno sguardo alle «conquiste» della classe operaia tedesca con la «partecipazione» degli operai alla gestione dell’impresa. Mai come in regime di «partecipazione» il capitalismo ha celebrato i suoi saturnali, sta accumulando montagne di profitti, mai come durante questo regime di «blocco» che potranno definire «storico», Partiti-Sindacati-Stato, ci sono stati tanti disoccupati ed emigrati espulsi per sempre. E l’Inghilterra del «blocco» Governo-Partito laburista-Sindacati? I salari discendono ogni giorno, i prezzi aumentano incontrollati, i disoccupati si avvicinano al milione e mezzo.
Ma, in definitiva, il fascismo non ha realizzato il «blocco» ancora prima che si chiamasse «democrazia sociale», aggregato di «forze sociali», il blocco tra Governo-Partito-Sindacati? Sulle condizioni della classe operaia di allora dovremmo essere tutti concordi: condizioni da schiavi.
Un esempio di dimensioni più piccole, ma comunque consistente, è la compartecipazione dei «ferrovieri» al Consiglio di Amministrazione dell’Azienda statale delle Ferrovie, di cui si è tenuta il mese scorso l’elezione. I lavoratori delle ferrovie godono forse di privilegi? Nemmeno per sogno. E l’azienda, forse, naviga in acque tranquille? È piena di debiti fino al collo. La stessa cosa vale per le Aziende di trasporto urbano, coamministrate dal Comune e dai rappresentanti sindacali. Qui i debiti non si calcolano più, tanto sono abissali, ma non si calcola o non si vorrebbe calcolare più nemmeno lo sforzo che viene richiesto ai lavoratori. Si dirà che si sono ereditate condizioni già esistenti. È vero. Quindi, a maggior ragione, l’assunzione degli «operai» alla cogestione delle aziende, al «controllo» delle imprese, assume un solo significato: scaricare sulle spalle dei lavoratori l’amministrazione dei debiti, l’economia fallimentare del regime capitalistico. Fate che la «partecipazione» si istituzionalizzi, cioè si estenda per principio a tutte le imprese, a tutta l’economia italiana, e avrete una classe operaia che sarà schiacciata non solo dai debiti astronomici, ma che, per beffa, dovrà amministrarli ad onore e gloria dello Stato, che per questo non cesserà di essere capitalista. La formula risolutiva nostra, del comunismo rivoluzionario, la demmo nel numero scorso: «azzerare tutti i debiti dello Stato verso i terzi». Se i falsi partiti e sindacati operai avranno questo coraggio, noi solidarizzeremmo con loro. Non lo faranno. Lo sappiamo. Soltanto la rivoluzione annullerà tutti i debiti, fuorché quelli che le classi borghesi hanno da tempo, da troppo tempo, verso la classe operaia e la Rivoluzione sociale. Ecco perché il «blocco sociale»: per far pagare ai lavoratori le distruzioni che il capitalismo genera ogni giorno nella società, per impedirgli di prepararsi alla loro emancipazione.
Alla nostra parola d’ordine «il posto di lavoro non si tocca! il salario non si tocca», aggiungiamo: «i debiti se li paghino i padroni e il loro Stato»!
Ma per ottenere questo risultato gli operai devono pensare ai loro debiti, cioè alle loro condizioni economiche e sociali attuali, devono perciò stringersi in un vero blocco – questo sì che non è corporativo, né una balla – in un blocco che stringa tutti i salariati, occupati e disoccupati, di qualsiasi partito e sindacato, di ogni età e sesso, di tutte le nazionalità e razze. È questo blocco il vero garante del risanamento economico e sociale, e se volete anche morale, della società, perché non avrà altra strada che quella che conduce al totale affrancamento dei produttori dal più fetente regime della storia.
Su questa strada, allora, troveranno quella «democrazia sociale», quel «compromesso storico», quella «convergenza di tutte le componenti sociali», il blocco cioè della borghesia, dei suoi ruffiani piccolo-borghesi, dei traditori opportunisti e sindacalisti, di tutti i partiti dell’«arco democratico», compreso, è ovvio, anche il bistrattato (per ora) MSI. Troveranno, insomma, quanto di peggio ha generato questo regime, stretto attorno all’organizzata violenza dello Stato-Padrone. L’urto sarà inevitabile. L’esito dipenderà, intanto, dalla capacità di lotta degli operai in difesa del loro salario e del posto di lavoro, contro le illusioni sul «controllo degli investimenti» e della «partecipazione».
Una delle accuse che per un partito politico dovrebbe suonare infamante è quella di non fare politica.
Per l’appunto questa è la giaculatoria che ci sentiamo spesso ripetere da una schiera che oseremmo definire «infinita» di opportunisti, dai destri socialdemocratici e staliniani, da sempre, e da più o meno recenti colmatori di abissi storici (ma di che lo sappiamo).
Ebbene, se per politica s’intende, come s’intende, l’arte senza principi di trovare accordi contingenti sulle cosiddette «cose» indipendentemente dalle finalità storiche di cui siamo portatori, nessuno è più non «politico» di noi; ma se per politica s’intende, come si deve intendere, la dura opera del partito politico del proletariato di inquadrare e dirigere gli sforzi della classe operaia per abbattere il dominio della borghesia, nessuno è più coerentemente politico di noi.
L’occasione più tipica per misurare veramente l’abisso che separa la politica rivoluzionaria comunista dalla mediocre e traditrice politica opportunista e piccolo-borghese è una crisi di governo, come è il caso del momento attuale.
La meraviglia che suscita il nostro metodo e il nostro stile è che non ci si perda nel labirinto delle formule e sigle sia di governi che di correnti, che non si faccia petulantemente riferimento alle manovre e contromanovre del leader Tizio o Caio, ma che fedeli al nostro compito di chiarificazione, padroni come pretendiamo di essere, in quanto comunisti, del punto di vista complessivo sull’intera realtà sociale della lotta di classe a livello mondiale (non ci toccano le accuse di immodestia: di «aurea mediocrità» piccolo-borghese e filistea è riempita quotidianamente la testa dei proletari), seguiamo la nostra bussola e la nostra strada.
Solo attraverso questa consegna, tetragona ad ogni gracidamento, siamo gli unici in grado di tenere la testa fuori dal pantano e di gridare forte alla classe operaia che per perseguire i fini comunisti di sovvertimento della dominazione capitalistica non possiamo far finta di non vedere che formule di governo, sigle di partitini e partitacci nascondono (è questo il loro compito) la tetra e tremenda realtà dello Stato. Ammiccando maldestramente, lo stesso Budda del PSI, De Martino ha ammesso (ma questo è affar suo) che nonostante incontri e contro-incontri con Moro-muso di gomma, non è riuscito a capire niente delle sue intenzioni (viva! la politique d’abord e la psicologia che la sottende!).
Per noi marxisti la politica affonda le sue radici sul terreno dell’economia politica: è lì che si devono leggere gli antagonistici interessi tra la borghesia ed il proletariato, col metodo delle «scienze naturali» e non con i sondaggi individualistici di cui è infarcita la politica del tradimento.
Sindacati tricolori e falsi partiti di sinistra, ciascuno con il linguaggio che gli è congeniale, si rifiutano di guardare dietro le quinte, per la semplice ragione che non possono svolgere due parti nello stesso tempo; o si canta o si porta il Cristo, e questi cialtroni sono sul palcoscenico da quasi 50 anni per esibirsi nello squallido e servile canovaccio di giullari del capitale.
Ecco allora che quando il «governo» è in crisi si ricomincia a ripetere il solito ritornello, che manca l’interlocutore valido, che bisogna frenare la lotta perché tanto non c’è con chi ragionare.
Naturalmente non si dice che nonostante la «vacanza costituzionale» del governo, questo rimane al servizio della più complessa macchina di repressione che è lo Stato, di cui non è che uno dei tanti delicati congegni, per il «disbrigo degli affari correnti»; queste formule casistiche e da legulei permettono comunque al governo Moro di riunirsi d’urgenza di fronte al grave problema della questione Leyland-Innocenti, non certo per salvare dalla disoccupazione i disgraziati, ma per mettersi d’accordo, al riparo della pressione sindacale, in attesa di «controparte», sul come meglio gestire o liquidare l’azienda dal punto di vista degli imperativi della concorrenza e delle leggi del mercato.
È proprio durante queste non casuali «vacanze governative» e potremmo citare esempi a iosa, che lo Stato assesta colpi durissimi alla classe operaia, svolgendo quel compito incolore e osceno, ma non per questo meno efficace, di garantire, come recita lo stesso diritto costituzionale borghese, la «continuità della amministrazione statale», che il più volpino e curiale dei democratici, Andreotti, ebbe recentemente a lodare ed esaltare come pilastro della «democrazia».
I fautori della politica al primo posto gratificandoci di meccanicismo e di determinismo, tutti intenti a insinuare «cunei» nelle crepe che i partiti borghesi presentano, non vedono, malati come sono di «empirismo piatto e senza pensiero» dove veramente stanno le rotture del modo di produzione capitalistico, per la facile ragione che sono intenti a rattoppare un edificio fetiscente di cui non si vergognano anzi di proclamarsi gli unici e possibili salvatori, ed hanno ragione!
All’ombra delle crisi sempre più ricorrenti (anche di governo!) le concorrenti bande di capitale si scannano per ottenere migliori condizioni particolari, ma nessuna di queste osa fare riferimento, per distruggerlo, al loro indivisibile bene comune, lo Stato armato di tutto punto che anzi ognuno proclama di volere più forte, più efficiente, più temibile. E per chi? Per e contro il proletariato estasiato (per ora) al vile gioco dei pupi.
Altro che monolitismo e settarismo inconcludente di cui ci si accusa! È proprio sulla verità marxista che non ha mai riconosciuto alla borghesia, anche se puntellata dall’opportunismo, la possibilità di uscire indenne per l’eternità dalle crisi sempre più ampie che il modo di produzione che la sostiene determina, che noi basiamo la nostra unica e possibile politica, che è quella di non muovere un dito per impedire che gli opposti appetiti imperialistici abbiano un esito che non sia quello dell’aperta lotta tra le classi, capace di impedire nuovi massacri per la classe operaia.
È questa la tanto deprecata politica del tanto peggio tanto meglio che viene rimproverata alla Sinistra come disfattista, dimenticando ad arte che fu proprio il disfattismo contro la guerra imperialistica che permise al grande partito di Lenin di instaurare la dittatura proletaria. Ma l’opportunismo oggi si sciacqua la bocca a base di «senso di responsabilità», di calma, di pace sociale e via di questo passo. Il senso di responsabilità è riferito alla borghesia che si vuol tenere in piedi, nei confronti della classe operaia, mentre si predicano sacrifici e rinunce, si pratica la peggiore specie di senso di irresponsabilità, che significa tradimento dei più elementari interessi perfino economici, proprio da chi sostiene di fare qualcosa di più, e cioè politica!
Nell’Unità del 18 gennaio è esposto con ostentata pubblicità e soddisfazione il bilancio consuntivo 1975 del PCI. Rileviamo una sola cifra che caratterizza le entrate, e quindi le fonti di spesa per l’esistenza materiale del grande baraccone opportunista, e cioè il «contributo dello Stato», che costituisce il cespite fondamentale delle entrate di bilancio, pari al 40,48% di tutto l’attivo! Con i due quinti delle risorse donate dallo Stato democratico e repubblicano e anche antifascista, la fedeltà del PCI allo Stato capitalista non potrà mai venir meno. Se lo Stato decidesse di non erogare i quasi 11 miliardi, il PCI sarebbe fottuto. Evviva la democrazia, la repubblica, la libertà! Durante il ventennio lo Stato foraggiava un solo partito, quello fascista. Oggi, sotto l’imperio delle libertà democratiche, lo Stato foraggia tutti i partiti costituzionali, tra cui anche il MSI! Che cosa è cambiato? Anziché una greppia si hanno molte greppie. Invece di un’unica banda di succhioni si hanno molteplici bande di fannulloni. E ci raccontano che il fascismo è morto.
Le relazioni svolte dalla tribuna del Congresso del P.C.F., i mutamenti dello statuto, le dichiarazioni che con incredibile faccia tosta sono apparse definitivamente respingere quanto restava di un passato in nome della rivoluzione; hanno messo in agitazione soltanto i giornalisti preoccupati del pezzo d’effetto, e forse giungeranno alle orecchie della piccola borghesia desiderosa d’essere protetta nell’attuale periodo di crisi. Non sono certo servite alla borghesia per rassicurarla sulla fedeltà del PCF alla nazione ed al sistema democratico, né hanno segnato, nei fatti, un mutamento di politica di quella organizzazione.
Il PCF, come tutti i partiti «comunisti» ufficiali, vissuti e cresciuti nello stalinismo, non ha avuto da fare alcun passo per il suo inserimento nella compagine statale. Il PCF è un partito dello Stato francese; ha una funzione da svolgere nel corpo sociale, e presenta le sue credenziali: come nel 1936, come nel 1947, la direzione dello Stato «ha bisogno di noi». La borghesia conosce da tempo questo «lupo rivoluzionario», sa fino a quanto e per quanto servirsene, né sono certo le litanie di fedeltà alla democrazia, la presa di distanza dallo Stato russo a fornirle ulteriori informazioni su questo suo necessario alleato. Il rumore è stato grande solo per le orecchie che hanno voluto sentirlo.
Scrivevamo nel dicembre 1970 per commemorare alla nostra maniera, tirandone il bilancio, il cinquantenario del PCF, di un partito che non è mai esistito: «Durante questo decennio fatale (dal 1924 al 1934) tutte le sezioni della III Internazionale sono morte, in quanto partiti comunisti, e solo questo permette di comprendere lo sviluppo mostruoso di una di esse, che, pur continuando a rivendicare la distruzione rivoluzionaria del capitalismo, ne è divenuta il principale pilastro. Il trionfo della controrivoluzione fu un fatto internazionale. Violenta o sorniona essa ha distrutto tutti i partiti comunisti, senza eccezione. Il PCF agiva nella parte d’Europa che l’ondata rivoluzionaria non aveva neppure sfiorato. Il capitalismo non ebbe dunque bisogno della repressione di tipo fascista per disarmare il proletariato. Se vi riuscì, fu grazie alla complicità dello stalinismo, che trasformò nella sostanza i comunisti in socialdemocratici. I partiti comunisti dell’Europa centrale o dei Balcani, d’Italia o di Germania, furono messi in rotta in una lotta armata. Il PCF, invece, era destinato alle dimissioni ideologiche con tutti gli onori borghesi, alla rinuncia della lotta di classe con l’approvazione delle urne elettorali, la disfatta più vergognosa; essa lo lasciò numericamente intatto, anche ingrossato nei suoi ranghi, ma al prezzo del passaggio dall’altra parte della barricata sociale; per la patria contro l’internazionalismo, per la produzione capitalistica contro la rivendicazione operaia!»
Marchais nel suo rapporto ha ripreso tutte le filastrocche dell’opportunismo; gli aspetti ingordi, gli sperperi dei grandi borghesi – è una costante quella del capitalismo sperperatore; il loro sogno sarebbe un capitalismo tutto teso al reinvestimento, che neppure una briciola andasse sprecata per i consumi improduttivi, insomma un meccanismo sfruttatore e reinvestitore assoluto. Poi ha messo in risalto come – secondo loro – socialismo e democrazia siano termini inseparabili, ed è la formula per proclamare la sottomissione al metodo statale «nella lotta per il socialismo niente, assolutamente niente può nella nostra epoca e in un paese come il nostro prendere il posto della volontà popolare maggioritaria democraticamente espressa con la lotta e con il suffragio universale… bisogna essere convinti che ad ogni tappa, maggioranza politica e maggioranza aritmetica devono coincidere».
È il loro metodo, lo rivendicano integralmente: la vecchia affermazione – puramente di principio – della dittatura del proletariato, deve essere abbandonata; il loro non è né un partito dittatoriale, né proletario, non rappresenta gli interessi di una parte della società, ma di tutta la società. E cosa sia questo popolo nel quale tutto si stempera ed annega, non è importante dirlo, bottegai, contadini, imprenditori (non quelli grandi che non sono legati alla «nazione» ed i cui interessi coprono il mondo intero), artigiani e via discorrendo, e l’ultimo ma non ultimo, la classe operaia; il socialismo dai colori francesi non poteva trovare interprete migliore dello sciovinismo di Marchais e soci.
La piccola proprietà è sacra ed intangibile e il principio della sua trasmissione ereditaria va ad ogni costo salvaguardato – il contadiname piccolo proprietario di Francia, strato numericamente amplissimo e con tendenze reazionarie pari soltanto alla sua ottusità è particolarmente sensibile a questi temi – la pluralità dei partiti, l’alternarsi alla direzione del governo delle diverse forze politiche, giusto il responso delle urne, un vincolo irrinunciabile. Il mutamento nella forma, dai tempi di Waldeck Rochet, non potrebbe essere più vistoso dal totalitarismo di allora, allo sfrenato possibilismo di oggi, il cambiamento sembra profondo, ed indicante un mutamento decisivo nella linea d’azione del partito. Ma nella sostanza lo stalinismo è rimasto uguale a se stesso e quanto oggi è stato sbandierato nel congresso ieri è stato compiuto ai danni del proletariato.
Questi volgari piazzisti della politica, per vendersi meglio al pubblico, hanno cambiato toilette; la faccia feroce della dittatura non paga il regime democratico, e l’urgenza dei tempi nuovi, o meglio la concorrenza spietata che sul piano elettorale viene svolta dai socialisti del Sig. Mitterrand, impone nuove strategie: non c’è da fare è stato detto, un «feticismo» delle parole. Ed è forse l’unica cosa giusta fra le dette in quella spelonca di briganti, le formule, gusci vuoti da riempire col contenuto politico che l’ora detta, devono essere gettate via quando siano d’impaccio.
Cos’è cambiato nella sostanza, al di là delle esplicite affermazioni, pure importanti, ora estorte dalla forza delle cose ora proclamate con indicibile cinismo, nella condotta del PCF dalla sua nascita ai giorni d’oggi? C’era forse uno straccio di tradizione rivoluzionaria nei suoi natali nel dicembre 1920 al congresso a Tours del partito socialista, già viziato dalla peggior tabe nazionalista dei vari Cachin e Frossard, opportunisti finanche nell’adesione all’ingranaggio rivoluzionario della III Internazionale, i primi a sbandierare le famigerate particolarità nazionali, prodromi delle nefande «vie nazionali al socialismo» del secondo dopoguerra? O forse vorrebbero far passare per alta strategia rivoluzionaria l’appoggio al patto Molotov Ribbentrop, quando ad un colpo di bacchetta dello stalinismo, il nemico storico della democrazia, lo Stato totalitario tedesco, divenne il grande alleato nazionale. O forse era una «dittatura del proletariato» mascherata – ma mascherata bene! – quella che lo portò, con a capo il defunto Thorez a partecipare ai governi Blum di Union Sacrée fino al 1938, vera anticipazione di quell’altra grandissima strategia rivoluzionaria che sotto il nome di compromesso storico sembrava fosse un brevetto esclusivo dei compari d’Italia.
Il «rimbocchiamoci le maniche» di Thorez all’indomani della II guerra mondiale, durante la ricostruzione nazionale non differiva dalla condotta del PCI nei governi di concordia nazionale, Togliatti a braccetto con De Gasperi per le più alte sorti della patria. Il PCF era al governo anche lui, più tardo comunque, meno souple del collega d’oltralpe a darsi l’aspetto del manager democratico dell’Impresa Socialismo Nazionale.
Per questo pubblico è stata rizzata tutta la messa in scena del XXII Congresso. La confessione che le necessità elettorali hanno estorto deve rallegrare il proletariato rivoluzionario, perché cadono i veli infami che l’opportunismo pone di fronte agli occhi della classe operaia.
Chi siano i dirigenti attuali del proletariato l’hanno detto loro stessi.
È del tutto naturale che per descrivere e comprendere nella sua totalità un percorso storico, si debbano fissare in esso alcuni momenti più rappresentativi, che meglio di altri spiegano e chiariscono le caratteristiche essenziali del processo, come nell’uso tecnico per caratterizzare una curva non regolare, non è necessario dare tutti gli infiniti punti che la costituiscono, ma ci si limita a specificarne solo alcuni, i più importanti, per avere l’andamento «quantitativo» ove è necessario, e soltanto «qualitativo» ove cioè sia sufficiente. È questa una tecnica semplificativa anche fertile in altri campi scientifici, e ad essa la scienza storica può ricorrere: ma la borghesia ha da tempo cessato di essere classe che fa scienza, divenuta casta di manutengoli prezzolati al servizio di una forza anonima e collettiva, il Capitale. Il mentecatto teatro della sua pretesa «storia» è popolato da esangui marionette esaltate, esecrate, «comprese nella loro missione», celebrate nel giubilo o nell’abominio a seconda del momento e del luogo, ad ogni ciclica tornata della terra attorno al sole: unica «scienza» che questi smidollati tempi siano in grado di offrire all’umanità instupidita dalla grancassa dei «superuomini». Per il marxista, che della difesa di un programma, dell’uso di un metodo di critica storica, della fedeltà a dei principi e a una classe ha fatto la ragione di vita, fissare gli occhi su codesti «grandi» personaggi è scoprire, decifrare le forze storiche che li mossero, le spinte di classe che li fecero parlare ed agire, studiare il sottosuolo da cui emersero, ridurli ad espressioni di un determinismo tanto ad essi superiore. Nemmeno i suoi maestri, la cui dottrina possiede come arma di battaglia, egli esalta come grandi uomini di genio che «si levarono dal cervello» un metodo, un’azione, e «piegarono» al loro volere il corso della storia. Perché i «grandi uomini» sono tutti dei piegatori: fanno e disfanno, aggiustano, correggono, inventano: non le forze della storia li determinano, ma essi determinano la storia. Dottrina miseranda che fa il paio con l’altra secondo la quale sono i «popoli» – masse indifferenziate di uomini – che fanno la storia; ma guai quando i popoli delegano i loro poteri nelle mani del grand’uomo, che si fa tiranno proprio perché non più controllato; il grand’uomo diventa allora la fonte di ogni iniquità, anche se alla luce della «storia» la sua azione diventa comprensibile e spiegabile, e gli altri che soccombono, vittime da riabilitare in un futuro più o meno lontano, quando il grand’uomo non ci sarà più. I marxisti rivoluzionari non credono, negando ogni valore alla persona come singolo, alla troppa potenza nelle mani di un solo individuo, né credono nelle garanzie di democrazia del «controllo della base»; il materialismo dialettico ci ha insegnato a niente computare della somma delle volontà individuali, di fronte alla dinamica delle forze storiche. Per questo, quanti su quelle posizioni di allora fieramente battute nel sangue dei migliori compagni del comunismo internazionale si sono riorganizzati, ed hanno ripreso a tessere il filo spezzato dalla controrivoluzione, nulla hanno da dire sull’individuo Stalin; non esecrarlo come il boia della rivoluzione russa o ricorrere alle formulette del tipo «tutto il male è cominciato da lui», o «come mai è potuto succedere».
Gli ideologi e i critici storici borghesi ne hanno fatto un dittatore che ha portato alle estreme conseguenze, nelle condizioni storiche e politiche specifiche della Russia post-rivoluzionaria, i metodi terroristici e totalitari della dittatura del proletariato e sputano così su quello che chiamano «comunismo»: gli utili idioti della controrivoluzione, i figli degeneri di quel metodo affossatore della prospettiva rivoluzionaria mondiale, lo esaltano come l’arricchitore di una teoria che non ha mai avuto bisogno di arricchimento alcuno, il difensore della «Patria» del socialismo; l’opportunismo, ansioso di sbarazzarsi di ogni cencio di antidemocrazia, ne critica gli «eccidi», le «purghe», i metodi totalitari, ma in definitiva, visto che la difesa del socialismo in un solo paese solo da quella strada poteva passare, ne «comprendono» l’opera: gli antistalinisti democratici, vedono tutto il male nella liquidazione del controllo della base, nell’aver coartato la libera espressione popolare convinti assertori della «democrazia pura» e schifati dalla sola idea di «dittatura» e «violenza» nei rapporti sociali. Ma è sempre e soltanto l’individuo Stalin al centro di tutte queste diatribe fra topi e rane; a tutti costoro è totalmente inibita la strada per comprendere cosa e perché è accaduto, avendo i primi mai posseduto la chiave per spiegare i fatti storici, gli altri gettata via e dimenticata nella foia di «arricchimenti», nel tradimento di un metodo e di una tradizione.
Per quanto ci riguarda, militanti anonimi di una dottrina intangibile che non ha finalmente più alcun bisogno di nomi di capi e grand’uomini, Stalin vivo, dialogammo con lui, e lo convincemmo di bestemmiato marxismo, prevedemmo la futura «confessione» in cui sarebbero stati dichiarati rotti i legami tra la struttura produttiva russa e il socialismo, tra la lotta di classe dei lavoratori di tutti gli Stati contro la forma mondiale capitalistica e la politica e lo Stato russo, vedemmo nell’annientamento dell’opposizione rimasta fedele ai cardini della rivoluzione internazionale la manifestazione del cambiamento di polarità dello Stato sovietico, il sovrapporsi degli interessi statali russi alle necessità della rivoluzione, lo Stato che andava schiacciando il Partito, l’economia che si sviluppava in forme pienamente capitalistiche. A tutto ciò fu dato il nome di stalinismo per significare, con l’uomo che di questo processo fu l’espressione più rappresentativa, la lotta terribile, svoltasi in quegli anni, tra l’ondata rivoluzionaria spegnentesi, e la controrivoluzione, che sempre più traeva forza dagli avvenimenti, ed infine la lastra di ghiaccio richiusasi sul movimento rivoluzionario. Le pezze di appoggio «teoriche» – le famigerate «innovazioni» – teoria del socialismo in un paese solo, teoria del mercato socialista, e via annegando in questo fango, sono i corollari di tale inabissata; di non altre prove c’è bisogno ormai per decidere sulla natura pienamente capitalistica e borghese della Russia, vantata patria del socialismo, nel che ravvisiamo il vertice, il capolavoro d’infamia controrivoluzionaria. Il resto, le turpitudini dei partiti sedicenti comunisti, gettati nella collaborazione socialnazionale, nei blocchi partigiani per la democrazia, per la ricostruzione, le «vie nazionali e parlamentari», tutto deriva da quella sconfitta subita, dal polarizzarsi in quel modo della controrivoluzione.
Per questo, che un laido congresso di funzionari di uno Stato capitalistico, abbattesse la statua del morto nel nome di Lenin e del leninismo, con la pretesa di arricchire la dottrina della classe proletaria, compito che contestammo al non piccolo Stalin, e figuriamoci a questi omuncoli, ricalcando, percorrendo sino alle estreme conseguenze la strada che lo stesso Stalin è stato costretto a percorrere, ci ha solo mosso il riso; come il capitalismo tende a sbarazzarsi delle persone fisiche che compongono la classe che lo sostiene al suo sorgere, per divenire sempre più potenza collettiva e anonima, così lo Stato capitalistico russo si è sbarazzato del nome di Giuseppe Stalin, per trasferire le proprie funzioni nelle mani di una banda di mezze figure, tanto più triviali in quanto cianciano di agire nel nome del socialismo; quando, pur nella distruzione operata da Stalin, di più ne era rimasto in piedi che nei «restauri» di costoro; e meno infame l’assassinio di compagni, che la loro riabilitazione, mutata tempora.
A 23 anni dalla morte di Stalin, a 20 dalla sua seconda morte, fuori dai rumoreggiamenti teorici dei «consideriamo», dei «fece bene», «fece male», gli sconfitti di allora proseguono la loro strada, come il vincitore l’ha proseguita, da vivo e da morto, gli occhi e la volontà fissi a quella stessa meta che allora e sempre li mosse, ricostruendo pazientemente la tela lacerata, militi fedeli di un metodo e di un programma anonimo, che si contrappone oggi come sempre, netto ed inconciliabile, col programma che del morto porta il nome, e sul quale i vivi di oggi sono schierati a feroce difesa anche se ne hanno stracciata la vecchia etichetta.
Quindi abbiamo solo da ripetere, con la stessa sicurezza e fiducia che sempre ci ha sorretti, quanto nel 1956 scrivemmo:
«I massacrati del 1934-’37 esprimevano gli interessi delle classi proletarie internazionali contro la politica di distacco dello Stato russo dalla lotta proletaria mondiale, mascherata dalla menzogna dell’edificazione del socialismo.
Fu quella la grande svolta, il capovolgimento della lotta rivoluzionaria in Russia. La spiegazione di questo imponente episodio scoppiato nel sottosuolo non può, senza che Marx crolli, esser trattata da una canagliata, un errore, o una distrazione del nominato Stalin. La lotta fu quella che fu, ed è giusto dirla una lotta di classe, nella forma ideologica e in quella violenta.
Il posto comune al morto e ai vivi è dunque uno solo: quello della controrivoluzione capitalistica.
Proprio la controrivoluzione è «creativa», e le si scoprono, vivendo la storia, le più nuove ed inattese forme e manifestazioni. In questo senso abbiamo molto appreso da mezzo secolo di tradimento al proletariato socialista.
È la rivoluzione che è una; ed è sempre lei, nel corso di un arco storico immenso che si chiuderà come si è aperto, e dove ha promesso; dove ha appuntamento forse con molti dei vivi, ma certamente coi nascituri, come coi morti: questi sapevano che essa non manca mai, non inganna mai. Essa, nella luce della dottrina è già scontata come cosa vista, cosa viva».
Come la Russia gli Stati Uniti sono paesi molto meno densamente abitati del vecchio continente. Mentre nei paesi di capitalismo classico l’aumentata popolazione determinò e consentì l’affermarsi del nuovo modo di produzione, nel periodo storicamente decadente del capitalismo, nazioni impiantate su territori di grande estensione e con popolazioni meno affollate tendono a rimpiazzare i vecchi nel dominio imperialistico sul mondo. La causa di questo, oltre che in fattori di accentramento militare ed economico è riconducibile al fallimento del capitalismo a soddisfare i bisogni alimentari della specie costituendo per i paesi più popolosi gravoso, sia economicamente, sia socialmente, il vettovagliare la popolazione e mantenere una produzione agricola arretrata e nel contempo buoni rapporti col contadiname e con i proprietari fondiari.
Ciò che oggi permette l’esistenza della bastarda ed inefficiente struttura colcosiana in Russia è la sua bassissima densità abitativa. Lo stesso determina il relativo immobilismo sociale dell’agricoltura statunitense.
Nel nostro lavoro di partito spiegammo come la particolare struttura produttiva agricola in tali paesi abbia causato un ritardo nell’affermarsi anche del nostro movimento comunista che, rispetto all’Europa, in America non arrivò mai a diffondersi fra la classe con efficacia paragonabile, mentre in Russia, dopo l’innesto proletario di Ottobre su una rivoluzione borghese tardiva, ripiombava successivamente e fino ad oggi nella sottomissione alla politica nazionalistica di un capitalismo a base contadina-cooperativa.
Questi non sono motivi secondari fra quelli che ci fecero attendere la prossima ripresa rivoluzionaria nel cuore del vecchio continente.
L’UTILIZZO DEL SUOLO
La superficie della Repubblica Nordamericana è di 936 milioni d’ettari. L’Unione Sovietica è due volte e mezza tanto; l’Europa con esclusione della Russia poco più della metà. Diversissime le densità abitative: nel 1970, mediamente 22 abitanti per chilometro quadro in America; la Russia è alla metà con 11, mentre 94 europei si stringono su un uguale quadrato.
La prima tabella qui riportata inizia infatti con il numero medio di abitanti per ogni cento ettari di terra a cultura: si osserva, confrontando i dati con quelli della colonna adiacente indicanti la percentuale di terra coltivata sul totale della superficie nazionale escluse le acque interne, che il dissodamento di terre vergini ha progredito soltanto fino, nella tabella, al 1929 e da allora è di un leggero declino. L’aumento della popolazione dovuto all’imponente flusso migratorio corrispose, fino alla fine del diciannovesimo secolo ad un veloce estendersi della superficie colonizzate dai pionieri nelle grandi pianure tanto che la densità umana, quindi la produzione unitaria, quindi le vecchie tecniche agricole restarono, si presume, costanti; successivamente, medesima la terra lavorata, crescono popolazione, bocche da sfamare e produzioni per unità di superficie. Ma la densità e terra sono ancora basse, solo un quinto del territorio nazionale è utilizzato per la produzione. Pur essendo di impossibile impostare qui un preciso confronto numerico osserviamo come, tranne che nel vecchio continente ed in alcuni super affollati paesi d’Asia, come India e Cina, dato che gran parte delle pianure del globo, l’Africa, le Americhe, Russia e Continente Australe, sono niente affatto o non pienamente utilizzate, il sostentamento alimentare umano non si presenterebbe come fattore limitante l’insediamento – con i moderni mezzi di comunicazione e trasporto – se il capitale non si impossessasse anche della produzione agricola in tutti i paesi non appena lasciano l’aratro a chiodo e si affacciano alla tecnica moderna.
Negli ultimi settanta anni in USA l’incremento produttivo agricolo è stato dovuto ad investimenti addizionali di mezzi di produzione, in forma di capitale, sulla stessa terra; il capitalismo non può farlo perché ciò provocherebbe sconquassi nel suo macchinoso equilibrio dei prezzi e profitti agrari, ma che ne sarebbe del problema, signori futurologi, della «esplosione demografica» se uguali intensità di conoscenze agronomiche e di tecnologie si riversasse sulle terre incolte, magari selezionando specie adatte ai diversi terreni e climi?
Nel complesso, negli Stati Uniti, la terra sterile più quella boschiva diminuisce, ma solo del 17% dal 1900 ed a favore dei pascoli, non dei campi.
Molto significativa la colonna successiva riportante la dimensione media in ettari delle aziende. Il periodo meno recente è caratterizzato da una tendenza alla diminuzione della grandezza delle farms; poi la tendenza si inverte fino a raggiungere nel ’64 i 142 ettari, valore molto più alto che per qualsiasi paese europeo – in Italia super frammentata sono 7 miseri ettari. Nel 1947 la media era ancora a 78 ettari, quindi la concentrazione nella conduzione agraria è avvenuta prevalentemente in questo dopoguerra: in trenta anni, in lieve regresso la superficie coltivata, il numero delle aziende si è ridotto alla metà.
Le tre colonne che seguono suddividono la superficie agraria secondo la dimensione delle aziende che vi insistono: praticamente il 100% della terra va ad aziende superiori ai 4 ettari (in Italia l’11% della terra è di piccole aziende con meno di 4 ettari – 70% in numero). La tendenza alla concentrazione è confermata: diminuisce la terra delle medie aziende da 4 a 105 ettari e cresce quella delle più grandi. Purtroppo i dati che abbiamo sotto mano, essendo del 1954, perdono molto del loro interesse, comunque allora le grandi aziende si estendevano sul 72% della terra (in Italia adesso, solo sul 23%).
LA STRUTTURA SOCIALE AGRARIA
I quadri statistici elaborati dal Ministero statunitense, invece, che si basano nella classificazione sull’elemento giuridico della proprietà del terreno da parte dell’«operatore», non ci illuminano sulla forma economica di sfruttamento della terra. Non permettendo alcuna utile differenziazione fra grande conduzione con salariati e conduzione familiare, e sul tipo di ripartizione del plusvalore prodotto, non stiamo ad ingombrare qui con altri dati.
Le variazioni maggiori si hanno nel percento di addetti all’agricoltura. I dati provengono da fonti diverse e non collima del tutto la loro definizione per la qual cosa sono da ritenere soltanto indicativi di un ordine di grandezza e di una tendenza generale; ma, in fondo, solo il senso di questa interessa al nostro lavoro, sapere in che direzione la società sta camminando per confermarci che passerà dove la rivoluzione è in agguato.
Alla metà dell’Ottocento due terzi degli americani attivi lavoravano nell’agricoltura. Ma la diminuzione è continua: solo un terzo all’inizio di questo secolo. Cala al 18% alla vigilia della seconda guerra. Si intensifica l’espulsione di braccia dal lavoro agricolo in tutto questo dopoguerra: con una diminuzione velocissima si arriva al 1973 con solo il 4% di addetti ai campi. È questo uno dei valori più bassi del mondo superato soltanto dal britannico 3% ed eguagliato dal piccolo Belgio.
È indubbio che per produttività del lavoro agricolo l’economia americana sia all’avanguardia: un agricolo produce per sé e per altri 24 lavoratori dell’industria e… per quanti cittadini russi ancora visti i ripetuti invii di grano oltre Pacifico?
Questa è infatti la principale differenza fra agricoltura russa e statunitense: entrambe sono del tipo estensivo, in entrambi i paesi abbondano le terre vergini, bassa produttività del suolo, probabilmente anche avvicendamento col pascolo spontaneo, ma il tragico fallimento della prima è la bassissima produttività del lavoro colcosiano, 26 per cento di addetti all’agricoltura nel 1971 come già detto in precedenti rapporti. In parte questo è dovuto a diversa disponibilità di mezzi di produzione, infatti gli Stati Uniti possono vantarsi di coltivare 154 milioni di ettari con quattro milioni e mezzo di trattori, i russi ne lavorano 225 milioni con due milioni: in proporzione 3,2 volte meno.
Risulta che ogni addetto lavora in America 42 ettari di campo ed un russo solo 7 (ma gli resta tempo per l’orticello, senza trattore forse, ma con la sacra proprietà, inalienabile e «socialista», sul prodotto). Rimandiamo quindi la ricerca sui rapporti delle forze sociali nel mondo agrario americano al necessario lavoro della nostra organizzazione.
LA TABELLA DELLE PRODUZIONI
Nella prima colonna gli indici calcolati dall’ONU dell’andamento della produzione agricola. È di una lenta crescita, mediamente al tasso nemmeno dell’uno e mezzo per cento all’anno, poco più dell’incremento demografico. Tecniche moderne, aumento enorme della produttività del lavoro, nel regime del capitale non devono causare una troppo veloce caduta dal saggio del profitto; ad un aumento dell’offerta di prodotti agricoli o seguirebbe un insostenibile crollo dei prezzi o un ingigantito impegno statale per mantenere il livello concordato delle integrazioni. A tenere costante la produzione pro capite si contrae il numero degli addetti, si abbandonano terre produttive sì che il prodotto dei due fattori – intensità ed estensione – non cambi, sì che la disponibilità alimentare resti la medesima, quella di sopravvivenza appena.
Non abbiamo calcolato gli indici della produttività ad ettaro in quanto essendo la superficie coltivata pressoché costante avremmo ottenuto un andamento del tutto parallelo, crescita continua con gli stessi ritmi.
Dai dati di cui disponiamo risultano anni di contrazione della produzione agricola, quelli dal 1929 al 1933, con il non grave -3,4% in quattro anni ed il 1934 con il 15% in meno; molte altre sono risultate annate cattive.
Anche negli USA assai più veloce lo sviluppo dell’industria: nella colonna si passa, fatto uno il rapporto delle produzioni dei due settori nel 1913 a 4,18 nel 1973. L’attività dei campi perde sempre terreno rispetto alle fabbriche con la sola eccezione del periodo dal 1929 al 1933 nel quale, grazie al drastico taglio alla attività industriale dovuto alla crisi, si ristabilisce, temporaneamente in sospeso le leggi dell’accumulazione, un rapporto leggermente meno disumano fra produzione per gli uomini e produzione per le macchine.
Per confrontare le diverse evoluzioni della produttività del lavoro nel settore agricolo rispetto a quello industriale abbiamo calcolato un coefficiente che, supposto nel 1913 uguale la produttività nei due settori, la confronti nel 1972, ultimo anno del quale abbiamo informazioni. Le due date non sono del tutto casuali perché chiudono entrambe lunghi periodi di forte accumulazione su tutto il fronte capitalistico e di benessere borghese.
Cominciamo con la Russia: calcolammo la «elefantiasi industriale», nel numero 16 di questo giornale, a quota 32; gli addetti all’agricoltura vi passano, dal 1913 al 1972, dal 76,9% al 26,3%; gli industriali dal 9% al 37%. Risulta, fatti i conti, che la produttività nell’industria è cresciuta di 2,7 volte più velocemente che nell’agricoltura.
In America invece i dati sono: «elefantiasi» 3,9: gli agricoli passano dal 31% al 4,3% e gli industriali dal 31% al 32,6%. Stavolta risulta che la produttività del lavoro nell’industria ha progredito solo 0,48 volte, la metà, di quella agricola. L’interpretazione di tale comportamento esattamente inverso era prevista e discende dalla nostra analisi di partito dei due colossi internazionali: in Russia, paese giovane, l’industria ha corso veloce guadagnando in produttività sulla agricoltura, invece impastoiata in forme economicamente di compromesso ed opponenti forte resistenza ai rivoluzionamenti tecnici ed alla proletarizzazione moderna, bloccando eccessiva manodopera nel lavoro dei campi. E l’industria pesante che si è impiantata è, notoriamente, a basso impiego di forza lavoro. Dominante è invece il fenomeno migratorio interno negli Stati Uniti (in Russia al lavoratore per lasciare la provincia è chiesto il passaporto): milioni di agricoli abbandonano le farms sempre più meccanizzate per le officine ove, lo sappiamo, la vecchiezza dell’industrialismo procede lentamente.
Seguono le due colonne relative ai prezzi: la prima riporta gli indici dei prezzi all’ingrosso dei «prodotti delle farms». L’andamento dell’indice è assai irregolare e rimandiamo ad un successivo lavoro l’analisi e la interpretazione meno sommaria del fenomeno. Intanto notiamo come l’inflazione abbia preso di slancio in questo dopoguerra senza quasi mai regredire: sembra che alle oscillazioni alternate nei due sensi, in aumento o in diminuzione, nel complesso compensantisi, si sia in questo dopoguerra sommata una tendenza ad un veloce continuo deprezzamento della moneta. Si osserva infatti come l’indice dei prezzi dei generi agricoli, fatta uguale a cento la media dei prezzi del quinquennio 1910-1914, dal 68 del 1790 arrivi a 212 nell’immediato primo dopoguerra: crolli da 147 a 67 nella crisi del 1929 al 1932. Risale di nuovo a 270 dopo il secondo macello mondiale. Stavolta il ridimensionamento dei prezzi però non avviene nella stessa misura: minimo nel 1961 e 1963 con 219. Da allora inflazione velocissima che porta i prezzi agricoli a 429 nel 1974.
Le crisi generali del capitalismo fanno crollare i prezzi agrari in verticale (meno 54% dal 1929 al 1933) rovinando tutti coloro che vivono della vendita di prodotti agricoli, piccoli contadini in particolare: con le guerre imperialistiche i prezzi salgono a massimi storici.
Il capitalismo oggi sta arrivando al cimento della crisi già con tassi di inflazione una volta sconosciuti.
Accanto abbiamo riportato una colonna di indici di rapporto ottenuti dividendo l’indice dei prezzi agricoli per l’indice generale dei prezzi all’ingrosso di tutte le merci. Questo coefficiente descrive soltanto quelle evoluzioni dei prezzi dovute a fattori specifici della produzione agricola, al netto dalle variazioni nel valore della moneta; indica il divario fra prezzi pagati ai farmers e prezzi pagati da questi.
In tutto il corso dell’ottocento i prezzi agrari salgono più velocemente della media: dal 64 del 1820 fino a stabilirsi sul 100 dalla prima guerra fino circa al 1955. Il basso valore del 1933, 74, indica che nella crisi i prezzi agricoli crollano maggiormente della media, mentre il 115 del 1947 che salgono più velocemente nei dopoguerra. Negli ultimi venti anni l’indice è stabile intorno ad 80 fino a salire a 104 e 93 nel 1973 e 1974; l’attuale è quindi per gli Stati Uniti un momento di prezzi agricoli alti.
Termina il quadro la serie dei dati sulle disponibilità al consumo. Primi gli indici della produzione agricola diviso il numero dei cittadini della Repubblica stellata e fatto uguale a 100 nel 1913. Da 104 nel 1912, scende a 95 nel 1914 e poi ancora ad 87 nel 1933. Risale a 102 nel 1947, scende a 100 nel 1957, arranca a 102 nel ’67, punta a 113 nell’anno grasso del 1973. La tendenza generale è al mantenimento costante del volume dell’alimentazione; ventri più vuoti nelle crisi, un poco, molto poco, più pieni, e temporaneamente, come solo risultato umanamente digeribile dell’enfiarsi smisurato del capitale. Rabbuia ancora il quadro la «quantità di calorie alimentari disponibili giornalmente» all’americano medio. Tale quantità energetica la calcolava l’ONU poi, visto forse che scendeva oltre la decenza, ha soppresso quel quadro significativo. Caduta continua dalle 3520 calorie alimentari pro die del 1912 alle 3200 del 1967, in parte, dicono, compensate dall’aumentato consumo di carne – con poche calorie – come risulta dal quadro.
Del frumento disponiamo le produzioni ma non i consumi. Medesimo comportamento oscillante ma tendenza neutra per la produzione pro capite. Il dato globale dovrebbe essere però depurato dalle esportazioni e reimpieghi. Il consumo unitario di patate si riduce drasticamente quasi alla metà; cresce invece quello dello zucchero.
Seguono i dati relativi alla industria zootecnica: il numero di capi più che raddoppiato dal 1912 ma in rapporto agli abitanti la dotazione è costante: 59 capi bovini per cento di popolazione nel 1912 e 58 nel 1973. L’aumentato consumo di carne, unico gran vanto del capitalismo post-bellico, sarebbe da imputare quindi ad importazioni di macellato o ad un più rapido accrescimento del bestiame. La relativamente calante produzione di latte ci lascia dedurre che molti capi da latte siano stati sostituiti da bestie da carne. Da noi si è diffuso specialmente il redditizio allevamento di vitelli il cui rapido accrescimento, benché la carne sia scarsamente nutritiva, permette più veloci rotazioni al capitale investitovi.
Riduzione ad un quarto della produzione pro capite di burro, sostituito dalla meno nutriente margarina – anche qui prima il valore mercantile, poi la soddisfazione dei bisogni alimentari.
Nel paese portabandiera dell’imperialismo, quindi, una agricoltura che usufruisce di quanto di meglio la scienza e la tecnica borghesi possono offrire, riesce appena, quando va bene, a mantenere costanti i rifornimenti alla popolazione. A petto dell’ingigantirsi del flusso sui mercati di merci inutili o dannose, l’alto prezzo dei beni necessari alla vita limita anche lì la soddisfazione dei bisogni alla sopravvivenza, contribuisce a far perdurare, specialmente nelle file dei lavoratori affollati nelle città, una insicurezza continua sul domani che li incatena al lavoro salariato.
La sfera della produzione agricola è quella ove, per i vincoli naturali dell’alternarsi delle stagioni e per essere destinata prevalentemente a fornire i mezzi di indispensabile immediato sostentamento umano, il soggiogamento della produzione per il consumo alla produzione per il profitto è più evidente. Una comunità nella quale le derrate agricole siano prodotte con larghezza non può essere basata sul salariato. Una società nella quale la soddisfazione dei bisogni alimentari costituisca non feticistico scambio mercantile ma un atto del naturale ricambio fra la specie e l’ambiente dal quale è scaturita, non può dividersi in reparti, condannati ad operare in specializzazioni sempre più anguste fino dalla prima tra industria ed agricoltura. Solo scomparsa questa ormai nociva opposizione, che oggi è solo opposizione di interessi, sarà possibile un rapporto collettivamente cosciente con la natura ed una programmazione oggettiva della distribuzione delle attività umane nell’orizzonte non della misera azienda, sia pure la più trattorizzata d’america, ma di interi continenti.
Il partito comunista deve inquadrare e dirigere lo sforzo rivoluzionario del proletariato.
Questo il contenuto di un manifesto con il quale il 30 gennaio 1921 subito dopo il congresso di Livorno il Partito Comunista d’Italia si rivolse al proletariato per chiamare le masse lavoratrici a stringersi attorno ad esso, accogliendolo come il solo e vero strumento della loro lotta. Il partito dichiara che la sua finalità è la preparazione ideale e materiale del proletariato alla lotta rivoluzionaria per la conquista del potere usando come mezzi per la sua propaganda e organizzazione l’intervento nell’azione sindacale e cooperativa, nelle elezioni e nei parlamenti, ma non considerando affatto le conquiste che si realizzassero con queste azioni come fini a se stesse.
L’indirizzo tattico del Partito Comunista d’Italia è ispirato alle deliberazioni dei congressi internazionali e quindi l’atteggiamento del partito nei confronti delle lotte economiche e sociali è di avvalersi della lotta sindacale attraverso l’intimo contatto con le masse lavoratrici in tutte le occasioni in cui queste sono spinte ad agitarsi dall’insofferenza alle loro condizioni di vita.
Il partito svolge in questi momenti la migliore propaganda dei concetti comunisti suscitando nel proletariato la coscienza delle circostanze, delle fasi, delle necessità che si presenteranno in tutto il complesso svolgimento della lotta rivoluzionaria.
Queste le parole d’ordine di ieri e di oggi, che sintetizzano i compiti del partito in rapporto al suo essere reale nella lotta di classe sia riguardo alle organizzazioni distinte (che non significa affatto autonome, come si usa dire oggi dall’opportunismo militante) sia ai moti spontanei della classe operaia, sia riguardo ai metodi di organizzazione e di inquadramento, di direzione, di centralizzazione e affasciamento delle lotte proletarie.
La natura del partito, in ordine a questi compiti, non muta in rapporto alle diverse situazioni empiriche della lotta di classe, allo stato contingente della lotta di ordine esterno.
I motivi dell’inquadramento della generalizzazione, della centralizzazione, della direzione delle lotte non sono elementi contingenti, ma imperativi e invarianti finché la classe operaia o i contadini non avranno raggiunto l’obiettivo, unica forma di transizione tra la società borghese e il socialismo, della dittatura del proletariato.
L’analisi delle forme che questi imperativi hanno assunto non smentisce queste necessità.
Gli interventi sindacali riportati da L’Ordine Nuovo anche precedentemente al congresso di Livorno in relazione alle direttive da dare alle varie categorie in agitazione sono rigorosamente ispirati a queste parole d’ordine:
«La propaganda, il proselitismo, l’organizzazione e la preparazione rivoluzionaria delle masse avvengono tramite la costituzione di gruppi comunisti che raccoglieranno gli aderenti al partito che lavorano nelle medesime aziende o che comunque partecipino al medesimo raggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule comunisti agiscono in stretto contatto con il partito che assicura loro una visione d’insieme in tutte le circostanze della lotta. Le leghe, le cooperative, il sindacato diventano strumenti dell’azione rivoluzionaria diretta dal partito».
È evidente quindi che la preoccupazione costante del gruppo dirigente è che il partito estenda le sue direttive al movimento sindacale e l’azione sindacale cresca sotto la spinta del partito fino a diventare lotta rivoluzionaria, cioè una forza generale socialmente costruttiva. Ciò implica uno sforzo continuo del partito che deve essere attentamente e sempre impegnato nella valutazione di qualsiasi movimento rivendicativo (infatti dialetticamente se questi movimenti presuppongono una certa organizzazione sono a loro volta mezzi per sviluppare questa organizzazione – Marx).
Consegue da ciò che:
I) le rivendicazioni economiche non debbono necessariamente rispondere in forma assoluta alle indicazioni del partito: i gruppi comunisti importano la dottrina nella classe non enunciandola in forma pedagogica o costituendo gruppetti dimostrativi ma forgiando in prima linea le lotte contro il capitale.
II) La presenza dei gruppi comunisti nelle organizzazioni intermedie (soviet, sindacato, movimento proletario) non assume mai l’aspetto di «manovra democratica» o di «unificazione diplomatica».
Quando, come nella situazione contingente attuale, nelle situazioni locali che si determinano la direzione opportunistica frappone sbarramenti formali, tipo delega, alla presenza dei comunisti, compito di questi è di denunciare tali ostacoli non a parole ma con l’azione politica (quando e se è possibile). Non valgono per noi abilità manovriere per aggirare gli ostacoli.
Solo a queste condizioni si possono portare avanti le lotte in modo organico seguendo cioè un programma politico ben preciso che è quello della distruzione dello Stato e della presa del potere politico da parte del proletariato e della sua dittatura, unico obiettivo intermedio come è già stato detto. Solo a queste condizioni si sconfigge il «minimalismo» che non può portare la classe operaia ad altro che a sconfitte continue e debilitanti. Conducendo le lotte in modo isolato è più facile la vittoria della borghesia ed essendo sconfitto in episodi separati è più difficile che il movimento sindacale cresca, diventi rivoluzionario, diventi la forza veramente, concretamente antagonistica del capitalismo.
Ecco, tanto per illustrare la perfetta correttezza degli interventi sindacali nel gennaio 1921, un ordine del giorno (8 gennaio) sulla disoccupazione dilagante redatto dalla camera del lavoro e dalla sezione socialista di Torino:
Svolgere un’attiva propaganda tra il proletariato acciocché vengano conosciute le varie cause che determinano le crisi industriali.
Invitare gli organismi delle classi lavoratrici a farsi promotori di un’agitazione nazionale per il controllo sui licenziamenti e sulla produzione.
Riduzione dell’orario di lavoro nelle officine dove si manifesti la disoccupazione per impiegare gli operai disoccupati.
Invitare gli operai delle industrie non colpite a manifestare la loro solidarietà stabilendo turni di lavoro o diminuzione dell’orario lavorativo per potere assorbire la mano d’opera disoccupata.
La questione del controllo operaio veniva posta in modo chiaro senza possibilità di fraintendimenti o manipolazioni cioè come lotte spontanee e separate che diventano una sola vasta offensiva contro il regime capitalistico.
I bonzi odierni sono effettivamente i traditori e gli assassini delle lotte di allora, le loro pantomime odierne sono molto più tragiche di quelle dei dirigenti industriali di allora se, come si può leggere, il presidente della lega industriale ing. Mazzini, concedendo una intervista ad un giornale, si lamentava che in quel momento di crisi così grave gli industriali stessi non potessero prendere nessuna iniziativa perché sarebbe stata bloccata da una crisi di fiducia dovuta principalmente all’azione svolta dalle organizzazioni operaie.
I dirigenti industriali oggi chiedono aiuto alle organizzazioni operaie che sono la loro ancora di salvezza.
L’ingegnere Mazzini si lamentava che le organizzazioni operaie erano diventate organismi di lotta politica e che lo scopo vero cui erano orientate le masse non era economico ma politico.
«La questione del controllo sarebbe accettabile – dice l’ingegnere Mazzini – se fosse impostata nel senso di conoscere l’andamento delle fabbriche, perché i sindacati impedissero agli operai richieste assurde». Le organizzazioni di allora rispondevano agli industriali che non sperassero affatto nel buon senso della classe operaia perché ciò sarebbe stato in realtà la disfatta degli operai.
Ciò che all’ingegner Mazzini sembrava catastrofico, cioè la lotta per la distruzione del capitalismo, era contrariamente considerata l’unica e necessaria lotta da fare da parte degli operai e delle loro avanguardie. La distruzione del lavoro salariato per la difesa della produzione sociale erano allora contenuti politici unificanti, patrimonio politico della classe di cui essa si deve sempre riappropriare nel condurre avanti vittoriosamente la sua battaglia contro la classe borghese, sua avversaria e parassita.
Sempre il partito comunista ha dato al sindacato operaio e a tutte le associazioni di difesa economica dei lavoratori la funzione di «cinghia di trasmissione del partito» – secondo la nota definizione di Lenin -. Si intende dire che le lotte difensive dei lavoratori per arginare lo sfruttamento capitalistico sono state sempre viste dai comunisti come la base materiale indispensabile per la preparazione rivoluzionaria, per far crescere l’influenza del partito – e quindi delle direttive comuniste – nella classe in vista dell’abbattimento dello Stato capitalistico. Questo deriva dall’unico scopo che anima i comunisti di tutti i tempi e in tutti i momenti: la rivoluzione comunista, che presuppone l’abbattimento del regime borghese che fin dal suo sorgere è stato definito dai comunisti un regime di sfruttamento e di oppressione. I comunisti sanno però che vi sono periodi in cui questa linea categorica e lucida del marxismo rivoluzionario viene offuscata dalla pratica opportunistica che consiste nel mistificare il concetto di emancipazione del proletariato. Infatti per i comunisti il regime borghese non dà mai niente e la loro continua propaganda verso il proletariato nei periodi floridi del capitalismo sta proprio nel non far sorgere illusioni benesseriste, nell’affermare il concetto marxista che «emancipazione del proletariato» non significa aumento dei salari e riforme bensì liberazione del proletariato dalla schiavitù del lavoro salariato, abolizione della società chiusa in classi e perciò permanente necessità della rivoluzione comunista indipendentemente dalle fasi alterne – favorevoli o sfavorevoli – nel modo di produzione capitalistico. Gli opportunisti invece approfittano di questi brevi periodi di floridezza capitalistica per far desistere il proletariato dal suo scopo di classe facendo credere che gli aumenti salariali e il generale miglioramento delle condizioni di vita degli operai rendano superfluo l’intervento rivoluzionario del proletariato contro lo Stato borghese. In questo indirizzo vi è una doppia mistificazione: nel far ritenere agli operai eterne le migliori condizioni di vita conquistate con dure lotte, e che queste conquiste possono sostituire l’obiettivo della lotta storica per il comunismo.
La crisi capitalistica crea le condizioni per spezzare questa doppia mistificazione mettendo a nudo la volontà controrivoluzionaria dei capi operai nei sindacati e dei falsi partiti comunisti. Mentre la disoccupazione dilaga e larghe masse operaie precipitano nell’indigenza gli opportunisti non mutano la loro pratica collaborazionista, la loro difesa del regime capitalistico che anzi intensificano. «A che serve chiedere se il capitalismo non può dare? Aiutiamo il regime borghese a riprendere la sua marcia in avanti e poi riprenderemo con le rivendicazioni operaie». Questo è l’indirizzo dell’opportunismo di fronte alla crisi capitalistica, che dimostra chiaramente come lo scontro fra comunisti e opportunisti sia fra rivoluzione e controrivoluzione.
Questo discorso infatti appare logico per chi non vede altra alternativa che la società capitalistica, la suddivisione in classi antagonistiche della società, per chi accetta come «naturale» la proprietà privata dei mezzi di produzione, per chi insomma riduce la lotta di classe al semplice rivendicazionismo economico e quindi alla guerriglia giorno per giorno per strappare qualche briciola in più al capitale a favore del lavoro. È altrettanto chiaro che questa visuale non può che portare alla cessazione della guerriglia una volta constatato che l’avversario non ha più niente da dare, ed è proprio per questo che nei periodi critici del capitalismo coloro che hanno creato una contrapposizione fra comunismo e difesa delle condizioni di vita degli operai dimostrano sfacciatamente di aver abbandonato l’uno e l’altro e di essere solo difensori del regime capitalistico contro qualsiasi rivendicazione operaia sia minima che massima.
I comunisti invece trovano nella crisi capitalistica il terreno favorevole per importare nella classe operaia gli scopi e la necessità della rivoluzione perché mai come nella crisi è possibile dimostrare al proletariato la coincidenza fra difesa delle proprie condizioni di vita e abbattimento dello stato capitalistico, o meglio: che la rivoluzione è l’unico mezzo per la affermazione definitiva delle loro condizioni di vita contro un regime in cui diminuzione dell’orario di lavoro significa disoccupazione e alti salari massimo sfruttamento degli operai nelle fabbriche.
In questo sta la differenza fra comunisti e opportunisti e perciò il contrastante comportamento fra comunisti e opportunisti nei sindacati e nelle lotte operaie.
A questo proposito riportiamo da Il Comunista del 1921 alcuni brani riguardanti le direttive sindacali del partito, ossia la funzione che il partito affidava ai suoi militanti operanti nelle fabbriche e nei sindacati quando la crisi anche allora dilagante propose come oggi un vero terreno di misurazione fra tutti coloro che sostenevano di stare dalla parte del proletariato, quel terreno cioè che imponeva a tutti di uscire dal circolo vizioso delle parole per scendere su quello pratico dei fatti.
Niente v’è da aggiungere alle direttive date dal partito cinquant’anni fa che noi riproponiamo al proletariato attuale quale unica via di uscita dalla crisi capitalistica e quale risposta all’attacco dello Stato borghese.
«Crisi economica e disoccupazione» e «Tattica nelle agitazioni economiche» – DIRETTIVE SINDACALI – 1-8-1921.
«Una direttiva unica deve essere data alla propaganda e all’azione dei comunisti in questo campo. La critica più aspra deve essere opposta all’indirizzo sancito in materia dagli organi confederali e deve essere denunziata la loro acquiescenza alle impostazioni dei capitalisti. La chiusura delle aziende, la insufficienza delle provvidenze governative in materia di sussidi e di concessioni di lavori pubblici, l’illusione di poter ottenere più efficaci interventi dello Stato per via parlamentare e collaborazionista, come si propongono i dirigenti confederali, l’arrendevolezza di questi dinanzi all’offensiva dei padroni contro i concordati conquistati dai lavoratori, sono tutti elementi che devono essere messi da noi nella loro vera luce, spiegando che secondo la nostra tattica rivoluzionaria una soluzione radicale di questi problemi non esiste che nella conquista del potere da parte del proletariato, che la evidente insolubilità di essi deve essere utilizzata per condurre appunto le masse a questa convinzione ed intensificando tra esse la preparazione rivoluzionaria, mentre i riformisti per evitare questo illudono i lavoratori che esista la possibilità di migliorare le difficoltà della crisi presente nell’ambito del regime attuale. È importante dimostrare che i dirigenti confederali, con tale politica, mentre nulla realizzano di concretamente utile alle masse, pongono la loro tesi collaborazionista e pacifista non solo al di sopra dell’interesse della rivoluzione ma anche contro gli interessi immediati dei lavoratori, rinunziando, per non turbare le loro manovre e intese politiche con gruppi borghesi, all’impiego della forza sindacale del proletariato per la battaglia contro l’offensiva padronale che potrebbe venire ingaggiata quando si fosse veramente deciso a spingerla a fondo, sul terreno politico. Questo sarà possibile solo sloggiando i disfattisti dalle dirigenze delle masse proletarie organizzate, e questi argomenti devono venire impiegati per attrarre i più larghi strati dei lavoratori nella lotta contro i dirigenti sindacali».
«I riformisti sono soliti avvalersi di un argomento specioso contro i nostri compagni che lavorano nei sindacati; quello che noi non avremmo la possibilità di fare, e non faremmo in realtà, nei conflitti sindacali nulla di praticamente diverso da essi. Bisogna rispondere che i comunisti non si sognano di negare le conquiste contingenti della lotta sindacale nel campo della contrattazione delle condizioni di lavoro; che non escludono che sia problema tattico da risolversi volta per volta quello della convenienza di accettare o meno le proposte dei padroni, di spingere ad oltranza od arrestare ad un certo limite gli scioperi. Né i comunisti pretendono di possedere una ricetta per vincere infallibilmente le agitazioni di carattere economico. Ciò che li distingue dai riformisti e dai socialdemocratici è la propaganda rivoluzionaria che essi traggono occasione di esplicare ad ogni episodio della lotta economica, il loro costante sforzo di creare nei lavoratori una coscienza politica e di classe. Inoltre i comunisti devono provare che il fatto che grandi centri della rete dell’organizzazione proletaria siano in mano ad amici larvati della borghesia od ad avversari della preparazione rivoluzionaria, che considerano come il massimo pericolo l’allargarsi delle agitazioni ed il loro investire tutta la vita sociale e politica del paese, lega le mani ai lavoratori organizzati ed ai loro organizzatori anche là dove questi seguono le direttive comuniste. Siccome i comunisti sanno di non poter realizzare i loro scopi se le grandi masse sono ancora dominate dall’influsso dei capi sindacali, essi considerano al primo piano della loro lotta rivoluzionaria la necessità di sloggiare questi, posizione per posizione, dalla organizzazione proletaria.
Tutta l’attività sindacale dei comunisti si basa su questa constatazione; che nell’epoca attuale di convulsionaria crisi del regime borghese non è più sufficiente la semplice attività tradizionale dei sindacati, che vedono la loro azione divenire sempre più difficile man mano che la crisi si inasprisce. Per affrontare i problemi della vita quotidiana operaia occorre poter controllare nel suo insieme il funzionamento della macchina economica per concretare le misure che possono combattere le conseguenze del suo dissesto. È illusorio che l’attuale sistema politico porga al proletariato il mezzo per esercitare una qualsiasi influenza sull’andamento di questi fenomeni da cui dipendono le sue sorti e le sue condizioni di esistenza, e tutti i problemi si riducono a quello unico del sostituirsi, con un grande sforzo rivoluzionario, di tutto il proletariato alla classe dei suoi sfruttatori che detenendo il potere impediscono qualunque mitigazione delle dolorose conseguenze del capitalismo in quanto impediscono ogni limitazione dei privilegi capitalistici.
I sindacati devono quindi divenire le falangi dell’esercito rivoluzionario imbevendosi dello spirito politico comunista, e lottare inquadrati dal partito di classe per la conquista del potere, la realizzazione della dittatura proletaria…».
(Segue dal numero scorso la corrispondenza sull’agitazione dei lavoratori della scuola).
In seguito alla decisione del ministro di presentare il 31-1-76 un decreto legge che riproduceva l’art. 3 della legge 477 con l’aggiunta delle fonti di finanziamento, molti lavoratori hanno ritenuto che lo scopo che ci si proponeva fosse stato raggiunto e che l’azione di blocco delle 20 ore dovesse perciò cessare. D’altra parte l’azione combinata delle autorità scolastiche e dei bonzi sindacali aveva sortito un certo effetto, impedendo nonostante tutti gli sforzi del Comitato di Agitazione, che l’azione si estendesse.
La presenza del comitato di agitazione ha però fatto sì che la sospensione del blocco non si trasformasse in una smobilitazione generale, cosa che sarebbe stata disastrosa.
I nostri compagni all’interno del comitato hanno sempre sostenuto che:
a) se si ravvisava la necessità di sospendere l’agitazione, dovevamo ritirarci in maniera ordinata, tutti insieme, e cioè avrebbe avuto più valore del fatto di poter continuare il blocco «ad oltranza» in due o tre scuole.
b) che il risultato più importante della azione non era tanto l’aver ottenuto la registrazione dell’art. 3, quanto il collegamento tra i lavoratori delle varie scuole, realizzato tramite il comitato di agitazione, e il superamento nella lotta della deleteria divisione tra lavoratori iscritti ai sindacati confederali e lavoratori iscritti agli autonomi o non iscritti ad alcun sindacato.
c) che tale risultato doveva essere mantenuto in vista del prossimo rinnovo contrattuale, perché solo l’esistenza del comitato di agitazione costituisce per i lavoratori una garanzia contro ogni nuovo tradimento dei vertici sindacali e può metterli in grado di esercitare su questi ultimi una pressione organizzata in modo da costringerli a difendere gli interessi della categoria. E se ciò non si verificherà (cosa molto probabile) solo l’esistenza del comitato potrà mettere i lavoratori in condizione di reagire.
d) che i lavoratori stessi devono elaborare una piattaforma rivendicativa che contenga le loro esigenze di salariati e non quelle dello Stato e che questa piattaforma deve essere portata all’interno dei sindacati per imporla ai dirigenti.
e) che si deve chiedere la immediata apertura della vertenza per il rinnovo del contratto.
Grazie al comitato di agitazione, la «ritirata» si è perciò svolta in maniera ordinata e la maggioranza delle scuole, pur sospendendo il blocco, hanno confermato la loro adesione al comitato di agitazione tramite i loro delegati (cioè implicitamente comporta la loro sfiducia nei vertici sindacali).
Per prendere una decisione comune a tutte le scuole, il comitato ha allora convocato una riunione di tutti i lavoratori delle scuole aderenti, presso la scuola elementare «G. Mameli» di Firenze. La riunione è stata avversata dalle autorità scolastiche che, messe sull’avviso dai bonzi sindacali, hanno cercato di impedirla con il pretesto che ad essa si invitavano non solo «gli insegnanti» ma tutti i lavoratori della scuola. La questione è stata risolta grazie agli insegnanti della «Mameli», i quali hanno firmato un documento nel quale dichiaravano di assumersi tutte le responsabilità sulla convocazione e sullo svolgimento della riunione; si sono dovuti comunque impegnare a limitare la partecipazione agli «insegnanti». Al momento ciò non ha determinato difficoltà di carattere pratico perché per ora al comitato di agitazione aderiscono solo insegnanti. Naturalmente i nostri compagni fanno e faranno di tutto per coinvolgere anche i non insegnanti con le loro specifiche rivendicazioni). Ecco il volantino di convocazione.
A TUTTI I LAVORATORI DELLA SCUOLA
Il Comitato di agitazione, composto dai delegati eletti dalle assemblee di base, ed i lavoratori presenti alla riunione del 19-2-1976 presso la scuola Mameli:
Considerando che la politica sindacale ufficiale di tutti i sindacati sia confederali che autonomi, non risponde alle reali esigenze dei lavoratori;
Considerando che questa politica parte non dai nostri interessi, ma dalle disponibilità del Ministero e dello Stato e le loro difficoltà e divergenze riguardano solo il modo di dividere quanto lo Stato concede;
Considerando che questa politica porta alla divisione dei lavoratori nella azione e dei lavoratori della scuola dalle altre categorie di lavoratori;
Considerando che invece le reali rivendicazioni dei lavoratori sono fondamentalmente unitarie e riguardano tutti i lavoratori a qualunque sindacato siano iscritti perché discendono dalle loro condizioni di vita e di lavoro e che perciò anche la loro lotta deve essere unitaria;
Considerando che perciò è necessario che i lavoratori stessi elaborino una piattaforma rispondente ai loro reali bisogni, decide:
di convocare le assemblee di base in tutte le scuole e circoli aderenti al comitato ed in tutte le altre in cui sarà possibile, allo scopo di definire tutti gli elementi della piattaforma stessa. Il comitato fornirà alle assemblee tutto il materiale possibile ed i contributi già emersi dagli interventi alla riunione del 19-2.
Secondo la posizione del comitato i cardini della piattaforma dovranno essere i seguenti:
Partire dalle nostre reali esigenze di lavoratori e non dalle disponibilità dello Stato.
Contenere le rivendicazioni di tutti i lavoratori della scuola (insegnanti, non insegnanti, semi-occupati e disoccupati).
Richiedere l’apertura immediata della vertenza, affinché le rivendicazioni siano sostenute dalla forza organizzata della categoria e non divengano oggetto di un’ennesima contrattazione a tavolino fra dirigenti sindacali e Ministero.
IL COMITATO DI AGITAZIONE DELLE SEGUENTI SCUOLE
CIRCOLO 1 DI FIRENZE CIRCOLO DI CAMPI BISENZIO CIRCOLO 14 DI FIRENZE CIRCOLO DI PONTASSIEVE SCUOLA ELEMENTARE DI VAGLIA CIRCOLO 1 DI SCANDICCI CIRCOLO 2 DI SCANDICCI SCUOLA MEDIA DI VERNIO CIRCOLO 19 DI PERETOLA CIRCOLO DI SIGNA CIRCOLO DI LASTRA A SIGNA CIRCOLO 22 DI FIRENZE
La riunione è stata aperta da una relazione svolta da un nostro compagno che ha fatto un bilancio dell’azione di blocco delle 20 ore e dell’opera del comitato, sostenendo che:
Il collegamento e l’organizzazione che si è realizzata, hanno più valore del fatto di poter continuare la lotta in due o tre scuole.
Gli ultimi avvenimenti hanno dimostrato che la politica di tutti i sindacati (autonomi e confederali) è contraria alle esigenze dei lavoratori perché parte non dai loro bisogni, ma da ciò che lo Stato può dare.
La piattaforma che il comitato elaborerà non deve contenere solo le rivendicazioni dei maestri e degli insegnanti in genere, ma quelle di tutti i lavoratori della scuola.
Le stesse posizioni sono state poi ribadite dai lavoratori aderenti al gruppo de Il lavoratore della scuola del quale fanno parte i nostri compagni. I successivi interventi dei lavoratori delle varie scuole, hanno poi dimostrato che da parte di tutti c’è la volontà di rimanere organizzati nel comitato di agitazione, almeno fino alla conclusione del rinnovo del contratto, e questo è per noi il risultato più importante.
La riunione si è conclusa con le decisioni che vengono riassunte nel seguente comunicato che è stato successivamente diffuso:
A TUTTI I LAVORATORI DELLA SCUOLA
Il Comitato di Agitazione creato fra i lavoratori della scuola in lotta per il blocco delle «venti ore», sentito il parere delle assemblee di base tenute nelle varie scuole, decide:
di sospendere temporaneamente l’azione di blocco delle 20 ore (anche se tutte le ragioni dell’agitazione sussistono ancora poiché non crediamo alle promesse del ministro) per prepararsi ad intraprendere ulteriori azioni in difesa delle nostre condizioni di vita e di lavoro. Siamo comunque pronti a riprendere l’agitazione in qualsiasi momento, nelle forme più opportune.
Di lavorare alla elaborazione di una piattaforma rivendicativa realmente rispondente agli interessi della categoria, da imporre agli organismi sindacali ufficiali come piattaforma da portare alla contrattazione triennale.
Di lavorare alla estensione dei collegamenti con tutti i lavoratori della scuola, per metterci in grado di riprendere l’azione su posizioni di forza tali da vincere l’aperto o mascherato sabotaggio dei vertici sindacali ufficiali.
Di indire un’assemblea di tutti i lavoratori della scuola per discutere sull’andamento della lotta e sui contenuti della piattaforma rivendicativa.
Nei giorni scorsi, alcuni giornali hanno riportato la notizia (non smentita da nessuno) che il giorno 8-2-76, la Corte dei Conti ha bloccato il D.L. del 31-1-76 che riproduceva l’art. 3, prima ancora che venisse pubblicato. Da notare che fino a ieri tutti i dirigenti sindacali hanno ripetutamente assicurato in tutte le assemblee che l’art. 3 sarebbe stato attuato, presentando ciò come una «vittoria» da attribuirsi alla loro «azione».
Questo nuovo fatto ci deve far riflettere, poiché tutta la vicenda assume sempre più il carattere di una manovra preordinata e concordata per distoglierci dalle nostre rivendicazioni più importanti: esiste infatti il rischio che con questo «tira e molla» ci si porti avanti fino a maggio, dopo di che avremmo lottato tutto l’anno per imporre il rispetto dell’accordo del 1973 e, alla fine, l’unico risultato che avremo raggiunto sarà l’attuazione dell’art. 3 che verrà al solito gonfiato dai dirigenti sindacali come una «grande vittoria» e tutto il resto passerà alle calende greche. Dobbiamo comunque considerare la possibilità di riprendere l’azione nelle forme e nei modi più opportuni. È naturale che questa nuova provocazione spinga i lavoratori di diverse scuole a riprendere o ad effettuare per la prima volta il blocco delle «venti ore». Il Comitato esprime a questi lavoratori la propria incondizionata solidarietà, ma ricorda a tutti che:
le promesse e le assicurazioni fatte dai dirigenti di tutti i sindacati non significano nulla se manca la diretta partecipazione dei lavoratori alle decisioni che vengono sempre prese dai vertici. I lavoratori devono far sentire il proprio peso ed imporre ai loro dirigenti la difesa incondizionata delle proprie condizioni.
Nessuna garanzia esiste che a maggio vi sia una effettiva contrattazione della categoria, poiché approssimandosi la chiusura dell’anno sarà molto difficile per noi far sentire la nostra pressione e far valere le nostre esigenze. (Ricordare: maggio 1973, maggio 1974, maggio 1975).
Nessuna forma di lotta è efficace se rimane isolata; risultato più importante che in questi giorni abbiamo raggiunto è il collegamento fra tutti i lavoratori disposti a lottare, collegamento che si è realizzato per mezzo del Comitato di Agitazione.
Contro le voci false e calunniose che vengono diffuse da alcuni sindacalisti è bene ribadire che: 1) il Comitato è composto dai delegati liberamente eletti dalle assemblee tenutesi nelle varie scuole in lotta; 2) di esso fanno parte: iscritti al SINASCEL, iscritti alla CGIL, iscritti alla UIL, iscritti agli Autonomi e lavoratori non iscritti ad alcun sindacato; 3) il Comitato non vuole costituire un nuovo sindacatino, ma è nato sulla base della semplice constatazione che le dirigenze sindacali non solo non facevano nulla per opporsi alla decisione della Corte dei Conti, ma addirittura tentavano con ogni mezzo di far fallire la lotta spontanea dei lavoratori. Da ciò i lavoratori che aderiscono al Comitato, hanno tratto la ovvia conclusione che solo attraverso una pressione organizzata della base e non certo con il mugugno) i dirigenti sindacali sarebbero stati costretti a farsi carico delle nostre rivendicazioni. È questo un compito che spetta anzitutto agli iscritti ai vari sindacati i quali anziché cedere alla spiegabilissima reazione emotiva di stracciare le tessere, devono cominciare a riflettere se non sia più opportuno «dare il ben-servito» ai loro dirigenti. È per questo motivo che, indipendentemente dalle nostre rispettive idee politiche, vogliamo mantenerci organizzati nel comitato ed invitiamo tutti i lavoratori ad aderirvi.
Il Comitato di Agitazione
In questi giorni si registra una manovra demagogica dei sindacati autonomi (in particolare dello SNASE sindacato nazionale autonomo scuola elementare) che cercano di approfittare del malcontento della categoria per riacquistare un certo credito con frasi roboanti e atteggiamenti da «lottatori a oltranza». Le parole non costano nulla e i fatti hanno dimostrato che questi signori sono tanto bravi a muovere la lingua quanto incapaci di condurre una qualsiasi azione. Tuttavia la loro influenza rappresenta un pericolo reale perché essi speculano sul disgusto che moltissimi lavoratori provano per la carognesca politica delle centrali confederali e cercano di far leva sulle tradizionali tendenze particolaristiche che permangono nella categoria, contrapponendo gli insegnanti di ruolo B a quelli di ruolo A, il personale non insegnante a quello insegnante e i lavoratori della scuola a quelli delle altre categorie.
I nostri compagni, all’interno del comitato di agitazione hanno perciò sempre stigmatizzato la politica di questi pseudo sindacati dimostrando come, nei fatti, essi facciano da contraltare ai confederali, e si sono sempre battuti e si batteranno perché la piattaforma rivendicativa del comitato non sia ristretta ai maestri o agli insegnanti in genere, ma contenga le rivendicazioni di tutti i salariati della scuola.
Ancor prima che si formasse lo Stato nazionale, o meglio, che si realizzasse l’integrità territoriale, lo sviluppo dell’industria attirava nelle fabbriche cittadine un numero crescente di abitanti delle campagne circostanti. È la prima forma di emigrazione, l’inurbamento, che caratterizza il sistema capitalistico, e che si sviluppa, temporalmente, prima al Sud che al Nord, come lo attestano le grandi metropoli di Napoli e Palermo.
L’EMIGRAZIONE DOPO L’UNITÀ
La emigrazione all’estero, intesa come flusso continuo, ebbe inizio nei primi anni del ’60, rivolta principalmente verso la regione del la Plata, dove viveva già un insediamento di esuli italiani rifugiatisi attorno alla metà del secolo a seguito delle lotte per l’indipendenza italiana. L’emigrazione nel Sud America contribuì a risolvere la crisi commerciale e cantieristica del porto di Genova, iniziatasi con la concorrenza dei vapori inglesi che avevano tolto alle imprese armatoriali liguri il monopolio delle rotte verso l’Oriente e il Mar Nero. Il trasporto degli emigrati rilanciò sia la navigazione transoceanica che l’industria cantieristica, attirando una rete sempre più fitta e potente di interessi finanziari. Mentre Genova divenne il porto per l’emigrazione nelle Americhe, i porti del Sud imbarcarono contadini siciliani e meridionali per l’Africa, dove, in Tunisia, una colonia siciliana gestiva con profitto l’agricoltura.
Negli anni ’80, con lo sviluppo crescente della navigazione a vapore, col sostegno finanziario dei gruppi bancari e dello Stato, sotto forma di «premi di navigazione», si formarono grandi compagnie marittime, tra cui la N.G.I. «Navigazione Generale Italiana», che assorbì le vecchie imprese, come la Rubattino, e monopolizzarono il commercio e i «premi» a maggior gloria della «bandiera». La prima guerra d’Africa e le commesse statali per il trasporto delle truppe e delle attrezzature; l’aumento impressionante dell’emigrazione, che tra il 1890 e il ’95 fu del 50 per cento; la scelta da parte della Germania di Genova come terminale di tutto il suo commercio con il Medio Oriente e oltre Suez, consentirono il potenziamento della flotta, dei profitti e degli interessi finanziari. Potenti banche tedesche assunsero partecipazioni rilevanti nella N.G.I., nella «Veloce» e assieme al capitale di banche italiane costituirono la «Italia Società di Navigazione a Vapore». In questo clima di «fervore», dove l’emigrazione è soltanto la materia bruta per gonfiare all’inverosimile il profitto, centinaia e centinaia di migliaia di braccia proletarie, stivate ai limiti di sicurezza e di igiene nei più insicuri bastimenti della patria, si dispersero nelle regioni oltre Oceano e oltre il Mediterraneo. Con il trapasso dei poteri della «Destra» alla «Sinistra» questo stato di cose si sviluppò maggiormente. È sotto i governi di «Sinistra» che lo Stato interviene con apposite leggi e con interventi di tutela dell’emigrazione, allo scopo di «umanizzare» questo bisogno dei poveri, sotto cui si nascondono ben altri interessi della borghesia, dei proprietari fondiari e dello Stato unitario. Lo scopo principale verso cui è più sensibile la «Sinistra» della «Destra» è quello di considerare l’emigrazione come una operazione di «polizia», per allontanare, soprattutto dopo la sanguinosa esperienza della Comune di Parigi del 1871, lo spettro della «questione sociale», della miseria e della disperazione delle plebi, che minacciava il potere costituito. Il Ministro Sonnino affermava che «tutta la legislazione sociale sarebbe inutile e non riuscirebbe a contenere la ribellione delle masse se non vi fosse un esodo continuo dalle campagne» verso l’estero. Per tale ragione si riproponeva di far controllare dal Ministero dell’Interno, cioè dalla polizia, il movimento migratorio. È in funzione di questo aspetto poliziesco che vennero varate leggi di formale protezione dell’emigrante dall’ingordigia degli agenti e sub-agenti, per lo più preti, sindaci, notai, ecc., che per organizzare i viaggi pretendevano tangenti compensative dei loro «buoni uffici». In secondo luogo lo Stato si allarmò per il fatto che il fenomeno migratorio coinvolgeva «dei piccoli proprietari e dei contadini» e che in genere avveniva in massa, senza tener conto degli influssi sui salari.
Il 30 dicembre 1888 veniva approvata una legge specifica che prevedeva «la piena libertà di emigrare», il rilascio di patenti di agenzia anche alle compagnie di navigazione, che ovviamente si misero in grande stile a organizzare il reclutamento degli emigranti e ad incassare al posto degli agenti privati l’ingaggio. Sempre Sonnino, nel 1876, a nome della «Sinistra» costituzionale, esponeva le linee principali di una politica riformista, tendente a difendere le condizioni dei contadini contro i proprietari fondiari per mezzo di «Associazioni di Resistenza» e per una emigrazione «ordinata» e «razionale». Si noti che è proprio la Sinistra Storica a battersi per la «libertà» d’emigrazione, contro la «Destra», la quale disponeva con una circolare del governo Sella-Lanza, del 1873 di concedere «il nulla osta di espatrio solo a chi sia in grado di provare la disponibilità di un capitale». La «Sinistra» borghese, dal canto suo, per mezzo di un articolo di Sonnino del 1875 riassumeva le ragioni della sua politica migratoria. Lo Stato, scriveva Sonnino, può far molto «in questa opera di redenzione» (!!) dei contadini, «ma prima di tutto ci vuole l’emigrazione». Secondo la «Sinistra», per «redimere» i contadini si deve fare in modo di mandarli raminghi per il mondo. Continua l’articolo: «Questo solo può mutare le condizioni del lavoro di fronte ai possessori del suolo e del capitale». «Sta meglio chi parte e sta meglio chi resta. Colla diminuzione del numero delle braccia si obbligano i proprietari a pensare ai casi loro e si fa nascere la concorrenza tra proprietario e proprietario, la quale non esiste affatto». Ecco la parola magica: «emigrazione», peraltro in perfetta regola con gli interessi delle classi possidenti, perché se è vero che da un lato nasce e si sviluppa la «concorrenza tra proprietario e proprietario», la stessa «concorrenza» sorge e si sviluppa tra proletario e proletario, ed è quello che interessa la borghesia industriale, rappresentata appunto dalla «Sinistra» borghese e liberale, la quale così ingaggia la sua lotta contro i proprietari fondiari e non contro la miseria delle campagne, di cui non le interessa nulla. Sonnino incalza contro la legge Sella-Lanza e argomenta che la disposizione di esigere dall’emigrante «un capitale» che non ha, e per questo tenta la fortuna, questa pretesa «oltre rovinare il nostro nascente commercio dei trasporti marittimi, a cui si toglie tuttavia l’emigrazione svizzera e della Germania del Sud, ricaccia i nostri contadini nella casa da cui li cacciò la miseria e la disperazione, o li spinge all’emigrazione clandestina…» per cui «s’imbarcarono nei porti di Francia…». La borghesia nazionale «piange di dolore» di fronte alla minaccia di rovina del commercio dei trasporti marittimi italiano, che verrebbe privato di quei patriottici noli e premi di cui goderebbe invece quello francese. Altro che miseria, disperazione ed emigrazione clandestina! Ma la stessa borghesia non versava lacrime per la moria sui bastimenti stracolmi di disgraziati, quando finalmente poté «liberare» l’emigrazione.
Il Sonnino ripete anche l’argomento poliziesco, sia ricattatorio verso la proprietà fondiaria, sia preservatore dello Stato dal contadino, il quale nell’emigrazione «vede uno scampo all’oppressione al di fuori del brigantaggio, dell’assassinio e della ribellione». Ed infine, la chiusa coloniale: «lo Stato… provveda pure colonie italiane a cui dirigere la corrente degli emigranti»! e fare un doppio affare con manodopera sottocosto. Vennero, infatti a seguito di tanta implorazione commovente la Tripolitania prima e l’Impero dopo, con le «aquile».
Alla vigilia del primo massacro imperialistico, l’emigrazione italiana aveva raggiunto, tra il 1910 e il 1914, 3.248.515 unità, 650.000 emigrati l’anno.
DALLA DEMOCRAZIA AL FASCISMO
La prima guerra «patriottica» aveva massacrato 1.500.000 uomini tra caduti al fronte, morti per le ferite e le epidemie. Una decimazione che non fu sufficiente per risolvere la crisi economica capitalistica né per bloccare almeno per qualche tempo l’esodo proletario. Nel 1922 la disoccupazione registra circa 600 mila iscritti, ma le bocche da sfamare si aggirano sul milione e mezzo, sebbene tra il ’19 e il ’23 gli emigrati siano stati 1.740.353, alla media di 350.000 l’anno.
Ecco un quadro sinottico di come la borghesia risolve il problema della sovrappopolazione proletaria:
1910-14 – periodo di «pace»: 3.248.515 proletari «esportati»;
1914-18 – periodo di guerra: 1.500.000 proletari massacrati;
1919-23 – periodo di «pace»: 1.740.353 proletari «esportati».
È la sorte che il capitalismo riserva ai lavoratori, sia manovrando governi di «Destra» che di «Sinistra», sia in «pace» che in guerra.
Si è costituito a Viareggio un «Comitato metalmeccanico per la rinascita del Sindacato di classe» il quale, in occasione della «vittoria» contrattuale rappresentata dal recente accordo FLM-Intersind, ha lanciato il volantino che segue e sul cui contenuto i lavoratori comunisti pienamente concordano.
COMPAGNI METALMECCANICI!
L’ACCORDO FRA VERTICI SINDACALI ED INTERSIND CONFERMA LA VOLONTÀ DEI NOSTRI DIRIGENTI DI SVENDERE LA NOSTRA LOTTA E DI NON TENERE ASSOLUTAMENTE CONTO DELLE NOSTRE RIVENDICAZIONI. L’accordo infatti, che l’FLM ha giudicato «Un’intesa di grande importanza sia per il merito della normativa definitiva che per il prosieguo del negoziato per il rinnovo contrattuale» è a tutto vantaggio del padronato. Di fronte ad esso l’FLM ha tutte le ragioni di dire che esso «dimostra tutta la pretestuosità delle resistenze del padronato privato»: infatti le resistenze del padronato ad un accordo che è tutto a suo favore non possono essere che apparenti e pretestuose. L’accordo è un BEL REGALO fatto dai nostri dirigenti al padronato e indica la loro accesa volontà di collaborare con le direzioni aziendali PER IMPEDIRE che dal PEGGIORAMENTO DELLE NOSTRE CONDIZIONI NASCANO LOTTE CHE L’ECONOMIA DEI PADRONI NON POTREBBE SOPPORTARE. L’ACCORDO STABILISCE FORMALMENTE LA COLLABORAZIONE FRA PADRONATO E DIRIGENZE SINDACALI CONTRO NOI OPERAI.
ESSO INFATTI PREVEDE:
ACCETTAZIONE DA PARTE SINDACALE DI ULTERIORI LICENZIAMENTI («Nel caso di innovazione di carattere tecnico-organizzativo e di modifiche dell’assetto produttivo degli stabilimenti ne sarà data dall’azienda preventiva comunicazione alle organizzazioni sindacali… per un esame in ordine ai riflessi sull’occupazione e sulle condizioni di lavoro…»).
Accettazione del principio della cassa integrazione («nel caso si rendesse necessario contrarre l’orario si darà luogo, a richiesta, ad esame congiunto. Nei casi di contrazione determinate da situazioni temporanee di mercato, crisi economiche, settoriali o locali, ristrutturazioni, riorganizzazioni o conversioni aziendali tale esame verrà effettuato tenendo presente i prevedibili effetti dei programmi produttivi sull’occupazione»).
ACCETTAZIONE DELL’ESTENSIONE DEL LAVORO A DOMICILIO (le aziende daranno comunicazione alle organizzazioni sindacali di eventuale ricorso al lavoro a domicilio…).
ACCETTAZIONE DEL LAVORO IN APPALTO («Le parti convengono di limitare i lavori di appalto svolti all’interno degli stabilimenti con carattere di continuità in particolare quelli attinenti al ciclo produttivo, con esclusione delle attività di installazione e montaggio in cantiere, ai casi nei quali le esigenze tecniche organizzative non rendano praticabili soluzioni dirette…»).
ACCETTAZIONE DELLA COSIDDETTA MOBILITÀ DEL LAVORO («Nel caso di spostamenti di personale avente carattere collettivo nell’ambito dello stesso stabilimento, l’azienda fornirà preventiva comunicazione alle organizzazioni sindacali… Quando si pongono problemi di riconversione o ristrutturazione che comportino… movimento di personale nell’ambito di complessi aziendali… Nel caso di riconversioni o ristrutturazioni che comportino, nell’ambito della stessa provincia o regione, movimenti di personale tra aziende a partecipazione statale diverse…»).
COMPAGNI METALMECCANICI!
L’accordo è contro i disoccupati! I nostri dirigenti ci hanno sempre fatto credere che se noi avessimo rinunciato alla rivalutazione dei nostri salari, si sarebbe potuto imporre al padronato un aumento massiccio degli investimenti che sarebbe servito, secondo loro, a riportare al lavoro i disoccupati. L’accordo dimostra che questa politica era falsa come noi abbiamo sempre detto. INFATTI ESSO NON IMPONE NESSUN NUOVO INVESTIMENTO ALLE AZIENDE («Le aziende esporranno di norma annualmente, nel primo quadrimestre, alle organizzazioni sindacali, le prospettive produttive e i programmi di investimento che comportino nuovi insediamenti industriali…»). Le aziende COMUNICANO I LORO PIANI agli organismi sindacali e questi LORO PIANI possono essere sia di AUMENTO DEGLI INVESTIMENTI (che non significa però aumento dell’occupazione!) sia di RIDUZIONE ANCHE DELL’OCCUPAZIONE ESISTENTE come dimostrano gli altri punti dell’accordo. A PIACERE DELLE AZIENDE DALLE QUALI I DIRIGENTI SINDACALI CHIEDONO SOLO DI ESSERE CONSULTATI, PER IMPEDIRE CON I LORO BUONI SERVIGI LO SCOPPIO SPONTANEO DEL MALCONTENTO OPERAIO!
Lama, in agosto, aveva spudoratamente dichiarato: «O MENO SALARIO O PIÙ DISOCCUPATI!» facendoci intendere che solo la rinuncia alle nostre rivendicazioni avrebbe permesso al padronato di allargare la base produttiva per riassorbire i disoccupati esistenti. Che questa tesi fosse falsa lo dimostra l’accordo il quale prevede PIÙ DISOCCUPATI E MENO SALARI e sancisce formalmente la collaborazione fra padroni e dirigenti sindacali PER PROCEDERE NEL SENSO DELLA RISTRUTTURAZIONE, RIDUZIONE DELL’OCCUPAZIONE, CASSA INTEGRAZIONE.
COMPAGNI METALMECCANICI!
L’accordo dice chiaramente a chi vuol capire che non cesseranno, MA SI INTENSIFICHERANNO i licenziamenti, le contrazioni di orario, il lavoro di appalto, il lavoro a domicilio, ecc. mentre i nostri salari si svalutano e le nostre condizioni di lavoro peggiorano costantemente. Il padronato non distingue fra salario ed occupazione: ha bisogno, per risolvere la sua crisi, per difendere i suoi profitti, DI AUMENTARE IL NUMERO DEI DISOCCUPATI E NELLO STESSO TEMPO, DI PAGARE DI MENO E DI FAR LAVORARE DI PIÙ GLI OCCUPATI. Ed i nostri dirigenti sindacali aderiscono in pieno al piano padronale come dimostra l’accordo Intersind. Ora questo accordo viene presentato dai dirigenti sindacali come una «conquista», come un «modello» per tutte le categorie in lotta per i contratti. I dirigenti sindacali dicono infatti che questa è la parte più importante della piattaforma, che, superato questo scoglio l’accordo sul resto è facile e si attuerà rapidamente. SIGNIFICA CHE ESSI SONO DISPOSTI A MOLLARE SU TUTTE LE RIVENDICAZIONI, SIGNIFICA CHE SONO IN PERICOLO LE STESSE TRENTA MILA LIRE CHE, DEL RESTO NON ESISTONO PIÙ PERCHÉ LE HA GIÀ RIMANGIATE LA SVALUTAZIONE DELLA LIRA E, PROBABILMENTE, CE LE DARANNO SCAGLIONATE IN TRE ANNI!
COMPAGNI METALMECCANICI!
Bisogna reagire a questa svendita delle nostre rivendicazioni! BISOGNA ORGANIZZARSI PER COMBATTERE CONTRO QUESTA POLITICA CHE RENDE LE NOSTRE ORGANIZZAZIONI SINDACALI INCAPACI DI LOTTARE PER GLI INTERESSI DELLA CLASSE OPERAIA E NE FA LA CINGHIA DI TRASMISSIONE DEGLI INTERESSI DEL PADRONATO E DELLO STATO CAPITALISTICO È PER CONDURRE IN MANIERA ORGANIZZATA QUESTA LOTTA CHE È SORTO IL COMITATO METALMECCANICO PER LA RINASCITA DEL SINDACATO DI CLASSE AL QUALE DEVONO ADERIRE, SENZA DISCRIMINAZIONI IDEOLOGICHE, POLITICHE O RELIGIOSE, TUTTI I LAVORATORI CHE SONO CONVINTI CHE SOLO RIBALTANDO LA POLITICA ATTUALMENTE PREDOMINANTE NEI SINDACATI OPERAI SARÀ POSSIBILE DIFENDERE EFFICACEMENTE LE NOSTRE CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO. L’ACCORDO INTERSIND DEVE ESSERE RESPINTO! LA POLITICA SINDACALE CHE HA CONDOTTO A QUESTO ACCORDO DEVE ESSERE COMBATTUTA E ROVESCIATA IMPONENDO LE NOSTRE VERE RIVENDICAZIONI, LA DIFESA DEI NOSTRI VERI INTERESSI!
Questo è quanto è accaduto al personale viaggiante di Firenze S.M.N. ma che sta accadendo in generale in tutte le F.S.
Alcuni mesi fa, prima che iniziasse il turno invernale, alcuni bonzetti si lamentavano perché, allorché arrivavano alle trattative, dalla controparte veniva risposto che noi non rendevamo abbastanza perché facevamo poche ore di lavoro sui treni. Immediatamente i «suddetti» si mettevano in moto e in una successiva assemblea, trionfanti dichiaravano di esser riusciti ad aumentare le ore di lavoro effettivo (…che vittoria!!!). In contrapposizione a questo aumento del lavoro facevano presente ai vari assistenti e ausiliari abilitati alla controlleria che, con l’entrata in turno dei nuovi conduttori, di loro l’azienda non aveva più bisogno e che avrebbero dovuto tornare al vecchio posto o andare in qualche stazione con altro incarico dando così un bell’esempio della tanto auspicata mobilità il cui risultato finale è solo maggior lavoro e della loro stretta collaborazione con l’Azienda.
Alcuni manovali, trasferiti in stazione, si recarono al sindacato per avere un aiuto e dai «signori» bonzetti fu risposto che ormai tutto era stato deciso e che Azienda ed OO.SS. erano d’accordo perché i manovali si facessero almeno un mese alla manovra e in altri posti di stazione, rimarchiamo questo non perché il lavoro in stazione sia più duro ma per il fatto che l’azienda con questa trasfusione di personale al momento opportuno ha evitato di fare nuove assunzioni. Al momento la cosa fu presa senza darvi molto peso, poi man mano che le colonne del turno invernale scorrevano ci siamo accorti sulla nostra pelle del notevole peggioramento passato con la connivenza e il beneplacito dei rappresentanti della triplice.
In moltissimi periodi di turno, tra riposo e riposo, ci sono due notti e due alzate presto (4,30 o 5,30, per chi abita vicino, per poter essere al treno alle 5,30 – 6,30) con 4-6-8 treni per colonna, con intervalli brevissimi e in moltissimi casi, dopo un viaggio si ritorna al deposito di appartenenza dal quale poi si riparte interrompendo così la fuori residenza; e poi ci dicono che chiedendo impegno uguale lavoro, andrebbe peggio, ma come potrebbe andar peggio di così visto che tra treno e treno non c’è tempo di respirare.
Scopo finale di tutte le macchinazioni è quello di farci guadagnare meno lavorando di più e lo stipendio del mese di dicembre ce l’ha dimostrato apertamente. Questo perché le nostre organizzazioni sindacali non sono che il mezzo con cui l’azienda fa passare le sue carognate, così, in un periodo in cui lo Stato è in crisi, che si fa…? si fa stringere la cinghia ai propri dipendenti: affermando che esso non può darci di più delle misere 20.000, è «in crisi», il costo della vita aumenta, le tasse aumentano come possiamo chiedere allo Stato i soldi…per vivere»; dobbiamo lavorare di più invece, con sempre minor guadagno: questo è quello che l’Azienda vuol far passare attraverso SFI-SAUFI-SIUF (questi ultimi stessi dichiarano di sottobanco che i turni sono stati peggiorati per provare il limite di sopportazione dei ferrovieri) non di meno sono FISAFS e USFI che dalla loro parte hanno accettato l’aumento del costo delle mense.
Contro tutti questi servi ci dobbiamo stringere in organismi aperti a tutti quei lavoratori che abbiano intenzione di lottare per obiettivi di classe, organismi di opposizione di classe alla linea collaborazionista delle confederazioni unitarie per: 36 ore settimanali, impegno uguale lavoro, 80.000 lire di aumento salariale.
Risalendo lungo la storia dello Stato italiano e dei metodi di governo dei vari gabinetti succedutisi siamo arrivati ad annunciare la nuova politica di «sinistra» di ultrademocrazia, diciamo, che paradossalmente ebbe per balia il governo dello Stato d’assedio e delle Corti militari del Generale Pelloux; le garanzie costituzionali furono stracciate e la parola fu alla forza.
La Sinistra subito anticipa: «Si tratta di un conflitto di metodi, di un esperimento di sistemi di difesa del regime», e lo stesso, identico criterio di valutazione – avverte – va usato nei confronti del fascismo e degli avvenimenti postbellici, «esempio in anticipo delle forme che prenderà la lotta politica nelle più inoltrate fasi della evoluzione del mondo capitalista».
Dicevamo politica di «sinistra»; si assisteva in quegli anni, infatti, al tentativo borghese di arginare e soffocare gli antagonismi sociali che minacciavano di far saltare le fradicie forme di produzione capitalistiche. Si operava su due fronti: da un lato, si cercava di smussare le contraddizioni fra produzione sociale e appropriazione individuale dei prodotti introducendo nell’anarchia della produzione elementi di previsione e di controllo delle cicliche e naturali crisi di sovrapproduzione (divisione dei mercati e prezzi concordati, cartelli, trust, monopoli); dall’altro, e nello stesso tempo, con il riconoscimento del diritto di costituire associazioni sindacali, e con uno sforzo continuo per attirarle con il riformismo nell’area di influenza dell’ideologia borghese, si tentava di sopire le tensioni sociali e di trasformare il proletariato da classe rivoluzionaria in appendice dello Stato borghese e della sua economia. All’inverso, vietare le associazioni avrebbe spinto automaticamente i lavoratori sul terreno della lotta politica contro lo Stato e accelerato il formarsi della loro coscienza di classe.
Tentativo questo non certo italiano ma internazionale, che non si sviluppò, evidentemente, nei diversi paesi con gli stessi caratteri di ampiezza, metodi e tempi, omaggio questo alle «particolarità nazionali» dell’opportunismo – deus ex machina di questo disegno – e non certo del movimento comunista internazionale il cui compito è di opporsi e controbattere ogni attacco e manovra borghese tendente a limitare e storpiare l’azione rivoluzionaria del proletariato.
Il liberalismo classico, l’aperto ed irriducibile difensore del libero gioco della concorrenza, accanito avversario di ogni qualsivoglia monopolio delle forze produttive, fossero pure associazioni sindacali operaie in definitiva «monopolio» della forza-lavoro, crolla sotto l’incedere, previsto dal marxismo fin dalla Miseria della filosofia, delle impersonali leggi economiche del capitalismo che spingono inevitabilmente alla concentrazione e centralizzazione sia del Capitale che, per rovescio, del proletariato.
Risultato? I postulati teorici, economici, politici e sociali, del liberalismo spariscono nel nulla; rimane lo Stato di classe i cui dettami del «diritto» hanno ricevuto uno sfregio, ma la cui forza, dalla quale perdio ha origine ogni «diritto», è ulteriormente accresciuta.
La rivoluzione comunista, detta fin qui dai tempi romantici, e non a caso, Rivoluzione Sociale, deve scontrarsi con questa macchina vieppiù perfezionata e sarà ancora la Forza a giocare il ruolo decisivo e solo dopo la vittoriosa lotta che prenderà alla gola i vigenti rapporti sociali e politici, si avrà la sovrastrutturale rivoluzione del diritto.
«… Abbiamo già accennato al periodo della ultrademocrazia di governo. In questo periodo la borghesia italiana si pone il problema della tattica di classe dinanzi al divenire del movimento operaio. Lo pone in condizioni squisite, poiché se è vero che l’industrialismo non è che relativamente sviluppato, abbiamo in senso opposto un movimento importantissimo dei salariati agricoli della Valle Padana a tendenza socialista, ed un ceto di uomini di stato borghesi liberi da riserve mentali tradizionaliste e pronti a porsi il problema con tutto il cinismo possibile.
Un liberalismo teorico recalcitra al riconoscimento dell’organizzazione sindacale, attaccato com’è al suo liberalismo in economia, nemico di ogni sorta di monopolio di forze economiche che limiti il gioco della concorrenza. Ma nella ulteriore evoluzione del capitalismo dalle prime fonti più pure, il capitale diviene esso stesso sindacale e monopolistico, e vede nel monopolio e nell’imperialismo gli sbocchi che gli permettono di rinviare una lotta di principio col movimento operaio che esso irresistibilmente suscita ampliando e concentrando le sue imprese. Ridurre i cittadini dello Stato liberale a tante unità autonome economiche si dimostra un’utopia e il potere borghese si deve adattare a riconoscere il diritto di aggregarsi agli interessi analoghi se non vuole immediatamente scatenare una battaglia rivoluzionaria. Con il riconoscimento del diritto sindacale lo Stato liberale dà uno strappo nella sua dottrina, ma continua al tempo stesso la sua funzione di difesa di classe. Fenomeno storico che disturba una critica tracciata dal punto di vista della dottrina liberale pura, ma che non abbiamo che ad inserire nella serie delle nostre constatazioni sulla bancarotta delle teorie politiche borghesi. Lo Stato non basta alla difesa degli interessi dei cittadini non è la forma sufficiente a tutto di organizzazione sociale, i cittadini si raggruppano secondo i ceti economici alla propria difesa: dunque lo stato serve ad altro compito, che risulta evidente: quello di sostenere gli interessi della classe padronale, con la simulazione della imparzialità della legge, da un lato, con l’impiego della forza statale dall’altro a sostegno diretto degli interessi padronali.
Alla borghesia la dottrina liberale serve per uso esterno e per uso interno, nella formazione della sua tattica di governo le serve la realistica legge della forza. Se per applicare la seconda ella deve formalmente lacerare un canone che discende dalla prima, è logico che lo faccia, pur tentando con mille contorsioni di dimostrare di non aver rinnegato i suoi principi.
Ora, se noi vogliamo intendere per metodo democratico non il metodo stesso che chiamiamo liberale ed ha le sue fonti classiche nella «dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino», ma una ulteriore evoluzione dei programmi di governo degli stati moderni, possiamo identificarla in generale con la fase più recente del capitalismo, svoltasi alla vigilia della guerra mondiale, la fase del monopolio e dell’imperialismo».
«… Alla identificazione che abbiamo fatto potrebbero muoversi obiezioni osservando che mentre si compie in Italia (dopo il 1900) l’esperimento di questo metodo di governo (da chiamarsi per evitare confusioni «democratico di sinistra») proprio l’Italia è il paese in cui l’evoluzione del capitalismo avviene in ritardo. Ma il ritardo dell’evoluzione capitalistica in Italia è forse più nel senso quantitativo che qualitativo, il gioco del capitale bancario nella produzione e quindi nella politica si presenta prestissimo, una ripresa economica generale si determina nel periodo che esaminiamo dopo i precedenti decenni di grave crisi, e quella poca influenza di strati agrari aristocratici e feudali clericali nel governo, su cui abbiamo insistito, permette allo Stato di seguire con docilità le esigenze del protezionismo industriale che manovra molto bene all’ombra della demagogia e con la complicità del riformismo…».
Continua presentando la cosiddetta politica «democratica di sinistra» dello Stato italiano, il quale da una parte continua a «tessere il compromesso con i capi del proletariato», e dall’altro «non cede di un palmo nell’allestimento e nell’impiego degli strumenti di repressione violenta» che puntualmente si abbatté sul proletariato durante i moti della «settimana rossa», repressione totalmente inquadrabile nella visione marxista dello Stato e del suo compito di difensore dello status quo.
RIFORMISMO E REPRESSIONE ARMATA
Serve qui notare che riformismo sociale e repressione armata sono contraddizioni apparenti e di sempre dello Stato borghese, contraddizioni che tutte le volte che esplodono fanno sbraitare all’opportunismo, anche in questo invariante da un secolo, che il male viene dalla insufficienza di democrazia nel cui regno idilliaco gli scontri sociali si risolverebbero nella «pacifica convivenza» fra classi presentate dal marxismo come irriducibili avversarie.
È bene insistere su questo punto per riprodurre la tattica del partito comunista davanti alla reazione borghese, ai suoi «colpi – farse diciamo noi – di Stato», tanto continuo e forte è l’appellarsi da parte della borghesia e dell’opportunismo al proletariato che, svenduti tutti i suoi traguardi storici ed autonomi di classe, si tramuti in un formidabile puntello delle «conquiste democratiche» e in baluardo contro le «reazionarie svolte a destra e gli altrettanto reazionari colpi di Stato».
Di dove passerà la via tortuosa e accidentata, ma dal partito conosciuta in ogni aspetto, che conduce al socialismo in una società senza classi? Quale categoria fa al nostro caso storico? La libertà o la Dittatura, il Terrore? Il marxismo mai ha avuto dubbi che fosse la Violenza e solo la Violenza che scardinerà questi arcaici ordinamenti esistenti, primo passo verso la nuova società.
La Libertà e la sua difesa la lasciamo pertanto agli incarogniti borghesi e ai loro reggicoda, sicuri che un giorno la parola sarà alle armi e due dittature aperte e senza veli si scontreranno; ci preoccupa solo l’ipotesi che non siano i lavoratori ad impugnare le armi per primi e qui ricordiamo due episodi storici: il 1848 in Francia e il più recente 1921-’22 in Italia in cui la borghesia liberale, democratica, costituzionale mosse in un fronte compatto e totalitario contro la rivoluzione.
La classe operaia non ha pertanto niente da difendere e il suo compito storico è l’attacco alle moderne organizzazioni statali, il proletariato è classe che tutto deve conquistare, che nulla ha conquistato, che ha da perdere – torniamo al Manifesto – solo le catene.
«… È possibile che la borghesia e il suo Stato prendano l’offensiva, e la storia ce ne dà esempi continui. Ma la risposta della classe lavoratrice non si può ridurre a una difensiva dietro baluardi che sono quelli stessi della conservazione delle forme borghesi: democrazia e pacifismo. La risposta storica per la quale il nostro partito è sorto, è una futura controffensiva che non leverà, come nelle vergogne di oggi, le bandiere storiche cadute di mano al nemico di classe, ma spezzerà i principi e gli istituti che stanno da secoli dietro quelle bandiere». (Storia della Sinistra Comunista).
Dove l’opportunismo concretista e realista e scevro da ogni stantia questione di principio, vede la discontinuità fra metodi e forme di conduzione dello Stato borghese, a seconda del sangue versato, facendo così strame di ogni analisi dei rapporti di classe che determinano governi e scontri sociali, noi comunisti rivoluzionari vediamo invece la linea continua e reazionaria, è il caso di dirlo, della dittatura borghese.
Si chiuse quel periodo con la guerra, la grande guerra, che determinò alcune fra le più brillanti e doppiogiochiste manovre della classe dominante italiana: con o contro l’Intesa? Rompere o rinsaldare l’alleanza della Triplice? La borghesia italiana, specialista – diciamo noi – nel «salto della quaglia», temporeggia, cerca di fiutare quale blocco le può assicurare la vittoria, lo scova dopo paziente ricerca nell’Intesa, il blocco della feudale e barbara Russia, e finalmente si getta nell’immane carneficina, tant’è, per la borghesia non sono importanti per lo schierarsi le dispute e le ragioni ideologiche dei contendenti ma il farla la guerra, il parteciparvi, il mettere l’ipoteca al banchetto che si scatenerà a cose finite sulla pelle dei vinti e il bruciare uomini e prodotti per ricominciare tutto daccapo.
Nei mesi fra lo scoppio della guerra e l’entrata in scena dell’Italia l’orgia nazionalista ed interventista dilagò, Mussolini allora direttore dell’Avanti! passò armi e bagagli in campo borghese mentre il Partito Socialista che pure non aveva minimamente risentito della diserzione del cabo, si bloccò sulla ambigua anche se non disonorevole formula del «Non aderire e non sabotare».
Interessa qui però il rispondere ad altro quesito se cioè la guerra finalmente evidenziasse una divisione fra la destra e la sinistra borghese e la sottomissione di questa, più progressiva e democratica, all’altra «reazionaria-feudale». Niente di tutto questo, si ha un blocco unico, dal reazionario Salandra all’ex-socialista Bissolati mentre l’influenza dei circoli di corte, della nobiltà sopravvissuta a se stessa, degli alti gradi dell’esercito della magistratura e della burocrazia è praticamente insignificante sul meccanismo dello Stato italiano che speditamente cammina nella strada intrapresa. Guerra borghese, determinata da interessi imperialistici, che produsse un fronte compatto di tutte le forze borghesi e semi-borghesi; esattamente come avverrà negli anni avvenire ’21-’22, il proletariato rivoluzionario resta isolato, solo a combattere la sua battaglia.
«… La politica della classe dirigente italiana indicata sotto il nome di giolittismo va intesa secondo noi come il modello tipico della politica «democratica di sinistra». Lo Stato procede senza esitare a tessere il compromesso coi capi del proletariato, sapendo di disarmarli, e la monarchia si prepara alla investitura dei ministri socialisti senza nessuna seria opposizione di ceti tradizionalisti. Nello stesso tempo il governo borghese non cede di un palmo nell’allestimento e nell’impiego degli strumenti di repressione violenta nei quali è la ragion d’essere del suo meccanismo ed ogni forma embrionale di rivolta dei lavoratori che scappi fuori dal quadro evangelico delle «nuove vie al socialismo», tratteggiate allora dal rinnegato Bonomi, è soffocata nel sangue. Da uno di questi episodi prorompono poi i moti del giugno 1914 alla vigilia della guerra mondiale, con lo sciopero generale sboccante nella contraddizione tipica: l’imprigionamento di ogni sforzo delle masse nell’apparato della organizzazione socialdemocratica che chiude la via ad ogni successo rivoluzionario. Alla repressione poliziesca segue l’atto ultrareazionario delle punizioni dei ferrovieri, mentre dal banco dei ministri gli uomini della democrazia avevan potuto ostentare il riconoscimento dei diritti di sciopero magari nei pubblici servizi.
Come lo stesso ministero Giolitti poteva elargire le leggi riformiste e la mitraglia dei carabinieri, così esso elaborò nel campo politico la grande riforma del suffragio, mentre scatenava la guerra di Libia fatto di autentico imperialismo dal punto di vista della politica dello Stato italiano (se pure svolto con incomprensione sbalorditiva dallo stesso punto di vista borghese) e nel campo internazionale preludio della grande orgia di sangue dell’imperialismo, scatenatasi attraverso la caduta della Turchia nelle guerre balcaniche. Vedere in tutte queste contraddizioni una ragione per asserire che si trattava di un governo retrogrado e falsamente democratico, significa accettare l’angolo visuale avversario secondo il quale la politica democratica conduce alla pacifica convivenza delle classi e dei popoli nella pace interna e internazionale, mentre secondo la nostra linea critica il metodo democratico corrisponde ai fini del governo della classe capitalistica, che concilia i mezzi della violenza a cui l’apparato statale si tiene più pronto con una tattica atta a stornare i nembi della tempesta proletaria, e con un’abile politica di apparenti concessioni, che mentre valgono a sviare il movimento operaio, non costringono la classe dominante ad alcun sacrificio effettivo. E del resto non vi è qui una caratteristica della sola politica borghese italiana, ma di tutta la politica mondiale dell’anteguerra: la preparazione delle forze imperialiste si fece in una atmosfera di democrazia politica avanzata e di riformismo sociale entrambe goffamente mascherate come autentico pacifismo…».
«… In un momento così caratteristico come riconoscere una divisione tra destra e sinistra borghese? Evidentemente questa non esisteva seriamente, se nello stesso campo si potevano trovare Salandra e Bissolati, l’uno venendo dall’estrema destra parlamentare, l’altro dalla estrema sinistra, l’uno dagli agrari meridionali, l’altro dalle organizzazioni socialdemocratiche del Nord e contro essi, insieme, i clericali più neri e taluni massoni radicali. Il reazionario Salandra, nel lanciare il grido di guerra, tenne a porre se stesso, come «modesto borghese», in antitesi al «conte» Bethmann Hollweg, cancelliere del Kaiser…».
TATTICA ELASTICA DELLO STATO NEL DOPOGUERRA
Finisce la guerra e l’Italia è scossa da una crisi economica e da una relativa disoccupazione che sommata al ritorno dal fronte degli smobilitati rende la situazione sociale e politica esplosiva. Si arriva perfino nel 1919 all’occupazione armata delle fabbriche da parte degli operai e delle terre da parte dei contadini; era come tante volte abbiamo affermato una situazione rivoluzionaria ma il Partito socialista, che avrebbe dovuto incanalare e dirigere i moti e le lotte spontanee della classe per un attacco allo Stato per la presa del potere, non lo era e tutto si risolve in un nulla. La grande sbornia elettorale dell’ottobre, la fantomatica – e mai approvata legge sul «controllo operaio», confezionata dall’esperto Giolitti, bastano ad arginare ed arrestare la marea rivoluzionaria, a far prender fiato allo Stato e alle sue istituzioni, il quale si attesta su nuove e più sicure posizioni rafforzando i suoi corpi di polizia, le guardie regie, i carabinieri, e sovvenzionando con uomini e mezzi la crescita veloce del nascituro movimento fascista il quale appare proprio in questo momento di consolidamento e contrattacco dell’apparato statale.
Questa volta l’attacco frontale, il dominio del fucile e della mitraglia sul mulino a vento del Parlamento – come accadde di fronte ai moti del ’98 – non è possibile allo Stato italiano tanto gli è difficoltoso da un punto di vista tecnico «spostare il suo apparato armato dal fronte di guerra al fronte interno di polizia… la manovra deve essere coperta con opportuni diversivi politici».
Ed è logicamente il riformismo, l’opportunismo l’unico capace di avvalorare agli occhi dei lavoratori i diversivi politici bollandoli come delle conquiste e come passi avanti sulla strada del socialismo. 150 deputati socialisti si riversarono in Parlamento, nelle fabbriche si cantava «Bandiera Rossa» ma il potere centrale era rimasto saldamente in mano alla borghesia che preparava la riscossa.
Proseguiamo: «bisognava dare sfogo alle esuberanze popolari mentre si lavorava a preparare il consolidamento dell’apparato statale». Consolidamento che necessariamente doveva servirsi anche delle forze extralegali del fascismo, anzi il loro impiego, se necessario spalleggiato dalle forze legali regie, era da preferirsi proprio perché non faceva entrare in scontro direttamente i lavoratori e lo Stato, scontro che avrebbe posto subito alla classe lavoratrice il problema di un assalto rivoluzionario e di darsi le armi necessarie quando ancora la borghesia non era pronta a respingerlo. Le due politiche, quella delle concessioni e quella dell’azione delle bande nere, agirono talvolta simultaneamente per frenare e sconfiggere l’avanzata proletaria; che non ci fosse nessuna contraddizione, nessuna svolta lo dimostra il fatto che sempre, sia in quella che in questa, il direttore dell’orchestra era il vigile potere centrale di Roma che mai esitò a sparare sulle folle.
Consolidamento dell’apparato statale! Ecco il compito del fascismo sia prima che dopo la buffonesca marcia su Roma. Il suo compito è relativamente facile, dispone di tutto: di una massa d’urto cieca e brutale (gli oscillanti elementi dei ceti medi, il sottoproletariato, lo studentame); di «ufficiali» messi gratuitamente a disposizione di Benito dal regio esercito su ordine di Bonomi, allora ministro della guerra, e capaci di inquadrare e dirigere quella massa amorfa; di soldi a volontà dagli industriali come dai modernissimi imprenditori agricoli dell’Emilia; e il tacito, sfacciato sostegno della magistratura dell’esercito e di tutta la macchina statale. Il regime democratico insomma partorisce il topolino mussoliniano.
Passata la bufera la classe dominante italiana passa decisamente al contrattacco, i suoi metodi non sono cambiati non ha, ripetiamolo, eseguito nessuna svolta, ma ha operato di volta in volta secondo la forza dell’avversario di classe e in considerazione dei problemi tecnici di manovra della sua macchina di repressione. Quindi, ribadiamo: «nel dopoguerra la borghesia italiana non ha fatto una conversione dal metodo dell’ultra liberalismo a quello odierno della reazione, ma ha governato il suo apparato statale secondo le esigenze «tecniche» della sua funzione».
Il compito del giovane Partito Comunista nato a Livorno nel 1921 è evidente, chiaro, spezzare la macchina statale borghese per sbarrare la via al fascismo; è la contrapposizione del 1848 in Francia per Marx: a controrivoluzione borghese, rivoluzione proletaria.
Possibili alleati in questa azione? Nessuno, nemmeno i socialdemocratici che sono per la violenza alla sola condizione che serva per difendere le istituzioni democratiche borghesi, terreno secondo loro indispensabile per l’emancipazione del proletariato; ogni altro uso della violenza è criminale e lo Stato ha il sacro dovere di schiacciare chiunque rivendichi la violenza per uscire una volta per tutte da questi ordinamenti sociali che tutto soffocano.
La nostra consegna? «Non faremo miglior credito, in questa seconda situazione, al naturale manutengolo della democrazia: il riformismo socialdemocratico».
«… La guerra lascia la borghesia in condizioni preoccupanti: crisi economica e ritorno nel paese delle masse smobilitate, che hanno appreso il maneggio delle armi e della morte, costituiscono un pericolo evidente.
In ogni caso il governo borghese lotterà contro di esso se prenderà forme decise, ma spostare il suo apparato armato dal fronte di guerra al fronte interno e di polizia è un difficile problema tecnico. La manovra deve essere coperta con opportuni diversivi politici.
Quando i fautori della controffensiva borghese di oggi criticano il preteso disfattismo delle autorità del governo da parte di Nitti e di Giolitti, sanno di dire cosa non vera. Allora per l’apparato statale era per lo meno rischiosa la tattica della lotta frontale. Bisognava dare sfogo alle esuberanze popolari mentre si lavorava a preparare il consolidamento dell’apparato statale. Quindi nel dopoguerra la borghesia italiana non ha fatto una conversione dal metodo politico dell’ultra liberalismo a quello odierno della reazione, ma ha governato il suo apparato statale secondo le esigenze «tecniche» della sua funzione. Nitti e Giolitti hanno enormemente rafforzati i corpi di polizia, il primo creando la guardia regia, il secondo moltiplicando il numero dei carabinieri, essi hanno effettivamente gettato le basi del fascismo.
Pretendere nel dopoguerra immediato di contenere la pressione delle masse che era necessario svincolare dall’inquadramento militare insostenibile anche economicamente, pretendere di impedire ancora gli scioperi, di mantenere la censura, di continuare a governare senza il parlamento, di pagarsi il lusso di una permanente celebrazione tricolore della pretesa vittoria, avrebbe voluto dire per la borghesia obbligare subito il proletariato a porsi tutti i problemi della nuova vita collettiva, economica e politica, come problemi rivoluzionari, spingendolo a darsi una organizzazione di assalto rivoluzionario forse prima che lo Stato rassodasse la propria, controrivoluzionaria».
«… Bisognava lasciar passare l’ondata. Una interpretazione superficiale dice che questo avvenne per la debolezza del governo borghese, ma la verità è che si trattò di una tattica: temporeggiare, approfittandone per rafforzare l’apparato statale e attendere il gioco delle forze economiche successivo al primo periodo di floridezza apparente del dopoguerra. Considerare Nitti e Giolitti come disfattisti, per amor di democrazia, della causa borghese, sarebbe per lo meno somma ingenuità.
Il secondo spinge nel campo sociale e sindacale la sua politica audace. Egli seppe sorpassare il momento acuto. Il partito proletario non aveva formato neppure l’embrione di un esercito rosso, e le organizzazioni economiche avevano fino allora vinto con metodi pacifici. Ma col delinearsi della crisi industriale e del rifiuto del padronato ad ulteriori concessioni, il problema della gestione proletaria delle aziende si pone in modo locale ed empirico. Avviene l’occupazione delle fabbriche. Essa non è inquadrata in modo unitario, ma è armata e coincide con le occupazioni delle terre da parte dei contadini. L’attacco frontale non è consigliabile per lo Stato, ma la manovra riformista vale ancora una volta, si può ancora simulare una concessione: e col progetto di legge sul controllo operaio Giolitti ottiene dai capi del proletariato l’abbandono delle officine.
A noi pare che si tratti di una partita giocata dalla borghesia in modo classico. Essa si sviluppa ulteriormente in una linea logica. Non siamo dei metafisici, ma dei dialettici: nel fascismo e nella generale controffensiva borghese odierna non vediamo un mutamento di rotta della politica dello Stato italiano, ma la continuazione naturale del metodo applicato prima e dopo la guerra dalla «democrazia». Non crederemo all’antitesi tra democrazia e fascismo più di quello che abbiamo creduto alla antitesi tra democrazia e il militarismo. Non faremo miglior credito, in questa seconda situazione, al naturale manutengolo della democrazia: il riformismo socialdemocratico».
Lo schema Germania ci ha fornito la caratteristica principale della controrivoluzione moderna che, diretta sempre e comunque dallo Stato politico della borghesia, si avvale di partiti e organizzazioni richiamantisi al socialismo e alla classe operaia, come l’SPD, l’USPD e le Centrali sindacali, di forze politiche nominalmente non borghesi monopolizzatrici del movimento proletario. Questa cooptazione dei partiti socialisti e dei sindacati operai nel campo della controrivoluzione ha permesso alla borghesia di fronteggiare con successo l’assalto rivoluzionario del proletariato, maturato nel primo dopoguerra, e poi a riconquistare anche la Russia al campo capitalistico.
Dal 1914, con l’adesione dei partiti socialisti e del movimento sindacale alla guerra imperialistica, adottando la formula traditrice di «difesa della patria», la borghesia non può più difendere il suo regime senza il sostegno dei partiti opportunisti. Con la Rivoluzione d’Ottobre l’opportunismo non può più sottrarsi al totalitarismo statale. È cessata la fase libera-borghese, del «laissez-faire». Il primo dopoguerra è il campo sperimentale della transizione al totalitarismo statale per mezzo della forma fascista. Il secondo dopoguerra è il completamento e l’estensione alla scala internazionale dell’esperienza precedente.
Dal punto di vista tattico la sconfitta della rivoluzione in Germania è da attribuirsi principalmente alla tattica dell’Esecutivo dell’IC, come abbiamo succintamente esaminato, che permise alle forze dell’opportunismo socialdemocratico di battere il proletariato nello scontro diretto, prima ancora che intervenisse il nazismo hitleriano. Nella sconfitta dell’ottobre ’23 Hitler non c’entra, ma sono protagonisti il fronte controrivoluzionario dei partiti socialdemocratici, delle Centrali sindacali e dello Stato. In Italia, invece, il proletariato è stato battuto dal sabotaggio del PSI e della Centrale sindacale, e dall’entrata in campo delle bande, armate e sostenute dallo Stato borghese.
E – ITALIA
Il modo stesso in cui sorse in Italia il PCI spiega le debolezze del partito in Germania, che nacque in modo equivoco, su posizioni d’indecisa rottura netta con la socialdemocrazia, dalle cui suggestioni popolaresche non riuscì mai a liberarsi, in virtù anche dell’erronea tattica di Mosca.
Il partito in Italia sorse con atto vigoroso di volontaria e cosciente separazione dal vecchio PSI e dal suo centro massimalista. È indubbio che fu la presenza di un siffatto partito, sotto la direzione della Sinistra Comunista, che, sebbene numericamente minoritario rispetto agli altri partiti europei, segnatamente al partito di Germania, indebolì la manovra del PSI sì da squalificarlo persino agli occhi della borghesia italiana, la quale dovette appunto ricorrere direttamente alle squadre fasciste e all’esercito per ributtare indietro le falangi proletarie. Più netta sarebbe stata la distinzione delle forze di classe in campo e più chiara agli occhi del proletariato la funzione traditrice del PSI, se anche nel PCdI, sebbene in misura molto più lieve almeno nei primi anni, la tattica dell’Esecutivo Internazionale non avesse trovato compiacenti appoggi. È il caso, per es., della continua pressione sul Centro italiano del partito per l’unificazione del PCdI con la «sinistra» del PSI, con i cosiddetti «terzini», e il debole sostegno di Mosca nella potente martellante azione contro il PSI e la socialdemocrazia in generale e la Centrale sindacale internazionale di Amsterdam.
L’obiettivo della tattica comunista dopo la prima guerra mondiale è la sconfitta della socialdemocrazia e dell’opportunismo comunque denominato. Ma questo riconoscimento non basta. Come non bastò tutto l’armamentario organizzativo del III Congresso dell’IC, non solo per battere l’opportunismo, ma nemmeno per impedire che questi penetrasse nel Partito comunista mondiale.
La questione della tattica, quindi, si configura come la questione centrale per l’IC e per le sue sezioni.
In «Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia» del 1945, in sede di «bilancio storico» della sconfitta della rivoluzione, il nostro Partito scriveva riguardo alla tattica usata dall’IC: «Questa tattica ha provocato solo clamorose sconfitte. Dalla Germania alla Francia alla Cina alla Spagna, le tentate coalizioni non solo non hanno spostate le masse dai partiti opportunisti e dalla influenza borghese o piccolo-borghese a quella rivoluzionaria e comunista, ma hanno fatto riuscire il gioco inverso nell’interesse degli anticomunisti. I partiti comunisti o sono stati oggetto, alla rottura delle coalizioni, di spietati attacchi reazionari dei loro ex alleati, riportando durissime sconfitte nel tentativo, di lottare da soli, o, assorbiti dalle coalizioni, sono andati totalmente snaturandosi sino a non differire praticamente dai partiti opportunisti».
Già con la pregiudiziale astensionista del 1919, cioè con l’indirizzo tattico astensionista, la Sinistra aveva mostrato di possedere una giusta tattica, ma di essere stata impedita a realizzarla in un partito non unitario, in un partito che in realtà era una alleanza forzata di tre partiti, la destra, il centro e la sinistra. La Sinistra aveva individuato che la situazione delle masse era costante e che il partito doveva abbandonare i mezzi legali, doveva, cioè, rifiutarsi di partecipare all’orgia elettorale per indicare alla classe operaia di scendere sul terreno della preparazione rivoluzionaria. La direzione di destra, di fatto appoggiata dal centro, si rifiutò di aderire alla proposta astensionista della Sinistra, e facendo partecipare il partito socialista alle elezioni, si dimostrò incapace di azione rivoluzionaria, nella materiale impossibilità di spezzare l’illusione democratica, che invece si apprestava a trasfondere nelle masse, rese ribelli dalla carneficina, dalle sofferenze e privazioni della guerra e del dopoguerra. La guerra aveva ampiamente messo in luce che il proletariato si stava spostando su posizioni antidemocratiche e antilegalitarie. La conferma la dette il dopoguerra in cui gli operai praticavano ogni giorno scioperi estesi e violenti per difendere la loro esistenza. L’occupazione delle fabbriche ne fu un’altra prova, anche se per la Sinistra in una situazione discendente del processo rivoluzionario.
La scissione di Livorno, poggia, quindi, su queste premesse di ordine tattico. Da un lato la destra e il centro massimalista, democratici, elezionisti, legalitari, dall’altro la Sinistra rivoluzionaria. La maturità delle condizioni storiche della lotta di classe escludeva ormai per sempre le pratiche riformiste, ovvero una politica di riforme del partito proletario in senso autonomo e indipendente dai partiti della borghesia. Il relatore della Sinistra a Livorno così stigmatizzò: «Se ieri collaborazione di classe voleva dire ministri socialisti in un regio ministero, oggi collaborazione di classe vuol dire invece un ministero socialista sovrapposto alla struttura statale dell’oppressione borghese». È stata una sentenza inappellabile che la storia ha puntualmente eseguito.
I socialisti della malora scaricano la «responsabilità» della scissione sui comunisti. Ebbene, è vero. La Sinistra ha voluto, fortemente la scissione. Essa ne rivendica interamente la «responsabilità». Per queste ragioni il PCdI fu «più a sinistra» degli altri partiti dell’IC.
Toccava ora al nuovo partito di classe, al Partito Comunista d’Italia (PCdI), sviluppare coerentemente le ragioni che avevano portato alla scissione del PSI. Il PSI, libero dai freni della Sinistra, s’involava decisamente nel campo della controrivoluzione. Il PCdI, libero dalle pastoie dell’«unità» con altre frazioni socialiste, si lanciava subito a organizzare e potenziare capillarmente l’azione tra le masse proletarie e segnatamente nei sindacati di classe. È qui, nell’organizzazione economica del proletariato, che il partito sapeva di dover trasportare la sua azione per strappare l’iniziativa ai partiti «operai».
Come prima è stato accennato, il partito non è un esercito, ma lo «stato maggiore» della rivoluzione, secondo una suggestiva espressione di Lenin, intendendosi sotto il profilo tattico che l’armata proletaria non solo è esterna al partito, ma anche che, all’infuori delle crisi rivoluzionarie, è manipolata se non monopolizzata, come oggi, dagli stati maggiori delle classi borghesi, cioè dai partiti borghesi e opportunisti. Il partito, quindi, non ha la funzione di «creare» un esercito proletario, perché questo esercito lo crea il modo di produzione capitalistico stesso, esso lo disciplina nelle ferree e inesorabili strutture dell’organizzazione di fabbrica, lo costringe alla lotta quotidiana e di conseguenza lo induce ad associarsi in sindacati economici. È, giusta Marx, un esercito per la borghesia, non ancora un esercito per se stesso. Lo sarà quando, appunto, avrà alla sua testa il partito-stato maggiore comunista. La borghesia, e per essa i suoi partiti politici, il suo Stato e i partiti opportunisti, manovra indefessamente per tenere l’armata proletaria lontana dal partito comunista rivoluzionario.
Da questa constatazione storico-materialistica deriva l’azione tattica del partito, che consiste nel liberare il proletariato dalla influenza del nemico di classe, principalmente agendo in seno all’organizzazione di classe per definizione, le associazioni economiche dove si riuniscono tutti gli operai, di qualunque partito. Il trasporto dell’azione di partito nei sindacati di classe di allora, rispondeva esattamente a questo compito di conquista della direzione delle organizzazioni economiche operaie. Fu la situazione economica, l’offensiva borghese contro la condizione operaia, che suggerì al PCdI la tattica di «fronte unico sindacale» e non l’attitudine dell’espediente originale e geniale, al machiavello infernale escogitato nel laboratorio dell’alchimia politica.
Ancora una volta i sacri sentimenti di pietà religiosa e di pena «epidermica» hanno colpito, affratellando borghesi e borghesucci, atei a casa e intellettuali, in un coro di «ma ci pensate! mio Dio che orrore»! e chi più ne ha di questi farfugliamenti più ne metta.
La stura al bailame è stata data dalla notizia del terremoto che ha squassato con più di seicento scosse il Guatemala, distruggendo come un enorme maglio il 75% del paese e provocando più di ventimila morti. Se parliamo del «fatto del giorno» anche noi marxisti è certo non per unirci al coro belante ed ipocrita del «poverini, certo si dovrebbe fare qualcosa», ma per dimostrare un’ennesima volta l’incapacità sociale della borghesia a difendere addirittura l’integrità fisica della specie.
Dunque quale è in realtà il problema? Il marxismo risponde che l’imprevedibilità o la pericolosità dell’evento naturale sono tali non perché lo siano in assoluto, ma fino al punto in cui queste non possano essere più accettate come naturali, ma determinate dall’assetto sociale dell’umanità, dunque dai rapporti di classe, in essa vigenti.
Il lavoro estraneo all’uomo, il tecnicismo soppiantatore della scienza, la divisione del mondo in gruppi ostili di centrali di potere economico, e quindi la divisione in nazioni, rappresentano il confine tra l’«evento» e la capacità sociale di dominarlo. Diciamo dunque ai signori dai bianchi camici che nelle loro stanze dei bottoni tutto sembrano potere: nella società del capitale l’uomo fa della sua attività soltanto un mezzo per la sua esistenza individuale, diviso dall’oggetto della sua produzione all’uomo viene sottratta la realtà di appartenente alla specie.
Questa infame società che vanta ai quattro venti la sua «scienza», la sua sicurezza dinanzi alla natura, questa società che infarcisce di «potere superuoministico» la prosopopea che mimetizza le bocche dei cannoni che soli realmente hanno il diritto di appellarsi al concetto di «potere», rimane attonita ogni volta che i mari ingrossano o la crosta terrestre sussulta. Noi ripetiamo che non può che essere così finché la specie non potrà disporre del terreno su cui cammina, finché questo modo di produzione imporrà questo modo di vita. Si possono spostare oggi i grattacieli come fossero sacchetti di sabbia, ma questa società, e lo potrà soltanto quella comunista, non è in grado – perché i suoi interessi vanno in senso contrario – di evitare che sorgano città con milioni di abitanti in zone altamente sismiche, salvo poi il belarci sopra quando queste non esistono più. D’altra parte ci par di vedere il capitale fregarsi le mani: dove è stato distrutto si deve ricostruire e manne di questo genere non si possono avere tutti i giorni nel deserto sempre più deserto della produzione borghese. «Per eliminare gli effetti della catastrofe occorre una massa enorme di lavoro attuale, vivente. Se quindi della ricchezza diamo la definizione non astratta, ma concreta e sociale, essa ci appare come il diritto in certi individui formanti la classe dominante di prevalere sul lavoro vivo e contemporaneo» (da: Omicidio dei morti, Battaglia Comunista 1951).
Decine di migliaia di uomini sono morti dunque non per fatto «naturale», ma perché questa società non è società della specie, non realizza l’uomo come appartenente alla specie, ma da questi estrae plusvalore per la sua esistenza gettandolo poi, come si fa con il guscio vuoto di un frutto di mare.
È della società comunista il compito di ristabilire la reale interdipendenza tra uomo e natura, nella realizzazione del ricongiungimento di questa alla specie umana, alla sua vita ed ai suoi bisogni, dopo che sarà stata spezzata con la forza la divisione in classi e la conseguente subordinazione per bisogno dell’uomo al lavoro; allora e soltanto allora quello riabiliterà il suo primato sull’animalità a cui è stato relegato quando la natura è stata sottratta attraverso la privazione del rapporto diretto con l’oggetto della sua produzione: «La creazione pratica d’un mondo oggettivo, la trasformazione della natura inorganica è la riprova che l’uomo è un essere appartenente ad una specie e dotato di coscienza, cioè è un essere che si comporta verso la specie come verso il suo proprio essere, o verso se stesso come un essere appartenente ad una specie. Certamente anche l’animale produce. Si fabbrica il nido, delle abitazioni, come fanno le api, i castori, le formiche, ecc. Solo che l’animale produce unicamente ciò che gli occorre immediatamente per sé o per i suoi nati; produce in modo unilaterale, mentre l’uomo produce in modo universale; l’animale produce sotto l’impero del bisogno fisico immediato, mentre l’uomo produce anche libero dal bisogno fisico, e produce veramente soltanto quando è libero da esso; l’animale riproduce soltanto se stesso, mentre l’uomo riproduce l’intera natura; il prodotto dell’animale appartiene immediatamente al suo corpo fisico, mentre l’uomo si pone liberamente di fronte al suo prodotto. L’animale costruisce soltanto secondo la misura ed il bisogno della specie a cui appartiene, mentre l’uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e sa ovunque predisporre la misura inerente a quel determinato oggetto; quindi l’uomo costruisce anche secondo le leggi della bellezza». (Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx).
Pazzi, utopisti e sognatori; è l’accusa di sempre rivoltaci dal nostro avversario di classe. Vogliamo ancora dimostrargli che il nostro utopismo inizia là dove finisce il suo profitto, ed ancora, che pazzi diventerebbero proprio coloro che ci accusano, se potessero pensare un solo momento in termini che trascendessero il profitto stesso. La nostra matematica è quella semplice del «uno più uno uguale a due» con la quale pensiamo a ragione di poter risolvere tutti quei problemi di alta matematica che assillano la borghesia, disperatamente alla ricerca di «programmare» ed inevitabilmente incapace a prevenire.
Se dunque 1+1=2 noi diciamo a lor signori: bene l’«evento» è accaduto, dunque senza andare a scomodare il comunismo, ma con i mezzi che possedete, e sono più che sufficienti, spostate con uno dei vostri famosi ponti aerei gli uomini che stanno morendo di epidemia in Guatemala, spedite con i vostri fantascientifici mezzi tutto ciò che è necessario perché non in un anno, ma in un mese siano ricostruite le città; avete possibilità in sovrappiù, utilizzatele là dove il bisogno è reale! Se il nemico sbianca in volto noi sappiamo ormai ben diagnosticare quale sia la malattia; essa si chiama: profitto. E dove questo non esiste, non esiste neanche capitale a disposizione, non esiste possibilità di salvare vite umane. Quando il momento contingente sarà finito il Guatemala tornerà nel dimenticatoio quadriennale dal quale viene prelevato soltanto da qualche migliaio di morti ad uso e consumo di milioni di teleauditori a cui si mostreranno i pietosi doni: sacchi di riso o di farina con sovraimpresso l’aquiluto rapace marchio United States of America.
La nostra pazzia è dunque quella di pretendere vestiti, case o cibo, la nostra schizofrenia quella di vivere in un mondo di domani preteso, impalpabile, sfumato, a misura d’uomo; la nostra risposta è ancora la più semplice e reale: le possibilità di «vivere» esistono, ma il processo per attuarle è irrimediabilmente bloccato dalla legge del profitto non da impossibilità di «programmazione» – esse sì utopistiche oggi – quando non rappresentino che malafede ed inumana dittatura del capitale.
Se dunque l’uomo vorrà realmente predisporre e programmare, l’unica strada è quella delle semplici leggi, dell’aritmetica elementare, dei bisogni, realizzati non a costo della prostituzione economica, ma liberi da essa, nel ritrovamento della sua umanità.
Il ricongiungimento con la sua essenza farà sì che l’uomo possa finalmente spaziare e conoscere, mente e corpo, al di là di quelli che oggi ci appaiono come traguardi, lasciandoseli poi immediatamente alle spalle, processi acquisiti, verso nuove altre mete:
«L’uomo socialista dominerà la natura in tutta la sua ampiezza con gli ossi e le spine di pesce per mezzo della macchina. Egli saprà dove le montagne devono restare e dove cedere il passo, muterà il corso dei fiumi e dominerà i mari. I poveri idealisti possono dire che tutto questo sarà noioso – per questo sono dei poveretti -. Naturalmente ciò non significa che l’intero globo terrestre sarà rigato e suddiviso che le foreste saranno mutate in prati e giardini. Resteranno boscaglie e foreste e galli di montagna e tigri, ma laddove l’uomo avrà assegnato il loro posto. E sistemerà le cose così bene che la tigre non noterà la presenza delle macchine e non si annoierà e vivrà come viveva nei tempi primitivi» (Trotzki, Letteratura, arte e libertà).