[RG112] Riunione generale di lavoro a Sarzana (Pt. 2)
21-22 gennaio 2012
Riprendiamo dal numero scorso e concludiamo con i resoconti brevi dei rapporti alla riunione.
ATTIVITÀ SINDACALE
Il rapporto ha esposto ai compagni una rassegna degli avvenimenti sindacali intercorsi dalla precedente riunione generale, quindi da settembre a gennaio, concentrandosi sugli attacchi alla classe lavoratrice condotti da governo e industriali, sulle reazioni sia dei sindacati di regime sia di quelli “di base”, e sull’attività del partito.
Il rapporto alla precedente riunione si concludeva con le valutazioni circa lo sciopero generale del 6 settembre, proclamato dalla Cgil contro la cosiddetta “Manovra-bis” del governo Berlusconi, e con le valutazioni circa la piattaforma Fiom per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, approvata all’Assemblea nazionale dei delegati Fiom a Cervia il 23 settembre.
Sullo sciopero del 6 settembre si sottolineava che:
1. Secondo l’impostazione fondamentale del sindacalismo di regime lo sciopero non era preparato come una prova di forza con cui piegare il Governo costringendolo a ritirare la manovra, ma era una manifestazione per puntellare e ribadire – soprattutto nei confronti dei propri iscritti e della propria elefantiaca struttura – la funzione della Cgil di sindacato che svolge opera di conciliazione, nella nazione e nelle aziende, fra le esigenze del lavoro e quelle del capitale, cioè – giocoforza – di sottomissione delle prime alle seconde;
2. Lo sciopero era proclamato dalla Cgil in particolare contro l’articolo 8 della manovra e in difesa dell’Accordo del 28 giugno, firmato da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. Il proposito dell’art. 8 era sfondare là dove l’Accordo del 28 giugno aveva aperto la breccia: distruggere il contratto nazionale di categoria svuotato di contenuti, spostandolo sui contratti aziendali. Lo sciopero serviva dunque anche a suggellare la precedente azione della Cgil, che con l’accordo del 28 giugno, contestato aspramente dalla sua minoranza di sinistra, aveva ritrovato l’unità sindacale con Cisl e Uil.
Il 14 settembre il Decreto legge n. 138 del 13 agosto era approvato dal parlamento e convertito in legge.
Il 21 settembre la Cgil – senza nemmeno attendeLa Fiom, che teneva l’Assemblea dei delegati a Cervia il 22 e 23 settembre per l’approvazione della piattaforma per il rinnovo del Ccnl, appare stretta, da un lato, dall’appartenenza alla sua confederazione, che le impone di non poter minimamente uscire dai binari della “concertazione”; binari su cui, del resto, ha svolto tutta la sua azione sindacale passata che, appunto, mai è uscita dal piano concertativo e nazional-aziendale e che quindi non ha condotto a lavorare per costruire una forza di classe finalizzata alla lotta aperta col padronato. Dall’altro lato, si fa sentire la condizione di debolezza della classe in conseguenza della crisi, che con la minaccia della disoccupazione spinge i lavoratori – privi di una loro organizzazione sindacale classista – ad accettare ogni tipo di peggioramento.re l’esito formale della consultazione referendaria dei suoi iscritti – ratificava con Cisl e Uil l’accordo del 28 giugno.
La Fiom, che teneva l’Assemblea dei delegati a Cervia il 22 e 23 settembre per l’approvazione della piattaforma per il rinnovo del Ccnl, appare stretta, da un lato, dall’appartenenza alla sua confederazione, che le impone di non poter minimamente uscire dai binari della “concertazione”; binari su cui, del resto, ha svolto tutta la sua azione sindacale passata che, appunto, mai è uscita dal piano concertativo e nazional-aziendale e che quindi non ha condotto a lavorare per costruire una forza di classe finalizzata alla lotta aperta col padronato. Dall’altro lato, si fa sentire la condizione di debolezza della classe in conseguenza della crisi, che con la minaccia della disoccupazione spinge i lavoratori – privi di una loro organizzazione sindacale classista – ad accettare ogni tipo di peggioramento.
Date queste basi la pietra angolare su cui la Fiom ha impostato la difesa del contratto nazionale è la stessa di sempre del sindacalismo di regime: l’unità sindacale, in questo caso con Fim e Uilm.
Dal 15 ottobre 2009 sussistono infatti per i metalmeccanici due diversi contratti nazionali di categoria: quello del 20 gennaio 2008, firmato da Fim, Fiom e Uilm, in scadenza a fine 2011, ma disdetto da Fim e Uilm a metà del 2009 e da Federmeccanica a settembre 2010; quello del 15 ottobre 2009, firmato da Fim e Uilm con Federmeccanica, che scadrà il 31 dicembre 2012.
Per cercare di firmare un nuovo contratto unitario con Fim e Uilm, che avrebbero dovuto quindi dare la disdetta al “loro” contratto separato, la Fiom ha varato una piattaforma cedendo parzialmente alle posizioni sostenute da questi due sindacati innanzitutto su deroghe, tregue sindacali e triennalizzazione.
Come prevedibile questo non è servito allo scopo e Fim e Uilm hanno continuato dritte per la loro strada: il 13 dicembre la Fiat ha esteso a tutte le fabbriche italiane del gruppo il Contratto collettivo specifico di primo livello applicato prima a Pomigliano poi a Mirafiori, in vigore dal 1° gennaio al 31 dicembre 2012; il 22 dicembre Fim, Uilm, Fismic e Uglm hanno firmato con Federmeccanica un protocollo d’intesa sulla disciplina specifica per il comparto auto, cioè per le fabbriche dell’indotto; dal 1° gennaio 2012 resta vigente solo il contratto metalmeccanico di Fim e Uilm.
L’attacco della borghesia alle condizioni di vita della classe lavoratrice in Italia si sta quindi dispiegando lungo due dorsali principali: lo smantellamento del contratto nazionale di lavoro, condotto dagli industriali appoggiandosi ai sindacati di regime, senza l’intervento diretto del governo; l’attacco al salario complessivo della classe attraverso le successive manovre finanziarie operato colpendo principalmente il salario differito (pensioni), quello indiretto (servizi sociali), nonché il salario diretto attraverso l’aumento della tassazione.
L’8 novembre cadeva il governo Berlusconi, il 16 si insediava il governo Monti e il 6 dicembre il nuovo governo varava col Decreto legge n. 201 (“Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”) un’ulteriore manovra che colpisce i lavoratori: nuovo innalzamento dell’età pensionabile (dal 2018 a 66 anni e 7 mesi), passaggio per tutti dal sistema retributivo di calcolo della pensione a quello contributivo (all’incirca da una pensione pari all’80% ad una pari al 60% dell’ultimo salario), annullamento dal 2018 delle pensioni d’anzianità, aumento della pressione fiscale.
Come previsto la borghesia dispone la periodica sceneggiata del cambio del personale di servizio: il “professor” Monti al governo riceve gli applausi di tutta la “sinistra” borghese – sia quella moderata del PD sia quella cosiddetta radicale e costretta all’extra-parlamentarismo del SEL, delle Rifondazioni, ecc. che per due decenni hanno additato il libertino Berlusconi quale principale nemico dei lavoratori e del loro sindacato.
Contro la manovra Cgil, Cisl e Uil proclamano uno sciopero generale ancora più farsesco del solito: il 12 dicembre sciopero di 3 ore dei lavoratori del privato, il 19 sciopero di 8 ore del pubblico impiego. Il 22 dicembre la manovra è tranquillamente convertita in legge.
Varata la manovra il governo si sta apprestando a sferrare un nuovo colpo con la cosiddetta “riforma del mercato del lavoro” e da febbraio si sta consumando il balletto di dichiarazioni e incontri fra sindacati e governo. Il tutto ha uno scopo sopra tutti gli altri: che non si parli di organizzare una vera lotta difensiva della classe lavoratrice.
In queste vicende, che vedono i lavoratori subire senza riuscire a reagire, il sindacalismo “di base” continua a confermare le sue tare, muovendosi secondo norme pratiche proprie più di organizzazioni politiche che sindacali, prima fra tutte quella d’indire scioperi separati, sia dai confederali sia fra le varie sigle del sindacalismo conflittuale.
La scelta di Usb e Slai Cobas d’aderire allo sciopero del 6 settembre della Cgil si è infatti confermata solo contingente. La Cub non ha aderito a quello sciopero ma ne ha organizzato uno per sé il 17 novembre, insieme ai Cobas, che nel frattempo, a seguito della manifestazione “No debito” del 15 ottobre a Roma, si erano scontrati duramente con i vertici di Usb per ragioni esplicitamente politiche. L’Usb invece proclamava uno sciopero il 2 dicembre, poi, a seguito della caduta del governo Berlusconi, ritirato.
Di fronte alla dura e provocatoria manovra del governo Monti, pur di non scioperare insieme alla Cgil, tutto il sindacalismo di base non ha mosso un dito. Fatto evidentemente gravissimo. Solo la federazione dell’Usb-lavoro-privato ha aderito allo sciopero del 12 dicembre, che la Fiom aveva esteso per i metalmeccanici a tutte le 8 ore (3 ore per le restanti categorie). Ma questa scelta, comunque positiva, appare dovuta al fatto che nel settore privato l’Usb conta pochissimi organizzati.
L’Usb e lo Slai Cobas hanno organizzato uno sciopero il 27 gennaio del tutto fuori tempo: troppo tardi per contrastare la manovra Monti – già approvata da un mese – troppo presto per contrastare la nuova riforma del lavoro, con le trattative nemmeno iniziate. Uno sciopero che perciò non aveva un obiettivo e che infatti ha avuto un’adesione ancora inferiore rispetto agli scioperi passati – sempre minoritari – del sindacalismo di base.
Unica eccezione nel sindacalismo di base è il piccolo SI-Cobas, che conduce scioperi nel settore della logistica, organizzando lavoratori per lo più immigrati, e giustamente aderisce sia agli scioperi generali della Cgil, per il semplice fatto che ad essi partecipa ancora la gran massa dei lavoratori, sia a quelli del sindacalismo di base.
Il partito è intervenuto agli scioperi dei confederali del 12 e 19 dicembre e a quello dell’USB-Slai Cobas del 27 gennaio, con volantini appositi che hanno descritto alla classe la reale situazione economica e politica in cui si trova, dato il suo indirizzo generale di lotta, hanno attaccato il sindacalismo di regime ed avanzato critiche puntuali ed esplicite a quello di base.
Sul piano dell’attività all’interno del sindacalismo di base i nostri compagni hanno ribadito, nelle occasioni che si sono presentate per assemblee territoriali o sui posti di lavoro, la necessità di rompere con la pratica degli scioperi separati e perseguire la unità di azione di tutti i lavoratori, quale mezzo migliore per combattere il sindacalismo di regime di Cgil, Cisl, Uil, Ugl.
A tal scopo i nostri compagni, insieme ad altri lavoratori, hanno redatto due diversi appelli rivolti entrambi alla dirigenza Usb, a seguito dello sciopero del 6 settembre (contro la scelta d’organizzare manifestazioni separate) e in vista dello sciopero generale di Cgil, Cisl e Uil del 19 dicembre, chiedendo a Usb di aderire. Lo scopo di questi appelli non è tanto convincere la dirigenza a cambiare posizione – cosa ben difficile – ma propagandare fra gli iscritti e i militanti del sindacalismo di base la giusta prassi classista dell’unità d’azione.
DEMOCRAZIA E MOVIMENTO OPERAIO IN ITALIA
Il rapporto iniziava ricollegandosi a quanto esposto nel corso dell’ultima riunione generale: veniva accennato alla ondata di scioperi in Italia del 1868 ed ai moti contadini dell’anno successivo. Il 1868 era stato l’anno della miseria più nera per le classi lavoratrici urbane ed il malcontento era sfociato in frequenti e clamorosi atti di protesta. Gli operai e gli artigiani delle città diedero sfogo al loro malcontento con la richiesta di aumenti salariali, attraverso pubbliche dimostrazioni e, soprattutto, intensificando le azioni di sciopero che coinvolgevano contemporaneamente le varie categorie di una stessa città: lo sciopero generale.
L’anno successivo fu l’introduzione della tassa sul macinato a determinare la rivolta spontanea dei lavoratori delle campagne, rivolta che immediatamente assunse forme e proporzioni non previste né dal governo né dagli stessi insorti. Fu a questo punto che alcuni nuclei repubblicani, agendo di loro iniziativa, cercarono di utilizzare il movimento ai propri fini. Il partito repubblicano, infatti, avrebbe potuto, perché ne aveva la forza, congiungere la rivolta dei contadini a quella, ben più pericolosa, degli operai e degli artigiani nelle città, se oltre alla bandiera della repubblica avesse agitato anche quella delle riforme sociali. Ma Mazzini ed il suo partito svolsero il ruolo tipico dell’opportunismo, fare in modo che le proteste e le azioni di lotta di classe non infrangessero gli equilibri di potere dell’ordinamento borghese.
Questi movimenti di proletari e di contadini non mancarono di allarmare la borghesia che nella stampa e nel parlamento accusava l’Internazionale come unica responsabile e denunciava l’imminente pericolo del comunismo. Di fatto, sfortunatamente, l’Internazionale non aveva ancora messo piede in maniera stabile in Italia, ma già lo spettro del comunismo faceva sudare freddo ai borghesi.
Contemporaneamente a questi avvenimenti si tenevano in Svizzera i congressi dell’Internazionale e della Lega della Pace. Il rapporto si soffermava quindi esponendo i vari tentativi di Bakunin di stravolgere l’Internazionale dalla sua diritta impostazione, prima tentando di innestarvi la Lega per la Pace e successivamente la sua Alleanza Internazionale della Democrazia socialista.
Nel gennaio del ’69 a Napoli era sorta la prima sezione dell’Internazionale con piena adesione ai suoi statuti. Però dobbiamo ammettere che i “socialisti” italiani erano tali soprattutto dal punto di vista sentimentale, mentre ancora era lontana l’acquisizione di una vera coscienza di classe. Rende bene l’idea di questa situazione quanto fu scritto su uno degli esponenti più in vista della sinistra democratica: «Ciò che resta inesplicabile è come possa trovarsi anche con l’Internazionale, dopoché si trova con la più o meno monarchica Sinistra, con la più o meno malva Massoneria, colla più o meno rossa Democrazia ad un tempo; egli è dunque un potpourri». E questa non era la situazione di un singolo individuo ma della maggior parte di coloro che militavano all’interno delle organizzazioni rivoluzionarie: mazziniani, garibaldini, internazionalisti. Era un periodo in cui la democrazia italiana civettava con il socialismo ed il “socialismo” italiano faceva altrettanto con la democrazia, periodo delle conversioni clamorose e dei tentativi di conciliare le due inconciliabili scuole: “riunire sotto una sola bandiera repubblicana e internazionalisti e mazziniani”.
Non vi era ancora in Italia una esatta idea della dottrina socialista, anzi, il più delle volte per socialiste passavano idee che non lo erano affatto.
Ma furono gli avvenimenti di Francia quelli che, intorno al 1871, diedero un profondo scossone all’ambiente politico italiano. Il rovinoso crollo dell’impero di Napoleone il Piccolo e la successiva insurrezione del proletariato parigino commossero gli animi e determinarono le posizioni dei partiti politici e delle classi sociali.
La stampa moderata (chi si trova al potere è sempre “moderato”), spargeva il terrore all’interno della classe borghese descrivendo a fosche tinte i crimini compiuti dai comunardi e ricordando che «il socialismo, il comunismo, tutti i deliri delle sette più avanzate minacciano la società». Era toccato alla Francia, ma sarebbe potuto toccare, domani, all’Italia solo che l’Internazionale fosse riuscita a suscitare nelle plebi l’odio contro l’ordine sociale e la proprietà. E di conseguenza ogni sciopero, ogni manifestazione operaia venivano attribuiti ai diabolici disegni dell’Internazionale. Quindi invocavano il governo affinché prendesse immediati provvedimenti per reprimere tutte quelle organizzazioni che avessero dimostrato una qualche solidarietà con gli insorti parigini.
Come naturale del tutto opposta era l’attitudine del proletariato italiano e delle organizzazioni che al proletariato si riferivano. Comitati e gruppi politici nati spontaneamente si affiancavano alle vecchie Società Operaie rinvigorite da nuovo afflusso di giovani e prendevano una posizione ferma e decisa a favore della lotta del proletariato di Parigi. E questo atteggiamento non si limitò ai giorni della gloria, ma rimase inalterato anche dopo la sconfitta della Comune.
Lo spirito con il quale la gioventù italiana sentiva di aderire alla Comune di Parigi e, di conseguenza, all’Internazionale venne egregiamente tratteggiato da Andrea Costa in un suo scritto successivo: «La Comune di Parigi, fu quella soprattutto che rivelò al popolo italiano che v’erano altri e ben più gravi problemi da discutere, da quelli in fuori che l’avevano occupato fin allora […] Fu sul cadavere della Comune – feconda nelle sue rovine – che s’impegnò la lotta tra lo spirito vecchio ed il nuovo; è dal sangue dei trucidati comunardi che si trassero gli auspici. Ricordate o compagni come aspettavamo le nuove da Parigi? Come cercavamo gli statuti di questa Associazione Internazionale? […] Ricordate le nostre prime sezioni, i primi manifesti i primi opuscoli […] i Fasci Operai incerti come cercanti la luce che coprirono in un batter d’occhio mezza Italia? […] Noi ci gettammo in quel movimento, spinti assai più dal desiderio di romperla con il passato che ci opprimeva […] piuttosto che dalla coscienza riflessa di quel che volevamo. Noi sentimmo che l’avvenire era là […] Un volta infatti per quella via noi avemmo ben presto coscienza dell’esser nostro […] onde l’accettazione inevitabile del programma dell’Associazione Internazionale, che poneva l’emancipazione economica dei lavoratori a fondamento del benessere materiale».
Di fronte a questa entusiastica adesione della gioventù rivoluzionaria, Mazzini mostrava nei fatti la sua natura di conservatore piccolo-borghese ed il suo giudizio sulla Comune di Parigi fu di condanna senza appello. Dalle colonne della Roma del Popolo iniziò la sua metodica battaglia contro la Comune e, a cominciare dall’aprile, non uscì numero di questo giornale che non contenesse un suo articolo, direttamente o indirettamente, dedicato alle vicende francesi.
La sua attitudine violentemente antisocialista non mancò di essere notata ed apprezzata dai suoi ex-“nemici” monarchici: La Nazione di Firenze si rallegrava scrivendo: «Siamo lieti, come italiani, che anche il capo del partito repubblicano abbia sentito il dovere di protestare contro gli eccessi di Parigi […] Ci ha fatto piacere che il Sig. Mazzini abbia scritto come ha scritto» (10 luglio 1871).
Mazzini per primo si rendeva però conto di combattere una battaglia ormai perduta, il suo era ormai un partito che andava in sfacelo. Ultima sua speranza era riposta nell’aiuto della repressione poliziesca nei confronti di quelle organizzazioni che esprimevano simpatia verso l’Internazionale.
INDIRIZZO SINDACALE SU IL COMUNISTA 1922
Il compagno ha illustrato estratti della nostra stampa del giugno e luglio 1922, precisamente dal giornale Il Comunista, per mostrare come il Partito Comunista d’Italia cercasse di portare le lotte dei metalmeccanici allora in sciopero e delle altre categorie nell’ambito della neonata Alleanza del Lavoro. L’intento era quello di unire i proletari presenti nei vari sindacati, secondo la parola d’ordine del Fronte Unico sindacale. Naturalmente i dirigenti della Confederazione e della Fiom di Buozzi fanno di tutto per spezzare le lotte, e alla nostra proposta di sciopero generale oppongono lo sciopero città per città o anche fabbrica per fabbrica, argomentando che se una parte dei padroni è contraria alle proposte dei metalmeccanici, sarebbe bene scioperare solo nelle fabbriche di questi ultimi, evitando di far perdere denaro agli altri operai, e di fermare la produzione in un momento di crisi.
Anche le richieste degli industriali di diminuzione dei salari sono accettate dai dirigenti confederali in nome dell’economia nazionale, sbandierando come vittoria aver ottenuto diminuzioni inferiori alle richieste.
Nel giornale del 20 luglio 1922 troviamo un articolo sullo SFI, il Sindacato Ferrovieri Italiani, in cui erano presenti i comunisti ma la cui maggioranza era costituita da sindacalisti rivoluzionari e da anarchici, che rimproveravano a noi comunisti di non essere abbastanza rivoluzionari ed antiparlamentari. Vi si riporta un articolo del giornale borghese Il Resto del Carlino del 25 dicembre 1921 in cui viene intervistato un membro del Comitato Centrale. Leggiamo: «Gli estremisti ebbero nel Sindacato breve fortuna. L’unico comunista che allora faceva parte del Comitato Centrale dovette dimettersi. Oggi i comunisti sono di fatto esclusi da tutte le cariche del Sindacato mentre tutti gli altri partiti, dal riformista all’anarchico, e dal repubblicano al sindacalista, vi sono rappresentati. La designazione di “Sindacato rosso” con cui correntemente si indica il Sindacato Ferrovieri Italiani può quindi considerarsi assai inesatta. La concezione a cui si inspira il Sindacato risponde a quella del sindacalismo più puro ed al criterio che adottò anche il fascismo. Da un pezzo le circolari del Comitato Centrale e del Consiglio Generale hanno lodevoli accenni alle necessità del servizio e all’interesse del paese».
Ancora una volta, con le parole d’ordine della apoliticità e della pace, troviamo riformisti, massimalisti, sindacalisti ed anarchici schierati, confusamente tra loro, ma dalla stessa parte: quella dell’anticomunismo.