Manovre di guerra in Europa
Gli avvenimenti delle ultime settimane nelle regioni del Sud-Est dell’Ucraina, che hanno visto lo scontro tra l’esercito ucraino, appoggiato da milizie volontarie, e ribelli filo-moscoviti, appoggiati da reparti dell’esercito russo, confermano che questo conflitto, come abbiamo scritto nei mesi scorsi, non è interno allo Stato ucraino ma tra schieramenti di Stati imperialisti.
Ricordiamo gli ultimi avvenimenti.
Alla fine di giugno, dopo l’annessione della Crimea da parte di Mosca e lo scoppio della rivolta nelle regioni orientali del Paese, l’Ucraina sigla la parte economica dell’accordo di associazione con l’Unione Europea, mentre Mosca e Washington cercano apparentemente di porre termine alle azioni militari nel Donbass. Ma ai primi di luglio l’esercito di Kiev inizia un’offensiva che porta il 5 luglio alla conquista della città di Slovyansk. Il 17 luglio è abbattuto in volo un aereo civile della Malaysian Airlines con 295 passeggeri: le due parti si accusano a vicenda dell’abbattimento. Alla fine di luglio il primo ministro ucraino Arseni Iatseniuk annuncia le sue dimissioni, denunciando il venir meno della maggioranza di governo perché la Rada, il parlamento ucraino, non è riuscita ad approvare una serie di misure richieste dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale per sbloccare un nuovo prestito.
Secondo i partiti della destra nazionalista, dalla fine del regime di Viktor Yanukovich, a febbraio, il popolo ucraino è stato chiamato a scegliere un nuovo presidente ma non una nuova Assemblea. «Crediamo che nell’attuale situazione, non dovrebbe esistere un simile Parlamento che protegge criminali di Stato, agenti di Mosca, che rifiuta di togliere l’immunità a quelli che lavorano per il Cremlino», afferma il leader del partito nazionalista Svoboda.
Il presidente Poroscenko dopo un mese dalla caduta del governo, il 25 agosto deve sciogliere la Rada e indire nuove elezioni per il 26 ottobre. Ma, a dimostrazione delle titubanze che attraversano anche la borghesia ucraina, sempre indecisa nella scelta del padrone a cui vendersi, lo stesso Poroscenko il 26 agosto partecipa al vertice di Minsk dove incontra Putin, i presidenti della Bielorussia e del Kazakistan, che fanno parte dell’Unione Doganale euroasiatica, e rappresentanti dell’Unione Europea. La riunione sembra non abbia dato risultati positivi.
Intanto sul campo di battaglia le truppe ribelli, con l’appoggio di reparti dell’esercito russo, nella seconda metà del mese di agosto hanno conquistato sempre più terreno, respingendo e accerchiando in più occasioni le truppe di Kiev.
Il 29 agosto il primo ministro ucraino Yatsenyuk, benché dimissionato, afferma che presenterà una legge per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO. Il 2 settembre l’Unione Europea annuncia nuove sanzioni contro la Russia, il 3 settembre la Francia che rimanderà la consegna alla marina russa della prima delle tre unità da sbarco della classe Mistral, prevista per ottobre. Lo stesso giorno i presidenti Putin e Poroscenko cercano frettolosamente un accordo per arrivare ad un cessate il fuoco che viene raggiunto poche ore dopo. Questa fragile tregua serve a dare tempo per scongiurare un allargamento del conflitto che vedrebbe contrapposte alcune tra le massime potenze militari mondiali e fa da sfondo al vertice straordinario indetto dalla Nato per il 4 e 5 settembre, proprio per esaminare la questione ucraina.
Una guerra nel cuore dell’Europa pare oggi ancora prematura, ma la crisi economica lascia spazi sempre più ristretti alle manovre e agli accordi diplomatici e spinge gli Stati a difendere i loro interessi con le armi in un continuo allenamento ad un futuro scontro armato di portata mondiale, preparato anche a livello mediatico oltre che militare, assuefacendo la cosiddetta “opinione pubblica” alla possibilità che questo avvenga.
La propaganda borghese non nasconde ormai la possibilità, certezza per noi, di una futura guerra tra Stati imperialisti e i toni delle dichiarazioni di questi giorni ne sono la prova. Putin e Obama si lanciano pubbliche reciproche accuse e minacce in preparazione di un impegno militare che ricadrà sulle spalle del proletariato sull’uno e sull’altro fronte.
Secondo “Il Sole 24 ore” del 2 settembre, quattromila soldati di nove Paesi, con l’appoggio di blindati e aerei, stanno partecipando ad esercitazioni militari della Nato sul fronte orientale che si concluderanno ai primi di ottobre. C’è anche l’Italia che partecipa con un centinaio di parà della Folgore. L’Alleanza atlantica precisa che le manovre avrebbero dovuto essere inizialmente a guida degli Stati Uniti, ma si è poi deciso di passarle sotto l’egida della Nato nell’ambito dello sforzo in corso per rassicurare i Paesi dell’Est dinanzi alle mosse aggressive della Russia. Altre iniziative militari sono in corso: nel Mar Nero si tengono esercitazioni tra le Marine degli Stati Uniti e dell’Ucraina; «Le esercitazioni, alle quali partecipano anche Spagna, Canada, Romania e Turchia, sono focalizzate sulle tecniche della gestione di un’operazione internazionale per mantenere la sicurezza della navigazione di una regione colpita da una crisi». Altra esercitazione “su vasta scala”, che impegna oltre 5.000 uomini di Stati Uniti e alcuni alleati europei, è in corso nel Sud della Germania; l’esercitazione simula in particolare la liberazione di una città. «Queste esercitazioni hanno l’obiettivo di dimostrare come la Nato sia in grado di scoraggiare e impedire qualsiasi aggressione da parte della Russia se uno qualunque dei nostri alleati fosse attaccato», dice il generale Usa Frederick Hodges per rendere ancor più indigesto il messaggio al Cremlino (“Il Messaggero”, 9 settembre).
Il vertice della Nato, tenutosi a Cardiff e Newport il 4 e 5 settembre proprio per prendere misure concrete sulla questione della guerra in Ucraina, ha visto il netto prevalere delle posizioni guerrafondaie difese dagli Stati uniti e dalla Gran Bretagna. La dichiarazione finale impegna apertamente i 28 membri dell’Alleanza Atlantica ad «invertire la tendenza al declino dei bilanci della difesa», un richiamo rivolto apertamente ai Paesi dell’Europa centro-meridionale che negli ultimi anni, sotto i colpi della crisi economica, avevano ridotto la spesa militare. Il documento impegna tutti i Paesi a portare entro 10 anni la spesa militare almeno al 2% del PIL, una dimensione enorme per dei paesi industrializzati.
Inoltre è stato creato uno speciale fondo di sostegno per il governo di Kiev, «candidato ad entrare nella Nato insieme a Georgia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia, allargando ulteriormente l’Alleanza atlantica ad est» (Manlio Dinucci, “Il Manifesto”, 6 settembre).
Le intenzioni statunitensi erano già state dichiarate dal Presidente Obama nel discorso che aveva tenuto a Tallin, in Estonia, il giorno precedente: «La visione di libertà è minacciata dall’aggressione russa contro l’Ucraina. Il suo assalto all’integrità territoriale dell’Ucraina, una nazione europea sovrana e indipendente, sfida i principi basilari del nostro sistema internazionale. I confini non possono essere ridisegnati sotto la minaccia di una pistola». Obama ha ribadito il principio che «le porte della Nato resteranno aperte a tutti», in aperta antitesi con quanto sostenuto da Mosca che ha più volte dichiarato di non poter tollerare che la Nato spinga i suoi missili fino ai confini della Russia. Infine ha anticipato le decisioni finali del vertice di Cardiff e Newport dichiarando che sarebbe stata formata una forza militare di intervento immediato da schierare nei Paesi baltici. Al vertice verrà poi precisato che questa forza di alcune migliaia di uomini disporrà di cinque basi-deposito nei Paesi baltici, in Polonia e in Romania, sarà molto “reattiva” e con una presenza continua nei Paesi dell’Est europeo.
I vertici della NATO minacciano inoltre di costituire basi militari in Norvegia (che fa parte della Nato) e addirittura in Finlandia (che non ne fa parte), ipotesi che non fa che rafforzare il Cremlino nelle sue sparate nazionaliste, non ultima la dichiarazione di Putin che se volesse, potrebbe occupare Kiev in due settimane.
La Russia è però consapevole che non può permettersi di rompere i suoi rapporti economici con l’Europa né andare ad uno scontro militare aperto con la NATO, mostra i denti ma per arrivare ad un compromesso, contando sull’appoggio dell’Europa e della Germania in primo luogo, e anche sulla indiretta protezione della Cina, non certo favorevole alla espansione della Nato in Europa orientale.
La collaborazione commerciale e militare tra Russia e Cina si è intensificata negli ultimi anni; già all’inizio di luglio dello scorso anno i due Paesi avevano pianificato «una sei giorni di manovre nel Golfo di Pietro il grande a Vladivostok, denominata Mare Unito 2013, che è stata la più grande esercitazione navale mai pianificata tra i due Paesi. Da quanto è emerso, alle operazioni hanno preso parte 12 navi della Russia e 7 della Cina, più un numero imprecisato di aerei da combattimento. Nonostante non fosse certo la prima volta che i due Paesi svolgevano manovre militari congiunte, i media di Pechino hanno sottolineato l’importanza delle operazioni, concluse mercoledì 10 luglio: è stata la prima volta, infatti, che la Cina ha scelto di inviare una così ampia forza militare all’estero “per partecipare a esercitazioni in un’area marittima sconosciuta”, ha scritto il China Daily» (Gabriele Battaglia, “Lettera 43”).
A rafforzare la collaborazione tra Cina e Russia è arrivato nel maggio scorso, dopo dieci anni di trattative, l’annunciato accordo tra Mosca e Pechino sulla futura fornitura di gas. Su “Il Sole 24 ore” del 21 maggio leggiamo: «L’accordo – annunciato dall’agenzia Nuova Cina – è stato chiuso durante la visita in Cina del presidente russo Vladimir Putin dopo una lunga fase di stallo sul prezzo del gas naturale. Il contratto prevede una fornitura trentennale di metano, pari a 38 miliardi di metri cubi all’anno (la metà dei consumi italiani), garantito da un gasdotto lungo 2.200 chilometri dalla Siberia alla Cina orientale ancora da costruire. L’accordo vale 400 miliardi di dollari in trent’anni. Partirà dal 2018 (…) La firma dell’intesa, avvenuta alla presenza di Putin e Xi Jinping, rappresenta un’importante sviluppo per Mosca che dall’inizio della crisi ucraina sta cercando sbocchi alternativi per vendere il suo gas. Fino al 2013 l’Europa è stato il primo cliente di Mosca con 160 miliardi di metri cubi acquistati, ma la Cina da sola già da quest’anno sarà un mercato più grande. Pechino prevede di aumentare del 20% le importazioni di gas, per ridurre il peso dell’inquinante carbone per produrre energia elettrica, e arrivare a 186 miliardi di metri cubi». Anche se, come evidenziato nell’articolo, la trattativa andava avanti da un decennio il fatto che sia stato firmato in piena crisi in Ucraina è stata una buona mossa da parte di Mosca.
Così commenta questo accordo Fulvio Scaglione, vicedirettore di “Famiglia cristiana”, su “Limes” di agosto: «Tornando a Russia e Cina una cosa è certa. L’accordo sul gas mette per la prima volta a diretto contatto il maggior detentore, estrattore ed esportatore di risorse energetiche con il maggior consumatore delle stesse. A questo dato potremmo aggiungerne altri: la Cina, il paese più popoloso del mondo si aggancia alla Russia, il paese più vasto del mondo e dotato del 10% delle terre fertili del pianeta. La Russia, lo stato con il sottosuolo più ricco (…) stringe un’alleanza strategica con la Cina, cioè con l’economia che traina i consumi mondiali di materie prime».
Al di là dell’aspetto economico e dell’avvicinamento tra i due Stati che questo contratto comporta, è evidente che il Cremlino potrà usarlo anche come monito verso i clienti europei, che dipendono dal gas russo, a non tirar troppo la corda perché a breve Mosca avrà un’alternativa per il suo smercio. E proprio nella prospettiva della ricerca di un accordo con l’Ucraina, ma soprattutto con l’Europa, va interpretata la mossa di Mosca che nel giugno scorso ha interrotto le forniture di gas all’Ucraina. «Il 16 giugno 2014, continua Scaglione, Putin ha dato ordine di interrompere le forniture di gas, cioè di non immettere più nelle condotte i 40 miliardi di metri cubi annui che costituiscono la quota ucraina del gas spedito verso ovest. Strana guerra dell’energia quella che comincia nei primi giorni d’estate (…) La decisione del Cremlino pare implicare un invito a trattare, ad approfittare dei mesi caldi per tornare al tavolo e discutere la faccenda».
Anche le paventate sanzioni di Europa e Stati Uniti contro la Russia non sono spiegabili se non in vista di un imminente scontro tra potenze. Con la Russia, oltre il gas, ci sono importanti commerci; i primi due paesi europei in ordine di scambio con Mosca sono la Germania e l’Italia. A parte la vile borghesia italiana, che non ha né forza né carattere per opporsi a Stati più potenti, quale vantaggio ne trarrebbe Berlino, la più importante economia europea? Quale la contropartita, cosa può offrire Washington per imporgli di rompere con Mosca? O cosa può minacciare?
L’economia tedesca arranca e dovrebbe aumentare, non restringere i propri mercati; al di sopra delle dichiarazioni ufficiali della Merkel, ci sono i conti da far quadrare nelle imprese tedesche. Le stesse valutazioni non valgono per gli Stati uniti, che hanno scarsi rapporti commerciali con la Russia e che sono anzi intenzionati a farle concorrenza nelle forniture di gas con quello che riescono ad estrarre dalle rocce scistose.
Queste trattative tra gli Stati, questi affari per vendere gigantesche quantità di merci, questi scontri per acquisire nuovi mercati, importanti posizioni strategiche e militari, cosa portano al proletariato? Nell’orgia mediatica dell’informazione borghese fatta di titoloni sensazionalistici e poco altro, leggiamo che la battaglia nel Sud-Est ucraino da aprile ad oggi ha causato quasi 3.000 morti, un numero imprecisato ma certo altissimo di feriti e quasi un milione di profughi, costretti ad abbandonare casa e lavoro per fuggire la guerra. Queste vittime appartengono in maggioranza alla classe proletaria che, inconsapevole della sua forza e del suo compito storico, sarà costretta, ad ogni latitudine, a imbracciare un fucile per interessi che sono la negazione dei propri.
La borghesia ucraina, gli “oligarchi”, hanno potuto arricchirsi a dismisura negli anni scorsi vendendosi al miglior offerente, lucrando e rubando a man bassa, naturalmente in nome dell’Ucraina “libera e indipendente”. Come ogni borghesia perseguono solo il profitto per accrescere i propri capitale.
Il proletariato ucraino, invece, non ha nulla da guadagnare dallo schierarsi dall’una o dall’altra parte in questo scontro interimperialistico. Non è vero che i proletari del Donbass vedrebbero migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro se la regione fosse indipendente o annessa alla Russia. E neppure, come promettono loro i partiti della destra filo-occidentale, se l’Ucraina si spostasse nell’area dell’Unione Europea e della Nato. Il proletariato ucraino troverà il suo riscatto solo in sé stesso, organizzandosi autonomamente, fuori da ogni richiamo nazionalista e sciovinista, ricollegandosi alle tradizioni internazionaliste del comunismo rivoluzionario.
La guerra è uno dei fatti determinanti le tappe del ciclo capitalista nella sua ascesa e nel suo declino. Nel terzo millennio le guerre fra Stati, tutti borghesi, sono parte della strategia di conservazione e di controrivoluzione. Al proletariato compete di marciare in direzione opposta ai fronti di guerra, non contro il nemico nazionale, ma volgendo uomini ed armi contro il nemico interno, contro il suo Stato, contro il potere di classe della borghesia. Questo è l’unico indirizzo che il vero partito comunista indica alla internazionale classe proletaria, e quindi anche ai proletari ucraini.
Il referendum per la “indipendenza” scozzese: Ancora un vicolo cieco per la classe operaia
Fin dall’inizio della crisi finanziaria del 2008 la questione dominante l’economia borghese in tutti i Paesi è stata come ridurre gli astronomici debiti degli Stati, delle banche e dei privati. E la questione dominante la politica come far passare i peggioramenti nella classe operaia, blocco dei salari (o almeno aumenti inferiori all’inflazione), disoccupazione, tagli a pensioni, riduzione dei servizi, povertà.
Ma non dimentichiamo che, se la borghesia è ben solidale nell’affrontare il suo opposto economico, la internazionale classe operaia, per il resto è tutt’altro che monolitica: le oscillazioni economiche suscitano continue tensioni fra i borghesi, diversi interessi capitalistici si trovano a incessantemente in conflitto per proteggersi le quote del profitto estorto al proletariato mondiale.
Il nazionalismo è il miglior veleno contro la classe operaia. Lo diffondono apertamente i partiti di destra e “regionali” dello spettro politico – in Italia la Lega Nord, in Francia il Fronte Nazionale, in Gran Bretagna lo UKIP, lo Indipendent Party – che scaricano sugli immigrati la colpa della caduta dei salari e della disoccupazione, mentre in realtà derivano dalla mancata solidarietà di classe fra indigeni e stranieri. I partiti di “sinistra” invece coprono il loro razzismo e nazionalismo sotto frasi ipocrite.
Poiché non possono ammettere le vere ragioni internazionali della crisi, i principali partiti borghesi presto prudentemente aggiustano la loro retorica nazionalista ciascuno secondo il suo stile. Così in Gran Bretagna il Partito Conservatore, Tory, ora al governo, ne dà la colpa alle troppe deleghe concesse alla E.U., che sarebbero ora da “rimpatriare”. La Gran Bretagna, liberatasi dai “burocrati di Bruxelles”, potrebbe stabilire norme più restrittive all’immigrazione, l’industria britannica guadagnerebbe in competitività rispetto agli altri pesi europei come Germania e Francia, ecc. Per altro, a “sinistra”, il Partito Laburista, mentre implora “ascoltiamo cosa si dice fuori della nostra porta!”, non si esime da proclamare la necessità di un drastico contenimento all’arrivo di lavoratori stranieri.
La retorica è la stessa di ovunque: la colpa è sempre dei maledetti stranieri. L’ultima difesa di tutti i borghesi di fronte alla crisi è il nazionalismo con relativo sventolio di bandiere e fanatismo.
Non è diverso in Scozia, dove il Partito Nazionalista Scozzese, SNP, chiede la nascita di un nuovo mini-Stato capitalista.
Storia minima di Scozia
Visto che il SNP, benché non faccia che affermare che “non ha niente contro il inglesi”, fa sua una visione anti-materialista della storia che presenta la Scozia come un paese “oppresso”, che sarebbe stata trascinata all’Unione con l’inganno, e vanta la tradizione dei “grandi eroi scozzesi” come William Wallace e Robert de Bruce, che si opposero agli inglesi per affermare l’indipendenza scozzese, vale la pena di minimamente accennare alla storia dal Medioevo in poi per verificare se davvero la Scozia è mai stata una “nazione oppressa” in disperato anelito alla “liberazione”.
Nell’ultima parte del XIII secolo e all’inizio del XIV la monarchia scozzese si trovò in una crisi di successione, di cui approfittò l’espansionismo di re Edoardo I per imporvi l’egemonia inglese. Ma queste ambizioni finivano già sotto suo figlio, Edoardo II, quando un esercito inglese invasore fu sterminato a Bannockburn nel 1314. Il SNP ha celebrato quest’anno il 700° anniversario di quell’evento, assimilando l’attuale ubriacatura elettorale ad una “seconda guerra di indipendenza della Scozia”.
Nel 1328 Eduardo III firmò il Trattato di Nortampton, col quale rinunciava alle pretese inglesi al nord del confine. L’espansionismo della dinastia Plantageneta si rivolse quindi alla conquista della Francia nella Guerra dei Cento Anni. Nel frattempo i re scozzesi tesero ad amalgamare le classi dominanti scozzesi in un solo regno. Le classi dominanti anglo-normanne in Scozia fecero progressi nell’affermarsi contro i clan celtici delle Highlands e della isole.
Cionondimeno il conflitto fra inglesi e scozzesi continuò anche con la dinastia Tudor, che segna l’inizio della fine dell’era feudale in Inghilterra. La Scozia era entrata in segreta alleanza con la Francia (la “Auld Alliance”, che durò dal 1295 al 1560) e la rivalità fra Inghilterra e Francia trapassò in Scozia, in particolare con la disfatta delle forze scozzesi a Flodden Field nel 1513.
Col crescere della potenza inglese sotto il regno di Elisabetta I la relazione cominciò a cambiare (con matrimoni incrociati fra le dinastie inglesi e scozzesi, la Riforma religiosa, le piantagioni in Irlanda ed il timore comune di minacce esterne, come quella della Armada spagnola). Il terreno era pronto per l’unione delle Corone.
Quando Elisabetta I morì senza lasciare un erede, nel 1603 Giacomo VI, Stuart, re di Scozia, fu nominato successore al trono col nome di Giacomo I di Inghilterra. I sovrani e le sovrane Stuart ressero entrambi i regni, indipendenti, come anche l’Irlanda, fino all’Atto di Unione del 1707.
La Riforma inglese dei Tudor e le rivolte del XVII secolo erano dovute ad una lunga evoluzione della società, religiosa, culturale, ma soprattutto economica, suscitata dall’attività mercantile e dall’enuclearsi di una classe capitalista dalla nobiltà feudale. Però, mentre la Scozia esprimeva una più radicale riforma protestante, rimaneva indietro all’Inghilterra nello sviluppo economico e sociale. I due paesi non erano ancora pronti ad unirsi.
Nel tardo XVIII secolo il capitalismo fiorì in Inghilterra in forza del suo crescente potere sui mari e del suo capitale mercantile. Materie prime, come cotone, tabacco e zucchero, erano prodotte dal lavoro degli schiavi nelle piantagioni del Nuovo Mondo e trasformate in prodotti finiti in Inghilterra. Le grandi proprietà feudali si trasformavano in agricoltura capitalista. Politicamente questi cambiamenti si erano espressi nella “Gloriosa Rivoluzione” del 1688, che assicurò all’Inghilterra l’indipendenza dalla grande potenza continentale della Francia e concesse grandi libertà alle classi capitaliste (le famose “libertà inglesi”).
Invece il tentativo scozzese di crearsi un proprio impero coloniale finì in un disastro: lo schema Darién volto a finanziare l’impresa dilapidò un quarto del denaro circolante in Scozia e lasciò la nobiltà scozzese gravemente indebitata. Lo schema fu infine abbandonato nel 1700 a seguito del riuscito assedio spagnolo alla colonia, chiamata Caledonia, sull’istmo di Panama.
Alla nobiltà e alla nascente borghesia scozzesi non restò altra scelta che svendersi al ricco vicino; un accordo che dovrebbe per sempre svergognare ogni mitologia di nazionalismo scozzese e di “pugnalata nella schiena”. Come scrisse nel 1791 il romantico poeta scozzese Robert Burns: «Fummo comprati e venduti all’oro inglese / Che nazione di bricconi!».
L’Atto di Unione del 1707 così veniva ad unificare i due regni in un nuovo Stato, il Regno di Gran Bretagna. La regina Anna, ultimo monarca Stuart, restò sul trono fino al 1714. Da allora la successione di sovrani inglesi della casa di Hannover e Saxo-Cobure e Gotha-Windsor si è fondata su entrambi i discendenti di Giacomo VI / I della casa Stuart e di religione protestante, appoggiati dalla borghesia sia in Inghilterra sia in Scozia.
All’inizio del XVIII secolo questa continuità fu brevemente minacciata dal “Vecchio” e dal “Giovane Pretendente” che cercarono di unificare i clan irlandesi e scozzesi delle Highland per restaurare la legittima linea Stuart – tentativo che fu vigorosamente respinto non solo dalla borghesia inglese ma anche da quella emergente scozzese delle Lowland.
L’Unione rientrava quindi nei piani del capitalismo, coincidendo con il sorgere della Gran Bretagna a prima potenza industriale del mondo. Mentre il terzo regno delle isole britanniche, l’Irlanda, era lasciata in gran parte indietro, la Scozia e l’Inghilterra emergevano come una singola unità capitalistica, che assumeva unita il dominio su di un terzo della superficie del globo. La Scozia quindi non è mai stata una “nazione oppressa” in senso marxista (né in alcun altro).
Chi legga Adam Smith ne “La ricchezza delle nazioni” saprà che durante l’illuminismo scozzese e la rivoluzione industriale la Scozia assurse importanza in Europa per i commerci, gli intellettuali e l’industria. Lo sviluppo economico della Scozia godeva dell’accesso ai mercati domestico e esteri dell’Inghilterra. In particolare Glasgow divenne la “seconda città dell’Impero”, dopo Londra, e grandi fortune si accumulavano tramite lo sfruttamento del lavoro inglese e delle colonie.
I maggiori progressi della classe operaia di tutto il Regno Unito nel XIX secolo si hanno in questo contesto, per esempio con la formazione dell’Indipendent Labour Party, fondato a Bradford nel 1893, e organizzato per tutto il Regno Unito. Il suo primo dirigente, Keir Hardie, era un organizzatore sindacale del Lanarkshire. Il Communist Party of G.B., fondato nel 1920, era anch’esso organizzato su tutta l’Unione, benché uno dei suoi dirigenti di Red Clydeside, John MacLean, erroneamente chiedesse un separato partito scozzese, pretendendo che la tradizionale società scozzese fosse organizzata sulle orme del “comunismo celtico”. Questo assurda ed antistorica pretesa, che la società celtica costituisca una più solida base per il comunismo di quella “anglo-sassone”, risuona ancora oggi nell’ala “progressista” del nazionalismo irlandese.
Vacuità mediatiche sul “nazionalismo scozzese”
Per decenni il SNP è stato un partito marginale, alleato con simili partiti in Gran Bretagna e in Europa. L’idea di una Scozia pienamente indipendente di fatto non aveva mai convinto nessuno e i successi elettorali del SNP gli provenivano dal raccogliere il voto di protesta, specie quando era al governo il Partito Laburista, di gran lunga il maggiore partito in Scozia per gran parte del XX secolo.
Nel 1990 Alex Salmond vinse brillantemente le elezioni e divenne leader del SNP, dimostrando tutte le caratteristiche dell’astuto maneggione: flessibile e privo di principi è sempre stato l’uomo giusto. Sotto la sua direzione il SNP è arrivato ad avere sei deputati nelle elezioni nazionali del 1997, che avevano visto la travolgente vittoria del Labour Party di Tony Blair.
Fu poi il Labour Party a varare la politica della “devoluzione”, cioè del trasferimento di alcune funzioni alle regioni, come era già avvenuto in molti altri Stati, e fece passare una legge per la costituzione di un “Parlamento Scozzese” ad Edimburgo.
In Italia delle Regioni se ne cominciò a parlare nel 1962 per quella “autonoma” del Friuli, e ne scrivemmo anche: “Dopo la patria e la fabbrica adesso anche la regione!”. Vi affermavamo che lo scopo è legare gli operai agli istituti borghesi; quando la barca generale fa acqua si diffonde l’illusione che la classe operaia possa meglio difendersi nella solidarietà interclassista attorno al campanile piuttosto che in uno schieramento generale operaio; il regionalismo è una politica che si inquadra perfettamente nelle linee di sviluppo della autodifesa capitalistica; il capitale, quanto più è accentratore e distrugge il mito e la realtà della piccola produzione, quanto più distrugge le finzioni del localismo e del periferismo, tanto più ha bisogno di ricostituire oasi economicamente fittizie ma socialmente e politicamente preziose di autonomia locale.
Nel Regno Unito, benché la retorica nazionalista lamenti la volontà accentratrice della “casta di Westminster”, la devoluzione dei poteri alle regioni è parte di una strategia a lungo termine dello Stato ed è stata proprio la burocrazia di Westminster a decidere di trasferire alcune delle sue funzioni alle regioni, la Scozia, il Galles e l’Irlanda del Nord.
Fu quindi convocato il nuovo parlamento in Holyrood ad Edimburgo. I parlamentari vi sono eletti con una rappresentanza semi-proporzionale, per far confluire nel parlamento scozzese tutte le lobby politiche, il che meglio funziona per tutti gli imbrogli del capitalismo.
Ma la propaganda del SNP parlava di “indipendenza”! Durante gli anni di boom precedenti la crisi finanziaria del 2008, argomentava che la forza delle sue banche ed industrie avrebbe consentito ad una Scozia indipendente un ruolo egemone all’interno della “fascia di prosperità del Nord”, assieme ai paesi scandinavi. L’adesione al Regno Unito, diceva, impediva alla Scozia di arricchirsi. Il SNP si riferiva al successo, effimero, della “tigre celtica” irlandese, dove le paghe e la prosperità erano in salita. Questo fintanto che il boom continuava, era un argomento che aveva una certa presa. Ma, come sappiamo, il boom del capitalismo finisce sempre nel suo contrario.
Dopo alcuni governi laburisti o diretti dai laburisti, nell’agosto 2009 un governo di minoranza con il SNP cercò di far passare al parlamento scozzese la legge per un referendum nel 2010. Gli altri maggiori partiti (Laburisti, Liberal-democratici e Tory) ne garantirono il rigetto. Il SNP ovviamente etichettò questi partiti, organizzati su base nazionale, come “partiti di Westminster”, cui opponeva il suo “Prima la Scozia”.
Ma quando la crisi finanziaria del 2008 portò alla rovina la Royal Bank of Scotland ed al crollo del prezzo del petrolio (e alla bancarotta dell’Islanda, prima indicata come un altro dei modelli del SNP) la retorica dovette cambiare. Si spostò a sinistra: i “partiti di Westminster” erano tutti neo-liberali, gli scozzesi socialdemocratici, e Salmond cominciò a presentare l’indipendenza come il solo metodo per mantenere il Servizio Sanitario Nazionale e per creare posti di lavoro “per i giovani”. Abbracciò le politiche “verdi”, la “protezione dell’ambiente” e la “energia pulita”.
I tagli nella spesa che seguirono ridussero i salari della classe operaia nel mentre puntellavano il sistema bancario. Per varie ragioni alla Scozia furono evitati i tagli più severi. Per primo, le banche scozzesi furono le principali beneficiarie dei ripianamenti, largamente finanziati dai contribuenti inglesi. Secondo, la cosiddetta “Formula Barnett”, un meccanismo usato dal Tesoro per distribuire da Londra i contributi alle regioni, Irlanda del Nord, Scozia e Galles, era particolarmente generoso con la Scozia, con un impegno pro-capite significativamente più alto che in Inghilterra. Terzo, nonostante i suoi problemi economici, il reddito pro-capite in Scozia rimase più alto che in Inghilterra e in Galles, con una crescente disparità di ricchezza rispetto a Londra e le regioni del Sud-Est.
Fu il governo dello SNP di Salmond a distribuire soldi di Westminster alla popolazione scozzese. Così il “populismo tartan”, vestito alla scozzese, del governo 2007-2011 poté eliminare le tasse scolastiche, ridurre il numero di alunni per classe, promuovere l’energia “verde”, ecc. E se vi furono tagli alla spesa, peggioramento delle condizioni di vita, nuove tasse impopolari e declino economico in Scozia, questo era dovuto al “maledetto perdurare della politica di Londra” e alla “intoccabile casta di Westminster”. Un governo scozzese pienamente indipendente avrebbe fatto di meglio.
Così il SNP andò alle elezioni scozzesi del 5 maggio 2011 con la promessa “diamo agli scozzesi l’opportunità di decidere il futuro della nostra nazione in un referendum indipendente”. Al solito nei manifesti elettorali il SNP fu largo nelle enfasi quanto avaro nelle proposte e negli obiettivi.
Di fatto la proposta del referendum, giustamente, non è percepita dai votanti come premessa alla effettiva attuazione dell’indipendenza, ma solo un voto come altri sulla questione, di protesta, quasi un gioco di società.
Alle elezioni generali nel Regno Unito del 2010 in Scozia i conservatori riuscirono ad eleggere un solo deputato, dando così al SNP l’argomento che in una Scozia indipendente i voti degli scozzesi avrebbero dato loro “il governo per il quale avevano votato”. Di fronte agli effetti della crisi mondiale ora molti scozzesi, già contrari all’indipendenza, cominciarono ad illudersi che avvicinare il governo ad Edimburgo fosse “la scelta meno peggiore” per proteggersi in qualche modo.
Ultimi imbrogli
È noto che nel XX secolo il Regno Unito ha subito un drastico declino della sua importanza economica nel mondo, che si è accelerato con la decolonizzazione dopo la Seconda Guerra mondiale ed il sorgere di nuovi imperialismi, in particolare Usa, Urss, ed oggi la Cina. I cantieri navali del Clydeside, per esempio, non esistono quasi più, assieme a quelli del nord-est dell’Inghilterra e di Belfast. La classe operaia britannica ha ripetutamente resistito e combattuto contro la conseguente perdita di posti di lavoro e gli attacchi alle sue condizioni di vita, benché in Scozia, come ovunque, sia stata indotta spesso in atteggiamenti suicidi dalla direzione riformista e stalinista (in particolare durante il “Noi lavoriamo” del 1971 ai Cantieri navali dell’Upper Clyde di Glasgow, quando si ripeterono gli errori dell’occupazione delle fabbriche in Italia dopo la Prima Guerra mondiale). La classe operaia britannica non ha mai espresso una tradizione rivoluzionaria ed internazionalista tramite un suo partito politico, nel che sta la sua maggiore fonte di debolezza.
Il separatismo scozzese è rimasto una corrente minoritaria nella politica nazionale, finché non cominciò a zampillare il petrolio dal Mare del Nord. Una frazione crescente della borghesia scozzese fu allora attratta dall’idea di poter arraffare una fetta maggiore dei profitti e dei proventi fiscali se la Scozia si fosse separata dal resto del Regno Unito. La cosa si accentuò all’epoca della crisi energetica a metà degli anni ‘70. Ma il progetto trovò poco appoggio nella classe operaia scozzese e quelli del SNP parevano solo dei “Tory in tartan”.
Dagli anni ‘80 in avanti quindi il SNP si è destreggiato fra la linea “pro-business” e l’abbagliare l’elettorato col mito dell’indipendenza. Negli anni passati si è quindi legato a vari partitini di sinistra e gruppi informali, elementi usciti dal Labour Party, che si stava dimostrando sempre più corrotto ed apertamente padronale, e ben prima che nessuno avesse mai sentito parlare di Tony Blair.
Da un lato lo SNP si affanna a dire che la Scozia deve diventare indipendente non tanto perché sia in qualche modo oppressa e sottomessa, ma perché «la Scozia è uno dei paesi più ricchi al mondo, più della Gran Bretagna, della Francia, del Giappone e di molti altri paesi sviluppati». Grazie al controllo del petrolio del Mare del Nord ed altre ricchezze, «dall’indipendenza ricaveremmo delle solide finanze pubbliche (…) La Scozia può pagare (…) In ciascuno degli scorsi 33 anni abbiamo versato più tasse per abitante dell’intera Unione (…) La questione non è se la Scozia è ricca abbastanza per essere indipendente. La questione è se sarà il governo scozzese o Westminster a decidere come impiegare la nostra ricchezza». La campagna ufficiale per il Si promette minori tasse societarie per attrarre in Scozia maggiori investimenti delle compagnie multinazionali.
Il messaggio non potrebbe essere più chiaro: la borghesia di tutti i paesi che investirà in Scozia potrà ritagliarsi un margine maggiore del bottino del capitale mondiale. E parte di questo, ovviamente, sarebbe destinato al SNP per foraggiare una burocrazia scozzese provvista di tutte le prebende del sottogoverno, in emulazione con la “casta di Westminster”.
Difficile conciliare questi messaggi ai capitalisti con l’immagine di una Scozia “oppressa”!
D’altro lato abbiamo la campagna “progressista” per il Si, che promette un utopico socialismo dopo l’indipendenza. C’è chi attraversa i quartieri operai affermando che una Scozia liberata da Westminster (e dal governo Tory in particolare) potrebbe tornare ai “valori scozzesi” della socialdemocrazia. Questi falsi socialisti propagano la menzogna che il voto per il Si (nonostante tutto quello che Salmond va dicendo) non solo sarà una vittoria contro le misure di austerità imposte dal governo dell’Unione, ma anche darà il “potere” alla “gente comune”. Le parole che più si sentono nella propaganda sono le vecchie fole del riformismo, “dal basso”, “dal territorio”, per una “rifondazione della democrazia”, combinate col richiamo dei classici modelli del liberalismo di sinistra.
Anche in Inghilterra i politicanti di sinistra e i commentatori dei media sono saltati su questo carrozzone, gridando che la indipendenza della Scozia avrebbe portato ad una rigenerazione della “democrazia di base” in tutto il Regno, compresa una nuova devoluzione da Westminster e dalla City alle regioni di poteri economici e politici.
I quali imbrogli e finzioni, l’ “autonomia” e il “decentramento”, non farebbero che maggiormente legittimare la dittatura del capitale.
È evidente che il coronato leone britannico, benché vecchio e ammalato, ha ancora abbastanza denti per non lasciarsi tagliar la coda da una banda di politicanti chiacchieroni e di sudditi frastornati dai demenziali talk sulle televisioni (di Stato) e armati solo di schede elettorali.
Questa è l’illusione che si vuol propagare nella classe operaia, lo Stato “per volontà popolare” e non di una sola classe e ad essa rispondente: la borghesia. O, più precisamente, al grande capitale, che non è né inglese né scozzese ma mondiale.
Forse potrebbe anche tornare utile ai banchieri e ai capitalisti della City disporre una qualche maggiore possibilità di manovra e di traffici attraverso una certa “autonomia regionale”, sul piano fiscale, commerciale, monetario e finanziario. E alla diplomazia del Foreign Office per doppi giochi e per imbrogliare meglio i rivali.
Sicuro risultato sarà il rafforzarsi dello sciovinismo anche in Inghilterra – molti nello UKIP vorrebbero sbarazzarsi della Scozia “socialista” per arrivare ad una Inghilterra più “omogenea” e “competitiva”, una volta uscita dall’Unione Europea.
Concludendo, né il No né il Si servono agli interessi della classe operaia scozzese. Tutto il frastornante “dibattito” è solo per portare i lavoratori nel vicolo cieco elettorale, smarrito ogni riferimento nel fitto delle fumisterie democratiche e delle illusioni del metodo elettorale.
Mentre andiamo in stampa il risultato del referendum è ancora incerto. Ma qualunque sia il risultato del voto del 18 settembre e qualunque delle parti vanterà vittoria, sarà la classe operaia scozzese a tornare al lavoro, sotto gli esiti di una sbornia che potrebbe durare decenni, alimentata dalle menzogne e dalla contesa fra le varie frazioni della borghesia scozzese ed internazionale su come ripartirsi la ricchezza che essa, classe operaia, sola produce. La borghesia continuerà a fare tutto quello che può per aizzare gli operai scozzesi ed inglesi gli uni contro gli altri, mettendoli in concorrenza per abbassare le paghe.
L’unica via diritta che la nostra prospettiva indica è unificare le lotte di tutta la classe operaia di Gran Bretagna, che è parte della classe operaia mondiale, finché una sua minoranza si riconoscerà nel partito comunista internazionale e nei suoi scopi che sono strappare il potere alla borghesia per iniziare la trasformazione socialista del mondo.