Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista 378

Dove il proletariato si ribella

La crisi storica del modo di produzione capitalistico sfocia inevitabilmente in esplosioni di lotta di classe: proletari spinti da fattori materiali insopprimibili scendono coraggiosamente nelle piazze sfidando le forze della repressione degli Stati borghesi, potenti bastioni della conservazione sociale.

Nelle ultime settimane abbiamo avuto manifestazioni esemplari di una riscoperta inclinazione dei proletari alla lotta in alcuni paesi arabi e del Medio Oriente.

In Tunisia e in Sudan

Ultima è stata la Tunisia, dove masse di giovani proletari senza prospettive per il futuro, hanno preso parte in molte città a violente proteste, spinti dai salari troppo bassi, dal carovita, dalla disoccupazione, dalla miseria: “pane, acqua e niente Nidaa ed Ennahda”, gridavano. I manifestanti hanno preso di mira quei due partiti di governo, uno laico l’altro islamico, che hanno approvato una legge finanziaria, d’accordo col FMI, che impone forti aumenti dei prezzi, fino al 300%, di molti generi anche di prima necessità. Per il momento non sappiamo quale saranno gli sviluppi di questa ondata di protesta sulla sponda meridionale del Mediterraneo. Intanto ha dovuto fare i conti con la dura repressione da parte del democratico Stato tunisino che non ha esitato ad affiancare l’esercito alla polizia per tentare di sciogliere le manifestazioni di piazza provocando un morto, centinaia di feriti e molte centinaia di arresti. Per ora il governo di Tunisi afferma di avere ristabilito l’ordine, ma non è da escludere che le proteste continuino e si estendano.

Anche in Sudan dalla seconda settimana di gennaio manifestazioni contro il carovita sono state represse col piombo e già si contano almeno tre morti. Il governo ha tolto i sussidi per alcuni generi di prima necessità facendo impennare i prezzi, fra cui quello del pane, triplicato dall’oggi al domani.

In Iran

Oltre alla Tunisia e al Sudan nelle scorse settimane la lotta delle masse lavoratrici ha trovato nell’Iran uno scenario forse ancora più dirompente per l’ordine sociale borghese. Per circa una settimana, fra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, in decine di città del paese le folle si sono scontrate con la polizia e con le milizie della Repubblica Islamica. Le manifestazioni, alle quali hanno preso parte decine di migliaia di proletari, per lo più giovanissimi, hanno dovuto affrontare una repressione feroce. Il governo dichiara 22 morti, centinaia di feriti e oltre 1.000 arresti, mentre fonti non ufficiali parlano di circa 50 morti e 3.700 arresti. La stessa stampa legale parla di 5 “suicidi” in carcere fra gli arrestati.

Il governo per sedare la rivolta ha fatto ricorso alle milizie sciite irachene e ai pasdaran dislocati in Iraq e in Siria, che reclutano i propri effettivi fra gli sciiti afghani, promettendo loro la cittadinanza iraniana.

L’esplosione di malcontento sociale in Iran si è presentata con caratteristiche inedite rispetto ad altri sommovimenti che in passato si sono opposti al regime oscurantista e teocratico della Repubblica Islamica. Per la prima volta in quasi 40 anni, da quando cioè nel 1979 un moto di massa, egemonizzato rapidamente da una direzione borghese, portò al rovesciamento del regime dello scià Reza Pahlavi, la lotta nelle piazze e nelle fabbriche (notizie frammentarie parlano anche di numerosi scioperi spontanei un po’ ovunque nel paese) vede protagonisti un gran numero i proletari che non ne possono più di subire sulla loro pelle le sofferenze provocate dal capitalismo e che la retorica patriottica e i sermoni dei preti non riescono a lenire.

A differenza di quanto è avvenuto nel 2009, quando le proteste contro i presunti brogli nelle elezioni presidenziali videro la mobilitazione delle mezze classi, dell’intelligenza e della cosiddetta “società civile”, in questo caso quei protagonisti di ieri sono rimasti a guardare. Anche la stampa borghese ha evidenziato senza alcuna vergogna la sufficienza e talora anche lo sdegno con i quali il cosiddetto ceto medio ha guardato alla piazza che rivendicava “pane, lavoro e libertà” e protestava contro gli aumenti repentini dei prezzi dei generi di prima necessità come il pollame, principale fonte di proteine per le masse proletarie iraniane, che ora costano il 40% in più.

In occidente la stampa borghese, una volta individuata la natura di classe della rivolta, ha fatto calare il sipario anche sulle selvagge repressioni, così come è passato in secondo piano che i manifestanti in molti casi abbiano individuato con estrema chiarezza gli obiettivi contro cui scagliarsi: hanno assaltato le sedi delle milizie islamiche dei pasdaran e dei basiji e hanno preso di mira le banche delle fondazioni islamiche. Queste, in persiano “bonyad”, controllano quote assai cospicue di molti rami dell’economia iraniana, a seconda delle varie stime dal 20 al 30% del Pil del paese.

Quando si guarda all’ideologia politica della Repubblica Islamica d’Iran non bisogna farsi trarre in inganno dal costante riferimento alla religione nell’ordinamento statuale teocratico, come se fosse il portato della forza inerziale di antiche tradizioni pre-borghesi. L’oscurantismo di Stato, che si manifesta fra l’altro con una pesante oppressione di genere (le adultere e gli omosessuali sono ancora passibili della pena di morte!) e nell’umiliazione delle donne, è una conseguenza della perpetuazione del dominio sociale borghese. Tale odiosa sovrastruttura è stata l’arma ideologica con la quale la borghesia iraniana ha tenuto a bada il proletariato durante il lungo processo che ha traghettato il paese nella piena maturità capitalistica.

Infatti non sono state ragioni ideologiche o religiose a determinare queste di proteste proletarie, bensì economiche. Nelle periferie delle città grandi e piccole sono state spinte all’azione masse di mostazafan, cioè diseredati, in pochi decenni cacciati dalle campagne in un impetuoso processo di inurbamento e trasformati in un gigantesco esercito industriale di riserva. In Iran il 73% della popolazione vive oggi nelle città!

L’Iran, oltre ad essere il quarto paese produttore di petrolio del mondo, ha sviluppato un robusto apparato industriale e ha visto aumentare considerevolmente la consistenza numerica della classe operaia. Oggi il 32,5% della forza lavoro iraniana è impiegata nell’industria. Si tratta di una quota ragguardevole se paragonata a quella delle potenze industriali d’Europa: in Germania e in Italia gli addetti all’industria sono rispettivamente il 30 e 26,6% della popolazione attiva.

Nei quasi quattro decenni di continuità dell’attuale regime l’Iran è diventato la più importante potenza politica del Medio Oriente, capace anche di una proiezione espansionistica e di un attivo interventismo militare. Gli sviluppi negli ultimi mesi della guerra in Iraq e in Siria hanno visto il prevalere del fronte di cui l’Iran è parte integrante. Importanti conquiste territoriali sul campo hanno aperto di quel “corridoio sciita” che permette lo spostamento delle truppe della Repubblica Islamica e delle milizie a essa affiliate lungo un asse che, attraverso Iraq e Siria, raggiunge il Mediterraneo e i confini con Israele nella regione del Golan. Tale continuità territoriale consente anche lo spostamento in direzione contraria delle milizie alleate libanesi degli Hezbollah, le quali hanno avuto un ruolo di primo piano nella guerra in Siria.

Anche nello Yemen gli sciiti houthi, alleati del regime di Teheran, hanno resistito negli ultimi mesi all’impegno militare dell’Arabia Saudita, irriducibile nemico dell’Iran, e ai pesanti bombardamenti, ottenendo anche successi significativi, non ultimo l’eliminazione, avvenuta all’inizio dicembre, del presidente yemenita Ali Abd Allah Saleh, resosi colpevole di avere defezionato il fronte antisaudita.

Ma questi successi militari hanno avuto un costo pesante per il bilancio statale iraniano ed è fatale che, come avviene sempre sotto qualunque regime borghese, sia stato soprattutto il proletariato a farne le spese. I salari per molte categorie di lavoratori sono rimasti fermi da molti anni mentre l’inflazione galoppa a causa del venire meno del sostegno politico ai prezzi dei generi di prima necessità e dell’imposizione di nuove tasse e accise.

Questo spiega perché durante le manifestazioni siano stati scanditi slogan che, sotto l’apparenza di un orientamento nazionalistico, “né per Gaza, né per il Libano, la mia vita la sacrifico per l’Iran”, hanno manifestato insofferenza per l’impegno bellico del Paese. Nelle manifestazioni si gridava “non vogliamo la Repubblica Islamica” e “marg bar Rouhani” cioè “morte a Rouhani”, che della Repubblica è il presidente. Questo rifiuto dei proletari verso l’impegno militare all’estero è un segno di come, per una potenza borghese, i successi militari non sempre si traducano in un rafforzamento del cosiddetto “fronte interno” nei rapporti di forza fra le classi.

Ancora una volta la borghesia ha dimostrato che la bandiera della patria è sempre uno straccio per ingannare i proletari, mentre questi ultimi devono essere sempre più consapevoli di non avere una patria.

Nel Kurdistan iracheno

A maggior ragione forti perturbazioni della pace sociale si possono verificare quando un paese in guerra debba fare i conti con un andamento sfavorevole delle operazioni militari, o anche quando le ambizioni di conquista territoriale, a lungo alimentate dalla propaganda borghese, vanno incontro a cocenti frustrazioni. Questo infatti è quanto è successo nel mese di dicembre nel Kurdistan iracheno. Questo, dopo il referendum sull’indipendenza del settembre scorso, ha subito pesanti mutilazioni territoriali nel violento braccio di ferro con il governo di Baghdad, il quale ha ripreso il controllo della regione di Kirkuk, ricca di giacimenti petroliferi. Anche in quel caso migliaia di lavoratori, indignati dalla disoccupazione e dal taglio degli stipendi dei dipendenti dell’amministrazione pubblica, hanno assalito e incendiato edifici statali e le sedi dei due principali partiti curdi.


Questi segnali della ripresa della lotta di classe in Iran, in Sudan, in Tunisia e in Kurdistan vanno salutati con entusiasmo. Ma, mentre il proletariato internazionale, per ragioni storiche oggettive, non è ancora in grado di offrire il proprio sostegno alle coraggiose lotte dei proletari di questi paesi, la borghesia non risparmia alcun mezzo pur di piegare il suo mortale nemico.

La repressione e la momentanea sconfitta delle lotte proletarie certamente non spengono il fuoco della lotta di classe che, in Iran, in Tunisia, in Kurdistan come ovunque, cova sotto la cenere. Se, come afferma il marxismo, non può esistere un capitalismo senza crisi economiche e senza guerre, ne segue che questo modo di produzione è condannato a fare i conti con la serie interminabile delle eruzioni della lotta di classe determinate dall’intrecciarsi dei diversi piani, economico, politico e militare, del dilagante marasma sociale.

Le manifestazioni in Francia contro il precariato e il sabotaggio della Cgt

Da decenni a questa parte, e in particolare dopo la legge delle 35 ore del 1998-2000, anche in Francia la questione del diritto del lavoro viene regolarmente imposta dai diversi governi borghesi di destra e di sinistra: numerose sforbiciate hanno da allora largamente intaccato i diritti e le protezioni dei lavoratori, in un contesto di crisi economica mondiale. Le istituzioni finanziarie internazionali e i governi nazionali esigono delle “riforme strutturali” al fine di aumentare il tasso del profitto del capitalismo, che tende ineluttabilmente a diminuire. Le misure sono state progettate in stretta collaborazione con Berlino e, in particolare con Peter Hartz, il burocrate sindacale socialdemocratico autore delle leggi imposte in Germania dieci anni fa per ridurre i salari e peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori.

Si tratta in sostanza di attaccare le condizioni di vita e di lavoro dei salariati facilitando i licenziamenti, aumentando la “flessibilità” del mercato del lavoro, abbandonando gli accordi nazionali di categoria per sostituirli con accordi aziendali, diminuendo le tutele legali e la spesa per le imprese e per lo Stato in materia di protezione sociale (salute, famiglia, pensioni). Come negli anni 1930, la crisi dell’economia capitalistica mondiale, che niente può fermare, spinge le classi dominanti in Francia e di tutto il mondo sia alla guerra e al militarismo sia a sempre nuovi attacchi alla classe salariata, produttrice di ogni ricchezza.

In questo contesto arriva il progetto di legge El Khomri il cui scopo è dare nuove libertà alle imprese. Presentato a nome del governo socialista Hollande-Valls, fa seguito ad un rapporto redatto nel gennaio 2016 da una commissione che raccomandava un rimaneggiamento delle leggi per rendere più dinamico il mercato del lavoro.

Mentre un’ondata di proteste si sviluppava in Belgio, scioperi più o meno partecipati si hanno in Francia, nelle raffinerie di petrolio, nei porti, nell’aviazione civile, nelle ferrovie, nell’energia, nei trasporti e nelle costruzioni, sotto la guida il più delle volte dei sindacati Cgt, FO e l’unione Sindacale Solidale, senza però provocare una vera paralisi dell’economia.

La Cgt, descritta come l’organizzazione più combattiva e alla testa dei movimenti, in realtà gioca un ruolo funesto di pompiere della lotta di classe per evitare l’azione generale della classe salariata, l’unificazione radicale delle sue lotte.

Dalle ultime elezioni di categoria, del marzo 2013 (con una partecipazione molto bassa: hanno votato soltanto in 5.460.000), la Cgt ha avuto il 26,7% dei voti, risultando il primo sindacato in Francia; la Cfdt ha raccolto il 26,0%, FO il 15,9%, Cfe-Cgc il 9,4%, la Cftc il 9,3%, l’Unsa il 4,2%, e Sud 3,4%. Ma la Cgt vede il suo seguito diminuire continuamente (ora ha 676.000 iscritti) e rischia di essere superata dalla Cfdt all’inizio del 2017.

Philippe Martinez, il nuovo capo della Cgt, dopo la sua elezione nel febbraio 2015, per rinsaldare l’organizzazione in crisi da parecchi anni ha indetto alcune mobilitazioni nazionali, che si sono rivelate il più delle volte assai poco partecipate. In occasione del 51° congresso, il 19 aprile 2016, ha rinnegato la politica di riconciliazione con la Cfdt, portata avanti dal vecchio dirigente Bernard Thibault, ponendo fine alla strategia del “sindacalismo riunificato”.

Oggi asseconda il movimento contro la legge El Khomri già avviato dalla mobilitazione dei giovani. Ma il contenuto degli appelli della Cgt è per una ambigua “generalizzazione” dello sciopero, non lo sciopero generale, vale a dire l’unificazione delle lotte operaie in un unico potente movimento, al quale di fatto si oppone.

Ricordiamo brevemente i fatti. Il progetto El Khomri è annunciato il 17 febbraio 2016. Dieci sindacati (Cfdt, Cfe-Cgc, FO, Fsu, Sud, Unsa, Unl, Fidl) si riuniscono il 23 febbraio per chiedere il ritiro delle indennità forfettizzate in caso di licenziamento. La Cgt, la Fsu e il Sud si dichiarano favorevoli ad organizzare delle manifestazioni. All’interno del Partito Socialista il testo sarà criticato da una fronda che ne denuncia la “deriva liberale”.

Il 3 marzo, cinque centrali sindacali cosiddette “riformiste” (Cfdt, Cfe-Cgc, Cftc, Unsa) firmano un testo comune in cui chiedono che il progetto di legge sia modificato, mentre i sindacati cosiddetti “contestatori” (Cgt, FO, Fsu) rifiutano di firmare e ne chiedono il ritiro.

La Unione Studentesca e la Unione Nazionale Liceale si accodano ai sindacati contestatori, mentre la Fage degli studenti a quelli cosiddetti riformisti. Torna ad aleggiare lo spettro delle manifestazioni dei giovani del 1994 contro il contratto di inserimento professionale e di quelle del 2006 contro il contratto di prima assunzione CPE.

Il giorno in cui il progetto è presentato al Consiglio dei ministri, il 9 marzo, i sindacati Cgt, FO e Solidali e le organizzazioni studentesche (Unef, Unl, Fidl) organizzano numerosi cortei locali, con un numero di manifestanti fra i 224.000, secondo la polizia, e 500.000, secondo i sindacati, assai ridotto a paragone con le grandi manifestazioni del 2006 che avevano portato 2 milioni in strada costringendo a ritirare il Cpe.

Il 14 marzo, dopo aver incontrato i sindacati, il governo annuncia di aver modificato il testo, ottenendo l’apprezzamento della Cfdt mentre la Cgt, il FO e l’Unef ne continuano a chiedere il ritiro.

Altre tre giornate di manifestazioni sono promosse il 17 e il 24 marzo dalle organizzazioni studentesche, con una partecipazione, a seconda delle fonti, fra i 69.000 e i 150.000 manifestanti, e il 31 marzo anche dai sindacati Cgt, FO, Sud, Fsu. Quest’ultima vede una partecipazione in crescita, licei e università bloccati, scontri tra giovani e forze di polizia a Parigi, Nantes, Tolosa, Grenoble e Rennes.

Nella capitale molti manifestanti, soprattutto giovani, si ritrovano in Place de la République e da qui nasce il movimento “Nuit debout” (Notte in piedi) che si presenta come cittadino e pacifista, ispirato agli “indignati” spagnoli e del movimento statunitense “Occupy Wall Street”.

Altre due giornate di manifestazioni si svolgono il 28 aprile, con 209 cortei che contano tra 170.000 manifestanti, secondo la polizia, e 500.000 secondo la Cgt, e il 1° Maggio, nella quale la polizia spezza il corteo separandolo dai giovani, nella “indifferenza” del servizio d’ordine della Cgt.

Il 10 maggio Manuel Valls decide di ricorrere all’articolo 49 comma 3 della Costituzione che permette di fare adottare il testo senza passare per il voto in parlamento. Il 12 maggio, mentre si svolgono nuove manifestazioni, la mozione di censura presentata all’Assemblea Nazionale riceve il voto favorevole di uno schieramento eterogeneo (destra, repubblicani, UDI, Fronte di sinistra) ma non della frangia dissidente del Partito Socialista, non raggiungendo così la quota richiesta di 288 voti. Pertanto la mozione viene respinta ed il progetto di legge è adottato in prima lettura. Il testo deve ora essere riesaminato dal Senato.

Il 12 maggio i portuali, i lavoratori del settore petrolifero e i ferrovieri scendono in lotta a Le Havre, uno dei centri nevralgici dell’economia francese, inaugurando il movimento di sciopero vero e proprio.

Nella settimana dal 16 al 22 maggio, mentre si svolgono nuove manifestazioni, scendono in lotta in tutta la Francia camionisti, ferrovieri, i dipendenti delle raffinerie, degli aeroporti e dei porti. Ma il movimento, inquadrato dalla Cgt, nei trasporti non provoca alcuna paralisi.

Migliore la situazione nelle raffinerie, dove gli scioperi determinano dal 23 maggio un’interruzione parziale della distribuzione di carburante. Lo stesso giorno la polizia interviene con la forza per sbloccare il deposito di Fos sur Mer. Il giorno dopo, in risposta, tutte le otto raffinerie francesi sono bloccate dagli scioperi. Il 25 maggio l’accesso al deposito di Douchy les Mines nel Nord, bloccato da giovedì 19 maggio da circa 80 sindacalisti, per la maggior parte della Cgt ma anche alcuni della Sud, è sgomberato dalle forze dell’ordine.

Il 26 maggio è proclamata una ”giornata nazionale” di scioperi dalla Cgt-FO. A Parigi, la prefettura conta da 18.000 a 19.000 manifestanti, 100.000 secondo i sindacati. La penuria di carburante riguarda ormai oltre il 20% delle stazioni di servizio mentre le centrali nucleari riducono la produzione di energia elettrica: 5 reattori nucleari, su un totale di 58, sono stati fermati il 25 e il 26 maggio. Se non è la prima volta che scioperi nelle centrali provocano cali di produzione, è raro che ciò accada nel quadro di un movimento sociale non legato alla situazione nella categoria.

Lo stesso giorno il sindacato dei tipografi della Cgt impedisce la pubblicazione delle testate della stampa nazionale che si sono rifiutate di pubblicare un intervento di Philippe Martinez.

Il 28 maggio alle manifestazioni partecipano tra 150.000 e 300.000; proseguono i blocchi nei depositi di combustibili e nelle centrali nucleari. In particolare a Le Havre scendono in piazza 10.000 portuali.

La sera del 31 maggio, a dieci giorni dal campionato di calcio europeo, incomincia uno sciopero ad oltranza nelle ferrovie proclamato dai tre sindacati principali (Cgt, Unsa, Sud-Rail). La Cfdt, quarta forza sindacale nei ferrovieri, non si è associata né ai precedenti né a questo sciopero.

Nei ferrovieri gioca anche il negoziato, in fase finale, sul progetto di riforma dello Statuto dei ferrovieri, in particolare sull’orario di lavoro (più flessibilità in vista dell’apertura alla concorrenza a partire dal 2020). L’Unsa, la seconda forza sindacale nella Sncf, si oppone soltanto al progetto di riforma dello Statuto di categoria e non chiede il ritiro della riforma del lavoro, come invece fanno Cgt e Sud-Rail. La Cgt ha solide roccaforti tra i macchinisti e i controllori. Tuttavia lo sciopero sembra aver avuto un seguito limitato. Secondo il ministro hanno circolato il 60% dei treni dell’alta velocità, il 50% dei treni dell’Ile-de-France e il 45% degli intercity. Anche alla Ratp (trasporti parigini) è proclamato uno sciopero, ma non ha molto seguito; la Cgt invece proclama lo sciopero illimitato.

La sera di lunedì 31, in occasione di un incontro-dibattito con il capo della Cfdt, Philippe Martinez afferma di essere “pronto a ridiscutere” con il governo senza esigere il ritiro del testo. Solo elenca quattro punti di disaccordo: l’inversione della gerarchia dei contratti con la preminenza di quelli aziendali sull’organizzazione del lavoro; la definizione dei licenziamenti economici; l’indizione di un referendum in caso di un accordo di minoranza; la riforma della medicina del lavoro.

Il 31 maggio è stata una giornata di lotta anche in Belgio, stabilita da tempo, con manifestazioni e scioperi nei servizi, nei trasporti pubblici, nelle scuole e nella posta. Altre azioni, manifestazioni e scioperi generali sono già stati pianificati per il 24 giugno ed il 7 ottobre. È evidente che lo stato di emergenza introdotto l’anno scorso in Francia e in Belgio dopo gli attentati di Parigi, non riguardava soltanto le reti terroristiche islamiche, ma era anche in previsione dell’opposizione sociale che già si andava sviluppando.

Ovunque in Europa i lavoratori, che hanno seguito attentamente le lotte in Francia, in Belgio, in Grecia, devono respingere ogni tentativo di dividerli secondo i confini nazionali per cercare di unire il loro movimento dentro e fuori i loro paesi. Ma per raggiungere questo obiettivo non li aiuterà nessuna delle attuali centrali sindacali! Ben al contrario.

L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil Pt.2

Nuovo episodio di “la FIOM sulle barricate”

Dopo aver sfondato sul fronte delle pensioni, senza incontrare resistenza alcuna, il governo Monti passò a lavorare a una riforma del lavoro che ebbe quali principali contenuti la modifica peggiorativa degli ammortizzatori sociali, con l’abolizione di diverse forme di integrazione salariale e l’introduzione al loro posto di una Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASpI), e una prima importante modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Dopo aver favorito la sconfitta alla Fiat, aver accettato l’accordo del 28 giugno e non aver fatto nulla contro la riforma delle pensioni la Fiom tornò a rinfocolare l’illusione sul suo presunto ruolo di “sindacato di lotta” in opposizione al padronato e alla sua stessa Confederazione.

Il 9 marzo dispiegò otto ore di sciopero generale dei metalmeccanici, a sostegno della piattaforma approvata a settembre e in opposizione a qualsiasi modifica all’articolo 18, mentre la Cgil trattava col governo sulla riforma del lavoro. Altre due ore di sciopero furono indette il 19 marzo. Si trattò di un modo per fare pressione sulla sua Confederazione seduta al tavolo, anticipandone le decisioni, non di indisciplina esecutiva, come avrebbe invece implicato accettare la proposta della sinistra Fiom di settembre a Cervia in merito all’accordo del 28 giugno 2011.

Il 21 marzo il Direttivo Nazionale Cgil proclamò 16 ore di sciopero, 8 da svolgere divise per territorio ed azienda e altre 8 con uno sciopero generale di tutte le categoria, a data da definirsi. In questo modo ogni possibile rinfocolarsi del contrasto fra Fiom e Cgil fu spento sul nascere. Il 4 aprile fu depositato in parlamento il disegno di legge con una piccola modifica che bastò alla Cgil per temporeggiare sulla proclamazione dello sciopero generale, per poi ritirarlo al Direttivo Nazionale del 19 giugno.

Fu in questo lasso di tempo, dal Direttivo Nazionale Cgil del 21 marzo a quello del 19 giugno – tre mesi – che la Fiom dimostrò nuovamente l’insussistenza delle sue proclamate velleità di lotta e della sua presunta contrapposizione alla Confederazione.

Una nuova assemblea nazionale dei delegati Fiom – il 10 e l’11 maggio – affermò la necessità che la Cgil desse seguito a quanto deciso il 21 marzo, ma si rifiutò di anticipare nuovamente la Confederazione, come aveva fatto il 9 marzo, proclamando lo sciopero generale dei metalmeccanici. A maggior ragione si guardò dal compiere quello che sarebbe stato un vero atto coraggioso e di contrapposizione, ossia unirsi allo sciopero generale proclamato il 22 giugno dal sindacalismo di base, che tornava dopo del tempo ad agire unito (con la sola esclusione della Confederazione Cobas).

Per non lasciare adito a dubbio, dopo la proclamazione il 4 giugno dello sciopero da parte dei sindacati di base, la Fiom organizzò tre giornate di manifestazioni e scioperi, di poche ore e divisi per azienda, il 13, 14 e 15 giugno, per indebolire la mobilitazione del 22, e quello stesso giorno Landini presenziò come ospite a Bergamo all’assemblea nazionale di Confindustria!

La sinistra Cgil diede allora sostegno allo sciopero dei sindacati di base contestando Landini al suo ingresso all’assemblea degli industriali con un piccolo corteo composto da militanti sindacali, operai della Same di Treviglio (Bergamo), della Piaggio di Pontedera e di altre aziende.

Il 27 giugno la riforma fu approvata. La rottura fra la maggioranza Fiom e la sinistra era consumata.

E nuova manovra di rientro

Il 23 luglio Fim, Uilm e Federmeccanica iniziarono la trattativa per il rinnovo del contratto nazionale separato in scadenza a fine 2012, escludendo la Fiom. Questa proclamò 4 ore di sciopero per quello stesso giorno. Ma, al Comitato Centrale del 5-6 settembre, votò per l’abbandono della piattaforma approvata dall’Assemblea Nazionale dei delegati di Cervia a settembre 2011 e per una nuova proposta a Fim, Uilm e Federmeccanica ancor più cedevole, come logica vuole, verso le loro posizioni.

In quel Comitato Centrale si ribaltarono anche le alleanze interne: la maggioranza centrista di Landini si alleò con la minoranza di destra, allineata con la maggioranza Cgil, in opposizione alla minoranza di sinistra, il cui unico esponente nella segreteria nazionale, Sergio Bellavita, fu buttato fuori attraverso un escamotage organizzativo. La contestazione di Bergamo e l’adesione allo sciopero generale del sindacalismo di base erano ripagate.

La nuova proposta della Fiom fu di nuovo rigettata da Fim, Uilm e Federmeccanica che il 5 dicembre 2012 annunciarono la firma del nuovo contratto separato 2012-2015 mentre Landini parlava a Milano dal palco della manifestazione per lo sciopero generale, a mettere in chiara luce l’inconsistenza dell’azione di lotta della Fiom.

Nel frattempo le deroghe al contratto nazionale previste dall’accordo del 28 giugno 2011 furono accolte nei rinnovi contrattuali, unitari, dei lavoratori delle cooperative di distribuzione (febbraio 2012), dei chimici (settembre 2012), degli alimentaristi (ottobre 2012), del settore energia e petrolio (gennaio 2013), delle telecomunicazioni e degli elettrici (febbraio 2013).

Il 1° febbraio la Fiom siglò con Fim e Uilm un accordo per il cantiere navale di Castellammare di Stabia della Fincantieri nel quale furono inserite deroghe persino al contratto nazionale separato metalmeccanico appena firmato, e il 5 aprile un altro accordo analogo fu sottoscritto per il cantiere di Sestri Ponente (Genova).

Il 12 aprile Landini avanzò a Fim e Uilm una “proposta d’intesa” offrendo il ristabilimento del patto di solidarietà – quello per spartirsi il terzo dei seggi Rsu riservato ai sindacati firmatari del Ccnl – che era stato rotto nell’ottobre 2009 all’indomani della firma del primo contratto separato.

Ma la proposta perdette di valore perché il 30 aprile gli Esecutivi Nazionali di Cgil, Cisl e Uil – riuniti congiuntamente a Roma – approvavano una nuova intesa sulla rappresentanza che introduceva l’esigibilità degli accordi votati a maggioranza e il diritto a far parte delle Rsu solo a quei sindacati che la accettavano.

Si trattava di uno degli elementi centrali di quello che sarebbe stato il Testo Unico sulla Rappresentanza del gennaio 2014. Un attacco al sindacalismo di base, posto di fronte alla scelta se difendere la propria libertà di sciopero o le prerogative sindacali. Tutti i componenti dei direttivi votarono a favore, compreso il segretario generale della Fiom, con la sola esclusione del capo storico della sinistra Cgil, Cremaschi, al quale fu persino impedito di parlare e che, a seguito delle sue proteste, fu sbattuto fuori dalla sala.

Con una prassi collaudata del sindacalismo di regime, l’ulteriore passo contro il sindacalismo di classe fu coperto con una finta mobilitazione, in questo caso con una manifestazione, tenutasi a Roma sabato 18 maggio, che significativamente portò in piazza un numero di lavoratori sensibilmente inferiore a quello del 16 ottobre 2010.

Il 31 maggio, questa volta col pieno sostegno della Fiom, sindacati confederali e Confindustria firmarono il “Protocollo d’intesa sulla rappresentanza” che accoglieva l’esigibilità, per ora, solo per i contratti nazionali di categoria.

A giugno veniva ufficializzato lo scioglimento della minoranza congressuale “La Cgil che vogliamo”, di fatto giunta al suo epilogo già un anno prima.

Il settembre successivo, l’Assemblea Nazionale dei delegati Fiom si svolse alla presenza, dopo quattro anni, del segretario generale della Cgil, a sancire l’allineamento della maggioranza Fiom con quella Cgil, in vista del XVII Congresso dell’anno successivo, e quindi il ribaltamento dell’alleanza al XVI congresso del 2010 e l’isolamento della corrente più a sinistra. L’Assemblea affermò essere «ineludibile e non più rinviabile l’applicazione dell’Accordo interconfederale del 31 maggio 2013».

Ancora sconfitta a Pomigliano

L’8 marzo 2013 Fim, Uilm e Fismic avevano siglato il rinnovo del Contratto Collettivo Specifico di Lavoro (Ccsl) per i lavoratori FIAT, scaduto a fine 2012, nuovamente di validità annuale.

Come abbiamo scritto, il 2013 sarebbe stato l’anno peggiore per i livelli produttivi degli stabilimenti italiani, con 388 mila automobili, all’incirca la quantità che veniva prodotta nella seconda metà degli anni ‘50.

Nello stabilimento FIAT di Pomigliano d’Arco la produzione, dopo il rinnovo degli impianti, era ripartita dal dicembre 2011. Dei suoi 4.500 operai un anno e mezzo dopo ne erano impiegati in modo continuativo circa 1.800. La maggioranza restava in cassa integrazione, applicata dall’azienda arbitrariamente per dividere i lavoratori, lasciando a casa certi operai e chiamandone al lavoro altri.

In questa situazione, da fine maggio la FIAT iniziò a ricorrere allo straordinario obbligatorio il sabato, per fronteggiare una lieve salita produttiva. La Fiom e lo Slai Cobas correttamente reagirono proclamando lo sciopero dello straordinario per sabato 15 giugno, rivendicando al suo posto il richiamo degli operai fuori produzione e una equa rotazione della cassa integrazione. Il giorno dello sciopero un ingente schieramento poliziesco intervenne a spezzare i picchetti.

Per il sabato successivo fu rilanciato lo sciopero. Questa volta però intervenne la Fiom nazionale che in pompa magna annunciò la sua partecipazione: fu organizzata nella notte del venerdì una sorta di festa, alla presenza di Landini, con delegati da varie parti d’Italia e anche qualche parlamentare. Ma questa volta il picchetto non provò nemmeno a opporre resistenza al nuovo intervento poliziesco: appena le forze dell’ordine si fecero avanti Landini ne ordinò lo scioglimento. L’intervento dei dirigenti della Cgil – come insegna mezzo secolo di battaglie operaie in Italia – non era volto a rafforzare la lotta ma a fare pompieraggio.

Lo Slai Cobas, dal suo canto, palesò il suo profondo declino, colpito dal trasferimento al polo logistico di Nola dei suoi iscritti e militanti, dalla cassa integrazione e, a livello nazionale, dalla scissione che nel 2010 portò alla nascita del SI Cobas.

Il sabato successivo Marchionne si recò nella fabbrica per festeggiare la nuova sconfitta operaia.

Altro passo verso il “rientro”

Pochi giorni dopo, il 3 luglio, la Corte Costituzionale dichiarò l’illegittimità dell’esclusione della Fiom dal diritto a costituire le Rappresentanze Sindacali Aziendali (RSA) in FIAT e quindi a godere delle relative prerogative sindacali, come stabilito dall’articolo 19 della legge 300, lo Statuto dei Lavoratori, che l’azienda aveva disposto dopo il rifiuto della Fiom a firmare gli accordi di Pomigliano e Mirafiori e il nuovo Ccs1L, e la Fiom questa aveva contestato con una sessantina di ricorsi legali nei vari stabilimenti d’Italia.

Era una fondamentale vittoria legale per la Fiom che consentiva il suo rientro nel circolo delle organizzazioni tutelate dai cosiddetti “diritti sindacali in azienda” e della quale essa avrebbe potuto giovarsi per improntare la sua azione a obiettivi che effettivamente riguardassero la condizione degli operai e non solo l’agibilità del sindacato. A conferma del fatto che, invece, questo rientro era un obiettivo in sé, a cospetto del quale tutti gli altri erano sacrificabili, la sentenza segnò il passo verso un ulteriore abbandono di ogni velleità di lotta, sempre rimasta nel campo delle vaghe affermazioni.

Il 18 ottobre la FIAT riconobbe la RSA Fiom nello stabilimento di Mirafiori. Il segretario torinese della Fiom – Federico Bellono, succeduto ad Airaudo – commentò: «La Fiat avrebbe potuto aspettare che i giudici dei singoli tribunali assumessero la sentenza della Consulta per dar corso al riconoscimento delle RSA (…) Invece a settembre Marchionne ha fatto una dichiarazione di riconoscimento (…) e ha interrotto la guerriglia giudiziaria». Insomma, il riconoscimento di una condotta volta alla cessazione delle ostilità e al ritorno alla collaborazione. L’11 dicembre Fiom e FIAT siglarono una riconciliazione che pose fine al contenzioso giudiziario.

Il Testo Unico sulla Rappresentanza

Il 10 gennaio 2014 Cgil, Cisl, Uil e Confindustria siglavano il Testo Unico sulla Rappresentanza (TUR) col quale si intendeva dare definitiva sistemazione ed applicazione ai due precedenti accordi interconfederali del 28 giugno 2011 e del 31 maggio 2013.

Il TUR estendeva l’esigibilità degli accordi da quelli nazionali di categoria – come stabilito dal Protocollo d’Intesa del 31 maggio 2013 – a quelli aziendali, approvati a maggioranza della RSU, e, per assicurarne il rispetto, introduceva un sistema di sanzioni economiche e disciplinari per chi eventualmente non li avesse rispettati. La minoranza di delegati eventualmente contraria a un accordo approvato a maggioranza non avrebbe potuto, secondo il TUR, né proclamare scioperi né svolgere propaganda contro di esso, pena la perdita delle prerogative sindacali.

I sindacati che non accettavano questa limitazione della libertà di sciopero, non potevano aderire al TUR, e perciò perdevano sia il diritto a veder misurata la loro “rappresentatività”, e quindi ad avere la possibilità di essere considerati “rappresentativi”, sia a far parte delle RSU, e quindi ad avere garantito l’accesso alle prerogative sindacali. Rimaneva, per i sindacati che non avessero aderito all’accordo, al fine del godimento delle prerogative sindacali, l’ardua via del riconoscimento della RSA.

La firma del TUR cadde all’inizio dei lavori per il XVII Congresso della Cgil.

Per le differenze del TUR rispetto al Protocollo del 31 maggio 2013 – l’esigibilità estesa ai contratti aziendali e le sanzioni – la Fiom assunse posizione avversa ad esso, analogamente a quanto aveva fatto all’inizio con l’Accordo del 28 giugno 2011, ma con toni più duri: sospese i lavori congressuali; annunciò una consultazione fra gli iscritti con regole diverse da quelle proposte dalla segreteria della Cgil, affermando – al Comitato centrale del 22 febbraio – che solo nel caso in cui fossero state applicate da tutta la Confederazione avrebbe considerato vincolante l’esito della consultazione; denunciò – per bocca di Landini – come “antidemocratiche” e “inaccettabili” le regole per la consultazione degli iscritti stabilite dal Direttivo Cgil del 26 febbraio.

Il 14 febbraio, la Cgil Lombardia giunse a convocare un attivo a Milano senza invitare i dirigenti e i delegati della Fiom. Cremaschi, che vi si recò ugualmente e cercò d’intervenire, fu cacciato fuori dalla sala a spintoni dal servizio d’ordine. Due episodi, l’esclusione della Fiom e la cacciata di un suo storico dirigente da un attivo regionale, che per la loro gravità avrebbero dovuto incoraggiare a proseguire in modo conseguente il confronto della Fiom verso la maggioranza Cgil.

Invece, già il Comitato Centrale del 3 marzo – svoltosi alla presenza della Camusso – si limitò a definire le regole della sua consultazione interna senza nulla affermare in merito al valore di quella della Confederazione.

Per quanto riguarda il Congresso, i lavori erano stati ripresi pochi giorni dopo la loro sospensione, evidentemente farsesca, e la segreteria Fiom confermò il suo appoggiò al documento della maggioranza Cgil.

Infine, come già era avvenuto per la consultazione sull’Accordo del 28 giugno 2011, la vittoria dei contrari al TUR (85%) nella consultazione interna alla Fiom non ebbe alcuna conseguenza pratica: Landini si sottomise, a dispetto delle precedenti affermazioni, all’esito plebiscitario della consultazione nelle altre federazioni, col 97% dei favorevoli.

Il XVII Congresso Cgil

Al congresso, quindi, la parte maggiore della disciolta area “La Cgil che vogliamo” – cioè la maggioranza Fiom col segretario generale Landini e l’ex segretario Rinaldini – aderì al documento di maggioranza della segreteria confederale, limitandosi a sostenere undici emendamenti. L’area programmatica “Lavoro e Società” sostenne il documento di maggioranza senza alcun emendamento, come ai precedenti due congressi. Solo la Rete 28 Aprile presentò un documento contrapposto intitolato “Il sindacato è un’altra cosa”. Il documento di maggioranza guadagnò nei congressi territoriali e di categoria il 96,7% di consensi. Quella de “Il sindacato è un’altra cosa” nella minoranza di assemblee di base dove fu presentato si attestò quasi al 20% ma nel complesso non andò oltre un risicato 2,4%.

Al Congresso Nazionale – svoltosi dal 6 all’8 maggio a Rimini – Landini, Nicolosi e Moccia si risolsero all’ultimo a presentare un documento alternativo nel quale fra l’altro si denunciava il carattere fasullo del processo congressuale, con una partecipazione degli iscritti alle assemblee di base del 17% e una platea alla quale erano stati presentati e spiegati gli emendamenti e il documento di minoranza ancora minore.

L’elezione dei 151 membri del nuovo Comitato Direttivo nazionale vide il documento della maggioranza scendere all’80,5% delle preferenze, il documento degli ex emendatori guadagnare 16,7% e 25 componenti, il documento della minoranza di sinistra attestarsi al 2,8% con 4 delegati.

A giugno fu eletta la nuova segreteria nazionale confederale, sette elementi più il segretario generale. La rottura al congresso da parte di quella area di sinistra che si era inizialmente limitata a presentare gli emendamenti al documento di maggioranza fu sancita con l’esclusione del suo rappresentante (Nicolosi).

Per questa ragione, a luglio questo schieramento costituì una nuova area, da statuto definita “minoranza congressuale”, denominata “Democrazia e lavoro”, patrocinata da Rinaldini, Nicolosi – già dirigente di “Lavoro e società” – e da altri elementi considerati ancora più a destra. 

Il Jobs Act

A fine del febbraio 2014 entrava in carica il Governo Renzi, che riprese risoluto a spron battuto l’offensiva contro la classe lavoratrice.

Il 20 marzo il governo emanò il decreto legge Poletti – dal nome del nuovo ministro del lavoro, già presidente della Lega Coop – che sarebbe stato convertito in legge il 16 maggio. Il decreto era una prima parte della nuova riforma del lavoro, dopo quella cosiddetta Fornero del governo Monti, cui era stato dato il noto titolo di Jobs Act.

Questo primo attacco del governo Renzi stabilì:
– l’elevazione da 12 a 36 mesi della durata del rapporto di lavoro a tempo determinato per il quale non è richiesto il requisito della causalità;
– la possibilità di prorogare fino ad un massimo di 8 volte il contratto a tempo determinato entro il limite dei tre anni;
– il limite massimo, per i contratti a tempo determinato, del 20% dell’organico complessivo del datore di lavoro, lasciando però alla contrattazione collettiva aziendale la possibilità di ampliare tale quota;
– il peggioramento delle condizioni di assunzione col contratto di apprendistato.

La parte più consistente del Jobs Act fu presentata sotto la forma di legge delega, un provvedimento legislativo che definisce i limiti entro i quali il governo successivamente legifera attraverso dei decreti legislativi – anche detti attuativi – che non richiedono l’approvazione parlamentare. Uno strumento per dar mano più libera al governo.

L’8 ottobre vi fu l’approvazione del Senato. La Cgil organizzò uno sciopero generale il 12 dicembre, 64 giorni dopo quella prima approvazione della legge e nove giorni dopo la sua approvazione definitiva, il 3 dicembre!

La Fiom, come già aveva fatto per la riforma delle pensioni del governo Monti, finse di distinguersi con uno sciopero generale di otto ore, il 14 novembre, ovviamente insufficiente a fermare il governo.

La legge delega avrebbe trovato applicazione attraverso otto decreti legislativi, tutti emanati nel corso del 2015, i cui contenuti principali, per sommi capi, sono stati:
– maggiore libertà di licenziamento per le imprese, grazie all’introduzione del contratto “a tutele crescenti” che abolisce l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i nuovi assunti nei primi tre anni di impiego;
– libertà per le imprese di demansionare i lavoratori;
– maggiore libertà per le imprese nel controllo a distanza (video, telefono e computer) dei lavoratori;
– sostituzione dell’ASpI (che aveva sostituita l’indennità di disoccupazione con la riforma Fornero) con la NASpI.

Il grande sciopero a Terni

Nel corso dell’approvazione della nuova riforma del lavoro – da l’8 ottobre al 3 dicembre – si svolse la magnifica lotta operaia alle acciaierie di Terni: il più lungo sciopero in Italia in una grande fabbrica da quello alla FIAT di Mirafiori del 1980. E come quello durato ben 35 giorni, tradito da Fiom, Fim e Uilm e risoltosi in una dura sconfitta. Ne abbiamo riferito con dettaglio nel n. 369 di questo giornale.

Un sindacato di classe avrebbe portato a questa importante lotta la solidarietà di tutta la categoria dei siderurgici, dei metalmeccanici e di tutta la classe operaia, inserendola nel movimento generale contro la nuova riforma del lavoro e traendone esempio e alimento. La Cgil e la Fiom invece la isolarono, ne parlarono il meno possibile fra i lavoratori e non chiamarono allo sciopero nazionale in solidarietà nemmeno la categoria dei siderurgici.

Un anticipo della grande battaglia si era avuto nell’estate, quando il pomeriggio del 31 luglio una palazzina all’interno dello stabilimento, dove si stava svolgendo una riunione del consiglio d’amministrazione del gruppo per decidere sui licenziamenti, fu circondata da centinaia di operai in sciopero e solo alle cinque del mattino l’intervento della polizia – per la prima volta nella storia recente inviata all’interno della fabbrica – permise all’amministratore delegato di fuggire precipitosamente in auto, inseguita di corsa dai lavoratori.

Il 17 ottobre, nel corso del corteo a Terni per lo sciopero generale provinciale a sostegno della lotta, toccò alla Camusso, coperta di fischi durante il suo comizio, abbandonare la piazza in fretta e furia protetta dai suoi guardaspalle.

Lo sciopero a oltranza iniziò il 22 ottobre. Il 6 novembre, per un primo tentativo di smorzare lo sciopero, Landini fu contestato dagli operai sotto il MiSE, a Roma.

Il 20 novembre l’ennesima assemblea fuori dai cancelli della fabbrica, ancora alla presenza di centinaia di operai, rigettò la proposta dell’Ugl di “rimodulare lo sciopero”. Ma dietro il sindacato “più a destra”, mandato allo scoperto, si nascondeva la volontà di tutti i sindacati di regime.

Domenica 23 novembre la RSU riunita calpestò la decisione dell’assemblea di tre giorni prima e decise la “rimodulazione” dello sciopero, cioè la sua fine e la sconfitta.

Pompieri a Melfi

Il 12 gennaio 2015 Marchionne annunciò da Detroit l’assunzione di mille lavoratori alla Fiat Sata di Melfi. Intervistato da Repubblica il 14 gennaio, Landini dichiarò: «È un’ottima notizia. Diciamo bravissimo a Marchionne. È la dimostrazione che con gli investimenti e i nuovi prodotti arriva l’occupazione». La logica era la stessa che fece salutare positivamente a Rinaldini il piano industriale “Fabbrica Italia”, poche settimane prima che esso rivelasse il suo significato per gli operai: l’accordo di Pomigliano.

Questo accade mentre alla Fiat di Melfi i delegati Fiom avevano iniziato a promuovere scioperi contro i sabati e le domeniche di straordinario. L’adesione, pur minoritaria, era stata robusta: fra i 300 e i 400 scioperanti sui circa 2.000 operai chiamati al lavoro.

Un analogo sciopero contro lo straordinario fu proclamato a Pomigliano, per sabato 14 febbraio. Qui la Fiom scontava – oltre a tutta la sua storia passata – il peso della messa in scena di un anno e mezzo prima (giugno 2013) – qui sopra raccontata – quando la dirigenza nazionale presente al picchetto ne ordinò immediatamente lo scioglimento non appena le forze dell’ordine si schierarono davanti. Uno sciopero da essa organizzato non aveva alcuna credibilità d’essere condotto sul serio. E come se ciò non bastasse, esso non fu in alcun modo preparato: senza propaganda, né assemblee, né volantinaggi; solo appendendo un volantino nella bacheca. Il suo fallimento – ad arte amplificato dalla stampa borghese – fu colto a pretesto dalla dirigenza nazionale Fiom, decisa ad andare a fondo col disfattismo delle forze del sindacalismo di classe.

Il 20 febbraio, in una riunione fra direzione nazionale, direzione regionale della Basilicata ed RSA dello stabilimento di Melfi, fu decisa la sospensione dello sciopero in quella fabbrica. Il 25 febbraio, a Napoli, Landini confermò il ritiro delle mobilitazioni in FIAT, invocò la necessità di ricorrere a forme di lotta alternative allo sciopero e lanciò la sua “coalizione sociale”, un ennesimo diversivo della sinistra borghese contro la lotta operaia.

L’aspetto più importante della ritiro della mobilitazione da parte della Fiom fu che esso avvenne nel mezzo di una cruciale trattativa sul passaggio da 18 a 20 turni a Melfi. In tal modo questa fabbrica sarebbe divenuta il primo impianto automobilistico a ciclo continuo d’Europa, sottoponendo gli operai a condizioni ancora peggiori di quelle in vigore dal 1993 – coi 18 turni e la cosiddetta “doppia battuta” – contro cui avevano lottato con lo sciopero dei 21 giorni del 2004, ottenendo i 15 turni.

L’accordo fu siglato il 26 febbraio da Fim, Uilm, Fismic e Ugl. Nelle assemblee, i giorni successivi, vi furono contestazioni di un certo peso ma la Fiom non solo non organizzò alcuna azione di lotta ma ritirò, come visto, quella già in campo.

Una minoranza di delegati – cinque su sedici – disubbidì alla decisione presa nella riunione del 20 febbraio e proseguì a proclamare le fermate contro gli straordinari il sabato e la domenica. Il 9 marzo la corrente di minoranza “Il sindacato è un’altra cosa” lanciò una manifestazione nazionale davanti ai cancelli della Sata di Melfi per sabato 14 marzo a sostegno di un nuovo sciopero contro lo straordinario, appellandosi alla partecipazione del sindacalismo di base. Intervenne allora direttamente il segretario nazionale che due giorni dopo – l’11 marzo – presenziò all’attivo dei delegati della Fiom provinciale di Potenza, allargato ai direttivi della Fiat Sata, nel quale ribadì la fermata degli scioperi e ammonì al rispetto della disciplina da parte dei delegati. Quindi, per confondere gli operai sul suo ruolo di pompiere, Landini si recò a volantinare davanti ai cancelli della fabbrica.

Alla manifestazione di sabato 14 parteciparono diversi sindacati di base (SI Cobas, Usb, Cub, SLAI Cobas), delegati e iscritti della Fiom di Sevel e di Termoli e della minoranza congressuale “Il sindacato è un’altra cosa” nella varie federazioni di categoria. Di quest’area, non partecipò la sua minoranza rappresentata da uno dei suoi quattro rappresentanti nel Direttivo confederale Cgil, a testimonianza delle divisioni interne che si sarebbero manifestate in modo ancora più aperto in seguito.