[RG9] Basi di azione del partito nel campo delle lotte economiche proletarie Pt. 5
ORGANISMI ECONOMICI E COSCIENZA DI CLASSE
La nostra lunga trattazione precedente ci ha condotto, attraverso l’analisi dell’esperienza storica di classe, alla conclusione seguente iscritta a tutte lettere nelle tesi del partito: il risorgere degli organismi economici di classe è fattore indispensabile della ripresa del processo rivoluzionario e costituisce il segno tangibile e reale che il proletariato, spinto dalle contraddizioni economiche capitalistiche, ha ripreso la sua battaglia. Di fronte a questi organismi, che le contraddizioni materiali irresistibilmente suscitano, deve stare un partito rivoluzionario dotato di fermo ed invariante programma, il quale abbia saputo mantenere la rotta rivoluzionaria anche nei tempi e nelle circostanze storiche più negative ed al quale le vicende della lotta montante del proletariato diano la possibilità di mettersi alla testa degli organismi proletari spontanei, di prevalervi su ogni altro indirizzo e tendenza politica, peggio se falsamente rivoluzionaria, e di fare di questi organismi la “cinghia di trasmissione” del proprio indirizzo.
Su questa tesi generale, nel corso della trattazione, ne abbiamo innestate altre non meno nostre da sempre: prima di tutto che il sorgere spontaneo di questi organismi di classe non è inteso dal partito in senso passivo, come se si trattasse di aspettarlo e basta o di auspicarlo a parole. Il partito favorisce, viceversa, dovunque è possibile, la nascita di questi organismi, indirizza i moti anche sporadici e limitati dei gruppi proletari verso questo scopo, ne appoggia e difende i tentativi, diviene, in determinate situazioni e sfavorevoli dal punto di vista della combattività proletaria, uno dei pochi o l’unico fattore di appoggio e di forza a quei pochi operai che si mettono sulla giusta strada, l’unico garante del perseverare di questi organismi sul loro naturale terreno di difesa delle condizioni materiali proletarie, in battaglia contro tutte le forze e le influenze che intenderebbero portarli fuori da esso.
Contraddice questo atteggiamento di battaglia del partito a fianco dei tentativi anche minimi dei proletari di ritornare sul terreno classista la fondamentale tesi marxista che le condizioni oggettive della rivoluzione non le crea la volontà di nessuno? Rispondiamo: il partito non ha la pretesa di creare le condizioni oggettive, che non dipendono né dalla sua azione né dalla sua volontà, ma suo compito è quello di interagire con gli sforzi anche minimi che i proletari intraprendono, di essere per essi un effettivo coefficiente di forza e di espansione su basi coerenti, mentre tutte le forze materiali ed ideologiche del nemico di classe tendono a demoralizzarli e a deviarli.
Il fatto che piccoli gruppi operai (veramente operai!) che si oppongono oggi alla “politica dei sacrifici” sorgano o meno non dipende dalla volontà del partito, ma dal peso della crisi economica mondiale; il fatto che essi si mantengano e prolifichino o degenerino non dipenderà in ultima analisi che da una serie di cause oggettive indipendenti dalla volontà di chiunque. Ma fra il loro sorgere ed il loro conservarsi o degenerare intercorre una battaglia, uno schieramento di forze in cui il partito non è semplice spettatore e freddo scrutinatore dei risultati, ma agente e difensore degli sforzi proletari con il suo preciso indirizzo di azione, nemico ed opposto a tutti gli indirizzi che vorrebbero soffocare queste energie.
Il fatto che gli organismi sindacali economici sorgano spontaneamente dalla lotta di classe e non siano una creazione del partito non ha mai significato, nella storia del movimento proletario, che i comunisti non siano stati i più attivi fra i fondatori e militi dei sindacati operai, i quali, molte volte, sono potuti sopravvivere soltanto per l’attività e la fatica dei militanti comunisti, agenti in prima linea come organizzatori del movimento operaio sindacale. Chi non vede che il partito con la sua parola, la sua chiara visione, le sue forze organizzate, i suoi uomini è anch’esso un fattore della situazione oggettiva e ad un certo punto, anzi, l’unico fattore che ne garantisca lo sbocco rivoluzionario?
La visione marxista del partito e della sua azione,
«rifugge dal fatalismo, passivo spettatore di fenomeni su cui non si sente di influire in modo diretto, come da ogni concezione volontaristica nel senso individuale, secondo cui le qualità di preparazione teoretica, forza di volontà, spirito di sacrificio, insomma uno speciale tipo di figura morale ed un requisito di “purezza” siano da chiedersi indistintamente ad ogni singolo militante dei partito, riducendo questo ad una èlite distinta e superiore al restante degli elementi sociali che compongono la classe operaia (…) L’errore fatalista e passivistico condurrebbe, se non a negare la funzione e l’utilità del partito, almeno ad adagiarlo senz’altro sulla classe proletaria intesa nel senso economico, statistico» (Tesi di Lione, 1926).
Altra tesi nostra, che abbiamo a lungo dimostrata, è che gli organismi operai spontanei non derivano la loro funzione ed il loro valore agli effetti della mobilitazione della classe da una coscienza generale o da un insieme di idee omogenee sull’andamento e sulle finalità della lotta, ma dalla lotta stessa che sono costretti ad intraprendere in difesa delle condizioni materiali dei proletari, indipendentemente e, a volte, contro le stesse idee in essi predominanti. Il loro valore risiede e risiederà sempre nella loro esistenza stessa, che esprime la volontà dei proletari di contrastare l’attacco capitalistico alle condizioni di vita, cioé una esistenza materiale del proletariato indipendentemente dalla coscienza delle cause, dei metodi e delle finalità che ad essa si attribuiscono. È la loro azione di difesa pratica delle condizioni materiali, non l’idea che essi hanno di questa azione, che giustifica la loro esistenza.