Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista 386

Meglio meno ma meglio

Лучше меньше, да лучше, Pravda, n. 49, 4 marzo 1923
Traduzione confrontata con l’edizione inglese.

Per poter migliorare il nostro apparato statale, l’Ispezione Operaia e Contadina, a parer mio, non deve correr dietro alla quantità e non deve aver fretta. Finora abbiamo avuto così poco tempo per riflettere sulla qualità del nostro apparato statale e preoccuparcene, che sarebbe giusto dedicarsi con particolare attenzione e serietà alla sua organizzazione e concentrare nell’Ispezione Operaia e Contadina materiale umano di qualità realmente moderna, cioè non inferiore ai migliori modelli dell’Europa occidentale. Certo, per una repubblica socialista questa condizione è troppo modesta, ma il primo lustro ci ha resi piuttosto diffidenti e scettici. E involontariamente siamo propensi a esserlo verso coloro che troppo, e troppo alla leggera, blaterano, per esempio, sulla “cultura proletaria”: per incominciare ci accontenteremmo della vera cultura borghese, ci basterebbe sbarazzarci dei tipi di cultura preborghese particolarmente odiosi, cioè della cultura burocratica, feudale, ecc. Riguardo la cultura è soprattutto dannoso aver fretta e voler fare le cose in grande. Molti nostri giovani scrittori e comunisti se lo dovrebbero ficcare bene in testa.

Così, riguardo all’apparato statale dobbiamo trarre dall’esperienza precedente la conclusione che sarebbe meglio andare più adagio.

Nell’apparato statale la situazione è a tal punto deplorevole, per non dire vergognosa, che dobbiamo innanzi tutto pensare seriamente al modo di combatterne i difetti, ricordando che questi difetti hanno le loro radici nel passato, che, sebbene abbattuto, non è stato superato, non ha ancora raggiunto la fase di una cultura rigettata in un passato lontano. Dico qui deliberatamente cultura, perché in questi problemi bisogna considerare come acquisito soltanto ciò che è entrato a far parte della cultura, della nostra vita sociale, delle nostre abitudini. E da noi si può dire che il buono del nostro sistema sociale non è stato sufficientemente studiato, compreso, sentito; è stato afferrato in fretta, non è stato messo alla prova e confermato dalla esperienza, non si è consolidato, ecc. E non poteva certo essere altrimenti in un’epoca rivoluzionaria, e con un ritmo di sviluppo così vertiginoso che ci ha condotti in cinque anni dallo zarismo al regime dei Soviet.

È tempo di affrontare la cosa. Bisogna mostrare una salutare diffidenza verso ogni progresso troppo rapido, verso ogni millanteria, ecc. Bisogna pensare a controllare quei passi in avanti che proclamiamo ogni ora, aspettare un minuto, e poi che ad ogni secondo si rivelano instabili, precari e non compresi. La cosa più nociva sarebbe qui la fretta. La cosa più nociva sarebbe partire dal presupposto che qualcosa sappiamo, o che disponiamo di sufficienti elementi per costruire un apparato di Stato veramente nuovo, il solo che meriti veramente il nome di socialista, di sovietico, ecc.

Questo apparato da noi non esiste, e anche gli elementi che abbiamo sono ridicolmente pochi, e non dobbiamo dimenticare che per costruire questo apparato non bisogna risparmiare il tempo e che occorreranno molti, moltissimi anni.

Di quali elementi noi disponiamo per costruire un tale apparato? Due soltanto. In primo luogo, gli operai impegnati nella lotta per il socialismo. Questi elementi non sono abbastanza istruiti. Essi vorrebbero darci un apparato migliore, ma non sanno come farlo. Non ci riescono. Non hanno ancora acquisito la cultura che è necessaria; ed è la cultura che occorre. L’irruenza, l’impeto, l’audacia o l’energia, o in generale qualità umane anche migliori non servono a nulla. In secondo luogo uomini di scienza, insegnanti ed istruttori, ma sono in un numero ridicolo, in confronto a tutti gli altri paesi.

E qui non bisogna dimenticare che siamo troppo propensi a compensare (o a immaginare di poter compensare) la nostra mancanza di cognizioni con lo zelo, con la fretta, ecc.

Per rinnovare il nostro apparato statale dobbiamo a ogni costo accingerci ad imparare, imparare ed ancora imparare, e poi di controllare che ciò che si è appreso non rimanga lettera morta, o una frase alla moda (come da noi, e non v’è nessuna ragione di nasconderlo, accade molto spesso), affinché questa conoscenza diventi realmente parte di noi, diventi veramente e pienamente elemento costitutivo della nostra vita sociale. In una parola, dobbiamo arrivare non alle condizioni proprie dell’Europa occidentale borghese, ma a quelle adatte e necessarie ad un paese che si propone di divenire un paese socialista.

Conclusione di quanto sopra è questo: noi dobbiamo fare dell’Ispezione Operaia e Contadina una istituzione esemplare, uno strumento per il miglioramento del nostro apparato statale.

[Qui, in alcuni accapo che non trovano spazio in queste pagine, il testo si diffonde in indicazioni su come reclutare i membri della Ispezione, su come dovrebbe lavorare e sui suoi rapporti con gli organismi superiori del Partito]

Come è possibile fondere organismi di partito con organismi sovietici? Non c’è qualcosa di inammissibile in questa proposta?

Pongo questa domanda non a nome mio, ma a nome di coloro a cui ho accennato sopra, quando ho detto che da noi esistono dei burocrati non solo negli organismi sovietici, ma anche in quelli di partito.

E perché mai non fonderli se è negli interessi del nostro lavoro? Non abbiamo visto tutti che questa fusione è stata estremamente utile nel caso del Commissariato del Popolo per gli Affari Esteri, dove è stata praticata sin dall’inizio? L’Ufficio Politico non discute forse da un punto di vista di Partito una quantità di problemi piccoli e grandi circa le “mosse” da noi compiute in risposta alle “mosse” delle potenze estere, allo scopo di prevenirne, diciamo, le astuzie, per non dir di peggio? Questa fusione elastica di un organismo sovietico con un organismo di partito non è forse la sorgente della forza eccezionale della nostra politica? Penso che ciò che si è dimostrato utile, che si è affermato ed è ormai entrato nell’uso comune tanto da non sollevare più alcun dubbio, sarà almeno altrettanto opportuno (anzi credo sarà molto più opportuno) per tutto il nostro apparato statale. Le funzioni dell’Ispezione Operaia e Contadina riguardano tutto il nostro apparato statale, e la sua attività dovrà toccare tutti, senza eccezione, gli organismi statali: locali, centrali, commerciali, puramente amministrativi, educativi, di archivio, teatrali, ecc. – in una parola, tutti, senza alcuna esclusione.

Perché dunque per un organismo con funzioni così ampie, il quale inoltre deve essere straordinariamente duttile nelle forme della sua attività, non ammettere di adottare questa particolare fusione di un organo di controllo del Partito con un organo di controllo sovietico?

Non vi vedo nessuno ostacolo. Credo che tale fusione sia la sola garanzia per la riuscita del nostro lavoro. Penso che tutti i dubbi in proposito spuntino fuori dagli angoli più polverosi dei nostri uffici governativi, e che meritano di esser trattati con nient’altro che con lo scherno.

* * *

Un altro dubbio: è opportuno unire attività di studio con l’esercizio delle proprie funzioni? Mi pare non solo opportuno, ma necessario. In generale, nonostante il nostro atteggiamento rivoluzionario verso i princìpi degli Stati europei occidentali, abbiamo consentito di lasciarci contagiare da tutta una serie dei loro più dannosi e ridicoli pregiudizi; e in parte il contagio ce l’hanno di proposito portato i nostri cari burocrati, i quali hanno intenzionalmente speculato sul fatto che sarebbero riusciti a far buona pesca nelle torbide acque di questi pregiudizi. E vi sono riusciti a tal punto che fra noi solo coloro che sono completamente ciechi non hanno visto come questa pesca era largamente praticata.

In tutti i campi delle relazioni sociali, economiche e politiche noi siamo “terribilmente” rivoluzionari. Ma quando si tratta di rispettare i gradi, di osservare le forme e i riti amministrativi, il nostro “rivoluzionarismo” spesso cede al più stantio tradizionalismo. In più di una occasione siamo stati testimoni di un fenomeno molto interessante, del grandioso balzo in avanti nella vita sociale accompagnato da una stupefacente timidezza ogni volta che sono proposti i più piccoli cambiamenti.

Questo è naturale, perché i più audaci passi in avanti sono stati fatti su un terreno da lungo tempo accampato dallo studio teorico, che era stato anticipato principalmente, e persino quasi esclusivamente, in modo teorico. Il russo, chiuso in casa, trovava consolazione dalla squallida realtà burocratica in costruzioni teoriche estremamente ardite, e questo è il perché nel nostro paese queste costruzioni teoriche estremamente ardite acquistavano un carattere particolarmente unilaterale. L’audacia teorica nelle costruzioni generali si accompagnava ad una sorprendente timidezza per la più insignificante delle riforme nella routine degli uffici. Una grandiosa generale rivoluzione agraria è stata attuata con un’audacia sconosciuta in ogni altro paese, e in pari tempo mancava la fantasia per una riforma nel lavoro degli uffici di infimo ordine; mancava la fantasia, o la pazienza, per applicare a questa riforma le proposizioni generali che producevano risultati così brillanti quando erano applicate a questioni di carattere generale.

Perciò la nostra vita odierna unisce in sé, in misura sorprendente, i tratti dell’audacia più temeraria e della timidezza mentale di fronte ai cambiamenti più insignificanti.

Penso che non sia stato altrimenti in nessuna delle rivoluzioni realmente grandi, in quanto le rivoluzioni realmente grandi nascono dall’antagonismo tra il vecchio, tra la tendenza a rielaborare il vecchio, e la più astratta aspirazione al nuovo, che deve essere talmente nuovo da non contenere in sé nemmeno un briciolo di antico.

E quanto più questa rivoluzione è repentina, tanto più a lungo dureranno tali contraddizioni.

* * *

Il tratto generale della nostra vita odierna è il seguente: noi abbiamo distrutto l’industria capitalistica, ci siamo impegnati a radere al suolo gli istituti medioevali e la proprietà fondiaria, e così creato un piccolo e piccolissimo contadiname, che sta seguendo la direzione del proletariato perché crede nei risultati della sua opera rivoluzionaria. È tuttavia difficile per noi mantenerci fino alla vittoria della rivoluzione socialista nei paesi più progrediti soltanto con l’aiuto di questa fiducia, perché la necessità economica, specialmente durante la Nep, mantiene a un livello estremamente basso la produttività del lavoro dei piccoli e dei piccolissimi contadini. Per di più, anche la situazione internazionale ha respinto la Russia indietro e, in generale, ha ridotto la produttività del lavoro del popolo ad un livello considerevolmente inferiore a quello dell’anteguerra.

Le potenze capitalistiche dell’Europa occidentale, in parte deliberatamente in parte inconsapevolmente, hanno fatto tutto ciò che potevano per respingerci indietro, per utilizzare gli eventi della guerra civile in Russia al fine di rovinare il più possibile il paese. Allora si presentava una situazione simile alla guerra imperialista, cosa che offriva loro considerevoli vantaggi; essi ragionarono più o meno così: “Se non siamo riusciti a rovesciare il regime rivoluzionario in Russia, in ogni modo ne ostacoleremo il progredire verso il socialismo”. E dal loro modo di vedere non potevano ragionare diversamente. Infine sono riusciti nel loro proposito a metà. Hanno fallito nel rovesciare il nuovo regime uscito dalla rivoluzione, ma non gli hanno permesso di fare subito il passo in avanti anticipato nelle previsioni dei socialisti, che avrebbe permesso a questi ultimi di sviluppare con grandissima rapidità le forze produttive, di dispiegare tutte le possibilità che, messe assieme, avrebbero dato il socialismo; i socialisti avrebbero così provato a tutti quanti che il socialismo contiene in sé forze gigantesche e che l’umanità è ora entrata in una nuova fase di sviluppo con straordinarie luminose prospettive.

Il sistema delle relazioni internazionali ha preso oggi una forma che uno degli Stati europei – la Germania – è asservito ai paesi vincitori. Inoltre, parecchi Stati, tra i più vecchi dell’Occidente, avendo vinto la guerra, hanno avuto la possibilità di fare alcune insignificanti concessioni alle loro classi oppresse – concessioni che, pur insignificanti, tuttavia ritardano il movimento rivoluzionario in questi paesi e creano una sembianza di “tregua sociale”.

Nello stesso tempo, a causa della scorsa guerra imperialista, una serie di paesi d’Oriente, India, Cina, ecc. sono stati del tutto scalzati dalle loro tradizioni. Il loro sviluppo si è adeguato definitivamente alle linee generali del capitalismo europeo. È incominciato in essi un fermento simile a quello che si ha in Europa ed è ormai chiaro a tutti che sono trascinati su una via di sviluppo che non può non portare a una crisi del capitalismo mondiale nel suo insieme.

Ci troviamo così, nel momento attuale, davanti alla domanda: saremo noi in grado di resistere con la nostra piccola e piccolissima produzione contadina, nelle nostre condizioni disastrose, fino a che i paesi capitalistici dell’Europa occidentale non avranno compiuto il loro sviluppo verso il socialismo? Ma essi lo stanno compiendo non come ci attendevamo. Essi lo compiono non tramite una “maturazione” uniforme del socialismo, ma attraverso lo sfruttamento di alcuni Stati da parte di altri, attraverso lo sfruttamento del primo Stato vinto nella guerra imperialistica, unito allo sfruttamento di tutto l’Oriente. L’Oriente, d’altra parte, appunto in seguito alla prima guerra imperialistica, è entrato appieno nel movimento rivoluzionario ed è stato trascinato definitivamente nel turbine del generale movimento rivoluzionario mondiale.

Quale tattica prescrive tale situazione per il nostro paese? Evidentemente la seguente. Dobbiamo mostrare estrema cautela per conservare il nostro potere degli operai e per mantenere sotto la sua direzione ed autorità i nostri piccoli e piccolissimi contadini. Abbiamo il vantaggio che il mondo intero sta ora passando a un movimento da cui dovrà scaturire una rivoluzione socialista mondiale. Ma sottostiamo allo svantaggio che gli imperialisti sono riusciti a scindere il mondo in due campi; e che questa divisione si complica per il fatto che la Germania, paese capitalistico effettivamente sviluppato e colto, incontra estreme difficoltà per rimettersi in piedi. Tutte le potenze capitalistiche del cosiddetto Occidente la beccano e non le permettono di rialzarsi. D’altra parte tutto l’Oriente, con le sue centinaia di milioni di lavoratori sfruttati e ridotti all’estremo limite della sopportazione umana, è messo in condizioni tali che le sue forze fisiche e materiali non possono essere messe a confronto con le forze fisiche materiali e militari di uno qualsiasi degli Stati più piccoli dell’Europa occidentale.

Possiamo noi salvarci dall’incombente conflitto con questi Stati imperialistici? Possiamo noi sperare che gli antagonismi e i conflitti interni fra i floridi Stati imperialistici dell’Occidente e i floridi Stati imperialistici dell’Oriente ci diano un secondo periodo di tregua come ce l’hanno dato la prima volta, allorché la campagna della controrivoluzione dell’Europa occidentale in appoggio alla controrivoluzione russa fallì a causa degli antagonismi nel campo dei controrivoluzionari d’Occidente e d’Oriente, nel campo degli sfruttatori orientali e occidentali, nel campo del Giappone e dell’America?

A questa domanda penso dobbiamo rispondere che la soluzione dipende da troppi fattori, e che l’esito generale della lotta può essere previsto solo considerando che a lunga scadenza il capitalismo stesso sta educando ed addestrando alla lotta l’enorme maggioranza della popolazione del globo.

In ultima analisi, l’esito della lotta sarà determinato dal fatto che la Russia, l’India, la Cina, ecc. assommano l’enorme maggioranza della popolazione del globo. E negli ultimi anni è questa maggioranza che è entrata in lotta per la propria liberazione con una rapidità straordinaria, sicché in questo senso non può sorgere ombra di dubbio su quale sarà il risultato finale della lotta mondiale. In questo senso, la vittoria completa del socialismo è senza dubbio pienamente assicurata.

Ma quel che ci interessa non è l’inevitabilità di questa completa vittoria del socialismo, ma la tattica alla quale noi, Partito Comunista Russo, noi, potere sovietico della Russia, dobbiamo attenerci per impedire agli Stati controrivoluzionari dell’Europa occidentale di schiacciarci. Per assicurare la nostra esistenza sino al prossimo conflitto militare tra il controrivoluzionario Occidente imperialistico e l’Oriente rivoluzionario e nazionalista, tra i paesi più civilizzati del mondo e gli Stati arretrati d’Oriente che, però, costituiscono la maggioranza, questa maggioranza deve diventare civile. Anche noi manchiamo di un grado sufficiente di civiltà per poter passare direttamente al socialismo, benché ne abbiamo le premesse politiche. Noi dovremmo attenerci a questa tattica, ovvero attuare la politica seguente, per salvarci.

Ci dobbiamo sforzare di costruire uno Stato nel quale gli operai mantengano la direzione dei contadini, nel quale godano della fiducia dei contadini, e con le più grandi economie eliminino ogni traccia di sperpero dai nostri rapporti sociali.

Dobbiamo ridurre il nostro apparato statale al massimo grado di economie. Dobbiamo eliminare ogni traccia di sperpero, del quale la Russia zarista ci ha lasciato in eredità in così larga misura, nel suo apparato statale burocratico capitalistico.

Non sarà questo il regno della grettezza contadina?

No. Se la classe operaia manterrà il suo controllo sul contadiname, avremo la possibilità, gestendo con la massima parsimonia la vita economica del nostro Stato, di destinare ogni più piccolo risparmio allo sviluppo della nostra grande industria meccanica, allo sviluppo dell’elettrificazione, dell’estrazione idraulica della torba, a completare la centrale elettrica del Volkhov, ecc.

In questo, e solo in questo, è la nostra speranza. Solo quando avremo fatto questo saremo, per dirla con una metafora, in grado di cambiare cavallo, dalla povera rozza contadina del mugik, dal ronzino dell’economia propria di un paese contadino rovinato, al cavallo che il proletariato cerca e deve cercare – il cavallo della grande industria meccanica, dell’elettrificazione, della centrale elettrica del Volkhov, ecc.

Ecco come nella mia mente lego il piano generale del nostro lavoro, della nostra politica, della nostra tattica, della nostra strategia con i compiti dell’Ispezione Operaia e Contadina riorganizzata. Ecco che cosa, secondo me, giustifica le cure eccezionali, l’attenzione eccezionale che noi dobbiamo dedicare all’Ispezione Operaia e Contadina, ponendola su un piano eccezionalmente elevato, dandole dei dirigenti che abbiano gli stessi diritti del Comitato Centrale, ecc., ecc.

Tale giustificazione consiste nel fatto che soltanto epurando completamente il nostro apparato di governo, riducendo al massimo tutto ciò che non vi è di assolutamente necessario, saremo veramente in grado di resistere. Inoltre, saremo in grado di resistere non già restando al livello di un paese a piccola economia contadina, al livello di una ristrettezza generale, ma a un livello che sicuramente procede verso la grande industria meccanica.

Ecco quali sono gli altri compiti che immagino per la nostra Ispezione Operaia e Contadina. Ecco perché sto prevedendo la fusione del più autorevole organismo del Partito con un “semplice” Commissariato del Popolo.

LENIN