Primo Maggio 2018
Contro le guerre del Capitale
Organizzazione e lotta di classe
Fino alla Rivoluzione e al Comunismo
Nonostante lo sviluppo di gigantesche capacità tecniche e la enorme quantità di mezzi e di macchinari che permettono una forsennata produzione di merci, l’infame società del capitale immiserisce la gran parte dell’umanità e costringe il proletariato di tutti i paesi ad una vita sempre più insicura.
Il perpetuarsi e l’aggravarsi della crisi capitalistica mondiale ha demolito l’illusione di progresso per il proletariato e l’inganno riformista di un pacifico e graduale passaggio ad una società meno disumana.
Il Capitale ne approfitta per attaccare le condizioni di esistenza dei lavoratori, che si vedono schiacciati nel loro ruolo sociale di proletari senza riserve e senza alcuna certezza nel futuro. In tutti i paesi, di vecchio o recente capitalismo, gli Stati, con la complicità di organizzazioni sindacali asservite al regime dei padroni, impongono la sottomissione degli operai agli interessi nazionali, cioè dei borghesi.
Mentre aumenta la disoccupazione, politiche di austerità colpiscono il proletariato, diminuendo i salari ed imponendo ogni forma di lavoro precario e sottopagato.
I borghesi sperano che la classe operaia, senza direzione e disorganizzata, priva del suo vero partito e dei suoi combattivi sindacati, non reagisca e si abbandoni alla più feroce concorrenza al suo interno.
* * *
La seconda guerra mondiale, che con le sue massicce distruzioni ha immolato sull’altare della patria borghese decine di milioni di proletari, e una serie continua di atroci conflitti “regionali”, Corea, Algeria, Vietnam, Medio Oriente… hanno permesso al capitalismo mondiale un ciclo di accumulazione quasi senza crisi fino al 1975, quando il capitalismo è entrato in una nuova crisi di sovrapproduzione che da allora si aggrava in cicli periodici di 7-10 anni.
La “globalizzazione”, vale a dire il dirompere del capitalismo in nuove grandi nazioni, in particolare in Asia e soprattutto in Cina, ha contribuito a rimandare la crisi generale per almeno 30 anni, ma allo stesso tempo ne ha aumentato il potenziale, travolgendo stavolta tutti i grandi paesi del mondo, nei quali tutti domina il modo di produzione capitalistico e governa la borghesia.
Oggi ogni angolo del mondo rigurgita di troppe merci che non riescono ad essere vendute. Questa generale crisi di sovrapproduzione nel capitalismo è la prima causa di nuove guerre. Il loro scopo è solo distruggere, distruggere merci, distruggere forza lavoro, rendendo possibile, dopo un decennio di massacri, un nuovo ciclo di infernale accumulazione capitalistica e di feroce sottomissione della classe operaia. La guerra è quindi l’unica soluzione borghese alla crisi mortale, economica e sociale, del modo di produzione capitalistico.
Perché le guerre servono anche a distogliere il proletariato dal suo obiettivo storico, il superamento rivoluzionario della società del capitale, allontanando nell’ubriacatura militarista e nazionalista il pericolo della rivolta sociale.
Oggi lo scontro fra le potenze seguito al crollo del capitalismo di Stato in Russia e all’ingigantirsi del capitalismo cinese si fa sempre più dirompente. Le zone di crisi e d’urto tra le diverse concentrazioni di capitali si moltiplicano facendo prevedere come non sia ormai molto lontano lo scoppio di un terzo conflitto imperialistico mondiale.
La guerra in Siria sta entrando nel suo ottavo anno e non accenna a finire, alimentata da entrambi i fronti imperialisti. Con l’ipocrita pretesto di combattere il terrorismo tutti gli Stati che hanno interessi economici e militari in quella regione, dannata dalle sue ricchezze e dalla sua importanza strategica, vi si gettano come avvoltoi e poco importa se questo scontro sta provocando centinaia di migliaia di vittime, milioni di fuggiaschi, immani distruzioni. Da una parte Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Israele e Arabia Saudita, dall’altra Russia, Iran e poi Turchia. Anche la Cina ha colto l’occasione per mostrare i muscoli.
Tutti gli Stati a parole si dichiarano difensori della pace, dei “diritti umani” e del progresso civile, ma la spesa militare mondiale sta aumentando di anno in anno e sfiora l’astronomica cifra di 1.800 miliardi di dollari: un’immensa quantità di lavoro impiegata a costruire strumenti di distruzione e di morte. Tutti gli Stati stanno preparando la guerra, dalla quale tutti contano di uscire vincitori: vincitori sulla classe operaia e sulla rivoluzione comunista.
Già, per il progredire della crisi del capitale, si infrange lo storico mito del libero commercio e si alzano nuovi muri.
Ogni Stato, per dividere la classe operaia e spingerla verso il militarismo, diffonde i veleni del nazionalismo, del patriottismo, del razzismo, delle guerre di religione. Ma il proletariato respingerà questa infamia: i proletari non hanno patria e non hanno nulla da difendere nella società borghese né da attendersi dallo Stato dei padroni. Non è loro la fabbrica, il cantiere o la terra su cui lavorano, e loro nemica è tutta la struttura amministrativa, burocratica, giudiziaria, militare dello Stato, che è al servizio esclusivo della classe borghese.
Il modo di produzione capitalistico, ormai irrimediabilmente reazionario e condannato, non ha più motivo di esistere, vive solo per inerzia e per la temporanea passività della classe operaia mondiale, la sola che può e deve combattere questa ripugnante “civiltà”, che troverà fine solo con la sua rivoluzione politica di classe.
Il capitalismo ha adempiuto al suo ruolo storico, socializzare le forze produttive, cioè sviluppare la base economica del comunismo. Rimane oggi solo un compito da assolvere, difficile ma necessario: rovesciare con la forza la borghesia e il suo Stato, espropriarla e passare a una gestione comunista della produzione e della distribuzione, abolendo i rapporti di produzione capitalistici, il lavoro salariato e la produzione di merci.
Per fare ciò è necessario che il proletariato si presenti ben schierato sulla scena dello scontro sociale. Le sue organizzazioni di battaglia economica sono i sindacati, veri sindacati di classe, per difendere con la forza del numero e con l’arma dello sciopero le proprie condizioni di vita e di lavoro. Ma questo movimento deve essere diretto, sul più elevato piano politico, dal partito coscienza storica della rivoluzione comunista: il partito comunista internazionale!
Anche in Nicaragua il sangue proletario fa cader la maschera del “Socialismo del 21° secolo”
Non è che il governo nicaraguense sia diventato borghese e sanguinario oggi, all’improvviso. Il sandinista Fronte di liberazione nazionale (FSLN) era già borghese fin dalle sue origini quando, movimento di guerriglia, appoggiandosi sulle masse oppresse, rovesciò il governo di Anastasio Somoza.
Il suo governo ha poi gestito gli interessi della borghesia, garantendo il controllo sociale con la propaganda, il politicantismo e la violenza.
Con l’imporsi di Chavez in Venezuela, che sventolava la bandiera del “socialismo del XXI secolo”, e l’emergere di una serie di governi ugualmente caratterizzati in Bolivia, Ecuador, Brasile, Argentina, El Salvador e Honduras, il borghese governo del Nicaragua non ha esitato ad allinearsi nello spandere quel populismo e quella demagogia che hanno permesso il sicuro perpetuarsi dello sfruttamento capitalista e l’accrescersi dei profitti delle imprese.
Il numero di lavoratori iscritti all’Istituto Nicaraguense di Previdenza Sociale (INSS) nel marzo 2018 è sceso dell’1,5% rispetto allo stesso mese del 2017: 896.869 contro 910.621. A marzo lo stipendio medio mensile nominale era di 10.737,8 córdobas, circa 342 dollari. Tra aprile 2017 e aprile 2018 il tasso di inflazione è stato del 4,75%. Però in Nicaragua l’occupazione illegale, con bassi salari e nessuna sicurezza sociale, continua ad essere superiore al 70%. Della popolazione totale di 6.279.712 il 50% è considerato economicamente attivo, ma conteggiando anche i disoccupati e chi ha lavorato anche una sola ora.
L’agricoltura è una delle attività principali del Paese rappresentando il 60% delle esportazioni, e con forte occupazione, ma vi sono anche alcuni centri industriali e per l’estrazione di minerali preziosi.
Il governo di Managua ha inoltre adempiuto ai suoi impegni con il FMI, siglati nel 2005, quando ne ebbe condonato il debito, purché rispettasse un piano di aggiustamento per l’economia, tanto che nel 2012 il debito del Nicaragua verso il FMI si è ridotto a zero. Nel 2006 il Paese ha anche firmato l’Accordo di Libero Scambio (FTA) tra la Repubblica Dominicana e gli altri Stati dell’America centrale e gli Stati Uniti.
In intesa con aziende cinesi il governo del Nicaragua nel 2014 ha presentato il progetto del “Grande Canale Interoceanico”: un tracciato di 278 chilometri, dalla foce del fiume Punta Gorda sulla costa caraibica alla foce del fiume Brito sulla costa del Pacifico, sul quale dovrebbero lavorare di 50.000 operai. Questo progetto apre un nuovo spazio di scontro commerciale e geopolitico tra gli Stati Uniti e la Cina.
Insomma, in Nicaragua ai capitalisti va bene, sebbene con qualche contrasto con il FMI riguardo le politiche da attuare circa le pensioni e la sicurezza sociale, e con il governo degli Stati Uniti principalmente a causa della penetrazione del capitale cinese.
Così per molti anni il Nicaragua non è arrivato sulle prime pagine dei giornali internazionali: benché i media dicano solo ciò che la borghesia vuol far sapere, e con versioni distorte della realtà, la verità è che è passato molto tempo senza che si sentisse nulla di conflitti sindacali, della situazione sociale e dell’azione repressiva del governo. Ma, come in un vulcano, la pressione sotterranea si accumula fino a quando la lava della lotta sociale esplode spinta dalle contraddizioni fra capitale e lavoro.
Il governo aveva preannunciato una serie di leggi volte a garantire la sostenibilità finanziaria dell’INSS, riforme che intendeva concordare con la rappresentanza degli imprenditori, il Consiglio Superiore dell’Impresa privata (COSEP). Però, senza aver raggiunto un accordo con il COSEP, ha approvato un decreto che aumentava i contributi che le aziende e i lavoratori versano al sistema pensionistico nazionale. Il COSEP ha respinto il decreto perché avrebbe aumentato il costo del lavoro lanciando grida sulla diminuzione della competitività e capacità di occupazione delle aziende. Ovviamente si è opposto al decreto non in difesa dei lavoratori, delle pensioni e della sicurezza sociale, ma per la minaccia ai profitti delle imprese.
Il governo ha allora ammesso che l’INSS non avrebbe avuto i fondi per pagare le pensioni già prima della fine dell’anno. Per questo il provvedimento prevedeva che i lavoratori assicurati avrebbero versato di più (dal 6,25 al 7%), i datori di lavoro dal 19 al 22,5%, mentre ai pensionati sarebbe stata ridotta la pensione del 5% e lo Stato avrebbe contribuito, seppure con un minimo.
Ma lo scorso aprile un’esplosione spontanea di rabbia e di protesta ha sorpreso sia il governo sia i vari movimenti e gruppi politici. La reazione dei lavoratori è stata immediata. Solo la Unione Nazionale degli Impiegati ha appoggiato la riforma e si sono viste alcune piccole concentrazioni di lavoratori del settore pubblico che hanno espresso il loro sostegno al governo, contro la “violenza destabilizzatrice delle destre”.
Il governo borghese, guidato da Daniel Ortega e da Rosario Murillo, ha ordinato allora un massacro in tutto il paese, sangue proletario è tornato a scorrere sui lastricati a Managua, dove si sono contati almeno 27 morti, poi nelle città di Masaya, Leon, Esteli, Matagalpa e Bluefields, con oltre 50 morti e più di 400 feriti.
La sproporzionata risposta militare e di polizia contro i manifestanti è arrivata dopo oltre un decennio di stretto controllo politico e repressivo sui lavoratori, di un’intensa azione di soppressione delle loro organizzazioni di lotta economica difensiva, di estendersi della corruzione e capitolazione dei sindacati esistenti. Ecco perché la reazione delle masse alla riforma del regime previdenziale ha dovuto necessariamente avvenire in questo modo, spontaneo e anarchico, poiché non esistono forme organizzate di classe e di base che possano incanalare e dirigere le lotte.
Naturalmente la versione ufficiale, come quella di tutti i governi “operai” e “progressisti” dell’America Latina, in linea con il “socialismo del XXI secolo”, ha proclamato che è per difendere i lavoratori che questa riforma è stata imposta ai datori di lavoro, e per “non piegarsi al FMI”. In questa propaganda i sandinisti sono accompagnati dall’opportunismo internazionale che ripete che Ortega ha “affrontato il FMI” e la “destra imperialista”, impegnata a destabilizzare il suo governo, e che difende la classe operaia.
Quindi il governo credeva che a controllare la reazione delle masse sarebbero stati sufficienti, come in passato, i suoi Collettivi o le sue squadre di picchiatori: non è stato così. Sebbene anche gli studenti universitari abbiano manifestato pubblicamente nel loro stile piccolo-borghese, ad essi si sono uniti vasti strati di lavoratori che si mobilitavano nei quartieri. Si sono alzate barricate e ci sono stati scontri di strada. Il governo ha spento il wi-fi gratuito che dal 2014 aveva installato in tutti i luoghi pubblici, visto che era utilizzato per coordinare le azioni di protesta.
La situazione ha raggiunto dimensioni tali che il governo ha deciso di richiamare al dialogo e di rivedere la riforma dell’INSS con la comunità imprenditoriale.
Nel frattempo il COSEP aveva indetto una manifestazione per il 23 aprile a Managua; la popolazione della capitale si è unita al corteo degli industriali e la folla ha straripato. Successivamente si è cercato di allargare le trattative anche agli studenti e alla Chiesa. Il 28 aprile è stata la Chiesa ad indire un “Pellegrinaggio per la pace”, che ha avuto di nuovo una massiccia partecipazione. Il governo da parte sua ha organizzato una manifestazione in occasione del 1° Maggio, conclusa con un discorso del Presidente Ortega.
I movimenti di opposizione hanno visto in questa occasione la possibilità di aumentare le loro deboli forze. Sanno che se la borghesia decidesse che il governo FSLN non le garantisce più la capacità di sfruttare i lavoratori in un clima di pace sociale, come negli ultimi anni, ha la possibilità di scegliere fra gli oppositori, che possono ugualmente garantire i loro interessi.
Se il COSEP rigetta la riforma dell’INSS, perché colpisce gli interessi padronali, gli imprenditori hanno però beneficiato dal governo di una riduzione di molte tasse e hanno avuto facilitato lo sfruttamento dei lavoratori. Inoltre il COSEP, così come oggi gli imprenditori in tutto il mondo, premono per un aumento dell’età pensionabile a 70 anni e per l’aumento dei contributi a carico dei lavoratori.
Lo sbocco borghese che hanno preso le trattative è chiaro nei punti all’ordine del giorno: a) indagini sugli omicidi durante le manifestazioni; b) riforma del sistema elettorale per garantire elezioni “libere e trasparenti”; c) riforme istituzionali che garantiscano lo “Stato di diritto” ed eliminazione della corruzione; d) risoluzione della crisi dell’INSS.
Entrambe i fronti politici borghesi, governo ed opposizione, agiranno per impedire alle masse dei salariati di unirsi e organizzarsi alla base per i loro scopi, come la richiesta di un aumento di stipendio, una riduzione dell’orario di lavoro e una riduzione dell’età pensionabile.
Il presidente Daniel Ortega il 22 aprile ha infine annunciato l’abrogazione della riforma. Ma blocchi stradali, barricate e scontri tra i manifestanti e la polizia sono proseguiti nel mese di maggio. Parte dei blocchi sono stati attuati dal “movimento contadino anti-canale”, contro l’esproprio delle terre. Sono cominciati anche dei saccheggi nei negozi. Pertanto l’elenco dei morti, feriti ed arrestati ha continuato ad allungarsi. Il 13 maggio una carovana di veicoli, con grande partecipazione, è partita da Managua per Masaya, in solidarietà di quella città dove gli scontri di sabato 12 avevano lasciato almeno 1 morto e circa 150 feriti.
Il 12 maggio, l’Esercito in una dichiarazione si è appellato alla “non violenza” e alla ripresa del “dialogo”. Il 14 maggio, il governo ha annunciato di aver autorizzato la Commissione Interamericana per i Diritti Umani a venire ad osservare la situazione nel paese, dopo la morte di almeno 54 manifestanti !
È certo che si deve alla coraggiosa rivolta delle classi inferiori il successo nel far abrogare la riforma, almeno per il momento. Però, in tutto questo scontro, sebbene violento e generale, non è emersa ancora la partecipazione indipendente della classe operaia, né si sono udite le sue esclusive rivendicazioni, né si sono imposte le sue forme di lotta, prima di tutte lo sciopero.
L’opposizione sta ora spingendo per le dimissioni di Ortega o per l’indizione di elezioni. Sia che dopo questa crisi rimanga in carica il governo dell’FSLN, sia che ne prendano il controllo gli oppositori, i lavoratori nicaraguensi non hanno nulla da aspettarsi da entrambi. Come nel resto del mondo, devono percorrere la strada dell’unità e dell’organizzazione alla base, per riprendere la lotta rivendicativa e di classe, fuori dalle unioni sindacali del regime e dagli appelli alle soluzioni elettorali e alla difesa della patria e dell’economia nazionale, proclamata da tutti gli opportunisti.
Regno Unito: Il Primo Maggio dei lavoratori dei Fast Food
Non è la prima volta che i lavoratori dei Fast Food provano ad organizzarsi, senza poi riuscire a dargli continuità. Attualmente è in corso una nuova campagna di propaganda per l’organizzazione, per il suo riconoscimento e per un generalizzato aumento salariale a £.10 l’ora, il che significa la fine delle retribuzioni ridotte per i giovani e la garanzia delle ore di lavoro. I negozi McDonald sono quelli più interessati dalla propaganda e da dimostrazioni: informazioni se ne possono trovare in internet sotto #McStrike e @FastfoodRights.
Nel Regno Unito dimostrazioni si sono svolte a Manchester, Cambridge e Londra, per finire con una manifestazione a Watford, a seguito del corteo del Primo Maggio.
La mobilitazione è iniziata il primo maggio già poco dopo la mezzanotte a Manchester, quando il primo dipendente del McDonald di Oxford Street ha finito il turno accolto dai compagni del picchetto. I picchetti sono continuati l’indomani. La mattina c’è stata una dimostrazione davanti un McDonald a Cambridge, con alcuni lavoratori che hanno abbandonato il lavoro per chiedere salari più alti e il diritto di organizzarsi. Anche a Crayford, nel Bexley, a sud-est di Londra, si è tornati a dimostrare in appoggio a quei lavoratori che scioperavano per la seconda volta. I manifestanti si sono poi concentrati a Watford, dove abita il padrone di McDonald.
Tutto questo ricorda le simili mobilitazioni negli Stati Uniti, che chiedono una paga minima di $ 15 l’ora.
Al momento gli attivisti sono iscritti ad un piccolo sindacato, il Bakers, Food and Allied Workers. La sua affiliazione al Trades Union Congress fornisce una qualche forma di copertura ufficiale al movimento, ma al contempo ne mantiene un certo controllo: sebbene ve ne sia l’emblema sugli striscioni innalzati dai militanti, non vi è alcun segno che le risorse confederali siano messe a disposizione del sindacato. E nemmeno il fatto che questo sia controllato dai trotskisti sembra fare molta differenza. Gli attivisti sono coscienti che il loro è un movimento mosso dalla base, ed è probabile che rimarrà tale. Che politicanti e parlamentari stiano oggi esprimendo il loro appoggio era prevedibile, ma resta da vedere fino a che punto continueranno quando la lotta si farà dura.
La rete è un strumento per comunicare ed organizzarsi, e consente di mantenere la mobilitazione sotto il controllo dei lavoratori, almeno per il momento.
Queste mobilitazioni dei lavoratori dei Fast Food sono state un bell’esempio del vero spirito del Primo Maggio, di ciò che dovrebbe essere, al contrario delle rituali manifestazioni ufficiali del Partito Laburista, che chiedono solo di abbellire le pessime politiche di austerità e le altre miserie di una società in bancarotta.
Basta con i Conservatori, o basta con il capitalismo ?
Dopo il primo maggio ci sono state manifestazioni il 7 maggio a Liverpool e il 12 a Londra indette da varie sinistre sindacali. Il 12 hanno chiamato i lavoratori a sfilare a Londra contro il governo conservatore per affermare che non tollereranno ulteriori tagli ai salari o il peggioramento generale e progressivo delle loro condizioni di vita.
Nei 10 anni successivi al crollo economico del 2008, la classe operaia ha visto di molto diminuire il potere d’acquisto dei salari, con i prezzi sempre in aumento e le paghe nominali ferme, quando non diminuite. Intanto la ricchezza accumulata all’altro estremo della società ha raggiunto dimensioni mostruose tanto che, come riconoscono gli stessi borghesi, la distanza fra le classi ha raggiunto il massimo da quando se ne raccolgono le statistiche.
Ed ora cosa aspettarci ?
Quel che è certo è che un cambiamento di governo non porterà alcun vantaggio alla classe operaia. Una volta al potere, il Partito Laburista, nonostante affermi di difendere gli interessi dei lavoratori, abbandonerà presto tutte le sue promesse in nome del superiore interesse nazionale, che è solo l’interesse del capitalismo e della guerra dei capitalisti britannici contro quelli delle altre nazioni. Il Partito Laburista, una volta al potere, in quanto partito saldamente in mano alla borghesia, dovrà inevitabilmente affrontare il declino del saggio di profitto aumentando lo sfruttamento: aumenterà l’intensità e la durata della giornata lavorativa, renderà più facile assumere e licenziare attraverso l’impiego di precari e delle agenzie del lavoro.
Questo aumenterà la divisione fra stabili e precari, fra i quali la solidarietà sarebbe una necessità urgente, e che evidentemente non interessa affatto ai sindacati.
I lavoratori, che già hanno visto questo accadere più e più volte, per far cessare questo incubo da eterno “giorno della marmotta”, dovranno ricostruire il loro movimento, reale e forte, risolutamente basato sulle richieste di classe. Ciò significa lasciarsi alle spalle l’illusione che la borghese classe nemica, o i falsi amici come il Partito Laburista e la sua falsa faccia radicale, possano garantir loro una vita migliore.
I lavoratori dovranno dedicarsi a costruire la loro unità d’azione, ricostruendo su base territoriale la loro organizzazione nella sfera sindacale, puntando su azioni intersettoriali, che non ripongano alcuna fiducia nei partiti e nelle istituzioni della classe nemica.
Lotta dura ma necessaria
La classe proletaria ha la capacità di vincere le sue difficili battaglie. Nella quotidiana resistenza contro un sistema basato sullo sfruttamento crescente del lavoro, rivendichi: – Un salario minimo per tutti i lavoratori legato al costo della vita; – Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – Un salario per i lavoratori disoccupati – Un aumento generale delle pensioni.
Con l’unità di tutta la classe operaia e la guida del proprio partito, il proletariato – che comprende coloro che vendono il proprio lavoro e i lavoratori disoccupati – sarà in grado di sconfiggere il capitalismo e liberare sé stesso e l’umanità dal giogo del lavoro salariato.
Verrà allora a cessare la farsa infinita delle riforme e della “pianificazione” capitalista, ormai palesemente impotenti a risolvere gli enormi problemi della guerra, dell’ambiente, dell’aumento della popolazione mondiale e, nei confronti di chi lavora, dei problemi della disoccupazione, del salario e dell’insicurezza perpetua.
Lavoratori del mondo, unitevi! Non avete da perdere che le vostre catene!