Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista 392

Due importanti scioperi nel Regno Unito

 
Ristorazione e consegne

«Succedeva che se in un posto ti trattavano come uno schiavo si andava da un’altra parte. Siamo ora arrivati al punto che non c’è più nessun posto dove andare. Siamo ad un punto di svolta. Riceviamo il salario minimo, con contratti a zero ore garantite. Gli straordinari non esistono più e adesso stanno iniziando ad appropriarsi anche delle mance. Non possiamo davvero più tollerare questa condizione».

Con queste parole un giovane lavoratore inglese del settore della ristorazione descrive la condizione sua e di molti altri sfruttati alla vigilia di un’importante ed inedita azione diretta. Il 6 ottobre i lavoratori dei fast-food appartenenti alle catene McDonald’s, TGI Fridays e Wetherspoons hanno dato vita ad uno sciopero coordinato a conclusione, o forse a nuovo inizio, delle lotte particolari di cui si erano avuti diversi episodi l’anno scorso.

I casi di molestie sessuali presso i McDonald’s o le discussioni sulle mance alla TGI Fridays sono stati solo i soprusi che hanno innescato la protesta: farla finita con paghe misere e contratti a zero ore, nonché alla disparità di retribuzione che colpisce i giovani sotto i 25 anni. Da iniziative di sciopero isolate e sparse nel tempo si è fatta strada la consapevolezza che è necessaria un’azione coordinata di lotta.

Per lo più giovani senza sostegno familiare, senza alcuna prospettiva di avanzamento, schiacciati da un mercato della forza lavoro che preme solo al ribasso, questi lavoratori hanno formato o aderito a dei Grassroots Trade Unions, sindacati di base, impermeabili a burocrati e a politiche collaborazioniste di ogni sorta, e che sono per la maggior parte dirette dai lavoratori stessi per la difesa dei loro interessi immediati, inconciliabili con quelli dei loro padroni. Inizia anche a serpeggiare la consapevolezza che la loro situazione potrà difficilmente migliorare rimanendo tali gli attuali rapporti di produzione.

Lo sciopero è stato promosso principalmente dal sindacato Bakers, Food and Allied Workers Union ma anche GMB Union ed il più grande Unite the Union hanno chiamato all’azione gli iscritti.

Evidentemente però il malessere non sta solo nella ristorazione: quando lo sciopero era già deciso, i lavoratori della “gig economy”, gli addetti alla consegna dei pasti a domicilio, hanno presto deciso di partecipare anch’essi. Accomunati da una condizione assai simile, con paghe bassissime e ore di lavoro non garantite, hanno visto nell’unità dei lavoratori l’unica possibilità di riscatto.

Questo segmento di lavoratori vive una condizione al limite della sopravvivenza, negati anche i diritti elementari. Anche se nella maggior parte dei casi si tratta di veri e propri impieghi a tempo pieno, nonché unica fonte di sostentamento, questi fattorini si sentono dire che sono gli “imprenditori di se stessi”, che lavorano “quando e come vogliono”, che sono “padroni del proprio tempo”. La realtà invece è che non hanno altra scelta che subire uno sfruttamento selvaggio con la perenne incertezza di non poter stare al passo con affitto e bollette, lavorando senza ferie, cassa malattie né compenso in caso di condizioni atmosferiche avverse.

Ben 9 le città nel Regno Unito hanno visto la mobilitazione congiunta di lavoratori di UberEats e Deliveroo, con una manifestazione molto partecipata nel centro città di Cardiff. Questi lavoratori sono organizzati quasi interamente da altri due importanti sindacati di base, IWGB e IWW in un’unica rete (Couriers Network).

Parlare della costituzione di un fronte unico sindacale sembra di certo alquanto prematuro in questa fase, ma sorprende la facilità e rapidità con cui questi sindacati giungano ad un totale accordo sull’unità d’azione, in modo da infliggere il massimo danno possibile all’avversario per mezzo dello sciopero. In un settore molto precario in cui è sempre stato difficile organizzare la forza lavoro per via della sua frammentazione, ben 5 sindacati sono riusciti a congiungere i propri sforzi in un tempo relativamente breve.

 
Nelle pulizie a Londra

Ma questo non è stato l’unico episodio di lotta coraggiosa che ha attraversato il Regno negli ultimi mesi. Merita attenzione la genuina esperienza organizzativa dei lavoratori delle pulizie londinesi tramite il sindacato United Voices of the World (UVW). Per la quasi totalità proletari immigrati, questi lavoratori sgobbano presso i più smaglianti uffici della città per percepire la miseria del salario minimo nazionale di 7,83 sterline l’ora. Se questo, forse, può bastare ad una misera vita fuori di Londra, nella capitale finanziaria basta per pagare il fitto e poco più, tanto che il salario minimo per Londra, il “London living wage”, è fissato in 10,20 sterline.

Con il 100% dei voti per lo sciopero, i lavoratori delle pulizie presso il Ministero della Giustizia e il Quartiere di Kensington e Chelsea (RBKC) hanno deciso di incrociare le braccia per tre giorni dal 6 al 8 agosto. Le principali richieste sono un innalzamento della retribuzione a 10.20 sterline l’ora per tutti, più la fine della disparità di trattamento e di diritti tra lavoratori interni ed esternalizzati. L’azione è sembrata sin dall’inizio decisamente energica e chiassosa: oltre ai picchetti i cleaners sono entrati in entrambi gli edifici interrompendo il regolare svolgimento delle attività. Ad una iniziale accettazione di dialogo espressa da un portavoce del RBKC è seguito un rifiuto di ascoltare le richieste dei lavoratori.

Ma la miccia era ormai accesa. Lavoratori delle pulizie presso altri edifici della città, tra cui gli ospedali privati di lusso e cliniche specialistiche (London’s Luxury Private Hospitals) hanno aderito all’UVW in massa e subito organizzato una votazione per decidere se scioperare o meno. Alla notizia di prossime possibili azioni di sciopero, l’azienda che impiega questi lavoratori ha offerto loro un aumento della paga da 7,83 a 9,18 sterline, ovvero il 17% di incremento. Una mossa che avrebbe potuto far sì che la lotta ripiegasse e si appiattisse su una conquista parziale. Ma che non ha invece sortito gli effetti sperati, visto che i lavoratori sono andati avanti per la loro strada e con un altro importante plebiscito hanno deciso di continuare a scioperare fino all’ottenimento di tutte le loro richieste. Pochissimi giorni dopo arriva la notizia: il Quartiere di Kensington riconosce a partire da dicembre 2018, e con effetto retroattivo da ottobre, un aumento del salario a 10,20 sterline l´ora. Per di più il contratto precario sarà rivisto con la soppressione della possibilità di risoluzione anticipata da parte della ditta appaltatrice.

Ma già prima di questa vittoria, e nei giorni seguenti, anche altri segmenti della forza lavoro impiegata presso il Ministero della Giustizia hanno aderito all’UVW. Le guardie di sicurezza e gli addetti all’accoglienza, entrambi con paga inferiore al “London Living Wage”, hanno deciso di battersi al fianco degli addetti alle pulizie e proseguire con nuovi scioperi nei prossimi mesi. Anche presso gli ospedali privati la battaglia continuerà.

Sulla pagina Facebook del sindacato UVW leggiamo un messaggio chiaro: «la vostra lotta è la nostra lotta e abbiamo bisogno della massima unità e solidarietà tra noi per crescere in forza». È proprio il caso di dire che il maggior risultato della lotta è il miglioramento dell’organizzazione e la sua estensione.

Allo stesso tempo il maggior partito che con molto coraggio riesce ancora a dirsi riformista, il Labour Party, ha spedito i propri parlamentari e i suoi candidati a ministri a farsi riprendere davanti a qualche picchetto mostrando d’essere a favore degli scioperanti e di una legislazione che assicuri un salario minimo nazionale di 10 sterline. Non abbiamo dubbi che si tratti dell’ennesimo inganno: come ovunque le sinistre borghesi inizialmente sbandierano davanti alla classe operaia rivendicazioni radicali per bassi scopi di raggiro ed elettorali, per poi ripiegare su politiche perfettamente funzionali alla conservazione dello sfruttamento. In questo momento il Labour Party e i sindacati di regime ostentano un falso appoggio ma restano sempre la maggiore forza contraria e per la pacificazione del movimento. Sono in attesa della prima occasione per imbrigliarlo ed incanalarlo nell’alveo della collaborazione, del sacrificio e della sottomissione all’interesse nazionale, che si pretende, in mala fede, comune. Anche la classe lavoratrice inglese ha dunque un compito: non prestare ascolto a chi vuole darle in pasto delle briciole per impedire che continui sulla sua strada di lotta coraggiosa.

Australia: Lotta dura contro la Alcoa

1.400 lavoratori di Alcoa in due miniere di bauxite e tre raffinerie di alluminio nell’Australia occidentale si ripromettono di continuare uno sciopero a tempo indeterminato contro la società. Alle raffinerie di Kwinana, Pinjarra e Wagerup, alle miniere di Huntley e Willowdale e al porto di Bunbury i lavoratori hanno scioperato all’inizio dello scorso agosto, dopo 20 mesi di estenuanti trattative per un accordo di contrattazione aziendale, con la società che non si è mossa dalle sue posizioni.

Alcoa è una società statunitense che anche in Australia dispone di miniere di bauxite e di impianti di raffinazione. Queste tre raffinerie producono 8,8 milioni di tonnellate di alluminio all’anno ed hanno sicuramente una importanza rilevante nel settore.

Alcoa afferma di agire con integrità, operare correttamente e prendersi cura delle “persone”: «curiamo la dignità delle persone e offriamo una cultura del lavoro diversificata e inclusiva, ci preoccupiamo della sicurezza, promuoviamo il benessere e proteggiamo l’ambiente».

Ecco che lo sciopero viene a chiedere che le imprese capitaliste la smettano di “preoccuparsi dei lavoratori”.

I lavoratori sostengono che lo sciopero non è per il salario ma per la sicurezza del lavoro e contro il precariato. Temono di essere sostituiti da lavoratori occasionali a basso costo o di essere licenziati: anche chi è assunto a tempo indeterminato e da molto tempo sente di non essere al sicuro.

Alcoa ha risposto rifiutando di discutere del mantenimento dei posti di lavoro, offrendo invece un “generoso accordo” con aumento del 14% dei contributi pensione, un prolungamento del congedo per malattia con sostegno al reddito per due anni, una settimana lavorativa di 36 ore e una estensione del lavoro straordinario.

Ma gli operai non si sono fatti ingannare, non hanno interrotto lo sciopero mantenendo la solidarietà fra di loro, benché molti di essi abbiano già perso da 4.000 a 6.000 dollari di paghe.

Questo sciopero è solo un esempio della tradizione sindacale in Australia e conferma la necessità di vere e combattive organizzazioni di classe per la difesa degli interessi economici del proletariato.

Nel focolaio di guerra mediorientale

La fase di relativa stabilizzazione della Siria in seguito alla riconquista di molto del territorio nazionale da parte del regime di Damasco, ottenuta grazie all’appoggio delle forze russe e delle milizie sciite legate all’Iran, ha comportato un temporaneo spostamento lungo altri segmenti della linea di faglia che separa le sfere di influenza nella regione mediorientale. Se ormai al di fuori del controllo del governo siriano restano soltanto la provincia nordoccidentale di Idlib, in parte “pacificata” dal predominio delle milizie filo-turche, a discapito di quelle jihadiste filo-saudite, e la regione curda del Rojawa, dove si sono registrati scontri con le forze armate della Turchia, è attualmente nello Yemen che si scarica la massima energia delle frizioni inter-imperialistiche.

Epicentro di una furiosa battaglia (che nel momento in cui scriviamo non si è ancora conclusa), che ha provocato oltre 500 morti, è la strategica città di Hodeida sul Mar Rosso, a 200 miglia dallo stretto di Bab el-Mandeb per il quale transitano giornalmente 5 milioni di barili di petrolio. La feroce battaglia vede scontrarsi le milizie sciite Huthi, appoggiate dall’Iran, che controllano la parte occidentale del paese, con le forze yemenite alleate all’Arabia Saudita, che ricevono l’appoggio militare di Riad e di Abu Dhabi.

Si tratta di un urto fra Arabia Saudita ed Iran per il controllo dell’accesso al Mar Rosso, di vitale importanza, mentre le forze yemenite sul campo sono costrette a una partigianeria, come sempre accade, subalterna alle potenze maggiori. Per sfatare la leggendaria rappresentazione giornalistica del conflitto yemenita come guerra di religione che contrapporrebbe sciiti e sunniti, appoggiati questi dai campioni dell’ortodossia sauditi, vale la pena di ricordare che a guidare l’offensiva di terra contro gli Huthi è lo sciita Tareq Saleh, nipote del defunto presidente yemenita Ali Abdallah Saleh, eliminato dagli stessi Huthi dopo avere rotto la loro alleanza e avere cambiato schieramento. Segno questo che gli interessi in gioco sono assai diversi da quanto vorrebbero le divisioni etniche e religiose, mentre il clan dei Saleh, di religione sciita zaidita e al centro della vita politica dello Yemen da 40 anni, oscilla fra i due campi in lotta per l’egemonia sulla regione.

L’impegno dell’Arabia Saudita nella lotta contro gli Huthi non sembra godere del sostegno deciso da parte degli Stati Uniti. Probabilmente a raffreddare gli entusiasmi statunitensi per i successi militari dei tradizionali alleati sauditi, penetrati in profondità nel centro urbano di Hodeida, è la pretesa di Riyadh di giocare un ruolo di primo piano nella determinazione del prezzo del greggio. La contesa per appropriarsi di porzioni della rendita petrolifera, sempre oggetto degli appetiti imperialistici, acquisisce un ruolo centrale nei momenti in cui l’acuirsi della crisi di sovrapproduzione dissuade i grandi gruppi del capitale dall’investire nella produzione manifatturiera.

In questa chiave va vista la decisione statunitense di annullare l’accordo internazionale sul nucleare iraniano, al fine di ridimensionare il peso di Teheran nella spartizione della rendita petrolifera. Sempre in questa luce va vista la decisione dell’Arabia Saudita di tagliare la produzione petrolifera di 500.000 barili al giorno al fine di evitare un calo del prezzo del greggio. Ma a questo reagiva Trump il 12 novembre intimando di fatto a Riyadh di astenersi da ogni tentativo di inseguire una politica di rialzo del prezzo del barile, il quale avrebbe come effetto quello di fermare o rallentare una crescita economica troppo asfittica.

Il ripristino delle sanzioni contro l’Iran da parte degli Stati Uniti diventa un modo di promuovere il commercio statunitense per altre vie. L’Italia viene esentata per un periodo di sei mesi dalle sanzioni comminate a chi acquista petrolio iraniano: questo forse in cambio dell’acquisto miliardario della nutrita pattuglia di F-35 ordinata di recente? Inoltre l’amministrazione statunitense preme perché l’Italia completi il Gasdotto Trans-Adriatico, TAP, avversato a chiacchiere nel programma elettorale del Movimento 5 Stelle. Il TAP consentirebbe l’approvvigionamento di gas mediorientale, diminuendo la dipendenza dell’Italia da quello russo. Un discorso analogo vale per lo sviluppo del Muos, il sistema satellitare avanzato per le comunicazioni militari nel Mediterraneo installato in Sicilia. L’esenzione dalle sanzioni contro l’Iran riguarda anche altri sette paesi: Cina, India, Giappone, Taiwan, Corea del Sud, Grecia e Turchia; certo ci intercorrono analoghe contropartite nella guerra commerciale americana sui mercati mondiali.

La vicenda di Jamal Khashoggi, il giornalista selvaggiamente ucciso all’interno del consolato saudita a Istanbul il 2 ottobre, ha fornito un pretesto per la Turchia ed altri antichi e stabili alleati dell’Arabia Saudita per esprimere i loro contrasti e diffidenza nei confronti del giovane e megalomane principe ereditario Muhammad Bin Salman, MBS, espressione di una fazione borghese particolarmente dinamica e agguerrita, la cui politica potrebbe nuocere agli interessi degli Stati Uniti nella regione. In particolare non può piacere a Washington la volontà di Riyadh di isolare il Qatar e addirittura, come minaccia MBS, trasformarlo in un’isola scavando un canale in territorio saudita lungo 60 chilometri e largo 200 metri. Occorre ricordare infatti che gli Usa in Qatar, nei pressi della capitale Doha, hanno l’importante base militare di Al Udeid.

Un altro focolaio di conflitto si è avuto agli inizi della seconda decade di novembre fra Gaza e Israele. Una operazione israeliana nella Striscia con l’obiettivo, raggiunto, dell’uccisione di un capo militare di Hamas, ha provocato la morte anche di altri sei palestinesi e di un ufficiale dell’esercito israeliano. Ne sono seguiti lanci di missili nel Negev e la ritorsione israeliana con raid aerei che hanno colpito 150 obiettivi nella Striscia. Una tregua, che ha posto fine alla ennesima scaramuccia a intensità controllata, consentirà l’arrivo a Gaza di aiuti provenienti dal Qatar. Questa concessione del governo Netanyahu ha provocato le dimissioni del ministro della difesa Avigdor Liberman, il quale avrebbe voluto una reazione militare “più dura”, segno di frizioni interne alla classe dominante israeliana sulle modalità e i tempi della inevitabile guerra ai fini economici capitalistici e di conservazione sociale nella regione.