Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista 4

Il PCI sulla linea della controrivoluzione - ai giovani proletari perché sappiano, ai vecchi perché ricordino

Che il P.C.I. abbia completamente rotto qualsiasi legame con la causa della rivoluzione proletaria non è fatto che risalga all’oggi e, come credono molti gruppetti, alle recenti proclamazioni sul «compromesso storico» le quali costituirebbero una «svolta» nella sua politica, un suo scivolare «a destra» che potrebbe giustificare una reazione «di sinistra» tesa a rivendicare un periodo d’oro della politica del partitone. Con il «compromesso storico», il P.C.I. non ha per nulla «svoltato» in nessuna direzione; non ha fatto che riconfermare la sua politica di sempre, da quando rinacque durante la II guerra imperialistica come partito «di tipo nuovo» sputando sulla tradizione di Livorno 1921. Il compito perenne dei partiti opportunisti, agenti della borghesia nel movimento operaio, è proprio quello per cui, agli svolti cruciali della storia, quando la crisi generale del sistema capitalistico potrebbe dare al proletariato una possibilità di attacco rivoluzionario, si nega alla classe proletaria ogni azione autonoma e la si sottomette ad un «compromesso storico», cioè alle esigenze generali del sistema borghese, della «nazione», della «patria». Il P.C.I. ha svolto questa funzione di impedire qualsiasi movimento autonomo rivoluzionario della classe operaia trenta anni fa, prima spingendo il proletariato sui fronti della guerra imperialistica e presentando questa guerra come guerra, non tra briganti imperialistici per una nuova spartizione del mondo, ma come guerra fra potenze «democratiche progressiste» e «barbarie nazifasciste», poi chiamando il proletariato a versare un pesante tributo di sangue e di sudore, non in nome della sua emancipazione di classe, ma in nome della «salvezza nazionale», della «guerra nazionale» e poi della «ricostruzione nazionale». Oggi che la crisi avanzante ripropone la possibilità di una ripresa della lotta di classe proletaria, il P.C.I. non «svolta», riconferma la sua organica natura di partito borghese in seno alla classe operaia e proclama di nuovo il «compromesso storico» in nome della salvezza della «economia nazionale». I suoi alleati naturali sono tutti coloro che vogliono la grandezza e la prosperità della «nazione», i suoi nemici tutti i tentativi di azione autonoma di classe che il proletariato potrà compiere. Allo stesso modo che nel 1943-1945, che nel 1945-1948. Nulla di cambiato sul fronte dell’opportunismo e della controrivoluzione. Spetta proprio a noi, partito comunista rivoluzionario, rivendicare al P.C.I. questa linea di continuità storica e perfino dimostrarla. Sono i gruppetti che cianciano di «svolte», che vedono la possibilità di «ritorni indietro» del partitaccio, che lo considerano un partito «pur sempre operaio» e che si meravigliano e si scandalizzano quando lui, in perfetta continuità con la sua tradizione, sconfessa i loro intrallazzi «di sinistra» e chiama alla alleanza la Democrazia Cristiana.

Sono i gruppetti che oscillano, senza programma, senza tradizione, senza continuità. Il P.C.I. la sua continuità ce l’ha: la continuità nel tradimento della classe operaia, la continuità nel subordinare gli interessi di classe all’interesse, per lui supremo, della conservazione del regime capitalistico, la continuità nell’essere, sempre e comunque, contro la rivoluzione. La linea che il P.C.I. ha spezzato e rinnegato non è quella dal 1939 al 1974; è quella del 1921, dell’Internazionale Comunista, di Marx e di Lenin, cioè della sua nascita come partito rivoluzionario della classe operaia. E l’atto che sancisce questo rinnegamento si chiama resistenza antifascista, blocchi partigiani, ricostruzione dello Stato democratico e della economia nazionale. È lì che ogni residuo della tradizione rivoluzionaria viene spezzato, è lì che si forma il «partito di tipo nuovo». Chiunque si richiami a quella tradizione, a quella prassi, a quella ideologia, per quanto voglia ritenersi «a sinistra del P.C.I.» non fa che confermare il suo legame organico con l’opportunismo di cui il P.C.I. è stato ed è il più coerente sostenitore. Non potrà che ritornare a breve o a lunga scadenza, secondo lo svolgersi dei fatti materiali, in grembo alla «grande madre»; e questa processione di «figli prodighi» è già iniziata: l’abbiamo vista nel cosiddetto P.S.I.U.P., la vedremo in gruppi come il Manifesto, Lotta Continua o Avanguardia operaia ed in una miriade di altri «rivoluzionari».

CONTINUITÀ DELLA CONTRORIVOLUZIONE

Che negli anni successivi al 1926 era rimasto nel P.C.I., seppure stalinizzato, il ricordo di una possibile rivoluzione futura, della lotta di classe fra operai e padroni, della liberazione rivoluzionaria del proletariato, è un dato di fatto. Come è un dato di fatto che i migliori combattenti delle montagne nel 1944 si illudevano davvero che la resistenza antifascista era solo una tappa, percorsa la quale si sarebbero rivolte le armi contro la propria borghesia, contro i propri padroni. Come è un dato di fatto che molti operai credono ancora oggi alla possibilità che il P.C.I. apra un bel giorno il «cassetto di fondo» in cui tiene astutamente celata l’arma rivoluzionaria e proclami la guerra aperta per il socialismo.

Queste tragiche illusioni esistono e vengono continuamente rinverdite. Devono esserlo, altrimenti l’opportunismo non potrebbe giocare il suo ruolo di «agente della borghesia»; qualunque operaio lo vedrebbe immediatamente come un nemico contro il quale combattere e il suo ruolo sarebbe finito. Ma dimostrare, sui dati dell’esperienza storica e della realtà odierna, che appunto di tragiche illusioni si tratta, mostrare agli operai il vero volto dell’opportunismo, il suo ruolo controrivoluzionario, antiproletario, in ogni occasione e con tutti i mezzi, resta, proprio per questo, il compito del vero partito di classe. Gli operai che la crisi incipiente spinge alla lotta devono sapere che null’altro, se non tradimento e sconfitta, c’è da attendersi da quei partiti che hanno sposato la causa della nazione e della patria e su quella base hanno per decine di anni costruito la loro ideologia, la loro prassi, la loro tradizione controrivoluzionaria, al servizio della borghesia contro il movimento operaio. Questi partiti faranno sempre ed inevitabilmente ciò che la loro natura reale li spinge a fare: non si metteranno mai contro se stessi, si metteranno sempre contro ogni tentativo del proletariato di muoversi sul terreno della lotta di classe.

È nel 1944 che, dopo la gestazione della guerra di Spagna e del Fronte popolare in Francia, dopo la adesione alla guerra imperialista a fianco delle «democrazie», la controrivoluzione stalinista dà alla luce in Italia il «partito di tipo nuovo». Il rampollo, contro tutte le illusioni di sinceri combattenti operai, non solo non presenta nessuna somiglianza con il suo omonimo del 1921, ma nega apertamente di discendere da lui: in realtà non è figlio di Lenin e della rivoluzione russa, ma del soffocamento sanguinoso dei compagni di Lenin e dell’affossamento della Russia come Stato proletario; non è figlio dell’Internazionale comunista, ma nasce dall’uccisione di tutta la prospettiva che l’Internazionale aveva rappresentato fino alla sua eliminazione fisica, organizzativa.

Leggiamo il ritratto di questo «partito nuovo» nelle parole pronunciate in occasione della «liberazione» di Roma da Palmiro Togliatti:

«I popoli vogliono la fine più rapida della guerra. Essi devono volere tutti i mezzi che sono necessari per raggiungere questi obiettivi. E questi mezzi sono essenzialmente due: il primo è l’unità delle forze democratiche nella lotta contro il fascismo e contro l’hitlerismo; il secondo è la mobilitazione, per la più rapida fine della guerra su tutti i teatri di essa, di tutte le forze nazionali, patriottiche, democratiche, antifasciste». E questo fronte interno ed internazionale non è un fronte di classe. Il partito «proletario» non chiede, né prospetta la mobilitazione della classe operaia per la difesa dei suoi interessi immediati e generali, chiede che sia permesso alla classe operaia di sacrificarsi per la difesa della patria e della nazione: «Quando chiediamo questo agli alleati, noi sappiamo di parlare non un linguaggio di classe, non un linguaggio di partito; noi parliamo un linguaggio di popolo e nazionale, noi parliamo a nome di tutta l’Italia e noi sappiamo di parlare nell’interesse stesso delle grandi nazioni democratiche alleate e in particolare delle nazioni Anglosassoni». Quando le vicende successive della spartizione del mondo creeranno degli urti fra le potenze vincitrici della guerra, il P.C.I. riscoprirà la verità che le «grandi nazioni democratiche» sono in realtà le «grandi nazioni imperialistiche» come nel 1938, all’epoca del patto Stalin-Hitler erano state le «grandi nazioni plutocratiche». Ma nel 1944 era interesse della borghesia italiana offrire il sangue dei proletari perché si potesse, al tavolo della pace, far pesare questo tributo sulle condizioni che l’imperialismo internazionale avrebbe posto alla borghesia italiana: «Noi sappiamo di parlare nell’interesse stesso delle grandi nazioni democratiche alleate e in particolare delle nazioni Anglosassoni; nel loro interesse militare, perché l’organizzazione del più grande sforzo bellico del nostro Paese significa e significherà inevitabilmente un risparmio di sangue dei soldati inglesi e americani, il che sarà particolarmente importante quando i soldati inglesi e americani dovranno battersi nella grande pianura padana… Per questo noi diciamo, e questa è la principale parola d’ordine che noi lanciammo, come P.C.I., nell’arena internazionale: date la possibilità al popolo italiano di schierarsi a fianco delle grandi nazioni alleate democratiche, di conquistare col sangue dei propri figli la liberazione del proprio paese: date al popolo italiano la possibilità di combattere a fondo per la distruzione di quel regime fascista che ha fatto la rovina del nostro paese». La borghesia italiana era stata fascista quando aveva dovuto combattere contro lo spettro della rivoluzione proletaria, era stata fascista quando si era trattato di deprimere le condizioni di vita della classe operaia e quando si era trattato di «far grande l’Italia» attraverso le conquiste coloniali. Ma ora la guerra era perduta e la borghesia italiana sapeva di avere una sola speranza di ricevere un trattamento meno duro dai futuri vincitori: appoggiandoli nella guerra contro la Germania, usando il sangue proletario come moneta di scambio nella successiva spartizione del mondo. Ma non potevano essere i vecchi partiti borghesi a chiedere al proletariato questo sacrificio; doveva farlo un partito al quale le vicende storiche avevano permesso di godere la fiducia della classe operaia. La richiesta fu fatta dal P.C.I. Ecco la prima edizione del «compromesso storico» che segna l’atto di nascita del «partito di nuovo tipo». Con la Democrazia Cristiana? Certo, ma non solo con essa; con tutte le forze, fino ai monarchici e ai «fascisti onesti» disposti a «salvare la patria»: «Il problema dell’unità però ha un aspetto ancor più largo di carattere non soltanto proletario, ma popolare. Noi sappiamo che nelle file del partito cattolico si raccolgono masse di operai, contadini, intellettuali, di giovani, di lavoratori, i quali hanno, in fondo le nostre stesse aspirazioni, perché anche le loro organizzazioni sono state distrutte dal fascismo al pari delle nostre, e perché, al pari di noi, essi vogliono oggi ricostruire un’Italia democratica e progressiva, nella quale sia fatto largo alle rivendicazioni delle classi lavoratrici. Noi vogliamo l’unità di azione con queste masse cattoliche. Per questo noi siamo disposti a discutere coi dirigenti del partito della Democrazia Cristiana un patto di azione comune il quale preveda la lotta delle grandi masse comuniste e socialiste e delle grandi masse cattoliche per la liberazione dell’Italia e per la rinascita democratica e progressiva del nostro paese… Soprattutto noi abbiamo dichiarato, come partito comunista – ed io ripeto oggi qui in Roma, capitale del mondo cattolico, questa dichiarazione – che rispettiamo la fede cattolica, fede tradizionale della maggioranza del popolo italiano; rispettiamo questa fede e chiediamo unicamente ai rappresentanti e ai pastori della fede cattolica di rispettare a loro volta la nostra fede, i nostri simboli, le nostre bandiere… Oggi esiste una situazione in cui ci sono forze sinceramente monarchiche, le quali vogliono battersi per la libertà del nostro paese. Ebbene, noi diciamo: Vi è posto nel fronte della lotta per la libertà dell’Italia anche per voi alla sola condizione che vi sia fra noi e voi un patto reciproco di rispetto delle nostre e delle vostre opinioni… Io so, permettetemi di insistere su questo problema, che vi sono degli ufficiali di marina monarchici i quali, nel momento in cui degli ufficiali reazionari dell’esercito non soltanto non compivano il loro dovere, ma tradivano il loro dovere, aprendo le porte d’Italia alle orde teutoniche, hanno immediatamente compreso che il loro dovere era di schierare senza riserve nel fronte delle nazioni democratiche contro la Germania hitleriana la parte essenziale e forse la più efficiente delle forze armate dell’Italia, la nostra marina… Ma io so d’altra parte che tanto sul fronte quanto nelle zone occupate dai tedeschi vi sono degli ufficiali e dei soldati di sentimenti ancora monarchici i quali, quando l’esercito si è sbandato per la defezione dei capi reazionari, si sono uniti e, prese le armi, hanno collaborato cogli operai, coi contadini per costituire le prime squadre della libertà…».

IL RINNEGAMENTO DI LIVORNO 1921

«Entrambi questi movimenti di massa, tanto quello socialista che comunista da un lato, quanto quello cattolico lottavano perché la soluzione di tutti i problemi economici dell’Italia venisse cercata e trovata in una elevazione del tenore di vita delle grandi masse lavoratrici delle città e delle campagne. Ed è stato per schiacciare questo grande movimento progressivo delle grandi masse popolari italiane che nel dopoguerra venne organizzato dai ceti dirigenti plutocratici reazionari il fascismo, che vennero distrutte le nostre organizzazioni, che noi venimmo scacciati dai municipi e dalle nostre leghe, che vennero bruciate le camere del lavoro, distrutte le cooperative cattoliche, che fu fatta tabula rasa di tutto quel che rappresentava nel nostro paese progresso verso la democrazia, progresso verso la libertà, progresso verso la civiltà…

Compagni! ricordiamoci dell’altro dopoguerra, di quel periodo tempestoso che io non ricordo qui per affermare che i compiti che si pongono oggi all’avanguardia proletaria siano gli stessi che si ponevano allora. No, compagni! I compiti sono oggi profondamente, totalmente differenti. Ma io ricordo quel movimento, io ricordo quella situazione, per ricordare a voi che il fascismo sorse per opera delle classi dirigenti reazionarie italiane, dei gruppi più avidi, più egoisti, più briganteschi delle classi reazionarie italiane, i quali videro irrompere sulla scena politica del paese nell’immediato dopoguerra, due grandi correnti popolari progressive: da un lato il movimento socialista, dall’altro il movimento cattolico, entrambi basati sopra una larga adesione di masse popolari delle città e delle campagne e i quali, pur nelle loro grandi differenze, ponevano alcuni obiettivi fondamentali e lottavano per alcuni scopi fondamentali che erano loro comuni. Queste masse lottavano, benché in forme diverse, affinché il popolo italiano avesse accesso, in forme democratiche, al governo. Esse avevano comune l’aspirazione della creazione in Italia di una vera democrazia, di un regime di popolo, di un regime nel quale il popolo fosse padrone delle proprie sorti e delle sorti di tutto il paese. Queste masse lottavano, potrei dire, per una moralizzazione della vita politica italiana, nel senso che esse: primo, volevano che fosse risolto a fondo il problema della terra, distruggendo tutte le sopravvivenze di regime feudale nel nostro paese; secondo, lottavano perché fosse spezzato il potere eccessivo dei gruppi della plutocrazia finanziaria, i quali già allora, appena il paese era uscito da una guerra che lo aveva esaurito, tramavano nell’ombra gli intrighi che dovevano gettarlo negli abissi di un’altra guerra, questa guerra nella quale noi abbiamo perduto la libertà e la nostra indipendenza…». Dunque non è mai esistita scissione di Livorno, non è mai esistita la formazione di un partito rivoluzionario del proletariato italiano, non è mai esistita lotta proletaria per la rivoluzione violenta contro lo Stato democratico e per l’instaurazione della Dittatura proletaria. I socialisti riformisti e i cattolici non sono mai stati nemici dei comunisti, proprio perché tendevano e riuscirono a legare il proletariato al carro della difesa del regime democratico che noi, con Lenin, volevamo distruggere. Il fascismo non sorse come guardia bianca della borghesia contro il movimento rivoluzionario del proletariato, appoggiato da tutti i partiti democratici, da tutto l’apparato dello Stato parlamentare, ma come reazione di un pugno di plutocrati reazionari contro tutto il popolo che combatteva, seppure con sfumature diverse, per una vera democrazia; meglio: che combatteva per «moralizzare la vita politica italiana» eliminando «residui feudali» nelle campagne e «potere eccessivo» della plutocrazia nelle città. Un regime capitalistico «morale ed onesto», epurato dai residui feudali e dai plutocrati; questo sarebbe stato il sogno del «popolo» italiano negli anni 1920-1922. Contro questo sogno alcuni plutocrati «reazionari» avrebbero scatenato il fascismo che, perciò, nella visione del P.C.I. non è più un elemento della guerra di classe fra proletariato e borghesia, ma un elemento antistorico, barbarico, anticivilà ed antiumanità, di fronte al quale tutto il popolo deve unirsi in una santa crociata dimenticando le «sfumature» che possono dividere la classe proletaria e la classe borghese.

Fa ridere, a questo punto, sentir dire perfino da alcuni «sinistri», che in fondo il P.C.I. non ha abbandonato del tutto la tradizione leninista, soltanto l’ha deformata o interpretata in maniera riformista. Il P.C.I. è nato ed agisce da trenta anni contro la tradizione leninista, della quale neanche un piccolo residuo è rimasto nella sua ideologia, nella sua azione, nella sua prassi. È il partito «di tipo nuovo», antimarxista, antileninista, antirivoluzionario. È il partito descritto in quel suo stesso discorso dalla brillante eloquenza di Togliatti: «Voi dovete oggi, basandovi su tutto quello che vi è di positivo di grande e di ricco nella tradizione del nostro partito, voi dovete dar vita a Roma a quello che io chiamo ed insisto nel chiamare, un nuovo partito, un partito animato da un nuovo spirito, un partito quale mai noi siamo stati in Italia, un grande partito di massa e di popolo, solidamente fondato sulla classe operaia, ma capace di inquadrare in sé tutti gli elementi avanzati delle masse lavoratrici, capace di sfruttare tutte le energie progressive che vengono a noi da tutte le classi, da tutte le categorie di lavoratori, di intellettuali, di giovani, di donne…» E per quali obiettivi?

«L’Italia democratica e progressiva per cui lottiamo, sarà un’Italia antifascista, sarà un’Italia in cui vorremo che siano tagliate per sempre tutte le radici del fascismo, in cui siano distrutti i legami feudali e i residui reazionari, in cui sia risolto per sempre il problema della terra. Sarà un’Italia nella quale verranno spezzate le reni a quei gruppi di privilegiati che hanno dato vita al fascismo e che si sono arricchiti col fascismo, a quei gruppi reazionari che oggi governano e sgovernano nel mezzogiorno; sarà un’Italia nella quale verrà fatto posto al popolo, nella quale verrà organizzato un governo di popolo e pel popolo e nella quale tutti i giovani, tutte le forze progressive del paese, avranno il loro posto, potranno affermarsi ed avanzare in un grande fronte unito di forze liberali democratiche e progressive». È su questo terreno che è il terreno della collaborazione fra tutte le classi sociali in nome della Nazione o, meglio, dell’assoggettamento degli interessi di classe del proletariato agli interessi delle classi possidenti e dello Stato borghese, unica forma in cui si può realizzare la collaborazione fra sfruttati e sfruttatori nella moderna società capitalistica; su questo terreno che è quello del tradimento e del soffocamento di qualsiasi aspirazione rivoluzionaria del proletariato in nome della democrazia, della patria, dell’economia nazionale, il P.C.I. coerentemente cammina. Al suo esatto opposto, contrapposto a lui su tutti i fronti ed in tutte le occasioni, sta necessariamente il partito comunista, il partito di classe del proletariato rivoluzionario, il partito di Marx e di Lenin, il partito di Livorno. È il partito che non vuole essere «popolare», perché aspira allo scontro aperto fra le classi inconciliabilmente opposte che compongono il «popolo»; è il partito che non ha nulla da difendere nel regime democratico perché vi riconosce la dittatura sul proletariato delle classi borghesi e vi contrappone un’altra dittatura: quella della sola classe proletaria diretta dal solo partito comunista; è il partito che non difende l’economia nazionale e non subordina ad essa gli interessi dei proletari, perché invita la classe proletaria, tramite la rivoluzione violenta e la dittatura di classe, a dar vita ad un’altra «economia», ad un altro ed opposto modo di vivere sociale dell’umanità; è il partito che inviterà sempre il proletariato a non dare una goccia del suo sudore e del suo sangue né per la salvezza di una patria che fin dal 1848 i proletari riconobbero di non avere, né per la difesa di una democrazia nella quale, fin da quando ebbero voce per esprimersi, riconobbero il «comitato d’amministrazione della classe dominante» ed in cui oggi non riconoscono neanche questo, ma solo una pagliacciata ignobile a copertura della dittatura totalitaria del grande capitale finanziario e dei grandi mostri statali, armati fino ai denti dietro le cortine fumogene di tutti i Montecitori del mondo, e pronti ad usare tutte le armi contro il proletariato qualora dovesse ricordarsi per un attimo i suoi reali interessi di classe, la sua reale missione storica. È questo partito che è il peggior nemico del P.C.I., è contro questo partito e contro il suo ricollegarsi alle masse proletarie che il P.C.I. combatterà, come ha combattuto da 40 anni, con tutte le armi che la lotta richiederà. E di conseguenza, è contro il P.C.I. che rinascerà nella classe la prospettiva rivoluzionaria e si riorganizzerà e potenzierà il partito della rivoluzione.

Gestione sociale della scuola: riforma di stampo fascista

Preceduti da una sbracatissima propaganda, stanno per entrare in vigore i cosiddetti «organi di gestione sociale della scuola». Una campagna pubblicitaria in grande stile, orchestrata da tutti i partiti borghesi, tende a far credere che la scuola si prepari a vivere una sorta di «rivoluzione»: Dichiarazioni di politicanti alla radio e alla televisione, articoli sulla stampa, convegni, dibattiti, ormai non si contano più.

Tutti i partiti, dalla D.C. ai sedicenti «socialisti» e «comunisti», con varie sfumature, sono d’accordo nel dire che: con questa riforma «la democrazia entra nella scuola», «la scuola si apre a tutte le componenti sociali», ecc.

In particolare il P.C.I., sostiene che questa riforma, presenta sì qualche lacuna, ma «dalle considerazioni critiche… si deve passare ad una gestione non passiva, né meramente amministrativa dei decreti…». Cioè si deve «lavorare dentro» gli organi collegiali, per renderli il più «democratici» possibile, o per sfruttare ogni spiraglio che questi offrono. («l’Unità» del 24 nov.)

Non poteva mancare il M.S.I., che pur criticando la riforma, intende partecipare agli organi collegiali con liste di «destra», per costituire «un diffuso schieramento antimarxista negli istituti» («Il secolo» del 24 nov.).

Tutti accettano il principio fondamentale che è espresso dall’articolo 1 della legge, il quale afferma che «Al fine di realizzare… la partecipazione nella gestione della scuola, dando ad essa il carattere di una comunità che interagisca con la più vasta comunità sociale e civica, sono istituiti… gli organi collegiali».

Tutti sono quindi concordi nel ritenere che la scuola è una «comunità» nel quadro della «più vasta comunità sociale», e di conseguenza, ognuno deve collaborare a rendere più efficiente e a fare funzionare meglio questa «comunità».

Ma che cosa sono questi «organi collegiali»? Si tratta in sostanza di una serie di parlamentini «a livello di istituto», «a livello provinciale e distrettuale» e «a livello nazionale», che riuniranno: presidi e direttori didattici, lavoratori della scuola (insegnanti e non), bonzi sindacali, genitori, studenti, rappresentanti degli enti locali, imprenditori, rappresentanti dei lavoratori autonomi e di «istituzioni culturali».

Tutte queste cosiddette «componenti sociali», discuteranno insieme le iniziative didattiche, i programmi scolastici, gli orari, i libri di testo, iniziative di aggiornamento, ecc. in una parola, del «buon funzionamento della scuola».

Si può facilmente dimostrare che in realtà, questi organi non decideranno nulla e che la scuola resta e resterà saldamente nelle mani dello Stato, la cui autorità risulta semmai rafforzata da questa parvenza di «gestione dal basso».

Ma questo, per noi, è un aspetto secondario, poiché anche se le decisioni scaturissero veramente da questa specie di «consultazione popolare», il risultato non sarebbe diverso.

Il significato fondamentale di questa riforma, che si rileva dietro la ciarlatanesca campagna pubblicitaria, è che questi «nuovi» organi, sono ispirati a un criterio interclassista e corporativo, in perfetto accordo con lo spirito della carta del lavoro fascista. Infatti, ritenere che esista un interesse generale della nazione al disopra degli interessi delle classi; ritenere che i lavoratori salariati abbiano degli interessi comuni con i loro padroni non è forse il punto centrale delle concezioni fasciste in campo sociale?

Citiamo testualmente dalla «Carta del Lavoro» fascista:

«Il bene dello Stato è dunque da anteporsi a quello degli individui isolati o dei gruppi di individui che compongono la nazione italiana. A questo concetto è informata non solo la Carta del Lavoro, ma tutta la politica fascista… Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione… Questa disposizione elimina qualsiasi cagione di odio tra lavoratori e principali, i quali, nei loro rapporti, non si considereranno più come nemici, ma come cordiali collaboratori, nel comune intento di migliorare la produzione… Le associazioni professionali comprendono o soli datori di lavoro o soli lavoratori. Le Corporazioni invece riuniscono le associazioni di datori e quelle di lavoratori di un dato ramo della produzione, in un gruppo solo di forze e sono organi dello Stato».

Si confrontino queste affermazioni con le tesi sostenute da tutti i partiti «democratici e antifascisti»: allora si parlava del «bene dello Stato» al disopra degli interessi di parte; oggi si parla di «difesa delle istituzioni», di «salvataggio dell’economia nazionale», per cui gli operai devono «fare sacrifici», mettendo da parte i loro interessi di classe. La sostanza di queste posizioni apparentemente opposte è sempre la stessa: salvaguardare il regime capitalistico.

Nel caso specifico, si pretende che i lavoratori della scuola abbiano un interesse comune con i rappresentanti del loro padrone-Stato, cioè presidi e direttori didattici; e quindi debbano collaborare assieme a tutte le altre «forze sociali» per far funzionare bene il settore scuola.

A qualcuno potrà forse apparire strano che partiti di dichiarata fede «antifascista» e dirigenti sindacali, si ritrovino a difendere organi di chiaro stampo corporativo. Il fatto per noi non costituisce una sorpresa e non è altro che una nuova conferma delle tesi che noi abbiamo sempre sostenuto.

Nel 1945, il fascismo, sconfitto sul piano militare, fu vittorioso sul piano politico; cioè si affermò come moderno metodo di gestione dello Stato borghese.

La democrazia postfascista, in campo sociale, non ha fatto altro che continuare la politica fascista, avvalendosi dell’apporto indispensabile dei falsi partiti comunisti e socialisti, che avevano ed hanno il compito di mantenere gli operai sul terreno della pace sociale e della «legalità democratica».

Gli operai che hanno vissuto il dopoguerra, ricorderanno che la parola d’ordine del P.C.I. era allora: mettere da parte ogni rivendicazione di classe per «ricostruire l’economia nazionale»; e fu nel nome del «superiore interesse della patria» che gli operai dovettero subire fame, disoccupazione e sfruttamento; vi furono persino molti episodi in cui essi lavorarono gratis per ricostruire fabbriche e cantieri.

Tutti sanno come lo «stato democratico» ricompensò i proletari che si erano sacrificati per il «bene della nazione». Basta ricordare gli eccidi di braccianti in Puglia, in Sicilia, in Val Padana, i morti di Reggio Emilia, i più recenti di Avola e Battipaglia. I proletari caduti sulle piazze dal 1945 ad oggi sono la testimonianza che il piombo democratico non è diverso dal piombo fascista.

Un’altra conferma del perfetto travaso che è avvenuto tra fascismo e democrazia la ritroviamo anche nella prassi costantemente seguita dai dirigenti sindacali di riunirsi assieme agli imprenditori e ai rappresentanti dello Stato per discutere «i problemi» di un determinato settore produttivo; ad es. come utilizzare al meglio gli impianti, oppure come sviluppare gli investimenti, ecc. Si noti come tutto questo si accorda perfettamente con la «Carta del Lavoro» fascista.

I partiti opportunisti e i dirigenti sindacali che da essi emanano, cercano costantemente di imbrigliare le lotte operaie e di mantenerle nel quadro delle necessità del regime capitalistico. Perciò essi affermano che gli interessi dei braccianti sono legati alla riforma dell’agricoltura, che i ferrovieri devono lottare «per una nuova politica dei trasporti», che i metalmeccanici devono non richiedere aumenti salariali, ma «maggiori investimenti nel mezzogiorno», che i lavoratori della scuola non devono pensare ai loro interessi materiali, ma al buon funzionamento della «comunità scolastica».

Tutto questo non è altro che la riproposizione, sotto altre etichette, del corporativismo fascista, di cui tutto lo «stato democratico» è permeato.

Di fronte a questa realtà, che con l’avanzare della crisi si evidenzia sempre più, facendo svanire ogni speranza di «evoluzione pacifica», noi non piangiamo la morte della democrazia. Ne siamo anzi felici, ben sapendo che la prima condizione per la ripresa della lotta di classe è che il proletariato si liberi dalle illusioni democratiche, e dalla tutela dei partiti opportunisti.

Opportunismo in difesa della "iniziativa privata"

Come è noto è ormai da molto tempo che il P.C.I. ha abiurato alla politica del «tanto peggio tanto meglio», che in linguaggio volgare dovrebbe significare politica rivoluzionaria capace di approfittare delle crisi ricorrenti del sistema capitalistico: non ci saremmo aspettati, si fa per dire, che potesse approdare in modo così squallido alla pratica del «tanto peggio… tanto peggio».

Fuori di metafora, nella incessante rincorsa alla conquista dei ceti medi, secondo la nefasta «politica delle alleanze», il partitaccio si è dato ad organizzare convegni di «politica economica», con invito esteso a personaggi dell’area governativa e «manager» possibilmente di piccolo e medio calibro, nonché economisti condiscendenti e disposti a coprire con l’aureola della scienza (borghese) le analisi e le previsioni proposte.

Ultimo in ordine di tempo è stato il convegno sulla piccola industria, sotto la direzione del comunista-liberale Amendola, appaiato dal responsabile della sezione economica Barca (in omaggio allo slogan in voga «siamo tutti sulla stessa… barca»), introdotto dalla relazione di Peggio, uno dei più autorevoli strateghi del centro studi economici del P.C.I.

La ricetta di Peggio in ordine alla situazione attuale si riassume così: rifiuto di ulteriori nazionalizzazioni (dopo che per anni questa misura è stata sbandierata come l’anticamera del socialismo), riconoscimento del ruolo primario delle piccole e medie imprese nel sistema produttivo italiano. L’analisi del relatore ha messo in risalto che tra il 1951 e il 1971 tre quarti dei manufatti si sono creati nelle unità produttive con meno di cento addetti; per certi campi (calzature, abbigliamento, mobilio, meccanica agraria, ceramiche) il peso degli operatori minori è addirittura prevalente, tanto da rendere falsa l’affermazione che piccole e medie industrie non sarebbero altro che «reparti staccati delle grandi industrie».

Dunque riconoscimento dell’autonomia dei «padroncini», della loro insostituibile funzione nella politica dell’occupazione, e via di seguito con certe amenità.

Ma il merito dei piccoli imprenditori non si ferma qui: infatti «nonostante che le grandi aziende abbiano imposto una politica monopolistica della domanda e dell’offerta, nonostante che i banchieri abbiano dirottato i finanziamenti sulle speculazioni immobiliari e sugli investimenti in beni-rifugio, nonostante che lo stato abbia gestito i crediti agevolati come crediti ‘privilegiati’, il piccolo imprenditore ha saputo affermarsi superando molti ostacoli».

Si passa poi, di peggio… in Peggio, all’autocritica, immancabile ormai secondo il costume degli staliniani: «occorre stare in guardia dal pericolo di ripetere l’esperienza, assai negativa, compiuta dopo il 1964, quando, di fronte alla crisi economica, prevalse l’idea che bisognasse spingere a fondo il processo di concentrazione, credendo erroneamente che grandi o grandissime imprese fossero comunque più efficienti, più competitive, più vitali delle imprese minori». (la confessione è per noi una conferma che il P.C.I. non si è sempre preoccupato che della efficienza, della competitività, della produttività, in una parola della difesa del Capitale). E il patriarca Amendola, battendosi ancor più forte il petto ha rincarato la dose: «ci siamo battuti per 20 anni a favore dell’estensione dell’area economica pubblica, e ora ci accorgiamo di aver lavorato soltanto per aumentare il potere di sottogoverno della D.C.» (Cari operai, ve lo raccomandiamo in gran partito, lavorate, lavorate, e dopo 20 anni vi si viene a dire che avete lavorato per la D.C.!) Ed ora un inevitabile pensierino a C. Marx, che invisibile ma presente, deve essersi fatto sentir scricchiolare nella fossa di fronte a simili bestialità: «non si tratta, – ha precisato Peggio – di voltare le spalle alla dottrina economica di C. Marx, ma di prendere atto che nel contesto italiano attuale bisogna evitare ogni ulteriore allargamento dei parassitismi e delle inefficienze, salvando ogni manifestazione di vitalità imprenditoriale».

Amendola poi, ancora dolorante, ha chiesto oltre che la facilitazione dell’accesso al credito per la piccola industria, definita «libera imprenditoria», «patrimonio insostituibile dell’economia italiana», una programmazione democratica a favore dei consumi sociali (nuovo modello di sviluppo) e una politica sindacale diversificata e capace di rispettare le «lungimiranti» iniziative della media e piccola impresa. Peggio ha infine sottolineato che queste aperture del P.C.I. sono l’espressione di una linea non contingente, ma di carattere strategico e valida per un lungo periodo storico (possibilmente eterno, commentiamo noi). Ah!, su questo niente da eccepire. È ormai quasi mezzo secolo che ci sgoliamo a dimostrare che la politica dell’opportunismo staliniano consiste nella capitolazione nei confronti delle esigenze del capitale, che necessariamente passa attraverso la resa nei confronti delle mezze classi e dei loro apparati politici e sindacali. Contro la pretesa della piccola-borghesia di non cadere nelle condizioni di vita del proletariato, avendo gli occhi sempre rivolti verso la «gran vita» del grande capitale, la dottrina comunista rivoluzionaria ha sempre sostenuto la politica del «terrorismo» nei confronti dei politicanti e degli apparati di difesa degli interessi piccolo-borghesi, mostrando come solo la via del comunismo può risolvere le loro contraddizioni, il loro costante e inevitabile schiacciamento da parte del capitale come forza tendenzialmente protesa alla concentrazione mediante lo strangolamento della riscoperta (dal P.C.I.) «libera imprenditoria».

È questa la politica delle alleanze che il comunismo rivoluzionario ha sempre sostenuto: mostrare alle mezze classi che di fronte alla crisi del modo di produzione capitalistico il dilemma è tra due vie: o dittatura della borghesia o dittatura del proletariato, tertium non datur. Il P.C.I., come del resto i riformisti di ogni tinta, pretende di proporre una terza via, quella stessa che si illusero di seguire utopismo e democrazia liberale in coma, la via delle riforme, l’illusione di far girare la storia a ritroso, resuscitando appunto una «piccola libera imprenditoria», magari cooperante idillicamente, e da sempre riserva di caccia di tutte le proudhonate di ieri e di oggi. I politicanti del P.C.I. hanno scoperto che è falso che piccole e medie imprese non sono altro che reparti staccati della grande industria. Ed hanno ragione, essendo reparti «attaccati», e in che modo!, al grande capitale, dal momento che la loro vita è possibile solo all’ombra del monopolio, da esso incessantemente e prolificamente rigenerati nel processo di concentrazione tendenziale del capitale come forza anonima globale, che non comporta affatto il passaggio meccanico ed indolore alla grande produzione associata, essendo il processo di concentrazione e la proliferazione della piccola produzione nient’altro che la reazione per sopravvivere alla contraddizione insuperabile tra produzione sociale e appropriazione privata dei beni prodotti. Ma il pachidermico P.C.I. scopre ora che la piccola e media industria è più elastica nei momenti di crisi, più flessibile, senza precisare in funzione di chi. Ed allora lo diciamo noi: in funzione delle esigenze di ristrutturazione capitalistica, dal momento che è meno difficile decretare il fallimento e l’invio della lettera di licenziamento ai proletari sparsi e divisi, alla mercé del signorotto locale, magari capace con la benedizione degli opportunisti, di fare il piagnisteo e proporre una comune protesta contro il capitale monopolistico. Inoltre le carogne non dicono in che modo il «padroncino» può permettersi il lusso di essere inflessibile e competitivo: premendo sul salariato, sfruttandolo fino all’osso, non rispettando nemmeno i contratti che i sindacati venduti hanno sottoscritto. Non ci sono miracoli nella produzione capitalistica: solo l’estorsione di plusvalore garantisce all’azienda grande o piccina di mantenersi a galla sul mercato e nella lotta della concorrenza.

Mettete sul conto della piccola impresa il maggior costo del denaro, l’ambiente insicuro con relative morti bianche, e poi se avete il coraggio veniteci a parlare di «libera imprenditoria». Libera per chi? Ma è chiaro, per loro signori e loro parassiti. I signori del P.C.I. fanno finta di non sapere che sono piccole e medie imprese le aziende edilizie, dove altissimo è il tributo di morti bianche, piccole aziende sono i borsifici che riducono, specialmente i minori, inabili e disgraziati innanzi tempo. È questo il bengodi che si vuole incrementare? È qui che risalta la funzione controrivoluzionaria e antiproletaria di questi personaggi, la loro esclusiva preoccupazione di dare una mano al capitale e al suo Stato per uscire dalla crisi, per puntellare col costo di vite proletarie, che a loro «umanisti» e «moralizzatori» interessano per eternare il disordine borghese, l’anarchia della vita sociale.

Contro questa menzogna si erga la forza del proletariato, organizzato nella grande industria monopolistica o sparso nello stillicidio della piccola e media produzione. Solo lo smascheramento dell’opportunismo, nello schieramento del quale il P.C.I. è punta di diamante e organizzatore principe, permetterà alla classe operaia di riprendere la sua lotta rivoluzionaria, realizzare il suo incontro storico col suo Partito che mai ha abbandonato la trincea difficile della difesa pratica e teorica dei principi del comunismo. La via della liberazione di classe è dura, non sono permesse facili scorciatoie frutto di moralismi e ribellismi piccolo-borghesi. I paradisi artificiali a base di promesse nella cornice dell’ordine democratico o di «organizzazioni» rivoluzionarie accelerate dalla buona volontà non possono che aumentare lo smarrimento e le sofferenze.

Sconquasso economico sulle spalle operaie

Il colosso economico del capitalismo, rappresentato dal potente predone dell’imperialismo americano, sembra non essere, nemmeno lui, esente dalla crisi di sovrapproduzione che travaglia l’intero modo di produzione capitalistico. Non si è riusciti ad allontanare lo «spettro della recessione» con giochetti monetari che fanno rimbalzare la palla rovente al di là dell’oceano: i dati a questo proposito sono ben evidenti dimostrando come il capitalismo americano non sia in grado di garantire nemmeno lo sfruttamento della sua forza lavoro interna. L’industria delle costruzioni e dell’automobile sono in piena crisi. La prima dalla media di 2 milioni e mezzo di alloggi costruiti per anno è passata a meno della metà con relativa diminuzione di operai impiegati, uno su due è senza posto. Nel settore dell’automobile le vendite sono diminuite nel novembre di quest’anno, rispetto all’anno scorso del 38%; i quattro più grandi costruttori americani hanno annunciato nuovi licenziamenti: Ford ha deciso di licenziare 9250 operai dal 18.11.74, la General Motors «almeno» 6000 dei suoi dipendenti, il gruppo Chrysler ha intenzione di chiudere per tutto il mese di dicembre le sue officine di montaggio. I disoccupati aumentano in media in ogni mese di circa 100.000 unità. Al momento si parla di 5 milioni e mezzo di disoccupati, 5,5% della popolazione attiva, ma se si va a vedere la situazione tra la classe operaia nera, che rappresenta la parte più sfruttata, le statistiche indicano il 10%: un proletario negro su 10 è disoccupato. Continuando su questo ritmo, come d’altronde previsto, la disoccupazione sorpasserà in un anno il 7% un milione e mezzo di capofamiglia bianchi e più di 5 milioni fra neri e portoricani (Le Monde, 5.11.74).

L’ascesa vertiginosa dei prezzi (quelli dei generi alimentari all’ingrosso sono aumentati in un anno, rispetto all’ottobre ’73 del 22,6% [Le Monde, 16.11.74]), compromette ulteriormente il potere d’acquisto dei salari e dimostra come il capitalismo, ancor più nei momenti di crisi, sia pronto a rimangiare parte del salario operaio.

In Germania Federale progredisce la situazione di crisi economica: il numero dei disoccupati è aumentato nel mese di ottobre del 20,7% toccando le 672.300 unità, 3% della popolazione attiva, mentre i disoccupati parziali hanno raggiunto il numero di 369.600 aumentando del 40% rispetto al mese scorso. In questo clima si prospetta chiara la linea che Governo-Padroni-Sindacati hanno in mente di attuare e attuano.

Il discorso è press’a poco questo: per diminuire la disoccupazione bisogna aumentare gli investimenti, per ristabilire la capacità di investimento bisogna abbassare i costi (in termini di classe ciò significa diminuzione del salario, uno fra i costi più ingrati del capitalismo, e aumento dell’intensità di lavoro, cioè aumento dello sfruttamento operaio).

Sull’accordo con i sindacati una dichiarazione del presidente degli imprenditori: «da parte nostra, dice, noi abbiamo constatato un accordo sul principio che noi dovremmo ricercare un abbassamento dei costi al fine di ristabilire la capacità dell’investimento delle imprese, migliorando i loro profitti». Non sembra di sentire i sindacati opportunisti nostrani che piangono sulla difesa dell’economia nazionale! Alle parole seguono i fatti: i sindacati hanno firmato il contratto di 220.000 metallurgici della Renania-Westfalia accettando l’aumento irrisorio dei salari del 9% che non riesce nemmeno a compensare detratte le tasse, l’aumento del costo della vita, 7,5% in un anno. Oltrettutto quello della siderurgia segna l’inizio della riapertura di molti contratti, metalli, dipendenti dei servizi pubblici, postini, ferrovieri e il sindacato, vera cinghia di trasmissione del regime di sfruttamento ha dato un monito e un esempio agli altri lavoratori.

In Francia la situazione continua ad essere tesa, mentre nel settore privato continuano i licenziamenti l’occupazione delle fabbriche e scioperi (i disoccupati hanno raggiunto in Francia 900.000 unità secondo statistiche non ufficiali) nel settore pubblico abbiamo importanti scioperi generali. Sciopero alle poste iniziato più di un mese fa senza preavviso e al di fuori dei sindacati al centro di smistamento di Parigi-Brune, si è esteso a macchia d’olio sia nella capitale che in provincia, raggiungendo cifre elevate di scioperanti fra tutti i postelegrafonici. Lo sciopero, preso in mano dai sindacati CGT, CFDT, FO richiede un aumento dei salari di 200 franchi mensili con un minimo salariale di 1700 franchi, aumento del numero degli effettivi, assunzione degli «ausiliari», lavoratori postali senza contratto di lavoro. I capi sindacati hanno intrapreso trattative con il governo ma non hanno ancora firmato accordi capestro, spinti dalla fermezza della base operaia che non sembra cedere a nessun compromesso. Si estendono scioperi nelle ferrovie e nel bacino carbonifero della Lorena. I sindacalisti sono riusciti a prendere in mano una situazione piuttosto tesa per la chiusura dei pozzi di carbone. Dieci giorni prima i minatori dei pozzi di Faulquemont sono stati costretti dalla polizia a colpi di manganello ad abbandonare i pozzi che avevano occupato. I minatori avevano manifestato vivacemente la loro collera ma sedati dai rappresentanti sindacali, hanno abbandonato i pozzi al canto dell’Internazionale. Alcuni di loro gridavano ai gendarmi: «Soprattutto non venite da noi sennò sarà la rivoluzione».

Il partito comunista rivoluzionario non divide con nessuno altro la direzione della classe e della sua dittatura statale

È nella storia reale del partito di classe proletario che si trova la dimostrazione inoppugnabile di quanto abbiamo scritto nel 1965 nelle nostre tesi di Napoli:

«Altro punto che il partito ha conquistato storicamente e da cui mai potrà decampare è la netta ripulsa a tutte le proposte di ingrandire i suoi effettivi e le sue basi attraverso convocazioni di congressi costituenti comuni ad infiniti altri circoli e gruppetti, che pullulano ovunque dalla fine della guerra elaborando teorie sconnesse e deformi, o affermando come unico dato positivo la condanna dello stalinismo russo e di tutte le sue locali deviazioni».

Questa enunciazione del 1965 era ed è proclamata in faccia a tutti coloro che sulla scena della lotta di classe vedono agire diverse forze “rivoluzionarie” e non capiscono perché queste non si unifichino, non trovino una base comune per formare “una grande organizzazione”. In faccia a questa visione deforme noi proclamavamo che non esistono sulla scena storica “forze rivoluzionarie” più o meno coerenti nelle loro enunciazione e nella loro prassi, ma il partito e «infiniti altri circoli e gruppetti» che elaborano «teorie sconnesse e deformi». Con questi «circoli e gruppetti» il partito non ha né vuole avere nulla a che fare in quanto non le ritiene forze rivoluzionarie, ma semplicemente escrescenze e residui dell’opportunismo tradizionale in una fase di spietata controrivoluzione. Non abbiamo mai posto, di conseguenza, la questione di sapere quale di questi «circoli e gruppetti» siano più vicini o più lontani dal partito e dalle sue coerenti posizioni: tutti ne sono egualmente lontani. Anzi la nostra consegna è sempre stata: «diffidare del cugino, dell’affine, del vicino, di chi si proclama più prossimo alle nostre posizioni». La dura consegna di battaglia fu sempre: «Chi non è con noi è contro di noi!», cioè schierato sul fronte del nostro nemico di classe.

La enunciazione del 1965 non era nuova nella storia della Sinistra e del partito. Risale all’epoca della III Internazionale, quando la nostra corrente combatteva all’interno di essa la prassi delle “fusioni” con i partiti “simpatizzanti” ecc. e rivendicava come unico metodo di adesione al partito l’ammissione individuale di coloro che ne accettassero integralmente la teoria, il programma, le norme tattiche e la disciplina organizzativa. Non riconoscevamo allora, come non riconosciamo oggi, l’esistenza di forze politiche “più o meno vicine” al partito di classe. Tutte le forze politiche organizzate sono contro il partito e contro la rivoluzione proletaria. Verso di esse abbiamo un solo compito: dimostrare costantemente al proletariato la loro natura di forze controrivoluzionarie, demolirle ed annientarle.

È questa una pretesa da dottrinari, da gente chiusa nella sua “torre d’avorio” ?. È l’accusa che da cinquant’anni ci viene lanciata da tutti coloro che alla fine hanno portato il partito al servizio del nemico di classe. A questa accusa abbiamo sempre risposto che le ragioni della nostra posizione si trovano non in esigenze di purezza dottrinaria, ma in necessità pratiche sancite dalle lezioni della storia.

Sembra che il partito politico del proletariato rivoluzionario si sia sempre formato dalla convergenza, intorno ad un unico programma generale, di più forze o “tendenze”. Ma nulla è più falso di questa pretesa “verità”. Quando il Manifesto lanciò ai proletari la prospettiva dell’organizzazione in classe e di conseguenza in partito politico, il marxismo esisteva già, come teoria e visione completa del divenire sociale, patrimonio di una ben definita organizzazione che fece le sue prove nelle rivoluzioni del 1848: la Lega dei Comunisti.

Il problema storico era quello di staccare il proletariato dalla influenza dei partiti borghesi e piccolo borghesi, di spingerlo a costruire un partito politico autonomo da tutti i partiti delle classi possidenti, come diranno gli statuti della I Internazionale. È un situazione storica ben determinata nella quale, corrispondentemente al basso grado di sviluppo del proletariato, persistono ed agiscono nel suo seno correnti, tendenze ed organizzazione legate alla tradizione del moto rivoluzionario borghese antifeudale nel quale il proletariato aveva costituito l’ala sinistra del fronte rivoluzionario, oppure generato dalla stessa immaturità di sviluppo del proletariato (le tendenze anarchiche in Italia, in Spagna, le sopravvivenze giacobine in Francia, ecc.).

È il periodo storico in cui il proletariato si libera faticosamente delle influenze delle altre classi, si costituisce faticosamente, in un processo doloroso e contraddittorio, in classe autonoma, in partito politico. I marxisti, i comunisti appoggiano e favoriscono questo processo. Essi proclamano, nel Manifesto, di non costituire un altro partito rispetto i partiti proletari esistenti, ma di assolvere nel loro seno il compito di illuminare il movimento sui suoi compiti e le sue prospettive generali. La formazione della I Internazionale costituisce il risultato pratico, organizzativo di questo processo. È la formazione del partito internazionale previsto dalla dottrina, che riunisce nel suo seno ed intorno ad un comune programma (la costituzione del proletariato in partito politico, la conquista rivoluzionaria del potere come premessa alla trasformazione della società) tutte le forze e tendenze rivoluzionarie esistenti nel proletariato. Tutto il periodo 1848-1871 è segnato dalla lotta del marxismo contro tutte le altre tendenze esistenti nel proletariato. Nello stesso tempo che i fatti fisici della lotta fra le classi separano il proletariato dalla democrazia borghese, il processo di sviluppo della produzione capitalistica fa crescere il moderno proletariato. Le lezioni sanguinose del giugno 1848 e della Comune di Parigi confermano le previsioni del marxismo sulla necessità del partito politico di classe e della dittatura esercitata in prima persona dal partito.

Se il periodo 1848-1871 si chiude con la sconfitta pratica del proletariato rivoluzionario, esso segna però la vittoria definitiva della teoria marxista su tutte le altre tendenze esistenti in seno al proletariato. Mentre le illusioni proudhoniane, blanquiste, libertarie e giacobine escono sconfitte dalla prova dei fatti, la teoria marxista ha dimostrato nei fatti stessi di essere l’unica teoria della rivoluzione proletaria. Questo risultato storico è oramai acquisito all’esperienza delle lotta rivoluzionaria della classe proletaria. La II Internazionale nasce infatti su basi marxiste e le grandi organizzazioni del periodo 1881-1914 riconoscono nel marxismo la loro bandiera. Le altre tendenze sono messe materialmente ai margini della lotta di classe proletaria: o persistono come patrimonio di ristretti cenacoli o, secondo le parole di Lenin, sono costrette a travestirsi da marxiste. Due risultati, dunque del primo periodo: il movimento organizzato sul terreno economico del proletariato non può più essere distrutto con la repressione statale borghese e la stessa borghesia nei vari paesi è costretta a prenderne atto; la teoria marxista è l’unica che abbia resistito alla prova dei fatti storici e devono prenderne atto tutti i rimasugli delle tendenze non marxiste costrette a «travestirsi da marxiste».

La II Internazionale si trova, però, ad agire in una situazione storica particolare: è l’epoca in cui il capitalismo, assicurata in tutta Europa la vittoria delle rivoluzioni borghesi ed il potere della classe borghese, conosce un periodo di relativo sviluppo “pacifico” ed estende il suo modo di produzione alla scala mondiale. È un periodo in cui la prospettiva della rivoluzione proletaria si mostra lontana mentre lo sviluppo costante dell’industria e lo sfruttamento dei popoli coloniali nei grandi Stati europei permette la creazione in seno al proletariato di un diffuso strato di aristocrazie operaie, facilmente influenzabili dal pacifismo e dal democratismo della piccola borghesia, ostili ad ogni idea di rivoluzione violenta. Il legame fra i compiti della lotta immediata e giornaliera e lo scopo finale della rivoluzione diventa difficile a mantenersi. Le lotte all’interno della società capitalistica cominciano ad assorbire la gran parte delle energie del partito. E questa stessa situazione fa sì che i legami internazionali fra le diverse sezioni si affievoliscano, essendo ogni sezione dedita alla lotta giornaliera e minuta per strappare qualcosa alla borghesia del proprio paese. Su questa strada i partiti socialisti e socialdemocratici si riempiono sempre più di elementi i quali aderiscono al partito per la sua importanza pratica immediata; la prassi elettoralistica e parlamentaristica invade tutti i pori della vita dei partiti e si spinge fino alla più o meno aperta collaborazione ai ministeri borghesi.

Sorge come effetto di tutto questo il revisionismo, cioè la tendenza a “rivedere” la teoria marxista smussandone tutti i caratteri rivoluzionari e trasformandola in una specie di visione evoluzionistica e pacifica. Ma il revisionismo, il quale non esprime altro che l’influenza sul proletariato delle tesi della democrazia piccolo borghese, dimostra esso stesso la conquista storica avvenuta in campo proletario, cioè la vittoria del marxismo, in quanto costretto a presentarsi sotto vesti marxiste. Non pretende di essere una nuova teoria diversa da quella marxista, pretende soltanto di “rivedere”, di “aggiornare” alcuni dati della vecchia teoria.

Le correnti apertamente non marxiste rimangono ai margini del movimento politico proletario. Soltanto la sempre più estesa invadenza del revisionismo marxista, con la conseguente prassi pacifista, democratica e di collaborazione di classe, darà a queste correnti nuovo respiro e nuovo spazio in seno al proletariato, disgustato dalle gesta puramente legalitarie e parlamentari dei partiti della II Internazionale. In Italia, in Francia, nella stessa Germania e Inghilterra risorgono nel proletariato, correnti spontaneiste, sindacaliste ed anarchiche. Esse acquistano una forza in seno al proletariato soltanto nella misura in cui i partiti marxisti tradiscono il loro dovere rivoluzionario; costituiscono non un passo in avanti del movimento proletario, ma una reazione disperata e sconnessa al tradimento del partito di classe. Più il partito si piega alla teoria che «il fine è nulla, il movimento è tutto», cioè alla teoria delle aristocrazie operaie e della piccola borghesia, più abbandona all’anarchismo, al sindacalismo ecc., vasti strati del proletariato che sentono istintivamente la necessità della rivoluzione violenta contro lo Stato borghese.

Ma nel 1914, non a caso, si troveranno schierati sui fronti di guerra in appoggio alla propria borghesia non soltanto i revisionisti, ma anche gli anarco-sindacalisti. Saranno soltanto le correnti del marxismo rivoluzionario a porsi apertamente contro la guerra fra gli Stati per la guerra rivoluzionaria fra le classi. Il marxismo riconfermerà così, nel fuoco di un avvenimento storico colossale, la sua idoneità ad essere la sola teoria rivoluzionaria capace di dirigere il proletariato.

Il primo dopoguerra – contrassegnato da una parte da un vivace movimento delle masse proletarie in tutti i paesi d’Europa, dall’altra dall’aperto passaggio sul fronte borghese dei partiti socialisti e socialdemocratici – vede anch’esso una reviviscenza delle tendenze non marxiste in seno al proletariato come espressione dell’incapacità del partito di dirigere il movimento delle masse. L’Ordinovismo italiano e le posizioni del KAPD tedesco non hanno altra origine e non trovano altro alimento che in questa situazione in cui i partiti ufficiali del proletariato rifiutano di dirigerne la lotta.

La vittoria della rivoluzione in Russia e la fondazione della III Internazionale e dei partiti comunisti, riportano rapidamente il partito marxista alla testa del movimento rivoluzionario ricacciando ai margini queste tendenze, una parte delle quali sono costrette dalla situazione materiale a piegare la testa di fronte ai principi del comunismo: necessità del partito di classe e della dittatura. È il caso della corrente italiana dell’Ordine Nuovo, corrente non marxista ma che aderisce al partito Comunista d’Italia e ne accetta il programma. L’Internazionale marxista diviene negli anni 1920-1926 la vera guida del proletariato rivoluzionario del mondo e il fronte proletario si divide in due campi: il campo della rivoluzione diretto dalla Internazionale e il campo della controrivoluzione diretto dalla socialdemocrazia «la sinistra del fronte borghese». L’anarchismo, il sindacalismo, tutte le tendenze non marxiste perdono rapidamente terreno in seno al proletariato. Di più: l’inconsistenza del loro indirizzo teorico e politico le porta, come era già avvenuto nella guerra, ad affiancarsi ai socialdemocratici contro i comunisti. È il caso degli anarco-sindacalisti italiani nello sciopero di agosto 1922 e dei loro confratelli francesi che tentarono di cacciare i comunisti dalle organizzazioni sindacali da essi dirette. La III Internazionale combatte dunque non soltanto contro l’opportunismo di “destra”, ma anche contro quello di “sinistra”.

Abbiamo mille volte ricordato quale fu il processo di vita della III Internazionale e per quali cause, oggettive e soggettive, essa abbandonò il fronte della rivoluzione e degenerò in un opportunismo ancora peggiore di quello dei partiti della II Internazionale. È naturale che questo processo degenerativo in cui il partito marxista veniva ancora una volta a mancare al suo compito, facesse resuscitare in seno al proletariato le tendenze non marxiste, rigettasse indietro il processo della loro liquidazione e della formazione di veri partiti comunisti in America ed in Inghilterra e permettesse alle tendenze anarchiche e sindacaliste di ripetere le loro gesta in Spagna nel 1936, dimostrando alla luce del sole ancora una volta la loro impotenza rivoluzionaria. È interessante il fatto storico che, mentre le correnti anarchiche, “antiautoritarie” e “antistaliniste” si ritrovarono a partecipare al governo democratico borghese ed a difenderlo in Spagna, i famosi Shop Stewards non seppero far di meglio che aderire alla seconda guerra mondiale sul fronte degli opportunisti di tutti i paesi.

Questo breve excursus storico ci conduce alla conclusione che è la chiave di tutta l’opera di ricostruzione del partito comunista mondiale intrapresa dalla Sinistra comunista nel secondo dopoguerra: i fatti storici del 1848-1945, le vicende storiche positive e negative della lotta rivoluzionaria del proletariato confermano tutti i risultati, le previsioni, le deduzioni tratte dal marxismo. La dottrina marxista è l’unica dottrina che può guidare la lotta rivoluzionaria del proletariato: essa è invariante, non soffre miglioramenti o aggiornamenti o apporto di nuovi dati che non siano di riconferma di essa. Le tendenze non marxiste, battute nella storia un secolo fa, hanno avuto solo una possibilità di ripresentarsi in seno al movimento proletario: sono state sempre la reazione «opportunista di sinistra» ad una deviazione del partito dalle corrette basi marxiste, reazioni, rigurgiti sconnessi che hanno indicato soltanto il disorientamento delle masse proletarie spinte al movimento di fronte al cedimento e al tradimento del loro partito marxista rivoluzionario.

Se nel periodo 1848-1871 il partito rivoluzionario del proletariato poté vedere la convergenza e la lotta interna fra varie tendenze e varie teorie, questo periodo è storicamente chiuso con la Comune di Parigi. Il primo atto della risorta II Internazionale fu la scissione dagli anarchici e da tutte le tendenze che non riconoscevano nel marxismo l’unica teoria rivoluzionaria. Nella II Internazionale la lotta interna non è fra marxisti e non marxisti, ma fra marxismo e revisionismo, cioè fra chi tendeva a deviare il partito dalle sue posizioni corrette per farne un “partito di riforme” e chi voleva mantenerlo come partito “di rivoluzione”. Le tendenze non marxiste rimangono fuori da questa lotta e ritrovano una certa vitalità nel proletariato soltanto nella misura in cui essa volge a favore dell’opportunismo.

La III Internazionale al suo sorgere non esita a riproporre, come base per la aggregazione del partito, l’integrale visione marxista sia contro le deformazioni revisioniste sia contro le tendenze “di sinistra”.

Al II congresso del 1920 viene fatta giustizia delle tendenze anarco-sindacaliste e di altro genere che pretendono una patente di forze rivoluzionarie soltanto perché propugnatrici di metodi violenti e diretti di azione. Tutte le tesi dell’Internazionale sanciscono senza equivoci che rivoluzionarie sono soltanto quelle forze che ammettono senza mezzi termini la necessità del partito guidato dalla teoria marxista e sulla base di questa centralizzato e disciplinato e la necessità che questo partito internazionale diriga in prima persona la dittatura del proletariato. Il KAPD tedesco, sebbene abbia un notevole seguito nelle masse proletarie, non viene ammesso all’Internazionale; stessa cosa per l’organizzazione a sfondo sindacalista rivoluzionario degli I.W.W. americani.

Il partito rivoluzionario rinacque dunque non sulla base di revisione o di un aggiornamento della dottrina marxista, né tanto meno sull’accordo e la convergenza di più dottrine o di più indirizzi tutti pretesi “rivoluzionari”. Rinacque sulla base della integrale riaffermazione di tutti i dati della dottrina, separando da sé chiunque ne voleva una revisione, un adattamento, una “interpretazione” particolare.

Il periodo storico in cui si formava la III Internazionale, periodo di alta tensione rivoluzionaria, con milioni e milioni di proletari in lotta aperta contro lo Stato borghese e con una prospettiva di vittoria a breve scadenza almeno in alcuni grandi paesi europei, fece sì che il processo di formazione dei partiti comunisti venisse affrettato dalla necessità reale di dare una guida efficiente al proletariato in movimento. Nel campo organizzativo si istituirono patteggiamenti e concessioni a forze che non condividevano perfettamente le tesi del II Congresso, ma che sembravano disposte a battersi sul terreno rivoluzionario. Furono inglobati nell’Internazionale elementi o gruppi che ben poco avevano a che fare col marxismo, ma che accettavano o dicevano di accettare i principi della violenza e della dittatura. L’elemento determinante di questa prassi non era la speranza di portare questi elementi e questi gruppi sul terreno marxista attraverso un’opera di predicazione delle nostre tesi o di propaganda o di colloquio, ma la constatazione che la situazione era rivoluzionaria e che il movimento del proletariato, i fatti fisici avrebbero permesso a questi elementi di evolvere verso il comunismo o almeno di servire alla vittoria del comunismo. Piano pericoloso, come la nostra corrente affermò fin dall’inizio, ma che teneva conto in maniera correttamente marxista del rapporto tra forze materiali e capacità di convincimento e di evoluzione delle idee sulla base dei fatti.

Piano pericoloso dunque, soprattutto quando l’ondata del movimento fosse rifluita e non avesse perciò più fornito a questi elementi una spinta verso le nostre posizioni, ma addirittura la spinta inversa verso le posizioni di partenza. Livorno 1921 è un esempio di come in una situazione di rivoluzione montante che vedeva in movimento le masse proletarie si potesse presumere di agganciare al carro della rivoluzione anche forze non perfettamente intonate da un punto di vista di dottrina, ma che accettavano cardini del nostro programma ed avevano radici effettive nel movimento proletario. Le forze sociali che avevano spinto nel 1920 Gramsci e gli ordinovisti a far gettito delle loro teorie cosiliariste e a convenire sulla necessità del partito e della dittatura potevano far presumere un ulteriore avvicinamento di essi al marxismo, purché l’Internazionale avesse mantenuto la sua rigida impostazione marxista e nulla avesse concesso sul piano della teoria, dei principi, della tattica perfettamente intonata ai principi.

Quando la situazione rivoluzionaria rifluì a tutti questi elementi venne a mancare il sostegno materiale che li aveva spinti verso il partito rivoluzionario ed essi riscoprirono tutte le loro primitive tendenze. L’Internazionale aggravò il fenomeno rendendo sempre più indeterminate le sue norme tattiche ed organizzative, cioè, in pratica, cedendo alla spinta all’indietro che da queste forze insicure proveniva. Era, secondo la Sinistra, invece proprio quello il momento di delineare al massimo le posizioni del marxismo rivoluzionario in tutti i campi vitali, proprio per salvare dall’ondata di riflusso almeno il nerbo del partito mondiale, magari perdendo delle forze fisiche, ma guadagnando in coesione e chiarezza di posizioni. Il non aver saputo reagire in modo corretto alla situazione sfavorevole che si apriva ha portato alla rovina l’Internazionale permettendo a queste forze di diventare predominanti nei partiti e di congiungere le loro posizioni non marxiste alla controrivoluzione stalinista che prendeva campo in Russia. Nel 1926 la tragedia era compiuta.

Nell’interguerra la sottomissione dell’Internazionale comunista alla controrivoluzione staliniana genera nei partiti comunisti diversi tipi di reazione. Ritornano in luce un poco dovunque tendenze spontaneiste ed anarcoidi come reazione allo stalinismo, tendenze che negano la necessità del partito e soprattutto dello Stato dittatoriale diretto dal partito. È una reazione antistaliniana tipica, condivisa purtroppo anche da Trotski, quella che, condannando i metodi burocratici e repressivi installati dallo stalinismo, si lascia andare a rivendicare la democrazia, la democrazia operaia, la democrazia sovietica e, magari, la democrazia interna al partito. Queste reazioni, per quanto provenienti da sinceri combattenti della rivoluzione, rompevano con il marxismo e si ricongiungevano, volenti o nolenti, con l’anarchismo. Le correnti correttamente marxiste, come la Sinistra Italiana ed anche l’opposizione che faceva capo a Trotski, si batterono contro lo stalinismo cercando di difendere l’integrità del programma marxista ed in primo luogo i concetti inviolabili della necessità del partito centralizzato e dello Stato dittatoriale diretto dal partito. La difesa di questi cardini accomuna la nostra corrente a Trotski nella lotta contro Stalin, anche se Trotski si lascerà andare troppo speso a rivendicazioni di “vera democrazia” nel partito, magari a scopo di giusta polemica nei confronti dei metodi infami dello stalinismo.

Ciò che dividerà Trotski da noi, definitivamente e per sempre, sarà il fatto di non aver saputo identificare la fonte della degenerazione dell’Internazionale in quei fattori che avevano resa affrettata la sua formazione nel primo dopoguerra, cioè nella indeterminatezza delle norme organizzative e tattiche e nel fatto che queste, invece di divenire più rigide man mano che la situazione rifluiva, erano state rese sempre più elastiche e sempre più indeterminate. Il presupposto del “pericoloso” piano di Lenin, per cui si accettavano nell’Internazionale gruppi e forze fino a ieri socialdemocratiche e sindacalistiche purché accettassero almeno i principi del partito e della dittatura, era costituito da una corretta valutazione delle spinte materiali della fase ascendente della rivoluzione. Dopo il 1922 la prassi delle “concessioni” e delle manovre tattiche spregiudicate avrebbe dovuto cessare, proprio perché la situazione diveniva oggettivamente negativa. L’Internazionale era andata in senso inverso e crollò. La lezione da trarre era che, aprendosi un periodo di controrivoluzione alla scala mondiale, doveva essere fatto il bilancio di questi errori passati per arrivare alla conclusione della condanna definitiva delle tattiche e delle norme organizzative troppo “elastiche”.

La corrente antistalinista che si richiamava al nome di Trotski non fu in grado di trarre questo bilancio. Di più: essa difese la prassi tattica e organizzativa dell’Internazionale sostenendo essere quella l’unica conveniente al partito comunista per mantenere il contatto con le masse proletarie. La corrente di Trotski camminò su questa strada fino ad ammetter che parole d’ordine democratiche avrebbero potuto avere una certa importanza anche nei paesi di capitalismo avanzato in presenza di fascismo. A questo punto dichiarammo alle due parti che le nostre strade divergevano irrimediabilmente.

Su di altro piano la nostra divergenza con Trotski fu totale e completa. Trotski aveva preso come dato assoluto il processo di formazione della III Internazionale e tutta la sua opera fu intesa, fin dal 1928, a cercar di raggruppare in una organizzazione unica tutte quelle forze che stavano sul terreno antistalinista, anche se non avevano posizioni coerentemente marxiste. Mancandogli l’appoggio materiale che Lenin aveva avuto nel 1920 ed operando in piena fase controrivoluzionaria il risultato delle sue manovre non poté essere una riedizione della III Internazionale, ma l’aborto storico della IV. Sacrificando la spietata chiarezza delle posizioni teoriche o programmatiche ad una manovra tattica, al frontismo, all’unione di tutte le forze rivoluzionarie in un periodo oggettivamente controrivoluzionario, la corrente di Trotski ha da tempo abbandonato ogni legame con il marxismo rivoluzionario senza peraltro riuscire ad influenzare il proletariato in alcun modo. La IV Internazionale trotskista è oggi, dal punto di vista delle sue forze organizzate, un piccolo gruppo escluso dal seno della classe operaia, ma lo è, e questo è il grave, dopo aver lascito per strada in trent’anni qualsiasi capacità di impostazione e di analisi marxista.

E questo è un dato storico fondamentale: la fase controrivoluzionaria apertasi nel 1926 ha permesso nell’arco di cinquant’anni una presa totalitaria dell’opportunismo sulla classe operaia. Non solo il partito rivoluzionario è stato respinto ai margini della classe e gli è stato impossibile qualsiasi collegamento con le masse proletarie, ma non hanno avuto terreno nemmeno le tendenze non marxiste, che usavano risorgere in presenza di movimenti proletari estesi come reazione all’opportunismo. Anarchici, anarco-sindacalisti oggi non esistono come espressione del movimento di strati anche esili della classe operaia, ma semplicemente come gruppetti e circoli di intellettuali che solo fra gli intellettuali trovano la loro materia sociale e i loro collegamenti. Ed in conseguenza di questa situazione morta ed amorfa anche la loro ideologia è scaduta rispetto a quella dei loro antenati di cinquanta o cento anni fa. È la loro condanna definitiva da parte della storia: compagni di strada della rivoluzione dal 1848 al 1871; dimostrate false le loro posizioni dalle vicende storiche, trovano un’occasione di rivivere grazie al tradimento socialdemocratico, e sui loro sconnessi indirizzi riusciranno a trascinare strati più o meno consistenti del proletariato e del disgusto dei quali per i metodi parlamentari e riformisti furono l’espressione negativa. Gettati definitivamente fuori dai ranghi della classe mentre aumenta la loro incoerenza e inconsistenza ideologica, il reclutamento delle loro forze si compie oramai soltanto nel campo degli intellettuali malcontenti e della contestazione studentesca.

Dal 1926 in poi assistiamo dunque allo svolgersi di una fase controrivoluzionaria senza precedenti che dura tutt’ora. Convergendo in senso sfavorevole alla rivoluzione fattori oggettivi e soggettivi il proletariato europeo e mondiale non è riuscito a dar vita a movimenti di masse neanche lontanamente paragonabili a quelli che incendiarono il primo dopoguerra. Le complesse ragioni economiche, sociali, politiche di questo fenomeno le abbiamo mille volte analizzate. Fatto sta che questa situazione reale non potrà essere rovesciata che da un ritorno del proletariato alla lotta almeno difensiva, ritorno che sarà il prodotto della crisi economica mondiale che si sta appena aprendo. In questa situazione il partito, come abbiamo mille volte ripetuto nei nostri testi, ha come compito essenziale di gettare un ponte di coerenza teorica e pratica fra le generazioni rivoluzionarie di 50 anni fa e le future leve rivoluzionarie del proletariato, che la ripresa della lotta di classe susciterà a milioni e milioni. Saltare questo abisso con la volontà non è possibile. Diamo atto al compagno Trotski di averlo tentato, con il solo risultato di farsi portatore di gravi deviazioni dell’indirizzo marxista. Rifiutammo 30 anni fa e ci rifiutiamo oggi di seguire la sua strada.

Il partito «compatto e potente», numericamente forte, disciplinato e collegato al proletariato rinascerà soltanto dall’incontro tra la spietata coerenza alla teoria, ai principi, al programma della rivoluzione, tra la rigida riaffermazione della invarianza del marxismo e la coerente applicazione di esso alla spiegazione dei fatti e delle lezioni che ci vengono dalla terribile sconfitta subita, e il rimettersi in moto delle grandi masse del proletariato spinte a ciò da determinazioni economiche. In questo movimento della classe il piccolo gruppo che ha saputo mantenere la rotta della rivoluzione non solo nelle sue enunciazioni teoriche e programmatiche ma nel suo lavoro pratico ed organizzativo, per quanto ristretto, troverà l’ambiente per reclutare le sue forze, per stabilire mille canali di collegamento con la classe di cui esso è il rappresentante storico.

Non negli sguaiati sussulti di strati intermedi malcontenti che vanno elaborando teorie sconnesse e deformi, tutte egualmente lontane dal marxismo, tutte egualmente legate al cordone ombelicale dell’opportunismo tradizionale. E questo per la giusta considerazione che le teorie, le posizioni politiche non si creano a piacere e non sono il frutto di più o meno grandi capacità di comprensione intellettuale di singoli o di gruppi, ma derivano da forze reali che si muovono nella società. L’epoca controrivoluzionaria che ha ridotto il proletariato a non saper esprimere neanche un movimento generalizzato in difesa delle sue condizioni di vita e di lavoro nell’arco di 50 anni e che ha ridotto i marxisti coerenti a ristretta pattuglia senza legami con la classe, ha prodotto anche i gruppetti, le formazioni politiche sedicenti “rivoluzionarie” che pullulano dovunque dalla fine della guerra e particolarmente dal 1960 in poi. Questi gruppetti sono tutti e non possono non essere che “revisionisti” cioè nemici giurati del “dogmatismo” sulla cui base è sempre risorto il partito di classe e particolarmente la III Internazionale. Essi sono tutti, e non possono non esserlo, per l’aggiornamento di qualche parte del marxismo alla realtà d’oggi. Essi rivendicano tutti, e non può essere che così, una tradizione comune all’opportunismo staliniano e alle sue gesta antifasciste e resistenziali. Sono tutti seguaci, in campo organizzativo e tattico, degli aspetti che segnarono la degenerazione della III Internazionale, dalla rivendicazione del “centralismo democratico” al fronte unico politico, al governo operaio e operaio e contadino. Date queste basi comuni la enunciazione di essere marxisti, leninisti o magari seguaci del marxista Trotski, hanno lo stesso valore che per il revisionismo classico aveva riferirsi alla teoria di Marx e di Engels. In realtà sono tutti sul fronte dell’opportunismo contro il marxismo. Sono tutti egualmente lontani dal partito rivoluzionario.

E questo non è avvenuto e non avviene a caso: esprime invece l’influenza materiale che l’opportunismo ha sulla classe operaia, la mancanza di movimento da parte della classe. Sono questi due fattori congiunti che hanno pesato sul cervello dei giovani degli anni sessanta impedendo loro di rompere con l’opportunismo e di ritrovare la sana tradizione marxista. Pensare che un’opera di propaganda e di indottrinamento teorico possa portare su posizioni marxiste queste forze significa essere caduti nel più trito idealismo, perché questi gruppi non esprimono una scarsa capacità intellettuale di comprendere la teoria marxista, esprimono la forza della controrivoluzione che li rende materialmente incapaci di capire, come rende gli operai materialmente incapaci di comprendere l’indirizzo del partito. Verità elementari che la situazione materiale rendeva comprensibili nel 1920 al più analfabeta degli operai sono oggi incomprensibili al più “politicizzato” dei “di sinistra”. L’abisso non si trova nel cervello, ma nella realtà materiale; sarà superato non istituendo corsi per il corretto apprendimento del marxismo, ma dal ritorno alla lotta del proletariato che aprirà i cervelli, nell’unico modo possibile: spezzando con una serie di robuste spallate la cappa di piombo opportunista che pesa sul cervello e sulle capacità di comprensione di tutti i membri della società. Allora soltanto e soltanto su questa base materiale i giovani che sentono la spinta istintiva a combattere contro la società presente saranno messi in grado non di vegetare nella palude parlamentare o extraparlamentare dell’opportunismo, ma di comprendere le posizioni coerenti che il partito esprime ogni giorno nella sua propaganda e nella sua azione.

Breznev-Kissinger stregoni a consulto

Non è da ora che sosteniamo, contro tutti gli «innovatori», «riformatori», «rinnegati» e via dicendo, essere destino della fase controrivoluzionaria che stiamo attraversando che tutti, chi più chi meno, si sentano o si camuffino da «marxisti»: è un’esigenza per meglio confondere le idee già paurosamente annebbiate di proletari e non.

Non ci saremmo però mai aspettati una confessione esplicita, anche se furbamente celata tra l’ironia ed il sussiego, da parte del Corriere della Sera, specializzato in questi ultimi tempi in «advances» progressiste tanto da essere caduto in sospetto di «criptocomunismo» presso i borghesi timorati di Dio e per niente disposti a scherzare.

Il bello è che il Corriere viaggia in compagnia di due illustri personaggi che in una fase in cui, come commenta, «ormai tutti siamo marxisti o quasi», fanno bella mostra di sé proponendo la loro analisi della situazione internazionale e le loro previsioni con realismo e spregiudicatezza facendo professione di cinismo e di machiavellismo deteriore, che poi per questi signori sarebbe il marxismo dei nostri tempi!

Il noto commentatore di politica internazionale per l’azienda milanese V. Zorza si affretta comunque a precisare che se dovessimo fare una distinzione, i due illustri dovrebbero essere classificati tra i «marxisti evoluzionisti», e ci mancherebbe altro!, nemici adunque di ogni brusco sovvertimento e specialisti nell’arte di arginare il pericolo che la crisi politica ed economica possa riportare alla ribalta della storia i «marxisti rivoluzionari», che per i democratici, pensate un po’, sarebbero i «falchi» degli opposti schieramenti statali!

Kissinger in una sua intervista a James Reston del New York Times ha parlato della «quasi certa disintegrazione della civiltà occidentale se le nazioni che ne fanno parte non riconoscono la loro interdipendenza nell’odierno mondo economicamente turbato e percosso dall’inflazione».

In un discorso che Breznev ha fatto quasi contemporaneamente (marxisti «sincronizzati») ha così diagnosticato i sintomi della malattia del capitalismo del nostro tempo: «inflazione galoppante, crisi economica acuta, caduta della produzione e aumento della disoccupazione» (profondo, no?). La crisi della democrazia occidentale – ha detto – «sta accelerando la disintegrazione della macchina politica del sistema capitalistico». Per lui tutto ciò era «inevitabile», perché proviene «dalla natura stessa del capitalismo». Secondo il modello marxista marca Breznev i guai economici del capitalismo faranno sì che esso attacchi i livelli di vita dei lavoratori. Il proletariato allora contrattaccherà, il che indurrà i capitalisti ad assoldare le forze del fascismo. Nel confronto che ne seguirebbe prevarrebbero i comunisti (quali?) e i fascisti, il che condurrebbe alla guerra civile e a tensioni internazionali, che potrebbero provocare più ampie guerre.

Come si vede la larga mente di Breznev in quanto a «capacità creativa» non ha proprio da invidiare a nessuno: ripete tale e quale la dogmatica staliniana, che abbiamo sempre definito opportunismo socialdemocratico aggravato dalla decimazione dei comunisti rivoluzionari, idealismo e meccanicismo. Chi non ricorda le profezie di Baffone?: il capitalismo è un sistema economico e politico soggetto a crisi ricorrenti: il socialismo (quello «edificato in Russia») è al contrario una struttura ordinata e pianificata, che scorre senza scosse, non conosce crisi economiche, è capace di aumentare le forze produttive in maniera illimitata: ergo, il socialismo vincerà sorpassando l’antagonista in campo politico ed economico. Il sillogismo è perfetto: solo che si dimentica che il sillogismo è il fondamento della metafisica e della logica scolastica, ed è un pochino lontano dalla dialettica materialistica. Per questi signori, con baffi o senza, tutto va avanti a base di gradualismo, di evoluzione inevitabile, con qualche «inevitabile piccolo sussulto» tipo distruzione della vecchia guardia bolscevica, epurazioni e bagattelle varie.

Non una parola naturalmente sul ruolo del partito comunista, come è normale d’altro canto in quanto decimato e annientato, fatto a pezzi da Stalin e «disintegrato dai suoi seguaci»: la vittoria del socialismo si affermerà così per forza di cose, come diceva (per loro) papà Marx, «inevitabilmente». Per tutti gli evoluzionisti, anche se lordi di sangue proletario, a vincere è sempre il destino: male che vada potrà essere «cinico e barbaro», secondo la nota sortita saragattiana.

Nel bel mezzo della crisi anche Breznev, come tutti i falsi marxisti, si sente in dovere di spiegare, stralciando qualche vecchia frase ad effetto, la sua interpretazione del difficile momento, preoccupandosi comunque di nascondere al proletariato la serie di tradimenti e di diserzioni che lo hanno costretto alla più nera delle controrivoluzioni che la storia della lotta di classe ricordi.

Kissinger, suo amabile interlocutore, non gli è da meno, e pur senza citare Marx (non è poi tanto scemo) lo tallona da vicino con una analisi alla Metternich, tutta realismo e pragmatismo: «le rivalità locali – ha detto – condurrebbero dapprima a tentativi, da parte di ciascun paese, di sfruttare al massimo i propri vantaggi. Ciò porterebbe «inevitabilmente» (anche per lui il destino batte alla porta) a prove di forza che aggraverebbero le crisi domestiche dei paesi coinvolti. Questi a loro volta costituirebbero dei regimi autoritari (se comunisti o fascisti non precisa) ma presumibilmente «fascisti» in alcuni casi e «comunisti» in altri. Lo stadio successivo vedrebbe crisi internazionali tra questi regimi e «probabilmente» confronti militari: ma, anche senza questi confronti, dice Kissinger, crisi sistematiche simili a quelle degli anni ’20 e ’30 sono destinate a ripetersi.

Questo non è esattamente l’ordine in cui Mosca vede il verificarsi degli eventi, ma tutto vi è compreso – annota Zorza. – Appunto, mutato l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.

Nello stesso tempo i tecnici del dipartimento di stato americano hanno cercato di dare un ulteriore ordine logico alla concettualizzazione che l’ordinata mente di Kissinger non è riuscita a fare nel concitato scambio di domande e risposte: un suo aiutante di campo, mister Lord si domanda preoccupato: «le notizie della morte della dottrina comunista sono molto esagerate? Non possiamo esser sicuri che i futuri “capi comunisti” resteranno costruttivi come quelli attuali». Egli teme che possano agire di nuovo come capi di stato «rivoluzionari» per far crollare il sistema internazionale, forse nel modo implicito nelle loro attese, da benefici derivanti dalla crisi dell’Occidente. Il bello è che secondo il Lord sarebbero i militari dei due campi a costruire spietatamente la guerra e la fine della distensione. Un generale sovietico avrebbe detto che «in qualsiasi momento può sorgere in qualche anello del sistema capitalistico una situazione che spianerà la via delle “fondamentali trasformazioni rivoluzionarie”».

Intanto compito dei due «marxisti di razza», Breznev e Kissinger, è di tener lontana tale eventualità, sviluppando in maniera irreversibile la via alla collaborazione. Il che è come dire: se la rivoluzione è proprio un destino, non si dirà che non abbiamo fatto il possibile per esorcizzarla. Se proprio la forza degli eventi dovesse spingere il proletariato a rialzare la testa, non si potrà dire che non si è fatto di tutto per tenerla a bada.

Oh sì, si è fatto veramente di tutto, da papà Stalin al compagno Leonid, per ricacciare il proletariato nel vicolo cieco della controrivoluzione, distruggendo letteralmente le avanguardie operaie e il fiore della direzione bolscevica. Nonostante tutto non si dormono sonni tranquilli, né sul fronte borghese orientale né su quello occidentale: la vecchia talpa lavora assiduamente, deve solo rialzare il muso dalle oscure tenebre sotterranee, e tutto nella previsione marxista di sempre dice che avverrà. Ciò apparirà un destino per borghesi e opportunisti che hanno lavorato con tutti i mezzi per evitarlo, una conferma per i rivoluzionari comunisti che non hanno abbassato la bandiera della rivoluzione neanche nei momenti più neri, ma fedeli ai compiti storici che la lotta ha loro assegnato hanno «preparato» questa necessità mantenendo viva la possibilità che il proletariato potesse riconoscere, spinto da determinazioni materiali potentissime, la sua guida storica, il suo partito. Per noi gli eventi rivoluzionari non si verificheranno secondo un meccanico snodarsi di fatti, magari ordinati da qualche eccelsa mente, ma secondo una ripresa di bruschi sommovimenti che solo una mente collettiva e storica come il partito comunista sarà in grado di leggere correttamente e di volgere verso le finalità della classe operaia, la presa del potere e la dittatura proletaria come transizione unica verso la società senza classi. La preparazione rivoluzionaria sarà essa stessa non un meccanico ordinamento di eventi da parte di «organizzazioni» tipo, ma la capacità di non perdere il filo storico da parte della piccola e timida falange attuale che compone il partito formale.

Un esempio storico di tattica comunista: il fronte unico

Non è che ci interessino le critiche che ci fanno i vari partiti « operai » o i vari gruppetti, ma queste ci danno lo spunto di ribadire le nostre posizioni di partito che sono ovviamente l’opposto delle loro. Una delle questioni su cui veniamo continuamente attaccati sia dai partiti opportunisti classici, sia dai raggruppamenti della cosiddetta « sinistra rivoluzionaria » è che noi, secondo loro, saremmo una organizzazione chiusa, una organizzazione settaria, dove non si può discutere, dove tutto è già stabilito, dove insomma non è possibile dialogare ed esprimere le proprie idee.

Tutti questi signori, anche se si richiamano al marxismo, al comunismo e dicono di essere i seguaci di Lenin e anche addirittura della sinistra comunista, sono in realtà dei democratici piccolo borghesi, in quanto pensano che le posizioni del partito di classe derivino non da una analisi scientifica della società capitalistica e del modo di produrre del capitalismo e dalla esperienza storica di lotta di tutta la classe operaia, ma da un insieme di ideologie o meglio dall’unione di tutte quelle ideologie che oggi si richiamano alla classe operaia: basta che si parli bene degli operai, che si difendano formalmente gli operai, poi se alla base di queste ideologie c’è una matrice storica opportunista o anarchica o addirittura sindacalista, tutte posizioni che storicamente sono state messe alla prova e hanno fallito e di conseguenza sono passate nel campo dell’opportunismo e della controrivoluzione, non conta niente.

Il partito comunista rivoluzionario è quella organizzazione che difende gli interessi dalla classe operaia non soltanto nel momento contingente, ma alla scala generale e storica, il che vuol dire che riesce a legare le esigenze immediate della classe al suo fine storico che è l’abbattimento violento della società capitalistica e l’instaurazione della dittatura del proletariato, strada obbligata per il raggiungimento della società comunista.

Una tale organizzazione, per poter raggiungere il fine che si prefigge deve aver saputo trarre le lezioni che la storia della lotta di classe del proletariato, non di oggi ma di sempre, ha dato; lezioni che una volta tratte sono punti fermi da cui si deve ripartire, ma mai deviare.

Quindi le accuse che ci vengono fatte ci fanno piacere in quanto sono la dimostrazione che noi camminiamo sulla giusta strada e semmai dovremmo cominciare a preoccuparci, non per noi come individui, ma per la vittoria della rivoluzione quando nella nostra organizzazione si inserisse il metodo per cui tutti possono esprimere la loro opinione sulle varie questioni e le decisioni sull’indirizzo politico del partito, fossero prese con il metodo democratico. Noi abbiamo solo da lavorare a scolpire ancora di più i cardini fondamentali del comunismo rivoluzionario, cardini che non abbiamo inventato noi ma che la storia ha selezionato; non abbiamo nulla da inventare né da « arricchire ». Chiunque sente il bisogno di « arricchire » la tradizione del movimento di classe si rivolga pure all’opportunismo. Senz’altro sarà preso in considerazione.

Come l’ideologia del partito non può formarsi dalla somma di singole opinioni, così l’organizzazione non può formarsi attraverso l’unione di più raggruppamenti che poi in fondo non sono altro, particolarmente nella situazione attuale, che ali sinistre dei vecchi partiti opportunisti pronte sempre ad appoggiare nei momenti più importanti la politica di questi partiti.

Se il partito comunista rivoluzionario, attraverso tutta l’esperienza storica è riuscito ad avere un programma unico ed una tattica unica perlomeno nelle grandi linee, di conseguenza anche l’organizzazione che è l’espressione sia del programma che della tattica deve essere unica e chiusa verso gli altri raggruppamenti politici. Infatti, se guardiamo la storia del partito proletario dalla I Internazionale in poi, vediamo che la tendenza è proprio quella di arrivare ad un partito al cui interno non ci siano diverse posizioni politiche e che di conseguenza sia al massimo centralizzato. Mentre nella prima Internazionale potevano coesistere diverse ideologie da quella marxista a quella mazziniana e tutte queste si potevano esprimere all’interno, nella seconda invece entravano soltanto i partiti socialisti, quindi i marxisti, anche se questi poi si divisero in due correnti e frazioni organizzate, quella riformista e quella rivoluzionaria. Dopo la rivoluzione russa del 1917 ed il fallimento della seconda Internazionale, si pose il problema di ricostituire il partito comunista mondiale, la III Internazionale, ma a questa potevano aderire, a differenza delle altre due, solo i partiti comunisti che avessero accettato in pieno tutti i 21 punti del II Congresso. Quindi si era arrivati ad avere una organizzazione unica al cui interno non potevano esistere né diverse correnti ideologiche né frazioni organizzate.

Inoltre l’omogeneità teorica programmatica e tattica del partito e di conseguenza la massima centralizzazione organizzativa è imposta dagli stessi compiti che il partito si prefigge ed anche qui la III Internazionale nei suoi primi anni dette un magnifico esempio. Infatti non si può pensare di poter attaccare e vincere lo Stato capitalistico che è al massimo centralizzato e che ha dei mezzi come la polizia, le galere, la magistratura, la stampa, la radio e la stessa organizzazione della vita economica nelle mani, senza una organizzazione perlomeno altrettanto forte e altrettanto centralizzata; anche se la centralizzazione del partito comunista non è la stessa di quella dello stato borghese.

Il partito non è invece chiuso verso la classe, perché è proprio l’azione della classe che deve essere indirizzata ai fini rivoluzionari dal partito, quindi questo ha il compito di cercare il più stretto legame con gli strati operai di difendere e anche di sviluppare tutte quelle azioni che questi strati o categorie si trovano a intraprendere spinte da situazioni oggettive che derivano dalle contraddizioni del sistema capitalistico di produzione. Soltanto quando il partito sarà riuscito, attraverso il suo lavoro all’interno della classe e sul terreno della partecipazione alle sue lotte anche immediate e parziali, ad avere una influenza predominante su questa, si potrà parlare di rivoluzione. Per noi appunto l’azione è delle masse, la coscienza è del partito, il che vuol dire che la rivoluzione la dovranno fare gli operai spinti a lottare per difendere il pezzo di pane, ma la direzione e l’organizzazione dovrà essere nelle mani del partito, in quanto il partito non è altro che la testa, cioè la coscienza della classe operaia.

Chiusura « dogmatica » nel campo della teoria del programma delle linee tattiche fondamentali; nessuna libertà di critica e nello stesso tempo assoluta centralizzazione e disciplina organizzativa; netta delimitazione del partito dall’esterno. Questi termini non sono come si vorrebbe far credere in contraddizione con la tendenza a collegarsi con tutti i mezzi con le masse proletarie, con le loro lotte, con i loro impulsi anche più immediati e limitati. Anzi è solo su questa base che il legarsi alle « masse » ha un significato rivoluzionario. Significa cioè indirizzare l’azione dei proletari spinti a ribellarsi contro lo sfruttamento e l’oppressione esercitate quotidianamente verso il fine dell’abbattimento violento del potere borghese.

Questa dialettica posizione noi l’abbiamo realizzata a scala molto più seria di quanto possano pensare coloro che sono abituati a « dialogare » e a non fare altro, con la tattica del fronte unico prima ancora che l’Internazionale comunista varasse le famose tesi nel gennaio 1922; a scala molto più seria perché allora, nel 1921, la classe operaia lottava armi alla mano per la conquista del potere e non era certo, come oggi, completamente immobilizzata nel « dialogo » o nel « compromesso storico ».

Riportiamo, a dimostrazione di quanto detto sopra e di una impostazione correttamente marxista del rapporto fra partito e classe, una serie di citazioni dall’Ordine Nuovo del gennaio 1922 sulla questione del fronte unico. La nostra corrente dirigeva allora il Partito Comunista d’Italia e seppe dare a tutta l’Internazionale un esempio di come ci si lega al movimento della classe operaia senza venire meno alle caratteristiche programmatiche del partito. La Sinistra Comunista d’Italia fu la sola a portare avanti la tattica del fronte unico sul terreno delle rivendicazioni economiche degli operai e degli organismi sindacali e l’azione del partito si concretizzò nella famosa Alleanza del Lavoro che culminò nello sciopero generale dell’agosto 1922, il quale non poté diventare il segnale della ripresa della lotta offensiva contro lo Stato capitalistico e contro il fascismo, soltanto perché fu apertamente sabotato e tradito dai riformisti e dai massimalisti del PSI, nonché dagli anarchici. Fu la sconfitta dello sciopero di agosto che segnò la vittoria definitiva della borghesia e delle sue bande in camicia nera sul proletariato.

La « marcia su Roma » dell’ottobre non fu che una farsa ad uso della platea.

CONTRO L’INFANTILISMO DI SINISTRA

Il secondo degli articoli in questione chiarisce bene il senso in cui per la Sinistra i mezzi tattici devono essere prescelti in relazione al programma del partito e alle sue finalità. La tattica non deve essere dettata al partito in maniera incosciente dall’evolversi delle situazioni, né dal miraggio di successi immediati, né da ragioni di purismo o di « morale rivoluzionaria », bensì dal calcolo razionale e oggettivo dell’efficacia di un determinato mezzo il quale deve servire a potenziare il movimento di lotta della classe e i collegamenti di essa con il partito senza deformare la fisionomia del partito stesso. Siamo in questo, sullo stesso terreno di Lenin quando nel 1903, nel « Che fare? » sosteneva che il partito non può esistere senza una pianificazione e di conseguenza previsione, dei mezzi tattici e quando, nel 1920, attaccava le posizioni falsamente estremiste di tedeschi ed olandesi i quali facevano discendere l’azione del partito da canoni di purezza dottrinaria o estetica.


« Non vi è marxista che non debba essere con Lenin quando esso denuncia come malattia infantile un criterio di azione che si preclude certe possibilità di iniziativa in base alla semplice considerazione che esse non sono abbastanza rettilinee ed adagiate sullo schema formale delle nostre idealità senza stonature e deformazioni antiestetiche … ».

« Dicendo che il campo delle possibili e ammissibili iniziative tattiche non può essere limitato con considerazioni dettate da un semplicismo falsamente dottrinale, metafisicamente dedito a confronti formali e preoccupato della purezza e della dirittura come fini a se stesse, non intendiamo dire che il campo della tattica debba restare illimitato e che tutti i metodi siano buoni a raggiungere i nostri fini. Sarebbe un errore affidare la difficile soluzione della ricerca di mezzi adatti alla semplice condizione che si sia intenzionati a valersene per scopi comunisti. Non si farebbe che ripetere l’errore di rendere soggettivo un problema che è oggettivo, accontentandosi del fatto che chi sceglie dispone e dirige le iniziative è deciso a lottare per le finalità comuniste e si lascia guidare da queste.

Esiste e deve quindi essere sempre meglio elaborato un criterio tutt’altro che infantile, ma intimamente marxista, di tracciare i limiti delle iniziative tattiche, che non ha nulla di comune coi preconcetti e i pregiudizi di un errato estremismo, ma che raggiunge per altra via l’utile previsione dei legami, ben altrimenti complessi, che legano gli espedienti tattici a cui si ricorre coi risultati che se ne attendono e che poi ne derivano ».

DIFESA DELLA TATTICA DELL’INTERNAZIONALE

Difendemmo, allora, contro ogni obiezione di « sinistra » la tattica del fronte unico preconizzata dall’Internazionale indicandone nello stesso tempo i limiti in cui poteva e doveva essere attuata senza danneggiare la fisionomia del partito rivoluzionario. Come si sa l’applicazione di questa tattica, mentre dette buoni risultati in Italia uscì dai termini corretti indicati dalla Sinistra portando a disastrose applicazioni soprattutto in Germania.

« Vi è poi questo: che la proposta di fronte unico non è la stessa cosa di una proposta di alleanza. Sappiamo quale sia il senso volgare di una alleanza politica: dalle varie parti si sacrifica e sottace una parte del proprio programma per venirsi ad incontrare su di una linea intermedia. Invece la tattica del fronte unico come è concepita da noi comunisti non contiene affatto questi elementi di rinunzia da parte nostra. Essi restano solo come un possibile pericolo: noi crediamo che questo diviene preponderante se la base del fronte unico viene portata fuori dal campo della azione diretta proletaria e della organizzazione sindacale per invadere quello parlamentare e governamentale e diremo per quali ragioni connesse allo sviluppo logico di questa tattica. Il fronte unico proletario non vuol dire il banale comitato misto di rappresentanti di vari organismi in favore del quale i comunisti abdichino alla loro indipendenza e libertà di azione per barattarla con un certo grado di influenza sui movimenti di una massa più grande di quella che li seguirebbe se agissero da soli. Vi è ben altro.

Noi proponiamo il fronte unico perché ci sentiamo sicuri che la situazione è tale che i movimenti d’insieme di tutto il proletariato, quando questo si ponga dei problemi che non interessano solo una categoria o una località, ma tutte, non possono effettuarsi che in senso comunista, ossia nello stesso senso che noi daremmo ad essi se dipendesse da noi guidare tutto il proletariato. Noi proponiamo la difesa degli interessi immediati e del trattamento che è attualmente fatto al proletariato contro gli attacchi del padronato, perché questa difesa, che non è mai stata in contrasto con i nostri principi rivoluzionari, non si può fare che preparando e attuando l’offensiva in tutti i suoi sviluppi rivoluzionari così come noi ce li prefiggiamo.

In una simile situazione – e non ripetiamo qui le considerazioni che dimostrano che tali sviluppi essa presenta, collegandosi alle manifestazioni economiche e politiche dell’offensiva capitalistica – noi possiamo offrire un accordo in cui non pretendiamo che si accetti dagli altri contraenti, ad esempio, il metodo delle azioni armate o di lotta per la dittatura proletaria, e se non pretendiamo questo, non è perché ci siamo accorti che è meglio per il momento rinunziare a tutto ciò e contentarci di meno, ma perché è inutile formulare tali proposte quando sappiamo che la loro esplicazione sarebbe contenuta nella semplice accettazione di difendere i modesti obbiettivi delle rivendicazioni che devono servire di piattaforma al fronte unico … ».

INDIPENDENZA DEL PARTITO E BASI REALI DEL FRONTE UNICO

L’articolo successivo, del 19-1-1922 definisce in primo luogo il fatto che la tattica del fronte unico si inserisce nella necessità di mobilitare grande parte delle forze proletarie nell’attacco generale contro la borghesia. Questa mobilitazione presuppone due termini tra di loro inscindibili: l’esistenza del partito apertamente separato ed opposto a tutti gli altri, chiaramente orientato sulla base della sua dottrina e del suo programma, e l’esistenza di una situazione reale che spinga gli operai a muoversi in difesa delle loro condizioni di vita, movimento che, dato il grado di evoluzione delle contraddizioni capitalistiche, non può svolgersi che con i metodi e gli strumenti sempre predicati dal partito.

« Più che mai si tratta di aprire la strada alla vittoria della rivoluzione proletaria nell’unica forma che essa può assumere: il rovesciamento violento del potere borghese e la instaurazione della dittatura proletaria. Il problema consiste nel portare sul terreno della lotta per la dittatura tali forze che possano aver ragione di tutte le risorse difensive e controrivoluzionarie della borghesia mondiale. Queste forze non si possono attingere che nelle file della classe lavoratrice, ma per sconfiggere l’avversario capitalista occorre concentrare sul terreno rivoluzionario lo sforzo di tutto il proletariato. Questo è sempre stato lo scopo fondamentale del partito di classe secondo il punto di vista marxista. Si tratta di realizzare un’unità effettiva e non meccanica, si tratta di avere l’unità per la rivoluzione e non l’unità per se stessa …

Abbiamo visto come la situazione generale è caratterizzata dalla offensiva capitalistica contro il tenore di vita del proletariato perché il Capitalismo sente che non può evitare la catastrofe se non aumenta il grado di sfruttamento dei lavoratori. Nello stesso tempo che il capitalismo potrà deprimere economicamente le masse con l’aiuto di mezzi offensivi economici e politici, esso avvierà un suo tentativo di riorganizzazione, ma nella stessa misura accentuando i caratteri dell’imperialismo industriale andrà verso il baratro della nuova guerra. Questo il concorde giudizio comunista sulla situazione, che quindi conchiude alla necessità urgente della riscossa rivoluzionaria del proletariato e per affrettarla e sol per questo vuol trovare le vie per utilizzare rivoluzionariamente gli sviluppi di una tale situazione. Da questo sorge, l’abbiamo visto, che una lotta economica anche puramente difensiva del proletariato pone un problema di azione rivoluzionaria e di abbattimento del capitalismo. Perché non era ieri rivoluzionario chiedere un forte aumento dei salari e lo è oggi domandare che non vengano abbassati? Perché quell’azione poteva svolgersi da parte dei limitati gruppi locali e professionali di operai in modo saltuario, mentre quest’azione che oggi s’impone e che è la sola possibile a meno che il proletariato non rinunzi ad ogni forma di associazione o di movimento organizzato esige una simultanea scesa in campo di tutte le forze operate, al di sopra della divisione di categoria e di località, anzi addirittura su scala mondiale.

Come si vede la formula del fronte unico non è una ricetta a tutti gli usi come pretendono i gruppuscoli e lo stesso PCI, ma è legata al presentarsi di una situazione reale data e d’altra parte all’assoluta indipendenza e capacità di movimento autonomo del partito. Continuiamo le citazioni.

« Per venire infine ai documenti ufficiali della Internazionale ci limitiamo a notare come il manifesto non sia diretto né ai partiti, né ad organi sindacali delle altre internazionali, ma al proletariato di tutti i paesi. Lo stesso fatto che si invitano al fronte unico anche lavoratori aderenti a sindacati cristiani e liberali, dimostra quale differenza vi sia fra i due concetti: nessuno infatti penserebbe ad un fronte unico con partiti cristiani e liberali.

E d’altra parte le tesi del C. E. se evitano per ora l’inquadramento generale teorico della quistione, stabiliscono alcuni capisaldi importantissimi, la indipendenza di organizzazione dei nostri partiti comunisti non solo, ma la loro assoluta libertà mentre prendono l’iniziativa del fronte unico, della critica e della polemica attiva contro i partiti e organismi delle Internazionali Due e Due e Mezzo; libertà di agire ” nel campo delle idee” per il nostro ben preciso programma; unità di azione di tutto il fronte proletario … ».

L’impostazione di questa difficile questione è definita in maniera suggestiva nel brano che segue e che conclude l’articolo: « È inevitabile che le masse partendo da questa nozione superficiale: o si va verso la scissione o si va verso l’unità, immaginino che le due direzioni sono opposte. Ma in realtà non è così. Unità dei lavoratori e separazione dagli elementi degeneri e soprattutto dai capi traditori sono invece due conquiste parallele: noi lo sappiamo da tempo, le masse lo vedranno solo al termine del movimento. L’essenziale è che questo sia intrapreso nel senso della lotta, della resistenza alle imposizioni capitalistiche.

Libertà e indipendenza di organizzazione e disciplina interna, di propaganda, di critica; unità di azione. Ecco ciò che i partiti comunisti devono proporre e realizzare per vincere.

La formale contrapposizione non è che quella per cui la nostra parola d’ordine è sempre stata: Proletari di tutto il mondo unitevi. Per essa abbiamo smascherato come traditori coloro che nella guerra divisero il proletariato che nell’azione sindacale ogni giorno lo dividono evitando che si fondano in una sola le mille vertenze o agitazioni che le vicende attuali sollevano. Questa contrapposizione non è che quella per cui noi siamo per la selezione politica più severa, ma per la unità di organizzazione sindacale, concezione e tattica questa che il partito controlla sui risultati di ogni giorno, in quanto l’andamento felice della nostra lotta contro l’opportunismo riformista italiano è figlio della posizione tattica per cui dopo la scissione politica di Livorno siamo tenacemente rimasti nella organizzazione sindacale malgrado che la dirigessero i riformisti da cui eravamo staccati; e vi siamo rimasti a combatterli efficacemente ».

PER IL FRONTE UNICO SINDACALE CONTRO IL FRONTE UNICO POLITICO

Nell’articolo successivo viene affrontata la questione dei limiti che si devono dare alla tattica del fronte unico il quale deve significare azione comune di tutte le categorie e di tutti i gruppi proletari attraverso le loro organizzazioni economiche, per la difesa delle loro condizioni di vita e il loro trasporto sul terreno del loro unico partito rivoluzionario comunista:

« Richiamiamo i compagni a quella visione della situazione presente che ci ha tutti indiscutibilmente concordi e che si compendia nella diagnosi della offensiva borghese come risultato della presente fase di crisi del capitalismo. Diamo anche per accettata definitivamente, e fin da quando si basarono sul metodo marxista le nostre conclusioni tattiche, la tesi che la agitazione e preparazione rivoluzionaria comunista si fa soprattutto sul terreno delle lotte del proletariato per le rivendicazioni economiche. Questa concezione realistica ci spiega la tattica della unità sindacale fondamentale per noi comunisti, altrettanto quanto la divisione spietata sul terreno politico da ogni accenno di opportunismo. E nello stesso modo si dimostra opportuna e felicissima la posizione tattica che oggi in Italia è tenuta dal nostro partito con la sua campagna per il fronte unico di tutti i lavoratori contro l’offensiva padronale. Fronte unico vuole in questo caso dire azione comune di tutte le categorie, di tutti i gruppi locali e regionali di lavoratori, di tutti gli organismi sindacali nazionali del proletariato, e lungi dal significare informe guazzabuglio di diversi metodi politici si accompagna alla più efficace conquista delle masse al solo metodo politico che contiene la via della loro emancipazione: quello comunista. Dottrina e pratica si incontrano per confermare che nessun inciampo e contrasto si trova nel fatto che come piattaforma per agitare le masse siano formulate rivendicazioni economiche affatto concrete e contingenti, e come forma di azione si proponga un movimento di insieme di tutto il proletariato nel campo della azione diretta e guidato dai suoi organismi di classe, i sindacati. Da tutto questo risulta direttamente la intensificazione dell’allenamento proletario ideologico e materiale alla lotta contro lo Stato borghese e della campagna contro i falsi consiglieri dell’opportunismo di tutte le tinte ».

È proprio sulla base di queste considerazioni finora svolte che veniva dalla Sinistra contestata l’applicazione della tattica del fronte unico, nel campo dell’impiego, per l’azione proletaria, del meccanismo politico dello stato democratico, sulla base dell’alleanza con altri partiti politici. Questa tattica sarebbe successivamente diventata quella del governo operaio e contadino e avrebbe condotto proprio come prevedeva la Sinistra (v. citazioni seguenti), allo snaturamento e alla degenerazione dell’Internazionale Comunista:

« Noi crediamo che un simile piano si basi su di una contraddizione e contenga praticamente gli elementi di un fallimento immancabile. È indubitato che il Partito Comunista deve proporsi di utilizzare anche i movimenti non coscienti delle grandi masse e non può darsi ad una predicazione negativa puramente teorica quando si trovi in presenza di tendenze generali ad altre vie di azione che non siano quelle proprie della sua dottrina e della sua prassi. Ma questa utilizzazione riesce proficua se nel porsi sul terreno su cui muovono le grandi masse, e lavorare così ad uno dei due fattori essenziali del successo rivoluzionario, si è sicuri di non compromettere l’altro non meno indispensabile della esistenza e del progressivo rafforzamento del partito e di quell’inquadramento di una parte del proletariato che è già stata condotta sul terreno nel quale agiscono le parole d’ordine del partito. Nel giudicare se questo pericolo esista o meno si deve tener presente che, come purtroppo una lunga e dolorosa esperienza prova, il partito come organismo e il grado della sua influenza politica non sono dei risultati intangibili ma subiscono tutti gli influssi dello svolgersi degli avvenimenti.

Se un giorno, dopo un più o meno lungo periodo di avvenimenti e di lotte, la massa operaia si trovasse finalmente dinanzi alla vaga constatazione che ogni tentativo di riscossa è inutile, se non si viene a cozzare contro la macchina stessa dell’apparato statale borghese, ma nelle precedenti fasi fosse rimasta compromessa gravemente la organizzazione del partito Comunista e dei movimenti che la fiancheggiano (come l’inquadramento sindacale e quello militare) il proletariato si troverebbe sprovvisto delle armi stesse della sua lotta, del contributo indispensabile di quella minoranza che possiede la chiara visione dei compiti da affrontare e per averla da lungo tempo posseduta e tenuta di vista, si è dato tutto un allenamento e un armamento nel senso largo della parola, indispensabili per la vittoria della grande massa.

Noi pensiamo che questo avverrebbe, dimostrandosi la sterilità di ogni piano tattico come quelli che stiamo esaminando, se il Partito Comunista assumesse prevalentemente e clamorosamente atteggiamenti politici tali da annullare od inficiare il suo carattere intangibile di PARTITO DI OPPOSIZIONE RISPETTO ALLO STATO E AGLI ALTRI PARTITI POLITICI »

COSTANTE PROPAGANDA DEI METODI ILLEGALI DI AZIONE

Nei confronti della questione dello stato il Partito infatti non può accettare compromessi, né azioni comuni con altri movimenti i quali, pur proclamandosi proletari, non condividono i metodi della violenza rivoluzionaria e il fine dell’instaurazione della dittatura proletaria, Il concetto è evidente: si tratta per il Partito Comunista di spostare le forze proletarie sul terreno dell’attacco violento al potere borghese. L’azione immediata di difesa delle masse costituisce la base dell’attività del Partito, proprio perché in determinate condizioni storiche non può manifestarsi, senza pervenire a questo urto violento contro il potere statale, ma questo può avvenire soltanto nella misura in cui il Partito è in grado di sconfessare e di demolire in seno alla classe l’atteggiamento di tutti quei partiti che tendono a mantenere l’azione delle masse nei limiti delle istituzioni legali e dei metodi legali e questa demolizione dell’influenza legalitaria sul proletariato non può essere effetto della sola propaganda teorica ma deve concretizzarsi in una attitudine pratica costante, tesa a svalutare agli occhi degli operai i mezzi dell’azione legale in ogni momento e in ogni forma. Il Partito che nonostante tutte le sue enunciazioni di principio si trovasse nella pratica a suggerire, come positivo lo utilizzo delle istituzioni borghesi per la riuscita di una qualsiasi azione proletaria, cesserebbe di svolgere la sua funzione come partito rivoluzionario: « Un Partito Comunista confuso con i partiti della Socialdemocrazia pacifista e legalitaria in una campagna politica parlamentare e governativa non assolve più al compito di Partito Comunista. » « Infatti attività di opposizione vuol dire costante predicazione delle nostre tesi della insufficienza di ogni azione di conquista democratica del potere e di ogni lotta politica che voglia tenersi sul terreno legale e pacifico, fedeltà ad essa nella critica continua e nella divisione di responsabilità dall’opera dei governi e dei partiti legali, formazione, esercitazione e allenamento di organi di lotta che solo un partito antilegalitario come il nostro può costruire, fuori e contro il meccanismo che è quello della difesa borghese ….

Sotto questo aspetto, noi, fedeli alla più fulgida tradizione della Internazionale Comunista, non giudichiamo i Partiti politici col criterio col quale è giusto giudicare gli organi economici sindacali, cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi, e la classe su cui tale reclutamento si compie, bensì col criterio delle loro attitudini verso lo Stato e il suo meccanismo rappresentativo. Un partito che si chiude volontariamente nei confini della legalità, ossia non concepisce altra azione politica che quella che si può esplicare senza uso di violenza civile nelle istituzioni della costituzione democratica borghese, non è un Partito proletario, ma un Partito borghese, e in un certo senso basta per dare questo giudizio negativo il solo fatto che un movimento politico (come quello sindacalista anarchico) pur ponendosi fuori dei limiti della legalità rifiuta di accettare il concetto della organizzazione statale della forza rivoluzionaria proletaria, ossia della dittatura. Non vi è qui che la enunciazione della piattaforma difesa dal nostro partito: fronte unico sindacale del proletariato, opposizione politica incessante verso il governo borghese e tutti i partiti legali ».

CONCLUSIONE

« Tra il sostenere un provvedimento (che si potrebbe per parodiare vecchi dibattiti chiamare « riforma ») dall’interno o dall’esterno dello Stato, vi è una formidabile differenza stabilita dall’evolversi delle situazioni: che con l’azione diretta delle masse dall’esterno qualora lo Stato non possa e non voglia cedere si giungerà alla lotta per rovesciarlo, qualora ceda anche in parte si sarà valorizzato ed esercitato il metodo dell’azione antilegalitaria – mentre col metodo della conquista dall’interno, se anche esso fallisce, giusta il piano che viene oggi sostenuto, non è più possibile contare sulle forze capaci di assalire la macchina statale per aver interrotto il loro processo di aggregazione intorno ad un nucleo indipendente.

L’azione delle grandi masse sul fronte unico non può dunque realizzarsi che nel campo dell’azione diretta e per intese con gli organi sindacali d’ogni categoria località e tendenza. e l’iniziativa di questa agitazione spetta al Partito Comunista, poiché gli altri partiti, sostenendo la inazione delle masse dinanzi alle provocazioni della classe dominante e sfruttatrice, e la diversione sul terreno della legalità statale e democratica, dimostrano di disertare la causa proletaria e ci permettono di spingere al massimo la lotta per condurre il proletariato alla azione colla direttiva e coi metodi comunisti, sostenuti al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane o lo difende dall’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si pone sul loro terreno » (La tattica dell’I.C. Ordine Nuovo – gennaio: 1922.

Farse o "Colpi di Stato"?

Quando Mussolini andò al potere pretese di aver fatto una « rivoluzione », come Lenin aveva fatto in Russia. I soliti barboni della democrazia giolittiana e liberale, confortati dal coro nauseante della accozzaglia miniborghese, radicale, antiviolenta, legalitaria, parlarono di « colpo di Stato ». A tutti la Sinistra oppose, con lucida visione ed analisi, il suo giudizio, che si era trattato di una « commedia », di una messa in scena, la cui regia era diretta proprio dalle forze statali che si pretendeva di aver violentate: dal vagone letto, alla protezione dei manipoli fascisti da parte della polizia e dell’esercito.

Il 2 luglio 1924, dalla tribuna del V Congresso dell’Internazionale Comunista, il rappresentante della Sinistra, incaricato di redigere un rapporto sul fascismo, così definì le questioni: « Nel suo discorso Mussolini dice: noi abbiamo compiuto una rivoluzione. Noi replichiamo: non c’è stata nessuna rivoluzione, nessuna lotta, nessun terrore rivoluzionario, perché non c’è stata ” conquista del potere ” in senso stretto, né di vero annientamento del nemico. Allora Mussolini risponde con un argomento che, dal punto di vista storico, è assai ridicolo: per questo noi abbiamo ancora tempo, noi possiamo sempre completare la nostra rivoluzione. Solo che la rivoluzione non può essere messa in frigorifero, nemmeno dal più potente e dal più audace dei capi. Non è con questi argomenti che si può respingere la nostra critica. Non si può dire: è vero, questi fatti sono esatti, ma vi si può rimediare in qualunque momento. Naturalmente è possibile che scoppino nuove lotte. Ma la marcia su Roma non è stata né una battaglia né una rivoluzione. E se si obietta che vi è stato tuttavia un insolito cambiamento nel governo, un colpo di Stato, io non mi dilungherei troppo su questo punto, perché la questione si riduce in ultima analisi ad un gioco di parole. Anche quando noi parliamo semplicemente di un colpo di Stato, noi indichiamo un cambiamento di governo che non si limita ad un cambiamento puro e semplice di persone, a una semplice sostituzione dello stato maggiore al potere, ma che elimina in maniera violenta il tipo di governo esistente. Ora il fascismo questo non l’ha fatto. Ha parlato molto contro il parlamentarismo; la sua teoria era antidemocratica e antiparlamentare. Ma nell’insieme il suo programma sociale non è altro che il vecchio programma democratico menzognero, vale a dire una semplice arma ideologica per il mantenimento del dominio della borghesia. Il fascismo è divenuto molto rapidamente parlamentare; anche prima della presa del potere. Ha governato per un anno e mezzo senza sciogliere la vecchia camera che era composta in grande maggioranza da non fascisti e per il resto da antifascisti ».

Ricordiamo questo, non perché noi temiamo un « colpo di Stato », di cui proprio nulla c’importa, nel senso che non piangeremo per la violentata democrazia, ma anzi ne saremmo lietissimi e rappresenterebbe un ottimo servizio involontario reso dal nemico alla rivoluzione comunista, perché sbarazzerebbe il campo dello scontro tra le classi di tutto il ciarpame menzognero delle molteplici finzioni democratiche, con cui la borghesia da sempre invischia la classe operaia.

Non crediamo alla serietà degli scoperti, preannunciati, programmati « colpi di Stato » o « golpes », come si civetta oggi con la moda letteraria, che poche centinaia o alcune migliaia di disadattati sociali e di un pugno di avventurieri avrebbero preparato e tentato. Perché, i sommovimenti politici, anche quello che porta il nome di Mussolini, nei paesi altamente industrializzati o « civili », sono possibili soltanto con una mobilitazione « popolare », cioè sulla base di un movimento politico e sociale ad ampio respiro, « parallelo e complementare » allo Stato politico centrale.

Neghiamo che nel « senso stretto del termine » possa esserci un vero e proprio « colpo di Stato », quando il partito fascista odierno, che dovrebbe vararlo, proclama a tutti i venti di voler « temperare l’autorità con la libertà », di non voler sopprimere le garanzie costituzionali, di voler andare al potere con i mezzi legali e di mantenerlo nel rispetto della libertà. Non a caso lo stesso dicono e proclamano i falsi partiti operai, sostenendo di voler conquistare il governo dello Stato nella democrazia e nella democrazia di volerlo gestire, nello ossequioso rispetto della « pluralità dei partiti ». Ben si vede che la preoccupazione massima di tutti, a « sinistra » e a « destra », è quella di non violentare la democrazia, cioè di non colpire lo Stato nella sua essenza di classe, in quanto Stato del regime capitalistico. Così pure da ambo i lati si scambiano l’accusa di organizzare il « colpo di Stato »: accusa bruciante e infamante.

Eppure non c’è dubbio che Piazza Fontana, Brescia, il treno Italicus significano terrorismo, che spinge tutti i partiti ad atti di fede verso la Repubblica e la democrazia, a non accettare le provocazioni « da qualunque parte provengano », e via dicendo. Ed allora, se terrorismo è, non si vede perché la parte che lo subisce non organizzi il controterrorismo, l’anticolpo di Stato, consapevoli che alle armi si risponde con le armi, alla violenza con la violenza. La risposta esiste ed è un ennesimo atto di accusa contro la comunedemocrazia, i partiti traditori che da mezzo secolo soffocano le aspirazioni rivoluzionarie del proletariato. Il terrorismo, quello illegale e quello legale, è rivolto unicamente contro la classe operaia e non contro lo Stato. Tutte le armi del presente regime sono rivolte contro il proletariato rivoluzionario e il suo partito. Quando si arrestano e si condannano, con processi rari e a pene ridicole, i dinamitardi, che formalmente dinamitardi non appaiono mai, si esalta lo Stato, le sue forze repressive, si vanta la funzionalità della democrazia. Quando non si arresta non si condanna, perché sconosciuti i colpevoli, si accusa il governo di insufficienza democratica, e si è pronti ad una trasfusione di energia, a prestare soccorso politico, che si sostanzia immancabilmente in cerimonia di ulteriore resa incondizionata allo Stato borghese delle organizzazioni sindacali, dei falsi partiti operai. Tutto questo ributtare il proletariato nella rete democratica nella quale è avvolto, facendogli credere che è l’unica salvezza dal terrorismo, dal fascismo, dal « colpo di Stato », è anch’esso, terrorismo sottile, coartazione subdola, inganno che nascondono la mancanza di volontà di armare la classe operaia, unica classe che possa sradicare il fascismo demolendo lo Stato borghese da cui trae forza, uccidendo la borghesia da cui trae origine, distruggendo la democrazia da cui trae alimento.

Il pericolo è sempre lo stesso e proviene sempre dai partiti del tradimento. La borghesia ricerca costantemente un terreno « comune » alle classi per irretire il proletariato e confonderlo, distrarlo dai suoi compiti specifici, il primo dei quali è quello di differenziarsi nettamente dalle altre classi che compongono il « popolo ». Ieri fu trascinato nell’anticlericalismo dal radicalismo massonico e socialisteggiante in combutta con i socialisti di destra; poi nel patriottismo nazionale antibarbaro e antitedesco; infine nell’antifascismo sempre ad opera di falsi socialisti e falsi comunisti. Ha giocato sempre in queste campagne bloccarde e alleanziste la suggestione dello Stato in pericolo, da salvare, ovvero da riconquistare. Non sarebbe possibile immobilizzare il proletariato in modo diverso da quello democratico, interessandolo al mantenimento di una comunità falsa, se non con il terrore in permanenza, lo stato d’assedio civile e militare attorno alla classe operaia.

Se, dunque, da una parte la borghesia arma la sua mano « destra » per l’atto violento, illegale sempre in direzione del proletariato, non dello Stato, non capitalismo, dall’altro tiene viva ed alimenta l’azione della sua mano « sinistra », della suggestione « antifascista », sempre in funzione antiproletaria.

Gira e rigira non si esce dalla considerazione che chiunque non si propone di distruggere lo Stato capitalista, rafforza lo stato di soggezione del proletariato alla borghesia, lascia che la borghesia esperimenti tutte le forme possibili per lo sfruttamento dei lavoratori, compresa quella di una terza guerra, ed impedisce che la classe operaia ritrovi la sua azione storica che consiste nell’arrovesciamento del regime presente. Dal momento che per noi comunisti veri « Nel fascismo non vediamo un cambiamento della politica dello Stato … ma la continuazione naturale del metodo impiegato prima e dopo la guerra dalla ‘democrazia’ », ogni suggestione particolare per dirottare le forze proletarie dall’attacco al capitalismo alla difesa di una forma di dominio sulla classe, che si pretende meno pesante, ma che in realtà è dello stesso segno capitalista, è inganno, alto tradimento. Sarebbe come prospettare al condannato di morire nella camera a gas piuttosto che sulla sedia elettrica.

Sinora si è trattato di una commedia. Se il fascismo vorrà abbattere il governo, che è altra cosa dallo Stato, in modo violento, si accomodi. Significherà che la borghesia non è più in grado di regnare in paramenti democratici e sarà costretta ad uscire dalla sua legalità. Con Engels ripeteremo: uscite dalla legalità se vi è stretta. Noi vi seguiremo non per ricacciarvici ma per abbattervi una volta per tutte.