Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista 420

Si protrae il massacro di proletari russi e ucraini per i più grandi profitti dei capitalisti di tutti i paesi

(Rapporto alla riunione generale di gennaio)

La guerra in Ucraina sta entrando nel suo dodicesimo mese e in questo periodo ha già dimostrato ampiamente che non si tratta di una guerra come le altre che si stanno svolgendo, anche da anni, alla “periferia dell’Impero”, dallo Yemen alla Siria, dal Corno d’Africa all’Africa subsahariana, dall’Armenia ai confini dell’Himalaya, dove i fantaccini indiani e cinesi si combattono e uccidono addirittura a mani nude.

È una guerra nel cuore dell’Europa, uno dei maggiori agglomerati capitalistici del mondo, contrappone due eserciti regolari ed è il primo conflitto convenzionale e ad alta intensità combattuto sul continente europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

I combattimenti avvengono con modalità che non si vedevano da decenni, forse dalla Guerra di Corea (1950-53) o da quella tra Iraq e Iran (1980-88), e alle quali gli eserciti occidentali non sono più abituati e preparati: intenso e continuo fuoco di artiglieria, impiego di decine di migliaia di combattenti, esteso ricorso alle fortificazioni campali con prolungata vita in trincea, attacchi aerei al suolo, scontri tra decine di mezzi corazzati, accanite lotte per il controllo dei centri urbani, elevato tasso di perdite tra i reparti.

Prefigura un nuovo scontro imperialistico mondiale

Da entrambe le parti sono stati mobilitati centinaia di migliaia di uomini, e anche le perdite si contano ormai a centinaia di migliaia, ovviamente in gran parte proletari.

È evidente che per valutare una guerra di questo tipo è indispensabile tenere conto della situazione politica ed economica a livello globale, della crisi che incalza e che spinge tutti gli Stati borghesi verso una politica di riarmo e di guerra.

Nel numero scorso abbiamo scritto «Dal 2014 la guerra si stava preparando in Europa per dare sfogo alle tensioni imperialistiche che camminavano di pari passo con le crisi ricorrenti». L’Ucraina era una ferita aperta da anni ed è lì che la guerra ha preso origine basandosi anche, come sempre accade, su fattori contingenti.

Non è una guerra tra Russia ed Ucraina

La guerra va collocata in questa temperie economica e sociale.

È vero che la Russia è ormai ridotta al rango di una media potenza e non è certo una superpotenza come poteva essere considerata l’URSS, o come sono oggi gli USA o la Cina; è vero che gli Alti Comandi russi hanno commesso degli errori di valutazione e che le Forze armate hanno mostrato non pochi punti deboli, ma è certo che l’Ucraina è riuscita a resistere fino ad ora solo grazie all’aiuto formidabile e non disinteressato, sia sul piano militare che su quello finanziario, degli Stati Uniti e in secondo luogo delle altre principali potenze occidentali facenti parte o meno della Nato.

Solo il pronto aiuto esterno in armi, dollari, informazioni e soldati addestrati ha permesso allo Stato ucraino di mantenere al fronte centinaia di migliaia di uomini e di mantenere in vita una popolazione di qualche decina di milioni di proletari anche se esposti alle più gravi privazioni.

La classe dominante ucraina, quella che sta conducendo la guerra, decidendo di resistere all’invasione, ha deciso di vendere i propri proletari alla Nato per fare guerra alla Russia mascherando l’operazione con le menzogne della difesa della libertà e dell’indipendenza del Paese.

Chi conduce il gioco

Dopo la recente decisione della Nato e degli alleati di fornire i carri armati tedeschi all’Ucraina, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha dichiarato che la decisione «non è una lotta contro la Russia, ma una lotta per la libertà». Gli ha fatto eco il cancelliere Olaf Scholz che in una intervista televisiva ha tenuto a ribadire che «no, assolutamente no», la Germania non è diventata parte della guerra in Ucraina con la consegna dei carri armati Leopard a Kiev.

Da parte sua il portavoce del Cremlino Dmitrj Peskov ha dichiarato invece che i paesi della Nato sarebbero ormai cobelligeranti: «L’invio di vari sistemi d’arma in Ucraina, compresi i carri armati (…) Mosca percepisce tutto ciò come un coinvolgimento diretto nel conflitto».

È imperialista sui due fronti

Indubbiamente si è trattato di un’aggressione imperialista di uno Stato borghese contro un altro Stato borghese. Ma noi non diamo un giudizio morale sulla guerra.

Noi comunisti non affermiamo, come fanno i borghesi filistei, che ogni guerra di aggressione è una guerra “ingiusta” e ogni guerra “di difesa” è una guerra giusta. Nel rovinare caotico del capitalismo travolto dalla sua crisi mortale le guerre locali sono una costante e la guerra generale una ineluttabile necessità che trascina nella sua voragine la classe borghese e i suoi giganteschi Stati. Gli aggressori sono allo stesso tempo vittime e carnefici quanto gli aggrediti.

Noi rivendichiamo, inoltre, la possibilità per lo Stato socialista rivoluzionario di condurre guerre di aggressione contro gli Stati borghesi, così come fece l’Armata rossa contro la Polonia tra il 1919 e il 1921, come non abbiamo mancato di esprimere apprezzamento anche per le guerre imbastite dalla borghesia rivoluzionaria contro i vecchi imperi feudali.

Il nostro giudizio su questa guerra è dunque molto chiaro: si tratta di una guerra tra Stati imperialisti – e non è rilevante chi sia l’aggressore e chi l’aggredito – la quale vede contrapposti uno Stato più potente, la Russia, ad uno Stato più debole, l’Ucraina, con quest’ultimo che però è sostenuto da potenti alleati, in primis gli Stati Uniti, la Polonia, la Gran Bretagna.

Giustamente Trotski in uno scritto del 1938 descriveva la Cecoslovacchia come un paese imperialista in quanto vi dominava il capitale monopolistico e vi si opprimevano altre minoranze nazionali. Entrambi questi elementi caratterizzano anche l’Ucraina di oggi. Inoltre è evidente che Kiev si è fatta strumento di potenze maggiori, interessate allo scontro con la Russia.

Una volta si parlava, con riferimento agli Stati dell’Europa rientranti nella sfera d’influenza dell’URSS, di “Stati a sovranità limitata”. La Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria ecc., erano liberi di decidere come organizzarsi al loro interno ma non potevano cambiare la loro collocazione sul piano delle relazioni internazionali, pena l’intervento dell’Armata sovietica.

Con la caduta dell’URSS è cambiato tutto per non cambiare nulla: questi Stati hanno semplicemente cambiato schieramento, ma non dispongono di una reale indipendenza nazionale, impossibile per le piccole nazioni in questa fase di fetido imperialismo. Per salvarsi dall’influenza russa hanno dovuto vendersi agli Stati Uniti o alla Germania, sottomettersi all’imperialismo occidentale e divenirne gli strumenti anche in politica estera.

È contro le borghesie di Europa

La rottura dei legami economici tra la Russia e la Germania e tra la Russia e l’Europa, la messa fuori uso dei gasdotti Nord Stream 1 e 2, del quale è emersa la responsabilità diretta degli Stati Uniti, l’embargo sul gas e sul petrolio russo ecc, hanno colpito le economie europee forse ancora più di quella russa. Anche l’economia cinese è stata colpita con l’interruzione parziale della via di transito che, attraverso l’Ucraina, univa Pechino a Berlino. Di tutto questo si sono largamente avvantaggiati i capitalisti degli Stati Uniti, soprattutto del settore energetico, che adesso esportano il GPL verso l’Europa a costi 4 volte superiori di quello che veniva dalla Russia con i gasdotti, e l’industria militare che sta facendo affari d’oro con le forniture all’Ucraina, ma anche agli altri Stati europei che dovranno riempire i loro arsenali rimasti sguarniti.

L’industria tedesca che per anni aveva goduto della possibilità di utilizzare fonti energetiche a basso costo e pressoché inesauribili provenienti dalla Russia dovrà d’ora innanzi pagare molto più caro il gas e il petrolio rispetto agli industriali statunitensi. Questo determinerà la perdita di quote di mercato a vantaggio del concorrente d’oltre Oceano. Questa è anche una guerra contro la Germania e contro i Paesi europei.

Verso il riarmo

La guerra ha ulteriormente accelerato la corsa al riarmo in tutti i Paesi più industrializzati del mondo, a cominciare dalla Germania ma che interessa anche la Francia, l’Italia, la Gran Bretagna, il Giappone, la Corea del Sud, l’Australia, l’India, oltre naturalmente alla Cina e agli Stati Uniti. Ormai l’obbiettivo di una spesa del 2% del PIL in armamenti che la NATO voleva imporre ai riluttanti Stati europei, è stato di gran lunga superato da piani di riarmo approvati in fretta e furia sotto la spinta della guerra. «Secondo i nuovi dati diffusi dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, a causa della guerra in Ucraina e delle tensioni nell’Indo-Pacifico le consegne di armi sono state pari a 51,9 miliardi di dollari, registrando un incremento del 49% rispetto al 2021. La Germania è stata la principale acquirente in Europa per un totale di 8,4 miliardi di dollari; a seguire la Polonia con 6 miliardi, soprattutto a seguito dell’ordine di 250 carri armati M1 Abrams dell’agosto 2022» (“Limes”, 26 gennaio 2023).

Capitalisti in combutta

Abbiamo più volte evidenziato nelle nostre valutazioni antiche e recenti che la collaborazione tra Mosca e Washington non è mai venuta meno. Per gli Stati Uniti la Russia non è un concorrente, anzi, per lo più è un alleato, come abbiamo visto in Medio Oriente, in particolare in Siria, dove le due potenze hanno collaborato nel proprio ruolo controrivoluzionario e antiproletario.

Per questo la borghesia americana, attraverso il suo Stato, mantiene un dialogo permanente con il Cremlino. Gli Stati Uniti vogliono logorare l’economia russa e le sue Forze Armate e contenere il tentativo russo di espandersi verso Occidente, ma non desiderano che la Russia crolli, perché è un importante bastione controrivoluzionario il quale mantiene la stabilità borghese nell’area dell’Asia centrale e possiede un arsenale con migliaia di armi nucleari, che è necessario tenere sotto un rigido controllo.

Inoltre l’imperialismo occidentale teme che una crisi dell’attuale regime possa innescare una rivolta sociale di proporzioni gigantesche ai confini dell’Europa.

Si tratta dunque per Washington di logorare e indebolire la Russia, ma non fino al punto di rottura.

Quale potrebbe essere allora la politica del Pentagono? Forse cercare di fare in modo che nessuno dei due eserciti possa prevalere, che falliscano le reciproche offensive e che il conflitto si trasformi in una guerra di logoramento, creando le condizioni per un congelamento delle operazioni militari e un successivo cessate il fuoco, naturalmente infischiandosene di quanto questo potrà costare in termini di perdite umane e materiali per il proletariato dei due Paesi.

Mentre il proletariato di Russia e d’Ucraina si svena sui fronti di guerra, gli Stati imperialisti dunque continuano imperterriti la loro corsa verso la crisi economica e l’abisso della grande guerra generale.

In questa tragica situazione, mentre il proletariato europeo tarda a ritrovare i suoi riferimenti di classe, è soltanto ad un Partito che si metta incondizionatamente dalla parte dei proletari, che “non hanno patria” né bandiera, e sia contro patrie e bandiere borghesi, soltanto a questo Partito, che nella tempesta della guerra non perde di vista il fine della rivoluzione comunista internazionale, che è lontana e vicina allo stesso tempo, solo a questo Partito, che è assolutamente al di sopra e contro ogni parte combattente, sarà dato dirigere il movimento di ripresa della lotta rivoluzionaria di classe, quando ineluttabilmente sarà.

La imprevidenza borghese blocca la navigazione sul Mississippi

Mentre il governo federale degli Stati Uniti e le ferrovie tentano di evitare l’interruzione delle forniture causate da una forza lavoro ribelle, incombe un’altra minaccia di caos sull’economia. Il fiume Mississippi, la grande arteria dei trasporti di merci degli Stati Uniti, per la mancanza di precipitazioni ha raggiunto i livelli più bassi in 40 anni, impedendo il pescaggio delle chiatte. Il livello dell’acqua a Memphis, nel Tennessee, un importante snodo logistico, è quasi 11 piedi al di sotto della media. Il tempo di navigazione di una chiatta, la modalità di trasporto preferita per la maggior parte dei prodotti agricoli, da St. Louis, il centro commerciale principale sul fiume, alla confluenza del Missouri, a New Orleans, alla foce del grande fiume sul Golfo del Messico, è raddoppiato.

Le chiatte devono essere meno cariche per il ridotto pescaggio, nove piedi rispetto ai dodici in tempi normali e quattordici sul Mississippi inferiore. Inoltre sono aumentati assai i tempi di viaggio, un rimorchiatore può spingere un numero minore di chiatte a causa della larghezza navigabile, ridotta dalle acque basse: un convoglio tipico di 40 chiatte ora ne spinge solo 25. Una chiatta standard carica 1.500 short tons, circa 1.361 tonnellate metriche, per esempio 50.000 bushel di semi di soia. Ogni piede in meno di pescaggio riduce la portata di una chiatta di 150-200 short tons: un 25-30% in meno.

I genieri dell’esercito in ottobre hanno iniziato a dragare il fondo e hanno sollevato una berma di fango sul letto del fiume, il che ha ulteriormente limitato il traffico: era possibile viaggiare lungo il Mississippi solo di giorno e nell’area del berma alternativamente a senso unico. Oltre 1.000 chiatte attendevano in coda.

È importante per le aziende agricole statunitensi spedire i loro prodotti sul mercato internazionale mentre l’emisfero meridionale, in particolare il Sud America, è ancora in inverno. Il più grande produttore di soia al mondo è il Brasile, dove la stagione di semina inizia a settembre. I fagioli si raccolgono in media dopo quasi 4 mesi. Man mano che arriva la produzione brasiliana i prezzi iniziano a scendere. Ciò comporterà profitti ridotti. Inoltre si sta avvicinando il raccolto del mais, che richiederà nuove spedizioni.

Il problema non mostra alcun segno di riduzione nel prossimo futuro. Anche se presto tornassero le precipitazioni il terreno prosciugato della lunga siccità ne assorbirebbe la maggior parte. Per contro se la pioggia fosse troppo concentrata il suolo agricolo inaridito non avrebbe tempo di farla percolare dalla superficie, ad alimentare le falde e le sorgenti, e sarebbe dilavato via.

La borghesia, tuttavia, non è disposta a prendere alcuna misura per mitigare questo problema.

I grandi poteri capitalisti rimangono bloccati in combustibili fossili, in particolare petrolchimici, in quanto fonte enorme di profitti e di rendite.

Dal petrolio si trae non solo energia ma le sostanze chimiche per i fertilizzanti. Il riscaldamento causato dalle emissioni dei combustibili fossili, insieme all’interruzione del ciclo di azoto causato dall’uso eccessivo di fertilizzanti, ha gravemente interrotto i cicli climatici naturali che sostengono la vita su questo pianeta.

La distruzione di capitali per miliardi di dollari investiti in questo settore è impensabile, sono in gioco troppi soldi.

Anche se tutti sanno che emissioni negative di carbonio e il ripristino del ciclo di azoto per facilitare la crescita delle piante, che catturano il carbonio, sono necessari per evitare la catastrofe, la borghesia impassibile insiste sul fatto che dobbiamo produrre e consumare sempre più merci. Solo la rivoluzione comunista può portarci fuori da questo corso senza uscita.