La guerra in Ucraina trova la sua origine nel contesto economico e politico internazionale, con la crisi del modo di produzione capitalistico che spinge gli Stati borghesi al riarmo e alla guerra.
Se lo scontro bellico è avvenuto in questa parte di mondo e ancora non in altre è perché la guerra in Europa andava preparandosi almeno dal 2014, dal cambio di regime a Kiev e in seguito con l’avvio della guerra tra l’Ucraina e le repubbliche del Donbass, che hanno fatto dell’Ucraina un’area di contesa tra rivali imperialisti.
Fin dal suo scoppio, nel fissare i caratteri della guerra in Ucraina, abbiamo sostenuto che la guerra era ed è imperialista su entrambi i fronti. L’Ucraina non sta certo combattendo una guerra per la propria libertà e indipendenza nazionale ma si è posta agli ordini degli imperialisti americani prima di tutto e di quelli europei poi, che la stanno utilizzando per colpire la Russia. Dal canto suo la Russia sta conducendo in Ucraina una guerra di conquista di territori e per strappare il vicino alla sfera d’influenza occidentale, ridisegnando gli equilibri tra potenze nell’Europa orientale.
Sul suolo ucraino non si combatte quindi una guerra solo tra Russia e Ucraina, i veri protagonisti di questa guerra sono l’imperialismo americano e quello russo, con l’Europa che vi ha preso parte con gradazioni diverse, dall’entusiasmo di britannici e polacchi alla riluttanza soprattutto dei tedeschi che si sono dovuti adeguare alle forzature degli americani. Da questo punto di vista, la stessa guerra non era solo contro la Russia ma anche contro l’Europa, in particolare contro la Germania che, contro i propri interessi nazionali, in particolare quello di mantenere ottime relazioni economiche con la Russia che le assicuravano prodotti energetici a basso costo, ha dovuto allinearsi ai dettami americani.
L’unico vero aggredito di questa guerra è il proletariato, prima di tutto quello ucraino e russo, che diventa carne da cannone nelle guerre dell’imperialismo e, se non al fronte, patisce le conseguenze del deterioramento delle condizioni di vita.
La situazione al fronte
In Ucraina il conflitto prosegue con la sua scia di massacri tra i soldati, distruzioni nelle città e miseria in cui sono gettati milioni di ucraini, affamati, al freddo e sotto i bombardamenti o costretti a lasciare il paese. Una guerra nel cuore dell’Europa, con una intensità che non si vedeva nel continente dalla fine della seconda guerra mondiale, combattuta da eserciti regolari, attraverso la mobilitazione di centinaia di migliaia di soldati, l’impiego di grandi quantità di mezzi corazzati, aerei e missili, la sperimentazione sul campo di nuove forniture dell’industria bellica, in un misto di modernità e passato, come il ritorno degli assalti alle trincee nemiche, il tutto col risultato di elevate perdite nei due eserciti, di cui i vertici politici e militari dei paesi coinvolti tengono ben nascosti i numeri, sull’ordine delle centinaia di migliaia.
Il come si sia arrivati a questi ormai quasi tre anni di guerra può essere in buona parte rinvenuto in mal riposte attese che hanno mosso i veri protagonisti della guerra in corso: da una parte, la Russia che plausibilmente aveva previsto una guerra di breve durata, sferrando un attacco su più direzioni, di cui una diretta verso la capitale Kiev, magari nel tentativo di provocare una rapida caduta del governo ucraino e la sua possibile sostituzione con un altro meglio disposto verso Mosca; dall’altra, gli Stati Uniti che insieme ai britannici hanno imposto a Kiev il loro veto alla trattativa che russi e ucraini avevano iniziato in Bielorussia e continuato in Turchia, frutto non solo della valida resistenza opposta dall’esercito ucraino, che già ai primi di aprile aveva ripreso il controllo dell’oblast di Kiev e ricacciato i russi verso il confine nord, ma anche del tentativo di infliggere una pesante sconfitta strategica all’imperialismo russo, che in base alle loro aspettative sarebbe stato piegato economicamente dalle sanzioni e si sarebbe impantanato in una feroce guerra contro un nemico foraggiato di armi e soldi da Stati Uniti e altri alleati.
La puntata russa verso Kiev si chiudeva quindi all’inizio di aprile, e la sua offensiva si concentrava sul Donbass, sugli oblast di Kherson e Zaporizhzhia, e sull’oblast di Kharkiv, ottenendo un importante successo con la presa di Mariupol a maggio, che permetteva ai russi di congiungere territorialmente la Crimea con il Donbass.
Una crisi nell’avanzata russa in territorio ucraino si ha nel settembre del 2022, quando una controffensiva dell’esercito ucraino nella regione di Kharkiv e di Kherson travolge le allora deboli difese russe e recupera territori al nemico. Che la Russia però fosse ancora in grado di sostenere lo sforzo bellico è dimostrato dalla presa dell’importante cittadina di Bakhmut (oltre 70 mila abitanti prima della guerra) nel Donbass nel maggio del 2023: una vera e propria carneficina da ambo le parti.
Nel giugno del 2023 parte una grande controffensiva ucraina, suscitando forte entusiasmo negli alleati di Kiev. Il risultato sarà un pesante fallimento, con l’esercito ucraino che non riesce a sfondare le difese russe e lascia sul terreno grandi perdite di uomini e mezzi.
Dal dicembre del 2023 l’avanzata dell’esercito russo è lenta ma costante, prendendo agli ucraini una località dopo l’altra del Donbass, come l’importante cittadina di Avdiivka, aspramente contesa e caduta in mano russa nel febbraio del 2024.
Il 6 agosto del 2024 l’Ucraina sferra un attacco direttamente in territorio di russo, nella regione di Kursk, con l’obiettivo di ridurre la pressione russa sul fronte del Donbass e magari mettere sul tavolo di un’ipotetica trattativa questi territori russi conquistati in cambio di quelli presi dalla Russia in Ucraina. Quest’incursione ucraina nella regione di Kursk ottiene un iniziale successo ma, dopo averla fermata, i russi hanno ormai ripreso il controllo di circa il 60% del territorio che era stato catturato dagli ucraini.
Ormai da settimane, la situazione sul fronte ucraino si protrae secondo un andamento che vede l’esercito russo avanzare su tutta la linea del fronte, anche se molto lentamente e al prezzo di sanguinosi massacri da entrambi le parti. Da inizio dicembre, secondo fonti dei vertici NATO, il ritmo dell’avanzata russa sarebbe in aumento, tanto che, se prima “le forze russe avanzavano dieci metri al giorno”, negli ultimi tempi “guadagnano terreno al ritmo di dieci chilometri al giorno”.
Nelle ultime settimane la Russia ha preso altre località del Donbass come Toretsk, una delle principali roccaforti ucraine in quell’area, oltre 30 mila abitanti prima della guerra, e sta avanzano nei quartieri di un’altra roccaforte come Chasiv Yar. Più a sud-ovest, Kurakhove, il villaggio di Vremivka e Velyka Novosilka, mentre continua l’assalto all’importante snodo di Pokrovsk. Inoltre, i russi non smettono di bombardare le “infrastrutture critiche”, in particolare le centrali elettriche.
L’andamento della guerra fa ritenere che di questo passo l’esercito russo possa continuare l’avanzata nel Donbass fino alle città ancora ucraine di Sloviansk e Kramatorsk. Così, dopo ormai quasi tre anni di guerra, se dai campi di battaglia non sembra ci sia da aspettarsi significativi mutamenti nel breve periodo se non l’avanzata della Russia fino alla completa conquista del Donbass, l’insediamento di Trump ha rimesso in movimento il fronte delle trattative, con la stampa americana che l’8 di febbraio riportava parole di Trump: “Parlato con Putin, vuole finire la guerra”.
La pace imperialista
L’apertura alla possibilità di una trattativa non è ovviamente dovuta al cambio di personaggio alla Casa Bianca, che come tutti i capi di stato non svolge altro che la parte di una marionetta mossa da potenti forze sociali e economiche, e che nel caso specifico già ha recitato la sua farsesca parte passando dall’annunciare la pace in “24 ore” durante la campagna elettorale a quella in “100 giorni” una volta eletto. La spinta verso un accordo ha le sue radici da una parte nell’andamento della guerra, dall’altra nel contesto più generale della contesa inter-imperialistica.
La situazione sul campo diventa col passare del tempo sempre più preoccupante per i curatori occidentali di Kiev che, nonostante l’enorme afflusso di soldi e armi dai paesi occidentali, oltre a non aver alcuna possibilità di poter riconquistare i suoi territori occupati, sempre con più fatica prova a contenere l’avanzata russa nel Donbass, e la continuazione della guerra porrebbe il problema di trovare altra carne da cannone per contrastare l’esercito russo. Già si discute di abbassare la leva da 25 a 18 anni, che farebbe correre il rischio di un collasso del fronte, ipotesi non del tutto da escludere dato il bassissimo morale tra le truppe ucraine e il diffuso fenomeno delle diserzioni. Non meglio sta andando la guerra ingaggiata con la Russia sul fronte economico che, sebbene indebolita da 14 pacchetti di sanzioni contro la sua economia, non ha subito quel tracollo atteso nelle capitali occidentali, avendo trovato ad Oriente acquirenti delle sue materie prime, permettendole di reggere lo sforzo bellico.
Se ad aprile del 2022 americani ed inglesi imponevano a Kiev l’ordine di continuare la guerra con la Russia, facendo saltare la ben avviata trattativa tra russi e ucraini, oggi sono venute a mancare quelle condizioni, tenace resistenza dell’esercito ucraino e possibilità di piegare con le sanzioni la Russia, che potevano far prevedere un esito della guerra favorevole agli imperialismi anglosassoni.
L’altro fattore che potrebbe spingere in direzione di un accordo sul fronte russo-ucraino è dato dal contesto di scontro imperialistico su scala mondiale, in cui il vero nemico dell’imperialismo americano è ormai costituito dalla Cina e il futuro che si fa largo è quello di uno scontro generale tra queste due grandi potenze, attorno alle quali si formeranno blocchi contrapposti. In questo contesto bisogna inquadrare l’atteggiamento americano verso la Russia.
La prospettiva che può aver mosso la vecchia amministrazione statunitense ad ingaggiare uno scontro con la Russia tramite l’Ucraina può trovare la sua spiegazione nel tentativo di infliggere una pesante sconfitta all’imperialismo russo, riducendone ulteriormente il suo peso e assicurandosi una sistemazione favorevole alla NATO sul fronte orientale dell’Europa per poi volgere lo sguardo al quadrante da loro chiamato “indopacifico”. Neanche da escludere che, nel migliore degli scenari, si volesse ripetere una sorta di ’89-’91, provocando quindi un crollo della Russia come fu per l’URSS, con un suo ridimensionamento territoriale, senza arrivare però a comprometterne il suo ruolo controrivoluzionario nell’area, e l’instaurazione a Mosca di un regime politico sul modello anni Novanta, facendo della Russia un docile amico da scagliare contro la Cina.
La guerra in Ucraina però non sta volgendo in direzione di una sconfitta russa, mentre ha determinato un avvicinamento tra Russia e Cina, e la prospettiva di un suo ulteriore rafforzamento, fino addirittura alla formazione di un blocco antiamericano, sarebbe una grave minaccia per gli interessi mondiali degli Stati Uniti.
Il cambio di amministrazione a Washington potrebbe quindi portare ad abbandonare la strada seguita finora, instaurando un dialogo con Mosca e provando ad allontanarla da Pechino. Quale sia la strategia che si imporrà a Washington e di conseguenza quale l’atteggiamento di risposta della Russia, non c’è da aspettarsi un’attenuazione dello scontro imperialistico su scala mondiale. La stessa possibilità di una pace o una tregua sul fronte ucraino, qualunque sia la sua forma, sarà in funzione della preparazione di una guerra su più larga scala, garantendo a tutti i contendenti prezioso tempo per leccarsi le ferite provocate dall’impegno bellico in Ucraina e procedere ad una vasto piano di riarmo.
Dato che un risultato della guerra in Ucraina è stato anche quello di ribadire l’allineamento degli imperialismi europei rispetto a quello predominante americano, la posizione americana, come accaduto finora, si imporrà anche nelle capitali europee, incapaci di una autonomia politica e militare e che, aldilà della retorica europeista, vede gli Stati europei muoversi ognuno per conto proprio, ma tutti comunque fedeli agli Stati Uniti.
In tutto ciò, l’Ucraina non ha svolto nient’altro che la parte della vittima sacrificale, con una borghesia che ha venduto agli occidentali il sangue del proprio proletariato, spedito a morire al fronte. A nulla valgono i proclami dei suoi dirigenti, i suoi “piani” di pace. Dovrà semplicemente obbedire agli ordini di Washington. I
ntanto, gli americani hanno già presentato il conto: “voglio l’equivalente di 500 miliardi di dollari di terre rare”, ha detto Trump, valutando in 300-350 miliardi di dollari gli aiuti inviati all’Ucraina, che ora dovrà ripagare. Così, mentre i russi con la conquista di gran parte del Donbass si sono presi anche le risorse del suo sottosuolo, anche gli americani vogliono mettere le mani sulle ricchezze minerarie ucraine. In tal modo, la trattativa tra russi e americani appare in tutto il suo portato predatorio, con i primi che otterrebbero insieme alla risistemazione del proprio fronte occidentale anche le sue risorse e i secondi lo sfruttamento delle restanti ricchezze del sottosuolo ucraino, passando ad un ulteriore incasso dopo aver messo in ginocchio l’Europa, spezzando il legame con le forniture russe e vendendole le proprie a prezzi molto più alti. D’altronde, scriveva Lenin: “I gruppi capitalistici, che hanno inondato di sangue la terra per spartirsi i mercati, i territori, le concessioni, non possono addivenire ad una pace “onorevole”. La loro può essere soltanto una pace infame, una pace per la spartizione del bottino”. I soldati ucraini sono morti a centinaia di migliaia per gli interessi dei capitalisti occidentali non certo per la difesa della patria contro l’aggressione imperialista russa, per la libertà nazionale dall’oppressore russo o altre simili sciocchezze, come propagandato dalle borghesie coinvolte ma anche decantato della miriade di organizzazioni “di sinistra” o che falsamente si richiamano al comunismo. Come d’altronde, dall’altro lato, i soldati russi non sono stati sacrificati in una presunta guerra contro il nazifascismo come sbandierato da Mosca e dai rimasugli dello stalinismo, ma per le mire espansionistiche e gli interessi economici della Russia borghese.
Sui campi insanguinati d’Ucraina i proletari sono caduti per una guerra non loro, aggrediti, loro sì, dalle rispettive borghesie e da quelle degli altri paesi coinvolti in questo conflitto. Ora sul proletariato internazionale, non solo quello ucraino e russo, incombe la minaccia di una possibile pace imperialista che fermerebbe la guerra nell’est dell’Europa solo per permettere alle potenze imperialiste di riprendere fiato e meglio prepararsi al prossimo massacro, di proporzioni ancora più gigantesche. Solo un intervento del proletariato, con un forte movimento di scioperi nelle città e l’organizzazione dei soldati al fronte potrebbe fermare la guerra imperialista e l’altrettanto nefasta prospettiva di una pace imperialista.
Notizie dai fronti interni in Ucraina e Russia
Purtroppo, l’assenza di organizzazioni classiste dei lavoratori e la mancanza di un vero Partito Comunista, che possa assicurare una salda e ferma direzione, non permette altro che una soluzione borghese all’opposizione alla guerra, che comunque permane sia in Ucraina che in Russia ed emerge nonostante la cappa asfissiante di brutale repressione e sfrenata propaganda nazionalista che opprime i proletari ucraini e russi. In particolare, in Ucraina appare più diffuso il malcontento interno verso la guerra e maggiore il fenomeno delle diserzioni al fronte.
Secondo fonti statali ucraine, a dicembre 2024 sono stati registrati oltre 17 mila e mezzo nuovi procedimenti penali per abbandono non autorizzato di un’unità o diserzione, in continuità rispetto ai numeri di novembre che ne aveva contati quasi 19 mila. Si tratta di quasi il doppio rispetto al mese precedente, mentre a gennaio 2024, i procedimenti penali di questo tipo erano al di sotto dei 3500. In totale, dall’inizio della guerra nel febbraio del 2022 al primo dicembre del 2024, sono già stati registrati più di 114 mila procedimenti penali per casi di diserzione. In realtà, come riferito ai media stranieri da fonti ucraine, i disertori in Ucraina potrebbero aggirarsi intorno alle 200 mila unità.
Numeri talmente alti che hanno indotto il parlamento a adottare una legge in base alla quale coloro che hanno abbandonato la propria unità o disertato possono tornare volontariamente e prestare servizio senza sanzioni penali, estendendo l’arco temporale che permette il ritorno senza andare incontro a responsabilità penali.
Ormai i campi di addestramento sono composti quasi esclusivamente da uomini mobilitati con la forza, molti dei quali catturati in strada, che appena ne hanno la possibilità disertano. Particolare scandalo ha fatto la 155a brigata meccanizzata “Anna di Kiev”, che è stata addestrata in Francia e doveva essere impiegata nella difesa di Pokrovsk ma che, ancor prima che la brigata arrivasse al fronte caldo del Donbass, ha avuto 1.700 soldati che hanno abbandonato l’unità senza permesso, mentre decine di diserzioni si erano verificate già durante l’addestramento in Francia. Anche le rivolte individuali contro lo Stato e la guerra sono diventate più frequenti.
Sebbene l’ampiezza del fenomeno delle diserzioni faccia temere il rischio di uno sfascio dell’esercito ucraino, non appare al momento concreta la possibilità che questo spontaneo e diffuso rifiuto della guerra si trasformi in un movimento organizzato che, invece di gettare le armi e abbandonare il fronte, rivolga quelle stesse armi contro la propria borghesia, trasformando la guerra tra gli Stati in una guerra tra le classi. Tale prospettiva è ancora più lontana in Russia, sebbene notizie di diserzioni provengano anche dal lato russo del fronte.
Per quanto riguarda la coscrizione militare, il regime non ha alcuna difficoltà nel reclutare cosiddetti “soldati a contratto”, che sono immediatamente spediti al fronte. Situazione, quindi ben diversa da quella ucraina dove le autorità borghesi devono catturare gli uomini per strada per mandarli al macello. In Russia tutto ciò non è ancora necessario, con una demografia nettamente a suo vantaggio. A spingere migliaia e migliaia di uomini russi di mezza età ai centri di reclutamento ci sono le pesanti condizioni di vita in cui versano, schiacciati dai bassi salari, dal costante aumento dei prezzi, un’inflazione del 9% secondo i dati ufficiali, da enormi tassi di interesse su prestiti e ipoteche, con una martellante propaganda secondo cui responsabile di questa condizione è l'”Occidente collettivo”.
Diversamente, invece, è la situazione tra i giovani che devono sottoporsi al servizio obbligatorio nell’esercito russo, dalla quale emerge un’opposizione al militarismo neanche troppo marginale. Il Ministero della Difesa russo, riferendo del completamento della coscrizione autunnale, dichiara una mobilitazione di 133 mila persone che, presumibilmente, non sono inviate nelle zone di combattimento, comprese le regioni ucraine annesse. La realtà, invece, mostrava un quadro diverso dagli annunci governativi, fatto di centinaia di casi di detenzione e vere e proprie incursioni contro i coscritti, notevolmente in aumento rispetto all’autunno del 2023, con metodi sempre più aggressivi. Così anche in Russia il regime borghese si esibisce in una vera e propria caccia all’uomo, dalle dimensioni sicuramente più contenute rispetto all’Ucraina, con i coscritti prelevati direttamente dalle loro case, o catturati in strada e caricati su un’auto, arrestati nella metropolitana e portati all’ufficio di registrazione e arruolamento militare. Parenti e avvocati non sono ammessi nei punti di raccolta, e nemmeno le ambulanze, per evitare di registrare le percosse del coscritto, i passaporti sono sottratti, mentre i certificati medici vengono ignorati. I coscritti vengono forzati con ogni mezzo a indossare un’uniforme: picchiati, minacciati e tenuti senza cibo né acqua. In molti casi, dopo esser stati costretti a firmare contratti, vengono mandati al fronte.
Nonostante il dominio di classe in Russia appaia ben saldo, queste notizie che giungono dal paese mostrano una situazione in cui è presente una certa resistenza da parte dei lavoratori russi alla coscrizione al servizio militare, così come ai propri capitalisti. Infatti, secondo i sindacati, nel quarto trimestre del 2024, in Russia sono stati registrati 294 conflitti collettivi di lavoro, mentre erano stati 228 nel terzo trimestre. Sebbene questi cosiddetti conflitti includano sia dei veri e propri scioperi, anche se locali e a breve termine, che tentativi completamente “legali”, ovviamente non in grado di fronteggiare il costante deterioramento delle condizioni di vita, il ritardo nel pagamento dei salari, che restano bassi, tuttavia, questo è un indicatore del fatto che, nonostante la costante e onnipresente propaganda nazionalista e militarista che ha fatto presa su gran parte della classe operaia, le realtà del capitalismo costringono i lavoratori a resistere. Tutti questi conflitti sindacali si verificano sullo sfondo di una condizione di impotenza delle organizzazioni sindacali, di repressione dei sindacati, con diversi casi di organizzatori sindacali sottoposti a procedimenti penali, nonché di una direzione estremamente moderata dei sindacati stessi.
Contro le guerre e le paci dell’imperialismo
La guerra in Ucraina sta entrando nel suo terzo anno, accompagnata dal vociferare di politicanti e pennivendoli sulle prospettive di una sua soluzione diplomatica. Che tale possibilità si concretizzi, che si arrivi ad una tregua su quel fronte, avrà comunque il suo carattere imperialista, il cui significato altro non sarebbe che un momento di respiro in preparazione della ripresa della guerra. Nessuno accordo può appianare i profondi contrasti che hanno messo in urto gli imperialismi sulla terra d’Ucraina né tantomeno eliminare le cause che rendono in regime capitalistico inevitabile la guerra fra Stati. Sempre nel caso in cui dovesse trovarsi un accordo, la guerra tornerà su quel fronte, in un contesto di contesa inter-imperialistica che sempre di più, passo dopo passo, va allargandosi su scala mondiale e coinvolgendo le maggiori potenze e quelle di rango inferiore. Pertanto, la possibilità che dalla guerra imperialista si arrivi ad una tregua non deve ingannare i proletari, che saranno trascinati dalle proprie borghesie nel mattatoio della guerra. L’unico sbocco della guerra imperialista favorevole al proletariato non è una pace, imperialista anch’essa, ma che il disfattismo rivoluzionario e la fraternizzazione tra i proletari su ogni fronte trasformi la guerra tra gli Stati in guerra tra le classi, fino alla dittatura del proletariato.
Come è uso nel mondo borghese, la narrazione dei fatti ha sempre bisogno di un responsabile, il grande Capo che sconvolge gli equilibri consolidati, distrugge lo status quo, fa balenare rischi imminenti di guerre, militari o commerciali che siano, e pone le basi per altri sconvolgimenti. È toccato allo “zar” Putin presidente a vita di un indebolito imperialismo assurgere a questo onore nella guerra guerreggiata di Ucraina, è toccato ai tagliagole di Hamas e al guerrafondaio Netanyahu, è toccato ai cento “capi” e capetti in un mondo in preda alle convulsioni; e infine è tranquillamente apparso sulla scena del più potente imperialismo del mondo l’ex imputato Trump, implicato in cento scandali finanziari, bancarottiere e spregiudicato magnate che vuole “rendere ancora grande l’America” e minaccia sfracelli militari ed economici. Ma è anche pronto a metterli in atto. Noi comunisti consideriamo tutti questi “grandi” o presunti tali semplicemente come megafoni di altre forze e forme politiche che stanno alla base, o dietro le quinte, del teatro del mondo. Ma per sintetizzare e semplificare l’esposizione, anche noi ci riferiremo ai grandi nomi, che paiono responsabili nel bene e nel male delle dinamiche tra gli Stati.
Negli Stati Uniti è cambiato il personale politico ed il presidente federale, dopo un isterico teatrino elettorale messo in scena da un potentissimo apparato pubblicitario al solo scopo di disorientare e indirizzare chi ancora crede a queste liturgie, verso la soluzione politica che è effettivamente richiesta dalle condizioni mondiali. Il precedente gruppo politico doveva essere cambiato perché le crisi tra gli imperialismi, le crisi economiche e finanziarie richiedevano altro atteggiamento che non l’apparente e ipocrita benevolenza di chi ne aveva retto le sorti, ed era necessaria una nuova maschera che facesse la faccia feroce, sbraitasse minacce a nemici ed alleati, imponesse senza ipocrisie la primazia degli Stati Uniti. Chi era necessario arrivasse, è arrivato.
Sul “tavolo” della presidenza americana c’è da tempo una nutrita collezione di dossier e criticità. Il riassetto dei confini geopolitici minacciati da potenze emergenti, il controllo delle materie prime essenziali per il capitalismo, il mantenimento della potenza militare assolutamente necessaria per sostenere un debito stratosferico che non potrà mai essere pagato e quindi deve aumentare di anno in anno, e la guerra commerciale per mantenere o allargare i propri mercati e sostenere la produzione nazionale.
Crisi finanziaria, geopolitica e commerciale sono le tre radici della strisciante crisi mondiale del capitalismo. In modo brutale e spregiudicato il nuovo inquilino della Casa Bianca ha fatto sentire il peso della sua forza a presunti alleati e nemici certi. E come prima decisione effettiva, ha minacciato e poi iniziato una guerra commerciale degli Stati Uniti contro il resto del mondo, confidente di poterselo permettere.
La precedente amministrazione aveva tenuto un atteggiamento possibilista verso l’imposizione di dazi sulle merci importate, lasciando in vigore soltanto una limitata parte dei dazi che Trump aveva deciso nel suo precedente mandato, quando aveva imposto dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio, ai quali l’Unione Europea aveva reagito con aggravi sull’importazione di alcolici e motociclette prodotte negli USA. Con Biden poi si era giunti ad un sistema di quote europee per l’accesso al mercato americano; e le ritorsioni erano state interrotte. Tutte prove di guerra commerciale vera e propria che con Trump è stata invece apertamente dichiarata: prima annunciando un notevole inasprimento per acciaio ed alluminio verso Canada, Messico e Cina, poi concedendo una moratoria di un mese, infine il giorno 11 febbraio, firmando un ordine esecutivo per tutto il resto del mondo.
E l’imperialismo americano è tornato a brandire lo strumento dei dazi su acciaio ed alluminio, componenti strategici per la produzione capitalista.
Gli aumenti tariffari sulle importazioni dal Canada e dal Messico hanno scosso l’industria siderurgica mondiale, incerta inizialmente sul come questa iniziativa avrebbe annullato gli accordi commerciali già negoziati stabiliti nell’accordo USA-Messico-Canada. Un accordo che il presidente Trump aveva rinegoziato dal NAFTA degli anni ’90 durante il suo primo mandato, dal 2017 al 2021. Al tempo presente, per gli Stati Uniti le importazioni di alluminio ed acciaio hanno raggiunto il valore di 50 miliardi di dollari. Importano alluminio soprattutto dal Canada, 9,5 miliardi di dollari, dagli Emirati Arabi, 1,1 miliardi, dal Messico, 690 milioni. L’acciaio è importato dal Canada per 11 miliardi, dal Messico per 6,5 miliardi e Cina per 5 miliardi e, per una bassa quota, dal Brasile ed altri produttori. In generale lo scopo dei dazi è di proteggere e rafforzare la produzione nazionale, a scapito di quella importata. Ma alluminio ed acciaio sono prodotti di base per molte altre produzioni, edilizia, produzione di mezzi di trasporto, costruzioni aeronautiche, equipaggiamento militare, e la loro disponibilità è un dato essenziale per la produzione capitalistica: sono quindi questi prodotti particolarmente critici. In un primo momento le decisioni del presidente Trump sono state soltanto minacciate, mentre su tutte le importazioni cinesi è già stato imposto un ulteriore dazio del 10% che presumibilmente si sommerà a quel 25%, già imposto in passato, sull’acciaio della Cina, la quale, in prima battuta, non ha tuttavia risposto in modo duro, limitandosi a gravare le importazioni dagli USA per un valore di 14 miliardi, contro dazi statunitensi che colpiscono i prodotti cinesi per 525 miliardi di dollari.
C’è anche un altro obiettivo strategico di fondo sottinteso e connesso a questa stretta sulle importazioni. Il sistema produttivo americano è in lenta ma costante discesa, e la recente politica applicata già con l’amministrazione Biden ha imposto notevoli incentivi fiscali alle imprese straniere perché delocalizzino le loro produzioni sul territorio statunitense. Iniziativa che già importanti aziende europee hanno cominciato a praticare per sfuggire alla morsa di dazi ed altri vincoli commerciali che la prima potenza militare mondiale sta mettendo in atto per difendere il proprio sistema economico.
Le misure punitive sul commercio, anche verso alleati storici affidabili che quindi dovrebbero essere in certo qual modo protetti, anche le semplici enunciazioni di ulteriori vincoli e barriere da parte del presidente, hanno anche per scopo la minaccia di tagliar fuori dell’enorme mercato americano le aziende che non produrranno direttamente negli Stati Uniti. È un avviso brutale non solo ai produttori europei, ma anche al Canada, dove molte aziende produttrici sono già di proprietà americana; ma le loro merci importate vanno a fare concorrenza alle merci prodotte in America, pur se i loro profitti rientrano negli States per altra strada.
L’ordine esecutivo del febbraio ha provocato negli stati esportatori forti preoccupazioni, ma la risposta generale è stata in ordine sparso, tutti sostanzialmente invocando negoziati per un accordo sui due prodotti. I più stretti alleati, Australia e Canada, chiedendo addirittura l’annullamento dei dazi. Per il Canada naturalmente la questione è più critica, dal momento che Trump ne rivendica l’inglobamento nella federazione americana, e i dazi servono anche come elemento di pressione politica.
Chi aveva già imposto dazi per l’importazione di merci americane, come ad esempio l’India, ha proposto di abbassare i suoi dazi. L’Europa ha annunciato contromisure, ma si è ben guardata da dichiarazioni esplicite di contromisure. Essa è già in condizioni di sofferenza finanziaria, dovendo acquistare il gpl dalle petroliere americane ad un prezzo notevolmente superiore a quello che pagava per il gas proveniente dalla Russia, escludendo i costi di rigassificazione; anche se parlare in generale di Europa, è fare una generalizzazione scorretta, perché l’Europa è solo un simulacro politico-economico di Stati che mirano esclusivamente al lor tornaconto politico ed economico.
Se c’era bisogno di valutare ulteriormente lo stato presente di sudditanza al più potente imperialismo, questa è la dimostrazione più chiara. Ma c’è anche un altro obiettivo strategico in queste decisioni sul commercio. Le decisioni di Trump mirano soprattutto a colpire la Cina, che produce, dei due materiali, una quantità superiore di quella del resto del mondo. La Cina impiegava nel mercato interno la gran parte della produzione di acciaio e alluminio, ma le recenti difficoltà della domanda interna ne avevano ridotto il consumo, che è quindi andato ad incrementare l’esportazione a prezzi ridotti anche verso Canada e Messico, che a loro volta ne esportavano verso gli Stati Uniti. Un meccanismo tipico del capitalismo, forse truffaldino sul piano “etico”, ma esercitato in tante altre circostanze, basti pensare al gas russo, che dopo la vendita a qualche stato che non riconosce le sanzioni imposte alla Russia, ritorna poi con altra “etichetta” al consumo europeo.
Questa manovra di dumping mascherato (vendita sottocosto perché l’acquisto è stato fatto sottocosto) esercitata da Canada e Messico, ha messo in forte difficoltà l’industria siderurgica americana, che per altro si sviluppa in regioni politicamente critiche per i risultati elettorali. Se il settore industriale della trasformazione in beni di consumo trae vantaggio da questa situazione di import, un altro settore nazionale entra in sofferenza. Ma questo è nella natura del capitalismo.
Allo stringere dei fatti, anche se non è per ora del tutto chiaro come evolverà la guerra commerciale che gli USA stanno iniziando contro il resto del mondo, il mondo del Capitale evidenzia le sue tremende difficoltà nel mantenere l’assetto mondiale e indica quale sarà il suo futuro. O guerra tra gli Stati, o rivoluzione sociale.
Il recente caos politico che ha tormentato la Corea del Sud fornisce ulteriori conferme ad alcuni insegnamenti che i comunisti hanno appreso nel corso storico delle lotte di classe: la forma democratica o quella fascista dello Stato non sono altro che un diverso mascheramento dell’essenza del potere borghese, costituita dal suo dominio di classe sul proletariato, e qualunque seppur generosa e combattiva discesa da parte del proletariato sul terreno della lotta politica, se non inquadrata in autentiche organizzazioni classiste e guidata dal Partito comunista, non potrà che avere un epilogo del tutto compatibile con l’ordine borghese.
Il dominio di classe della borghesia è ancora ben saldo nonostante le crisi politiche interne, di ieri e di oggi
La notte del 3 di dicembre, il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol annunciava la legge marziale come misura per proteggere il paese e “sradicare le spregevoli forze anti-statali filo-nordcoreane”. Intanto, veniva mobilitato l’esercito e si proibiva qualunque attività politica, compresa quella parlamentare, e ogni forma di protesta. La reazione a questo tentativo di golpe si è manifestata sia attraverso una crescente mobilitazione di protesta nelle piazze che per via parlamentare, con l’opposizione che si recava al Parlamento per votare la revoca della legge marziale. Dal versante sindacale, invece, la Confederazione coreana dei sindacati KCTU, convocava immediatamente uno sciopero generale a oltranza fino alla revoca della legge marziale e alle dimissioni del presidente.
Il provvedimento è stato ritirato nel giro di qualche ora, non appena 190 dei 300 deputati, compresi diversi dello stesso partito di Yoon, sono riusciti a riunirsi in Parlamento e hanno approvato la revoca della legge marziale. Subito dopo il voto, i militari si sono attenuti alla decisione del Parlamento.
La pressione di piazza è continuata anche nei giorni successivi e con una nuova votazione, sabato 14 dicembre, il Parlamento si è espresso a favore della messa in stato d’accusa del presidente. La stampa borghese individua nella instabilità politica del paese, emersa di recente con il duro scontro per l’approvazione della legge di bilancio, le motivazioni che hanno spinto il presidente Yoon a tentare la strada del golpe.
Il sistema politico sudcoreano è dominato essenzialmente da due forze politiche, il Partito Democratico di centro-sinistra e il Partito del Potere Popolare (PPP) di centro-destra che, sebbene in contrapposizione fra di loro, sono entrambi partiti borghesi che si ergono a difesa del dominio di classe della borghesia e, anche se a volte con vedute differenti, degli interessi del capitalismo nazionale, alternandosi di volta in volta alla guida del governo del paese.
L’impossibilità di qualunque fazione politica borghese, piegata agli interessi del capitalismo nazionale, di migliorare la condizioni di vita e di lavoro del proletariato determina un generale malcontento che, in assenza di un esteso movimento di scioperi, si riverbera nelle periodiche conte dei voti. La stessa ascesa del presidente Yoon, con una vittoria risicata nelle elezioni presidenziali del 2022, si deve proprio al discredito che aveva colpito il Partito Democratico, precedentemente al governo, che aveva potuto contare su un’ampia maggioranza.
Ma nel giro di breve tempo, anche contro Corea del Sud il nuovo governo si è indirizzato il diffuso malcontento, che si è espresso nel voto per le elezioni legislative dell’aprile 2024 che hanno portato ad un parlamento dominato dal Partito Democratico. Il risultato è stato che al governo del PPP si oppone un’Assemblea Nazionale dominata dal partito di opposizione, il Partito Democratico, che detenendo la maggioranza parlamentare ostacola i provvedimenti del governo, avvenuto recentemente in merito alla Legge di bilancio per il 2025, cosa che ha prodotto un duro confronto tra i due partiti, con l’opposizione che ha notevolmente ridimensionato gli iniziali provvedimenti governativi. A ciò si aggiungono gli scandali e le accuse di nepotismo e corruzione che coinvolgono la cerchia del presidente.
Ma i recenti eventi coreani non possono semplicemente essere spiegati con la contingente situazione politica del paese che, come nel resto del mondo borghese, è sistematicamente attraversata da un’aspra lotta tra le fazioni borghesi e da scandali che vedono coinvolti i politici di tutti i partiti.
L’intera vicenda si inquadra perfettamente nella storia politica coreana. Fin dalla sua nascita nel 1948, in Corea del Sud si sono alternati governi democratici e una serie di giunte militari, sempre sostenute dagli Stati Uniti, le quali prendevano il potere con colpi di Stato che portavano a violenti scontri. L’ultimo colpo di Stato fu quello del generale Chun Doo-hwan, impadronitosi del governo alla fine del ’79 dopo un tentativo di transizione in seguito alla fine della dittatura del generale Park Chung-hee durata 18 anni a partire dal colpo di Stato del 1961, che impose la legge marziale in tutto il paese e scatenò una violenta repressione culminata nel maggio del 1980 nel massacro di Gwangju, dove delle manifestazioni studentesche avevano innescato una rivolta operaia con i caratteri di una vera e propria insurrezione, la quale si concluse con la rioccupazione della città da parte dell’esercito causando centinaia di morti.
A partire dal 1987, in seguito a proteste di massa, il regime politico coreano ha adottato una forma democratica ed è stata introdotta l’elezione diretta del presidente, riuscendo in tal modo ad assicurare una certa stabilità politica interna basata sull’alternanza dei due principali schieramenti antagonisti.
La nuova maschera democratica indossata dallo Stato sudcoreano, sicuramente più funzionale all’impetuoso sviluppo del capitalismo nazionale che fece della Corea del Sud una delle cosiddette “tigri asiatiche”, non ha certo intaccato il pugno duro tradizionalmente utilizzato dallo Stato borghese per reprimere le lotte operaie e ha solo riposto nel “cassetto degli attrezzi” tutte quelle misure di emergenza, come la legge marziale, pronte ad essere tirate fuori non appena se ne presenti il bisogno, sempre giustificate con la difesa della patria in pericolo che, mentre cancella gli orpelli democratici, permette alla borghesia di scatenare la repressione militare contro il movimento operaio. La tendenza da parte della classe dominante a lasciar cadere la forma democratica sarà destinata a svilupparsi con l’ascesa delle lotte proletarie, inevitabile conseguenza dell’aggravarsi della crisi del mondo capitalista.
La combattività del proletariato coreano resta, per ora, incanalata all’interno di una soluzione borghese
Un segnale positivo che giunge dal paese orientale riguarda senz’altro la combattività espressa dalla classe operaia coreana.
D’altronde, anche a quelle latitudini, le condizioni di vita e di lavoro del proletariato sono costantemente minacciate dalla crisi del modo di produzione capitalistico. Resta, ad esempio, alto il numero di incidenti mortali che coinvolgono in particolare i lavoratori in subappalto e i migranti, come lo scorso 24 giugno a Hwaseong, quando in una fabbrica di produzione di batterie al litio, in seguito ad un incendio, rimasero uccisi 22 lavoratori, di cui 18 migranti cinesi. Il governo, poi, si è adoperato per prolungare ulteriormente l’orario di lavoro, promuovendo una riforma che aumenta gli straordinari fino a un totale di 69 ore settimanali.
L’atteggiamento verso le organizzazioni dei lavoratori si è caratterizzato per la sua particolare durezza, con la criminalizzazione del movimento sindacale e dei suoi militanti, attraverso una campagna diffamatoria contro i sindacati, definiti “una delle grandi piaghe da sradicare”, e il contrasto alle attività sindacali con lo strumento giudiziario. Non a caso, non appena è stata dichiarata la legge marziale, è stato ordinato l’arresto immediato anche per il presidente della KCTU.
Ma l’amministrazione Yoon, oltre al malcontento diffuso, ha dovuto fronteggiare anche una crescita delle lotte dei lavoratori.
Di particolare importanza è stato lo sciopero alla Samsung durato cinque settimane tra l’inizio del mese di luglio e quello di agosto, il quale, nonostante un’adesione limitata in termini numerici, ha colpito uno dei principali “chaebol” della Corea del Sud, cioè quei conglomerati industriali di proprietà di un singolo proprietario o di una famiglia, scalfendo la compattezza del colosso Samsung.
Scioperi continui hanno coinvolto anche i medici, la cui lotta va avanti fin dallo scorso febbraio e che, sebbene nelle sue rivendicazioni esprima una certa difesa di interessi corporativi come l’opposizione al piano del governo di ampliare il numero di iscritti ai corsi di medicina, rappresenta comunque un segnale delle tensioni sociali presenti nel paese che non può essere tollerato. Infatti, una volta proclamata la legge marziale i vertici militari hanno esplicitamente imposto l’interruzione dello sciopero, ordinando il ritorno al lavoro entro 48 ore.
Lo stesso tentativo di golpe ha trovato una forte opposizione tra i lavoratori e le organizzazioni sindacali. In particolare, la KCTU, che conta 1,1 milioni di iscritti e ha sulle sue spalle una storia di direzione di numerosi scioperi su larga scala, si è fin dall’inizio mossa contro la legge marziale con la proclamazione di uno sciopero generale a tempo indeterminato.
La disponibilità della classe operaia coreana a scendere sul terreno della lotta è stata in tal modo incanalata verso la difesa della democrazia, che in ogni caso costituisce un epilogo volto alla conservazione borghese della crisi politica che ha colpito la Corea del Sud.
Le vicende coreane dovranno servire da ulteriore lezione, non solo per la classe operaia coreana, ma per tutto il proletariato internazionale, al fine di evitare che la sua combattività sia asservita ad uno dei fronti borghesi in lotta, la cui conclusione non può che essere una soluzione che lascia intatta l’impalcatura del dominio di classe. Non è nell’interesse storico del proletariato la difesa della democrazia, forma politica che la stessa borghesia ha già dimostrato di mettere da parte a favore del fascismo non appena ne ha la necessità per meglio soggiogare il proletariato. Oggi democrazia e domani fascismo: come lo stesso caos coreano ha dimostrato, facendo risuonare le sirene dell’emergenza nazionale per giustificare quelle misure eccezionali, come la legge marziale, contemplate da qualunque Stato borghese. Il cambiamento di maschera dello Stato borghese è già annunciato dalla contesa imperialistica che travolgerà il mondo intero e richiederà l’inquadramento dei proletari a sostegno della patria in pericolo.
La Penisola di Corea sulla linea di faglia dello scontro inter-imperialistico
Sebbene la forma politica del borghese Stato coreano abbia alternativamente indossato la maschera fascista e quella democratica, oltre a non compromettere il suo fondamento di dominio di classe sul proletariato, ha mantenuto un altro punto fermo dato dalla collocazione geopolitica del paese, che risulta saldamente inserito nel sistema di dominio dell’imperialismo americano in Estremo Oriente. La Corea del Sud rappresenta, fin dalla fine degli anni Quaranta, un fidato alleato degli Stati Uniti, che ancora oggi gli garantisce la presenza sul proprio territorio di un contingente militare di quasi 30 mila soldati, che lo rende il terzo paese al mondo, dopo la Germania e il Giappone, per numero di soldati americani. Pertanto, l’influenza americana nel paese è enorme, e nessuno dei due partiti borghesi mette in discussione la collocazione internazionale a fianco degli Stati Uniti.
In tale contesto, non potevano mancare da parte americana importanti segnali anche durante la recente crisi politica. Proprio il mancato appoggio americano all’avventura di Yoon, fondato sulla necessità per gli Stati Uniti di non destabilizzare un prezioso alleato come Seul, ha determinato una certa pressione al ritiro del provvedimento, influenzando anche membri del partito del presidente che hanno preso posizione contro la manovra di Yoon.
La crisi politica interna coreana si inserisce in un contesto internazionale nel quale si aggravano i contrasti inter-imperialistici che trascinano nel vortice del caos politico tutti quegli Stati posizionati sulla faglia dello scontro tettonico tra contrapposti blocchi imperiali. Le violente scosse della guerra in Ucraina sono giunte fin nella penisola coreana, con la Corea del Nord che ha inviato nel tritacarne russo-ucraino un proprio contingente a sostegno dell’esercito russo e con l’attuale governo del Sud che sta considerando l’ipotesi di armare l’Ucraina, mentre, proprio in conseguenza del conflitto ucraino, ha visto crescere enormemente le proprie esportazioni di armi, con un più 39% (dati SIPRI) nel 2023, soprattutto per gli acquisti da parte dei paesi europei, come la Polonia.
Considerando che la proclamazione della legge marziale veniva giustificata con la lotta contro le forze filo-nordcoreane, proprio la questione dei rapporti con la Corea del Nord segna una spaccatura del fronte interno sudcoreano, con l’opposizione democratica che ha una posizione meno bellicista nei confronti di Pyongyang. Al contrario, l’amministrazione Yoon, fin dal suo insediamento nel 2022, in controtendenza con una linea più morbida adottata negli ultimi anni, ha mostrato una certa aggressività verso la Corea del Nord, che si è tradotta in una escalation politica e militare nella penisola coreana.
Dall’altro lato, a fine dicembre 2023, Kim Jong-un dichiarava di non considerare più possibile la riunificazione dei due Paesi. Nel corso del 2024 la tensione tra i due paesi si è manifestata con i lanci di più di 2 mila “palloni di immondizia” da parte della Corea del Nord in risposta alla propaganda sudcoreana lungo la zona demilitarizzata. Nel mese di giugno, la Corea del Sud decideva di sospendere l’accordo militare intercoreano del 2018 con il Nord, volto a ridurre le tensioni tra i due paesi, e riprendeva poco dopo esercitazioni militari vicino al confine. Nel corso del mese di ottobre, la Corea del Nord sanciva l’aggravamento delle relazioni con il Sud rinunciando formalmente alla sua politica di riunificazione pacifica della penisola con una modifica della propria costituzione e facendo saltare in aria alcuni collegamenti stradali e ferroviari tra i due Paesi. Inoltre, nel corso del 2024, si è avuto un avvicinamento nelle relazioni tra la Corea del Nord e la Russia attraverso la recente ratifica del Trattato di Partenariato Strategico Globale, che prevede tra i vari punti un immediato canale di negoziazione bilaterale in caso di minaccia diretta di invasione armata contro una delle due parti e, qualora una delle parti si trovi in stato di guerra a causa di un’invasione armata, l’altra parte fornirà assistenza militare e di altro tipo.
La dura contrapposizione verso la Corea del Nord da parte del partito di Yoon è spiegabile da una parte con la stretta vicinanza di settori della borghesia sudcoreana agli Stati Uniti e dall’altra con l’aggravarsi delle tensioni tra gli imperialismi che porta i vari Stati a prendere posizione in vista dell’avvicinarsi della guerra. Ciò ha spinto Yoon e i suoi sostenitori politici a perseguire una linea di più stretta collaborazione commerciale e militare con gli Stati Uniti.
Tale prospettiva si inquadra nella situazione geopolitica nell’Estremo Oriente, con l’interesse dell’imperialismo americano a tessere un fronte anticinese, non solo con l’Australia e il Regno Unito, come fa intendere l’AUKUS, ma inglobandovi altre potenze della regione, come il Giappone. A tal riguardo, proprio con Yoon, la Corea del Sud si è maggiormente avvicinata a Stati Uniti e Giappone, rafforzando il coordinamento trilaterale in funzione anti-nordcoreana e anticinese, muovendosi nel corso dell’ultimo anno nel tentativo di istituzionalizzare la struttura di questa cooperazione. Tale linea è contrastata internamente da quei settori borghesi che la considerano troppo vicina a Washington e Tokyo, posizione questa che trova il suo fondamento negli interessi dell’economia sudcoreana comunque legata da interscambi commerciali con i nemici dell’imperialismo americano, come la Cina e la Russia.
La caduta di Yoon potrebbe complicare tutto questo processo in corso orientato verso più stretti legami con gli USA e il Giappone, ma non metterà comunque in discussione la posizione internazionale del paese fortemente subordinato all’imperialismo americano.
In un tale quadro di intricate lotte fra fazioni interne e internazionali della classe capitalistica, al proletariato sudcoreano non resta che lottare per i propri interessi di classe. Questo implica la capacità di evitare la tetra prospettiva di essere utilizzato nella lotta interna fra fazioni borghesi che porterebbe il proletariato Corea del Sud a prendere parte nella finta contrapposizione tra fascismo e democrazia.
I proletari sudcoreani, come quelli di tutti i paesi, devono rigettare anche il tentativo della borghesia nazionale e dei più potenti colossi imperialisti di impiegarli come carne da cannone per la prossima guerra inter-imperialistica che si annuncia all’orizzonte. Solo l’inquadramento in organizzazioni autenticamente classiste e la direzione del suo Partito comunista potrà sottrarre il proletariato all’influenza di contrapposte forze borghesi e può portarlo a lottare per i propri specifici interessi di classe.
L’attenzione e la narrazione della situazione che in questi anni si è creata nel Myanmar si sono concentrate sugli eventi bellici, peraltro molto complessi vista la varietà di formazioni che si stanno opponendo al governo centrale, tre delle quali hanno addirittura stabilito un’alleanza. Ormai queste numerose formazioni armate controllano nel loro insieme una superficie del paese molto superiore a quella controllata dall’esercito della Giunta (Autodefinitasi Consiglio di Amministrazione dello Stato, o Cae).
Però in parallelo a questa guerra di formazioni militari se ne sta svolgendo un’altra, altrettanto cruenta, della quale la stampa internazionale dà poche e scarne notizie. Si tratta della lotta della classe operaia birmana, concentrata nelle zone industriali che circondano la ex capitale Rangoon.
Quando finalmente nel 2011 si svolsero “libere” elezioni, risultò eletto U Thein Sein, un ex generale, già appartenente alla Giunta militare. La Giunta volle quindi darsi una parvenza di legalità democratica, e in realtà Thein Sein inaugurò una serie di riforme favorevoli allo sviluppo, che andavano anche incontro a un proletariato che si voleva motivato e produttivo: si cominciò con l’autorizzazione alla esistenza dei sindacati, per la prima volta in 50 anni. Nel 2013 un’altra legge introduceva il salario minimo; poi un allentamento della censura sui mezzi di comunicazione di massa, liberazione di numerosi prigionieri politici, e anche uno stop a un progetto di una grande diga e di una centrale idroelettrica nel nord del paese, un progetto gestito da imprese cinesi. Inoltre migliorò la posizione del Myanmar nell’ASEAN, con la presidenza nel 2014, come pure i rapporti con gli USA; infine, liberazione di Aung San Suu Kyi e ammissione del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (LND), il principale partito di opposizione, alle successive elezioni.
Le quali elezioni, tenutesi nel 2015, vedono la prevedibile vittoria dell’LND. Però, anche se qualcuno si era illuso che la politica inaugurata da Thien Sein sarebbe stata continuata, la musica cambia: l’LND restringe rapidamente i margini di manovra dei lavoratori, registrare i sindacati diventa difficile, in caso di controversie il Ministero del Lavoro si schiera dalla parte dei padroni; e in occasione del COVID 19 il potere prende a pretesto la pandemia per intimidire e arrestare chi protesta, e per annullare la revisione biennale del salario minimo che doveva aver luogo nel 2020.
Ovviamente il tentativo era quello di rendere profittevole per il capitale straniero gli investimenti nel paese (soprattutto nei settori minerario e dell’abbigliamento): non certo contenendo i profitti e puntando sulla qualità delle produzioni, ma seguendo la strada più comoda e ovvia, sulle spalle del proletariato industriale. In questo il governo era assecondato dalla Banca Mondiale, che aveva emanato una legge su misura nel 2016.
Operai, contadini, studenti non fanno mancare le proteste, gli scioperi e i cortei, finché, verificata l’incapacità del regime “democratico” di garantire l’ordine pubblico, nel 2021 la Giunta con un nuovo colpo di stato si riprende il potere.
Purtroppo le notizie sui media internazionali si concentrano sulla lotta armata, un quadro particolarmente complesso a causa della molteplicità degli attori, non sempre d’accordo anche tra loro. Ma quello che conta, e che in fondo ha determinato la situazione di instabilità, è proprio quello che accade nello scontro tra classe operaia e capitale. Così lo racconta Le Monde Diplomatique di gennaio (edizione italiana): “La situazione è peggiorata a partire dal febbraio 2021 e dal colpo di Stato militare, ma la repressione non ha smorzato la combattività della popolazione. Al contrario, dal 6 febbraio 2021 le strade di Yangoon, polmone economico e antica capitale del paese, vengono percorse da grandi manifestazioni. Alla testa dei cortei, le operaie delle fabbriche di abbigliamento; le zone industriali circondano la città e le lavoratrici provengono soprattutto dalle campagne. Pochi giorni dopo, i funzionari iniziano uno sciopero generale.
Alla fine dell’anno, a scioperare sono circa 400.000 lavoratori, tra cui insegnanti e altri funzionari pubblici, presto raggiunti da camionisti, minatori, operai… Il movimento, colossale, contribuisce ampiamente a una contrazione del 18% dell’economia del paese durante l’anno che segue il colpo di Stato.
Ma una gran parte degli scioperanti viene costretta a riprendere il lavoro perché il Cae reprime le manifestazioni pubbliche. Nel mirino, in particolare, gli attivisti sindacali. Dal 26 febbraio, sedici dei più importanti sindacati vengono dichiarati illegali. Il 14 marzo, soldati e poliziotti uccidono almeno 65 manifestanti nella zona industriale di Hlaing Tharyar, nei sobborghi di Yangoon, uno degli epicentri della lotta operaia. Il giorno dopo, il Cae vi proclama la legge marziale, così come in molti altri siti produttivi. Il 15 aprile, una quarantina di soldati fa irruzione negli uffici del sindacato Solidarity Trade Union of Myanmar (Stum) e ne arrestano il direttore Daw Myo Myo Aye. Molti dirigenti e militanti sindacali entrano in clandestinità o fuggono all’estero per evitare gli arresti. Nel frattempo, il padronato approfitta degli ostacoli eretti dal Cae a qualsiasi mobilitazione operaia per peggiorare le condizioni di lavoro e rendere più fragili i sindacati. Molte aziende strappano i contratti di lavoro esistenti e riassumono i lavoratori a chiamata e per salari inferiori al minimo legale. Il 16 marzo 2021, il capo della fabbrica Xing Jia chiama la polizia perché sei operai contestano lo stipendio che è stato loro pagato. Le forze dell’ordine uccidono i manifestanti”.
Ma nei luoghi di lavoro la lotta continua, in particolare nelle fabbriche per l’export sparse nelle zone industriali periferiche di Yangon, dove una parte degli operai continua a lottare, riportando anche qualche successo. A quegli operai, che rischiano la vita per difendere la loro esistenza, va la solidarietà purtroppo solo verbale dei comunisti. Questa esperienza non mancherà di far toccare con mano a quella giovane classe operaia quanto illusorie siano le promesse del capitalismo, e quanto vulnerabili possano essere le conquiste quando si scontrano con la brama di profitto del capitale internazionale. Noi comunisti internazionalisti non possiamo che rilevare che la musica non cambia: la borghesia, per lotte di bottega, per l’appartenenza all’una o l’altra camarilla che si vende al capitale internazionale, può dividersi e scontrarsi anche militarmente, come è avvenuto nell’ex Birmania tra Giunta e LND. Ma quando si tratta di schiacciare la classe operaia per la solita estorsione di profitti sono tutti uguali, e non abbiamo dubbi che a questo comportamento si ispireranno anche le varie formazioni armate se un giorno dovessero giungere al potere. Per il proletariato resta una sola strada, utilizzare questa esperienza per ricollegarsi al filone politico del comunismo rivoluzionario, anche in vista, non solo della conquista del potere, ma anche soltanto per una efficace strategia e organizzazione di lotta economica.
Nei giorni 25 e 26 gennaio si è tenuta la riunione generale del partito, secondo la tradizione che da decenni destina gli ultimi fine settimana di gennaio, maggio e settembre agli incontri di tutti i compagni per fare il punto sul lavoro organizzativo e sul lavoro di studio che i vari gruppi svolgono. Da anni le riunioni, sia per la maggiore estensione geografica della rete di partito, sia per la disponibilità di mezzi informatici di comunicazione, si tengono in maniera mista, concentrando i compagni che possono spostarsi in una sede fisica di partito, mentre gli altri si collegano online.
Anche stavolta è stato così, in tal modo riunendo compagni e simpatizzanti di numerosi paesi europei ed extraeuropei.
Le riunioni generali del partito hanno lo scopo di svolgere il lavoro secondo il metodo che il partito si è dato al momento della sua ricostituzione, nel 1951. Nelle Tesi caratteristiche si legge: “Il partito compie oggi un lavoro di registrazione scientifica dei fenomeni sociali, al fine di confermare le tesi fondamentali del marxismo. Analizza, confronta e commenta i fatti recenti e contemporanei. Ripudia l’elaborazione dottrinale che tende a fondare nuove teorie o a dimostrare l’insufficienza della dottrina nella spiegazione dei fenomeni.
Tutto questo lavoro di demolizione (Lenin: Che fare?) dell’opportunismo e del deviazionismo è alla base oggi dell’attività del partito, che segue anche in questo la tradizione e le esperienze rivoluzionarie durante i periodi di riflusso rivoluzionario e di rigoglio di teorie opportuniste, che videro in Marx, Engels, in Lenin e nella Sinistra italiana i violenti e inflessibili oppositori.”… “Con questa giusta valutazione rivoluzionaria dei compiti odierni, il partito, sebbene poco numeroso e poco collegato alla massa del proletariato e sebbene sempre geloso del compito teorico come compito di primo piano, rifiuta assolutamente di essere considerato un’accolta di pensatori o di semplici studiosi alla ricerca di nuovi veri o che abbiano smarrito il vero di ieri considerandolo insufficiente”. …”Il partito, malgrado il ristretto numero dei suoi aderenti, determinato dalle condizioni nettamente controrivoluzionarie, non cessa il proselitismo e la propaganda dei suoi princìpi in tutte le forme orali e scritte, anche se le sue riunioni sono di pochi partecipanti e la stampa di limitata diffusione. Il partito considera la stampa nella fase odierna la principale attività, essendo uno dei mezzi più efficaci che la situazione reale consenta per indicare alle masse la linea politica da seguire, per una diffusione organica e più estesa dei princìpi del movimento rivoluzionario”.
Sabato 25 la riunione era inizialmente riservata alla trattazione delle questioni organizzative, e all’aggiornamento sul lavoro che i compagni stanno svolgendo. Quindi è iniziata la rassegna del lavoro di studio in corso, con esposizioni dettagliate dei rapporti. Questa sessione era aperta a simpatizzanti e lettori che ne avevano fatto richiesta. Iniziamo in questo numero del giornale a darne i resoconti brevi.
Resoconti brevi
Guerra civile in Germania
È stato esposto il secondo capitolo della Premessa allo Studio sulla guerra civile in Germania degli anni ’18-’23 “Nascita e crescita parallela del secondo Reich e della socialdemocrazia tedeschi: le radici del tradimento della classe operaia da parte della SPD”. Sono stati letti il primo paragrafo “La borghesia tedesca rinunciò all’Unificazione Nazionale sotto la sua egida” e l’inizio del secondo paragrafo “Il significato della Guerra Franco-Prussiana per i marxisti-ultima guerra progressista borghese nell’Europa occidentale”.
Nel primo paragrafo si descrive come, di fronte alla sconfitta del ’48, terrorizzata dalla minaccia proletaria, la borghesia tedesca avesse rinunciato all’unificazione dello stato tedesco sotto la propria bandiera e si fosse rifugiata sotto l’ala protettrice del militarismo prussiano degli Junker lasciando loro il compito dell’unificazione nazionale. Carattere peculiare della unificazione tedesca fu, dunque, che essa non ebbe origine da un urto popolare guidato dalla borghesia, come in Inghilterra, negli Stati Uniti ed in Francia, ma fu svolta dall’alto, dal potere monarchico. Di conseguenza in Germania si assistette ad una situazione dal carattere atipico rispetto a quella degli altri moderni stati nazionali: una unificazione monca, mancante di reali caratteri nazionali ove l’aristocrazia latifondista-militare Prussiana e borghesia si fiancheggeranno nell’inevitabile trapasso dal feudalesimo al capitalismo tramite un continuo compromesso tra le due parti. Questa mancanza di unificazione a veri caratteri nazionali ebbe senz’altro importanti e gravi ripercussioni in quanto avverserà poi la maturazione sul terreno della lotta proletaria. Il secondo paragrafo dedicato alla guerra franco-prussiana si sofferma su diversi aspetti tra cui quello esposto durante la Riunione Generale attinente al significato di questa guerra per i marxisti. Nella nostra dottrina questa guerra segna lo spartiacque fra lotta comune di borghesia e proletariato contro i regimi feudali e la lotta del proletariato contro la borghesia. Le guerre svoltesi in Europa fino al 1870 sono considerate dai marxisti guerre progressive in quanto si svolsero in quella data area ed in quella data epoca in cui il ciclo della rivoluzione borghese non era ancora chiuso, e quindi era ancora possibile che, partecipando ai moti borghesi, la lotta del proletariato traesse la spinta verso il suo obiettivo finale. Da allora in poi, i nazionalismi persero la loro connotazione progressista e divennero reazionari: iniziò da qui lo scontro diretto del proletariato contro la borghesia per la distruzione del suo Stato e del suo sistema economico e sociale per poter passare al superiore piano di specie del comunismo.
Il Medio Oriente e il conflitto siriano: lo scacchiere delle grandi potenze imperialiste
La Siria è attualmente al centro di un confronto tra i maggiori Stati imperialisti usciti dalla fase ormai totalmente parassitaria del modo di produzione capitalistico, sin dalla Prima guerra mondiale.
In questo lavoro ripercorriamo gli scontri che si sono verificati a partire dalla prima guerra mondiale nella corsa ai mercati mondiali tra i diversi Stati per arrivare alla situazione attuale del Medio Oriente, una regione strategica ricca di materie prime indispensabili al mostro capitalista nella sua ineluttabile e quasi meccanica corsa alla produzione di merci e profitti. In questa corsa, le classi dominanti si contrappongono sempre più apertamente ai lavoratori, che sono l’unica forza potenziale in grado di arrestare l’attuale deriva criminale.
Il ritmo delle guerre, delle distruzioni, degli attacchi alle popolazioni civili e del peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori per estrarre il massimo profitto sta accelerando e non può che sfociare in un terzo conflitto mondiale.
I vecchi Stati imperialisti che dominavano all’inizio del XX secolo, Inghilterra, Francia e Germania, sono ora potenze imperialiste secondarie, così come la Russia dalla fine degli anni Novanta. Le uniche superpotenze dominanti sono gli Stati Uniti e la Cina. La prima, in declino, usa la forza militare, mentre la seconda si affida principalmente al suo potere economico, preparandosi lentamente ma inesorabilmente allo scontro fisico.
In Siria, si può dimostrare come tutti i piccoli e medi Stati della regione, compresa la Russia, non siano altro che pedine nel gioco delle due grandi potenze, il cui unico obiettivo al momento è quello di usare il terrore e il caos dei bombardamenti e delle distruzioni omicide per impedire una rivolta del popolo, e soprattutto per impedire alla massa dei lavoratori di organizzarsi e paralizzare gli ingranaggi della grande macchina capitalista.
Non importa il caos e le sofferenze causate, non importa la necessità di usare le dittature, i terroristi jihadisti, la religione in tutte le sue forme, per stringere un patto temporaneo con il nemico di ieri, perché l’unico nemico che spaventa il mostro capitalista deve essere sconfitto! I leader americani, europei, russi, cinesi, iraniani e jihadisti sono tutti d’accordo su un unico punto: mantenere l’oppressione del proletariato, senza dimenticare ciò che li spinge veramente: la lotta per i mercati mondiali e l’accumulo del loro capitale, messo in pericolo da una minacciosa crisi economica! Gli Stati Uniti marcano il pianeta con la loro potenza militare, mentre la Cina avanza silenziosamente con le sue pedine economiche in tutto il mondo, armandosi fino ai denti in modo altrettanto silenzioso.
Storia del movimento operaio australiano
La storia è proseguita trattando del periodo iniziale della formazione della classe operaia in Australia. In questa parte si descrive come il primo movimento operaio australiano sia stato forgiato nel crogiolo della corsa all’oro e della nascente lotta della classe proletaria. Dopo la scoperta avvenuta nel 1851, l’oro favorì un vasto afflusso di immigrati e di capitali, trasformando l’Australia da colonia penale con condizioni di lavoro relativamente buone in un focolaio di sviluppo capitalistico. I giacimenti auriferi non solo arricchirono la colonia, la impregnarono anche di un giovane spirito proletario. Agitatori e navigati radicali – molti dei quali portavano con sé l’eredità del cartismo britannico – si fusero con i “currency lads” (la prima generazione di nativi) in una solidarietà che era stata assente ai tempi del bagno penale. In una terra in cui gli ideali democratici avevano iniziato a fiorire già negli anni Venti del XIX secolo, la corsa all’oro accelerò ulteriormente il risveglio di una coscienza del lavoro, anche se non ancora del tutto proletaria.
Con l’avvento della corsa all’oro, la popolazione passò da appena 34.000 abitanti nel 1820 a oltre un milione negli anni Sessanta del XIX secolo. Sebbene molti degli arrivati non fossero adatti all’estrazione mineraria, il richiamo dell’oro diminuì l’offerta di manodopera, per cui molti si sentirono in diritto di chiedere una democrazia progressiva. Anche se gli allevatori, con le loro inclinazioni aristocratiche e i loro ideali reazionari, cercavano di preservare un dominio ormai superato, e non vedevano la nuova ricchezza e il fervore democratico dei cercatori di buon occhio.
In questo contesto, la battaglia della Stockade Eureka favorì questo antagonismo. Nata dall’indignazione per gli esosi costi delle licenze per lo scavo e per i comportamenti punitivi delle autorità, Eureka divenne un simbolo di sfida verso il potere costituito. I cercatori sfidarono con la violenza sia la burocrazia coloniale sia la radicata aristocrazia di allevatori e coloni agiati. Sebbene la rivolta fosse stata repressa, essa lasciò un segno indelebile nella coscienza collettiva e contribuì a galvanizzare il movimento operaio per gli anni ’90 del XIX secolo. Tuttavia, la sconfitta di Eureka era inevitabile. Con i lavoratori ridotti all’obbedienza, la borghesia urbana iniziò a consolidare il suo potere, anche marginalizzando i burocrati coloniali e i proprietari terrieri per affermarsi come classe dominante.
Parallelamente a queste palesi ribellioni, si svilupparono le prime agitazioni sindacali, in particolare nel settore edile. Ispirandosi al sindacalismo britannico e alle idee cartiste, gli operai si batterono per la giornata di otto ore. A Sydney e Melbourne, scalpellini e artigiani specializzati si organizzarono e ottennero quanto richiesto. Questo fu il primo movimento di questo tipo, che servì anche da esempio per i lavoratori britannici e americani per le loro future lotte.
In questo modo, la corsa all’oro, che contribuì alla formazione di una identità propria dei lavoratori, non solo rimodellò il paesaggio economico-penale dell’Australia, ma mise anche in moto un’agitazione che non si sarebbe arrestata nei decenni successivi, preludio all’ascesa della manifattura, ai grandi scioperi e alla crescita politica del movimento operaio che la prossima parte svilupperà.
Dopo la crisi internazionale di sovrapproduzione del 2008-2009, la prima del dopoguerra con deflazione, come nelle classiche crisi di sovrapproduzione, c’è stata una vigorosa ripresa negli Stati Uniti grazie all’intervento decisivo dello Stato e della FED con il suo quantitative easing. In Cina, lo Stato rilanciò il sistema produttivo grazie a grandi progetti infrastrutturali. A questa ripresa sarebbe seguita negli Stati Uniti e in Cina una recessione nel 2015-2016, che per la Cina si tradusse in una grande fuga di capitali e in un’emorragia di valuta.
Infine, su scala internazionale, ci fu una ripresa economica per due anni, dal 2017 al 2018, ma ad essa seguirà nuovamente una recessione nel biennio 2019-2020, recessione aggravata dall’epidemia di Covid.
La vigorosa ripresa che seguirà nel 2021, in seguito al forte aumento della domanda da parte dell’apparato produttivo mondiale, dovuto alla politica economica just-in-time che riduce le scorte al minimo indispensabile, porterà a un’inflazione elevata nella maggior parte dei Paesi, con l’eccezione del Giappone. Questa inflazione è stata esacerbata dalla mancanza di investimenti per anni nei settori dell’energia e delle materie prime. I grandi monopoli energetici e industriali ne hanno approfittato per ingrossare i loro profitti, facendo aumentare i prezzi e compensando il calo dei consumi spostando la produzione sui prodotti di alta gamma. Naturalmente ci sarà anche la speculazione sulle materie prime, che approfitterà di questo guadagno facendo salire i prezzi.
La risposta iniziale delle banche centrali alla recessione del 2019-2020 è stata quella di inondare di liquidità le banche per consentire loro di sostenere le imprese ed evitare un collasso generale. Poi, con il ritorno dell’inflazione, interromperanno la loro politica di quantitative easing e aumenteranno gradualmente i tassi di interesse per rendere il denaro costoso e fare pressione sulla domanda per ridurre l’inflazione. Questo avrebbe portato a un calo reale dell’inflazione verso l’obiettivo del 2%. Nonostante il caos generale, questo modo di produzione morente resisterà a shock titanici, in particolare alla svalutazione del 20-30% di trilioni di obbligazioni nei conti delle banche e di varie istituzioni finanziarie. Questa svalutazione porterà comunque a clamorosi fallimenti bancari negli Stati Uniti e in Svizzera. E il forte aumento dei tassi d’interesse, in seguito alla sconsiderata politica economica dell’effimero primo ministro britannico Liz Truss, ha mancato da poco di mandare in bancarotta i fondi pensione britannici.
Nonostante le varie riprese economiche, in particolare quella del 2017-2018, l’apparato produttivo dei principali Paesi imperialisti non tornerà al picco raggiunto nel 2007 e ci sono poche possibilità che un nuovo ciclo di accumulazione del capitale superi quel livello. Ci stiamo invece dirigendo verso una guerra commerciale, per poi sfociare in una terza guerra mondiale.
Mantenere in piedi questo mostro morente avviene al costo di un debito considerevole, non solo per le imprese e le famiglie, ma anche per i governi e i servizi pubblici. Il capitalismo mondiale è entrato in una spirale di indebitamento, stagnazione economica e caos senza fine, che si riflette su scala planetaria in crisi politiche e militari: la guerra interimperialista in Ucraina, il massacro organizzato in Medio Oriente dallo Stato israeliano con l’appoggio degli Stati Uniti e la complicità dei vari imperialismi, il saccheggio e il massacro in Sudan da parte di due fazioni armate sostenute dagli Stati imperialisti, e così via.
Ora il punto della situazione attuale, basandoci sui soliti dati statistici. Non è detto che questo sarà sempre possibile, perché la borghesia, sentendo che tutto le sta sfuggendo di mano, è sempre meno interessata a questo lavoro statistico, in particolare al calcolo degli indici di produzione industriale, a cui preferisce il PIL, molto più vago e opinabile. Allo stesso modo, lo studio statistico dell’indebitamento dei governi, delle società non finanziarie e delle famiglie non è sempre condotto in modo rigoroso. A tal fine, ci siamo avvalsi del lavoro di ricercatori che hanno condotto uno studio approfondito sull’indebitamento al fine di stabilire una serie temporale completa del debito. Questo lavoro è reso disponibile dalla Banca dei Regolamenti Internazionali. D’altra parte, l’ammirevole lavoro statistico delle Nazioni Unite si è ridotto a una mera inezia. Per la maggior parte dei dati dobbiamo ora rivolgerci all’OCSE.
L’inflazione
Il forte rallentamento dell’inflazione è molto evidente se si guarda ai dati: negli Stati Uniti, dopo aver raggiunto un picco del 9,1% nel giugno 2022, è ora tra il 2,4% e il 2,7%. In Europa è intorno al 2%. In Francia è scesa all’1,3%, così come in Italia, anche se si tratta per l’Italia di una risalita visto che da ottobre 2023 si aggirava intorno allo 0,8%. In Germania, l’inflazione si aggira intorno al 2%. Nel Regno Unito, invece, l’inflazione è ancora alta, al 3,5% nel novembre 2024, con grande dispiacere del proletariato britannico. Sorprendentemente, la Cina, che stava vivendo un periodo di deflazione, vede l’inflazione aggirarsi intorno al 4%.
In considerazione del calo dell’inflazione e delle difficoltà economiche della zona euro, dal giugno 2024 la BCE ha allentato la sua politica monetaria abbassando per quattro volte il tasso di deposito di un quarto di punto, portandolo al 3% e il tasso di rifinanziamento al 3,15%. Allo stesso tempo, la FED ha tagliato i tassi solo una volta. E con la politica economica più lassista di Trump, ci sono poche possibilità di un altro taglio dei tassi a breve.
La recessione internazionale e la guerra commerciale che probabilmente scoppierà non potranno che esercitare una pressione deflazionistica, portando a un calo dei prezzi e alla rovina di molte aziende industriali e commerciali, prima di ripercuotersi a loro volta sulle banche con l’aumento dei mancati pagamenti.
Il commercio internazionale
Il commercio internazionale è un buon indicatore della situazione economica del capitalismo mondiale, perché per accumulare capitale, questo deve prima realizzare il suo valore sotto forma di merci sul mercato mondiale.
Per avere un quadro più fedele della realtà, abbiamo espresso il commercio mondiale in dollari costanti del 2019, tenendo conto dell’inflazione dei prezzi all’ingrosso.
Se osserviamo i dati delle esportazioni dei principali Paesi imperialisti, notiamo una forte ripresa nel 2021 dopo il calo delle esportazioni del 2020, seguita da un calo altrettanto spettacolare nel 2022 e da una debole crescita nel 2023. Osservando le tabelle, se confrontiamo il volume delle esportazioni del 2023 con quello del 2018, anno in cui le esportazioni hanno raggiunto il picco, notiamo una crescita negativa per tutti i Paesi, tranne che per la Cina: -23,1% per il Giappone, -20,8% per il Regno Unito, -17,4% per la Corea, -13,7% per la Germania, -11,6% per la Francia, ecc. L’andamento migliore è quella dell’Italia, con un piccolo -2,6%, mentre il resto del mondo è in crisi. Il grande vincitore, tuttavia, è la Cina, con un surplus dell’8,1% rispetto al 2018. Ma tutti questi anni, nonostante l’apparenza di ripresa economica nel 2021 e 2022, sono anni di recessione, in quanto si rimane al di sotto del livello del 2018.
Questa conclusione è confermata dalla tabella sulle importazioni, dove tutti i Paesi, tranne l’Italia con un piccolo +0,5%, sono chiaramente in territorio negativo, compresa la Cina con un -5,1%, che conferma chiaramente una recessione. Se le importazioni calano, significa che la domanda interna è diminuita e che quindi è recessione. In definitiva i due anni di ripresa economica – 2021 e 2022 – non sono riusciti a cancellare la recessione del 2019-2020.
In termini di esportazioni, la Cina è in testa, seguita da Stati Uniti e Germania. D’altra parte, in termini di importazioni, sono gli Stati Uniti ad essere al livello più alto, quindi se Trump imporrà i suoi dazi, come promette di fare, assisteremo a una recessione globale e a una guerra commerciale. E questa situazione si completa con il fatto che il deficit commerciale degli Stati Uniti è immane: 830 miliardi di dollari, che è più delle esportazioni del solo Giappone, il quarto esportatore mondiale.
Il debito dei principali paesi imperialisti
Riportiamo due tipi di debito, quello del settore privato non finanziario e quello del settore pubblico. Per il debito del settore privato non finanziario, abbiamo analizzato i dati molto esaustivi forniti dai ricercatori in materia, disponibili sul sito della BRI. Emerge che, con due eccezioni – Giappone e Spagna – il debito complessivo del settore privato è aumentato fortemente. Se confrontiamo il debito del 2024 con quello del 2019, sarà del +39,4% per la Cina, del +26% per gli Stati Uniti, del +18% per la Germania, del +14% per la Francia, del +11,7% per la Corea, e così via. L’aumento medio del debito dell’Eurozona negli ultimi 4 anni è dell’11,3%. Per l’Italia, l’aumento complessivo è stato solo dell’1,5%. Per quanto riguarda la Russia, l’aumento del suo debito è del 23%, il che si spiega con lo sforzo bellico che sta mettendo a dura prova la sua economia. Un Paese che spicca è il Giappone che, dopo aver aumentato il suo debito del 13,5% nel 2020, lo ha poi costantemente ridotto, ottenendo una riduzione complessiva del 20,2% in 4 anni, rispetto al 2019, che rappresenta un rimborso di 1.725 miliardi in quattro anni! È difficile da credere.
D’altra parte, i monopoli giapponesi realizzano parte della loro produzione nel Sud-Est asiatico, dove i salari sono molto bassi e i contributi sociali quasi inesistenti, realizzando così enormi profitti in eccesso. L’altro Paese che ha ridotto il proprio debito privato rispetto al 2019 è la Spagna, con una riduzione del 4,5%, pari a un rimborso di 125 miliardi in quattro anni.
In conclusione, dopo la grande crisi internazionale del 2008-2009, tutti i Paesi si sono pesantemente indebitati e questo indebitamento non fa che aumentare. È a questo prezzo che la borghesia mondiale è riuscita finora a mantenere il suo modo di produzione e a evitare la grande crisi di sovrapproduzione che la rovinerà e riporterà alla lotta di classe, da cui non uscirà.
Produzione industriale
Per semplicità abbiamo riportato in una tabella gli incrementi della produzione industriale dei principali Paesi imperialisti. La Cina e la Russia non sono state incluse, a causa della mancanza di dati sulla loro produzione industriale. Sappiamo però che la situazione in Russia è particolarmente grave, con un’inflazione ufficiale del 9%, ma in realtà doppia, e un tasso di sconto del 21%, che impedisce qualsiasi investimento e rende difficile il prestito o il rinnovo del debito, il che significa che molte aziende russe sono sull’orlo del fallimento. Per quanto riguarda la Cina, esamineremo i dati fisici, come la produzione di elettricità, ecc.
In questa tabella abbiamo aggiunto tre capitalismi più giovani: Polonia, Brasile e Turchia. Ciò che emerge da questa tabella è che dopo la forte ripresa del 2021, che ha fatto seguito alla recessione del 2019-2020, ovunque nei vecchi paesi imperialisti la produzione sta regredendo. Gli Stati Uniti fanno un po’ eccezione, con un +3,4% nel 2022, seguito da un trascurabile 0,2% nel 2023 e poi da un -0,1% nel 2024. Ciò significa che se confrontiamo la produzione raggiunta nel 2024 con quella del 2018, anno di picco, otteniamo un -0,4%, ma rispetto al 2007 l’incremento rimane positivo, pari all’1,3%, grazie alla produzione di petrolio e gas, che ha sostituito gran parte del gas russo in Europa. Ma se guardiamo all’indice della produzione manifatturiera, il risultato è ben diverso: per il 2023, rispetto al 2007, il dato è -7,5%. E il 2024, che segna una recessione rispetto al 2023, sarà ancora peggiore.
Quindi gli Stati Uniti, nonostante gli ingenti investimenti per la ricollocazione della produzione e lo sviluppo di nuove tecnologie, non stanno meglio dei vecchi Paesi europei, che sono tutti in recessione: gli incrementi nel 2024 vanno dal -0,5% della Francia al -4,4% della Germania, con le sole eccezioni di Spagna e Portogallo, rispettivamente con l’1,3% e l’1,5%. Ma se confrontiamo il 2018 e il 2024, tutti sono in rosso con incrementi negativi, se prendiamo l’ultima colonna, che vanno dal -21,3% del Giappone al -8,8% del Regno Unito. Le uniche eccezioni a questo quadro fosco sono la Turchia e la Polonia, che sono capitalismi più giovani, e l’imperialismo belga con le Fiandre.
Quello che emerge per i vecchi Paesi imperialisti è una situazione di crisi e recessione, confermata dal livello record di fallimenti aziendali che interessano Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia – 65.000 aziende per il 2024, un record! – e Germania. L’Italia rimane relativamente indenne.
Gli Stati Uniti, come tutti i vecchi Paesi imperialisti, sono sulla via del declino, che si riflette in una diminuzione relativa del loro peso industriale e delle loro esportazioni nel commercio mondiale. Nel 2000, le esportazioni statunitensi rappresentavano ancora il 15% delle esportazioni mondiali; oggi sono scese sotto l’11%. Inoltre, l’imperialismo americano è afflitto da due grandi problemi: un mostruoso deficit di bilancio dello Stato federale, che nel 2024 supererà i 1.800 miliardi di dollari, e un deficit commerciale record. Dal 1976 la bilancia commerciale è in costante deficit e questo deficit è costantemente peggiorato, fino a raggiungere i 1202 miliardi di dollari nel 2024. Un deficit che si traduce in un mostruoso deficit della bilancia dei pagamenti. Da qui la determinazione di Trump a tassare a tutti i costi le importazioni e a tagliare le spese del governo federale.
Finora gli Stati Uniti non sono stati in grado di ridurre il loro deficit commerciale nonostante l’aumento delle tasse sulle merci cinesi importate, perché il deficit, come in Francia, è strutturale: la caduta del tasso di profitto ha portato i monopoli a delocalizzare parte della loro produzione in Cina, dove la manodopera è a buon mercato mentre le infrastrutture offerte dalla Cina sono perfettamente adeguate.
Da questa situazione nasce la legge sulla riduzione dell’inflazione per rilocalizzare l’industria e i forti investimenti in infrastrutture che erano state trascurate per anni. Ma tutti questi investimenti e incentivi fiscali fatti sotto il governo Biden sono costosi e stanno peggiorando il deficit e il debito pubblico.
È in questo contesto che Trump vuole deregolamentare tutto e imporre dazi significativi a tutte le importazioni, tagliando al contempo la spesa pubblica che non genera profitti futuri. Questa è per noi una buona notizia. L’uso a oltranza di dazi sulle importazioni non può che scatenare una guerra commerciale e la deregolamentazione accelererà il caos. Siamo sulla strada di un altro 1929 e del ritorno della guerra di classe!
Sulla nostra rivista Comunismo abbiamo delineato sinteticamente la storia della regione indiana fino alla prima metà dell’Ottocento, soffermandosi sui momenti più significativi, in particolare durante il primo periodo coloniale, riprendendo i testi di Marx ed Engels.
In questo rapporto, supportati da recenti studi accademici, ci proponiamo di approfondire l’impatto della dominazione coloniale in India sull’economia britannica. Infatti, il commercio con l’India coloniale ha contribuito notevolmente all’economia dell’Impero, favorendo lo sviluppo dell’agricoltura, del settore minerario e manifatturiero e, più in generale, di tutta l’industria britannica.
Mentre il ruolo di potenza industriale e commerciale della Gran Bretagna ha certamente origine con la prima industrializzazione e quindi con lo sfruttamento intensivo del proletariato britannico, come evidenziato da Marx ed Engels, anche il commercio coloniale ha apportato benefici considerevoli alla borghesia britannica. Attraverso l’appropriazione delle ricchezze locali, facilitata sia dalla coercizione sia da accordi di scambio diseguali, la borghesia britannica consolidava la propria posizione economica. È però fondamentale ricordare che la ricchezza derivata da queste pratiche si configura pur sempre come valore: plusvalore ricavato dallo sfruttamento del lavoro sottopagato delle masse proletarie soggiogate o plusvalenze ottenute obbligando le classi proprietarie indiane a sottoscrivere accordi commerciali sfavorevoli.
L’economia britannica ha tratto ampio vantaggio dal drenaggio di valore dalle colonie, un processo che richiedeva minori sforzi rispetto a quelli necessari per ottenere profitti equivalenti sul territorio nazionale.
Questo drenaggio di valore ha inoltre contribuito a mantenere una relativa pace sociale tra borghesia e proletariato inglese. Infatti, l’impero riusciva a scaricare sulle colonie il costo della propria stabilità interna, garantendo la pace sociale in patria e permettendo al proletariato inglese – il primo a sfidare la borghesia con organizzazioni di classe indipendenti – di godere di un certo miglioramento delle proprie condizioni, nonché la crescita dell’aristocrazia operaia e del cosiddetto ceto medio. Inoltre, va osservato che la Gran Bretagna, spesso in deficit commerciale, riuscisse a bilanciare questa cronica situazione proprio grazie al massiccio drenaggio di valore dal subcontinente indiano. Ma riepiloghiamo alcuni passaggi fondamentali di questa storia coloniale, per fissarne bene i punti di svolta.
La battaglia di Plassey del 1757 segnò il momento in cui gli inglesi presero il controllo del Bengala, strappandolo ai francesi. La differenza principale tra colonialismo francese e britannico era data dal carattere privato della Compagnia delle Indie Orientali. Mentre la Francia gestiva le colonie tramite il governo centrale e limitava le spedizioni coloniali in base alle finanze nazionali, la Gran Bretagna lasciava alla Compagnia delle Indie Orientali il monopolio del commercio d’oltremare. Questo sistema permetteva alla Gran Bretagna di finanziare le campagne di espansione senza attingere alle casse dello Stato: la Compagnia sosteneva i costi attingendo direttamente dalle risorse della popolazione locale.
La Compagnia, peraltro, incarnò così profondamente lo spirito privatistico da concedere persino ai propri dipendenti l’autorizzazione a commerciare per conto proprio nelle regioni d’oltremare. In Comunismo n. 94 abbiamo già esaminato il ruolo della Compagnia delle Indie Orientali, nota per il “saccheggio indiscriminato” e le “estorsioni di denaro ai membri della classe dirigente moghul”, azioni che simboleggiano il carattere predatorio del colonialismo inglese in India. La voracità della Compagnia delle Indie Orientali raggiunse livelli tali che il governo britannico dovette intervenire per salvaguardare il proprio dominio sulla regione. Nel 1793, con il Permanent Settlement Act, si formalizzò la suddivisione delle entrate tra la Compagnia e i proprietari terrieri (zamindari). Successivamente, il Charter Act del 1813 tentò di aprire il mercato attraverso un sistema di licenze, mentre il Charter Act del 1833 pose fine al monopolio della Compagnia, segnando l’inizio della colonizzazione ufficiale dell’India. Infine, nel 1857, a seguito della violenta Rivolta dei Sepoy già descritta in Comunismo 97, la Corona prese direttamente in mano il controllo del subcontinente per tutelare i propri interessi strategici.
Sulla fine della Compagnia vale la pena citare direttamente Karl Marx che scrisse un efficace epitaffio per la Compagnia delle Indie Orientali: «Essa non muore da eroe, bisogna confessarlo; ha barattato il suo potere, così come vi si è intrufolata dentro, un pezzo dopo l’altro, al modo degli uomini d’affari. Tutta la sua storia, in realtà, è fatta di compere e vendite: avendo cominciato con l’acquisto di sovranità in moneta sonante, ora ha finito col rivendicarla. È caduta, non in battaglia campale ma al colpo di martello del banditore all’asta pubblica, nelle mani del miglior offerente. […] Nel 1858, dopo aver preso verso gli azionisti l’impegno solenne di opporsi con tutti i mezzi costituzionali al trasferimento dei poteri di governo della Compagnia delle Indie Orientali alla corona britannica, accetta quel principio e dà parere favorevole a una legge che, per la Compagnia, è una condanna a morte, ma assicura emolumenti e posticini ai suoi direttori. Se la morte di un eroe, come dice Schiller, ricorda il tramonto del sole, l’exit della compagnia delle Indie assomiglia piuttosto a un compromesso fra un fallito e i suoi creditori» (New Daily Tribune, 24 luglio 1858).
Aldilà della Compagnia delle Indie Orientali, occorre analizzare il processo di trasformazione del mercato indiano che ebbe inizio con il Charter Act del 1813. Questa riforma ha segnato una vera e propria trasformazione per l’India. Infatti, a partire dal 1813 avviene la distruzione del sistema manifatturiero locale. Del resto, «per quanto mutevole debba apparire il volto politico del passato storico dell’India, le sue condizioni sociali rimasero inalterate dall’antichità più remota fino al primo decennio di questo secolo. Il telaio e il filatoio a mano, intorno ai quali crescevano miriadi e miriadi di filatori e tessitori, erano i perni di questa società. Da tempi immemorabili, l’Europa importava stupendi tessuti prodotti dalla manodopera indiana, scambiandoli contro i suoi metalli preziosi, e così fornendo la materia prima all’orafo, membro indispensabile di una società come quella indiana il cui amore dei gingilli è così grande, che persino le classi inferiori, gli uomini che vanno in giro seminudi, portano di solito orecchini d’oro e questo o quell’ornamento d’oro intorno al collo. Fu l’invasore inglese a spezzare il telaio e il filatoio a mano. L’Inghilterra cominciò a espellere le cotoniere indiane dal mercato europeo, poi introdusse nell’Indostan i suoi filati ritorti; infine, inondò dei suoi manufatti cotonieri la patria stessa del cotone. Dal 1818 al 1836, l’esportazione di ritorti inglesi in India crebbe nel rapporto di 1 a 5200. Nel 1824, l’esportazione di mussole britanniche in India non raggiungeva neppure il milione di yarde; nel 1837, superava i 64 milioni. Nello stesso tempo, la popolazione di Dacca precipitava da 150.000 a 20.000 abitanti. Questo tramonto di città indiane celebri per i loro tessuti non fu certo la conseguenza più grave: il fatto è che il vapore e la scienza britannici sradicarono dall’intera superficie dell’Indostan la combinazione fra industria agricola e industria manifatturiera» (K. Marx, New York Daily Tribune, 25 giugno 1853).
Infatti, mentre si liberalizzava il mercato indiano, riducendo il potere della Compagnia delle Indie, si accelerava il processo di trasformazione dell’India da regione storicamente esportatrice di manufatti a regione importatrice di manufatti ed esportatrice di materie prime. Questo andamento lo troviamo ben sintetizzato nella seguente tabella:
Occorre definire meglio come funzionava il sistema di drenaggio di valore dall’India e come si è evoluto dal periodo della Compagnia delle Indie a quello propriamente coloniale. A partire dal Charter Act del 1833, allentata la morsa della Compagnia delle Indie Orientali nella regione, le esportazioni indiane verso la Gran Bretagna erano drasticamente diminuite mentre crescevano in modo importante le importazioni.
Dal 1857, con la completa liberalizzazione del commercio in India, senza passare per i porti britannici, le esportazioni partivano direttamente dall’India verso i paesi con cui l’Impero britannico manteneva un deficit commerciale. Il governo britannico impose agli importatori stranieri di materie prime indiane di effettuare le transazioni solo previa conversione delle valute estere, in oro o argento, in banconote speciali chiamate special Council bills emesse a Londra. Questo sistema assicurava depositi di oro sufficienti per coprire l’emissione di questa cartamoneta. Quindi i produttori indiani di materie prime venivano pagati con queste banconote speciali, recandosi presso un ufficio coloniale preposto nelle varie località dell’India, che convertiva queste banconote in rupie. La conversione non avveniva per l’ammontare del valore delle proprie merci, bensì per un valore corrispondente a circa un terzo delle tasse riscosse nella regione; infatti la conversione dei Council bills in rupie era soggetta al budget coloniale. In altre parole, invece di pagare di tasca propria le merci indiane, i commercianti britannici le acquistavano “comprando” da contadini e tessitori con il denaro loro sottratto con il sistema di tassazione. Mentre l’oro depositato in valuta estera per emettere le Council bills, restava in patria. Si calcola che il drenaggio di valore ottenuto con questo sistema dal 1765 al 1938 ammontasse a circa 44.6 trillioni di dollari. Così funzionava tecnicamente lo scambio ineguale in India.
E inoltre, proprio a causa di drenaggio di valore, i produttori indiani si trovavano crescentemente indebitati, per cui l’altra ingente fonte di ricchezza era data dagli interessi sui prestiti, che in misura differente venivano applicati su una popolazione largamente indebitata. A questo sistema di drenaggio di valore, occorre aggiungere il semplice sovraprofitto ottenuto perché «ivi il saggio di profitto è più alto a causa del più basso sviluppo industriale e, grazie all’impiego di schiavi, coolies, etc. o in generale al più alto sfruttamento del lavoro» (Il Capitale, III libro, cap.XIV, par.5).
Dunque, l’India nella seconda metà dell’Ottocento, completando il processo di trasformazione da esportatore a importatore di manufatti, si trasformò in esportatore di materie prime a basso costo e assorbitore delle esportazioni britanniche. Si stima che nel 1870 un quinto delle esportazioni della Gran Bretagna fossero indirizzate all’India, che diventava il primo importatore di beni britannici.
Da un punto di vista marxista, sarebbe poco significativo cercare di tracciare l’origine di ogni singolo penny ottenuto col commercio coloniale in India per capire come la borghesia britannica ne abbia tratto vantaggio. Uno studio del genere non solo sarebbe di difficile attuazione, ma si rivelerebbe anche poco utile: non permetterebbe infatti di comprenderne la realtà attraverso la lente della lotta di classe. Invece, l’approccio marxista che ignora il dettaglio individuale e si concentra invece sulle dinamiche collettive, è in un certo senso simile a quello che ha spinto Gibbs a inaugurare la termodinamica statistica, dimostrando l’inutilità di studiare il comportamento di ogni singola particella per comprendere le leggi generali della materia.
Di notevole interesse, è il recentissimo studio dell’accademica Kabeer Bora (The Drain Gain: An investigation into how colonial drain helped keep British economy buoyant) che ha analizzato il ruolo della dominazione britannica dell’India come controtendenza alla caduta del saggio del profitto britannico.
Prima di entrare nel merito di quanto rileva questo studio, ci sembra necessario ribadire nei termini più generali gli effetti di contrasto alla caduta del saggio del profitto dato del colonialismo britannico. Quanto più esteso e popolato è il dominio economico, tanto maggiore è l’unità di esercizio e proporzionalmente inferiori i costi di produzione, tanto maggiore potrà essere il grado di specializzazione e la divisione del lavoro, tanto maggiore la dislocazione di industrie in luoghi in cui le condizioni naturali siano più favorevoli e maggiore sarà la produttività del lavoro. «Un’industria come quella inglese che fino agli anni ‘70 (dell’Ottocento N.d.R) era l’«officina del mondo», poteva attuare con questa produzione di massa una divisione del lavoro e in questo modo un aumento della produttività e un risparmio delle spese, quale esso non fu possibile per decenni in nessun altro posto al di fuori dell’Inghilterra» (Henryk Grossmann, Il Crollo del Capitalismo, ed. Mimesis)
Sappiamo che il saggio del profitto cresce in funzione inversa del prezzo della materia prima e abbiamo visto come il sistema coloniale britannico sistematicamente sotto pagava le merci importate dall’India, con il sistema di drenaggio di valore, mentre l’India si trasformava in paese esportatore di materie prime.
Ora rimembriamo che è una tesi classica della nostra scuola l’affermazione che il commercio mondiale incide sul saggio del profitto: del resto Marx rimprovera proprio a Ricardo di misconoscere questo influsso (Il Capitale, III libro, cap. VI, par.I). Del resto, «egli non vede di quale enorme importanza per l’Inghilterra, per esempio, sia il procurarsi materie prime per l’industria a buon mercato, non si accorge che in questo caso, sebbene i prezzi si ribassino, il saggio di profitto sale» (Storia delle teorie economiche, II libro, parte I, cap.4).
Come all’interno del capitalismo pensato isolatamente gli imprenditori che si sono dotati di una tecnica progredita superiore alla media sociale che vendono le loro merci a prezzi sociali medi, conseguono un extraprofitto, a spese di quegli imprenditori, la cui tecnica rimane al di sotto della media sociale, allo stesso modo sul mercato mondiale i paesi ad alto sviluppo tecnologico conseguiranno sovraprofitti a spese di quei paesi il cui sviluppo tecnico ed economico è arretrato.
Tuttavia, non a causa di questo si deve credere, come faceva Rosa Luxemburg, che l’industrializzazione del settore primario nelle colonie costituisca «l’inizio della fine» del modo di produzione capitalistico.
Oggi una tale affermazione, ovviamente, è stata smentita dalla storia. Tuttavia, per anticipare alcuni argomenti utili per comprendere la fase post-coloniale, ci sembra utile citare di nuovo Grossmann «se un paese agricolo passa alla produzione di stoffe tessili che sinora aveva importato dall’Europa, allora diminuirà l’esportazione europea di questo articolo, crescerà però l’esportazione di filo di cotone, di macchine utensili, di coloranti, e accanto a queste anche l’esportazione di numerosi altri articoli, dei quali prima non esisteva alcun bisogno e che si sviluppano con l’aumento della forza d’acquisto dei paesi nuovi: tutte le macchine complesse, la produzione di macchine per cellulosa, macchine da stampa …». Recuperati i termini generali della questione, possiamo analizzare i risultati di Kabeer Bora. Per ovvii motivi non possiamo analizzare nel dettaglio la metodologia che ha utilizzato per analizzare il saggio del profitto e il drenaggio di valore dall’India alla Gran Bretagna, quel che ci interessa è cogliere il senso di questa analisi, non entrare nel merito di come è stata calcolata e validata statisticamente. Nella figura seguente possiamo visualizzare l’andamento del saggio del profitto britannico e del drenaggio del valore.
Dall’analisi di regressione statistica, Kabeer Bora evince che un incremento della sottrazione di plusvalore dall’India dell’1% fosse tale da permettere un incremento del 9% del saggio del profitto britannico. La leva del colonialismo non poteva essere meglio esplicata.
Il testo che riproponiamo in questo numero fu scritto subito dopo la bruciante sconfitta della lotta contro 15000 licenziamenti annunciati dalla FIAT, condotta con uno sciopero ad oltranza di 35 giorni ed infine tradita dai Sindacati confederali con l’accettazione della messa in mobilità degli esuberi richiesti dall’azienda. Sconfitta che non fu dovuta tanto alla mobilitazione dei quadri intermedi contro gli operai in sciopero (la marcia dei 40 mila messa in atto dalla FIAT) quanto all’isolamento e al cordone sanitario creato dai confederali attorno agli operai in lotta, tenendo lontani gli altri reparti della classe dalla mobilitazione in solidarietà. Accordo comunque respinto con rabbia dalla maggioranza degli scioperanti.
Era necessario fare un bilancio ed il Partito prontamente si mise al lavoro e come di consueto andò alla ricerca del capo del filo rosso che lega il passato glorioso, passando dall’oggi miserabile per arrivare al domani radioso. Ma un bilancio di cosa? Prima di tutto era doveroso indagare la situazione all’interno del principale agente controrivoluzionario in seno alla classe operaia: i sindacati tricolore. La sconfitta bruciante avrebbe sicuramente riportato a galla tutti i corifei dell’opportunismo, ed in prima fila i negatori del ruolo della difesa delle condizioni economiche immediate dei lavoratori per il tramite di organismi a carattere sindacale; per questo motivo nella prima parte del testo il Partito tornò a ripetere i principi del lavoro dei comunisti all’interno dei sindacati, tesi che ci contraddistinguono e differenziano da tutta la restante marmaglia più o meno “estremista”: 1) “I nostri obiettivi politici non comportano il superamento della lotta economica, ma anzi il suo massimo sviluppo e il suo sbocco verso la lotta rivoluzionaria”; 2) “La coscienza comunista rivoluzionaria preesiste, impersonale oggettiva, nella teoria, nel metodo e nella tradizione storica marxista […] e “non può essere acquisita spontaneamente dal proletariato nella sua lotta difensiva”; 3) “[…] la lotta economica di per sé non intacca le cause che generano lo sfruttamento e non può uscire dal quadro dell’ordine sociale borghese”.
Da questi principi granitici occorreva far discendere una tattica conseguente e per poterla correttamente elaborare si deve fornire uno squarcio storico sulle modifiche subite dal rapporto tra sindacati e Stato borghese, sia nella forma democratica che in quella fascista. Questo è il tema della seconda puntata dell’articolo; argomento che verrà poi approfondito nel testo apparso su “Comunismo, n. 10”: “Il Partito di fronte ai sindacati nell’epoca dell’imperialismo”. Si abbozza perciò la tesi della divisione della parabola sindacale in tre grandi macro periodi: 1) Divieto; 2) Tolleranza; 3) Assoggettamento. Ai nostri lettori offriamo in questa seconda puntata della rubrica un lavoro da meditare con attenzione per correttamente approcciarsi alla questione sindacale; testo che si conclude con un monito che risuonerà sempre come campana a martello dell’immediatismo opportunista: “Chi dice di voler abbattere questo regime infame deve perciò essere conseguente e accettare gli strumenti necessari a questo scopo”.
La necessità della lotta di classe del proletariato in difesa delle proprie condizioni materiali non è una scoperta originale del marxismo; diversi teorici borghesi prima di Marx constatarono questa necessità. La sua enunciazione fa parte del nostro patrimonio dottrinario nel senso che costituisce un dato fisico, sperimentale, la semplice descrizione di una realtà che si svolge sotto gli occhi di tutti, che è nelle cose, che non ha bisogno di essere scoperta o inventata.
La nostra teoria spiega i rapporti sociali e le leggi economiche che li determinano. Il nostro programma definisce gli obbiettivi che il proletariato deve raggiungere per la sua definitiva emancipazione. La nostra tattica definisce i mezzi, la strada pratica che la classe proletaria deve percorrere per raggiungere gli obiettivi fissati dal programma. Rifiutiamo il termine “ideologia” per definire il nostro bagaglio di conoscenza. La nostra è una teoria scientifica che si è affermata come l’unica in grado di dare una spiegazione della realtà economica e sociale, che si è affermata dopo una serie di verifiche sperimentali storiche, che è tuttora valida perché le sue leggi sono confermate dai fatti. Una teoria non può essere oggetto di revisione o aggiornamento: o è valida in blocco o va respinta in blocco. Il programma comprende le misure da attuare per rimuovere gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento degli scopi dei comunisti: la fine dello sfruttamento salariale, la liberazione dell’umanità dalla schiavitù del bisogno, la società senza classi. Questi ostacoli: la proprietà privata dei mezzi di produzione, il potere politico statale della borghesia, rimangono in piedi oggi mille volte più rafforzati di ieri e il nostro programma non è altro che la loro negazione: abbattimento dello Stato borghese e dittatura proletaria, prima – socializzazione dei mezzi di produzione, poi.
Con la tattica siamo nel campo dei mezzi, delle possibili strade da percorrere per raggiungere i nostri scopi. Questo campo si restringe sempre più; mezzi che in passato potevano sembrare idonei – come ad esempio la partecipazione alle elezioni e ai parlamenti – si sono dimostrati letali per i comunisti. Nel corso della viva esperienza storica quindi la tattica si precisa sempre più nel senso di escludere quelle vie che la pratica dimostra non idonee o dannose.
Proprio perché le nostre posizioni non stanno nel campo delle idee, ma costituiscono nel loro insieme una dottrina scientifica, i nostri scopi finali non negano la battaglia quotidiana che i salariati devono condurre per difendersi dallo sfruttamento. I nostri obiettivi politici non comportano il superamento della lotta economica, ma anzi il suo massimo sviluppo e il suo sbocco verso la lotta rivoluzionaria. Sono le tendenze di origine piccolo-borghese, idealistiche, che considerano la lotta economica come una fase temporanea, un male necessario da superare quando le masse siano addivenute alla “coscienza politica”.
Questa coscienza dovrebbe essere acquisita prima di tutto attraverso una negazione della bruta lotta per il bisogno, contrapposta alla esaltante lotta per l’idea.
La nostra concezione è opposta: la classe operaia esprimerà realmente un grado più elevato di coscienza politica di classe quando sarà in grado di praticare la lotta di classe, la coscienza dell’antagonismo contro i padroni è l’estensione e la radicalità della battaglia sociale che di fatto saprà intraprendere, come la coscienza operaia del necessario rinascere dell’organizzazione proletaria si misura con il concrescere dell’organizzazione proletaria stessa.
La coscienza comunista rivoluzionaria preesiste, impersonale oggettiva, nella teoria, nel metodo e nella tradizione storica marxista. Questa coscienza non può essere acquisita spontaneamente dal proletariato nella sua lotta difensiva. Essa è frutto della viva esperienza di un secolo di lotte e non può essere acquisita sulla base di una limitata esperienza locale, di fabbrica o di categoria. Il Manifesto dei comunisti fu scritto nel 1848 dopo decenni di lotte del proletariato inglese, francese e tedesco, dopo l’insurrezione di Vienna, dopo le sommosse di Parigi, dopo la guerra civile in Germania.
La necessità della dittatura proletaria venne enunciata dopo la sanguinosa esperienza della Comune di Parigi nel 1871. Questa coscienza può essere posseduta collettivamente soltanto da un organismo che travalichi i limiti degli individui, delle generazioni, delle località, cioè dal Partito. I proletari – dice Lenin – possono ricevere questa coscienza soltanto dall’esterno. Spontaneamente il movimento proletario può giungere soltanto al tradeunionismo, cioè alla coscienza della necessità di organizzarsi in difesa delle proprie condizioni materiali all’interno delle condizioni sociali esistenti strappando miglioramenti salariali, riforme, leggi a tutela del lavoro salariato.
Ma la lotta economica di per sé non intacca le cause che generano lo sfruttamento e non può uscire dal quadro dell’ordine sociale borghese. Il capitalismo nella sua fase imperialista, non solo ammette la lotta economica, ma la prevede come un dato permanente e cerca di controllarla attraverso i suoi sindacati di regime. La constatazione della necessità di difendersi dallo sfruttamento può portare – da sola – a muoversi nel senso di mitigare questo sfruttamento ma non a rimuoverne le cause. L’apporto originale dei comunisti consiste nel fatto che, partendo da questo dato materiale, essi vogliono eliminare per sempre le cause che generano lo sfruttamento e l’oppressione di classe e si dedicano alla preparazione rivoluzionaria del proletariato. Per questo l’organizzazione del Partito comunista deve essere separata dalle organizzazioni economiche proletarie.
Le tendenze anarco-sindacaliste ammettono la necessità dell’attacco allo Stato borghese da parte del proletariato, ma negano che per questo scopo sia necessaria una organizzazione “speciale”, separata dalle associazioni operaie. Essi sostengono che la lotta economica in un dato momento si evolverà spontaneamente in lotta insurrezionale contro lo Stato borghese. Essi negano non tanto il Partito comunista ma il concetto stesso di Partito. Essi, anche se rifiutano di ammetterlo, costituiscono un ben preciso partito; il partito anarcosindacalista che ha una sua propria visione dello scontro tra le classi, che ha un suo proprio programma.
Le tendenze economiciste e aziendaliste non si caratterizzano tanto per il rifiuto del concetto di Partito, quanto per il rifiuto della politica in generale. Essi sostengono che le associazioni operaie, per essere autonome da partiti che vorrebbero strumentalizzarle, devono essere apolitiche, che gli operai hanno da pensare alla lotta con i padroni e non devono occuparsi di politica. Questa tendenza parte dalla assurda pretesa di salvaguardare l’unità della classe operaia semplicemente negando l’esistenza delle correnti politiche in seno agli organismi economici. In questo modo relega le associazioni operaie ad occuparsi soltanto di problemi spiccioli di azienda o di categoria senza vedere il loro legame con la realtà politica e sociale.
Negare la libera circolazione delle tendenze politiche nelle organizzazioni proletarie equivale ad affermare che la classe proletaria non deve avere un suo programma politico, una sua visione dei rapporti sociali: gli operai fanno le lotte economiche, la piccola borghesia intellettuale si occupa di politica. Questa è una ben precisa posizione politica, l’economicismo, che è di ostacolo all’attestarsi di una minoranza di proletari sul terreno rivoluzionario.
Le tendenze intellettualoidi sostengono che gli operai non devono lottare per i loro bisogni materiali, ma… per il “comunismo” o in genere per obbiettivi più “politici”.
Gli anarcosindacalisti sostengono che gli operai comunisti non devono avere la loro organizzazione separata. Gli economicisti sostengono che in seno alle organizzazioni proletarie non deve esserci lo scontro politico.
Noi comunisti, mentre siamo strenui difensori del carattere aperto degli organismi economici, non vogliamo con questo sostenere che in essi non si parla di politica. Siamo anzi per la libera circolazione e scontro delle tendenze politiche proprio perché abbiamo interesse a far risaltare la nostra linea di classe che, per essere la descrizione di un percorso che il proletariato deve necessariamente fare, è l’unica che può trovare conferma nell’esperienza diretta delle masse.
La nostra strenua difesa del carattere aperto delle organizzazioni economiche proletarie parte dalla constatazione che solo sul terreno della difesa delle condizioni di vita e di lavoro, la classe proletaria si trova oggettivamente unita, che questa e soltanto questa può essere la base di arruolamento dell’esercito proletario. Tanto la difesa quanto l’attacco proletario non possono mai prescindere da questo presupposto oggettivo.
Le varie tendenze – non quelle apertamente borghesi – ma quelle che ammettono la lotta di classe proletaria rappresentano i possibili indirizzi strategici secondo i quali può muoversi l’esercito proletario.
Non adottiamo il metodo puerile di esorcizzare le tendenze avversarie alla nostra negando loro il diritto di esistere. Riteniamo anzi positivo che esse si esprimano fino in fondo il più liberamente possibile, che circolino e si scontrino con la massima libertà nell’ambiente proletario. Affidiamo alla prova dei fatti il compito di far risaltare l’indirizzo giusto e di scartare gli altri.
In questo senso noi siamo per la massima unità proletaria sul terreno dell’azione e per la massima divisione sul terreno delle concezioni politiche.
Lotta di classe e scontro politico fra partiti per noi sono separati, stanno su due piani diversi, ma non nel senso banale che mentre il movimento è prerogativa dei sindacati, la lotta politica è prerogativa dei partiti: che gli operai pensino agli scioperi, gli intellettuali alla politica.
Mentre difendiamo il carattere aperto a tutti i proletari degli organismi economici e la più larga unità nell’azione, sosteniamo anche che i proletari in prima persona devono liberamente discutere di questioni politiche generali, liberamente dividersi, liberamente scontrarsi.
Non abbiamo dimenticato che il Capitale fu scritto non per i professori universitari ma per la classe operaia, in un linguaggio che fosse il più possibile accessibile ai proletari – dei quali allora pochi sapevano leggere – e che l’Associazione Internazionale degli operai ringraziò ufficialmente Carlo Marx per aver loro chiarito le cause e i meccanismi dell’oppressione di classe. Non abbiamo dimenticato che ai primi del ‘900 in Russia – come racconta Trotzky – i proletari si contendevano le copie del Capitale e le facevano a pezzi per poterle leggere contemporaneamente.
Proprio perché abbiamo fiducia nelle energie fisiche e intellettuali del proletariato noi comunisti non ci abbassiamo infingardamente ad esaltare la spontaneità o la semplicità delle masse, ma vogliamo invece elevarle alla coscienza rivoluzionaria.
La recente sparatoria in una scuola svedese, la prima dal 1961, è l’ennesima tragica manifestazione del degrado sociale della società capitalista svedese. Dieci persone sono state uccise da un killer solitario, un emarginato sociale abbandonato dallo Stato, a cui erano stati revocati i sussidi sociali, lasciato a sé stesso in un sistema ostile. In un atto di disperata alienazione, ha trasformato la sua frustrazione in un massacro prima di togliersi la vita. Eppure, la borghesia e i suoi lacchè si affannano per oscurare la realtà di questo evento. I media sminuiscono l’incidente in discorsi vuoti: inviti a vietare gli AR-10 e gli AR-15, nonostante queste armi non siano state usate nell’evento, o richieste di migliorare l’assistenza sanitaria mentale da parte dello stesso Stato che l’ha sistematicamente smantellata. Appelli a porre fine al razzismo, anche se non è chiaro se la persona in questione abbia preso di mira specificamente i migranti.
La classe dominante, fingendo preoccupazione, ha annunciato un grandioso “investimento di un miliardo di corone” nei servizi di salute mentale – un’illusione, poiché la cifra non differisce dagli stanziamenti degli anni precedenti (ma viene presentata come se lo fosse), ora ulteriormente erosi dall’inflazione. Non si tratta di un aumento della spesa, ma di una riduzione calcolata, avvolta nell’ingannevole confezione della riforma. La borghesia ha da tempo imparato questo trucco, applicandolo all’istruzione, alla sanità e ora alla salute mentale, presentando il declino dei servizi sociali come un progresso.
Questo attentato non è una tragedia isolata, ma il sintomo di un modo di produzione in decomposizione.
La Svezia, un tempo additata come modello di benessere capitalista, vede ora il suo tessuto sociale disfarsi. Più di 30 esplosioni hanno scosso Stoccolma solo nel gennaio 2025, le strade sono testimoni di una guerra crescente tra elementi criminali generati dalla disperazione economica, e ora entrano in scena gli attentati in luoghi pubblici e contro numerosi cittadini ignari. Lo Stato borghese, incapace di affrontare la causa principale di ciò, lo sfruttamento capitalista, non offre altro che illusioni e repressione.
La crisi si sta aggravando. La degenerazione dello Stato sociale non è un fallimento della politica, né il risultato di una cattiva gestione: è semplicemente l’inevitabile percorso del capitalismo. Solo il rovesciamento rivoluzionario del modo di produzione capitalista può porre fine alla miseria, all’alienazione, allo sfruttamento e alla violenza gratuita e casuale che esso genera.
La questione degli alloggi ha attirato l’attenzione di alcuni politici rumeni, che possono trasformarla in una nuova fonte di demagogia per cullare in vane illusioni le masse proletarie e le mezze classi.
Probabilmente la soluzione più conosciuta proposta dalla classe capitalista rumena è il cosiddetto “piano Simion”, che prende il nome dal candidato più a destra alla presidenza, George Simion. In questo piano, George Simion sostiene la stessa soluzione piccolo-borghese sognata dai proudhonisti ben oltre un secolo fa. Simion afferma che “i rumeni devono avere una casa propria”, e propone quindi la costruzione di fino a un milione di abitazioni (sic) con prezzi a partire da 35.000 euro per un appartamento con 2 stanze e 50 metri quadrati. Queste abitazioni dovrebbero essere costruite fuori dalle grandi città, insieme a infrastrutture per asili, scuole, centri commerciali, farmacie, centri sportivi. In queste zone sarebbero previste strade con un minimo di quattro corsie.
Il piano prevederebbe anche un modo per finanziare queste case: «Oltre alla possibilità di pagare con risorse personali, il finanziamento avverrà attraverso un programma speciale esclusivamente per questi appartamenti, direttamente, con zero interessi per gli acquirenti, per un periodo di 10-25 anni, a seconda della richiesta». Così, un appartamento di 50-55 metri quadrati richiederebbe un acconto di 1.000 euro e una rata mensile fissa di 120 euro per 25 anni (quindi il prezzo finale sarà quello iniziale, indipendentemente dall’inflazione).
Attualmente un appartamento a Bucarest con una superficie simile e 2 camere da letto costa fra i 75.000 e i 120.000 euro (in media circa 1770 euro al metro quadro). A Cluj-Napoca, il prezzo di un appartamento con 2 camere da letto arriva a circa 280.000 euro (circa 3000 euro al metro quadro). Naturalmente, poiché il piano di Simion prevede un numero limitato di case, ci sarebbero delle condizioni particolari riguardanti la loro vendita: «L’ammissibilità si baserà su età, numero di figli, numero di proprietà (nessuna proprietà, una proprietà, due o più proprietà), stato civile, ecc.».
Quindi, non è escluso che anche le persone con “due o più proprietà” possano beneficiare di un’offerta così “generosa”. Per quanto riguarda chi costruirà queste abitazioni, Simion e il suo partito (AUR) ne sanno quanto noi! Egli sostiene che lo Stato cercherà di attirare gli investitori fornendo i terreni e le autorizzazioni, mentre darà un “piccolo tasso di profitto” ai capitalisti che costruiranno questi appartamenti. Simion aggiunge, ovviamente, che viviamo in un “libero mercato”, e quindi nessun capitalista sarà obbligato a partecipare a questo progetto, ma soltanto coloro che accetteranno un tasso di profitto inferiore alla media. «In questo programma il terreno è a carico dallo Stato. Non diamo soldi gratis, non diamo case gratis, ma le diamo al costo di produzione più una percentuale di profitto più bassa per coloro che costruiranno le abitazioni». Ma se i capitalisti non vengono compensati in un modo o nell’altro dallo Stato per aver venduto queste abitazioni accettando un tasso di profitto inferiore alla media, troveranno una collocazione migliore per i loro capitali.
Sappiamo da Engels che «Per le merci di natura più lunga subentra quindi la possibilità di vendere il loro valore d’uso al dettaglio, cioè solo per un tempo determinato, vale a dire di darle in affitto. La vendita al dettaglio realizza dunque il valore di scambio solo poco a poco; di questa rinuncia al realizzo immediato del capitale investito, e del profitto da ricavarne, il venditore viene ammortizzato con un aumento di prezzo, una maturazione di interesse il cui ammontare è determinato dalle leggi dell’economia politica e per niente affatto in modo arbitrario». (Engels, La questione delle abitazioni)
Così, anche per il capitale investito nella costruzione di questi appartamenti che si valorizzerà realizzando il valore di scambio delle case soltanto gradualmente, il capitalista dovrebbe essere compensato con l’interesse. “Ma no”, afferma Simion, questo non accadrà perché è stato fissato un “prestito a interesse zero”.
Ascoltiamo di nuovo Engels: «Nulla di più facile, per Proudhon (non appena ne abbia il potere) che promulgare un decreto che riduca il tasso di interesse all’uno percento. Naturalmente, se tutte le altre circostanze sociali restano quelle di prima, il decreto proudhoniano rimarrà sulla carta. Il tasso d’interesse continuerà ad essere regolato come prima, secondo le leggi economiche a cui obbedisce oggi, nonostante tutti i decreti; coloro che hanno credito continueranno a percepire, secondo i casi, il 2, il 3, il 4 e più percento, né più né meno come prima. L’unica differenza sarà che quanti vivono di rendita saranno molto guardinghi e anticiperanno denaro solo a quelle persone da cui non c’è d’attendersi un processo. Ecco quindi che codesto gran disegno di togliere al capitale la sua “produttività” è vecchio quanto il mondo, vecchio come le leggi sull’usura, che miravano unicamente a ridurre il tasso d’interesse, e che ora sono state abolite ovunque, poiché in pratica erano violate o aggirate, e lo Stato ha dovuto confessare la sua impotenza di fronte alle leggi della produzione sociale». (Engels, La questione delle abitazioni). A questo c’è da aggiungere che poiché gli acquirenti pagherebbero queste case in un arco di tempo di 25 anni, esse verrebbero vendute con un prestito.
Quindi le banche che concedessero questi prestiti dovrebbero essere compensate dallo Stato per l’interesse dello zero per cento. Per quanto riguarda i futuri proprietari di queste case, mentre si sviluppano le infrastrutture vicino agli appartamenti, l’affitto del terreno (che costituisce una parte consistente dell’affitto pagato per una casa o un appartamento) aumenterà di conseguenza, e quindi questi nuovi proprietari di case avrebbero molto da guadagnare affittandole a loro volta o rivendendole.
Naturalmente, i capitalisti come classe (e sappiamo che lo Stato borghese non è altro che un comitato per la gestione degli affari comuni dell’intera borghesia) possono decidere di investire in settori a basso profitto solo se prevedono un vantaggio a lungo termine come classe. Ma poiché si tratta solo dell’abbozzo di un piano, privo di dettagli importanti, che probabilmente neanche sarà messo in pratica, un’analisi completa del programma non è al momento possibile.
Dopo aver esaminato tutte queste assurdità, dobbiamo comunque affermare che questa “soluzione” molto limitata non risolverebbe in alcun modo la questione delle abitazioni. Questo progetto non coprirebbe in alcun modo nemmeno la quantità di abitazioni necessarie in questo momento. La stessa limitazione del numero di appartamenti che verrbbero costruiti (previsti fino a un milione) dimostra quanto sia inadeguato questo progetto. Simion non fa alcun cenno al miglioramento delle infrastrutture delle baraccopoli e delle zone degradate delle grandi città, e la costruzione di abitazioni al di fuori delle aree urbane non impedirà che nei prossimi anni il problema di scarsità degli alloggi possa ripresentarsi anche in quei nuovi centri abitati, quando la gente vi si trasferirà per trovare lavoro nei servizi come centri commerciali, centri sportivi, ospedali, scuole ecc. di nuova costruzione.
Per quanto riguarda lo slogan di Simion: «Ogni rumeno dovrebbe avere la propria casa», il proletariato dovrebbe sostenerlo come un modo per migliorare la situazione dei lavoratori? Questo slogan non è in realtà una creazione del genio Simion, ma è il prodotto degli interessi di classe della piccola borghesia, quale venne rappresentata già molto tempo fa da Proudhon. Quest’ultimo, insieme ai suoi discepoli, deplorava la condizione degli operai e della piccola borghesia che non possedevano una casa propria.
Questo era visto come un passo indietro rispetto ai modi di produzione precapitalistici, in cui il produttore possedeva la propria casa e persino alcuni attrezzi o un appezzamento di terreno. Il peggioramento della situazione dei piccoli produttori, in seguito alla loro espropriazione e al loro successivo ammassamento nelle fabbriche e nei quartieri operai, con condizioni di lavoro e di vita atroci, era visto come un risultato dannoso della rivoluzione industriale e dello sviluppo del capitalismo. Un piano per riportare la situazione precapitalistica non sarebbe altro che un tentativo reazionario.
La questione delle abitazioni sarà risolta dal proletariato
Il capitalismo si è sviluppato non trasformando ogni operaio in un proprietario di casa, ma togliendo la proprietà ai piccoli produttori e trasformandoli in proletari. I proletari, poi, sono condannati ad andare a vivere proprio dove il capitale ha più bisogno di loro. Se tutti i lavoratori possedessero una casa di proprietà, come sognano i piccoli borghesi, si ridurrebbe di molto la loro mobilità. Le esigenze del capitale spingono i lavoratori a spostarsi di luogo in luogo per cercare lavoro dove più forte è la richiesta, motivano i giovani con un’istruzione migliore a spostarsi per trovare opportunità di lavoro in città in cui la loro formazione è maggiormente richiesta. Ovunque il capitale vada nel suo processo di accumulazione, i lavoratori sono spinti a seguirlo. Ma proprio questa dinamica ha fatto uscire il piccolo produttore precapitalista dalla stagnazione e dalla miseria della vita di villaggio, dalla servitù personale nei confronti di un signore, e lo ha aiutato a unirsi agli altri membri della classe proletaria. Il proletariato, grazie alla sua concentrazione nelle città e allo sviluppo di moderni mezzi di comunicazione, non solo poteva esprimere maggior forza contro i propri sfruttatori rispetto ai servi della gleba, ma avrebbe anche portato con sé i semi di un nuovo modo di produzione che avrebbe segnato la fine delle classi e, di conseguenza, dello sfruttamento.
Engels esprime questa idea in modo assai efficace. Pur affermando chiaramente che la situazione dei piccoli produttori peggiorava a causa della loro espropriazione, non chiedeva di porre fine a questo processo, poiché ne riconosceva il progresso sociale, come unico modo per sviluppare il capitalismo e preparare il terreno per il comunismo. La rivoluzione socialista non potrebbe mai essere guidata da piccoli proprietari, il cui sogno più grande è quello di mantenere intatta la loro piccola proprietà a qualsiasi costo: «Il tessitore manuale che, oltre al suo telaio, possedeva la sua casetta, il suo giardinetto e il suo campicello, al di là di ogni miseria e di ogni oppressione politica, era un uomo tranquillo e contenuto “in tutta santità e decoro”; si levava il cappello davanti ai ricchi, ai pievani e agli impiegati statali, e nell’intimo era in tutto e per tutto uno schiavo. La grande industria moderna, che del lavoratore incatenato al terreno ha fatto un proletario del tutto nullatenente, libero da tutte le catene sociali e davvero libero come un uccello, è proprio questa rivoluzione economica ad aver creato le condizioni uniche e sole che rendano possibile, insomma, l’abolizione dello sfruttamento della classe operaia nella sua forma ultima, la produzione capitalistica. Ed ecco che ora questo lacrimoso proudhoniano se ne viene a deprecare come un gran regresso il fatto che i lavoratori siano scacciati da casa e focolare, un fatto che per l’appunto costituisce la condizione primissima della loro emancipazione intellettuale [..] Il proletariato inglese del 1872 è ad un livello infinitamente più alto del tessitore rurale del 1772 “con casa e focolare”. E il troglodita con la sua caverna, l’australiano con la sua capanna d’argilla, l’indiano con il suo proprio focolare avrebbero mai potuto compiere una sommossa di giugno e una Comune di Parigi?” (Engels, La questione delle abitazioni)
L’intima contraddizione dei sogni proudhoniani e piccolo borghesi di permettere a tutta la popolazione la casa di proprietà nell’ambito del regime borghese si rivelano ancora più vani proprio quando sembrano più avvicinarsi alla realizzazione di questa utopia regressiva. Il caso della Romania con la sua altissima percentuale di proprietari di case è la prova evidente che le condizioni abitative sono assai peggiori della Svizzera dove tale percentuale è inferiore alla metà di quella rumena. Se questo succede è perché non c’è e non può esserci una soluzione alla questione delle abitazioni nel contesto del capitalismo. L’unica soluzione emergerà dalla rivoluzione proletaria! Da principio la semplice sottrazione del potere politico alla classe borghese non sarà di per sé sufficiente a risolvere immediatamente la questione delle abitazioni. Tuttavia si avvierà un processo che avrà inizio con l’espropriazione delle comode case dei capitalisti, l’occupazione delle centinaia di migliaia di case sfitte, in Romania come in ogni parte del mondo, da parte del proletariato. Solo la dittatura rivoluzionaria della classe lavoratrice nel contesto della rivoluzione internazionale abolirà i rapporti di produzione capitalistici e aprirà la strada a una società senza classi né proprietà. In questo processo, le grandi città, insieme all’antitesi tra città e campagna, spariranno lentamente ma definitivamente per trovare posto soltanto nella spazzatura della storia.
L’idea della Svezia come Paese storicamente omogeneo dal punto di vista etnico ha spesso influenzato le discussioni sull’immigrazione. Soprattutto dopo l’ondata di immigrati del XXI secolo causata dalla guerra imperialista in Medio Oriente. Sebbene questa sia la visione presentata dai media borghesi, è importante dire che essa travisa la realtà. In realtà, la Svezia ha vissuto diverse ondate migratorie con lo sviluppo dei modi di produzione. Si può anche aggiungere che l’idea dell’omogeneità etnica svedese storicamente non ha particolari e giustificate prove su cui poggiare. La Svezia nel suo complesso è sempre stata caratterizzata da dialetti e gruppi etnici diversi, infatti quella che viene spesso considerata la fondazione del Paese fu quando il re della tribù degli Svedesi, nell’odierno Mälardalen, conquistò e sottomise la tribù dei Götar, nell’odierno Västergötland. La storia delle tribù svedesi non è di solito trattata, poiché è l’avvento del moderno Stato svedese che interessa, e le origini etniche degli svedesi sono considerate in gran parte irrilevanti per l’identità nazionale svedese. Quale che fosse la “cultura” della Svezia, questa è certamente cambiata sotto la influenza dei modi di produzione successivi.
L’operaio medio in Svezia ha sempre avuto e avrà sempre più “cultura” e interessi in comune con i suoi fratelli di classe, di altri Paesi, che con la borghesia “culturalmente simile”.
Sebbene la costituzione si discosti dai dati storici, sostenendo che il popolo Sami dei norvegesi sia l’unico popolo indigeno della Svezia, la realtà storica è che sia la cultura Sami che quella germanica siano arrivate in quella che è l’attuale Svezia all’incirca nello stesso periodo, ibridandosi con le culture preistoriche già presenti in Scandinavia all’epoca.
La prima ondata migratoria dopo l’arrivo dei due gruppi “indigeni” giunse in Svezia alla fine dell’epoca vichinga. Ciò fu dovuto alla fine del sistema di tributi vichingo – un sistema in cui i vichinghi razziavano, rapivano e saccheggiavano o, più comunemente, estorcevano tributi alle società medievali costiere – che spesso provocava notevoli sconvolgimenti nelle società che venivano colpite. In risposta a ciò, il resto dell’Europa dovette migliorare la tecnologia navale e costruire fortificazioni più solide, con il risultato di migliorare la difesa e la scomparsa del sistema dei tributi. Il destino della marineria vichinga ne fu segnato. A quel punto nei Paesi nordici si instaurò il modo di produzione feudale. Tuttavia, alcune norme feudali come la servitù della gleba non si affermarono mai a nord della provincia meridionale della Scania (nel sud della penisola).
Fu intorno al periodo della cristianizzazione della Svezia che iniziò la conquista della Finlandia. Anche se non si sa con esattezza quando iniziò questa conquista, è certo che fu causata dai raccolti abbondanti del Periodo Caldo Medievale, intorno alla fine del millennio. Questo fu anche il momento in cui gli svedesi iniziarono a spostarsi verso Sapmi, nel nord, e i tedeschi verso il Baltico. L’insediamento aveva molteplici motivazioni. In primo luogo, il vantaggio fiscale per i singoli coloni: tutti i coloni cristiani nella Finlandia pagana ricevevano un’esenzione fiscale di 4 anni. In secondo luogo, per il primo Stato svedese c’era l’imperativo di fermare le incursioni pagane provenienti dall’Estonia, dalla Finlandia ecc. Lo sviluppo della sua potenza, soprattutto del commercio baltico, cambiò immensamente la dinamica delle relazioni svedesi con il continente.
Di conseguenza, iniziò il primo periodo di migrazione volontaria verso la Svezia sotto forma di mercanti di lingua tedesca interessati al commercio del minerale di ferro. L’ulteriore e più rapido sfruttamento delle miniere di ferro di Bergslagen iniziò allora, sistematicamente. Questo ruolo economico portò i germanofoni (Bassi Tedeschi) a rappresentare la maggioranza degli abitanti di Stoccolma entro il 1350.
Nel 1434, i minatori, guidati da Engelbrekt Engelbrektsson, si sollevarono contro l’Unione di Kalmar, liberando la Svezia dal giogo feudale danese. All’inizio del XVI secolo, il monopolio commerciale dei tedeschi anseatici nella regione del Mar Baltico fu interrotto dagli olandesi, ponendo fine all’afflusso di tedeschi del Nord.
Inoltre, proseguendo in un certo senso la ribellione di Engelbrekt, il nobile Gustavo Vasa rovesciò finalmente, nel 1523, l’Unione, prendendo il nome di re Gustavo I e creando così la prima monarchia ereditaria. Ciò fu reso possibile dalla alleanza che aveva stabilito con la borghesia mercantile tedesca di Stoccolma. Gustavo I Vasa e il suo governo unificarono la Svezia attraverso la riforma e l’espropriazione della Chiesa cattolica, e questo Stato divenne successivamente una potenza militare sotto il governo dei suoi figli e, in particolare, di suo nipote Gustavo Adolfo. Così, con la unificazione dello Stato e l’espansione dell’impero, si ebbe una seconda ondata migratoria. A rendere possibile lo sforzo di costruzione dell’impero furono soprattutto i contadini finlandesi provenienti dai territori conquistati a est, i mercanti olandesi, i fabbri valloni e, in misura minore, gli ebrei di varie professioni. In linea di massima, questa situazione si protrasse per tutta l’“Età della grandezza” della Svezia (1611-1721).
In seguito, e più tardi durante l’industrializzazione, iniziò un’emigrazione di svedesi verso gli Stati Uniti. Tuttavia, iniziò contemporaneamente anche l’immigrazione in Svezia di borghesi e industriali provenienti dalla Scozia, dall’Inghilterra, dall’Europa centrale, ecc. Questo afflusso di investimenti, tra l’altro, fu alla base dello sviluppo industriale svedese di questo periodo, uno sviluppo che continuò durante l’era dell’imperialismo, quando la Svezia divenne ancora una volta una grande potenza. Grazie ad un’accumulazione di capitale in costante crescita, indisturbata dalla carneficina delle guerre mondiali, la Svezia si era trasformata da paese arretrato a leader mondiale in diversi settori industriali, soprattutto il siderurgico, e con Volvo e Saab per l’industria automobilistica. Lo sviluppo industriale in Svezia determinò a una notevole immigrazione di lavoratori. Questa importazione di lavoratori iniziò nel periodo tra le due guerre; tuttavia, fu solo dopo la Seconda Guerra Mondiale che la Svezia iniziò a rappresentare un vero e proprio melting pot. All’inizio, quando l’attività economica era in forte crescita, fu naturale che la vecchia colonia finlandese, da poco indipendente grazie a Lenin, prestasse i suoi proletari come riserva di manodopera. Noto è il fatto che molti finlandesi hanno lavorato presso l’azienda farmaceutica Astra AB e nelle fabbriche del produttore di veicoli Scania a Södertälje. Quando non ci furono più finlandesi da assumere a causa dello sviluppo della Finlandia stessa, agli svedesi-finlandesi (da non confondere con i finlandesi di lingua svedese, gli ex coloni) e ai meänkieli-tornidali (finlandesi indigeni del nord della Svezia) si unì una massa di proletari da tutto il mondo. Altri gruppi etnici come gli ex jugoslavi, gli assiri, i turchi, i greci e gli italiani arrivarono a costituire una parte consistente delle città svedesi negli gli anni Sessanta.
Poi, cosa che è stata oggetto di particolare attenzione durante l’estrema frenesia mediatica che ha caratterizzato la Svezia nell’ultimo decennio, c’è l’ultima ondata di immigrazione che si dice sia iniziata nel 2015. Tuttavia, anche i rifugiati provenienti dai conflitti nei Balcani occidentali, in Turchia e in Iraq negli anni ’90 dovrebbero essere considerati parte dell’ondata attuale. Quelli che arrivano in Svezia sono come sempre proletari in cerca di lavoro. L’ondata migratoria del 2015 non è molto diversa dalle precedenti ondate di rifugiati degli anni ’90: tutte provenivano da Paesi in guerra. Ci sono però due punti principali di disaccordo: il numero di immigrati e la loro giovane età.
Va anche aggiunto che la politica di immigrazione, dall’inizio degli anni ’90, è stata un cinico tentativo della destra del capitale di aumentare l’esercito di riserva del lavoro. Nel periodo tra la metà e la fine degli anni ’80, si prevedeva che la popolazione svedese sarebbe diminuita – l’immigrazione, insieme all’aumento della natalità, ha fermato questo fenomeno. Questa cinica importazione per abbassare i salari fu dichiarata apertamente dalla Confederazione delle imprese svedesi dell’epoca. Da allora, però, è diventato più di moda, per la destra, proteggere il mercato interno da “culture incompatibili”, mentre l’ala sinistra del capitale, cioè i socialdemocratici e gli esponenti della sinistra, hanno imbracciato le armi per difendere la precedente opinione della Confederazione delle imprese svedesi (come girano le carte, e girano ancora!). Entrambi gli assi del capitale sono uniti nel loro sotto-obiettivo: la divisione della classe operaia in campi diversi, ma ugualmente controllati dalla borghesia.
Con l’afflusso di rifugiati e le parole dell’allora primo ministro del partito moderato Fredrik Reinfeldt, secondo cui “dobbiamo aprire i nostri cuori [ai rifugiati]”, il contraccolpo che ribolliva sotto la superficie è rapidamente emerso: i Democratici di Svezia, che hanno preso il testimone della politica migratoria dei socialdemocratici, in lento ma inesorabile declino: cioè che il confine dovrebbe essere un muro contro i migranti economici e una difesa della “svedesità”; non è ciò che intendiamo per contraccolpo. Intendiamo piuttosto il modo in cui il capitale si rivolge da un’ala all’altra quando la quota per l’esercito di riserva va contro gli interessi della aristocrazia operaia, che è rappresentata proprio dai Democratici di Svezia.
Essere voltagabbana è un’abitudine politica borghese tanto quanto la promessa elettorale, e non è una sorpresa. È un principio costantemente riaffermato della società borghese quello di non avere principi.
Criticare la borghesia perché non rispetta i princìpi non ha senso; il problema non è che la borghesia è amorale, stupida, eccetera, ma che è la classe del Capitale.
La situazione che si lamenta è che l’integrazione dei migranti sarebbe “fallita”. In realtà l’integrazione non è fallita, quanto piuttosto non è stata tentata. La mancanza di integrazione serve per avere un esercito di riserva a basso costo, che è molto utile quando non viene data alcuna opportunità di “integrarsi”. Il capitale pretende di somministrare il più possibile di bassi salari, ma esige anche la passività dell’aristocrazia del lavoro, e il risultato è un gruppo non integrato, cioè non organizzato, che parla straniero, in una parola, un gruppo esterno della classe operaia. Le conseguenze per la classe operaia sono esiziali: l’obiettivo fin dall’inizio è quello di schiacciare e sfruttare la classe operaia con ogni mezzo, ovunque sia possibile sfruttarla. Da questo punto di vista l’integrazione ha avuto un notevole successo, la classe operaia è nettamente divisa.
Il metodo per integrare i rifugiati è stato dapprima quello di metterli tutti in campi, ovunque fosse possibile costruirli, dove i capitalisti potevano estorcere allo Stato milioni di euro ospitando i rifugiati in alloggi indegni, come nel caso tristemente noto di Bert Karlssons che ha guadagnato decine di milioni di euro costruendo alloggi scadenti a Skara. In seguito, come sperimentato e provato tra gli anni ’60 e ’90, il metodo è stato quello di segregare i lavoratori immigrati da quelli a maggioranza svedese (majoritetssvenskar) nei sobborghi, principalmente nelle tre grandi città, Stoccolma, Göteborg e Malmö.
Nel sobborgo di Stoccolma di Rinkeby, ad esempio, il 62,2% dei residenti non è nato in Svezia e il 92% ha almeno un genitore nato all’estero, mentre a Spånga, al confine con Rinkeby, l’ultimo dato si ferma al solo 29,4%. Ciò accade anche nella maggior parte delle città svedesi di medie dimensioni: di solito la maggioranza della città è prevalentemente svedese, ma in alcune aree speciali i nati all’estero e quelli con un genitore straniero formano una marcata maggioranza. La segregazione diffusa non è solo indice di razzismo, come spesso viene erroneamente interpretato. I quartieri in cui i lavoratori immigrati e i loro figli costituiscono la maggioranza erano un tempo anche i quartieri in cui vivevano i lavoratori svedesi più poveri; la Svezia ha sempre segregato i suoi abitanti per classe, e oggi non è diverso. Tuttavia è solo ora, quando i più poveri hanno un colore della pelle riconoscibile, che le statistiche sulla segregazione sono diventate evidenti per gli studiosi. Il consenso dei socialisti, della sinistra e di altri soggetti, tutti d’accordo sulla politica dell’identità, sembra essere che il punto di vista di classe sia meglio lasciarlo al Partito Comunista Internazionale. Noi ringraziamo per questo privilegio.
Nel XX secolo, la Svezia era così segregata a livello di classi che Stoccolma aveva 3-4 socioletti. Oggi ce ne sono principalmente due, lo svedese di Stoccolma e lo svedese dei sobborghi/immigrati (che, per inciso, dovrebbe forse essere classificato come un socioletto della classe operaia piuttosto che come un dialetto degli immigrati, in quanto è diffuso tra i “colletti blu”, che vivono dove viene parlato indipendentemente dall’ascendenza).
Poiché il sistema previdenziale svedese non è stato costruito per l’inclusione e la coesione, ma per pacificare la classe operaia e reprimere i suoi elementi più “sovversivi”, non c’è da stupirsi che i lavoratori appena arrivati abbiano avuto difficoltà a trovare un posto stabile nella società svedese. Poi, con la riuscita passivizzazione di questo stato sociale, si è cominciato a demolirlo, abbandonando i più svantaggiati a sé stessi, il che favorisce ancora una volta il capitale. La zoppicante economia svedese dal 2008 ha posto le basi per la rovina non solo di parti della piccola borghesia, ma anche di molti proletari, che si sono trasformati in un vasto esercito di riserva – disoccupazione, microcriminalità e violenza di gruppo come risultato. Questo naturalmente costituisce la base perché le periferie segregate diventino sempre più impoverite e violente.
È vero che la violenza è aumentata e che la Svezia è purtroppo diventata un epicentro delle reti criminali, rispetto a prima e rispetto agli altri Paesi scandinavi. Però il dato è molto esagerato, perché il tasso di criminalità organizzata è molto inferiore a quello di Russia, Italia e Turchia e alla pari con quello Svizzero.
L’idea che si vuol far passare, che ciò abbia a che fare con la previa cultura delle masse delle periferie, è una menzogna. I proletari nella miseria delle periferie sono il prodotto delle stesse fondamenta della società del capitale.
Nel 2023, il numero di crimini denunciati pro capite è stato più alto nella regione di Stoccolma, dove ci sono stati 183 crimini denunciati ogni mille abitanti. Si tratta di un numero doppio di reati denunciati rispetto alla regione del Nord, che ne conta 109 pro capite. Le statistiche sulla criminalità di Londra, spesso etichettata come in una situazione disastrosa, indicano 105,8 reati nel 2023, quelle di Berlino 141,35, eccetera, più paragonabili alla media nazionale svedese di 143. La violenza letale ha iniziato a diffondersi oltre confine, in Norvegia e Danimarca, sotto l’egida delle reti criminali svedesi. In Norvegia, le reti criminali svedesi sono ora attive in tutti i distretti e sono state indicate come la principale minaccia per il distretto settentrionale di Troms, anche se il crimine principale in Norvegia finora è principalmente legato alla droga. La Danimarca ha deciso di rafforzare i controlli alle frontiere con la Svezia dopo l’ondata di criminalità transfrontaliera iniziata nell’agosto 2024.
Anche altri reati sono aumentati. Dal 1975 è aumentata la quota di reati legati alla droga (+363%), alle rapine (+193%) e alle frodi (+242%), mentre si sono ridotti i furti con scasso (-52%) e i furti di veicoli (-78%). L’aumento maggiore si registra nei reati sessuali (+529%) e negli stupri (+900%). L’aumento complessivo dei reati dal 1975 è del +64%. È chiaro che la Svezia come Paese modello è in declino.
Negli ultimi anni in Svezia sono aumentati anche i reati di odio. Poiché i metodi statistici sono cambiati, non è possibile confrontare le statistiche successive al 2020 con quelle precedenti, quindi analizzeremo più da vicino le seconde anziché le statistiche più recenti, in mancanza di un arco temporale più lungo.
Tra il 2012 e il 2018, il numero di crimini d’odio denunciati con motivazioni razziste è aumentato da 3979 a 4865. Il numero totale di crimini d’odio segnalati è stato rispettivamente di 5518 e 7090, il che significa che nel 2018 il numero di crimini d’odio a sfondo razziale ha rappresentato circa il 70% di tutti i crimini d’odio. L’odio etnico non è diretto solo contro i nuovi svedesi. È anche emerso chiaramente che i crimini antisemiti sono aumentati dall’inizio della guerra in Medio Oriente, nell’ottobre 2023, con statistiche che mostrano un aumento del 500% dei casi segnalati.
La criminalità è diventata la questione politica più dibattuta e questo ha portato a una posizione più dura da parte dello Stato nei confronti della criminalità, con pene più severe e maggiori poteri (in particolare le zone di arresto e perquisizione [visitationszoner] e le intercettazioni segrete) conferiti alla polizia. Questi nuovi poteri di polizia non riguardano solo le reti criminali ma anche le organizzazioni sindacali, la repressione raggiunge anche la classe, pur se l’obiettivo dichiarato sono gli elementi criminali.
Una cosa che non viene quasi mai menzionata dai media svedesi riguardo alla criminalità è la crescente povertà in Svezia. Sebbene in tutto il Paese ci sia solo un punto percentuale in più di persone che vivono in condizioni di povertà relativa rispetto al 2011, questa povertà si è diffusa in più aree, soprattutto dove si sono trasferiti gli immigrati. Per usare ancora una volta gli esempi di Rinkeby e Spånga, nel 2021 il 45% dei residenti di Rinkeby viveva in condizioni di povertà relativa, mentre a Spånga era solo il 7%, anche se la povertà relativa a Rinkeby è diminuita di 8 punti percentuali tra il 2011 e il 2021. Lo stesso dato sulla povertà si ripete nella maggior parte delle aree in cui i nati all’estero o con un genitore straniero costituiscono un grande numero, o la maggioranza.
Il problema della criminalità in Svezia va visto come un effetto dell’offensiva della borghesia unita contro la classe operaia, dal momento che ovunque ci siano notizie di gravi crimini troviamo il più spietato abbandono del proletariato.
È il modo di produzione capitalista a creare la miseria nelle periferie, non la “cultura delle periferie” che ne è la conseguenza. Le due parti della borghesia non sono mai interessate a risolvere i veri problemi della classe, né la sinistra, né i socialisti. Non parlano più apertamente di riforme strutturali e quando lo facevano era un modo cinico di stabilire la subordinazione della classe operaia.
La linea dei socialdemocratici è indistinguibile da quella dei moderati, con le stesse pene severe e gli stessi poteri di polizia. Sono due facce dello stesso Stato.