In Iran - Tutti contro la Rivoluzione armata
I morti non si contano più, è affare di routine quotidiana; gli sciacalli della Corte dell’impero millenario, fiutato il brutto vento, se ne vanno a raggiungere i loro miliardi in accogliente terra d’America, il Bagonghi con le penne del pavone non parte, non resta, ma prova il martirio che c’è nel partire, che c’è nel restare (in attesa delle decisioni del padrone USA) e i democratici del Fronte svendono sull’altare della concordia nazionale il sangue di migliaia e migliaia di vittime inermi mandate allo sbaraglio contro il ferro ed il fuoco delle armi dell’esercito.
Hanno da preparare il futuro governo che succederà al gran Megalomane, e la violenza popolare può comunque essere pericolosa; meglio morti in più, che masse esasperate ed armate che si muovono… non si sa dove. E poi, se veramente si vuol preparare il trapasso dei poteri, occorre mostrarsi cauti e ponderati verso chi dovrà dare l’assenso, verso il padrone imperialista.
Qualche eccesso sarà compreso, le sedi commerciali straniere poi si ricostruiranno, l’importante è che in tutto questo marasma non si scatenino le masse diseredate delle metropoli, i contadini poveri delle campagne, gli scarsi di numero ma concentrati e combattivi operai dell’industria.
E se qualche intempestivo imbecille del Fronte perde il senso del momento e si decide ad accettare la proposta di un governo dello Scià, si fa presto a sconfessarlo, e a proclamare che con il tiranno non si tratta.
Non conta nulla che l’esercito stia cominciando a sfaldarsi, che le diserzioni ne minino la tradizionale unità, che da parte di soldati di alcuni reparti armi comincino a passare nelle mani degli insorti; malgrado la truculenza delle prime affermazioni, uno scontro armato è proprio l’ultima cosa che Khomeini e compagnia cantante si augurano. Bene lo sciopero del petrolio, se può mettere col culo in terra l’odiato monarca, maledetta dagli uomini e da Dio l’unità sul fronte della lotta di classe degli sfruttati, dei contadini poveri, delle plebi senza nome, dei diseredati della Terra. Di questa genia nata per soffrire e morire da cani ne può crepare a piacere, sempre tanta ne resta; l’essenziale è che la tirannia sparisca e la santa democrazia coi suoi sudici preti abbia il posto che le spetta nel civile consesso dei popoli.
Intanto la Settima Flotta «gironzola» da quelle parti così, tanto per dare una occhiata: presenza discreta e persuasiva, ed i boia che sciaguratamente sono alla testa della rivolta, si sono alla svelta persuasi…
La canea democratica di tutto il mondo, il sudicio opportunismo d’Italia, sulla pelle di queste migliaia di morti, sullo sforzo generoso ma vano delle plebi di Persia, celebra i suoi riti anti proletari, biascica le sue giaculatorie di pace, libertà, progresso, democrazia; la classe operaia di occidente, imbastardita da un cinquantennio di questa pratica, guarda senza reagire, senza un moto di solidarietà di classe questa tragedia che si va consumando nel nome di Santa Democrazia.
Ma non è gran tempo che chi ha pagato tanto tributo di sangue, chiederà a questa gran puttana di saldare infine il suo debito; e non varranno allora a salvarla le voci di Allah, o i meschini giochetti dei Kerensky odierni, quando infine il moto poderoso dell’Oriente si sarà saldato a quello dell’Occidente.