La necessità della lotta di classe del proletariato in difesa delle proprie condizioni materiali non è una scoperta originale del marxismo; diversi teorici borghesi prima di Marx constatarono questa necessità. La sua enunciazione fa parte del nostro patrimonio dottrinario nel senso che costituisce un dato fisico, sperimentale, la semplice descrizione di una realtà che si svolge sotto gli occhi di tutti, che è nelle cose, che non ha bisogno di essere scoperta o inventata.
La nostra teoria spiega i rapporti sociali e le leggi economiche che li determinano. Il nostro programma definisce gli obbiettivi che il proletariato deve raggiungere per la sua definitiva emancipazione. La nostra tattica definisce i mezzi, la strada pratica che la classe proletaria deve percorrere per raggiungere gli obiettivi fissati dal programma. Rifiutiamo il termine “ideologia” per definire il nostro bagaglio di conoscenza. La nostra è una teoria scientifica che si è affermata come l’unica in grado di dare una spiegazione della realtà economica e sociale, che si è affermata dopo una serie di verifiche sperimentali storiche, che è tuttora valida perché le sue leggi sono confermate dai fatti. Una teoria non può essere oggetto di revisione o aggiornamento: o è valida in blocco o va respinta in blocco. Il programma comprende le misure da attuare per rimuovere gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento degli scopi dei comunisti: la fine dello sfruttamento salariale, la liberazione dell’umanità dalla schiavitù del bisogno, la società senza classi. Questi ostacoli: la proprietà privata dei mezzi di produzione, il potere politico statale della borghesia, rimangono in piedi oggi mille volte più rafforzati di ieri e il nostro programma non è altro che la loro negazione: abbattimento dello Stato borghese e dittatura proletaria, prima – socializzazione dei mezzi di produzione, poi.
Con la tattica siamo nel campo dei mezzi, delle possibili strade da percorrere per raggiungere i nostri scopi. Questo campo si restringe sempre più; mezzi che in passato potevano sembrare idonei – come ad esempio la partecipazione alle elezioni e ai parlamenti – si sono dimostrati letali per i comunisti. Nel corso della viva esperienza storica quindi la tattica si precisa sempre più nel senso di escludere quelle vie che la pratica dimostra non idonee o dannose.
Proprio perché le nostre posizioni non stanno nel campo delle idee, ma costituiscono nel loro insieme una dottrina scientifica, i nostri scopi finali non negano la battaglia quotidiana che i salariati devono condurre per difendersi dallo sfruttamento. I nostri obiettivi politici non comportano il superamento della lotta economica, ma anzi il suo massimo sviluppo e il suo sbocco verso la lotta rivoluzionaria. Sono le tendenze di origine piccolo-borghese, idealistiche, che considerano la lotta economica come una fase temporanea, un male necessario da superare quando le masse siano addivenute alla “coscienza politica”.
Questa coscienza dovrebbe essere acquisita prima di tutto attraverso una negazione della bruta lotta per il bisogno, contrapposta alla esaltante lotta per l’idea.
La nostra concezione è opposta: la classe operaia esprimerà realmente un grado più elevato di coscienza politica di classe quando sarà in grado di praticare la lotta di classe, la coscienza dell’antagonismo contro i padroni è l’estensione e la radicalità della battaglia sociale che di fatto saprà intraprendere, come la coscienza operaia del necessario rinascere dell’organizzazione proletaria si misura con il concrescere dell’organizzazione proletaria stessa.
La coscienza comunista rivoluzionaria preesiste, impersonale oggettiva, nella teoria, nel metodo e nella tradizione storica marxista. Questa coscienza non può essere acquisita spontaneamente dal proletariato nella sua lotta difensiva. Essa è frutto della viva esperienza di un secolo di lotte e non può essere acquisita sulla base di una limitata esperienza locale, di fabbrica o di categoria. Il Manifesto dei comunisti fu scritto nel 1848 dopo decenni di lotte del proletariato inglese, francese e tedesco, dopo l’insurrezione di Vienna, dopo le sommosse di Parigi, dopo la guerra civile in Germania.
La necessità della dittatura proletaria venne enunciata dopo la sanguinosa esperienza della Comune di Parigi nel 1871. Questa coscienza può essere posseduta collettivamente soltanto da un organismo che travalichi i limiti degli individui, delle generazioni, delle località, cioè dal Partito. I proletari – dice Lenin – possono ricevere questa coscienza soltanto dall’esterno. Spontaneamente il movimento proletario può giungere soltanto al tradeunionismo, cioè alla coscienza della necessità di organizzarsi in difesa delle proprie condizioni materiali all’interno delle condizioni sociali esistenti strappando miglioramenti salariali, riforme, leggi a tutela del lavoro salariato.
Ma la lotta economica di per sé non intacca le cause che generano lo sfruttamento e non può uscire dal quadro dell’ordine sociale borghese. Il capitalismo nella sua fase imperialista, non solo ammette la lotta economica, ma la prevede come un dato permanente e cerca di controllarla attraverso i suoi sindacati di regime. La constatazione della necessità di difendersi dallo sfruttamento può portare – da sola – a muoversi nel senso di mitigare questo sfruttamento ma non a rimuoverne le cause. L’apporto originale dei comunisti consiste nel fatto che, partendo da questo dato materiale, essi vogliono eliminare per sempre le cause che generano lo sfruttamento e l’oppressione di classe e si dedicano alla preparazione rivoluzionaria del proletariato. Per questo l’organizzazione del Partito comunista deve essere separata dalle organizzazioni economiche proletarie.
Le tendenze anarco-sindacaliste ammettono la necessità dell’attacco allo Stato borghese da parte del proletariato, ma negano che per questo scopo sia necessaria una organizzazione “speciale”, separata dalle associazioni operaie. Essi sostengono che la lotta economica in un dato momento si evolverà spontaneamente in lotta insurrezionale contro lo Stato borghese. Essi negano non tanto il Partito comunista ma il concetto stesso di Partito. Essi, anche se rifiutano di ammetterlo, costituiscono un ben preciso partito; il partito anarcosindacalista che ha una sua propria visione dello scontro tra le classi, che ha un suo proprio programma.
Le tendenze economiciste e aziendaliste non si caratterizzano tanto per il rifiuto del concetto di Partito, quanto per il rifiuto della politica in generale. Essi sostengono che le associazioni operaie, per essere autonome da partiti che vorrebbero strumentalizzarle, devono essere apolitiche, che gli operai hanno da pensare alla lotta con i padroni e non devono occuparsi di politica. Questa tendenza parte dalla assurda pretesa di salvaguardare l’unità della classe operaia semplicemente negando l’esistenza delle correnti politiche in seno agli organismi economici. In questo modo relega le associazioni operaie ad occuparsi soltanto di problemi spiccioli di azienda o di categoria senza vedere il loro legame con la realtà politica e sociale.
Negare la libera circolazione delle tendenze politiche nelle organizzazioni proletarie equivale ad affermare che la classe proletaria non deve avere un suo programma politico, una sua visione dei rapporti sociali: gli operai fanno le lotte economiche, la piccola borghesia intellettuale si occupa di politica. Questa è una ben precisa posizione politica, l’economicismo, che è di ostacolo all’attestarsi di una minoranza di proletari sul terreno rivoluzionario.
Le tendenze intellettualoidi sostengono che gli operai non devono lottare per i loro bisogni materiali, ma… per il “comunismo” o in genere per obbiettivi più “politici”.
Gli anarcosindacalisti sostengono che gli operai comunisti non devono avere la loro organizzazione separata. Gli economicisti sostengono che in seno alle organizzazioni proletarie non deve esserci lo scontro politico.
Noi comunisti, mentre siamo strenui difensori del carattere aperto degli organismi economici, non vogliamo con questo sostenere che in essi non si parla di politica. Siamo anzi per la libera circolazione e scontro delle tendenze politiche proprio perché abbiamo interesse a far risaltare la nostra linea di classe che, per essere la descrizione di un percorso che il proletariato deve necessariamente fare, è l’unica che può trovare conferma nell’esperienza diretta delle masse.
La nostra strenua difesa del carattere aperto delle organizzazioni economiche proletarie parte dalla constatazione che solo sul terreno della difesa delle condizioni di vita e di lavoro, la classe proletaria si trova oggettivamente unita, che questa e soltanto questa può essere la base di arruolamento dell’esercito proletario. Tanto la difesa quanto l’attacco proletario non possono mai prescindere da questo presupposto oggettivo.
Le varie tendenze – non quelle apertamente borghesi – ma quelle che ammettono la lotta di classe proletaria rappresentano i possibili indirizzi strategici secondo i quali può muoversi l’esercito proletario.
Non adottiamo il metodo puerile di esorcizzare le tendenze avversarie alla nostra negando loro il diritto di esistere. Riteniamo anzi positivo che esse si esprimano fino in fondo il più liberamente possibile, che circolino e si scontrino con la massima libertà nell’ambiente proletario. Affidiamo alla prova dei fatti il compito di far risaltare l’indirizzo giusto e di scartare gli altri.
In questo senso noi siamo per la massima unità proletaria sul terreno dell’azione e per la massima divisione sul terreno delle concezioni politiche.
Lotta di classe e scontro politico fra partiti per noi sono separati, stanno su due piani diversi, ma non nel senso banale che mentre il movimento è prerogativa dei sindacati, la lotta politica è prerogativa dei partiti: che gli operai pensino agli scioperi, gli intellettuali alla politica.
Mentre difendiamo il carattere aperto a tutti i proletari degli organismi economici e la più larga unità nell’azione, sosteniamo anche che i proletari in prima persona devono liberamente discutere di questioni politiche generali, liberamente dividersi, liberamente scontrarsi.
Non abbiamo dimenticato che il Capitale fu scritto non per i professori universitari ma per la classe operaia, in un linguaggio che fosse il più possibile accessibile ai proletari – dei quali allora pochi sapevano leggere – e che l’Associazione Internazionale degli operai ringraziò ufficialmente Carlo Marx per aver loro chiarito le cause e i meccanismi dell’oppressione di classe. Non abbiamo dimenticato che ai primi del ‘900 in Russia – come racconta Trotzky – i proletari si contendevano le copie del Capitale e le facevano a pezzi per poterle leggere contemporaneamente.
Proprio perché abbiamo fiducia nelle energie fisiche e intellettuali del proletariato noi comunisti non ci abbassiamo infingardamente ad esaltare la spontaneità o la semplicità delle masse, ma vogliamo invece elevarle alla coscienza rivoluzionaria.
Le lotte operaie in Polonia continuano, e la combattività dei lavoratori continua a fruttare sonanti vittorie sulla struttura di potere del POUP, che non riesce a contrastarli nemmeno con l’aiuto più o meno scoperto degli stessi dirigenti di «Solidarietà». Scongiurato il pericolo di uno sciopero generale, che era stato minacciato dopo che il tribunale aveva arbitrariamente inserito nello statuto di «Solidarietà» clause limitative del diritto di sciopero, grazie ad una completa marcia indietro operata dalla Corte Suprema, l’arroganza di gerarchi locali aveva messo di nuovo in discussione la pace sociale a Czestochowa: la ribellione immediata in 150 fabbriche e posti di lavoro ha costretto il governo a destituire il locale prefetto ed alcuni suoi collaboratori. Poi l’arresto di un sindacalista a Varsavia perché trovato in possesso di documenti segreti (che riguardavano il comportamento che la polizia deve tenere quando si tratta di compiere repressioni contro i lavoratori ed i loro capi) causa la minaccia da parte dei sindacati di un altro sciopero generale, anch’esso destinato a rimanere sulla carta perché il governo si affretta ancora una volta a cedere alle minacce degli operai. Ma questi fatti più altisonanti non devono farci dimenticare che nel frattempo gli operai polacchi hanno condotto una serie di lotte in difesa delle loro condizioni di vita, lotte che non hanno avuto internazionalmente la stessa risonanza delle altre, ma che testimoniano bene della grande combattività di questi lavoratori. Mentre nei porti del Baltico gli scaricatori si rifiutavano di caricare le navi in partenza con prodotti agricoli alimentari che scarseggiano in Polonia, (carne, zucchero, patate), a Danzica si estendeva lo sciopero degli ospedalieri, degli insegnanti, degli operai tessili, dei postelegrafonici, ed altre lotte locali si avevano a Lublino ed in Silesia. Gli scioperi di Danzica si concludevano il 18.11, con concessioni di aumenti, fino al 30 per cento per i peggio pagati; ma ciò non significava la fine delle lotte, che riprendevano con gli operai degli zuccherifici e con i ferrovieri. Anche questi sembra che abbiano raggiunto un accordo favorevole, ma intanto sono in lotta numerose fabbriche della zona di Varsavia, fra le quali la famosa Ursus, la FSO e la Rosa Luxembourg, tutte fabbriche di auto, trattori e macchinari. Il governo non è rimasto con le mani in mano in questo mese di novembre: i suoi più alti dignitari si sono sparpagliati in giro per la Polonia per cercare di raccogliere qualche simpatia e per ridurre i danni delle lotte e delle intemperanze di alcuni dirigenti locali, che non hanno capito che la musica adesso è un po’ cambiata, che il bastone da solo non basta. Inoltre, per attirarsi le simpatie dei cattolici, un cattolico è stato nominato vice primo ministro, oltre ad un ampio rimpasto governativo; e per dividere e confondere al massimo gli operai, in una serie di attività industriali è stato deciso che sarà il management locale a decidere i livelli dei salari e della forza lavoro, creando quindi le premesse per forti disparità di trattamento da luogo a luogo e da fabbrica a fabbrica, oltre che per una non improbabile disoccupazione, parola che nei paesi dell’Est si dice sia priva di senso. Un’ altra misura economica è stata quella di aumentare i prezzi agricoli in modo consistente: la carne di maiale del 16%, quella bovina del 26%, il pollame del 21%, il latte del 26%, il grano del 33%, la barbabietola da zucchero del 43%. Anche se aumenteranno anche i prezzi delle materie prime per l’agricoltura, è evidente che queste misure riusciranno a far produrre di più i contadini; ma non sarà questa la sola conseguenza: sarà molto più improbabile che i contadini appoggino nel prossimo futuro eventuali lotte ad oltranza condotte dagli operai delle grandi città, come avvenne in agosto a Danzica ed in altre città, quando anche i contadini erano esasperati ed in condizioni economiche molto difficili. Infine, il POUP ha invitato i suoi iscritti ad entrare nei nuovi sindacati, per lavorare al loro interno (naturalmente nell’interesse del popolo), mostrando quindi di voler condurre l’attacco non solo dall’esterno, ma anche dall’interno del nuovo sindacato. La direzione di «Solidarietà», la cui forza è, secondo stime diverse, da 7 a 10 milioni di iscritti (e che quindi rappresenta una percentuale di lavoratori maggiore di qualsiasi altro sindacato occidentale), continua a dimostrare, come abbiamo già in altri articoli denunciato, di essere sostanzialmente collaborazionista, di adempiere allo stesso compito dei nostri Lama e C., e cioè cercare di gettare acqua sul fuoco della combattività operaia, di scongiurare le lotte per scopi salariali dirottandole su fini che, anche se sentiti dagli operai, non costano molto allo Stato: così anche lassù si sente la solfa di riforme, investimenti, libertà, dirigenti perversi, ecc. Così gli scioperi ci sono perché gli operai li fanno, con o senza la benedizione di Lech Walesa, il quale sfrutta la sua autorità e fama (immeritate) per ridurre i danni delle lotte, o per farle cessare, come è successo alla acciaieria «Huta Warszwa», dove è arrivato a bordo di un elicottero premurosamente messogli a disposizione dal governo, e dove è riuscito a far cessare lo sciopero. In un appello della metà di novembre la direzione di «Solidarietà» aveva invitato gli operai ad astenersi da rivendicazioni salariali, lamentando che «azioni scoordinate stanno indebolendo la coe- sione del nostro movimento» e che «gli oppositori del nostro sindacato stanno cercando in tutti i modi di disorganizzarlo, seminare disordine ed aumentare il sentimento di insicurezza, ma non erano state proprio lotte inizialmente spontanee che avevano creato il movimento e lo avevano rafforzato? E siamo proprio sicuri che le lotte spontanee e dure, e le vittorie che ne sono conseguite, indichino la presenza di un sentimento di insicurezza? Se insicurezza c’è, essa alberga nei cuori della borghesia polacca e dei suoi difensori, e non di certo nell’animo dei coraggiosi proletari polacchi. A completare il quadro abbiamo i latrati degli organi di stampa degli altri paesi dell’Est, soprattutto di Cecoslovacchia e della Germania Est i quali, imbeccati dalla Russia, non riescono a capire in quale delicata situazione si trovano i governanti di Varsavia; essi pensano solo al pericolo che per loro rappresenta l’esempio polacco; ed hanno ragione, perché nelle miniere della Boemia del nord, al confine della Polonia, dove si produce il 90% del carbone della Cecoslovacchia, i minatori sono già da settimane in agitazione nonostante le repressioni subite. Il «Rude Pravo» di Praga osa addirittura citare Lenin, per dimostrare che i sindacati non possono essere neutrali: è vero, e la migliore dimostrazione è quella che i sindacati di tipo fascista dei paesi cosiddetti socialisti hanno dato negli ultimi trent’anni, mantenendo i rispettivi proletari in condizioni di fame per permettere lo sviluppo capitalistico nei loro paesi, la Russia per prima naturalmente, come abbiamo più volte dimostrato nella nostra stampa. In realtà la borghesia (anche quella «socialista») oggi non può più pacificamente convivere con organizzazioni operaie di classe, che cioè lottino senza alcuna remora costituzionale o legale contro il padronato, che si disinteressino delle sorti dell’economia nazionale, che non si precludano alcun mezzo per raggiungere l’obiettivo della difesa incondizionata delle condizioni di vita e di lavoro delle masse operaie. Tali organizzazioni possono sorgere in certi momenti ed in certi luoghi, ma non possono mantenere a lungo le loro caratteristiche di classe se non influenzate e dirette da una consistente frazione operaia comunista. Questa manca in Polonia, dove un movimento genuinamente proletario e classista si trova davanti a una chiara alternativa: continuare sulla strada della lotta o cedere le armi di fronte alle esigenze dell’economia nazionale. Per la seconda soluzione si stanno dando da fare Stato, preti, magistratura, polizia, dirigenti sindacali tradizionali e vicini minacciosi; essa significherà inizialmente riporre le velleità di lotta e di reali miglioramenti delle condizioni di vita, per dar poi luogo a crisi, disoccupazione e repressione dei capi combattivi ormai rimasti senza la difesa della base. Ritrovare l’indirizzo rivoluzionario significherà invece lo scontro fra classe operaia e Stato, scontro che saranno perso dagli operai polacchi se saranno soli, ma che potrà anche essere la scintilla per un più vasto movimento, prima rivendicativo e poi politico, che come un incendio si estenda agli altri paesi europei, chiamando gli operai alla resa dei conti con i loro oppressori di sempre. E’ il processo della rivoluzione proletaria: forse non partirà da Varsavia, ma comunque i rivoluzionari di domani troveranno negli operai polacchi dei generosi combattenti nella lotta che sarà condotta a livello mondiale per l’abbattimento della schiavitù del salario.
Come abbiamo mostrato nel capitolo precedente, già negli anni 1931-33, nonostante le proclamazioni radicali della Legge agraria del I Congresso dei Soviet, la politica agraria del PCC nelle zone sovietiche si orientava, timidamente, a favorire il “contadino medio agiato” e di conseguenza il “contadino ricco”, deviazione di rotta che vide all’interno del PCC una vera e propria lotta per la leadership senza esclusione di colpi, polemici e reali, fra i sostenitori di Mao e quelli del gruppo dei 28 bolscevichi legati strettamente a Mosca ed al Comintern.
Nel II Congresso dei Soviet, gennaio 1934, Mao tiene il rapporto sulle questioni economiche delle zone “rosse” i punti riguardanti la politica agraria così suonano:
«Compiti fondamentali della nostra edificazione economica sono lo sviluppo dell’agricoltura, lo sviluppo dell’industria, lo sviluppo del commercio con l’estero e lo sviluppo delle cooperative (…) Nei primi due anni dopo la creazione di una regione rossa si è spesso riscontrato un certo declino della produzione agricola. Ma dopo la ripartizione della terra, quando i diritti di proprietà sono ben definiti e noi prendiamo le misure per incoraggiare la produzione, le masse contadine lavorano con più entusiasmo, la produzione comincia a riprendersi (…) Naturalmente, non è ancora il momento di sollevare la questione della creazione di imprese collettive e statali, tuttavia, per affrettare lo sviluppo dell’agricoltura, è assolutamente necessario organizzare, nelle varie località, piccole aziende sperimentali, scuole agrarie e mostre agricole». (“La nostra politica economica”, del 23 gennaio 1934).
Il linguaggio è diplomatico, ma la sostanza della questione è chiara: il movimento contadino va canalizzato verso soluzioni graduali (ecco il richiamo a ben definire i diritti di proprietà) che diano sicurezza alla produzione e di converso alle illusioni proprietarie dei contadini. Gradualismo e sicurezza sono indispensabili per ben separare, in senso storico, le due fasi classiche e successive della accumulazione di Capitale nelle campagne: 1) Consacrazione della proprietà piccolo-borghese; 2) Suo successivo smantellamento con l’espropriazione capitalistica o, che è la stessa cosa, con la cooperazione.
Ma la seconda fase, che vuol dire un lungo processo di concentrazione e espropriazione dei contadini di fronte alla più larga applicazione della tecnica del Capitale nell’agricoltura, può essere più o meno accelerata dall’ampiezza più o meno grande degli sconvolgimenti provocati dal moto rivoluzionario nelle strutture agrarie precapitaliste.
Mao, lo vedremo nel prosieguo del lavoro, non solo separava le due fasi, dialetticamente legate, ma lo poteva fare solo «reprimendo gli eccessi dei contadini poveri», assicurando ai ceti intermedi sicurezza e traffici, con la pretesa piccolo borghese che «ognuno lavori il suo campo», il che significava in ultima analisi che la stessa prima fase di distruzione dei vecchi rapporti di proprietà e l’instaurazione di quelli borghesi, doveva subire ritardi ed indecisioni.
Nell’ottobre 1934 sotto l’incedere delle offensive del Guo-min-dang, le armate del PCC sono costrette ad abbandonare la regione meridionale del Jiangxi e dopo una marcia durata un anno si trasferiscono nella regione del nord del Shaanxi dove vengono formati nuovi “territori rossi» con capitale Yan’an.
Durante la lunga marcia dei dodici giorni (dal 6 al 18 gennaio 1935) in cui una parte dell’armata rossa occupa la città di Zunyi, avviene la vera e propria investitura come capo riconosciuto del PCC del militare Mao e la decisiva sconfitta di quelli che saranno poi etichettati spregiativamente come gli esponenti della “terza deviazione di sinistra».
Niente è attualmente venuto alla luce di quella “storica” conferenza i cui segreti sono nel capace archivio riservato del Partito Comunista Cinese, come è del resto per le svariate “epurazioni” che caratterizzarono il periodo dell’occupazione rossa del Jiangxi e della scalata di Mao in quegli anni ai vertici del PCC, epurazioni cruente e misere tanto che lo studioso Guillermaz autore di una Storia del PCC che ha il merito di essere onesta anche se non risolutiva, deve commentare che i fini personali di quelle epurazioni ridimensionano davanti alla storia il personaggio Mao.
Certo è che alla vigilia del VII Congresso del PCC nel 1945, nello scritto “Decisioni su certe questioni della storia del nostro partito”, si giudica quella conferenza la vera levatrice dell’ideologia maoista che da lì si dispiegò con tutta la “creatività” propria della controrivoluzione.
Non è solo perché le sue decisioni glorificano Mao come «l’incarnazione della simbiosi fra attività teorica e pratica» e come l’uomo della provvidenza capace di correggere errori e di operare svolte di «grande portata storica», ma perché tra gli incensi nel testo maoista si legge che «avendo la rivoluzione cinese nella fase attuale un carattere di rivoluzione antimperialista ed antifeudale diretta dal proletariato e che ha gli operai e i contadini come forza fondamentale, con la partecipazione degli altri larghi strati della società (…) rimane una differenza tra la borghesia liberale e la borghesia dei compradores (…) e che pertanto, occorre trovare un atteggiamento giusto verso i vari strati intermedi, adoperandosi in ogni modo per allearsi con essi o per neutralizzarli».
Ne conseguiva che in campo agrario «occorre trovare un atteggiamento giusto verso i contadini medi e i contadini ricchi (“prendere da chi ha molto per dare a chi ha poco”, prendere “dal grasso per dare al magro”), ma in pari tempo seguire decisamente la linea dell’alleanza con i contadini medi, salvaguardare gli interessi dei contadini medi agiati, concedere determinate possibilità economiche ai contadini ricchi, mettere anche il comune proprietario fondiario in condizioni di vivere».
Il “giusto atteggiamento” nei confronti dei contadini medi agiati e ricchi si sarebbe visto più tardi, bollata nella storica conferenza come “chiusura settaria” la politica agraria fin allora seguita e che aveva prodotto le Leggi degli anni 1928-31, politica che, leggiamo sempre nelle “Decisioni”, «identificando la lotta contro la borghesia con la lotta antimperialista e antifeudale negava l’esistenza di una terza forza, in particolare sottolineando la lotta contro i contadini ricchi (…) con una politica di liquidazione dell’economia dei contadini ricchi».
Se la valutazione sul carattere rivoluzionario della borghesia cinese, in quanto facente parte di un paese dominato e lacerato dalle potenze imperialiste, non brillava come novità in quanto già Stalin e Bucharin negli infuocati dibattiti sulla questione cinese nel Comintern negli anni 1926-27 avevano sostenuto tale tesi contro la sinistra trotskista, la codificazione di una tattica morbida nei confronti dei contadini medi, agiati e ricchi fu effettivamente la svolta del PCC che fino ad allora in campo agrario, in special modo dopo le sanguinose sconfitte proletarie di Shanghai e Canton, aveva mantenuto pose ed atteggiamenti rivoluzionari.
La conferenza di Zunyi, con Mao e gli altri capi militari che gli facevano ala trionfatori, segna pertanto l’inizio della politica di “fronte unito democratico e patriottico” che da allora, esclusa la breve parentesi della “rivoluzione culturale”, caratterizzò l’intera politica del PCC.
Aneddoti e nomi della Conferenza di Zunyi possono servire per schematizzare. Liu Shaoqi, futuro traditore e rinnegato, financo da sempre agente del Guo-min-dang secondo le accuse delle Guardie Rosse durante la “rivoluzione culturale”, oggi del tutto riabilitato, secondo le “Decisioni” fu decisamente dalla parte di Mao, tanto che si merita un intero capoverso per il suo prudente lavoro nelle “zone bianche”.
Zhou En-lai faceva parte dei “28 bolscevichi” legati strettamente al Comintern e considerava Mao come espressione dei contadini ricchi, come manifestazione del campanilismo e del conservatorismo proprio della coscienza contadina.
Mosca e il Komintern erano lontani: le diatribe all’interno del PCC in quel frangente non potevano, e la situazione si ripresenterà anche nella “rivoluzione culturale”, che premiare chi meglio sapeva maneggiare il potere militare al quale doveva inchinarsi qualsiasi Comitato Centrale di un Partito che ormai era solamente un esercito in fuga attraverso la Cina, evento questo conosciutissimo nella storia di quel paese ricco di rivolte e guerre contadine. Mao nel maneggio della struttura militare era senz’altro il migliore, ma, come già avemmo occasione di dire per la riabilitazione di Liu Shaoqi nel marzo di quest’anno, il partito di classe non ha da incensare né condannare nessuno dei pretesi attori della lotta di classe in Cina, essendo vinti e vincitori comunemente compresi in ciò che fu la controrivoluzione staliniana.
In campo agrario possiamo distinguere come certe misure e provvedimenti del potere statale accelerano lo sviluppo delle fasi 1° e 2°, ma rimane il fatto che non abbiamo da scegliere, per definire i sostenitori del programma marxista rivoluzionario, fra i difensori del kulak-contadino ricco (Mao e compagni) e quelli che invece, secondo le tesi che portarono alla collettivizzazione forzata in Russia negli anni Trenta, ne volevano lo sterminio, atteggiamento questo che senz’altro corrispondeva alle esigenze proprie dei contadini poveri e senza terra cinesi.
Ambedue gli schieramenti difettavano sulla prospettiva internazionale la quale nella visione marxista, lega i destini delle rivoluzioni nazionali dell’Oriente a quelle schiettamente operaie dell’Occidente; altrimenti qualunque sia la politica intrapresa in campo agrario, knut o carota per il kulak poco importa, l’unico risultato al quale si approda è di aver lavorato per il libero svolgersi dell’accumulazione di Capitale, compito certo grandioso per buona parte dell’Asia di allora, ma che è altra cosa dalla “rivoluzione in permanenza» per la quale scrissero e lottarono Marx e Lenin.
Gli sforzi del primo per la Germania del 1848, del secondo per la Russia del 1916 andavano nel senso di accorciare ed anche saltare la tappa di una accumulazione nazionale di Capitale, compito invece al quale si erano venduti i due schieramenti compresi nel PCC, anno 1935, quello di Mao e quello dei “28 bolscevichi».
La politica di riduzione degli affitti durante il Fronte Unito antigiapponese
Dopo la conferenza di Zunyi del gennaio, la Lunga Marcia da poco conclusasi, si ha nel dicembre 1935 la riunione di Wayaopao dell’Ufficio politico del CC del PCC, seguito da una riunione di attivisti presieduta da Mao il quale vi svolge un rapporto titolato “Sulla tattica contro l’imperialismo giapponese”.
La conferenza di Zunyi aveva sconfessato la vecchia politica di “sinistra”; la riunione di Wayaopao segna invece la prima manifestazione della nuova politica “giusta e corretta” nei confronti dei contadini, del popolo, per riprendere la terminologia maoista.
Il rapporto, con l’invasione giapponese che rischia di trasformare la Cina in colonia, rivitalizza oggettivamente la borghesia nazionale il cui atteggiamento è passibile di mutamenti; puntando su tale mutamento il PCC propone di «creare un largo fronte rivoluzionario unito», ed infine di cambiare il nome delle zone rosse Repubblica degli operai e dei contadini in Repubblica popolare.
«Il nostro governo non rappresenta soltanto gli operai e i contadini ma tutta la Nazione», ribadisce il rapporto che più in là afferma: «Nella fase della rivoluzione democratica, la lotta fra il lavoro e il capitale ha dei limiti. Le leggi sul lavoro della repubblica popolare salvaguarderanno gli interessi degli operai, ma non saranno dirette contro l’arricchimento della borghesia nazionale e lo sviluppo dell’industria e del commercio nazionale, poiché tale sviluppo nuoce agli interessi dell’imperialismo ed è a vantaggio degli interessi del popolo cinese».
E del popolo cinese facevano parte a pieno titolo oltre ai contadini medi, agiati e ricchi, anche tutti coloro che si opponevano al Giappone, qualunque fosse la loro appartenenza di classe, porta aperta non solo per la borghesia nazionale membro del popolo maoista ma anche per i proprietari fondiari patriottici !
Anche il Guo-min-dang, anche Jiang Jieshi potevano far parte del popolo cinese, nonostante un decennio prima fossero stati i carnefici del proletariato di Shanghai e Canton; bastava che riprendessero i principi di Sun-Yat-sen. Ed è sulla base dei tre principi dell’ingenuo dottore, indipendenza, democrazia e benessere del popolo, che dal 22 settembre 1937 riprende la collaborazione fra il PCC ed il Guo-min-dang. Sull’altare di questa collaborazione vengono, non poteva essere altrimenti, sacrificate le passate proclamazioni di rivoluzione agraria.
Leggiamo da Mao: «Per mettere fine ai conflitti armati all’interno del paese, il Partito comunista è disposto a cessare la politica di confisca con la forza delle terre dei proprietari fondiari, ed è pronto a risolvere nel corso dell’edificazione della nuova repubblica democratica il problema agrario per via legislativa o con altri mezzi appropriati. Il primo problema da risolvere è di sapere a chi appartiene la terra cinese, se ai giapponesi o ai cinesi. Poiché la soluzione del problema agrario dei contadini è subordinata alla difesa della Cina, è assolutamente necessario passare dalla confisca con la forza a nuovi metodi appropriati» (da “I compiti del Partito Comunista Cinese”, 3 maggio 1937).
E ancora: «La rivoluzione agraria basata sul principio “la terra a chi la lavora” è esattamente la politica proposta dal dott. Sun Yat-sen; oggi, noi cessiamo di applicare questa politica perché vogliamo unire il maggior numero di persone nella lotta contro l’imperialismo giapponese, e non perché la Cina non abbia bisogno di risolvere il problema della terra» (da “Compiti urgenti dopo la realizzazione della cooperazione”, 29 settembre 1937).
I nuovi metodi e la grande unità auspicati dovevano significare solamente l’abbandono delle misure di confisca della terra (sia con la forza che con il bollo tondo della legislazione del Guo-min-dang) e l’inizio della politica di semplice ribasso dei canoni di affitto.
«La decisione del CC del PCC sulla politica della terra nelle aree di base antigiapponese» del 28 gennaio 1942 ricorda e riassume tutta la politica agraria seguita nel decennio 1937-47, politica che essenzialmente si basava su: 1) riduzione dei canoni di affitto del 25% rispetto all’anteguerra, canoni che possono raggiungere al massimo il 37,5% del prodotto; 2) limitazione dei tassi di interessi per prestiti all’1,5% il mese.
Nello stesso tempo la “Decisione” ribadiva che «la garanzia della riscossione degli affitti e degli interessi sono il secondo aspetto della politica agraria del PCC». 3) «Garanzia dei diritti politici oltre che economici dei latifondisti, dei contadini ricchi e dei borghesi che concorrono nel fronte unito anti-giapponese. 4) «Le ragionevoli richieste di latifondisti e contadini debbono essere soddisfatte, ma le parti devono sottomettersi ai supremi interessi della resistenza nazionale».
Certo la risoluzione del 28 gennaio 1942 non fu applicata alla lettera dappertutto; le difficoltà di comunicazione generale e la totale situazione di scontri e guerriglia locale fece sì che i “vecchi quadri» in molte regioni continuassero con le vecchie pratiche, oramai battezzate “deviazioni di sinistra” e contro le quali Mao da Yan’an tuonava.
Un esempio, non l’unico, è nello scritto “Sulla politica” del 25 dicembre 1940, in cui Mao deve rimbrottare non solo le “deviazioni di sinistra” in campo agrario ma anche rispetto alle condizioni dei lavoratori.
Citiamo: «Gli aumenti salariali e le riduzioni delle ore di lavoro non devono essere eccessive (…) è ancora difficile introdurre dappertutto la giornata lavorativa di 8 ore, e in alcuni settori della produzione bisogna ancora permettere che si mantenga la giornata lavorativa di 10 ore. In alcuni settori la giornata lavorativa deve essere fissata tenendo conto delle circostanze (…) gli operai devono osservare la disciplina del lavoro e devono permettere ai capitalisti di realizzare un certo profitto (…) Il peso fiscale non deve essere fatto gravare esclusivamente sui proprietari fondiari e sui capitalisti».
Rimane quindi evidente che, se nemmeno lo stesso PCC riuscì del tutto ad incanalare proletariato delle città e contadini poveri, lo sforzo dell’intera leadership del PCC andava in tal senso e in questo non faceva che riprendere il testimonio dal Guo-min-dang diventando lui stesso il vero Guo-min-dang cioè il Partito nazionale di una Cina borghese !
Non per niente le misure di riduzione dei fitti e degli interessi il PCC le aveva trovate nelle Regioni sotto il suo controllo, nel Codice Penale del Governo nazionalista di Jiang Jieshi; il 30 gennaio 1930 infatti il Guo-min-dang aveva promulgato una legge agraria che proibiva di esigere un affitto superiore al 37,5% del prodotto coltivato, legge che allora il PCC denunciò con violenza come un pannicello caldo, ma che 7 anni dopo riprendeva garantendone l’applicazione cosa a cui mai era riuscito lo screditato ed anche debolmente centralizzato Guo-min-dang.
L’unico risultato della politica della riduzione degli affitti fu il rafforzamento dei contadini medi e ricchi. In mancanza di dati globali citeremo delle cifre relative a 35 villaggi della zona delle regioni del Shanxi-Hebei, che sono di per sé rivelatori di una situazione ammessa, del resto, dai dirigenti cinesi:
Categoria
Numero di aziende in %
Superficie coltivata in %
1937
1942
1937
1942
Proprietari fondiari
2,42
1,91
16,43
10,17
Contadini ricchi
4,50
7,88
21,93
19,56
Contadini medi
35,42
44,31
41,69
49,14
Contadini poveri
47,53
40,95
19,10
20,12
(Ti Ch’ao pei, “Il problema contadino nella Cina del dopoguerra)
Situazione che ci fece così commentare nel n. 1, anno 1963 del Programma Comunista:
«Vediamo il PCC sdrucciolare sempre più al di sotto del radicalismo borghese: dalla “nazionalizzazione” strappata in Russia, alla “divisione nera” (la spartizione egualitaria delle terre) che Lenin riuscì ad evitare; dalla “divisione nera” all’ “arricchitevi” staliniano – a una riforma alla Stolypin, in cui il proprietario fondiario non ha che da passare la mano al kulak».
Tale risultato era il logico approdo di una politica di “unità nazionale” e di “blocco delle classi” che doveva sacrificare gli interessi economici e politici dei contadini poveri e senza terra come del proletariato delle città alla formazione dello Stato nazionale, alla parola d’ordine: “tutto per il fronte nazionale” !
Giudizio che non viene sfiorato dalla “difficile” collaborazione fra Guo-min-dang e PCC durante gli anni 1937-45 e che, dopo i due primi anni di latte e mieledurante i quali lo stesso Mao definiva Jiang Jieshi come “leader supremo e generale in campo” magnificandone “la direzione della nazione cinese” (dall’opuscolo “Nuova tappa” dell’ottobre 1938, opuscolo ritirato a fine guerra e manipolato totalmente nel testo “Il posto del PCC nella guerra nazionale”), vide una vera e propria guerra sotterranea che più volte sfociò in scontri sanguinosi e crudeli fra le armate del Guo-min-dang e quelle del PCC ribattezzate “popolari”.
Infatti al VII Congresso del PCC, il 24 aprile 1945, poco prima della fine della guerra contro il Giappone, Mao tiene il famoso rapporto titolato “Sul governo di coalizione”; il tono talvolta aspro nei confronti della cricca che deteneva le redini del Guo-min-dang definita «ipocrita, traditrice e fascista, espressione reazionaria dei proprietari fondiari, dei grandi banchieri, dei grandi compradores» non può celare il programma “unitario e borghese” del PCC.
Così Mao: «Proponiamo di instaurare, dopo la completa sconfitta degli invasori giapponesi, un sistema statale che noi chiamiamo di nuovo democrazia, ossia un’alleanza democratica con le caratteristiche del fronte unito, fondato sulla stragrande maggioranza della popolazione e posta sotto la direzione della classe operaia (…) alcuni sospettano che i comunisti cinesi siano contrari allo sviluppo della iniziativa individuale, allo sviluppo del capitale privato e alla difesa della proprietà privata, ma si sbagliano (…bisogna) dare alle masse cinesi la possibilità di sviluppare liberamente l’iniziativa individuale nella società, di assicurare il libero sviluppo dell’economia capitalistica privata che, però, non deve “dominare la vita del popolo”, ma essere utile al popolo, e infine di assicurare la difesa della proprietà privata legittimamente acquisita (…) per un lungo periodo in Cina esisterà una forma particolare di Stato e di potere politico, assolutamente necessaria e razionale per noi, ossia uno Stato e un potere politico di nuova democrazia, fondati sull’alleanza delle varie classi democratiche».
Per il marxismo decifrare la proposta di Mao è semplice: il criterio borghese di una rivoluzione borghese è “libertà, uguaglianza, fraternità e… Benthan” che tradotti nel linguaggio maoista si mutano in “indipendenza nazionale, fronte unito, nuova democrazia e… sviluppo del Capitalismo”, raccogliendo «i tre principi del popolo di Sun Yat-sen che – sempre secondo il testo maoista – gettati a mare dai reazionari del Guo-min-dang, furono ripresi dal popolo, dal Partito Comunista e dagli elementi democratici».
Ma tale risultato ha un prezzo ! Si afferma non già il programma agrario radicale del trasferimento della rendita allo Stato con la nazionalizzazione della terra, ma le mezze misure della politica agraria del Guo-min-dang, situazione che sostanzialmente non cambierà con la riforma agraria del giugno 1950 e la divisione in piccoli lotti della terra, misura tanto inadatta a trasformare la Cina da “paese agrario” a “paese industriale” che appena realizzata iniziò il periodo della collettivizzazione, questione di cui ci occuperemo nel seguito.
Giudizio conclusivo del periodo preso in esame:come nella rivoluzione del 1924-27 il PCC sacrificò gli interessi politici del proletariato, così nel periodo di incubazione della “Repubblica popolare” a nuova democrazia, anni 1937-45, ad essere sacrificati toccò agli interessi sociali dei contadini poveri e senza terra.