Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista 84

Solo il proletariato potrà surrogare l’impotente borghesia iraniana

A sentire la stampa occidentale, di destra, di centro o di sinistra, la « tragedia » presente dell’Iran, come è comunemente chiamata questa convulsa fase quasi di guerra civile e di completo tracollo economico, ha una sola causa; alla vecchia dittatura dello Scià se ne è sostituita una nuova, oscurantista e ben più micidiale, perché almeno la dinastia Pahalavi uno straccio di unità nazionale era riuscita a darla allo Stato dilaniato da mille contrasti etnici e di classe, ed una struttura economica moderna in senso capitalistico, mentre i preti dell’Islam, conquistato per conto delle altre classi che hanno più o meno partecipato alla liquidazione dello Scià, la direzione dello Stato, lo stanno portando allo sfacelo politico e produttivo.

In questa geniale sintesi sono tutti d’accordo. E se alcuni ripetono il nauseante e reazionario ritornello secondo cui le rivoluzioni divorano i propri figli, altri di scuola diversa, lamentano la perdita della grande opportunità storica di creare, abbattuto il servo dell’imperialismo americano ed il suo apparato di terrore, una nuova e forte democrazia, nella quale potessero avere cittadinanza tutte le forze che hanno contribuito all’abbattimento del tiranno e del suo regime corrotto.

Per la verità, a qualche bello spirito del PCI, che ha scritto sull’Unità delle ultime vicende d’Iran, forse sotto l’impressione delle bombe, che scoppiano con tanta tranquillità da far saltare in aria due terzi del gruppo dirigente del partito islamico, delle feroci e continue fucilazioni di rappresaglia compiute dalla milizia armata « dello stato », delle faide sanguinose tra opposte fazioni, forse « allarmato » dal possibile sbocco in una aperta guerra civile nella quale distinguere i « buoni » dai « cattivi » non sarebbe tanto facile, a questo bello spirito è venuta la tentazione, ma solo la tentazione, di « compiere una drastica revisione » del giudizio dato sui fatti d’Iran, e negare che il rovesciamento della monarchia sia stata una rivoluzione; per fortuna che poi quest’ipotesi meccanicistica, con acuto senso storico e dialettico è stata respinta.

L’opportunismo dà la sua versione dei fatti, diversa nelle argomentazioni, ma congruente nella sostanza con quella del radicalismo borghese e del più ottuso conservatorismo.

I fatti indicano, per le grandi menti del PCI, che in Iran si è svolta una rivoluzione « popolare » (termine di significato equivoco, per il materialismo dialettico, ed in ogni caso non applicabile all’Iran, in cui tutto era « all’ordine del giorno » salvo una rivoluzione democratica borghese), che questa rivoluzione « popolare » ha avuto le sue svolte, i suoi alti e bassi, le sue battute d’arresto, ma popolare era e popolare rimane; il comunismo rivoluzionario ha però ben appreso quanta carognaggine e tradimento si celino sotto il termine « popolare » — forse nel futuro sarà anche possibile una ripresa di tale movimento — leggasi uno straccio di riforme e democrazia all’occidentale — ma al presente la direzione dello Stato è nelle mani « di uomini del passato ».

Per una « rivoluzione », non c’è male!

Coerenza vorrebbe, a questo punto, che si parlasse apertamente di una « controrivoluzione »; ma una simile terminologia, tali concetti, sanno troppo di marxismo dogmatico per turbare gli ottusi pragmatici dell’Unità e di tutta quella pleiade di fessi che dopo aver elevato canti

al popolo in armi dell’Iran, non sanno più che pesci prendere ora che la spaccatura tra i diversi interessi delle classi, fra l’organizzazione feudale che per la latitanza o l’ignavia degli altri gruppi

sociali dominanti ha fornito il cemento ideologico e la guida materiale, si è fatta ampia e non più sanabile.

E quindi anche il povero Bani Sadr, ex figlio prediletto della gran guida Komeini, diventa per i democratici della patria sua e per quelli dell’occidente, uno sfortunato campione di un per ora

abortito rinnovamento democratico, come lo fu il suo compagno predecessore Bazargani, ieri dimessosi dalla carica di presidente della repubblica per manifesta incapacità di mediare il diavolo delle esigenze borghesi con l’acquasanta della legge di Allah, oggi, dopo le bombe e gli attentati, ricomparso ligio ed attento al parlamento islamico, per dimostrare chiaramente agli ipercritici posti da che parte egli stia; più fortunato invero, che ebbe tempo e modo di andarsene senza troppi guai, dall’ex presidente cacciato in clandestinità a furor di mitra.

L’ideologia liberal-democratica della borghesia industriale è incapace di concretizzarsi in un partito politico, in un programma di azione, e gli strati urbani della ricca borghesia mercantile oscillano tra una larvata simpatia alle opposizioni democratiche, e l’incapacità di troncare il legame con i preti, verso i quali vantano crediti enormi. Il peso della resistenza allo strapotere delle bande islamiche ricade allora sulla piccola borghesia delle città, che con etichette diverse, fino all’estremo dell’islamo-marxismo, è arrivata a scoprire un preteso riformismo di Bani Sadr, ed ha aggiunto

anche questa coccarda alla bandiera della democrazia.

In tutto questo marasma di contrastanti interessi ed aspettative per il futuro dello Stato, al di là di obbiettivi estremamente generici, il fronte anti regime, che nemmeno riceve l’appoggio del Tudeh e di altre formazioni della « sinistra » iraniana, in ligie prese di posizione e disposizioni dell’URSS, non presenta alcuna alternativa sul piano politico; la

sua opposizione non ha alcun programma, oltre le bombe, i sabotaggi, le manifestazioni in difesa di Bani Sadr, a suo tempo uno dei più accesi « teorici del komeinismo ».

I contadini, proprietari fondiari e piccoli proprietari — quelli almeno che sono riusciti a resistere sulla terra, ché gli altri sono andati ad ingrossare l’esercito dei sottoproletari delle città —

sono assolutamente assenti in questo scontro; né i democratici, né i preti hanno espresso uno straccio di riforma agraria che polarizzi i contadini su di un fronte di lotta, o separi chiaramente gli

interessi dei latifondisti da quelli del resto dei contadini. Nata movimento urbano, cieca ad ogni potenzialità delle campagne, la « rivoluzione » si sta smembrando e rimane « fatto » delle città.

Il proletariato è da parte sua ugualmente assente come organizzazione autonoma; diviso nei suoi afflati tra l’uno e l’altro fronte, assolutamente privo di ogni direzione classista e rivoluzionaria,

sembra manifestare simpatie tanto per i « mujahedin del popolo », che per il partito repubblicano islamico; ma tanto è il suo peso specifico « basso » in questa situazione — contrariamente per le

vicende della cacciata dello Scià, sostenute da poderosi scioperi nelle fabbriche e nell’industria estrattiva — che le notizie sul comportamento del proletariato di fabbrica, sono scarsissime; le sole

dolenti che giungono sono quelle del crollo inarrestabile dell’attività produttiva.

La repressione comunque non sembra toccare per ora gli operai, sicuramente

anche per la loro scarsa o nulla partecipazione. E’ questa assenza sulla scena politica di una direttiva classista e rivoluzionaria, la vera tragedia dell’Iran. Non una sola voce si è levata per opporsi alla guerra di frontiera con l’Irak; tutti, a destra e sinistra, si schierano per la

difesa dei sacri confini della patria. Non una sola indicazione ai proletari dei due

stati in guerra di stringersi nella solidarietà di classe al di là delle frontiere borghesi. Questi sono gli atti che caratterizzano in modo inequivocabile la natura di un movimento; e la rivoluzione

iraniana non è mai esistita.

Il partito comunista iraniano, il Tudeh,in perfetta linea con la prudenza dell’URSS, appoggia cautamente il regime islamico; e del resto alcune correnti del komeinismo si mostrano apertamente favorevoli ad una alleanza tra Iran e Unione Sovietica. La stessa accusa che viene rivolta ai marxisti-islamici ed a Bani Sadr, l’accusa con la quale finiscono davanti al plotone di esecuzione delle guardie islamiche i militanti dei mujaeddin del popolo è infatti proprio quella di complotto con l’imperialismo americano.

E forse non a torto; oltre gli slogan della propaganda di regime, questi scontri che sembrano preludere alla guerra civile, saranno attraversati dalla lotta tra i due blocchi mondiali, l’effetto della

quale traspare con chiarezza nella guerricciola di frontiera con l’altro candidato a guardiano del Golfo Persico, alimentata e controllata dall’imperialismo sovietico ed americano, benché nessuno dei due vi compaia esplicitamente. Crollato il regime dello Scià, pilastro degli interessi americani nella zona cruciale del Golfo, la guerrattina che tutti si guardano bene di spegnere, nella quale paradossalmente si è con ovvio appoggio tutto l’uno che l’altro dei contendenti, indica bene la

volontà di un progressivo (e senza troppe scosse sul piano internazionale) destabilizzarsi dell’area, per ritrovare il controllo sulla sponda orientale del golfo gli USA, per subentrare in Iran senza

rompere con l’alleato di ieri, l’Irak, la URSS.

L’ayatollah Kalkali in un viaggio a Mosca organizzato dal Tudeh, ha ottenuto promesse di rifornimento di armi e assistenza; la partita in Iran è di certo ancora aperta per l’uno e l’altro imperialismo, ma senza dubbio la « rivoluzione », quella dei preti o quella degli

islamico-marxisti, dovrà scegliere uno dei due campi.

Solo la presenza di una forte organizzazione comunista e rivoluzionaria avrebbe potuto evitare questa amara, anche per lo stato borghese d’Iran, scelta; l’assenza anche di una tradizione in questo

senso, anzi la forza di una tradizione precedente democratico-borghese, ha spinto i fatti in altra direzione. Rimane un elemento però altamente positivo, dal quale speriamo di trarre tante lezioni

salutari per il futuro.

Neanche la democrazia, nel senso occidentale vagheggiato dai resistenti iraniani, è di fatto ormai praticabile; ad una forma dittatoriale se ne sostituisce « necessariamente » un’altra, la democrazia è un lusso che né le due superpotenze, né lo stato iraniano si può permettere. In certo qual modo, a termini completamente rovesciati, lo stupido articolista dell’Unità aveva colto un fatto

dinamico. In Iran la partita non è chiusa per nessuno. Le condizioni economiche continuano a peggiorare, e se un certo margine è ancora dato dagli ultimi aumenti salariali, per coprire il deficit la

banca centrale d’Iran ha continuato ad emettere moneta; le illusioni monetarie per gli operai non dureranno a lungo.

Lotte economiche devono di necessità riprendere.

L’onda del movimento è tutt’altro che placata, e questa volta la partita vedrà schierata la classe operaia in prima persona: le condizioni per una ripresa autonoma della lotta di classe non sono

compromesse.

E questa è l’unica nostra prospettiva di rivoluzionari.