Partito Comunista Internazionale

Prometeo (I) 1924/5

Organizzazione e disciplina comunista

Premessa della questione

I problemi inerenti ai rapporti della vita interna dei partiti rivoluzionari si presentano di viva attualità per la recente e importante discussione nel seno del Partito Comunista Russo, e perché si risollevano, sia in tutta la polemica comunista con altri movimenti che si richiamano al proletariato, sia nei dibattiti interni su tutti i casi di dissenso e di crisi particolari della nostra organizzazione comunista internazionale.

Per lo più la questione viene posta in modo erroneo contrapponendo i due criteri della dipendenza meccanica centralista e della democrazia maggioritaria. La questione va invece posta con metodo dialettico e storico e per noi marxisti non avrebbe alcun senso un “principio” sia centralistico sia democratico che si volesse presentare come norma pregiudiziale da cui si deve partire obbligatoriamente nel risolvere il problema.

In uno dei numeri della Rassegna Comunista chi scrive pubblicò un articolo sul “Principio democratico”, considerandone l’applicazione sia nello Stato che nelle organizzazioni sindacali e politiche, e svolgendo la dimostrazione che per noi tale principio non ha sussistenza alcuna, mentre può parlarsi soltanto di un meccanismo di democrazia numerica e maggioritaria che può essere conveniente per dati organismi, in date situazioni storiche, di introdurre o non introdurre.

È implicita nel pensiero marxista la critica della pomposa illusione maggioritaria secondo cui la via giusta è sempre indicata dal confronto fra le cifre di una votazione in cui ogni individuo abbia il medesimo peso e la medesima influenza. E questa critica del criterio maggioritario può arrivare a respingerlo come illusorio non soltanto nel monumentale inganno dello Stato borghese parlamentare, ma anche per il funzionamento dello Stato rivoluzionario, anche nel seno di organismi economici proletari e dello stesso nostro Partito, salva sempre la eventualità di doverlo adottare in pratica in mancanza di una migliore convenzione organizzativa. Nessuno più di noi marxisti riconosce la importanza della funzione delle minoranze organizzate, e la assoluta necessità nelle fasi della lotta rivoluzionaria che la classe e il Partito che la conduce funzionino sotto la stretta dirigenza delle gerarchie della propria organizzazione e con la più solida disciplina.

L’esserci così liberati d’ogni pregiudizio di carattere egualitario e democratico non deve, però, condurre a porre a base della nostra azione un nuovo pregiudizio che sia la negazione formalistica e metafisica del primo. Ci richiamiamo a tale proposito a quanto abbiamo scritto nella prima parte dell’articolo sulla questione nazionale (n. 4 di Prometeo) sulla maniera di prospettarci i grandi problemi del comunismo.

Che nella pratica il meccanismo organizzativo e la regola di funzionamento interno dei Partiti Comunisti sia una linea intermedia, per così dire, tra l’assoluto centralismo e l’assoluta democrazia, risulta dalla stessa espressione di “centralismo democratico” ricorrente nei testi dell’Internazionale, e viene ricordato opportunamente nella nota lettera del compagno Trotski che ha suscitato grandi discussioni tra i compagni russi.

Diciamo subito che, come non crediamo di poter chiedere le soluzioni dei problemi rivoluzionari ai principi astratti e tradizionalisti sia di libertà sia d’autorità, così poco ci soddisfa l’espediente di trovare la nostra risposta attraverso una specie di miscuglio dei due termini suddetti quasi considerati come ingredienti fondamentali da combinare tra loro.

La posizione comunista nei problemi d’organizzazione e di disciplina deve secondo noi risultare molto più completa, soddisfacente ed originale.

Per indicarla in sintesi (ben facendo comprendere che siamo contro ad ogni criterio di federalismo autonomistico, e accettiamo il termine di centralismo in quanto ha valore di sintesi e d’unità contrapposto all’associarsi quasi casuale e “liberale” di forze sorte dalle più svariate iniziative indipendenti), noi preferiamo da tempo l’espressione di “centralismo organico”. Quanto ad un più completo svolgimento della conclusione accennata, riteniamo che lo si avrà, meglio ancora che dallo sviluppo di questo studio di cui tracciamo qui qualche premessa iniziale, assai probabilmente in testi che potranno essere discussi nel V Congresso Comunista mondiale. Il problema è anche considerato in parte nelle tesi tattiche per il IV Congresso che sono state recentemente riprodotte da Stato Operaio.

Veniamo ora a qualche semplice richiamo storico che si deve tener presente per scongiurare ogni soluzione semplicista del problema, sia quella che ad ogni momento vuole un voto per dar ragione alla maggioranza, sia quella che per tutti i casi dà invece ragione alle gerarchie centrali e supreme. Si tratta di mostrare come si deve giungere per una via reale e dialettica al superamento effettivo dei dilemmi talvolta tormentosi a cui non di rado i problemi di carattere disciplinare conducono nella pratica.

Richiamiamoci alla storia dei partiti socialisti tradizionali e della II Internazionale. Questi partiti, nei gruppi opportunisti che n’avevano presa la direzione, si rifugiavano nell’ombra dei principi borghesi di democrazia e d’autonomia dei vari organi. Ciò però non impediva che contro gli elementi di sinistra che reagivano alle tendenze revisionistiche e opportuniste si adoperasse largamente lo spauracchio della disciplina alle maggioranze e della disciplina ai capi. Questo diventò anzi l’espediente fondamentale col quale quei partiti potettero assolvere, soprattutto allo scoppio della guerra mondiale, la funzione, in cui degenerarono, di strumenti per la mobilitazione ideologica e politica della classe operaia da parte della borghesia. S’impose così una vera dittatura degli elementi di destra, contro la quale i rivoluzionari dovettero lottare, non perché fossero violati principi immanenti di democrazia interna di partito o per battersi contro il criterio d’accentramento del Partito di classe, che proprio la sinistra marxista invece rivendicava, ma perché nella realtà concreta si trattava di opporsi a forze effettivamente anti-proletarie e anti-rivoluzionarie.

Si giustificò così pienamente in quei partiti il metodo di costituire frazioni d’opposizione ai gruppi dirigenti, di condurre contro di essi una critica spietata, per poi giungere alla separazione e alla scissione che permisero di fondare gli attuali Partiti Comunisti.

È quindi evidente che il criterio della disciplina per la disciplina viene, in date situazioni, adoperato dai controrivoluzionari e serve ad ostacolare lo sviluppo che conduce alla formazione del vero Partito rivoluzionario di classe.

L’esempio più glorioso, di come bisogna saper disprezzare l’influenza demagogica di tali sofismi, c’è dato proprio da Lenin, il quale fu cento volte attaccato come dissolvitore, disgregatore, violatore dei doveri di partito, ma proseguì imperterrito per la sua via, e divenne con perfetta logica il rivendicatore dei sani criteri marxisti di centralizzazione organica nello Stato e nel partito della rivoluzione.

Invece l’esempio più disgraziato dell’applicazione formalistica e burocratica della disciplina c’è dato dal voto che lo stesso Carlo Liebknecht si considerava costretto a dare il 4 agosto del 1914 a favore dei crediti di guerra.

È certo dunque che ad un certo momento ed in una certa situazione, la cui possibilità di prodursi e forse riprodursi dovremo meglio considerare a suo tempo, l’indirizzo rivoluzionario è contrassegnato dalla frattura della disciplina e nell’accentramento gerarchico di una preesistente organizzazione.

Non diversamente avviene nel seno delle organizzazioni sindacali di cui moltissime sono tuttora dirette da gruppi controrivoluzionari. Anche qui i dirigenti hanno tenerezza per la democrazia e per la libertà borghese, e si schierano tra quelli che respingono con orrore la tesi comunista sulla forza e la dittatura rivoluzionaria. Ciò non toglie però che i comunisti, lottando nel seno di tali organismi, debbano continuamente denunziare i procedimenti dittatoriali della burocrazia dirigente e mandarinesca; ed il metodo concreto per cercare di detronizzarla è il rivendicare nelle assemblee e nelle votazioni l’applicazione di una pratica democratica. Questo non vuol dire che noi dobbiamo rifugiarci nella credenza dogmatica per la democrazia statutaria: non essendo affatto escluso che in date situazioni possa convenire di prendere la dirigenza di tali organismi anche con il colpo di mano. La guida che ci ricollega al nostro scopo rivoluzionario non può dunque mai essere fornita dall’ossequio formale e costante ai capi ufficialmente investiti, e neppure dall’adempimento indispensabile di tutte le formalità di una consultazione elettiva. Ripetiamo che una nostra soluzione va costruita in modo del tutto diverso e superiore.

Più difficile e delicato si presenta il problema quando passiamo ad occuparci della vita interna dei Partiti e dell’Internazionale Comunista. Tutto un processo storico ci separa dalla situazione che nel seno della vecchia Internazionale suggerì la costituzione di frazioni che erano partiti nel partito, e spesso la rottura sistematica della disciplina come avviamento alla scissione feconda di conseguenze rivoluzionarie.

La nostra opinione su tale problema è che non possa risolversi la questione dell’organizzazione e della disciplina nel seno del movimento comunista senza tenersi in stretto rapporto con le questioni di teoria, di programma e di tattica.

Non ci possiamo prospettare un tipo ideale di partito rivoluzionario, come il limite che ci prefiggiamo di raggiungere, e cercare di tracciare la costruzione interna e la regola di vita di questo partito. Giungeremo così facilmente alla conclusione che in un tale partito non possano essere ammissibili competizioni di frazioni e dissensi di organismi periferici delle direttive dell’organo centrale. Applicando sic et simpliciter queste conclusioni alla vita dei nostri partiti e della nostra Internazionale, noi però non avremo risolto nulla: non certo perché una tale applicazione integrale non sia per tutti noi altamente desiderabile, ma proprio perché nella pratica a tale applicazione non ci avviciniamo affatto. Più che l’eccezione, i fatti ci conducono a ravvisare la regola nella divisione dei Partiti Comunisti in frazioni, e nei dissensi che talvolta divengono conflitti tra questi Partiti e l’Internazionale.

Disgraziatamente la soluzione non è così facile.

Occorre considerare che l’Internazionale non funziona ancora come un partito comunista mondiale unico. È sulla via per arrivare a questo risultato, indubbiamente, ed ha fatto passi giganteschi rispetto alla vecchia Internazionale. Ma per assicurarci che proceda effettivamente e nel modo migliore in quella direzione desiderata, e confermare a tale obiettivo l’opera nostra di comunisti, dobbiamo associare la nostra fiducia nella essenza e capacità rivoluzionaria del nostro glorioso organismo mondiale ad un lavoro continuo basato sul controllo e la valutazione razionale di quanto avviene nelle nostre file e della impostazione della sua politica.

Considerata la disciplina massima e perfetta, quale scaturirebbe da un consenso universale anche nella considerazione critica di tutti i problemi del movimento, non come un risultato, ma come un mezzo infallibile di impiegare con cieca convinzione, dicendo tout court: la Internazionale è il Partito Comunista mondiale e si deve senz’altro seguire fedelmente quanto i suoi organismi centrali emanano, è un poco capovolgere sofisticamente il problema.

Noi dobbiamo ricordare, per cominciare l’analisi nostra della questione, che i partiti comunisti sono organismi ad adesione “volontaria”. Questo è un fatto inerente alla natura storica dei partiti, e non il riconoscimento di un qualunque “principio” o “modello”. Sta di fatto che noi non possiamo obbligare nessuno a prendere la nostra tessera, non possiamo fare una coscrizione di comunisti, non possiamo stabilire delle sanzioni contro la persona di chi non si uniformi alla disciplina interna: ognuno dei nostri aderenti è materialmente libero di lasciarci quando crede. Non vogliamo ora dire se è desiderabile o no che così stiano le cose: il fatto è che così stanno e non vi sono mezzi atti a mutarle. Per conseguenza non possiamo adottare la formula, certo ricca di molti vantaggi dell’obbedienza assoluta nell’esecuzione d’ordini venuti dall’alto.

Gli ordini che le gerarchie centrali emanano non sono il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività. Questo non è detto nel senso scioccamente democratico o giuridico, ma nel senso realistico e storico. Non difendiamo, dicendo questo, un “diritto” nella massa dei comunisti ad elaborare le direttive a cui devono attenersi i dirigenti: constatiamo che in questi termini si presenta la formazione di un partito di classe, e su queste premesse dovremo impostare lo studio del problema.

Così si delinea lo schema delle conclusioni a cui noi tendiamo noi in materia. Non vi è una disciplina meccanica buona per la attuazione di ordini e disposizioni superiori “quali che siano”: vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa.

Si tratta dunque di un tracciamento del compito degli organi dirigenti. Chi dovrà farlo? Lo deve fare tutto il partito, tutta l’organizzazione, non nel senso banale e parlamentare del suo diritto a venire consultato sul “mandato” da conferire ai capi elettivi e sui limiti di questo, ma nel senso dialettico che contempla la tradizione, la preparazione, la continuità reale nel pensiero e nella azione del movimento. Appunto perché siamo antidemocratici, pensiamo che in materia una minoranza può avere vedute più corrispondenti di quelle della maggioranza all’interesse del processo rivoluzionario.

Certo questo avviene eccezionalmente; ed è di estrema gravità il caso che si presenti questo capovolgimento disciplinare, come avvenne nella vecchia Internazionale e come è ben augurabile non abbia più ad avvenire nelle nostre file. Ma senza pensare a questo caso estremo, vi sono altre situazioni meno acute e critiche, in cui tuttavia il contributo dei gruppi nello invocare precisazione nelle direttive da tracciare al centro dirigente, è utile ed indispensabile.

Questa, in breve, la base dello studio della questione, che dovrà essere affrontata tenendo presente la vera natura storica del partito di classe: organismo che tende ad essere l’espressione dell’unificarsi verso uno scopo centrale e comune di tutte le singole lotte proletarie sorgenti sul terreno sociale, organismo che è caratterizzato dalla natura volontaria delle adesioni.

Noi riassumiamo così la nostra tesi, e crediamo di essere così fedeli alla dialettica del marxismo: l’azione che il Partito svolge e la tattica che adotta, ossia la maniera colla quale il partito agisce verso “l’esterno” hanno a loro volta conseguenze sulla organizzazione e costituzione “interna” di esso. Compromette fatalmente il partito chi, in nome di una disciplina illimitata, pretende di tenerlo a disposizione per un’azione, una tattica, una manovra strategica “qualunque”, ossia senza limiti ben determinati e noti all’insieme dei militanti.

Al massimo desiderabile di unità e solidità disciplinare si giungerà efficacemente solo affrontando il problema su questa piattaforma, e non pretendendo che sia già pregiudizialmente risolto da una banale regola di ubbidienza meccanica.

Teoria del materialismo storico (Pt.1)

Questa puntata e le altre che seguiranno sul materialismo storico nei prossimi numeri di Prometeo potrebbero a maggior diritto portar la firma del comp. Bucharin anziché la mia: ciò mi preme di dichiarare subito perché nessuno possa accusarmi di voler parere bello delle penne del pavone e più ancora per dovere di sincerità verso i nostri lettori proletarii. Dirò di più: avevo intenzione di scrivere alcuni articoli su questo interessantissimo argomento e già ne avevo in mente la trama, quando mi occorse di leggere il libro di Bucharin Teoria del materialismo storico edito in russo a Mosca pei tipi della libreria di Stato e credo già tradotto in tedesco dalla comp. Rubines. La perfetta coincidenza di vedute e soprattutto l’ordine e la sistematicità seguita dal Bucharin nella sua trattazione mi hanno indotto a soffermarmi egualmente sull’argomento, ma attenendomi, specialmente per ciò che riguarda l’ordine dell’esposizione, un po’ più fedelmente di quel che forse non avrei fatto, al modello che già esiste.

INTRODUZIONE

Gli scienziati borghesi quando si soffermano su qualche argomento di loro competenza, parlano con fare grave e misurato e direi quasi ieratico, come se la scienza fosse alcunché di nato non sulla terra, ma di disceso dal cielo: invece ogni scienza nasce dalle necessità della società e delle sue classi. Nessuno fa il conto delle mosche che si posano in ogni ora sul davanzale della sua finestra o delle foglie che cadono in autunno, ma c’è qualcuno invece che si preoccupa di contare il bestiame e di osservar le leggi della sua prolificazione, come di osservare la natura degli atomi delle materie e dei prodotti di cui ci serviamo, e più ancora della società in cui viviamo.

La classe operaia, ad ogni passo della sua lotta, si trova di fronte alla necessità della conoscenza delle scienze sociali: proprio per sviluppare la sua lotta contro le altre classi, essa deve sapere come queste classi si comportano, quali le loro condizioni e il loro sviluppo. Questo, in una prima fase, dopo la presa di possesso del potere, dovrà lottare contro il regime capitalistico degli altri paesi e con i resti della controrivoluzione; risolvere difficilissimi problemi circa la organizzazione della produzione e della distribuzione. Precisare i suoi fini immediati e remoti, come trarre massimo profitto dall’ingegno, come far sorgere dagli operai amministratori pratici nei vari rami dell’azienda statale, come avvicinarsi a larghi e spesso incoscienti strati della propria classe; tutti questi compiti richiedono la conoscenza della società, delle sue classi, delle sue particolarità, della sua condotta in questo o in quel caso, richiedono la conoscenza di relazioni economiche e psicologiche dei differenti gruppi della società; richiedono in una parola la conoscenza delle scienze sociali.

La classe operaia ha la sua scienza sociale, la sua filosofia della storia, la quale discende soprattutto da Carlo Marx.

Anche la borghesia ha creato le scienze necessarie alla sua pratica e nella sua qualità di classe dominante essa deve risolvere una grande quantità di questioni: come appoggiare il capitalismo, come assicurare il cosiddetto normale sviluppo della società capitalistica, cioè la regolare esazione del sopralavoro della classe operaia, come organizzare per questo scopo le sue istituzioni padronali preparando i quadri dei suoi impiegati, preti, poliziotti, scienziati, come trattare la politica con gli altri paesi, come liquidare i disaccordi nel seno della sua classe, come organizzare l’insegnamento perché il proletariato non sia selvaggio, non guasti le macchine e nello stesso tempo non sia disobbediente ai suoi illuminati guidatori. Per trovare la giusta strada, per orientarsi nella risoluzione pratica di questi problemi, per ciò e non per altro occorrono alla borghesia le scienze e non è a caso che i primi economisti siano stati grossi mercanti e attivi uomini di governo e che il grande teorico borghese Ricardo sia stato un abile banchiere.

Gli scienziati borghesi insistono sempre nell’affermare di essere i rappresentanti della cosiddetta «scienza pura», che tutte le passioni della terra, le lotte degli interessi, i desideri di guadagno e le altri miserabili cose di questo globo terracqueo nulla hanno di comune con la scienza; essi considerano lo scienziato come un dio che siede sull’alto della montagna, osservando impassibile questa nostra vita dalle mille svariate esigenze: la «sporca pratica» – essi dicono – non ha effetto alcuno sulla «pura» teoria.

Noi invece affermiamo il contrario: noi pensiamo che la scienza stessa nasca da esigenze pratiche e che risenta perciò del carattere della classe che le ha dato origine.

Ogni classe ha la sua pratica, i suoi problemi, i suoi interessi, il suo sguardo alle cose: la borghesia si occupa di distruggere l’organizzazione capitalistica e di assicurarsi il suo dominio su nuove basi. Non è dunque difficile capire che la pratica borghese ha esigenze diverse dalla pratica operaia; che la borghesia ha un suo sguardo alle cose la classe operaia un suo altro diverso, che la borghesia ha una sua scienza ed il proletariato naturalmente un’altra sua scienza. Non esiste dunque una scienza, ma la scienza borghese, per cui si dimostra che il plus valore non ha origine dal sopralavoro, e la scienza proletaria, che ha il suo nucleo fondamentale nella teoria del materialismo storico.

Premesso il carattere classista della scienza si presenta il problema se la scienza borghese sia superiore a quella proletaria, o quale delle due sia la vera; per noi la risposta è agevole, come agevole altresì sono le dimostrazioni delle nostre affermazioni. Osservando le condizioni della borghesia abbiamo notato che questa è interessata a conservare il regime capitalistico, e che, nonostante che tutto sia mutevole sotto il sole – vi era il regime degli schiavi, quello feudale, vi è il capitalismo, altri ne succederanno – non vuol confessare né comprendere che da una forma sociale si passa all’altra, crede nella eternità del suo regime e non è capace di osservare i fenomeni di sviluppo della società stessa, che continuamente si trasforma. Durante la guerra mondiale ad es., quale scienziato borghese ne aveva previste le conseguenze? Ciascuno si affannava a prevedere e a dimostrare la vittoria delle armi del proprio capitalismo e nessuno di essi aveva saputo prevedere la rivoluzione russa, inizio di quella mondiale: l’avevano prevista invece i comunisti e più specialmente i bolscevichi, perché i rappresentanti della scienza proletaria, che non sono interessati a mantenere in vita il vecchio, necessariamente devono essere molto più perspicaci. La scienza proletaria è dunque superiore a quella borghese perché esamina i fenomeni senza la passione offuscante dell’interesse immediato da tener vivo ed è la sola vera, perché essa soltanto sa prevedere e spaziar lo sguardo al di là dei meschini bisogni immediati.

La società umana è alcunché di molto complicato, e complesse sono anche le sue attività e le sue energie: esistono le molte questioni inerenti alla organizzazione governativa, alla religione, all’arte, alla filosofia, alle scienze esatte, alle relazioni famigliari etc., il tutto complicantesi con mille interferenze, onde dal torrente tumultuoso del vivere sociale, ponendo gli opportuni limiti, scaturiscono le varie divisioni della scienza: una studia il governo della vita economica, l’altra il diritto, l’altra la morale etc. Ognuna di queste divisioni si suddivide in due altre, delle quali una analizza l’oggetto in sé e l’altra il suo sviluppo nel tempo e nello spazio ed è la scienza storica: così ad es. la teorica del diritto esamina come sorge, come si modifica, da che dipendono le sue forme, mentre la storia del diritto si occupa di quando questo sorse, delle sue fasi successive, dello sviluppo in un tal luogo o in una tale epoca. Esistono poi due scienze che non considerano partitamente gli aspetti della vita della società, ma che la considerano nel suo insieme, nella sua complessità: la storia guarda e descrive come è passato nei secoli il torrente della vita; la sociologia le forme della vita sociale, il loro sviluppo, il loro fine, il cangiamento di esse. Donde si vede in quale rapporto stanno tra loro storia e sociologia: questa chiarisce le leggi dello sviluppo umano, dimostra ad es. che le forme dello stato dipendono da cause economiche e lo storico deve in qualsiasi epoca trovar questo vincolo e mostrare come si manifesta in concreto; la storia a sua volta arreca il materiale per le indagini sociologiche.

Il proletariato ha la sua sociologia, conosciuta sotto il nome di teoria del materialismo storico, o anche di metodo di materialismo della storia, o più semplicemente di materialismo economico. Tale geniale teoria, elaborata in prima da Marx e da Engels si manifesta come un acutissimo strumento del pensiero e della sapienza umana.

Mercè sua il proletariato si liberò da tutte le illusioni e gl’imbrogli che gli sbarravano il cammino e gli rendevano difficoltissima la sua lotta di classe; mercé sua i comunisti possono predicare la guerra civile e la rivoluzione, la dittatura proletaria e le forme future della economia sociale, la condotta delle diverse classi, partiti, gruppi, nella grandissima rivoluzione, dalla quale il mondo uscirà rinnovellato.

Alla esposizione e alla interpretazione dei varii fenomeni, delle forme e degli istituti sociali, dal nostro punto di vista classista, che abbiamo dimostrato essere il migliore e l’unico vero, e facendo tesoro delle esperienze specie dell’ultimo decennio, dedicheremo le puntate seguenti. Per dare al lettore un cenno dello schema della trattazione, del suo ordine e della sua importanza accenneremo brevemente alle cose che seguiranno, e che prenderanno all’incirca altre quattro o cinque o più ampie puntate. Saranno dunque argomento di queste brevi note sul materialismo storico l’etiologia e la teleologia (origine e scopo) delle scienze sociali, la vexata quaestio del determinismo e del libero arbitrio, la dialettica del materialismo, il complesso logico e reale della società, l’equilibrio tra società e natura e fra i varii elementi sociali, la distruzione e la ricostruzione dell’equilibrio sociale, lo sviluppo della lotta di classe fino alla futura società senza classi. Il tutto – è superfluo aggiungerlo – dal nostro punto di vista strettamente marxista, sperando così di far cosa grata ed utile ai nostri lettori proletari, dei quali, molti purtroppo, in diversi problemi essenziali hanno ancora le imprecise vedute delle quali la scienza borghese con larghezza di mezzi cerca d’imbottire tutti i cranii.