Partito Comunista Internazionale

Prometeo (II) 151

La guerra è l'opposto della rivoluzione

Non vi è gran che di nuovo se si confronta la situazione attuale con quella del 1914. Due sono le barricate e, come allora: da un lato, un gruppo sparuto di qualche decina di proletari belgi ed italiani, dall’altro un plebiscito immenso che abbraccia tutte le forze; dai fascisti, ai democratici, ai socialisti, centristi, trotskysti, comunisti di sinistra. Sì, anche dei fascisti, giacché la bubbola non ha nessun rapporto reale con la situazione, che cioè è unicamente sotto la costrizione violenta che dei lavoratori italiani partirono nel 1935-36 in Etiopia e successivamente in Ispagna. L’affarista antifascista che fa la guerra nelle redazioni dei giornali, oppure nei restaurants di Madrid od infine nelle sinecure di fronti dove la battaglia non si sviluppa, l’affarista antifascista guadagna il pane per i suoi denti (e che pane!), i soldi per gozzovigliare, quando fa credere agli operai che è con la rivoltella alla tempia che i «fascisti» partono per la Spagna e che, è sempre sotto la minaccia della violenza, che essi fanno la guerra e rischiano la loro vita.

Esiste una violenza non fisica, ma politica in Italia, in Germania, in Giappone, come d’altronde in Russia, Spagna, Cina, Francia e non vi è dubbio alcuno: nella situazione attuale questa violenza politica si esprima attraverso quella fisica e terroristica molto più in Russia che nei paesi fascisti, in forma più insidiosa nella Spagna repubblicana che in quella di Franco. Verità queste che non è facile oggi affermare e che espongono i militanti della rivoluzione a subire gli attacchi da parte di proletari che il veleno nemico è riuscito a sconvolgere a tale punto che essi si dirigono contro il solo manipolo che resta per difenderli e, che sa che per permettere la vittoria di domani, il comandamento è assoluto per oggi: non deflettere di un millimetro dal compimento del loro dovere.

Questa violenza politica si esprime attraverso la decapitazione del proletariato italiano: tutte le precedenti situazioni hanno determinato un tale grado di tensione che è impossibile dare corso oggi in Italia ai Gramsci, Tasca, Togliatti, Nenni, Trotsky, ecc. Se, per ipotesi, le carceri italiane si aprissero, da questi focolai di rivoluzione sorgerebbero dei militanti di classe, dei capi proletari che chiamerebbero il proletariato all’insurrezione, e che già lo chiamerebbero perché l’apertura della situazione rivoluzionaria sarebbe talmente incendiaria dal punto di vista sociale, che le masse non intenderebbero che una sola voce: quella della lotta per la rivoluzione comunista. È per questo che il fascismo è costretto ad esercitare questa violenza fisica contro la testa del proletariato. E le masse, private della loro testa, sono e non possono essere altrimenti, che la preda di tutte le ideologie nemiche, fra le quali quella della difesa della patria della «guerra giusta» in Etiopia od in Ispagna.

In altri paesi la situazione è diversa. La meno accentuata tensione sociale permette ancora libero corso ai Blum, Tasca, i Nenni, gli Stalin ecc, ma il risultato è ANALOGO: il proletariato è vittima di una violenza politica giacché il suo cervello è alimentato dal veleno capitalista: vincere la guerra di Spagna e di Cina, uccidere quanti più «fascisti» o «giapponesi» è possibile, questa sarebbe la via della salvezza. I giornali hanno pubblicato che la vittoria antifascista di Teruel ha costato 60.000 morti. Si supponga per un istante che domani, Saragozza sia presa stendendo al suolo 100.000 proletari, e si avrà un’idea di quanti poemi eroici sapranno scrivere, nelle sale redazionali, gli affaristi antifascisti: almeno quanti ne hanno scritto gli avventurieri del fascismo in Italia ed in Germania sulle precedenti vittorie dell’esercito di Franco.

Non vi è gran che di diverso dal 1914 e noi, non ci stupiamo affatto che dei proletari i quali avrebbero, nel 1935, giurato di restare fedeli alla divisa del disfattismo rivoluzionario nel corso della guerra imperialista, si siano poi trovati nella prima fila dell’interventismo per la guerra in Ispagna. Marx ci ha insegnato che gli uomini sono il prodotto delle situazioni e, quando una situazione di guerra ha potuto essere creata, è inevitabile che l’immensa massa vi si ricolleghi e applauda o passi sotto silenzio i massacri di Stalin in Russia, di Stalin che è alla testa dei guerrafondai (la Spagna ha preso il terzo posto fra i clienti dello stato russo, che buon affare!) e che è evidentemente il continuatore di Lenin ed anche della sua opera…

In fondo, la linea di demarcazione della barricata di classe può esprimersi in queste due formule: da un canto la vittoria nella guerra che soffocherebbe la rivoluzione, dall’altro il disfattismo nella guerra che apre la via alla rivoluzione.

Molte sono le varianti della tesi antifascista: la democratica che vuole uno stato liberato dall’oppressione feudale e clericale, la «Fronte Popolare» che vuole salvaguardare le conquiste di Luglio ma che subordina queste alla vittoria militare, la comunista di sinistra-anarchico massimalista che dice che la condizione della vittoria militare consiste nella salvaguardia e nell’estensione delle conquiste del Luglio 1936… Ma sul problema della guerra l’accordo è generale e, se intorno alle decine di migliaia di morti, di Teruel vi è il cordoglio dei rivoluzionari che si tormentano rabbiosi per non avere avuto la forza di impedirlo, vi è per contro la gioia di tutti gli antifascisti che conficcano su questi cadaveri le bandiere delle loro ideologie particolari.

Unica è per contro la tesi dei comunisti. La guerra conduce al rafforzamento del capitalismo e l’esperienza del 1914-18 è là per provarci che, laddove essa si termina con la vittoria militare, le condizioni sono le meno favorevoli per la lotta per la rivoluzione. A tale punto che, di contro alla credenza generale che il veleno capitalista ha potuto introdurre nei proletari, le condizioni per la lotta rivoluzionaria saranno domani meno sfavorevoli nel campo dove si sarà avuta la vittoria. Nel 1917-20 i movimenti rivoluzionari sono scoppiati nei paesi che uscirono o sconfitti, o insoddisfatti dalla guerra, e la vittoria comunista si ebbe in Russia dove vi fu un’opera costante e cosciente dei bolscevichi per il disfattismo rivoluzionario.

Noi sappiamo perfettamente che: ancora una volta, non si tratta di una lotta fra le idee dei guerrafondai di tutte le tinte e la nostra frazione che sostiene le posizioni comuniste. Sappiamo che il capovolgimento delle situazioni di guerra attuali (e, dal punto di vista politico questa situazione esiste di già anche laddove non vi è il conflitto militare) nelle opposte situazioni rivoluzionarie dipende dallo scoppio dei contrasti economici, i quali acquistano una portata estrema, giacché è estremo, il campo dal quale prorompono: quello dell’economia di guerra. Nel 1914-18 il contrasto essenziale derivava dall’impossibilità – dato il carattere mondiale della conflagrazione – di adeguare l’industria di consumo a quella di guerra. I contadini erano sul fronte in grande maggioranza e l’industria era consacrata esclusivamente alla fabbricazione di guerra; ne risultava l’affamamento, quello che dava poi origine allo scatenamento dei conflitti rivoluzionari.

Nella situazione attuale della circoscrizione a qualche settore della guerra imperialista, questo contrasto non si presenta più con le stesse forme acute e brutali. In tutti i paesi il tenore di vita delle classi lavoratrici è abbassato ed in Ispagna ben più che altrove (si ha ragione di presumere lo scoppio dei primi movimenti della fame in Ispagna), ma le circostanze non ci autorizzano a prevedere delle situazioni così favorevoli, come ne fu il caso nel 1917, allo scoppio di movimenti rivoluzionari di masse.

Ciò non toglie però che, se il capitalismo può evitare le forme estreme dei contrasti da un canto, esso non si trovi oggi di fronte ad un’altra serie di contrasti che non apparivano nel 1914-18. Vogliamo parlare della recente epidemia di scioperi in Francia. Dopo la prima fase gavella di Blum e l’Unione Sacra dove lo sviluppo dell’industria di guerra permetteva un accrescimento dei profitti senza per questo dovere procedere ad un abbassamento IMMEDIATO delle condizioni di vita dei lavoratori, la nuova fase ci è aperta in cui il capitalismo deve procedere ad un attacco contro le condizioni di vita dei lavoratori. Il nuovo Matignon si prepara, mentre i padroni dell’alimentazione e dei trasporti affermano categoricamente che vogliono la libertà di procedere a delle rappresaglie e la sentenza arbitrale di Chautemps si conclude esplicitamente con il riconoscimento della pianificazione del licenziamento dell’impianto di Goodrich. I grandi magnati sono infine riusciti a fare imporre la battuta agli operai: finire lo sciopero che avevano cominciato per impedire il licenziamento di un lavoratore giacché si sarebbe soddisfazione, la sentenza di Chautemps avendo affermato solennemente che «l’onore» dell’interessato è salvo ma che, egli sarà ugualmente licenziato, per delle ragioni diverse tuttavia da quelle primitivamente indicate dai padroni.

Nel 1914-18, questo contrasto nell’industria di guerra non appariva direttamente giacché la produzione era immediatamente smaltita. Oggi non si può collocare, malgrado la propaganda antifascista l’immensità degli armamenti che si produce e ne risulta che a breve scadenza, l’antagonismo di classe si manifesta anche nelle questioni rivendicative. Vi è dunque qui un fattore importante di contraddizione dell’economia di guerra e vediamo gradualmente disporsi la manovra antifascista. Innanzi tutto si parlerà ancora più di prima della guerra di Spagna (che mangia, Teruel!), in seguito si cercherà di ottenere l’adesione operaia alle rivendicazioni patronali, mettendo in evidenza la necessità di non disarticolare il Fronte Popolare, garanzia della vittoria in Ispagna e della lotta contro i cagoulards.

La posizione dei comunisti non può che restare analoga alla precedente, anzi devesi più incidere in relazione con lo sviluppo della situazione: appoggiarsi sulle lotte rivendicative per dirigerle verso il loro sbocco naturale: il disfattismo rivoluzionario che è valido non solamente per i paesi dove esiste il conflitto militare, ma altresì per gli altri paesi dove facendo leva sull’antifascismo, si spingono gli operai a sacrificare non solamente i loro interessi finalistici, ma anche quelli immediati.

La vittoria di Teruel è la vittoria sui cadaveri operai

Per tre settimane una offensiva repubblicana si è sferrata contro Teruel: migliaia di sfruttati sono stati lanciati sotto una pioggia di proiettili e di obici contro altri sfruttati. La “vittoria” è stata ottenuta dall’esercito del Fronte Popolare come ieri lo era stato per quello di Franco. Ma chi non conosce il carattere reale di queste vittorie militari del capitalismo che lasciano dietro loro torrenti di sangue operaio e cimiteri proletari? Teruel è dunque caduta e il fronte mondiale dell’ “antifascismo” può imbandierare in onore della guerra imperialista. Nei paesi “democratici” centristi e socialisti pubblicano comunicati deliranti, fanno delle descrizioni liriche del massacro che ci riporta ai più bei giorni di ubriacatura patriottica della guerra del 14-18. La vittoria di Teruel viene al momento giusto per rimontare le azioni dell’antifascismo che ribassavano per la stanchezza sorda degli operai non solo nella Spagna repubblicana ma anche negli altri paesi.

Lasciamo da parte tutte le ipotesi che la situazione odierna può determinare: la vittoria di Teruel è uno degli aspetti di questa guerra imperialista che presenta così differenti peripezie. Alla vittoria di Negrin può succedere la vittoria di Franco allo stesso modo che la situazione può evolvere verso delle ulteriori avanzate dei repubblicani che permetterebbero al capitalismo, di fronte alla fermentazione degli avvenimenti nel mondo intiero, di impiegare le forze del Fronte Popolare, vittoriose in Spagna, per strangolare le lotte sociali degli altri paesi.

Poco ci cale l’aspetto militare della guerra imperialista in Spagna: vittoria di Franco o di Negrin si equivalgono nelle loro conseguenze di classe e l’una o l’altra non possono che corrispondere a un grado determinato della tensione delle situazioni e della necessità del dominio capitalista.

Per ciò che riguarda la Spagna l’offensiva di Teruel si accompagna diggià con una offensiva contro il proletariato. I boia e i loro valletti servili “estremisti” possono, una volta tanto, provare che organizzazione di un vero esercito popolare con una gerarchia, una disciplina, uno stato maggiore capitalista, può giustificarsi colla vittoria di Teruel. Sono numerosi i giornalisti che hanno vantata questa “organizzazione” dove il soldato si mette sugli attenti per parlare col graduato, ma nessuno si è sognato di scrivere  che gli operai hanno accettato questo ristabilimento dell’ “ordine tradizionale” solo dopo manovre del fronte antifascista e particolarmente dopo i massacri di Barcellona.

Certo gli anarchici hanno ragione quando scrivono altezzosamente nella “Solidaridad” che oramai è un esercito che si oppone all’altro: dalle due parti del fronte l’ “organizzazione” è perfetta e l’ “antifascista” come il “fascista” il moro come l’internazionalista potranno scannarsi a vicenda per molti mesi ancora tra il fervido consenso degli imperialismi fascista e democratici che spingono, gli uni gli altri, gli operai nel massacro dei loro fratelli di classe.

La battaglia di Teruel (la “terza battaglia per Madrid” afferma il Fronte popolare) porta già scritta le conseguenze che avrà nella Spagna “legalista”. Il segnale cioè di un nuovo attacco contro gli operai che è stato dato traverso le migliaia di cadaveri che giacciono nella capitale della bassa Aragona.

La retroguardia deve avere essa pure la sua “vittoria”. Accanto ai comunicati ditirambici, pel successo, la censura taglia dovunque appare l’idea di rivoluzione. Negrin si fa intervistare ed afferma che in caso di vittoria repubblicana si ristabilirà la costituzione del 1931, quella che conobbe  la repressione da parte del governo provvisorio di Caballero, quella dei massacri delle Asturie. Dove sono andate a finire le dichiarazioni di un impossibile ritorno alle situazioni anteriori al 19 luglio 1936 che facevano il P.O.U.M. (prima della sua dissoluzione), gli anarchici, i trotskisti e tutti quelli che hanno confuso la rivoluzione colla guerra imperialista.

L’offensiva contro i sindacati continua e quelli che sono presi di mira non sono naturalmente i bonzi anarchici e riformisti, ma gli operai malcontenti. Per i primi Teruel viene a proposito. Bisogna rinforzare la collaborazione dei sindacati  colla economia scrivono gli “ultra-rivoluzionari” della C.N.T. che deplorano gli attacchi “incomprensibili” contro i sindacati. Questi non hanno forse rifiutato l’aumento dei salari, la diminuzione delle ore di lavoro proposti da Companys nella Catalogna? Non affermano che gli operai lavorano sempre più per la “vittoria”? Non profittano di Teruel per rafforzare la disciplina nella produzione? La “Solidaridad” scriveva di recente: “la retro-guardia proletaria trasformando ogni luogo di lavoro in un focolare di guerra accelererà la disfatta totale del fascismo”. Si sa ciò che ciò significa in Spagna: si tratta di spingere alla militarizzazione del lavoro per meglio contenere le reazioni proletarie e tener tranquilli i “sabotatori”. Ed anche un grande capo anarchico (?) il “generale” Mera in una intervista all’ “Humanité” ammetterà di essere stato promosso divisionario perché aveva “compreso che bisognava farla finita colle milizie e trasformarle in unità dell’esercito regolare”.

Malgrado questo la reazione “repubblicana” si accentua. Quando gli anarchici dicono: il passaggio dalla difensiva alla offensiva deve significare la marcia in avanti per la libertà, la censura sopprime  e per la rivoluzione ed il bianco che resta sul giornale segna bene il vuoto della fraseologia “estremista” che vuole arrivare alla rivoluzione traverso lo scannamento reciproco dei proletari. La censura lascia passare gli articoli che parlano di “produrre produrre e produrre ancora”, quelli che legano Teruel alla “disciplina del lavoro” o quelli che rifiutano gli aumenti di salario come indegni per degli operai coscienti, ma sopprime più severamente di prima tutto ciò che ha attinenza colla “rivoluzione”. Ed è questo l’istante in cui gli anarchici preconizzano nuovamente la partecipazione delle centrali sindacali al governo.

A Barcellona il fronte unico dei partiti si è realizzato attorno Teruel che avrebbe salvato la “libertà del mondo” proprio come Verdun salvò la civiltà dalla “barbarie teutonica”.

La Spagna possiede ora un comando che “sa comandare” e i “tradimenti” di Malaga, di Bilbao, di San Sebastiano non si potranno più ripetere. Ma questa Unione Sacra della vittoria  è la stessa di quella precedente delle disfatte: difensiva o offensiva, vittoria o disfatta non sono che fasi del massacro degli operai e nessuno può dissimulare questa verità che scaturisce dalla reazione di classe del capitalismo, corollario dell’avanzata militare.

Le illusioni degli anarchici saranno presto relegate in secondo piano per arrivare a nuove “vittorie”, accettando di diventare gli strumenti del governo per strangolare gli operai nella produzione di guerra.

Ai gridi isterici del Fronte Popolare, dei social-centristi per la “vittoria” di Teruel i comunisti internazionalisti devono contrapporre la realtà di classe che passa attraverso l’opposizione degli operai alla guerra, al disfattismo rivoluzionario sui due fronti.

Solo dai movimenti di classe che sorgeranno tanto nel campo anti-fascista che fascista potranno scaturire per gli operai “vittorie” che saranno realmente loro vittorie di classe.

98.6%

Sarebbe la percentuale dei suffragi che ha raccolto il regime staliniano nelle elezioni al Consiglio Supremo dell’U.R.S.S. Ciò rappresenta la percentuale che, poco più poco meno, è stata sempre sbandierata da tutti i regimi che si sono fatti «plebiscitare»: da Napoleone «il piccolo» a Mussolini, a Hitler… Che bisogno c’era dunque di scomodare, nel cuore dell’inverno, 90 milioni di Russi per farli andare a depositare una scheda? Stalin avrebbe potuto ottenere la votazione «plebiscitaria» facendo funzionare unicamente le macchine calcolatrici. Avrebbe potuto anzi aggiudicarsi il 100% dei voti, solo avendo cura di evitare che, per colpa di qualche troppo zelante mamelucco, non risultassero votanti il 101%, come talvolta si è verificato. Anche in elezioni di paesi cosiddetti «democratici». E potrebbe allora regalarsi simili consensi «unanimi» tutte le fini di mese. Il valore pratico e la «spontaneità» della consultazione popolare non ne soffrirebbe per simili inezie. Gli elettori sovietici non avevano difatti da scegliere che… una unica lista: quella dei comunisti e dei «senza partito» – cioè di nessun altro partito al di fuori di quello del regime – che portava in testa il nome di Stalin «primo deputato sovietico».

Il pericolo non consisteva, per gli elettori, di andare a votare magari contro – perché ogni voto contrario si sarebbe trasformato, come per incanto, in voto per Stalin, – ma invece nel restare a casa.

Il mese staliniano dei “records” stakhanovisti

Questo titolo, che troviamo nella stampa centrista e che sembrerebbe, a prima vista, un bisticcio di parole, racchiude piuttosto una sinistra realtà: la decisione del Comitato Centrale del Partito bolscevico di proclamare il mese di Marzo mese del «record» stakhanovista, rappresenta l’intensificazione ancora più brutale dello sfruttamento dei lavoratori nell’U.R.S.S. Non è per nulla che si è fatto appello a Stakhanov in persona. Stakhanov, diventato deputato del Donez nelle recenti elezioni staliniane, ha indirizzato una lettera alla stampa in cui glorifica il suo «record» stabilito nella miniera di Irmino Centrale che marca l’inizio di quel movimento rimarchevole – come lui stesso modestamente lo qualifica – che porta il suo nome. Continua col dire che il movimento «stakhanovista» segna una revisione delle vecchie teorie sui limiti del rendimento del lavoro. D’accordo, ma nel senso di un inaudito sfruttamento non praticato neppure nei più esosi regimi capitalisti. Anche se, come scrive la stampa centrista «milioni di onesti (?!) cittadini sovietici mostrano col loro lavoro (lavoro forzato correggiamo noi) quanto ardentemente amino la Patria socialista.»

A che pro’ stupirsi allora, come sembra fare Stakhanov, che nell’U.R.S.S. stia diventando, da semplice operaio minatore che era, uno dei dirigenti dell’industria? In qualunque regime borghese, perbacco, tali benemerenze comporterebbero simili promozioni! Proprio come i più incoscienti aguzzini tra gli operai vengono promossi a sorveglianti e a cani da fabbrica nel regime del mondo capitalista.

Nudi alla meta…

Di recente il conte Galeazzo Ciano di Cortelazzo – figlio di Costanzo antico lupo di mare e oggi autentico pescecane – parlo del genero del Duce per intenderci: ha comprato per 34 Milioni di Lire le proprietà del fu Barone Franchetti nella Valle Padana. Per i tempi di crisi che corrono non c’è male…

Abbiamo anche letto che la famiglia Ciano-Mussolini sarebbe proprietaria di beni immobili il cui valore è calcolato a un Miliardo. Non è da stupirsi.

Il regime fascista è il paese della cuccagna per tutti gli avventurieri ed i profittatori, dai Volpi ai Fini, dai Rossani congiunti del Duce «incorruttibile». Ieri era il fratello Arnaldo che trafficava per conto della famiglia. Oggi è il genero Ciano. Perché il domani può presentare delle spiacevoli incognite.

Nudi alla meta erano certo tali, o tutt’al più pezzenti, i fascisti quando ci sono arrivati. Ma una volta giunti si sono immediatamente ben bene rimpannucciati ed hanno cominciato a divorare a doppia ganascia.

I socialisti in Italia ed il Fronte Popolare

Abbiamo di già avuto occasione di mettere in evidenza la significazione dell’ultimo Congresso del Partito Socialista, quello del «Nuovo Avanti» per intenderci. La vittoria della tendenza dell’ex-fascista Nenni, era altresi la vittoria della politica che impone la congiura del silenzio sull’imperversare del terrore in Russia, e della guerra in Ispagna. In una recente manchette dell’Avanti si leggeva questo a un dipresso: «silenzio nelle fila, dopo la “vittoria” parleremo di quello che ci divide». Quando si consideri che, a dividere la corrente di Nenni, il Fronte Popolare dal proletariato, vi sono non solamente le migliaia di assassinati di Mosca, di massacrati dal governo repubblicano, ma altresì le centinaia di migliaia di proletari macellati nella guerra di Spagna, quando si consideri dunque che la divisione oppone, in definitiva, proletari a boia del proletariato, ci si rende conto del significato sinistro di questa manchette che vuole in definitiva dire: «silenzio nelle righe, tutti in blocco all’ammazzatoio, quando sarete tutti morti, allora, e solo allora, la discussione sarà possibile».

È evidente che una tale politica non poteva passare, senza seri inciampi, in Italia dove i socialisti sono portati, dalla situazione, ad avere un’altra concezione della politica «antifascista».

In fondo l’opposizione fra il centro interno e la direzione dell’estero esprime la differenza di tensione fra la situazione italiana e quella degli altri paesi. Per convincersene occorrerà tenere presente in considerazione quali sono le basi teoriche dell’opposizione fra le due politiche «antifasciste». Il centro in Italia è più a destra di quello all’estero per quello che concerne il ruolo delle classi medie e della borghesia di sinistra che esso considera come interessate al compimento di un programma economico e sociale corrispondente agli interessi della lotta proletaria che, successivamente e dopo avere così costituito le premesse indispensabili, potrà passare alla fase ulteriore della lotta per il socialismo. Il centro all’estero considera invece che queste formazioni sociali della piccola borghesia e della democrazia borghese, se potranno contribuire alla lotta antifascista, lo faranno non perché i loro interessi dettino loro questa politica, ma sotto la spinta del proletariato. È possibile che lo sviluppo ulteriore delle situazioni (questa polemica data da qualche anno) abbia dato alla divergenza fra i due centri un diverso aspetto, ma è certo che i socialisti del centro interno restano per l’antifascismo e non rappresentano affatto una corrente suscettibile di evolvere verso il comunismo, quello che non significa affatto che delle individualità isolate potranno raggiungere il fronte della lotta rivoluzionaria, ma questo rompendo allora con il programma contro-rivoluzionario della socialdemocrazia e dell’antifascismo.

Questa precisione fatta, diciamo una parola sulla polemica sorta recentemente fra i due centri. Quello d’Italia si mostra risolutamente ostile ad entrare, nella via preconizzata da Nenni e che consiste nel tendere la mano a tutti, per potere «tutti insieme» fare la lotta contro gli agenti del fascismo che sarebbero i trotzkisti. Per quanto concerne il movimento italiano, tutti sanno che il trotzkismo non esiste e che quello cui si mira è il «bordighismo», cioè la tendenza politica che fondò il partito comunista e per la quale continua a combattere la nostra frazione.

La posizione del centro interno, se essa non ha grande interesse per gli sviluppi successivi dal punto di vista rivoluzionario, come lo abbiamo detto (l’antifascismo rappresenta la barriera ideologica da spezzare e non da diversamente interpretare), ha tuttavia importanza per indicare quale è il clima politico reale in Italia. Il Fronte Popolare non fa presa e questo perché la tensione degli antagonismi sociali è tale che il proletariato non può che essere spostato, dalla crudele esperienza del fascismo, sul suo terreno specifico di classe. Quello che conferma la posizione sulla quale si fonda la nostra frazione sulla chiarezza dell’opposizione di classe che illuminerà la ripresa della lotta rivoluzionaria in Italia.

E la direzione del centro all’estero ha ben compreso l’antifona. Si mette una sordina alla politica del Fronte Popolare. Nell’ultima riunione della Direzione del Partito Socialista, ad iniziativa di Santini (non vi sono che gli ex-comunisti per ben fare un’opera di confusione politica), è stato precisato che l’articolo dell’Unione Popolare concernente la lotta contro lo spionaggio non è applicabile alla lotta contro le tendenze errate (1) del movimento operaio. Questa soddisfazione è stata data da Nenni, al centro interno per impedire che il contrasto evolva fino alla sua logica conclusione che è quella di mettere in gioco le basi stesse dell’Unione Popolare, dell’antifascismo ed, in definitiva, del Partito Socialista che – e qui noi siamo i primi ad affermarlo – non può tradire sé stesso. Ma quello che è insolubile è di accordare il ritmo violento degli avvenimenti italiani con la politica dell’antifascismo, è di mettere in corrispondenza la politica del proletariato con le manovre che possono avere successo nei paesi detti democratici dove il proletariato non ha accumulato un sì alto potenziale di classe. Ma qui non vi è altra soluzione che quella dell’opposizione di classe. È in definitiva la nostra frazione – l’unica organizzazione che si batta sull’opposizione simultanea al fascismo ed all’antifascismo – dovrà rappresentare il polo di concentrazione delle energie che sono ancora impigliate nelle organizzazioni antifasciste ma che, alla cadenza dei movimenti rivoluzionari, riprenderanno coscienza dei loro doveri di militanti proletari.

Il pateracchio massimalista-anarchico

Il 3 luglio 1937 è una data storica (!). L’«Avanti!» (N° 13 del 18 luglio) ce lo apprese: «per la prima volta, dopo la scissione di Genova del 1892, socialisti ed anarchici si trovano d’accordo per una agitazione in comune». Lasciamo andare l’errore di fatto: dopo il 1892, molteplici volte socialisti ed anarchici si sono incontrati ed accordati per «un’agitazione in comune». Solamente, quello che non era mai accaduto, prima del luglio 1937, è che socialisti ed anarchici si incontrassero per stabilire un’azione comune di sostegno alla guerra. Fino agli avvenimenti spagnuoli, i massimalisti rievocavano la Conferenza di Zimmerwald per proclamare la loro avversione alla guerra; oggi, se essi ricordano la Conferenza del 1915 – ma non ci pensano più troppo – lo fanno per avvalorare il loro sostegno attuale della guerra di Spagna; sì, siamo ancora contro la guerra, ma la attuale di Spagna non è come quelle precedenti, non siamo noi che cambiamo di opinione, è la guerra che ha cambiato di aspetto, e poi restiamo perfettamente coerenti alla formula di «guerra alla guerra», applicando oggi l’altra della «guerra rivoluzionaria ad oltranza».

Quanto agli anarchici, la loro coerenza è perfetta: erano contro lo stato, contro «tutti gli stati», avevano gridato che i bolscevichi avevano strozzato la rivoluzione del 1917 costituendo lo stato proletario in Russia, erano contro la guerra, per la sola guerra sociale, in maggioranza erano persino ostili alla formazione di un’organizzazione politica anarchica, ed eccoli divenuti ministri, generali, pronunziatori della trasformazione in partito della F.A.I. alfine di potere accedere al governo e, forse, presentare delle liste alle elezioni eventuali per il rinnovamento delle Cortes, eccoli altresì in piena battaglia per fare scacco a quelli che li cacciarono dal governo dopo il Maggio 1937 e per ottenere nuovamente un numero di portafogli corrispondente all’influenza e l’importanza delle loro organizzazioni, in Catalogna soprattutto.

Francamente, non solamente dopo il 1892, ma da quando il movimento proletario esiste, non si era mai avuto un tale «avvenimento storico».

Dopo la selvaggia repressione da parte del governo repubblicano (governo di cui gli anarchici facevano parte e di cui fecero parte, anche dopo il 4 maggio, nel nuovo ministero), dei moti di Barcellona, massimalisti ed anarchici corsero immediatamente ai ripari. Non pochi proletari cominciavano a porsi la questione se la guerra che era stata santificata come «rivoluzionaria», non fosse infine una guerra imperialista e che il dovere del proletariato consistesse ad opporvi il disfattismo rivoluzionario. Per fare fronte ad una tale e giustificatissima risposta proletaria al piombo repubblicano che aveva steso al suolo delle centinaia di operai a Barcellona, massimalisti ed anarchici proclamarono immediatamente che se si doveva combattere contro il Fronte Popolare lo era perché esso non faceva la guerra sul serio, portava anzi la guerra al fallimento giacché si accaniva contro le migliori forze combattive del fronte: il Poum e gli anarchici. Quale insulto ai morti di Barcellona, vittime del capitalismo e della guerra! Ma, qui interverrà immediatamente l’imbroglione: i proletari che difendevano la Telefonica, che dirigevano le fabbriche socializzate lo facevano per vincere la guerra contro il fascismo, quello che è d’altronde provato dalla loro entusiasta approvazione della politica della C.N.T. o del Poum. Posto in termini reali il problema si presenta così: C.N.T. e P.O.U.M. sono riusciti ad imbrogliare le masse portandole alla guerra e quando la conseguenza di questa guerra si manifesta non solamente al fronte, ma altresì nella retrovia, C.N.T. e P.O.U.M. si faranno forti del successo che avevano ottenuto precedentemente facendo credere alle masse che il loro interesse consisteva nel loro massacro e diranno che le vittime non sono la conseguenza della guerra, talmente questo è provato dal fatto che gli operai prima di morire non si erano accorti dell’inganno in cui erano caduti: più cinici di così è difficile divenirlo.

Quanto alla nostra frazione che, fin dal principio aveva combattuto per il disfattismo rivoluzionario, essa – perché aveva considerato C.N.T. e P.O.U.M come degli organismi che partecipando alla guerra, avevano tradito il proletariato -, quando il governo repubblicano passava alla reazione contro di loro, considerava che il proletariato doveva restare indifferente. Fedele alla sua divisa di classe, la frazione sosteneva che le masse dovevano opporsi a TUTTE le manifestazioni della politica nemica e lottare per strappare al Fronte Popolare quelli anche che avevano tradito i loro interessi. Non altrimenti avevamo sempre agito ed agiremo nei confronti e contro il fascismo quando questi esercita la sua reazione contro democratici e centristi che portano sulle loro spalle la responsabilità degli assassinii di proletari in Germania, in Russia ed in altri paesi.

Ma per massimalisti ed anarchici il problema era tutt’altro. Avevano detto che le vittime del maggio non erano una tragica protesta contro la guerra perché, prima di morire, gli operai non si erano accorti della mistificazione che avevano loro tesa Fronte Popolare, massimalisti ed anarchici. Per impedire che gli avvenimenti del maggio aprano gli occhi a qualche proletario, essi costituiranno «Il Fronte Rivoluzionario», il «Comitato d’Azione proletaria» il cui obiettivo reale è di gettare nuovo veleno guerrafondaio fra le masse: se si lotta per strappare le vittime al governo repubblicano, si lotta altresì per mandare al macello delle centinaia di migliaia di proletari ai fronti militari, si lotta dunque per fare la «guerra sul serio». Oggi, di fronte al massacro dei 60.000 di Teruel, Fronte Popolare, anarchici e massimalisti rivalizzano per ottenere la medaglia al valore e stabilire chi ha il più grande merito.

Quest’opera criminale fra le masse, determina uno scompiglio fra i proletari e non mancano quelli – basti seguire l’«Adunata dei Refrattari», ed anche la «Guerra di Classe» di Barcellona – che pongono apertamente il problema che infine la guerra è oggi quello che è sempre stato: l’opposto della rivoluzione.

Una polemica è in corso ed a noi non spetta nullamente di appoggiare l’una contro l’altra tendenza, ma di spingere alle sue logiche conseguenze le prime reazioni proletarie che appaiono. Coerenti alle nostre posizioni, noi poniamo così questo problema: se massimalismo ed anarchismo hanno condotto alla guerra, occorre mettere sulla tavola d’operazione l’ideologia anarchica e massimalista per vedere se il tradimento odierno non dipenda dal vizio originale della loro dottrine. Quando una corrente od anche un solo proletario credesse di potere sostenere che la politica guerrafondaia attuale degli anarchici e massimalisti dipende dal semplice tradimento che essi avrebbero fatto dei loro programmi, e che, sulla base di questi ultimi, sarebbe stato possibile prendere una posizione rivoluzionaria in Spagna, sarebbe stato possibile opporre la politica della rivoluzione a quella della guerra, e questo fin dall’inizio, fin dal luglio 1936, noi saremo felici di constatare questo risveglio della coscienza proletaria e interverremo nella polemica.

Ci è necessario di dire una parola in risposta ad un articolo comparso nell’«Avanti!», sotto la firma di R. Castagnoli, il quale può pretendere al Premio Nobel della guerra e dell’imbroglio. Lasciamo andare che questo messere parla dei «pidocchietti» di «Prometeo». Se fosse possibile sfogliare il «Popolo d’Italia» del 1916-18, si vedrebbe che Mussolini non trattava altrimenti i rivoluzionari che combattevano allora contro la guerra. Non vi è dunque nulla di nuovo. Non sappiamo se Castagnoli è un eroe di Monte Pelato; noi che abbiamo avuto la disgrazia di non accorgerci – prima degli avvenimenti spagnuoli – di avere un eroe di tale genere nelle nostre file e che il nostro programma fondamentale ci ha permesso di liberarcene rapidamente, ci sentiamo ancora più sicuri di servire gl’interessi proletari quando i campioni dell’interventismo impiegano dei termini di questa specie: per il rinnegato, il rivoluzionario che non piega non può essere che un pidocchio.

Ecco cosa scrive, sul problema fondamentale degli avvenimenti spagnuoli, R. Castagnoli: «Il compagno Bruno e M. S. possono presentare ai compagni gli avvenimenti spagnuoli come una lotta tra oppressi ed oppressori: ma dimenticano che questa lotta si presentò sotto aspetti differenti a tutte le lotte del proletariato contro il capitalismo. Ed è proprio qui la triste realtà: la guerra».

Dunque è erroneo di considerare che si tratta di una lotta fra oppressi ed oppressori, mentre poi si tratterebbe di «questa lotta» e della «triste realtà: la guerra». In altri termini, la guerra è un aspetto della lotta fra il proletariato e la borghesia. Nulla di diverso fu detto dai traditori nel 1914.

La riunione del 3 luglio 1937 ha avuto un significato davvero storico: gli avvenimenti hanno messo a nudo i vizi d’origine della dottrina anarchica e della politica massimalista. L’istrione comincia a nascondersi difficilmente nelle pieghe della bandiera massimalista ed anarchica, gli avvenimenti, come nel 1917-20, si incaricheranno nuovamente di strappare la rossa bandiera della rivoluzione ai guerrafondai di oggi e la nostra frazione continua indefessamente a preparare le condizioni politiche e ideologiche per l’immancabile vittoria di domani.

Il vero aspetto del conflitto in Cina

Non è più possibile nelle circostanze storiche presenti affrontare l’esame di un particolare problema senza prima averne tracciato i contorni generali che ineluttabilmente rappresentano nella fase attuale della società, l’orientazione, la tendenza storica del loro divenire.

È indubbio che per il capitalismo mondiale la tendenza verso la predominanza egemonica su un determinato settore o diversi settori del mercato resta una delle sue manifestazioni naturali, ma occorre rimarcare che una modificazione di questa tendenza o del «peso» di questa tendenza si è manifestata nel corso di questi ultimi anni nel campo delle competizioni inter-imperialiste.

Se nel passato la fase imperialista del capitalismo si è caratterizzata attraverso la spartizione delle colonie e delle zone d’influenza, facendo cioè assumere a questa ripartizione un «peso» predominante, oggi nella fase del suo declino, nella fase in cui le basi del suo regime economico non corrispondono più alle necessità di una espansione mondiale della tecnica e del progresso industriale, il carattere di classe dei conflitti interimperialisti (Etiopia-Spagna-Cina) emerge sì apertamente al punto di convergere nel loro corso verso una solidarietà di classe sul piano unico della distruzione fisica del proletariato metropolitano ed indigeno.

Dunque l’obbiettivo per il capitalismo mondiale è rappresentato oggi non tanto dalle competizioni di possedere il più grande numero di schiavi dal quale trarre domani una proporzione più importante di plus-valore ma dalla distruzione di materie, prodotti, e soppressione fisica di mano d’opera. Ecco perché oggi più d’ieri ogni conflitto interimperialista si situa sul terreno della lotta fra le classi, ecco perché oggi il proletariato vittima di tutte le mistificazioni fasciste ed «antifasciste» non può ritrovare il suo cammino di classe che alla condizione di trasformare la guerra imperialista in guerra civile.

E quest’arma di classe è valevole tanto nelle metropoli che nei paesi semi coloniali e coloniali. Tanto in Spagna che in Cina oggi, tanto in Inghilterra o India domani. La teoria dello sviluppo ineguale che viene avanzata dai diversi traditori ed opportunisti non ha che un solo scopo, quello di trascinare le masse alla guerra, di gettarle nel carnaio interimperialista.

Solo una forza ha un carattere progressista nell’epoca attuale ed è il proletariato, ma alla sola condizione di imporre le sue soluzioni di classe.

In Cina, oggi come in India domani solo la rivoluzione proletaria potrà permettere ad un ritmo accelerato di livellare il «décalage» che esiste attualmente. Da quando il capitalismo è entrato nella fase del suo declino, cioè nella fase ultima del suo dominio, il carattere dei suoi rapporti con le borghesie semi coloniali e coloniali si è manifestato nella convergenza verso l’obbiettivo di classe quello della lotta feroce e sistematica contro la classe proletaria.

Gli avvenimenti di Cina del 1927 sono ancora recenti per ben ricordare che allorquando i centri proletari cinesi di Hankow di Canton, di Shanghai vollero per un istante rompere il fronte capitalista ed imperialista del Kuomintang e dirigersi verso delle soluzioni di classe, imperialismo borghesia cinese, e tutte le correnti che si ricollegavano a questa, centristi compresi, si ritrovavano per affogare nel sangue questo primo tentativo del proletariato cinese.

Oggi come ieri tutte queste forze si ritrovano unite per, nel nome della indipendenza nazionale, convogliare le masse nel carnaio della guerra. E Chiang Kai-shek che nel 1927 si era infamato per le esecuzioni in massa del proletariato cinese, oggi si ritrova per gli stessi interessi ad assolvere con un aspetto differente quello dell’antifascismo la stessa funzione di boia. Ed il numero delle sue vittime sarà tanto più grande inquantoché l’imperialismo dispone in una maniera decisiva della nuova arma del centrismo che è entrato nella unione sacra. La stampa ha già annunciato la nomina di centristi come governatori di provincie nell’attesa della loro entrata nel governo del Kuomintang. Come il proletariato spagnolo quello cinese sarà decimato dalle mitragliatrici del fascismo dell’«antifascismo» perché rappresenta la sola forza che al corso della guerra può opporre il suo corso: quello della rivoluzione.

Questa solidarietà dell’imperialismo mondiale fascista ed «antifascista» risulta poi nella maniera più lampante se si esaminano i problemi economici nella fase attuale.

Chi fornisce attualmente nelle più grande proporzioni le armi alla Cina se non il fascismo tedesco? E chi fornisce le materie prime (acciaio ecc.) e l’aviazione al Giappone se non i paesi detti antifascisti, America in testa?

Per il proletariato una sola verità emerge ed è questa: tutte le guerre, fasciste, antifasciste, coloniali ecc. rappresentano tante facce del mostro imperialista che trova in esse la giustificazione per ingannare e sterminare il proletariato mondiale.

“Prendiamo la mano tesa” ha detto il Papa

I Centristi francesi traversano un periodo di fregola religiosa. I titoli degli articoli dell’«Humanité» sono per se stessi dei capolavori: «Prendiamo dunque la mano tesa». «Prendiamo la mano tesa, ha detto il Papa», «Un messaggio del Cardinale Verdier riguardante la mano tesa» ecc.

Il Papa in persona si riconcilia con Stalin e il «Cardinale rosso» Thorez potrà ormai tenere, coll’autentico Cardinale Verdier, i suoi sermoni domenicali ai lavoratori francesi.

Certo, i centristi non sono delle «pecore smarrite» ma dei fieri «materialisti» che si inginocchiano davanti l’altare in nome delle rivendicazioni economiche comuni degli operai comunisti e di quelli cattolici! Ah! Non si può non sbudellarsì dalle risa pensando alle manie religiose del partito comunista francese: esso tende la mano per «scopi umanitari» (forse il massacro degli operai in Spagna o le esecuzioni sommarie in Russia?); esso vuole delle discussioni tra comunisti e cattolici «sul piano spirituale» (l’esaltazione della guerra antifascista); vuole lottare «contro gli egoismi»…

Quelli che parlavano della «farsa della mano tesa» debbono essere ben sermonati: il Papa in persona ha riconosciuto che i comunisti erano degli onesti sostenitori della dominazione capitalista e che vi era posto per essi nella comunità cattolica. Quello della inquisizione che trova tanti adepti nella Russia cosiddetta sovietica! E il Papa è qualificato per farlo. Lui che benedice le mitragliatrici di Franco ed i suoi plotoni di esecuzione, lui che benedice i boia fascisti e la Guerra di Etiopia!

I centristi sono dunque al loro posto ed il Papa al suo. Si possono ben stringere forte la mano fraternizzare accordando Falce e martello e il sospensorio. Domani i cardinali benediranno i fucili centristi che tireranno sul proletariato. E questa pure sarà la politica «della mano tesa». Ma i proletari non daranno, essi, la mano ai loro nemici di classe, essi non parteciperanno alla farsa che snatura la loro tragedia sociale, essi ricaccieranno tutte le forze della reazione capitalista per mettersi sul terreno della lotta per la distruzione del sistema capitalista.

Che centristi e preti se la tengano per detto una volta per sempre: la loro «mano tesa» non impedirà alle mani dei proletari di ritrovarsi sul loro terreno di classe ed in quel giorno né il Papa potrà farsi scudo dei centristi né questi delle loro manovre.

Gli antagonismi sociali si faranno strada e le legioni del proletariato spazzeranno tutta la canaglia reazionaria, tanto quella dell’evangelo che quella che vuol far di Marx e di Lenin dei paladini dello stato borghese e della religione.

La situazione economica in Italia

L’analisi economica «classica» non è più valida

Non solamente la stampa d’emigrazione, ma i grandi giornali d’informazione di tutti i paesi, hanno recentemente richiamato l’attenzione sulla gravità della situazione economica in Italia, ed è giustamente dopo quest’allarme generale, che la notizia arriva del formidabile programma di riarmamento navale dell’Italia. Dove prende i soldi Mussolini! Questa è la questione che cominciano a porsi soprattutto i giornali del Fronte Popolare e possiamo di già attenderci ad una campagna su questa base: devono essere rifiutati i capitali al «fascismo che prepara la guerra». Le prime reazioni alle indiscrezioni sul rapporto di Van Zeeland, sulla situazione economica internazionale, rapporto che sembra concludere per l’appoggio finanziario alla Germania ed all’Italia, ci indicano la direzione che prenderà la politica del Fronte Popolare.

Come se il problema fosse quello di trovare dei capitali e che l’azione politica potesse agire per farne rifiutare l’attribuzione a Mussolini! Oh! che, la Germania non è forse stata ricostruita con i capitali dall’America, l’Inghilterra, la Francia, le tre potenze che furono contro di essa nell’ultima guerra! Nel regime capitalista i capitali non obbediscono a nessuna volontà prestabilita, essi vanno dove esistono delle prospettive immediate di benefici e non vi sarà nulla da stupirci se domani saranno confermate le voci che circolarono l’anno scorso e secondo le quali il governo di Fronte Popolare di Blum avrebbe fornito non pochi miliardi al governo fascista di Mussolini. Oggi si dice che Volpi non avrebbe nulla ottenuto nel suo recente viaggio a Londra. Non sappiamo quanto ci sia di vero, ma quello che ci interessa di mettere subito in evidenza è che non è giammai per mancanza di capitali che la grave situazione economica italiana precipiterà nell’abisso. I capitalisti che hanno fatto l’esperienza con la rivoluzione russa la quale ha cancellato tutti gl’impegni che aveva precedentemente preso il governo zarista, non si lasciano, per ciò, scoraggiare da investimenti nel braciere economico e politico dell’Italia e questo per una ragione molto semplice: i grandi prestiti sono oggi fatti sotto la garanzia diretta od indiretta dello stato di origine, cosicché il capitalista inglese se non ha di già ottenuto l’avallo diretto del suo governo, ha almeno potuto ottenere il cambio dei titoli italiani con altri di sicuro rimborso e la restituzione del suo capitale è così pienamente assicurata per l’avvenire. Nel frattempo egli ha la certezza di potere riscuotere, alla data stabilita, gl’interessi che lo stato italiano potrà pagare prelevandoli sullo sfruttamento dei lavoratori, sfruttamento che è talmente intenso da lasciare il margine di beneficio sia per il capitalista antifascista che per lo stato fascista. L’esperienza dei debiti zaristi è là per provare ai capitalisti di tutto il mondo che non vi è che un solo pericolo per i loro capitali: la rivoluzione internazionale, altrimenti vi sarà sempre la possibilità dell’indennizzo o attraverso l’intervento diretto dello stato, o sotto una delle molteplici forme che è persino impossibile elencare: quelli che sono sacrificati sono sempre i piccoli risparmiatori, ma a questo non vi è nulla da obiettare giacché si tratta della logica stessa del regime capitalista che, fascisti ed il Fronte Popolare, mascherano facendo propaganda per sostituire alla lotta contro il regime capitalista, la lotta contro le «200 famiglie» (Fronte Popolare) o l’«iper-capitalismo» (fascismo e nazismo).

Se si prendono gli strumenti classici dell’analisi economica e li si applicano alla situazione italiana, si resta stupiti come mai la catastrofe economica non è venuta nel 1930, nel 1934, nel 1937, come è stato possibile fare la guerra di Etiopia, malgrado il blocco di 51 stati, quando per di più l’Italia manca delle materie prime indispensabili all’industria di guerra, non possiede che una riserva aurea irrisoria per fare fronte al deficit della bilancia dei conti (entrata ed uscita dei capitali) che è sempre più aggravata dal deficit della bilancia commerciale (importazioni e esportazioni)? L’ultima bilancia commerciale comporta 11 miliardi e 500 milioni per le importazioni contro 8 miliardi e 500 milioni per le esportazioni, cioè un deficit di circa 3 miliardi contro 690 milioni per l’esercizio precedente.

In un altro campo. Su un reddito nazionale stimato 70 miliardi, la parte che è assorbita dallo stato attraverso le imposte monta a 27 miliardi: quando si considera che, prima della guerra la pressione tributaria era di circa il 16 p.c., si rende conto che, con la proporzione attuale del 38 p.c., le condizioni non esistono più per la riapertura normale del nuovo ciclo della produzione quello che spiega la catastrofe dei fallimenti. Per conto suo lo stato attribuisce, del montante delle sue entrate di questi 27 miliardi, all’impero 18 miliardi alle spese militari ed al servizio degli interessi sui debiti statali, provinciali e comunali, quello che gli lascia circa 9 miliardi per tutti gli altri servizi statali e tutti sanno che polizia, milizia ecc., assorbono somme fantastiche. Sul detto reddito nazionale di 70 miliardi pesa un debito pubblico di circa 187 miliardi di cui 84 sono stati contratti dal governo fascista da quando ha preso il potere. E, per concludere con queste indicazioni statistiche, rileviamo che la riserva aurea che era di 12 miliardi nel 1927 è discesa, nel 1937 a 4 miliardi di lire, se ci si attiene alle recenti cifre ufficiali fasciste, od a due miliardi e mezzo secondo quanto fu comunicato nel marzo 1937.

Se ci si attiene ai criteri che furono valevoli nella fase, ormai definitivamente chiusa, dell’economia capitalista progressiva, non solamente ci appare inevitabile una catastrofe immediata della situazione economica italiana, ma ci appare altresì incomprensibile che essa non si sia precedentemente verificata. Notiamo, fra parentesi, che le sommità economiche del Fronte Popolare, se applicassero gli stessi criteri che servono loro per analizzare la situazione economica italiana, alla Francia del Fronte Popolare, non potrebbero che giungere a conclusioni se non catastrofiche almeno gravemente pessimiste, mentre essi affermano (ed a giusta ragione, diciamo noi) di fare magnificamente gli affari finanziari del paese e – aggiungeremo noi – delle 200 famiglie.

I criteri marxisti per giudicare la situazione economica nell’epoca del capitalismo decadente

Occorre esaminare la situazione economica con altri criteri, con quelli che formano la base e la sostanza della dottrina marxista ed allora apparirà chiaro che, se in Italia siamo fondati ad attenderci ad uno scoppio di contrasti economici e sociali questo è per tutt’altre ragioni da quelle avanzate dal Fronte Popolare il quale d’altronde, se lancia l’allarme sul fallimento della politica fascista, esso lo fa nella prospettiva di potere succedere a Mussolini per una «corretta gestione» degli affari del capitalismo, e per preservare la borghesia dall’attacco rivoluzionario del proletariato.

Tutti i proletari sanno che il regime capitalista è fondato non sulla legge della riproduzione dei capitali, ma sulla legge del profitto (sfruttamento del produttore) e che dunque la prospettiva del profitto attira i capitali i quali sono garantiti in ordine essenziale (quanto al loro rimborso) dalla possibilità di ottenere profitti successivi. Tutto il problema consiste a vedere se il meccanismo economico può continuare a funzionare lasciando in piedi l’armatura del regime, se cioè quanto è sottratto ai produttori permette al capitalista di affrontare il nuovo ciclo della produzione, alle classi medie di fare sussistere le loro imprese od affari, ai lavoratori di ottenere l’indispensabile per riprodurre la loro forza di lavoro. Ed è qui e non nella mancanza di capitali o dei deficit, che si trovano i punti vulnerabili della situazione economica di tutti i paesi, e dell’Italia in primo luogo.

I contrasti inerenti al regime determinano altresì lo scoppio dei movimenti sociali. La ragione storica del fascismo la ritroviamo nel fatto che la debolezza del tessuto economico del capitalismo italiano era di già tale che i minimi movimenti rivendicativi dei lavoratori trovavano, nella base economica del paese, la condizione per attingere le forme estremamente elevate della lotta per la rivoluzione. Per mantenere in piedi il regime capitalista italiano, sono state necessarie le leggi eccezionali e non dimentichiamoci che, due anni dopo la marcia su Roma, avevamo in Europa un governo laburista ed il blocco delle sinistre a Parigi, senza contare il paese del socialismo, e la repubblica democratica in Germania ed in Austria. In un mondo antifascista, il fascismo italiano ha potuto magnificamente rassodarsi – malgrado la crisi Matteotti – e questo perché, malgrado il colore della bandiera, i capitalismi di tutti i paesi sono solidali, ed ancora oggi essi sono dispostissimi a salvare il capitalismo italiano dalla minaccia che è rappresentata, non dalla mancanza dei capitali, non dal disavanzo statale, o dal deficit delle bilance dei conti e commerciale, ma dalla minaccia rivoluzionaria del proletariato.

Tutta la legislazione terrorista del fascismo trovava dunque la sua giustificazione nella necessità di scaraventare nelle prigioni tutte le conseguenze sociali potenti sgorgare dagli acutissimi contrasti verificantisi nel campo economico. Per quanto concerne l’aspetto specialmente economico, della situazione, è innegabile che Mussolini aveva fatto tutto il possibile per ispirarsi ai criteri di correttezza che rivendicano gli economisti classici del capitalismo. Nel 1927, per ottenere il pareggio del bilancio statale e conformarvi la vita economica del paese, egli stabilì la parità aurea della lira, un piano, non sappiamo se quinquennale come Stalin, per lo sviluppo di tutte le capacità produttive della nazione, e disse che la diminuzione del 10 per cento degli stipendi e salari dell’epoca si giustificava in corrispondenza con il ribasso dei prezzi che, in effetti, se pure non in misura corrispondente, si verificava (l’indice dei prezzi discese da 740, agosto 1926 a 485 nel settembre 1927). Nel 1931, nel pieno della crisi mondiale, nuova diminuzione dei salari del 10 per cento, ma stavolta, malgrado la caduta dei prezzi mondiali la ripercussione in Italia non si ebbe e l’indice marcava 500 al principio del 1931, qualche cosa dunque che non quadra con il programma del Fronte Popolare che richiama i governi di Theunis nel Belgio, di Laval in Francia. Nel 1934, Mussolini davanti alla necessità di fare faccia al nuovo aggravamento della situazione, non può più limitarsi alla riduzione dei salari e stipendi che sono ancora una volta ridotti dall’8 al 12 per cento, ma deve procedere a delle misure che si ispirano del programma finanziario del Fronte Popolare, programma che d’altronde egli sarà costretto di applicare ad una cadenza sempre più accentuata: «i ricchi devono pagare» ed abbiamo la conversione delle rendite nel 1934, la nazionalizzazione della Banca d’Italia nel 1936, nel 1933 e 1934, l’applicazione del Piano De Man attraverso la separazione fra Banche di risparmio e Banche commerciali sottomesse al controllo diretto dello stato, il prelevamento, nell’ottobre 1936, del 5 per cento (che era poi il 10 per cento giacché i proprietari di immobili che dovevano sottoscrivere al prestito nella misura del 5 per cento del valore della proprietà furono tassati da una nuova imposta del 3 e mezzo per cento), infine, nell’ottobre 1937 il prelevamento diretto del 10 per cento sulla proprietà mobiliare.

Questa rapida rassegna che abbiamo fatto permette ai proletari di constatare che, se il grado è differente, l’evoluzione è identica quanto al piano quadriennale, quinquennale od altro, attraverso il quale il capitalismo mondiale cerca di reagire allo scoppio di movimenti sociali che portano in essi la minaccia della rivoluzione e che, se anche possono essere canalizzati verso Matignon, come in Francia, conservano tuttavia questa portata storica.

La crisi economica in Italia e il suo ineluttabile sbocco

Veniamo ora a qualche conclusione. Il corso che abbiamo rapidamente riassunto ci permette di vedere che, progressivamente, il campo in cui opera il regime capitalista si restringe e che l’intenso sfruttamento del lavoro non permette più la persistenza delle precedenti forme di vita economica del capitalismo: non più banche private, le stesse industrie sono indirettamente ricollegate allo stato; per quanto concerne le classi medie rurali o cittadine (piccoli proprietari, artigiani o piccoli commercianti) oltre la pressione tributaria, legislazione dei mercati ed infine Tribunale Speciale e prigioni per i proletari affinché non si osi passare a dei movimenti rivendicativi.

Parallelamente alla trasformazione della precedente base del regime ed all’intervento crescente dello stato in tutti i campi, noi assistiamo ad una modificazione del quadro in cui scoppiano i contrasti economici. Se prima una crisi poteva bastare a ritrovare un certo equilibrio, oggidì è necessaria una guerra. È inutile porre il problema della mania di grandezza di Mussolini, o dell’incapacità di questi come uomo di stato (tutti sanno che Togliatti si sta facendo le ossa per diventare un grande uomo di stato, peccato per lui che gli operai italiani non glielo permetteranno), la guerra di Etiopia, come l’intervento italiano in Spagna sono due prodotti inevitabili dell’economia italiana, sono altresì due espressioni anticipate di fenomeni che in altri paesi sembra debbano esprimersi con un personale governativo di Fronte Popolare. Che il capitalismo italiano ci rimetta l’occhio della testa in Etiopia, questo non toglie che esso era ineluttabilmente costretto ad andarvi ed il capitalismo degli altri paesi lo ha talmente bene compreso che ha opposto ai cannoni fascisti, gli o.d.g. di Ginevra permettendo così a Mussolini di attribuire alle sanzioni «antifasciste» la responsabilità dell’affamamento dei lavoratori italiani.

Da quanto precede risulta dunque che il fascismo non è nullamente minacciato da mancanza di capitali. Mussolini diceva, quando considerava che deve importare il 50 per cento delle materie prime per l’industria siderurgica che si troverà sempre qualcuno disposto a venderle: il boia del proletariato italiano conosce bene i suoi compari Stalin, Blum, Eden, Roosevelt, Chiang Kai-shek, ecc. Quello che minaccia il capitalismo italiano è che il prodotto dell’intensificato sfruttamento dei produttori non permette più di dare vita al funzionamento della società capitalista. Ne consegue che lo stato deve supplire prendendo sotto il suo controllo una parte sempre crescente della vita economica che potrà prima svilupparsi sulle basi naturali dell’iniziativa privata, e questo ha per risultato che i contrasti economici vanno verso il loro sbocco ultimo che è quello da cui origina il dilemma: guerra o rivoluzione.

I capitalisti, probabilmente «antifascisti» che hanno fornito i capitali per il recente piano di riarmo navale, sanno magnificamente che è così che si fanno gli affari del loro regime. Gli economisti del Fronte Popolare i quali vorrebbero che si rifiutassero i soldi a Mussolini, per consacrarli al riarmo delle «potenze democratiche» hanno in gran parte soddisfazione: Roosevelt, Chamberlain, Stalin rispondono subito. Conseguenza! I lavoratori di tutti i paesi si fanno sfruttare per pagare gl’interessi ai capitalisti e per preparare il loro massacro nella guerra. Poiché l’evoluzione economica attuale non è esclusiva all’Italia, ma si ritrova in tutti i paesi, la propaganda del Fronte Popolare è esattamente quella che ci vuole per stornare l’attenzione delle masse dai loro obiettivi di classe; il loro ruolo è chiaramente definito: come Mussolini, anch’essi vogliono la guerra. Ma anche nell’ipotesi dannata che i proletari italiani non trovino nelle condizioni obiettive la possibilità di scatenare la lotta per la rivoluzione, prima della guerra, questo conflitto segnerà la morte del capitalismo italiano, prologo alla rivoluzione mondiale. Esso libererà il proletariato da tutti gli agenti del nemico e spalancherà l’orizzonte della società comunista nel mondo intero: è per questo che combatte la nostra frazione, è così che essa prepara il partito di domani, è così che essa si sforza di utilizzare i capitali rivoluzionari che accumulano i proletari italiani contro tutti gli appelli ai traditori che sono oggi arrivati all’ultimo termine della loro opera: sostituire alla lotta del proletariato contro la guerra, la lotta per una «giusta» distribuzione dei capitali consacrati alla fabbricazione delle armi che, TUTTE, sono puntate contro la rivoluzione comunista.

L' «annata del boia» nell' U.R.S.S.

La tragedia dell’emigrazione politica italiana in Russia

Due terzi della emigrazione politica italiana in Russia si trova attualmente nella deportazione o in galera.

Questa informazione – che non teme smentita –  racchiude nella sua tragica laconicità un significato inequivocabile.

Certo sono duramente colpite dalla controrivoluzione staliniana anche le altre emigrazioni politiche: la tedesca, la ungherese, la bulgara, etc. Ma quella italiana ha avuto sempre la caratteristica di essere limitata nel numero, starei perciò per dire selezionata. Solo quelli tra i militanti che avevano gravi pene da scontare o che erano specialmente perseguitati sono stati inviati in Russia. Quasi tutti nell’epoca della lotta armata contro il fascismo squadrista, quel fascismo il più sanguinario del 1919-1920 cui gli epigoni nostrani sono propensi oggidì a stender la mano della riconciliazione sotto il segno del tricolore e nel nome della «patria italiana». E sono questi militanti comunisti che gemono oggi negli isolatori e nelle prigioni soviettiste quali «trozchisti» – nella traduzione italiana «bordighisti» – gabellati cioè di «agenti del fascismo».

Si sono salvati soltanto quei pochi compagni che non sono caduti nel tranello di una «cittadinanza russa» che ha consegnato tutti gli altri al beneplacito dell’arbitrio staliniano senza possibilità di eventuali interventi – sia pure interessati – del governo italiano.

Nel 1935, durante l’orgia di persecuzioni che seguirono l’attentato contro Kirof, si erano intensificati gli arresti fra gli emigrati italiani: Calligaris, l’anarchico Gaggi, Merini, Guarnaschelli, Martelli (di Firenze).

Ma toccava al 1937, l’ «annata del boia» come lo ha giustamente chiamato Victor Serge, vedere la decimazione quasi totale della nostra emigrazione.

Si cominciò coll’arresto dell’anarchico Umberto Specchi (di Milano) di cui più nulla si è risaputo. Poi colle retate d’aprile – in preparazione della commemorazione del 1° Maggio, proprio come nei dannati paesi borghesi – vengono arrestati il Sensi e il Lazzaretti.

Giuseppe Sensi, muratore di quel d’Arezzo, condannato dal fascismo a più di  20 anni e Arduino Lazzaretti, macellaio fiorentino anch’esso condannato dal fascismo si sono buscati 5 anni di deportazione – ed in Russia simile pena si rinnova automaticamente togliendo ogni speranza al ritorno – sotto l’accusa di avere nel 1927 partecipato a riunioni illegali trozchiste. Ciò non deve stupirci ammaestrati dal caso della Mariottini che ebbe una «grave deplorazione» – e si era ancora nel 1930 – per non aver denunciato una presunta riunione tenuta – durante l’allargato del 1926 – nella stanza di chi scrive cui aveva partecipato Bordiga, ancor membro dell’Esecutivo dell’I.C.

Successivamente abbiamo l’arresto di Arnaldo Silva (di Roma). Silva, che era riuscito a scappare dalle carceri di Regina Coeli con una evasione che destò scalpore, era stato condannato a più di 20 anni dal fascismo.

Come antico ufficiale di artiglieria frequentò la scuola di guerra sovietica e compì delicati incarichi nei Balcani. Anche lui aveva capitolato senza che ciò lo abbia salvato dall’arresto e dalla deportazione in Siberia.

Sono stati pure arrestati Nino Manservigi, operaio aggiustatore – profugo dal 1921 – e sua sorella Elodia Valenti, vedova di un compagno deceduto a Mosca. Ambedue di Torino ma non del clan di Ercoli.

Le ultime vittime di cui abbiamo notizia sono Renato Cerquetti, geometra, anche lui profugo dal 1921, autore di una pubblicazione sulla fotografia aerea e Francesco Allegrezza (Visconti) ambedue arrestati alla vigilia delle elezioni contemplate dalla costituzione la «più democratica del mondo».

E non ci siamo occupati che di Mosca. Lo stesso se non peggio si verifica altrove. Ad Odessa tutta la emigrazione italiana è stata levata di circolazione.

Questa infame bisogna di sterminio della avanguardia classista italiana si comprende solo se la si contempla nel quadro più generale della odierna funzione controrivoluzionaria del centrismo. Ma ciò non attenua la responsabilità che incombe sui centristi nostrani. In prima linea sul famigerato Robotti, di nome presidente del gruppo emigrati italiani, di fatto il provocatore e il delatore di essi alla Ghepeu staliniana. Robotti è il cognato di Ercoli l’asserito «capo» (!?) del proletariato italiano.

Fa parte dunque del clan Togliatti (oramai i centristi stamburano apertamente sulla stampa i loro nomi dal giorno in cui hanno posto la loro candidatura a boia del proletariato italiano). Palmiro Togliatti, la sua moglie Montagnana, il marito della moglie, il fratello della moglie, l’amico della moglie… ecco la piovra immonda che si è aggrovigliata attorno a quello che fu il partito comunista d’Italia.

Togliatti di cui Tasca provò la completa adesione nella manovra di accaparramento del Comintern per la quale i cosiddetti «destri» stranieri furono espulsi dai rispettivi partiti e quelli russi stanno pagando con la vita. Ma Stalin ha pur bisogno di qualche filibustiere per compiere la sua «missione» nei differenti settori.

Ed i vari Togliatti, Grieco, Di Vittorio e simili Berti o Longo sono l’edizione italiana, forse più spregevole ancora, dei carnefici moscoviti.

GATTO MAMMONE

La repressione in Russia

L’anno 1937 è stato con ragione chiamato l’ «annata del boia». Nel dicembre scorso abbiamo avuto il 20° anniversario della Veceka – Oghepeu N.K.V.O. – per usare la terminologia ufficiale russa. Di quell’organismo cioè che  sorto come il più valido strumento della difesa della dittatura del proletariato e della rivoluzione di Ottobre è degenerato in strumento di lotta contro «le bande dei nemici più accaniti del popolo russo».

Quelle dei regimi borghesi?  No, contro «i trozchisti-buchariniani e gli altri agenti del fascismo nippo-germanico». Terminologia che nella fase attuale del tradimento centrista significa i proletari rimasti fedeli alla lotta classista per un Ottobre mondiale.

Abbiamo avuto il processo dei 17 – corollario di quello dei 16 dell’agosto 1936 – col quale il 1° febbraio le condanne capitali hanno avuto la loro esecuzione.

Successivamente abbiamo assistito alla decapitazione dell’Esercito Rosso, il maresciallo Tukacevski in testa.

Ultimamente senza che nulla fosse trapelato in precedenza salvo che la voce del loro arresto un comunicato del Collegio Militare del Tribunale Supremo dell’U.R.S.S. del 16 dicembre annunciava la condanna alla pena capitale di 8 imputati di «tradimento alla patria, di attentati terroristici e di spionaggio sistematico (?)». Tutti gli imputati, naturalmente, si sono  «riconosciuti interamente colpevoli» e la sentenza aveva ricevuto la sua esecuzione. Notizia pubblicata come di secondaria importanza sulla stampa in fregola per la pochade elezionistica. Tra gli 8 giustiziati vi erano Enukidze, segretario dal 1918 al 1934 del Buro Esecutivo Centrale dei Soviet, Karakhan già ambasciatore a Pechino.

E accanto a questi processi più sensazionali si sono avute centinaia di esecuzioni di cui è stata data notizia; ancor più numerose le sparizioni, eufemismo che vela nella maggior parte dei casi l’uccisione. Hanno ormai sterminato tutti i vecchi bolscevichi, tutta la «generazione di Lenin», una buona parte dei combattenti di Ottobre.

E si continua ad apprestare la carretta per il 1938. Vi è il processo in corso, più volte annunciato e finora mai attuato, contro gli arrestati del gruppo di Rikof e di Bukharin che sembrerebbero poco disposti a farsi scannare recitando il «mea culpa» e osannando i carnefici. Forse si ricorrerà al mezzo più spiccio di sopprimerli alla chetichella come sembra sia già stato fatto con Bukharin.

Nessuno sembra poter sfuggire al destino implacabile: sono «scomparsi» infatti Antonof-Ovscienko, che pur aveva dato vita al centrismo a Barcellona dove per l’avanti era inesistente, Krestinski e tutta una serie di diplomatici, Meyerhoold e un gran numero di artisti e letterati, molti ufficiali superiori e della marina… Sovrattutto nelle varie repubbliche nazionali l’ «epurazione» è stata radicale: tutti i fondatori del partito bolscevico in quelle regioni – in Georgia, per es.,  tutti i vecchi bolscevichi compagni della prima ora di Stalin, i Mdivani, Okudjava, Orekbelascevili, ecc. – tutti gli antichi presidenti ed i membri dei comitati esecutivi e dei commissariati del popolo sono stati eliminati dalle funzioni prima, messi a morte dopo.

E sembra che si stia iniziando l’ «epurazione» anche tra i membri stranieri delle supreme istanze della I.C.: Bela Kun, Valetzki, Eberlein, Remmele, Felix Wolf, Magyar, etc. sono in attesa del processo, cioè candidati alla forca se non di già «spariti».

Tutti gli oratori e tutta la stampa durante la campagna elettorale hanno insistito sulla necessità di continuare la campagna contro gli «spioni» e contro i «nemici del popolo».

Ed è ora la volta degli stranieri.

Fronte Popolare e padronato contro il proletariato francese

L’OBIETTIVO REALE DELLE LOTTE RIVENDICATIVE IN FRANCIA

Da qualche settimana i movimenti operai si succedono senza interruzione nella Francia del Fronte Popolare. Né il complotto, né la mobilitazione sciovinista intorno alla guerra imperialista di Spagna o di Cina, riescono a fare cessare il malcontento che regna tra gli operai e ad evitare lo scoppio degli scioperi.

Noi non dobbiamo tuttavia ingannarci sul significato del periodo attuale. Non si tratta di una « ripetizione » degli avvenimenti del giugno 1936, quando il Fronte Popolare, salito al potere, canalizzava senza violenza l’ondata operaia grazie alla istituzione degli accordi di Matignon e la sua politica di economia di guerra. I contrasti sociali hanno avuto il tempo di concentrarsi, di acutizzarsi e della fase attuale, ciò che accade in Francia sono i movimenti propri alle difficoltà che incontra l’economia di guerra. Gli elementi che dobbiamo esaminare sono i seguenti: il capitalismo francese è riuscito ad adattare la sua struttura economica e sociale alla situazione di guerra imperialista grazie alla soluzione del Fronte Popolare. Un tentativo di impedire lo sviluppo parallelo dei movimenti rivendicativi e lo scoppio di movimenti sociali si è urtato colle difficoltà specifiche della economia francese. Certo si poté praticare la politica delle concessioni finché essa corrispose alla messa in movimento dell’industria degli armamenti diventata l’asse di tutta l’economia. Ma per questo si dovette attingere nelle casseforti della Banca di Francia, si effettuò la svalutazione senza riuscire a stabilire una ripresa durevole, mentre l’aumento del caro vita accompagnava l’aumento dei salari e l’aumento del ritmo di lavoro la legge delle 40 ore. Il problema dipendeva in parte dalle basi dell’economia francese (vi sussiste un mercato interno importante e una industria non super-industrializzata) dove l’organizzazione di una economia di guerra poteva incontrare certe difficoltà e sovrattutto pel fatto che la Francia riarma dal 1919.

L’impulso alla corsa degli armamenti non poteva essere lo stesso che negli altri paesi. E così dopo la corta parentesi durante la quale gli operai speravano che il Fronte Popolare avrebbe migliorato le loro condizioni di vita, il capitalismo, pel tramite di Blum, decretò la pausa del marzo 1937.

Questa pausa doveva chiudere la fase dei movimenti sociali, delle concessioni ed aprire il periodo delle « economie ». Un primo sintomo dello stato d’animo delle masse fu dato dagli avvenimenti di Clichy. Colla Esposizione e col cancan centrista si riuscì, bene o male, e malgrado la sostituzione di Blum con Chautemps, a fare accettare dai lavoratori l’evoluzione della politica del Fronte Popolare facendo funzionare in pieno il sistema dell’arbitrato e legando più intimamente i sindacati alla politica dello stato capitalista. La fine dell’Esposizione, l’avvicinarsi dell’inverno, videro sorgere dei « complotti » che coincisero, per puro caso (!!), col periodo della rinnovazione dei contratti collettivi e colla effervescenza degli operai in tutte le industrie. In realtà, questi complotti furono dei pretesti per lanciare ed applicare le decisioni di Rambouillet che dovevano mantenere la « pace sociale » e mettere fuori legge l’occupazione di officine e gli scioperi sorti « al di fuori dell’arbitrato ».

Già in questo momento appariva come la politica del capitalismo, da parte di Blum come da parte di Chautemps, fosse di una continuità di classe perfetta: il Fronte Popolare si metteva di contro agli operai in tutte le circostanze. Ieri faceva delle concessioni perché imboccava la via dell’economia di guerra che è anche quella della partecipazione degli operai alla guerra imperialista e all’Unione Sacra, oggi attua una politica di compressione per mantenere questa economia di guerra che ha bisogno di « pace sociale » e che non rifugge di impiegare la violenza. Del resto centristi e socialisti non sono forse là in permanenza per mantenere ad ogni costo gli operai dietro il Fronte Popolare, la guerra di Spagna, l’Unione Sacra! I problemi di classe, il capitalismo li ha affrontati da più di un anno al suo vantaggio esclusivo e sono le difficoltà della situazione economica che evolve senza sosta che lo hanno obbligato ad « adattare » la sua politica. Infatti i movimenti operai in questa nuova situazione sono di natura da acutizzare i contrasti sociali malgrado i social-centristi. Bisogna dunque adottare misure « energiche » per rimediare all’arresto della « ripresa » e parallelamente impedire le lotte operaie. Un solo mezzo esiste: adattare le leggi sociali alle necessità della produzione: rivedere le « conquiste » operaie e fare accettare tutto ciò dagli operai nel nome degli interessi della « Patria ».

Ai primi di dicembre movimenti scoppiano, malgrado Rambouillet ed il clamore della stampa attorno i « Cagoulards ». Il governo Chautemps contava su un’attitudine energica della C.G.T. del tipo di quella di cui aveva beneficiato Blum in una situazione ugualmente tesa. Sfortunatamente per lui ciò non era più possibile. Gli operai si stancavano dei « colpi di sonda » del capitalismo facenti pubblicare che l’inchiesta sulla produzione (chiesta a Chautemps dalla C.G.T. e dai centristi) si concludeva colla necessità di rivedere le 40 ore ecc. Inoltre il padronato applicava le decisioni di Rambouillet passando ad una politica di provocazione e di soprusi. Gli arbitrati – ancora una volta per caso (!) – tiravano in lungo ed erano finalmente male accolti dagli operai. Si era tanto sbraitato che bisognava richiamare i padroni « al rispetto della legge » e Chautemps tentava invece di far pendere la bilancia dell’arbitrato nel senso dell’interesse capitalista (ciò che è naturale quando si tratti di arbitrato tra sfruttati e sfruttatori).

I padroni affermavano la loro volontà di fronteggiare le difficoltà economiche sopprimendo i vantaggi degli operai. Bonnet mostrava loro il cammino parlando di « continuazione della pausa », e di economia. Chautemps, nuovo paladino dell’ordine, discuteva col « compagno » Dormoy le « misure di autorità » da prendere nei conflitti sociali.

LO SCIOPERO DELLE OFFICINE GOODRICH

È la regione parigina che diede il segnale. Prima fu il movimento degli impiegati che fu liquidato con un compromesso dopo uno sciopero « fuori delle ore di lavoro ». Poi furono gli scioperi dell’alimentazione e dei trasporti che si susseguono. Nella edilizia e nella metallurgia si organizzano manifestazioni « valvole di sicurezza » per impedire lo scoppio di movimenti. Finalmente è la Banlieue che si mette in movimento e che può mettere il fuoco alla « cintura rossa » che circonda Parigi.

Il governo « di autorità » decide allora ad agire. Bisogna dare la garanzia al capitalismo che il Fronte Popolare sarà capace, con i suoi ministri socialisti, di fare rispettare le direttive di Rambouillet, e di farla finita prima colle occupazioni di fabbriche, poi con tutti i conflitti. Bisogna demoralizzare gli operai, metterli in urto tra loro, dividerli e così preparare l’attacco frontale del capitalismo.

Il punto centrale dell’attacco capitalista sarà diretto contro le officine Goodrich dove gli operai occupano gli opifici da otto giorni. La guardia mobile è inviata per farli sgombrare colla violenza. La sensibilità degli operai parigini manda a monte i tentativi della borghesia: tutta la periferia minaccia di fare lo sciopero e di generalizzare il movimento di Goodrich e quello dell’alimentazione e dei trasporti. Anche le officine nazionalizzate e lavoranti per la guerra vogliono partecipare a dei movimenti di solidarietà che, di fronte all’effervescenza che regna anche nella metallurgia, possono diventare rapidamente degli scioperi rivendicativi. Il capitalismo retrocederà allora e saranno la C.G.T., i deputati socialisti e quelli centristi che sapranno trovar la soluzione col « neutralizzare » le officine fino a quando l’arbitrato (il padronato dirà per la durata delle feste di Natale) obbligherà gli operai ad accettare la decisione. Gli operai abbandonano dunque le officine dietro una semplice promessa di arbitrato.

Questa disfatta operaia sarà il segnale della repressione nell’alimentazione e nei trasporti dove la polizia interverrà e dove i ranghi militari faranno funzione di crumiri. I sindacati faranno tutto il possibile per isolare ogni conflitto e gettare gli operai sotto i colpi del padronato e della forza armata di Chautemps.

LO SCIOPERO GENERALE NEI SERVIZI PUBBLICI

È in questa situazione già tesa che il consiglio comunale di Parigi attaccherà gli operai dei servizi pubblici. Come è divenuto d’abitudine col Fronte Popolare, i delegati sindacali andranno a negoziare con Dormoy per impedire i movimenti. Però, di fronte all’effervescenza degli operai indignati delle brutalità poliziesche nell’alimentazione e nei trasporti e volenti solidarizzare cogli altri operai, si deve passare allo sciopero generale. I centristi che ne prenderanno la responsabilità, cercheranno farne una protesta contro il consiglio reazionario di Parigi e non contro il Fronte Popolare, ma l’attitudine del governo Chautemps farà capire come questi comprenda bene il pericolo della solidarietà operaia. Evidentemente i bonzi sindacali dei servizi pubblici non potranno fare altro che cercare di impedire reazioni spontanee degli operai. Ma il capitalismo deve dare prova di energia. Spezzare il movimento per impedirne l’allargamento alla metallurgia e alla edilizia.

Le discussioni in seno del gabinetto Chautemps ebbero due aspetti: dapprima unanimemente i membri del governo dichiararono che « l’ordine sarebbe mantenuto » e che il funzionamento dei servizi pubblici sarebbe garantito. Chautemps pubblicava un comunicato attaccante odiosamente gli operai. Dormoy conferiva col generale Bouvet per adottare le misure di repressione necessarie – ciò che si cercò smentire con una idiota spiegazione. Nel dopopranzo i ministri socialisti rincularono davanti la pressione della S.F.I.O. e della C.G.T. rendendosi conto dell’ampiezza dell’effervescenza operaia. Chautemps accettò così di non fare ricorso alla requisizione se gli operai avessero accettato di rientrare subito.

Immediatamente la polizia entrò in azione per fare evacuare le officine a gaz e le truppe furon impiegate come crumiri. « L’ordine sarà mantenuto » dichiarava senza sosta Chautemps ed era pronto ad impiegare la violenza per provarlo.

Tutta la stampa reazionaria applaudiva al governo di Fronte Popolare contro questo sciopero provocato dai comunisti (!) che in realtà vogliono la stessa politica della « mano tesa » al papa e ai cardinali.

Ma nel frattempo le forze del capitalismo agivano per schiantare il movimento operaio e preparare senza ulteriore violenza la disfatta totale della classe operaia. Chautemps rifiutava di discutere cogli scioperanti dei servizi pubblici prima della ripresa del lavoro. Bisognava tuttavia agire: sono i ministri socialisti, il cui partito aveva disapprovato lo sciopero, che faranno agli scioperanti delle promesse che saranno la sola base per obbligare gli operai a riprendere il lavoro.

Chautemps spingerà il cinismo fino a disapprovare queste promesse ed i socialisti stessi si trincereranno dietro delle vaghe spiegazioni sulla loro attitudine: la nostra « buona fede » è la garanzia che nel seno del gabinetto faremo accettare le rivendicazioni operaie ecc.

I centristi faranno un semplice affare di bottega di questi scioperi: noi siamo stati i soli a solidarizzare cogli scioperanti, diffondete dunque l’Humanité. Non mancheranno inoltre di cercare di mettere sotto cattiva luce i socialisti. Tuttavia Frachon scriverà che gli scioperi non sono augurabili nella situazione internazionale che traversa la Francia (lo stesso che scrive il reazionario Journal) ma che il solo mezzo per evitarli è di evitare le provocazioni e anzitutto di non ricorrere alla violenza. Perché si vuole opporre l’esercito di Francia agli operai francesi! Lasciamo più tosto manovrare i sindacati per strozzare le rivendicazioni operaie e ne resulterà minor guaio. Del resto se i centristi si fossero opposti allo sciopero come avevano fatto i « compagni » ministri, la collera operaia si sarebbe potuta rivolgere contro tutto il Fronte Popolare. Così il Fronte Popolare è restato in piedi anche per opera della manovra centrista.

I sindacati fecero l’impossibile per impedire la congiunzione dei servizi pubblici, dell’alimentazione e dei trasporti. Di più misero in guardia gli operai della costruzione e delle altre corporazioni contro movimenti di sciopero. « Disciplina, disciplina ed ancora disciplina » ecco il loro appello.

Anche questa volta cessato lo sciopero dei servizi pubblici colla disfatta operaia, si potrà, colla complicità della C.G.T., spingere a fondo l’offensiva negli altri settori. La guardia mobile interverrà con violenza a Vitry ed in altra località. Nell’alimentazione, nei trasporti, nel conflitto Goodrich (che fu arbitrato nella forma che tutti conosciamo: è la confederazione padronale che rifiutò discutere finché le officine restavano occupate). E per ultimo è Chautemps che prende l’iniziativa di ristabilire assolutamente la pace sociale. Padroni ed operai sono invitati a concludere nuovi accordi che saranno sottomessi al parlamento « un codice di pace sociale che avrà forza di legge ».

La situazione è oramai matura per dare il colpo forte: le disfatte proletarie e l’inevitabile scoraggiamento degli operai davanti il siluramento degli scioperi permetterà di erigere in legge l’intervento brutale della guardia mobile. Si comprende così perché il centrismo prenda una posizione « estremista » ed attacchi « l’energia » del governo contro gli operai mentre lascia fare ai « cagoulards » ed ai fascisti all’estero.

Per noi ciò che si interessa è la capacità degli operai a sottrarsi dall’impresa dei traditori e di fare dei loro movimenti rivendicativi ciò che debbono essere nella fase attuale: elementi della loro rivendicazione politica centrale; la lotta contro la guerra, contro l’economia di guerra, contro l’Unione Sacra e lo stato capitalista.

Dopo l’Egitto la Rumenia…

Corrono brutti tempi per i fautori della « democrazia ». Mentre i grandi imperialismi « democratici » nicchiano di fronte ai fascismi « aggressori », i paesi minori ricorrono allo spiccio metodo « fascista » per risolvere, almeno momentaneamente, i contrasti sociali che affiorano e non riescono contenere.

Delbos, rappresentante accreditato del Fronte Popolare di Francia, aveva recentemente fatto un viaggio per tastare il polso dei paesi della Piccola Intesa e della Polonia.

E, proprio a farlo apposta, immediatamente dopo il suo passaggio, la Rumenia instaura un regime che chiameremo « fascista » per usar il vocabolo di prammatica. Polonia e Jugoslavia non ne sentono la necessità perché hanno da tempo instaurato uno stato di cose affine.

Re Carlo, noto soprattutto per le sue avventure galanti extraconiugali, ha affidato il potere al più forcaiolo dei politicanti del suo paese, il Goga che è l’esponente di un partito reazionario che alle elezioni di dicembre scorso non aveva raccolto neppure il 10% dei votanti. Salvo naturalmente, se vorrà anche lui farsi « plebiscitare », a raccogliere domani il 98,6% dei suffragi.

I proletari di Rumenia erano già perseguitati ferocemente nel precedente periodo « democratico ». Goga ha rimesso in attualità la persecuzione antisemita che non è per niente una novità. La Rumenia infatti, già nell’anteguerra, divideva, colla Russia zarista, il triste primato dei pogroms contro gli ebrei, senza che le borghesie ebree dei paesi più « civilizzati » se ne scaldassero troppo. Tanto in Russia che in Rumenia erano infatti le masse proletarie che ne facevano le spese.

L’avvento del « fascismo » in Rumenia ha seguito a movimenti consimili in Brasile ed in Egitto.

Del governo « forte » instaurato da Vargas nel Brasile abbiamo già scritto numeri or sono.

In Egitto il reuccio Faruk, appena raggiunta l’età della ragione, ha licenziato il governo di Nahas pascià e lo ha sostituito con Mahmoud. Il defenestrato era il rappresentante del partito nazionalista Wafd – che è il più forte per numero di deputati – mentre il nuovo primo ministro non è che un pupazzo della camarilla di corte che governava in nome di un re minorenne. I proletari e le masse dei fellahs egiziani anch’essi sono stati, come i fratelli di classe di Rumenia, perseguitati dai governi « democratici » ogni qualvolta abbiano affacciato rivendicazioni di classe.

La stampa « antifascista », ad ogni rinnovarsi di simili rivolgimenti, scrive dello zampino « fascista » che avrebbe favorito questi movimenti « antidemocratici ». Ciò è verosimile, soprattutto per l’Egitto perché è risaputo che il fascismo italiano interviene intensamente nel Vicino Oriente. Ciò lo hanno rivelato i recenti avvenimenti in Palestina.

Ma è ugualmente vero che mentre la stampa « antifascista » va in brodo di giuggiole per le affermazioni « anti-dittatoriali » di Roosevelt – che del resto esercita negli Stati Uniti un potere dittatoriale molto accentuato malgrado la parvenza democratica della stellata repubblica – e nutre fiducia nel novello Wilson che bandisce l’equivalenza tra democrazia e pace, ai fatti l’America, proprio come la Gran Bretagna o la Francia, traggono le principali risorse della loro economia di guerra dai focolai già in fiamme della guerra imperialista (Spagna e Cina) e palesano coi paesi « fascisti » una solidarietà di classe che dimostra luminosamente come al disopra di tutti i contrasti di interessi e di regime, esista per tutti un identico nemico: il proletariato che tenti restare sul suo terreno di classe.

Giovine Italia e Giovine Europa

Un nuovo giornale è stato pubblicato ad iniziativa del Partito Repubblicano: la Giovane Italia. Si avrebbe torto di considerarlo come un’emanazione esclusiva del Partito Repubblicano, quello che è d’altronde provato dalla partecipazione alla redazione di elementi monarchici i quali, come Sforza per esempio, sostengono la bontà dei regimi monarchici rappresentativi e democratici e che attribuiscono a questi ultimi il mantenimento dei regimi democratici attuali. Quanto al titolo, esso non può indicare che si tratti di un giornale esclusivamente repubblicano ma serve a mettere in evidenza un fattore d’ordine sociale e tutti sanno che il collaborazionismo ed il cooperativismo di Mazzini sono in netta opposizione con la teoria di Marx della lotta di classe.

La pubblicazione di questo nuovo giornale fa riscontro all’evoluzione, verso il centrismo, di Giustizia e Libertà. Un posto vacante è stato immediatamente rimpiazzato sull’arena politica e questo giornale prende una posizione presso a poco analoga a quella dei radicali francesi verso il Fronte Popolare. Come sempre succede, i rinnegati socialisti e centristi sono costretti a prendere la posizione più violenta contro gli elementi e gli interessi reali della lotta proletaria per la rivoluzione, mentre sono gli elementi della sinistra borghese che schivano di prendere una posizione estrema nella lotta contro la classe operaia. Non ci stupiamo quindi di vedere che Giovane Italia cerca di prendere una posizione di indipendenza (e probabilmente domani anche di opposizione) nei confronti del terrore in Russia.

Ma è giustamente a causa di questa posizione che dei proletari potrebbero essere presi nei fili di questa nuova manovra borghese. Ancora una volta, per potere essere premuniti contro questa manovra, occorre che i proletari seguano attentamente l’attività di questa corrente e non si contentino di ignorarla. La lettura di questo giornale permetterà di rendersi conto che, nei confronti degli avvenimenti attuali, Giovane Italia e Giovane Europa, lottano per il mantenimento della Vecchia Italia ed Europa e contro l’unica forza rivoluzionaria e giovane del mondo: contro il proletariato rivoluzionario.

Comunicato

Si mettono in guardia i proletari contro un ex-membro della frazione: Gasco Carlo. Non ci è stato possibile controllare se egli fa parte del Fascio, ma ci risulta in modo sicuro e d’altronde l’interessato lo ha ammesso che egli frequenta dei locali fascisti: i proletari devono dunque cessare di avere alcun rapporto con questo traditore.

I tre anniversari

Ricorrono nei prossimi giorni ire anniversari che il proletariato non deve dimenticare: l’assassinio di Rosa e di Carlo, la morte di Lenin e, ciò che specialmente ci riguarda, il Congresso di Livorno del 1921.

Nel prossimo numero tratteremo diffusamente del loro significato e del loro ammaestramento come lo esige l’ora che volge così tragica per il proletariato internazionale.