Partito Comunista Internazionale

Prometeo (II) 16

I rapporti delle forze sociali e politiche in Italia Pt.2

II.

La politica della classe dirigente italiana indicata sotto il nome di giolittismo va intesa secondo noi come il modello tipico della politica “democratica di sinistra”. Lo Stato procede senza esitare a tessere il com promesso coi capi del proletariato, sapendo di disarmarli, e la monarchia si prepara alla investitura dei ministri socialisti senza nessuna seria opposizione di ceti tradizionalisti. Nello stesso tempo il governo borghese non cede di un palmo nell’allestimento e nell’impiego degli strumenti di repressione violenta, nei quali è la ragion d’essere del suo meccanismo, ed ogni forma embrionale di rivolta dei lavoratori che scappi fuori dal quadro evangelico delle “nuove vie del socialismo” tratteggiate allora dal rinnegato Bonomi, è soffocata nel sangue. Da uno di questi episodi prorompono poi i moti del giugno 1914 alla vigilia della guerra mondiale, con lo sciopero generale sboccante nella contraddizione tipica: l’imprigionamento di ogni sforzo delle masse nell’apparato dell’organizzazione socialdemocratica che chiude la via ad ogni successo rivoluzionario. Alla repressione poliziesca segue l’atto ultrareazionario delle punizioni ai ferrovieri, mentre dal banco di ministri gli uomini della democrazia avevano potuto ostentare il riconoscimento del diritto di sciopero magari nei pubblici servizi.

Il doppio gioco della politica democratica era precedentemente emerso anche da questo contrasto. Come lo stesso ministero Giolitti poteva elargire le leggi riformiste e la mitraglia dei carabinieri, così esso elaborò nel campo politico la grande riforma del suffragio; mentre scatenava la guerra di Libia, fatto di autentico imperialismo dal punto di vista della politica dello Stato italiano (se pure svolto con incomprensione sbalorditiva dallo stesso punto di vista borghese), e nel campo internazionale preludio della grande orgia di sangue dell’imperialismo, scatena tasi attraverso la caduta della Turchia nelle guerre balcaniche. Vedere in tutte queste contraddizioni una ragione per asserire che si trattava di un governo retrogrado e falsamente democra tico, significa accettare l’angolo visuale avversario secondo il quale la politica democratica conduce alla pacifica convivenza delle classi e dei popoli nella pace interna e internazionale, mentre secondo la nostra linea critica il metodo democratico corrisponde ai fini del governo della classe capitalistica, che concilia i mezzi della violenza, a cui l’apparato statale si tiene sempre più pronto, con una tattica atta a stornare i nembi della tempesta proletaria, e con un’abile politica di apparenti concessioni, che mentre valgono a sviare il movimento operaio, non costringono la classe dominante ad alcun sacrificio effettivo. E del resto non vi è qui una caratteristica della sola politica borghese italiana, ma di tutta la politica mondiale dell’anteguerra: la preparazione delle forze imperialiste si fece in un’atmosfera di democrazia politica avanzata e di riformismo sociale entrambi goffamente mascherati come autentico pacifismo. Un esempio è dato dalla campagna della borghesia francese per l’anticlericalismo combista e al tempo stesso per la ferma di tre anni: come in Inghilterra dovevano i liberali introdurre la coscrizione militare.

Durante la guerra la tesi fondamentale sostenuta dai socialisti italiani della sinistra fu di negare quella antitesi tra democrazia e militarismo in nome della quale agiva la truffa colossale dell’interventismo, recando come argomenti a questa tesi le ragioni di debolezza che fecero crollare prima militarmente gli Stati non democratici.

Un ingrediente indispensabile della politica democratica dell’anteguerra immediato in Italia fu l’anticlericalismo più spinto, terreno della collaborazione politica tra la pretesa borghesia avanzata e il proletariato. Mentre i governi erano apertamente sul terreno della politica massonica, ciò non impediva che operassero d’intesa con le forze cattoliche della borghesia nelle elezioni, nel parlamento, nella stessa impresa di Tripoli caldeggiata dagli ambienti bancari clericali. Ancora, adunque, politica per uso esterno, che non intaccava ma integrava la funzione specifica dello Stato: la repressione di ogni attacco rivoluzionario.

L’atteggiamento dei partiti italiani all’inizio della guerra sempre più collima colla tesi nostra. Il partito giolittiano si trovò sullo stesso terreno cogli elementi clericali e nazionalisti, diretti esponenti del sorgente indu strialismo siderurgico (ed anche questi non riconoscibili come un tentativo di organizzazione degli strati di destra borghesi), ossia sul terreno della soli darietà con gli imperi centrali contro i paesi “democratici”. Una solidarietà sembrò stabilirsi tra le forze politiche proletarie e quelle della democrazia borghese di estrema sinistra, tradizionalmente antiaustriaca. Ma la possibi lità della guerra al fianco dell’Intesa spostò in modo suggestivo un tale schieramento, e mentre giolittiani e cattolici restavano avversi alla guerra, pur fondendosi con la unanimità del patriottismo borghese quando questa scop piò, i nazionalisti e in genere gli esponenti dell’industrialismo, dive nendo focosi partigiani della guerra contro l’Austria, si trovarono al fianco della democrazia estrema, di repubblicani, di spuri esponenti del proletariato come i riformisti e qualche anarcoide, tra cui lo stesso Mussolini capo della frazione intransigente dei socialisti.

In un momento così caratteristico come riconoscere una divisione tra destra e sinistra borghese? Evidentemente questa non esisteva seriamente, se nello stesso campo si poterono trovare Salandra e Bissolati, l’uno venendo dalla estrema destra parlamentare, l’altro dalla estrema sinistra, l’uno dagli agrari meridionali, l’altro dalle organizzazioni socialdemocratiche del Nord, e contro essi, insieme, i clericali più neri e taluni massoni radi cali. Il reazionario Salandra, nel lanciare il grido di guerra, tenne a porre sé stesso, come “modesto borghese” in antitesi al “conte” Betmann Hollweg, cancelliere del Kaiser.

Finita la guerra, il metodo giolittiano continua a dettare la politica dello Stato italiano. Giolitti padrone di condurre la guerra a fianco della Germania avrebbe fatto senza esitare mitragliare le dimostrazioni antibelliche delle masse. Lo stesso Giolitti nel porre la sua candidatura al ritorno al governo, nel 1919, profittando largamente del suo neutralismo per rendersi accetto alle masse, tratteggia un programma di riformismo ancora più audace e ripete i motivi dell’invito al socialismo a collaborare.

Attraverso tali propositi, realizzati d’altronde largamente dal governo Nitti appena finita la guerra, si delinea una esatta visione della situazione. La guerra lascia la borghesia in condizioni preoccupanti: crisi economica e ritorno nel paese delle masse smobilitate, che hanno appreso il maneggio delle armi e il disprezzo della morte, costituiscono un pericolo evidente. In ogni caso il governo borghese lotterà contro di esso se prenderà forme decise, ma spostare il suo apparato armato dal fronte di guerra al fronte interno e di polizia è un difficile problema tecnico. La manovra deve essere coperta con opportuni diversivi politici.

 Quando i fautori della controffensiva borghese di oggi criticano il preteso disfattismo della autorità del governo da parte di Nitti e di Giolitti sanno di dire cosa non vera. Allora per l’apparato statale era per lo meno rischiosa la tattica della lotta frontale. Bisognava dare sfogo alle esuberanze popolari mentre si lavorava a preparare il consolidamento dell’apparato statale. Quindi nel dopoguerra la borghesia italiana non ha fatto una conversione dal metodo politico dell’ultraliberalismo a quello odierno della reazione, ma ha governato il suo apparato statale secondo le esigenze “tecniche” della sua funzione. Nitti e Giolitti hanno enormemente rafforzato i corpi di polizia, il primo creando le guardie regie, il secondo moltiplicando il numero dei carabinieri, essi hanno effettivamente gettato le basi del fasci smo.

Pretendere nel dopoguerra immediato di contenere la pressione delle masse che era necessario svincolare dall’inquadramento militare insostenibile anche economicamente, pretendere di impedire ancora gli scioperi, di mantenere la censura, di continuare a governare senza il parlamento, di pagarsi il lusso di una permanente celebrazione tricolore della pretesa vittoria, avrebbe voluto dire per la borghesia obbligare subito il proleta riato a porsi tutti i problemi della nuova vita collettiva economica e politica come problemi rivoluzionari, spingendolo a darsi una organizzazione di assalto rivoluzionario forse prima che lo Stato rassodasse la propria, controrivoluzionaria.

Fu necessario dare la stura alle lotte sindacali smobilitando l’industria, sopprimere la censura, amnistiare i disertori, mettere in sordina la suonata patriottica dinanzi al delirio di gioia delle popolazioni al dissiparsi dell’incubo di una guerra impopolare, e di cui si mostravano all’evidenza i frutti amarissimi dallo stesso punto di vista degli interessi nazionali e dei rapporti con gli al leati. Nitti fece tutto questo, e nell’ottobre del 1919 senza preoccuparsi della certa elezione di una falange di socialisti, spalancò lo sfogatoio elettorale certo dell’effetto che le tradi zioni di struttura legalitaria del socialismo italiano, non superate dalla sua opposizione alla guerra, avrebbero avuto, nel sostituirsi alla formazione di una dura esperienza rivoluzionaria, i facili successi di una demagogia che costruiva con cecità spaventevole sul vuoto. Si ebbe la dimostrazione antimonarchica in Parla mento, fatto sensazionale, ma intanto si incoraggiava il partito socialista a trascurare ogni preparazione rivoluzionaria: il miraggio parlamentare al Congresso di Bologna impedì l’evoluzione del partito socialista nel senso della esperienza rivoluzionaria del dopoguerra dimostrata dalla Rivoluzione russa, e la selezione delle sue file, presupposto della adozione di un nuovo metodo di azione politica, e rese sterile il mutamento formale di pro gramma in quel congresso acclamato.

Il balzo in alto della media dei salari, dovuto al livello inferiore a quello di altri paesi che si aveva in Italia prima della guerra, e all’improvviso allentarsi della bardatura di guerra, creava un’intensità di movimento di masse, che era il terreno naturale della organizzazione rivoluzionaria. Se questo concorso di lavoratori, irresistibile perché mosso da fatti economici ineluttabili, fosse avvenuto in un ambiente di aperta reazione di forze borghesi, si sarebbero sommate le condizioni necessarie a formare un esercito rivoluzionario. Il rigurgitare dei sindacati nel 1919 e 1920 non poteva essere soppresso da nessuna violenza, che l’avrebbe solo forzato a trasformarsi in una lotta generale, che rappresentava per la borghesia almeno un rischio gravissimo di essere sconfitta. Bisognò lasciar passare l’ondata. Una interpretazione superficiale dice che questo avvenne per la de bolezza del governo bor ghese, ma la verità è che si trattò di una tattica: temporeggiare, approfittandone per rafforzare l’apparato statale e attendere il gioco delle forze economiche successivo al primo periodo di floridezza apparente del dopoguerra. Considerare Nitti e Giolitti come disfattisti, per amor di democrazia, della causa borghese, sarebbe perlomeno somma ingenuità.

Il secondo spinse nel campo sociale e sindacale la sua politica audace. Egli seppe sorpassare il momento acuto. Il partito proletario non aveva formato neppur l’embrione di un esercito rosso, e le organizzazioni economiche avevano fino allora vinto con metodi pacifici. Ma col delinearsi della crisi industriale e del rifiuto del padronato ad ulteriori concessioni, il problema della gestione proletaria delle aziende si pone in modo locale ed empirico. Avviene l’occupazione delle fabbriche. Essa non è inquadrata in modo unitario, ma è armata, e coincide con l’occupazione delle terre da parte dei con tadini. L’attacco frontale non è consigliabile per lo Stato, ma la manovra riformista vale ancora una volta, si può ancora simulare una concessione: e col progetto di legge sul controllo operaio Giolitti ottiene dai capi del proletariato l’abbandono delle officine.

A noi pare che si tratti di una partita giocata dalla borghesia in modo classico. Essa si sviluppa ulteriormente in una linea logica. Non siano dei metafisici, ma dei dialettici: nel fascismo e nella generale controffensiva borghese odierna non vediamo un mutamento di rotta della politica dello Stato italiano, ma la continuazione naturale del metodo applicato prima e dopo la guerra dalla “democrazia”. Non crederemo alla antitesi tra democrazia e fascismo più di quello che abbiamo creduto alla antitesi tra democrazia e militarismo. Non faremo miglior credito, in questa seconda situazione, al naturale manutengolo della democrazia: il riformismo socialdemocratico.

Da New-York

Per essere chiari

Dunque il foglio del centrismo ha finalmente parlato e assunto una posizione chiara nei nostri confronti. Si direbbe un cambiamento di tattica che i neo bolscevizzati intendono di adottare, avendo constatato che la menzogna sistematica non ha dato finora quei risultati che si volevano ottenere.

Bisogna scegliere altre vie, mettere in pratica altri espedienti, non importa quali, purché di questi «odiosi» sinistri diventati ormai insopportabili per la loro costante… reclame Trotzky non resti più nulla. Era chiaro che dopo la riuscita del comizio di protesta contro la espulsione del compagno Trotzky dalla Russia – dopo vani tentativi di mandarlo a monte da parte dei centristi – il foglio dei bonzi si togliesse la maschera e si proncunciasse una buona volta.

Non vogliamo confutare il contenuto misero del trafiletto in parola e mettere in ridicolo l’autore per le sue divagazioni. Viviamo nel periodo per l’imbottigliamento dei crani e… tutto fra brodo. Le pretese «vittime» bolsceviche dopo di avere «scoperto» la nostra alleanza con la polizia e perciò il nostro passaggio al «servizio della controrivoluzione» il foglio centrista continua: COI CONTRO RIVOLUZIONARI NOI NULLA ABBIAMO IN COMUNE, SONO DEI NEMICI E COME TALI DOBBIAMO COMBATTERLI. I COMPAGNI TUTTI E GLI OPERAI RIVOLUZIONARI DEBBANO SAPERE QUAL’E’ IL LORO DOVERE». I «fessi» del centrismo ci conoscono da lunga pezza, per sapere cosa significhi la pretesa protezione della polizia fornita a noi.

Ma veniamo al sodo. E’ chiaro dunque cosa intendono fare i dirigenti centristi: incitare i compagni proletari alla violenza contro di noi. Sappiamo benissimo che queste sono le ultime manifestazioni e risultati disastrosi della loro politica opportunista.

Da parte nostra non vogliamo essere soltanto chiari e ben capiti, ma accettare anche tutte le responsabilità di quanto affermiamo.

Noi promettiamo che continueremo, forse più di prima, questa nostra «reclame» per i principi della sinistra, malgrado le «fesserie» dei bonzi: che nei principi e nell’azione della sinistra è la sola soluzione rivoluzionaria della crisi che tormenta presentamente il movimento comunista internazionale.

Quale risultato darà lo sviluppo del «nuovo corso» proposto come… esperimento, è quello che staremo a vedere.

Comunque noi saremo al nostro posto decisi a combattere qualsiasi attacco diretto contro di noi, avendo di mira nello stesso tempo di raggiungere molto bene l’obiettivo e chi dirige le…. operazioni dietro le quinte.

Crediamo che ci siamo spiegati abbastanza bene.

Parole chiare e attenti ai… passi.

VOTI