Partito Comunista Internazionale

Prometeo (II) 2

La Quistione Trotzky Pt.2

Ma la decisione non è unanime, i dissidenti dirigono il giorno dopo alle principali organizzazioni del partito una lettera sul «momento presente» che stigmatizza la deliberazione della maggioranza, dichiara impossibile l’insurrezione e sicura la sconfitta. Il 18 ottobre i destri scrivono ancora contro la decisione del partito. Ma il 25 ottobre l’insurrezione ha vinto e il governo soviettista si installa a Pietrogrado.

E il 4 novembre dopo la vittoria, i dissidenti da Lenin danno le dimissioni dal C. C. per essere liberi di appellarsi al partito, nel sostenere la loro tesi: non si deve come Lenin sostiene costituire un governo di partito, ma servirsi del potere conquistato per formare un ministero con tutti i partiti soviettisti ossia i menscevici e social-rivoluzionari di destra rappresentati nei Soviet. Si deve egualmente convocare la Costituente e lasciarla funzionare: ancora nel C. C. viene affacciata tale tesi, finché non prevale ancora la linea di Lenin, e la Costituente viene dispersa dalle guardie rosse.

La storia del dissidio se si vuole è breve. I compagni di cui si tratta riconobbero il loro errore.
Questo è giustissimo e non si tratta certo di squalificare quei compagni. Ma che essi riconoscessero l’errore, dinanzi alla rivoluzione vittoriosa e consolidantesi, era cosa inevitabile, a meno di passare addirittura nel novero dei controrivoluzionari.

Resta il problema che emerge in tutta la sua gravità dalla semplice osservazione: se Lenin fosse restato minoranza nel C. C. e l’insurrezione fosse fallita per la sfiducia gettata preventivamente su di una parte dei capi, «questi avrebbero parlato proprio nei termini in cui parlano i compagni responsabili della Direzione del Partito tedesco durante la crisi dell’ottobre ’23».

Ciò che Lenin scongiurò in Russia, non ha potuto l’Internazionale scongiurarlo in Germania.

In queste condizioni l’Internazionale, se di fatto vuole vivere nella tradizione di Lenin, deve fare in modo da non trovarsi più oltre: la storia non è generosa di occasioni rivoluzionarie, e il passare di queste lascia lo strascico doloroso che tutti conosciamo e soffriamo.

I compagni dovranno considerare che il contenuto del dibattito non è tutto qui, se si riferiscono ai motivi per i quali Trotsky è stato biasimato nella mozione pubblicata, e agli argomenti della polemica come li ripete riassumendoli l’autore degli articoli firmati A. P. Per quanto riguarda il compagno Trotsky, i problemi sollevati si riducono a quanto ho esposto; ma è vero che dall’altra parte si è risposto sottoponendo a un processo tutta intera l’attività politica svolta dal compagno Trotsky nella sua vita. Si è parlato di un «Trotskismo» che, contrapponendosi al leninismo, si svolge dal 1903 ad oggi su una linea continua, e si presenta sempre come una lotta «da destra» alle direttive del partito-bolscevico. In questo modo si è inasprito e aggravato il dissidio, ma soprattutto si è deviata la discussione eludendo il problema vitale posto da Trotsky nei termini che abbiamo prospettati.

Accennerò solo brevemente alle accuse tirate fuori contro Trotsky da un campo estraneo a quello in cui resta la sua prefazione.

Un Trotskismo esisteva dal 1903 al 1917, in effetti, ed era una attitudine di centrismo e di integralismo, tra menscevichi e bolscevichi, piuttosto confuso e incerta teoricamente, oscillante praticamente da destra a sinistra, e giustamente combattuta da Lenin senza troppi riguardi, come usava Lenin con i suoi contraddittori. In nessuno dei suoi scritti dal 1917 in poi, ossia dalla data del suo ingresso nel partito bolscevico, Trotski rivendica le sue opinioni di allora. Egli le riconosce erronee: nella sua lettera ultima al C. C. dice che considera il trotskismo come una tendenza scomparsa da molto tempo. Lo si accusa di aver parlato solo di errori di organizzazione. Ma la rottura di Trotsky col suo antileninismo passato non va cercata in un suo atto legale di abiura, bensì nelle sue opere e nei suoi scritti dopo il 1917, che ne fanno incontestabilmente dinanzi alla storia il secondo dei bolscevichi.
Nella prefazione Trotsky tiene a dimostrare il suo completo accordo con Lenin prima di ottobre e in Ottobre; ma si riferisce esplicitamente al periodo successivo alla rivoluzione di febbraio, ed  osserva che anche prima di giungere in Russia, in articoli scritti in America, espresse opinioni confrontantesi con quelle di Lenin nelle lettere dalla Svizzera: con ciò non si sogna di nascondere che era lui che, dinanzi agli insegnamenti della storia, si portava sul terreno di Lenin prima a torto combattuto.

Trotsky discute col diritto e dalla posizione di un membro del partito bolscevico che rimprovera alla destra del suo partito un contegno che risente di errori menscevichi nel periodo della rivoluzione.
Il fatto di essere stati nel periodo precedente alla rivoluzione e alla lotta suprema, lontani da tali errori e a fianco di Lenin, alla preziosa sua scuola, dava solo maggiori doveri ai luogotenenti di lui da sostenerne validamente l’azione senza sdrucciolare sugli errori di destra.
Per questo significa rovesciare i termini veri del dibattito e profittare della informazione unilaterale l’addossare a Trotsky la tesi sulla impossibilità della rivoluzione proletaria in Russia prima che in altri paesi, tesi che la prefazione a «1917» critica invece come determinante l’errore dei destri.

Ammesso che vi fosse un nuovo trotskismo, il che non è, nessun ponte potrebbe legarlo col vecchio.
Il nuovo in ogni caso starebbe a sinistra, mentre il vecchio era a destra. E tra i due si colloca un periodo di magnifica attività comunista di Trotsky, riconosciuta incontestatamente da tutti gli altri collaboratori di Lenin come rigorosamente bolscevica.

Dove è meglio fiancheggiata la polemica di Lenin contro gli opportunisti socialdemocratici che negli scritti di Trotsky, citando per tutti «Terrorismo e comunismo»?

In tutti i Congressi del Partito russo, dei Soviet, dell’Internazionale, Trotsky ha fatto rapporti e discorsi che definiscono in modo fondamentale la politica del comunismo negli ultimi anni, e mai si sono contrapposti a quelli di Lenin in questioni centrali; mai assolutamente se parliamo dei Congressi internazionali, di cui Trotsky che definiscono in modo fondamentale la politica del comunismo negli ultimi anni e mai si sono contrapposti a quelli di Lenin in questioni centrali. Mai assolutamente se parliamo di Congressi internazionali di cui Trotsky ha sempre esteso i manifesti ufficiali in cui ha diviso passo per passo con Lenin, la polemica e l’opera per consolidare la nuova internazionale eliminandone i residui opportunisti.

Nessun altro interprete di Lenin raggiunge in questo periodo la solidità di concezione di Trotsky sui temi fondamentali della dottrina e della politica rivoluzionaria, mentre egli sta a pari col maestro nell’efficacia scultoria della esposizione e della presentazione di quei postulati nella discussione e nella propaganda.


Non voglio nemmeno dire della parte presa da Trotsky come capo alla lotta rivoluzionaria e alla difesa politica e militare della rivoluzione, perchè non ho la necessità né la intenzione di fare l’apologia di Trotsky: ma credo che questo passato si possa per lo meno invocare per far risaltare l’ingiustizia della riesumazione del vecchio giudizio di Lenin sull’amore di Trotsky per la «frase rivoluzionaria» e di sinistra, insinuazione che è bene riservare a chi le rivoluzioni ha mostrato di saperle vedere solo da lontano, e magari a molti ultra bolscevichi di occidente.

Si dice che Trotsky ha rappresentato nella precedente discussione col partito gli elementi piccolo-borghesi. Non è possibile qui occuparci di tutto il contenuto di tale discussione, ma non va dimenticato: primo, che per la parte concernente la politica economica della repubblica, la maggioranza del partito e il C. C. fecero proprie le proposte della opposizione e di Trotsky; secondo, che la opposizione aveva composizione eterogenea e come è certo non si potrebbero accollare a Trotsky le opinioni di Radek sulla quistione tedesca, così è inesatto attribuirgli quelle di Krassin e altri per maggiori concessioni al capitale straniero; terzo, che nella quistione della organizzazione interne e di partito Trotsky non sosteneva il frazionismo sistematico e la decentralizzazione, ma un concetto marxista e non meccanico e soffocatore della disciplina: e la necessità di veder meglio in questa grave quistione si fa ogni giorno più pungente.

Essa però esigerebbe una trattazione apposita. Ma la accusa di esponente di tendenze piccolo borghese si distrugge contro l’altra che Trotsky sottovaluta la funzione dei contadini nella rivoluzione di fronte a quelli del proletariato industriale, altro pernio gratuito della polemica, laddove la tesi agrarie di Lenin trova Trotsky sempre fedelissimo seguace e illustratore (e in materia Lenin stesso non impediva si dicesse che aveva rubato il programma ai socialisti rivoluzionari).

Tutti questi tentativi di prestare a Trotsky dei connotati antibolscevichi non ci persuadono in nulla.

Trotsky fu in contrasto con Lenin dopo la rivoluzione, sulla quistione della pace di Brest-Litowsk e su quella del sindacalismo di Stato. Sono quistioni certo importanti, ma che non fanno classificare come antileninisti altri leaders che allora furono nella tendenza di Trotsky. Su errori parziali del genere non si può poggiare la complessa costruzione che vuol fare di Trotsky il nostro anticristo con scorribande di citazioni e rilievi in cui la cronologia e la logica se ne vanno a catafascio.

Si dice anche che Trotsky è in contrasto con l’Internazionale nella valutazione della situazione mondiale, che egli considera con pessimismo, e che i fatti hanno smentita la sua previsione sulla fase democratico-pacifista. Sta di fatto che a lui fu affidato di fare il manifesto del V Congresso proprio su questo argomento, e che questo fu adottato con lievissime modifiche.
Trotsky parla di fase pacifista come di un «pericolo» contro cui i comunisti devono reagire sottolineando, nei periodici democratici, la inevitabilità dello sbocco nella guerra civile e del dilemma tra le due opposte dittature. Quanto al pessimismo, egli invece proprio denunzia e critica il pessimismo altrui, affermando che, come Lenin diceva nell’ottobre, quando si perde il momento favorevole alla lotta insurrezionale segue un periodo sfavorevole: la situazione in Germania ha confermata anche troppo tale valutazione.

Lo schema di Trotsky sulla situazione mondiale non si restringe a vedere dovunque installato un governo borghese di sinistra, ma è una analisi profonda delle forze in gioco nel mondo capitalistico da cui in sostanza non si è distaccata alcuna dichiarazione dell’Internazionale, e che si impernia sulla tesi fondamentale della insuperabilità della crisi capitalistica contemporanea.

Gli elementi antibolscevichi sosterrebbero Trotsky. Naturalmente essi debbono compiacersi della affermazione ufficiale che uno dei nostri più grandi capi ha gettato via i caposaldi della nostra politica, è contro la dittatura, vuole il ripiegamento su forme piccolo borghesi, e così via ma già alcuni fogli borghesi hanno chiarito che nulla vi è da sperare, che Trotsky più di ogni altro è contro la democrazia e per la violenza implacabile della rivoluzione sui suoi nemici.

Se borghesi e social-traditori sperano davvero sulla revisione del leninismo e del comunismo fatta da Trotsky nella loro direzione, staranno freschi davvero. Solo il silenzio e la inazione di Trotsky potranno consentire una certa vita a questa leggenda e a questa speculazione dei nostri nemici. Ad esempio la prefazione di cui si discute, è stata, è vero, pubblicata dalla rivista fascista, ma la Redazione, giunta alla fine del testo, si è veduta costretta a chiarire con garbo che per carità non si deve credere che le sue opinioni siano menomamente parallele a quelle di Trotsky. E «l’Avanti!» fa semplicemente ridere quando elogia Trotsky proprio mentre stampa il pezzo in cui, a sostegno della sua tesi, egli cita anche il caso dell’Italia a riprova della bancarotta rivoluzionaria per la insufficienza dei partiti, riferendosi dunque precisamente al partitone socialista.

I destri tedeschi accusati di trotskismо si sono messi a strillare che non è vero, perchè essi sostengono esattamente il rovescio di quello che egli ha scritto: la impossibilità della rivoluzione nell’ottobre 1923 in Germania. E poi queste solidarietà discutibili da opposte sponde non possono mai valere di argomento per stabilire i nostri orientamenti: l’esperienza oramai ce lo ha insegnato.

Trotsky deve essere giudicato per quello che dice e scrive. I comunisti non devono essere personalisti, e il giorno che Trotsky tradisse bisognerebbe bruciarlo senza riguardi. Ma il tradimento non deve essergli prestato dalla intemperanza dei contradittori o dalla loro posizione privilegiata nel dibattito. Tutte le accuse riferentisi al suo passato cadono al solo osservare che le ha scatenate la prefazione a «1917» che ad esso non si riferisce affatto, mentre prima non era stata ritenuta necessaria una tale offensiva.

La polemica contro Trotsky ha lasciato nei lavoratori un senso di pena e recato sulle labbra dei nemici un sorriso di trionfo.

Ora noi vogliamo certo che amici e nemici sappiano che anche senza e contro Trotsky il partito proletario saprebbe vivere e vincere. Ma fino a che le risultanze sono quelle a cui oggi conduce il dibattito, Trotsky non è uomo a da abbandonare al nemico.

Nelle sue dichiarazioni egli non ha cancellato un rigo di quello che ha scritto, e ciò non è contro la disciplina bolscevica ma ha anche dichiarato di non aver voluto formarsi una base politica personale e frazionista, e di essere più che mai ligio al partito. Non si poteva aspettare altro da un uomo, che è tra i più degni di stare alla testa del partito rivoluzionario. Ma anche al di là della sensazione le quistione della sua personalità, i problemi da lui sollevati restano: e non devono essere elusi ma affrontati.

Amadeo Bordiga

L'Internazionale e la Rivoluzione

Gli errori dell’Internazionale

La natura internazionale della società comunista, per cui la classe proletaria è destinata a compiere la rivoluzione, non è pura aspirazione informe che si relega in una clausola programmatica, ma è la condizione che deve ispirare l’azione comunista in ogni paese e soprattutto laddove il proletariato ha conquistato il potere politico. Il grido di Carlo Marx “Proletari di tutti i paesi unitevi” ritrova nell’attività spiegata dal Maestro nella 1ª Internazionale una configurazione netta che, applicata alla situazione attuale, profondamente diversa da quella in cui operò la prima esperienza dell’organizzazione internazionale, fornisce gli elementi per guidare il proletariato comunista.

La borghesia, in quanto classe di dominio politico, riposante su antagonismi che generano i conflitti di classe all’interno di ogni Stato ed i conflitti fra Stati, può mantenere il suo dominio solamente frustrando, con la violenza o la corruzione politica, lo sforzo del proletariato a darsi una organizzazione internazionale capace di coordinare i movimenti, per impedirne lo stroncamento o la denaturazione nei limiti di un singolo Stato, per orientarli verso il fine comunista. Anche se non esiste una formazione mondiale con i suoi statuti e la sua organizzazione, la borghesia agisce direttamente su scala internazionale e, se questa struttura organica fa difetto, la ragione va ricercata nella possibilità, mille volte provata, con cui i governi riescono a stabilire una perfetta solidarietà contro il proletariato.

La formazione di un’organizzazione internazionale della nostra classe non può essere il risultato della buona volontà dei capi dei partiti. La costruzione effettiva di un partito comunista mondiale, ove la centralizzazione non sia solamente una forma esteriore e burocratica, ma si accompagni con una politica corrispondente ai nostri scopi, dipende dalla confluenza delle direttive nel lavoro rivoluzionario delle singole sezioni dirette da un centro internazionale che prestabilisce e regola non sotto l’impulso delle situazioni contingenti, ma con il sicuro orientamento verso i nostri programmi, il che si traduce nella reale comprensione di tutto il processo della lotta delle classi.

Di fronte ad una classe che detiene e difende il suo potere con istituzioni possenti, il problema della formazione del partito mondiale è certamente il più arduo da risolvere; esso presenterà difficoltà e crisi che possono allontanare singoli elementi o gruppi dalla nostra battaglia, ma che contengono le forze rigeneratrici che assicurano la continuità dell’azione rivoluzionaria.

I movimenti ed anche i successi del proletariato nell’ambito di un singolo paese sarebbero condannati alla sconfitta qualora essi non si collegassero e coordinassero profondamente con quelli dei proletari degli altri paesi, giacché l’ultima parola è stata detta dalla borghesia come classe di governo nazionale: la parola che spetta al proletariato è quella di fondare una società che non conosce frontiere.

La sinistra ha sempre affermato che il difficile problema della costruzione reale dell’Internazionale doveva trovare la sua soluzione attraverso una rigida elaborazione di direttive politiche e tattiche le quali, con il costante e collettivo confronto delle esperienze della lotta di classe, dovevano costituire il sistematico e chiaro orientamento dei partiti. Il compagno Bordiga, in tutte le consultazioni internazionali, si è opposto al situazionismo consistente nell’adattazione dell’attività comunista alle contingenze del momento ed ha continuamente marcato che allorquando ci si scosta dai nostri principi, sia pure nell’illusione di guadagnare o di mantenere delle posizioni, in realtà si prepara un successo dell’opportunismo nelle nostre file e si retrocede, non si avanza nella nostra battaglia.

La Terza Internazionale, costituitasi in una situazione che dava prossima la vittoria rivoluzionaria in Europa, indusse Lenin a concentrare frazioni e gruppi della Seconda Internazionale sulla base di una possente rigenerazione del marxismo rivoluzionario elaborata dalle tesi del 2° Congresso. Ma questo non è stato sufficiente: occorreva approfondire fin d’allora, completare la nostra impalcatura teorica e politica per impedire che gli opportunisti, i quali, sotto l’impulso delle vive lotte di quell’epoca, davano la loro adesione ai nostri programmi, non trovassero poi la possibilità di esibire i loro copiosi residui socialdemocratici raccomandandoli così con il pretesto che la situazione imponeva elasticità, adattabilità, mentre il proletariato era chiamato a favorire e non a combattere le soluzioni governative socialdemocratiche come un passo verso la liberazione, come in Italia con l’antiparlamento, in Francia con la tattica dei blocchi di Clichy, in Germania con l’esperimento della “nuova tattica”, in Inghilterra, in Cina.

Il difetto d’origine della Terza Internazionale doveva rivelarsi poi nelle situazioni determinate dalle successive disfatte rivoluzionarie, mentre diveniva sempre più difficile la situazione interna della rivoluzione russa. I compagni russi che dirigevano l’Internazionale, sovrastati da un ambiente sociale difficilissimo, non sorretti da un’effettiva collaborazione degli altri partiti, sono stati avviati a concepire un’applicazione tattica per gli altri paesi identica a quella che aveva dato la vittoria al proletariato in Russia. Lenin, sulle tracce del marxismo, aveva insegnato a respingere come contro-rivoluzionaria la tesi dell’attesa di un completo sviluppo economico borghese prima di scatenare l’assalto rivoluzionario. Lenin aveva insegnato a discernere sulle capacità del partito, nella coscienza del proletariato l’elemento fondamentale di rivoluzione dei conflitti sociali, che determinano la crisi di classi dominanti anche precapitaliste, a cui è aperta la successione della dittatura proletaria, non della democrazia borghese. Ma da questa sapiente tattica di Lenin e dei bolscevichi non doveva dipendere il falso leninismo che denatura l’egemonia del proletariato, il quale può divenire il protagonista di trasformazioni sociali che in Inghilterra, in Francia ed altrove furono compiute dalla borghesia, che crea il Lenin dei compromessi a tutto spiano, il quale indicherebbe al proletariato la necessità di stringere alleanze con altre classi e perfino con frazioni della borghesia.

La sinistra ha costantemente affermato che i rivoluzionari russi forniscono al proletariato il miglior materiale di direzione, ma fin dal 5° Congresso dell’Internazionale il compagno Bordiga rilevava l’urgenza, per gli altri partiti, viventi in un ambiente sociale che forniva il diretto impulso dalla lotta di classe, di collaborare seriamente con il proletariato russo.

D’altronde, i bolscevichi russi non avevano dovuto combattere contro una borghesia che da decenni esercita il suo potere politico e la cui arma essenziale di dominio è rappresentata dall’infiltrazione social-pacifista nelle file del proletariato, per disgregarlo e vincerlo allorché la situazione offre la possibilità rivoluzionaria. Applicata in occidente la tattica dei bolscevichi, essa non poteva che condurci d’errore in errore, mentre nel ’23, nel ’24, nel ’26, nel ’27 lo stesso proletariato russo reagiva attraverso le diverse fasi dell’opposizione diretta dal compagno Trotski, le cui “Lezioni d’Ottobre” dimostrano che la tradizione proletaria dei bolscevichi si salda con quella rivoluzionaria del proletariato di tutti i paesi.

Gli avvenimenti del 1917 provano con quale maestria marxista Lenin seppe respingere dal proletariato ogni compromesso, che allora lo avrebbe legato a divenire un’informe opposizione di sinistra della borghesia, e con quanta energia Lenin seppe dirigere contro gli opportunisti del partito bolscevico il proletariato a disperdere con le armi l’Assemblea Costituente.

Fino al 1927 la sinistra nella sua opposizione ha cercato di indicare le lezioni degli avvenimenti che si svolgevano per porre un effettivo riparo agli errori che si compivano. Ma invano; nel momento più difficile della nostra crisi, resa favorevole dalla situazione di provvisori successi del capitalismo, nel folto di una confusione completa del proletariato comunista sconvolto da una propaganda scandalista sull’inesistente trotskismo, si è voluto chiudere il proletariato russo nelle frontiere delle sue difficoltà e l’Internazionale Comunista ha, con il XV congresso russo, rettificato e modificato le direttive fondamentali per cui si era fondata la rivoluzione russa.

Oggi non si tratta più d’errori, di competizioni per il significato dell’esperienza russa, degli insegnamenti di Lenin, si tratta del trionfo, nelle nostre file, di una linea politica opportunista dalla quale il proletariato deve liberarsi per proseguire vittoriosamente il cammino della sua rivoluzione, per non incontrare sicure disfatte.

La crisi dell’Internazionale

Non è possibile analizzare la nostra crisi con un raffronto ed un’analogia con la crisi della Seconda Internazionale, mentre gli insegnamenti di Lenin e di Bordiga devono essere costantemente presenti ai comunisti di sinistra. Questi nostri maestri ci hanno insegnato a restare profondamente connessi con il processo della lotta rivoluzionaria, a seguirne le fasi per accelerarne il corso perché solamente con il più deciso sforzo di ricavare dalle situazioni la massima mobilitazione possibile delle masse, è dato di combattere con successo lo stesso opportunismo sulle nostre file.

La Terza Internazionale è dominata, come d’altronde tutta la vita del proletariato internazionale, dall’esistenza di un partito di governo. Da questo fatto discendono, con la natura della crisi, le prospettive della rivoluzione e l’espressione che deve essere data alla nostra attività di sinistra.

Anche prima del XV congresso russo il criterio interclassista aveva fatto progressi nei circoli dirigenti del partito bolscevico, dello Stato russo e dell’Internazionale. Scambiato come termine generale di confronto per l’economia del paese quello del consumo individuale con l’altro dell’aumento a tutti i costi della produzione, si era parallelamente stabilita la nuova teoria sull’industrializzazione, sui kulak, sulla Nep, sui contadini medi, sui contadini poveri. Non più quali classi capaci di divenire le guide della trasformazione economica comunista venivano considerate quelle fondamentali del regime soviettista, ma le altre erano suscettibili di fornire una maggiore produzione. E le classi borghesi e neocapitaliste, le meglio attrezzate a causa delle loro esperienze, hanno seriamente profittato per infliggere colpi al proletariato ed ai contadini poveri e per accumulare le ricchezze che consentono di unificare, con il sabotaggio economico al governo soviettista, che non ha ricavato la maggiore produzione illusoriamente attesa, il lavoro e l’organizzazione diretta controrivoluzionaria!

Di fronte a questa situazione non mancano i gruppi che sostengono esservi in Russia un governo capitalista. Una tale asserzione dovrebbe avere riscontro con un’analisi che, sulla base del Manifesto dei Comunisti, provasse che l’organizzazione economica della società russa corrisponde a quella di uno Stato borghese. Dimostrazione questa fortunatamente impossibile mentre l’esperienza ungherese e quella italiana, se non ci si vuole riferire a quella della Comune, dimostrano che il placido tramonto del regime soviettista non è da prospettarsi, mentre per la classe capitalista non resta – nella fase economica dell’imperialismo – che la dittatura senza limitazioni. Non è mancato chi a proposito della rivoluzione cinese ha sostenuto la lotta fra i due governi di Londra e di Mosca, gli avvenimenti del dicembre 1927 hanno dimostrato che la falsa linea politica opportunista ha costato la vita ai compagni russi che erano rappresentanti del governo soviettista verso i presunti alleati sudisti.

La giusta comprensione della situazione russa è indispensabile per orientarsi sicuramente negli avvenimenti caratterizzati dal sapiente tentativo del capitalismo internazionale per vincere la sua battaglia anche in Russia. Dopo gli avvenimenti del novembre 1927 e la repressione violenta contro le pattuglie d’avanguardia del proletariato russo, è visibile la manovra del capitalismo di profittare della crisi economica soviettista, di fronte alla quale – per colpa della politica economica seguita – la classe proletaria e i contadini hanno una posizione di sfavore in confronto a quella precedente rispetto alle altre categorie e classi, per stringere il cordone isolatore e minacciare la rottura delle relazioni commerciali se il governo soviettista non cederà, avviandosi alla attenuazione del monopolio sul commercio estero ed al riconoscimento dei debiti. La fase attuale delle guerre del petrolio, il nuovo attacco del governo conservatore ed il blocco franco-tedesco sono indici chiari di quest’orientamento capitalista, mentre estremamente preoccupante è la notizia data e non smentita dall’Humanité del parziale riconoscimento dei debiti verso l’Inghilterra.

La sinistra è convinta che in Russia si è oggi in una fase di transizione che è aggravata dalla crisi economica; la linea politica che ispira lo Stato russo è quella della capitolazione e della disfatta, l’azione continua e violenta contro i compagni di sinistra che combattono in una situazione terribile, non rappresenta un successo rivoluzionario, ma facilita il successo controrivoluzionario.

Si sono lette in questi giorni le disposizioni per una democrazia interna del partito russo; si vorrebbe accettare una rivendicazione sostenuta dalla sinistra?

Delle due l’una: o questa democrazia non esisteva quando per rivendicarla s’era espulsi dal partito o deportati; e se ne vede oggi la reale necessità ed allora si cominci col reintegrare quelli che ancora in questi giorni vengono arrestati. Ma la manifestazione del dissenso di sinistra corrisponde al grado di successo ottenuto dall’opportunismo, quando ancora si restava nel campo degli errori l’opposizione doveva limitare la sua richiesta alla democrazia di partito, che avrebbe facilitato la risoluzione della crisi; ora che una linea politica opportunista è divenuta la linea ufficiale dell’Internazionale, occorre la frazione per vincere quelle stratificazioni estranee al proletariato rivoluzionario che si sono consolidate nelle nostre file.

Il preteso corso a sinistra che si svolge non viene da noi condiviso, ma combattuto; esso non indica un avviamento al risanamento perché urta con la reale situazione interna di partito che va sempre più aggravandosi. Questo corso ha piuttosto lo scopo di ottenere un effimero successo interno contro la sinistra attraverso nuovi equivoci e nuova confusione mentre l’esperienza insegna ad essere estremamente vigili su questi zig-zag che danno al nemico le migliori possibilità.

Conclusione

L’Internazionale come organo direttivo supremo delle lotte del proletariato mondiale ha fallito il suo scopo nel novembre 1927, quando ufficialmente si sono alterati i nostri programmi. Oggi, malgrado la centralizzazione esteriore, l’Internazionale si presenta come un aggregato di partiti comunisti alcuni dei quali operano in un ambiente gravissimo ove la lotta rivoluzionaria si impone al proletariato.

Il VI congresso mondiale potrebbe ancora risolvere favorevolmente la nostra crisi, ma per questo sarebbe necessaria una vera rivoluzione interna che riportasse al posto di comando i bolscevichi che sono deportati o incarcerati. La sinistra farà quanto può in questo senso, sebbene non fondi alcuna prospettiva di successo data la gravità della nostra crisi e l’orientazione politica dei dirigenti dei partiti comunisti.

Per quanto come organizzazione di lotta rivoluzionaria l’Internazionale abbia fallito, i partiti che la compongono sono ancora le organizzazioni ove il proletariato deve combattere per farne la guida della rivoluzione.

Lo stesso corso della rivoluzione russa dipende dal successo della rivoluzione in un altro paese e la crisi del capitalismo è tale che non tutto è perduto nemmeno della Russia soviettista se il proletariato riuscirà a vincere la sua battaglia rivoluzionaria.

27 Maggio 1925 – 27 Maggio 1928: Marco Friedman

La mattina del 27 maggio 1925 nel cimitero di Sofia, veniva impiccato il comunista Marco Friedman. Tre anni sono passati ormai da questo tremendo epilogo di uno dei più grandiosi episodi della guerra di classe, senza che la stampa ufficiale comunista abbia rievocato anche con brevi linee la magnifica figura di questo rivoluzionario che seppe morire da eroe.

Prima di rievocare questo episodio è necessario dare uno sguardo alla situazione bulgara di allora.

Nel periodo critico del dopo guerra, il potere era passato nelle mani di una coalizione social-agraria con a capo politicanti di vecchia data. Detto governo si manteneva con una politica piccolo-borghese-pacifista, politica che se pur lasciava una certa libertà alle associazioni proletarie, incanalava ed accresceva il malcontento tra la classe operaia e contadina povera, in quanto il problema economico del dopo guerra, non solo non poteva essere e non veniva risolto ma si acutizzava sempre più ponendo il problema sul terreno della ormai irriducibile antitesi della lotta di classe e faceva sì che il proletariato si spostasse sempre più nettamente sotto la guida del partito comunista, mentre dalla parte della borghesia si elaborava un piano reazionario tendente a rovesciare il regime democratico-pacifista per instaurare una dittatura necessaria al mantenimento del regime borghese.

Nel Giugno 1923 la situazione si era aggravata al punto da richiedere una immediata soluzione. I sussulti rivoluzionari che avvenivano nella vecchia Europa preoccupavano fortemente la borghesia internazionale. Era una questione di vita o di morte. La giovane borghesia bulgara, feroce e avida, tentò il colpo e vi riuscì: il governo social democratico fu rovesciato colla violenza, i suoi capi uccisi, fra i quali lo stesso Stambulinski capo del governo e del Partito Agrario.

Salì al potere il famigerato Znkoff, rappresentante di una accozzaglia di avvocati senza clienti, generali ed ufficiali di riserva, professori privi di scienza, esportatori (di tabacco e grano) seguiti da mercenari macedoni e banditi di Wrangel colà rifugiati.

Le masse disilluse ed ingannate si spostavano quasi totalmente verso il Partito Comunista.

Il regime di Zankoff iniziò una feroce repressione; i militanti più attivi erano imprigionati a migliaia nella notte dal 12 al 13 Settembre; più di duemila comunisti furono arrestati. Nelle città e nelle provincie la massa insorse contro la repressione e la lotta prese il carattere insurrezionale. La Centrale del Partito restò indecisa di fronte a gravi avvenimenti e fu solo il 17 Settembre che essa emanò l’ordine della insurrezione per la presa del potere, cioè quando già la lotta cominciava e spezzettarsi sotto la pressione delle forze reazionarie.

La battaglia riprese violenta, per quanto poco coordinata; dei rivoltosi, innumerevoli furono gli atti di sacrificio, di abnegazione e di coraggio; ma dopo una settimana di lotta disperata, le forze reazionarie rimasero padrone della piazza. La repressione fu feroce, selvaggia, le bande di Wrangel si distinsero in questa carneficina, interi villaggi furono rasi al suolo, decine di migliaia furono i fucilati; i massacrati, le donne ed i bambini non furono risparmiati. Nelle famiglie proletarie decimate, nei cuori delle madri orbate dei figli, dei figli orbati dei padri, ora però sempre viva la volontà di lotta e di rivincita.

E la lotta continuò, sorda, impari, ma tenace; ogni nuovo arresto era un commissario di polizia che cadeva, ogni spedizione punitiva, era un generale che pagava, e le orride galere si riempivano…. specialmente di eroiche donne, e molte fra esse venivano sommariamente impiccate. Il martirio di tutto un popolo continuava, di un popolo che ogni giorno lasciava lembi delle proprie carni strappate dai suoi carnefici detentori del potere. Il grido straziante dei martoriati nelle galere, arrivava alle orecchie del popolo bulgaro. Non era possibile soffrire di più.

Fu verso la metà del mese di Aprile 1925 che uno dei boia più feroci, un generale, fu colpito a morte in una strada di Sofia, da una rivolverata di un proletario giustiziere.

Il 16 Aprile vi furono i funerali, essi si svolsero nella chiesa di Santa Nedelia, nessuno della banda assassina mancava, dal re Boris e i suoi generali, a Zankoff e i suoi ministri; nello svolgersi della cerimonia uno scoppio formidabile avvenne, la cupola della volta saltò seppellendo fra le macerie più di duecento cortigiani, ma i responsabili del massacro di un popolo rimasero incolumi.

Quello scoppio fu l’urlo di dolore di tutto un popolo affamato, oppresso, straziat, che si ripercuoteva sui carnefici non ancora sazi di sangue. E la reazione si scatenò ancora una volta in tutta la sua rabbia bestiale, i massacri in massa ripresero.

Gli operai e i contadini guidati dai comunisti in un supremo e disperato atto di ribellione e di difesa, insorgevano nuovamente. Poche erano le possibilità di vittoria, ma meglio valeva cadere con le armi alla mano davanti al nemico che essere presi vivi per essere impiccati e torturati.

«Il proletariato nulla ha da perdere nella lotta contro la borghesia, all’infuori delle proprie catene», ed essi, forti di questo insegnamento, preferirono cadere in una lotta impari, insegnando ai propri avversari come sanno morire i rivoluzionari. Operai, contadini e intellettuali, dopo una settimana di lotta, ridotti a piccoli gruppi, si battevano ancora.

I dirigenti comunisti asseragliati nelle proprie case si difesero fino all’ultimo e non ne uscirono che cadaveri, come Mirkof, Jankof, Grantciarof, Petrini, Abatief, Kamburof ecc. La lista potrebbe essere infinita. Tra i pochi viventi caduti nelle mani dei mercenari vi era il compagno Marco Friedman, anima nobile e fiera, tempra meravigliosa di combattente. Avvocato, disertore della propria classe, si era intieramente votato alla causa proletaria e per le sue qualità era tra i più stimati fra il proletariato bulgaro.

Le rivolta era domata, il paese calmo come un cimitero. La borghesia insoddisfatta aveva bisogno ancora di sangue, ancora di vittime, ma era necessario dopo tanta carneficina dare una parvenza di legalità al nuovo misfatto. Non si erano toccati i colpevoli dell’«attentato di S. Nedelia» si trovarono i «responsabili» e si presero tra i pochi sopravvissuti.

Il campanaro della chiesa, Zadgoski, il colonello Koeff, accusato di aver nascosto in casa un ribelle ferito, ed il compagno Marco Friedman furono tradotti davanti ad una corte marziale. La difesa del compagno Friedman fu una vibrante affermazione che fece impallidire i gallonati di Zankoff, essa fu un violento atto di accusa contro la borghesia assassina. Ritto davanti ai suoi accusatori, per quanto ferito ad una gamba (ferita riportata all’atto del suo arresto) padronissimo dei suoi nervi, parlò con la sua foga abituale. Le sue parole furono lame taglienti contro tutto un regime.

«Io non vi chiedo nessuna grazia: so che volete la mia testa perché sono comunista. Sia! Non ho paura della morte, domando solo di essere fucilato al petto, quale soldato dell’I.C.». Ma Zankoff, rotto ad ogni misfatto, decretò la sua impiccagione. Si cercò di nascondere iul testo della magnifica difesa, ma essa potette essere conosciuta da tutto il proletariato che l’accolse con commozione profonda.

E’ la mattina del 27 maggio, tre forche furono erette nel vecchio cimitero di Sofia, e davanti ad una folla di dame imbellettate ed di borghesi avidi di sangue, i tre condannati furono impiccati.

Impossibile rievocare la scena dell’esecuzione senza fremere. Prima furono impiccati il Koef e Zodngorski, mentre il compagno Friedman lo si faceva assistere alla esecuzione, e siccome il Koef continuava a dibattersi, un boia gli si attaccò alle gambe dandogli così il colpo di grazia. «A questo punto scriveva l’inviato della «Stampa» – mi voltai a guardare il comunsita Friedman e lo vidi dritto davanti alla sua forca colle mani legate dietro il dorso: calmo, esso guardava l’orribile scena. Quell’uomo doveva avere i nervi di acciaio e nel guardarlo mi accorsi che noi eravamo più pallidi di lui».

A sua volta salì sul patibolo con passo sicuro: gli si domandò quale fossero le sue ultime volontà, esso rispose che fossero lasciate tranquille sua moglie e la piccina, poi egli stesso passò la testa dentro il nodo scorsoio: dopo pochi secondi, Marco Friedman non era più.

Con questo episodio si chiudeva momentaneamente una lotta tremenda che aveva durato circa due anni fra il proletariato sfruttato ed oppresso, e la borghesia avida di ricchezze e di sangue.

Tre anni sono passati e i dirigenti attuali dell’Internazionale non ricordano quasi più i combattenti che morirono e muoiono: essi sono stroppo preoccupati in inutili manovre di Fronte Unico con i complici della borghesia.

Ma noi vi ricordiamo, il proletariato rivoluzionario vi ricorda con noi.

Al compagno Marco Friedman, ai contadini, operai e intellettuali bulgari che, afratellati nella lotta, caddero, vada il nostro commosso saluto.

Il vostro sacrificio non fu vano come non furono e non sono vani tutti i martiri ed i caduti della causa proletaria.

La borghesia internazionale non ha per nulla risolto la sua disastrosa crisi economica, che si è aggravata ed essa si mantiene al potere con espedienti di corta durata, e ricorre ai metodi estremi per mantenere il proletariato oppresso. Il successo momentaneo della borghesia, dovuto agli errori commessi dall’organizzazione del proletariato stesso non hanno cambiato per nulla i rapporti fra le classi: essi si sono inaspriti.

Nel tormentoso dibattito delle idee, la classe proletaria saprà ritrovare la sua giusta via e la lotta riprenderà implacabile, per la soppressione di ogni privilegio di classe.

Altri cadranno, assassinati o combattendo; altri lasceranno brandelli della propria carne e la schiera dei martiri crescerà ed aumenterà ogni giorno.

Ma la vittoria non potrà mancare. Oggi noi subiamo la legge del vincitore, che colpisce per difendersi. Sia! Domani, guai ai vinti.

E solo domani la innumerevole schiera dei nostri morti sarà degnamente commemorata.

La crisi mortale del capitalismo Pt. 1

Una nozione esatta dell’ epoca in cui viviamo è indispensabile per fissare le direttive politiche fondamentali per l’azione comunista. “Il pseudo-marxista” si affanna ad analizzare la situazione per diagnosticare la stabilizzazione instabile la razionalizzazione , la « situazione a sinistra e stabilire quindi la tattica da applicare, se quella del blocco o dell’ intransigenza elettorale, del filo-aventinismo o dell’ anti-concentrazionismo del sostegno o della lotta contro il Labour-Party, dell’ unità o della scissione sindacale, dell’ appoggio o della lotta contro i Koulaks. Ora gli avvenimenti provano ad usura che la tattica stagionata adottata dai partiti comunisti porta invariabilmente ad una posizione di assoluta incapacità quando le masse passano all’ attacco diretto contro il regime capitalista, se non ci conduce poi all’ isolamento ed al putsch quando la borghesia puo’ registrare un parziale successo. Gli è che l’esame delle situazioni è indispensabile per la misura della nostra azione, per la delimitazione e precisazione delle rivendicazioni da assegnare alle lotte proletarie, ma esso non deve mai influire sulla qualità, sulla direzione dell’ azione comunista. Cosi’, ad esempio, noi fummo e siamo contro coloro che vorrebbero lanciare la parola dei soviet in ogni momento, come siamo gli irriducibili avversari di ogni attenuazione del nostro programma fondamentale. Come lottammo contro la social-democrazia che per fare di più voleva astrarre il proletariato nel pantano della collaborazione, cosi siamo contro i nuovi revisionisti del comunismo che per fare di più o sotto il pretesto che le masse non ancora comprendono sostituiscono la parola della dittatura proletaria con altre di tipo proletario e democratico, preparando cosi’ non la vittoria, ma altre disfatte rivoluzionarie.

D’altronde l’esame della situazione che un partito comunista deve fare non è e non deve essere una fotografia presa dall’ esterno per allineare attraverso statistiche imperfette, arbitrarie o discordanti i fenomeni economici e stabilire prospettive che si dimostrano poi fallaci. Al contrario, essendo il proletariato ed il partito comunista uno dei fattori, essendo anzi destinato a divenire il fattore risolutivo, noi faremo un esame reale e i marxista solo se, stabilita la serie di rivendicazioni di classe che puo’ in un  dato periodo mobilitare il più vasto  strato di masse, volgeremo questa situazione a nostro favore riuscendo a guadagnare alle classe proletaria posizioni di forza più avanzate nella lotta rivoluzionaria.

Una distinzione che non è accademica ma è indispensabile è quella che ci permette di stabilire se viviamo in una fase di sviluppo, di tranquillità, di decadenza dell’economia capitalista. Questa distinzione ha il doppio scopo di allenare la coscienza del partito e del proletariato alla visione che le stabili rivendicazioni di classe, sia pure minime, vanno presto o tardi verso yna battaglia rivoluzionaria e di fare giustamente valutare al partito il grado maggiore di influenza sugli avvenimenti che spetta al proletariato nella fase di decadenza del capitalismo.

L’analisi fatta de Marx dell’ economia capitalista tocca nel vivo il meccanismo economico e produttivo, rileva e spiega l’ossatura del regine borghese e deduce da questa le leggi della sua vita e della sua risoluzione nella superiore economia comunista..

Il contrasto fra l’organizzazione della produzione e della società basata sulla proprietà privata e la natura sociale dei mezzi di produzione, questo contrasto che accompagna l’ascesa della borghesia al potere condanna irreparabilmente questo regime, non solamente perchè iniquo, ma perchè destinato ad incontrare e generare bon l’ordine, l’armonia ed il benessere collettivo, ma l’anarchia economica ed il progressivo immiserimento delle masse lavoratrici. Difatti, l’incedere della sviluppo tecnico è sottoposto alla legge della progressiva riduzione del valore dei prodotti mentre il crescente accentramento della proprietà dei mezzi di produzione opera contro questa legge attraverso l’esercizio della dittatura della classe borghese.

Tuttavia fino al secolo scorso il capitalismo rappresentava un elemento storico progressivo perchè il grado dello sviluppo industriale, l’abbondanza di campi coloniali di sfruttamento permettono ai capitalisti la faticosa accumulazione delle loro fortune mentre l’ingranaggio della libera concorrenza imponeva sia pure a prezzo di dispersioni enormi di ricchezze una regolazione della produzione. Ma le crisi decennali seppure contenevano in esse il fattore della loro risoluzione, non erano che i segni precursori della crisi ben più vasta e profonda che sarebbe inevitabilmente scoppiata quando la caduta dei prezzi non lasciava più all’ accumulazione capitalista una copiosa sorgente di profitti attraverso il perfezionamento industriale e si riduceva il campo dei mercati e delle colonie da rifornire e da sfruttare. Allora il regime capitalista aveva toccato lo zenith del suo sviluppo e la libera concorrenza lasciava il posto al trust ed al cartello. Sotto il regno di questi la riproduzione dei profitti non si verifica più secondo la legge del solo plusvalore contenuto nei prodotti richiesti dal consumo, ma secondo l’altra più complessa del plusvalore ricavato dai prodotti la cui quantità o qualità è imposta da parte del monopolizzatore onnipossente.

In quest’ epoca la quantità della produzione che raggiunge i mercati è inferiore a quella che il grado dello sviluppo tecnico consente e l’insieme dei bisogni del’a collettività richiede. L’organismo economico non riceve l’alimento corrispondente alla sua gestione ed i capitalisti per non urtarsi contro una riduzione dei loro profitti contengono la massa della produzione. La libera concorrenza ed il mercato non regola più la produzione il cui centro direttivo passa alle banche le quali, con il loro potere sovrano, contrassegnano l’ epoca imperialista del capitalismo.

Lenin che ha presentato al proletariato lo studio più completo su questa fase del capitalismo, l’ha definita l’ultima fase, la fase parassitaria del capitalismo e prospetta gli elementi che permettono la conclusione che la fase discendente è iniziata per il regime capitalista mentre sono maturate le premesse per la nuova economia proletaria.

Significano le parole di Lerin che – in questa fase del capitalismo, nell’imperialismo, i progressi industriali, i perfezionamenti nella divisione del lavoro, sono divenuti impossibili? Ma simile attesa non ha nulla a che vedere col marxismo che non si attende l’arresto automatico e fatale della vita del regime borghese, che procede all’ accentramento dello stato di sviluppo raggiunto da questo per stabilire se i si è aperto il periodo che rende possibile l’attacco rivoluzionario del proletariato per fondare il nuovo ordinamento.

La vita della società puo’ proseguire e anche quando quel regime è divenuto un ostacolo al progresso ed alla stessa esistenza della collettività, se la classe rivoluzionaria non riesce a compiere la funzione. In tale ipotesi gli organi del meccanismo economico non cessano affatto di funzionare, l’apparecchio produttivo non si frantuma, ma i valori di ricchezze che si ottengono son estremamente inferiori a quelli che si potrebbero trasformare e produrre, se la nuova economia venisse fondata, condizione questa essenziale per la effettiva fecondità economica delle intenzioni e dei progressi industriali. Sotto il vecchio regime l’apparecchio produttivo può essere benissimo portato a riorganizzazioni, riassestamenti, e perfezionamenti dalla classe borghese la quale, per quanto sia già nella fase del suo declino, è ricca di esperienze e di capacità riorganizzatrici. Ma questi procedimenti non possono essere scambiati con quelli attinenti allo razionalizzazione che si presentava al capitalismo nell’ epoca del suo sviluppo allorché le riforme erano compatibili con il progresso della produzione e del consumo. Nella fase del declino questi procedi menti si accompagnano con l’intensificato sfruttamento del proletariato ed essi rappresentano la taglia imposta a questa classe che non ha trovato nell’ Internazionale Comunista l’organo capace di guidarlo alla sua rivoluzione.