Partito Comunista Internazionale

Prometeo (II) 21

La lotta di classe in Palestina

Si anche nella terra santa la lotta di classe ha divampato. Balfour l’aveva studiata bene, conquistarsi una posizione a ridosso dei possedimenti francesi, una base strategica di primo ordine che rassodava – combinandosi con il controllo dell’Egitto – gli interessi dell’imperialismo inglese sicuro padrone di uno dei più grandi sbocchi marittimi del mondo, e conquistarsi questa posizione militare e coloniale contemporaneamente al rafforzarsi della sua influenza in tutti i grandi paesi del mondo non esclusa l’amicissima… America. E tutto questo non come l’esercizio di una sovranità diretta e dispotica, ma come semplicemente per compiere un dovere civico… e civile…, per assolvere ad un dovere di progresso, quello di portare la civiltà nella terra santa.

Da una parte il controllo della Palestina, dall’altro il diretto patronato delle numerose e potenti – arcipotenti finanziariamente – colonie ebree. E tutto questo con l’ornamento della Società delle Nazioni e della Seconda Internazionale che – attraverso il suo attuale presidente Vandervelde – aveva sortito la teoria della costruzione del socialismo nella Palestina sola, con il controllo della società delle Nazioni e sotto il patronato di lord Balfour.

Gli arabi, la schiacciante maggioranza della popolazione della Palestina, sarebbero stati della partita – pensavano pacifisti (!) e socialdemocratici, perché gli strati possidenti delle terre avrebbero potuto bene arrangiare i loro interessi vendendo le terre. Gli altri arabi, e cioè i lavoratori, sarebbero stati abbagliati da questo tipo di colonizzazione bene, benissimo architettato e si sarebbero piegati volentieri ad essere sfruttati perché in fin dei conti non si trattava di capitalisti, ma di… lavorare a perdifiato per le cooperative… socialiste e comuniste.

Ma il piano doveva saltare in aria. Ed è saltato in aria. I padroni arabi non parevano troppo sodisfatti delle condizioni cui dovevano perdere le terre, e volevano forse di più. Ed i lavoratori arabi – dopo una lunga esperienza sono insorti. Da una parte si trattava, come sempre, di ottenere da parte dei padroni migliori condizioni economiche dai padroni ebrei; dall’altra si trattava dei lavoratori arabi sottoposti ad un infame sfruttamento. E tutto il piano è saltato in aria, almeno per le sue apparenze pacifiste; e la realtà della lotta di classe si è rivelata.

I continuatori di Balfour, i laburisti hanno risposto col fuoco all’insurrezione, mentre il centrismo, dopo aver scritto frasi e frasi, ci ha annunciato il «tradimento» della borghesia araba.

Il grande pacifista Briand non ha fiatato, mentre di certo non vedeva di male occhio la male postura del concorrente imperialismo inglese a sua volta aveva visto di tanto buon occhio le disavventure del dominio francese in Siria.

Conclusione: la rivolta araba è stata soffocata nel sangue; ma tutto l’inganno socialdemocratico e pacifista è a terra e non si risolleverà più. La lotta di classe, una volta scoppiata, non tarderà a riprendere e d’ora in avanti senza la possibilità che Macdonald, Vandervelde e gli imperialisti inglesi ed ebrei possano dare a bere ai lavoratori arabi che non si tratta di uno sfruttamento capitalista, ma di abbandonare le terre per la costruzione del socialismo nella Palestina sola.

Gastonia

Nuovamente il proletariato mondiale è commosso dalle notizie che giungono dalla «libera» America ove gli operai avrebbero ciascuno un’automobile ed ove esisterebbe nientemeno il mundismo in azione e cioè la partecipazione di operai ed industriali alla società anonime.

Ma quest avolta l’opinione proletaria è commossa in modo ben diverso da quanto avvenne nel 1927 a proposito del caso analogo di Sacco e Vanzetti. Allora folle proletarie scendevano in piazza. Oggi i proletari di Gastonia sono minacciati dalla sedia elettrica ed i proletari pensano ad essi mentre la forza della loro coesione è temporaneamente disfatta, e non si tratta di invadere la piazza, ma di guardare a questi militanti minacciati con il pensiero fisso al loro esempio e con la volontà di vendicali, non appena questa possibilità si ristabilirà.

Ma in America le lotte proletarie si svolgono in un sistema speciale. Non vi si contesta il diritto alla… libertà di fare lo sciopero ma si assassinano i dirigenti, ed ove questo non riesce per la forza del proletariato, si cerca il diversivo e si imputano dei reati di diritto comune.

Il Comunismo e la Questione Nazionale

Presentazione

Al V Congresso dell’Internazionale Comunista (giugno-luglio 1924) la questione nazionale e coloniale fu posta nuovamente all’ordine del giorno.

Le tesi del II Congresso e quelle di Baku non erano state sufficienti, pur nella loro chiarezza teorica e di indirizzo pratico, ad impedire che i Partiti comunisti inglese e francese dimostrassero gravi resistenze a fare propaganda e ad appoggiare adeguatamente i movimenti nazionalisti nell’India e nell’Indonesia, che i Partiti comunisti egiziano e turco appoggiassero in modo del tutto subordinato le loro borghesie al governo, che, in Germania soprattutto, si fosse fatta, con la totale complicità della stessa Internazionale, una gravissima confusione tra la lotta per il comunismo e quella del nazionalismo borghese contro il trattato di Versailles. Altre questioni inoltre si accavallavano con il riaffiorare del nazionalismo e dello sciovinismo grande-russo sotto le vesti dell’incipiente stalinismo, contro cui il morente Lenin conduceva l’ultima battaglia nel terribile isolamento su cui già la sinistra del PCUS si trovava.

Si poneva chiaramente la necessità di riprendere tutte le questioni di principio e da quelle far discendere nella maniera più chiara possibile le norme d’azione pratica nelle diverse aree geostoriche in cui l’Internazionale Comunista era chiamata ad agire.

Ma già allora il relatore ufficiale dell’Esecutivo dell’I.C. usò l’infame metodo che poi sarà il cavallo di battaglia dello stalinismo: invece di chiarire meglio le norme d’azione pratica alla luce dei principi si cominciò la caccia ai colpevoli d’incapacità e d’inettitudine.

Un rappresentante della Sinistra Italiana intervenne nella discussione sottolineando i due cardini della questione nazionale che la caccia ai colpevoli rischiava di far dimenticare. Innanzi tutto che la base teorica della soluzione dei problemi nazionali e già contenuta nel Manifesto e che consiste nella vittoria del comunismo alla scala mondiale; in secondo luogo, che la questione nazionale e coloniale si deve porre nel momento in cui il proletariato delle metropoli intraprende la lotta contro l’imperialismo, in quanto non si tratta di problemi che appartengono a due periodi successivi, ma sono strettamente interdipendenti.

Il testo che ripubblichiamo fu scritto proprio in vista della discussione che sarebbe stata affrontata al V Congresso e fu pubblicato sulla nostra rivista di allora (Prometeo, aprile 1924). Vi risalta il netto contrasto tra il metodo seguito nel testo e quello ormai in auge nell’Internazionale. Affrontare le questioni pratiche dal punto di vista dei principi era nell’I.C. ritenuto del tutto inutile e, nel migliore dei casi, i sostenitori di questo metodo erano messi in ridicolo o additati come rappresentanti della tendenza alla “inattività”, amante delle disquisizioni teoriche in quanto ostile ad un adeguato impegno nell’azione. In ciò si esprime da sempre la tesi dura a morire della opponibilità della teoria e dell’azione pratica.

Proprio per contrastare un tale andazzo, che avrebbe sicuramente portato alle peggiori conseguenze, come già allora ampiamente previsto dalla Sinistra, fu scritto il testo che ripubblichiamo, esempio mirabile di quella unicità di metodo al di sopra del tempo e dello spazio che caratterizza esclusivamente il Partito Comunista.

Esso inizia con una poderosa premessa teorica con la quale si ricorda come il metodo marxista si opponga all’opportunismo di ogni razza proprio in quanto le norme tattiche sono direttamente collegate con metodo dialettico ai principi teorici: solo così teoria e azione non sono in opposizione, come nella nostra esclusiva tradizione. Opportunismo, al contrario, ha sempre significato assenza di principi e a tale assenza arriva proprio attraverso la svalutazione dei fini («il fine è nulla, il movimento è tutto»). Potendo fare a meno dei principi l’opportunismo arriva così a teorizzare che le norme di azione pratica verranno escogitate volta a volta, il che vale teorizzare che, ripudiati i principi comunisti, si dovranno seguire nell’azione i principi propri dell’ideologia borghese nelle sue mille facce.

All’annosa ed ormai esosa critica che noi opporremmo a tale metodo un sistema di dogmi, cadendo così nella metafisica e nell’affermazione di un metodo antiscientifico, rispondiamo oggi, come il testo di allora, che non neghiamo che l’esame della situazione storica generale sia in continuo sviluppo, e che le conclusioni si rielaborino sempre meglio, ma anche che non potremmo esistere come Partito (e quindi tutto sarebbe negato: insieme al Partito anche il Comunismo) se l’esperienza storica, che già il proletariato possiede nel suo Partito, non ci permettesse di costruire un programma ed un insieme di norme di condotta pratica, il che non può farsi senza schemi precisi e preordinati. Alle accuse scontate di schematismo rispondiamo che lasciamo volentieri a tutti gli altri partiti e movimenti sedicenti comunisti l’eclettismo, il manovrismo, le oscillazioni a destra e a sinistra ad ogni stormir di fronda. Non esitiamo a sostenere che è proprio il nostro metodo schematico, che non solo ci permette di esistere come unico partito compatto ed unitario, ma che permette al proletariato stesso di esistere come classe storica.

La riprova l’abbiamo proprio nella sua integrale applicazione in una situazione storica notevolmente peggiorata, dal punto di vista delle potenzialità di classe, da quando si riunì a Mosca il V Congresso dell’I.C. in via di definitiva degenerazione. Applicato alle attuali lotte di classe in Palestina ci ha permesso non solo di interpretare correttamente l’evoluzione storica di quell’area, ma anche di rappresentare l’unico indirizzo veramente rivoluzionario per il martoriato proletariato di quei paesi, contro tutte le chimere nazionaliste, tanto più nefaste quanto più sedicenti rivoluzionarie e perfino continuatrici della nostra tradizione della Sinistra Comunista.

da Comunismo n.12 Giugno 1983

IL COMUNISMO E LA QUESTIONE NAZIONALE

[Principi e azione]

Le discussioni sul metodo del proletariato rivoluzionario e comunista si aggirano spesso intorno alla questione dei “principi” e di un preteso dualismo tra questi e l’azione, tra la teoria e la pratica. Non è frequente che si riesca ad intendersi con chiarezza in questa materia; eppure senza intendersi su questo ogni sviluppo di critica e di polemica diviene sterile confusione.

L’opportunismo vecchio e nuovo, spostando la portata della tesi marxista che condanna e sgombra tutte le idee innate ed eterne che pretendono essere la base della condotta umana, parla spesso di una azione da condursi al di fuori di ogni premessa che possa limitarla e impacciarla, di una politica senza principi fissi. Il revisionismo classico di Bernstein, che abilmente sovrapponevasi al movimento proletario simulando di aver lasciata in piedi la dottrina rivoluzionaria di Marx, proclamava: il fine è nulla, il movimento è tutto. Dire che il fine è nulla, lo vedremo subito, significa che si può fare a meno dei principi: perché i principi, per il comunismo marxista, non sono che fini, ossia punti di arrivo dell’azione… E non sembri paradossale la contrapposizione dei due termini.

Tolta di mezzo la visione di una vasta finalità, e lasciata in soffitta la dottrina del movimento, il riformismo opportunista parla solo di problemi attuali da risolvere volta per volta, in modo empirico, per l’immediato avvenire.

Ma, si poteva chiedere, e si può chiedere alle forme di questa falsificazione, che non ha finito certo di rinnovarsi e ripresentarsi, quale sarà dunque, soppressa ogni regola e guida permanente, l’indice che consiglierà la scelta tra i vari modi di azione? Quale sarà il “soggetto” nell’interesse del quale l’azione stessa dovrà essere svolta? E l’opportunismo (che fu ed è piatto “operaismo”, sostituito alla dottrina e alla prassi generale della rivoluzione proletaria) rispondeva di ispirare il suo compito quotidiano agli interessi operai, intendendo per ciò gli interessi, a volta a volta, di singoli gruppi e categorie di lavoratori e considerandone la soddisfazione più facile, prossima, a breve scadenza.

Le soluzioni dei problemi di azione non sono così più ispirate all’insieme del moto proletario e del suo cammino storico, ma volta per volta escogitate limitatamente a piccole porzioni della classe operaia, e a minime tappe del suo cammino. Così agendo, il revisionismo si libera da ogni legame ai principi, e, nelle sue forme più o meno spinte, vanta tuttavia di essere nel vero spirito del marxismo, che consisterebbe nella più ampia spregiudicatezza ed ecletticità di movimento.

La lotta contro queste deviazioni assume ed assumerà aspetti importantissimi nello svolgersi del movimento proletario, attraverso le sue complesse esperienze. Quel modo di presentare e sciogliere le questioni è stato molte volte criticato e diffidato; tuttavia esso troverà forme più subdole per ritentare di imbevere di sé l’azione del proletariato. Non ne esporremo qui la confutazione in generale, ma solo in riguardo a un problema particolare, il che rende anche la posizione nostra più intelligibile.

[Avversione ai principi uguale sottomissione ai principi borghesi]

Parecchie volte, dalla parte nostra, dalla sinistra marxista, è stato svelato il trucco volgare dell’opportunismo. La sua pretesa avversione ai principi, ai dogmi, come cretinamente si diceva, si riduceva semplicemente a una osservanza ostinata e cieca di principi proprii dell’ideologia borghese e controrivoluzionaria. I positivi, i pratici, gli spregiudicati del movimento proletario, si rivelavano nel momento supremo come i più bigotti fautori di idee borghesi, a cui pretendevano di subordinare il movimento proletario, ed ogni interesse dei lavoratori.

La critica teoretica che pone in rilievo questo fatto caratteristico, procede parallelamente allo smascheramento politico dell’opportunismo socialista come di una forma di azione borghese, e dei suoi capi come di agenti del capitalismo nelle file del proletariato.

All’inizio della guerra mondiale, il fallimento clamoroso della Internazionale opportunista difese sé stesso teoricamente con argomenti che, nel campo della teoria come della propaganda socialista, apparivano come sorprese, come inattese rivelazioni, come “scoperte” sensazionali. Quelli che avevano contestato al socialismo di avere dei principi dottrinali e programmatici, affermavano all’improvviso che il socialismo non conservava neppure questa originalità, di essere il movimento senza principi, ma si doveva subordinare all’incondizionato riconoscimento di certe tesi, fino allora mai esplicitamente proclamate, anzi sempre considerate come estranee al pensiero socialista, e oggetto da parte di esso di una demolizione polemica definitiva. Il socialismo si riduceva ad una “sottoscuola” del movimento della sinistra borghese, si affiliava alla ideologia della cosiddetta democrazia, presentata tutt’ad un tratto non come la considera il marxismo nelle sue più elementari affermazioni, ossia come la dottrina politica appropriata agli interessi di classe borghesi, ma come qualcosa di più avanzato e progredito rispetto alla dominante politica capitalistica. I traditori della Internazionale “scoprirono” allora dei principi che ci buttarono tra le gambe, e dai quali pretesero che l’azione del proletariato fosse ineluttabilmente pregiudicata e determinata; ai quali affermarono che tutti gli interessi immediati, anche dei singoli gruppi che loro tanto stavano a cuore, dovessero inesorabilmente sacrificarsi. Tre di questi principi furono soprattutto sbandierati: il principio della libertà democratica, quello della guerra difensiva, quello di nazionalità.

Ad arte fino allora gli opportunisti avevano simulato una ortodossia teorica parlando sempre alle masse di lotta di classe, di socializzazione dei mezzi di produzione, di abolizione dello sfruttamento del lavoro: perché la scoperta improvvisa dei nuovi principi doveva servire a sorprendere il proletariato e a sconvolgere la coscienza di classe e la ideologia rivoluzionaria, sabotando la possibilità di una sua mobilitazione ideale in senso classista, come, corrispondentemente, il passaggio aperto delle cariche dirigenti delle grandi organizzazioni operaie ad una alleanza colla borghesia doveva togliere di colpo ogni piattaforma di riordinamento e di collegamento ad una azione socialista della classe operaia mondiale.

Allora si apprese (e ben pochi seppero, meno ancora poterono, tra i militanti socialisti, esprimere la loro indignazione e la loro protesta) che il proletariato socialista doveva fare a meno dei principi fino a che erano i principi della dottrina classista, ma doveva inchinarsi ad essi come a cosa sacra quando si trattava dei principi della ideologia borghese, di quelle idee fondamentali nella religione delle quali le classi dominanti tendono a trasformare la prevalenza dei loro interessi: il tradimento al contenuto della critica marxista non poteva essere più spudorato…

Per dare una piccola idea di come si andasse oltre in questa sfacciata sovrapposizione di elementi estranei e antitetici alle più ovvie formulazioni della dottrina socialista, citeremo un esempio solo. Da parte nostra fu naturalmente invocato il passo notissimo del Manifesto dei Comunisti, secondo il quale il proletariato non ha patria, e può considerarsi costituito in nazione, in senso ben diverso da quello borghese, solo quando si sia conquistato il dominio politico. Ebbene, uno dei propagandisti più noti del partito socialista, il “tecnico” addirittura della propaganda nel vecchio partito, cioè il Paoloni, rispose sostenendo questo: che la condizione dell’aver conquistato il dominio politico consisteva nella conquista del… suffragio democratico; e laddove il proletariato godeva del diritto elettorale, quivi esso aveva una patria e dei doveri nazionali! Questa tesi, che non si commenta neppure, dimostra come coloro cui si affidava nella Seconda Internazionale la propaganda del marxismo, o erano incredibilmente bestie o incredibilmente sfrontati.

[Il principio borghese di libertà e democrazia]

Da queste pagine è stata e sarà ancora meglio esposta la critica marxista al “principio” borghese di democrazia e di libertà. Noi non prendiamo sul serio la filosofia liberale borghese e il suo egualitarismo giuridico. Alla sua demolizione teorica si accompagna, nel concetto comunista, un programma politico del proletariato che liquida ogni illusione sulla possibilità di applicare metodi liberali e libertarii per la finalità rivoluzionaria: la soppressione della divisione della società in classi. Il preteso diritto uguale di tutti i cittadini nello Stato borghese non è che la traduzione del principio economico della “libera concorrenza” e della parità, sul mercato, dei venditori e compratori di mercanzie: questo livellamento significa solo la consolidazione delle condizioni più opportune perché lo sfruttamento e la oppressione capitalistica si instaurino e si conservino.

In diretto rapporto con questa critica, fondamentale per il pensiero socialista, sta la dimostrazione che l’invocare, come guida della politica proletaria e socialista dinanzi alla guerra, il grado di maggiore o minore “libertà democratica” raggiunto dai paesi in conflitto, significa rimettersi puramente a criterii borghesi e anti‑proletari: non insisteremo quindi sul primo dei tre principi suaccennati.

Gli altri due principi stanno in dipendenza dello stesso travisamento teoretico: il parlare di guerre giuste ed ingiuste, a seconda che siano di aggressione o di difesa, oppure che abbiano l’obbiettivo di dare alle popolazioni il governo che si dice desiderio in maggioranza, presuppone la credenza in un principio di democrazia instaurato nelle relazioni tra gli Stati, così come in quelle tra gli individui. Tali principi sono quelli che la borghesia bandisce allo scopo preciso di creare nelle masse popolari una ideologia favorevole al suo dominio, di cui non può confessare le determinanti spietatamente egoistiche.

Mentre per la vita interna dello Stato capitalistico moderno la democrazia elettiva corrisponde di fatto a una sanzione giuridica e a una norma costituzionale, pur non costituendo, dal nostro punto di vista, nessuna garanzia effettiva per il proletariato che nei momenti decisivi della lotta di classe non si troverà contro la macchina armata dello Stato, nei rapporti internazionali nemmeno esistono delle sanzioni e delle convenzioni che rispondano ad una applicazione formale di quei principi che dalla teoria democratica derivano.

Per il regime capitalistico la instaurazione della democrazia nello Stato fu una necessità inerente al suo sviluppo; non sarà altrettanto di nessuna delle formule dedotte dalla teoria democratica per i rapporti internazionali, e bandite dagli ideologi fautori della pace universale basata sull’arbitrato, della sistemazione delle frontiere secondo la nazionalità, e così via. Apparentemente è questo un argomento che si presta al gioco degli opportunisti, che mostrano i ceti capitalistici come avversi a queste rivendicazioni politiche che essi, traendoli da teoriche puramente borghesi, vogliono accreditare nel proletariato. Ma l’argomento si ritorce più volte contro di costoro.

Infatti, è assurdo credere che uno Stato borghese modifichi la sua politica internazionale per il solo fatto che il proletariato socialista, disarmata in nome della “unione sacra” ogni sua opposizione e indipendenza, gli lasci le mani ancora più libere per agire secondo il suo interesse di conservazione. In secondo luogo il gioco criminale dei social-traditori si dimostra più ancora spudorato: essi hanno contrapposto al preteso “utopismo” dei programmi rivoluzionarii la necessità di porsi finalità immediate e toccabili con mano, di aderire alle possibilità reali; ad improvviso essi tirano in campo, per subordinarvi l’indirizzo del movimento proletario, scopi i quali, oltre a non essere di natura classista e socialista, si dimostrano del tutto irreali e illusori; accreditano idee che la borghesia non applicherà mai, ma alle quali le interessa che le masse proletarie prestino fede. La politica adunque degli opportunisti non mira a spingere innanzi, sia pure a piccoli passi, il divenire effettivo e pratico delle situazioni, ma si rivela come la mobilitazione ideologica delle masse nell’interesse borghese e controrivoluzionario, e null’altro.

[Il “principio di nazionalità”]

Per quanto riguarda il principio di nazionalità, non è difficile mostrare che esso non è mai stato altro che una frase per la agitazione delle masse, e, nella ipotesi migliore, una illusione di alcuni strati intellettuali piccolo borghesi. Se per lo sviluppo del capitalismo fu una necessità il formarsi delle grandi unità statali, nessuna però di esse si costituì colla osservanza del famoso principio nazionale, molto difficile del resto a definire in concreto. Uno scrittore non certo rivoluzionario, Vilfredo Pareto, in un suo articolo del 1918 (ripubblicato nella raccolta “Uomini e Idee”, editore Vallecchi, Firenze, 1920) fa la critica del “supposto principio di nazionalità” e dimostra come non se ne possa trovare una definizione soddisfacente, e come dei molti criteri che sembrano poter servire a precisarlo (etnico, linguistico, religioso, storico, etc.) nessuno è esauriente, e tutti poi si contraddicono tra loro nei risultati a cui menano. Il Pareto fa anche la ovvia osservazione, tante volte da noi avanzata nelle polemiche dell’epoca della guerra, che non certo i plebisciti sono un mezzo sicuro per indicare la soluzione dei problemi nazionali, dovendosi preventivamente stabilire i limiti del territorio a cui estendere la votazione maggioritaria, e la natura dei poteri che la organizzano e controllano: chiudendosi così in un circolo vizioso…

Non abbiamo bisogno di riportare qui tutto il contenuto delle polemiche di nove anni addietro. Facile fu allora a noi internazionalisti dimostrare come i famosi principi invocati dai socialguerraiuoli si prestassero ad applicazioni del tutto contraddittorie. Ogni Stato può in guerra trovar modo di invocare una situazione di difensiva: l’aggressore può essere colui il cui territorio verrà “calpestato dall’invasore straniero”; in ogni caso ad analoghe conseguenze condurrebbe un atteggiamento rivoluzionario del movimento socialista sia in caso di offensiva che di difensiva militare, potendo esso bastare a convertire la prima nella seconda. Quanto alle questioni nazionali e di irredentismo, esse sono così numerose e complesse da poter essere adoperate a giustificare ben altri schieramenti di alleanze che quelli della guerra mondiale.

I famosi principi enumerati si contraddicevano poi singolarmente tra loro nella applicazione. Chiedevamo noi ai socialpatriottici se essi riconoscessero a un popolo più democratico il diritto di attaccarne e assoggettarne uno meno democratico; se per la liberazione di regioni irredente potesse ammettersi l’aggressione militare, e così via.

E queste contraddizioni logiche si traducevano nella possibilità di giustificare, una volta accettate quelle tesi fallaci, la adesione socialista a qualsiasi guerra, come infatti avvenne, che con gli stessi argomenti si sostenne la tattica di socialtradimento in tutti i paesi, trovantisi nelle più disparate condizioni, e si trascinarono gli uni contro gli altri i lavoratori dalle due parti del fronte di guerra.

Egualmente facile ci fu la previsione che i governi borghesi vincitori, quali che essi fossero, non si sarebbero sognati di applicare, nella pace, quei criterii nei quali era contenuta, secondo i socialnazionali, non solo la motivazione della adesione proletaria alla guerra, ma la garanzia che la guerra avrebbe condotto a quegli sbocchi, che vennero presentati ai lavoratori ingannati dai loro indegni condottieri.

[La questione nazionale nella Internazionale Comunista]

Non è dunque materia nuova quella della critica alle deviazioni socialnazionaliste e della loro confutazione. Meno ovvia si presenta, e si presentava soprattutto al momento della fondazione della Terza Internazionale, la soluzione positiva da apportare alla questione nazionale dal punto di vista comunista. Il problema non può dirsi fosse liquidato colle tesi del secondo congresso (1920) tanto che anche il prossimo V Congresso se ne dovrà occupare.

È chiaro che la Internazionale Comunista non va a prendere a prestito teoriche e formole borghesi e piccolo-borghesi per la soluzione dei problemi del suo atteggiamento politico e tattico. La Internazionale Comunista ha restaurato i valori rivoluzionari della dottrina e del metodo marxista, inspirando ad essi il suo programma e la sua tattica.

Quale è la via per arrivare, su tali basi, alla soluzione di problemi come, ad esempio, quello nazionale?

Questo vogliamo ricordare, nelle linee più elementari. I revisionisti parlavano di un esame condotto volta per volta sulle situazioni contingenti, ed esente da preoccupazioni di principii e di finalità generali. Da questo essi giungevano a conclusioni puramente borghesi, non attenendosi neppure nel giudizio sulle situazioni a criterii marxisti, che ponessero in rilievo il gioco dei fattori economico-sociali, e del contrasto degli interessi di classe.

Si potrebbe dire che la giusta linea comunista è di assicurarsi nella analisi delle situazioni una stretta fedeltà a quel metodo marxista di critica dei fatti, e da questo venire liberamente alle conclusioni, senza tampoco aver bisogno di limitarle con idee preconcette.

Ma secondo noi una tale risposta conserva in sé tutti i pericoli dell’opportunismo, per la sua troppa indeterminazione. Da un altro lato si potrebbe invece dire che noi, ad un esame più marxista e classista delle date contingenze, dobbiamo aggiungere l’osservanza di principi e di formole generali ottenuti con un capovolgimento quasi meccanico delle formole borghesi. Noi ammettiamo volentieri che in questo si pecca per troppo semplicismo e per un radicalismo sbagliato. Certe formole semplici sono indispensabili per la agitazione e la propaganda del nostro partito, ed esse contengono in ogni caso minori pericoli che la eccessiva elasticità e spregiudicatezza. Ma quelle formole devono essere i punti di arrivo e i risultati, non i punti di partenza di un esame delle questioni quale, di quando in quando, il partito deve affrontare nei suoi organi supremi di critica e di deliberazione, per porre le conclusioni a disposizione della massa dei militanti in termini chiari ed espliciti.

Così si potrebbe dire, per fare un esempio, della formola “contro tutte le guerre”, che in un importante periodo storico ottimamente distingue i veri rivoluzionari dagli opportunisti sottilizzanti su distinzioni tra guerra e guerra che conducono alla giustificazione della politica di ciascuna borghesia, ma che come enunciazione di dottrina è certo insufficiente, non fosse altro perché potrebbe, per il suo stesso radicalismo formale che capovolge grossolanamente l’attitudine opportunistica, andarsi ad affiliare ad un’altra attitudine ideologica borghese, al pacifismo di stile tolstoiano. Si cadrebbe così in contraddizione col nostro fondamentale postulato dell’impiego della violenza armata.

[La via marxisticamente esatta]

La via marxisticamente esatta per la risposta a simili quesiti non è né l’una né l’altra delle due sommariamente accennate. Essa merita di essere ancora più attentamente precisata dal partito del proletariato rivoluzionario, sebbene ne esistano già esempii brillantissimi, come per il mirabile edifizio della critica marxistico-leninista alle dottrine democratiche borghesi e della definizione del nostro programma rispetto al problema dello Stato.

Per indicare brevemente la soluzione che a noi pare migliore, diremo che è assolutamente da respingere la tesi secondo cui la politica marxista si contenta di un semplice esame delle successive situazioni (con un metodo, si intende, ben determinato) e non abbisogna di altri elementi. Quando noi avremo studiati i fattori di carattere economico e lo sviluppo dei contrasti di classe che si presentano nel campo di un dato problema, avremo fatto qualcosa di indispensabile ma non avremo ancora tenuto conto di tutto. Vi sono certi altri criteri di cui è necessario tener conto, che si possono chiamare “principi” rivoluzionari, se si chiarisce che tali principi non consistono in idee immanenti e aprioristiche fissate una volta per sempre in tavole che siano state “trovate” in qualche parte bell’ed incise. Se si vuole si può rinunziare alla parola principii per parlare di postulati programmatici: si può sempre precisare meglio, anzi si deve farlo tenute anche presenti le necessità linguistiche di un movimento internazionale, la nostra terminologia.

A questi criteri si giunge con una considerazione in cui sta tutta la forza rivoluzionaria del marxismo. Noi non possiamo né dobbiamo risolvere la questione, poniamo, dei dockers inglesi o dei lavoratori della Finlandia coi soli elementi tratti dallo studio, con metodo deterministico-storico, della situazione di quella categoria operaia o di questa nazione, nei limiti di spazio e di tempo che si pongono in modo immediato alle condizioni del problema. Vi è un interesse superiore che guida il nostro movimento rivoluzionario, col quale quegli interessi parziali non possono contrastare se si considera tutto lo svolgimento storico, ma la cui indicazione non sorge immediatamente dai singoli problemi concernenti gruppi del proletariato e dati momenti delle situazioni. Questo interesse generale è, in una parola, l’interesse della Rivoluzione Proletaria, ossia l’interesse del proletariato considerato come classe mondiale dotata di una unità di compito storico e tendente ad un obiettivo rivoluzionario, al rovesciamento dell’ordine borghese. Subordinatamente a questa suprema finalità noi possiamo e dobbiamo risolvere i singoli problemi.

La maniera di coordinare le soluzioni singole a questa finalità generale si concreta in postulati acquisiti al partito, e che si presentano come i cardini del suo programma e dei suoi metodi tattici. Questi postulati non sono dogmi immutabili e rivelati, ma sono a loro volta la conclusione di un esame generale e sistematico della situazione di tutta la società umana del presente periodo storico, nel quale sia tenuto esatto conto di tutti i dati di fatto che cadono sotto la nostra esperienza. Noi non neghiamo che questo esame sia in continuo sviluppo e che le conclusioni si rielaborino sempre meglio, ma è certo che noi non potremmo esistere come partito mondiale se la esperienza storica che già il proletariato possiede non permettesse alla nostra critica di costruire un programma ed un insieme di regole di condotta politica.

Non esisteremmo, senza di questo, né noi come partito, né il proletariato come classe storica in possesso di una coscienza dottrinale e di una organizzazione di lotta. Ove si presentano delle lacune nelle nostre conclusioni, e ove si prevedono revisioni parziali avvenire, sarebbe errore supplire con la rinunzia alla definizione dei postulati o principi, che appaiono certo come una “limitazione” delle azioni che ci potranno essere suggerite dalle successive situazioni e nei vari paesi. Errore infinitamente minore sarebbe rimediare con un completamento anche un poco arbitrario delle nostre formole conclusive, perché la chiarezza e precisione, nello stesso tempo che il massimo possibile di continuità, di tali formole di agitazione e di azione, sono una condizione indispensabile del rafforzarsi del movimento rivoluzionario.

A questa affermazione, che potrà parere un poco arrischiata, noi aggiungiamo, senza volerci oltre trattenere sulla grave questione che a molti sembrerà eccessivamente astratta, che ci pare che i dati che ci fornisce la storia della lotta di classe fino alla grande guerra e alla rivoluzione russa consentano al partito comunista mondiale di riempire tutte le lacune con soluzioni soddisfacenti. Il che non vuole dire certamente che nulla avremo da imparare dall’avvenire, e dalla continua riprova delle nostre conclusioni nella applicazione politica delle medesime.

Il rifiutarsi a “codificare” senza altro indugio il programma e le regole di tattica e di organizzazione della Internazionale non potrebbe per noi avere oggi altro senso che quello di un pericolo di natura opportunista, per cui la nostra azione correrebbe il rischio domani di riandarsi a rifugiare sotto principi e regole borghesi, questi sì completamente errati e rovinosi per la “libertà” della nostra azione.

Concludiamo che gli elementi di una soluzione marxista dei problemi del nostro movimento sono: l’insieme di conclusioni comprese nella nostra visione generale del processo storico, indirizzata alla realizzazione del finale e generale successo rivoluzionario, [e lo] studio marxista dei fatti che cadono sotto il proprio esame.

Quell’insieme di conclusioni è dialetticamente figlio di un esame dei fatti, ma dall’esame di tutti i fatti storico-sociali finora a noi accessibili. Esso per il partito rivoluzionario presenta, non un carattere dogmatico, ma un elevato grado di “permanenza” storica, che ci distingue da tutti gli opportunisti, e che, in termini più banali, è anche rappresentato da quella nostra coerenza dottrinale e tattica, perfino monotona se si vuole, che vale a distinguerci dai traditori e dai rinnegati della causa rivoluzionaria.

[Applicazione del metodo alla questione nazionale]

Della questione nazionale diciamo ora più che altro a titolo di esemplificazione del metodo accennato. L’esame di essa e la descrizione dei fatti in cui si compendia sono contenuti nelle tesi del secondo congresso, che giustamente si riportano alla valutazione generale della situazione del capitalismo mondiale, e della fase imperialistica che esso attraversa.

Questo insieme di fatti va esaminato tenendo presente il bilancio generale della lotta rivoluzionaria. Un fatto fondamentale è quello che il proletariato mondiale possiede ormai una cittadella nel primo Stato operaio, la Russia, oltre che il suo esercito nei partiti comunisti di tutti i paesi. Il capitalismo ha le sue fortificazioni nei grandi Stati e soprattutto in quelli vincitori della guerra mondiale, un piccolo gruppo dei quali controlla la politica mondiale. Questi Stati lottano contro le conseguenze del dissesto generale prodotto nella economia borghese dalla grande guerra imperialistica, e contro le forze rivoluzionarie che mirano ad abbatterne il potere.

Una delle più importanti risorse controrivoluzionarie di cui dispongono i grandi Stati borghesi nella lotta contro il disquilibrio generale della produzione capitalistica, è la loro influenza su due gruppi di paesi: da una parte le loro colonie di oltremare, dall’altra i piccoli paesi ad economia arretrata di razza bianca. La grande guerra, presentata come il movimento storico sboccante nella emancipazione dei piccoli popoli e nella liberazione delle minoranze nazionali, ha clamorosamente smentita questa ideologia, in cui credettero o finsero di credere i socialisti della II Internazionale, assoggettando alle grandi potenze tutti i piccoli paesi. I nuovi Stati sorti nell’Europa centrale non sono che vassalli o della Francia o dell’Inghilterra, mentre Stati Uniti e Giappone consolidano sempre più una loro egemonia sui paesi meno potenti dei continenti rispettivi.

È indubbio che la resistenza alla rivoluzione proletaria è concentrata nel potere dei pochi grandi Stati capitalistici: abbattuto questo, tutto il resto crollerebbe dinanzi al proletariato vincitore. Se nelle colonie e nei paesi arretrati vi sono movimenti sociali e politici diretti contro i grandi Stati e nei quali sono coinvolti ceti e partiti borghesi e semiborghesi, è certo che il successo di questi movimenti, dal punto di vista dello sviluppo della situazione mondiale, è un fattore rivoluzionario, in quanto contribuisce alla caduta delle principali fortezze del capitalismo, mentre ove alle borghesie dei grandi Stati potesse sopravvivere un potere borghese nei piccoli paesi, questo sarebbe travolto successivamente dalla potenza del proletariato dei paesi più progrediti, anche se localmente il movimento proletario e comunista appare iniziale e debole.

Uno sviluppo parallelo e simultaneo della forza proletaria e dei rapporti di classe e di partito in ogni paese non è affatto un criterio rivoluzionario, ma si riporta alla concezione opportunista sulla pretesa simultaneità della rivoluzione, in nome della quale si negava persino alla rivoluzione russa il carattere proletario. I comunisti non credono affatto che lo sviluppo della lotta in ogni paese debba seguire lo stesso schema, essi si rendono conto delle differenze che si presentano nel considerare i problemi nazionali e coloniali, solo essi coordinano la soluzione all’interesse del movimento unico di abbattimento del capitalismo mondiale.

La tesi politica della Internazionale comunista, per la guida da parte del proletariato comunista mondiale e del suo primo Stato, del movimento di ribellione delle colonie e dei piccoli popoli contro le metropoli del capitalismo, appare dunque come il risultato di un vasto esame della situazione e di una valutazione del processo rivoluzionario ben conforme al programma nostro marxista. Essa si pone ben al di fuori della tesi opportunista-borghese, secondo cui i problemi nazionali devono essere risolti “pregiudizialmente” prima che si possa parlare di lotta di classe, e per conseguenza il principio nazionale vale a giustificare la collaborazione di classe, sia nei paesi arretrati, sia in quelli di capitalismo avanzato, quando si pretenda posta in pericolo la integrità e libertà nazionale.

Il metodo comunista non dice banalmente: i comunisti devono agire in senso opposto, ovunque e sempre, alla tendenza nazionale: il che non significherebbe nulla e sarebbe la negazione “metafisica” del criterio borghese. Il metodo comunista si contrappone a questo “dialetticamente”, ossia parte dai fattori classisti per giudicare e risolvere il problema nazionale. L’appoggio ai movimenti coloniali, ad esempio, ha tanto poco sapore di collaborazione di classe che, mentre si raccomanda lo sviluppo autonomo e indipendente del partito comunista nelle colonie, perché sia pronto a superare i suoi momentanei alleati, con una opera indipendente di formazione ideologica e organizzativa, si chiede l’appoggio ai movimenti di ribellione coloniale soprattutto ai partiti comunisti delle metropoli. E tale tattica ha tanto poco sapore collaborazionista, da essere chiamata dalla borghesia azione antinazionale, disfattista, di alto tradimento.

La tesi 9 dice che senza tali condizioni la lotta contro l’oppressione coloniale e nazionale resta una insegna menzognera come per la II Internazionale, e la tesi 11, comma e), ribadisce che «è necessaria una lotta recisa contro il tentativo di coprire di una veste comunista il movimento rivoluzionario irredentista, non realmente comunista, dei paesi arretrati». Questo vale a suffragare la fedeltà della nostra interpretazione.

La necessità di spostare l’equilibrio delle colonie, risulta da un esame strettamente marxista della situazione del capitalismo, in quanto la oppressione e lo sfruttamento dei lavoratori di colore diviene un mezzo per incrudelire lo sfruttamento del proletariato indigeno, della metropoli. Qui risalta ancora la radicale differenza tra il criterio nostro e quello dei riformisti. Questi, infatti, tentano di dimostrare che le colonie sono una fonte di ricchezze anche per i lavoratori della metropoli, collo offrire uno sbocco ai prodotti, e traggono da questo altri motivi per la collaborazione di classe sostenendo in molti casi a faccia fresca che lo stesso loro principio di nazionalità può essere violato per l’interesse della “diffusione della civiltà” borghese e per accelerare la evoluzione delle condizioni del capitalismo. Ed è qui un altro saggio di travisamento reazionario del marxismo, che si riduce ad accordare al capitalismo sempre più lunghe proroghe al momento della sua fine e dell’attacco rivoluzionario, coll’attribuirgli ancora un lungo compito storico, che noi gli contestiamo.

I comunisti utilizzano le forze che mirano a rompere il patronato dei grandi Stati sui paesi arretrati e coloniali, perché ritengono possibile rovesciare queste fortezze della borghesia e affidare al proletariato socialista dei paesi più avanzati il compito storico di condurre con ritmo accelerato il processo di modernizzazione della economia dei paesi arretrati, non sfruttandoli, ma sospingendo la emancipazione dei lavoratori locali dallo sfruttamento estero ed interno.

[L’errore del “bolscevismo-nazionale” in Germania]

Questa nelle grandi linee la giusta posizione della I.C. nel problema di cui ci occupiamo. Ma importa molto vedere chiaramente la via per la quale si giunge a tali conclusioni, per evitare che si voglia riannodarle al superato frasario borghese sulla libertà nazionale e l’eguaglianza nazionale, ben denunziato nella prima delle tesi citate come un derivato del concetto capitalistico sulla eguaglianza dei cittadini di tutte le classi. Perché in queste nuove (in un certo senso) conclusioni del marxismo rivoluzionario, talvolta si affaccia il pericolo di esagerazioni e deviazioni.

Per restare sul terreno degli esempi, noi neghiamo che sia giustificabile sulle basi accennate il criterio di un avvicinamento in Germania tra il movimento comunista e il movimento nazionalista e patriottico.

La pressione esercitata sulla Germania dagli Stati dell’Intesa anche nelle forme acute e vessatorie che ha preso ultimamente, non è elemento tale che ci possa far considerare la Germania alla stregua di un piccolo paese di capitalismo arretrato. La Germania resta un grandissimo paese formidabilmente attrezzato in senso capitalistico e in cui il proletariato socialmente e politicamente è più che avanzato. Impossibile è adunque la confusione colle condizioni effettive prima considerate. Ci basti questo a risparmiarci un ampio esame della grave questione, che potrà farsi altra volta in modo non sommario.

Né basta a spostare la nostra valutazione il fatto che in Germania lo schieramento delle forze politiche si presenta in modo che la grande borghesia non ha una accentuata attitudine nazionalista, ma tende ad allearsi colle borghesie della Intesa a spese del proletariato tedesco e per una azione controrivoluzionaria; mentre il movimento nazionalista è alimentato da strati piccolo borghesi malcontenti e tartassati anch’essi economicamente dal prepararsi di questa soluzione. Il problema della rivoluzione instaurata a Berlino non può vedersi se non riferendolo, da una parte, e questo è confortante, a Mosca, ma dall’altra parte a Parigi e Londra. Le forze fondamentali su cui noi dobbiamo contare per controbattere l’intesa capitalistica tra Germania ed alleati sono, non solo lo Stato soviettista, ma anche, in prima linea, l’alleanza del proletariato tedesco con quello dei paesi di occidente. Questo è un fattore così importante per lo sviluppo rivoluzionario mondiale, che è un errore gravissimo comprometterlo, in un momento difficile per l’azione rivoluzionaria in Francia e Inghilterra, col fare, anche in parte, della questione della rivoluzione tedesca una questione di liberazione nazionale, sia pure su un piano che esclude la collaborazione colla grande borghesia.

La stessa sproporzione di maturità tra il partito comunista tedesco e quelli di Francia e d’Inghilterra sconsiglia questa errata posizione, per cui all’antipatriottismo della grande borghesia germanica si vorrebbe contrapporre un programma nazionalista della rivoluzione proletaria. L’aiuto della piccola borghesia tedesca (che è certo bene utilizzare con altra tattica che questa del “bolscevismo nazionale” e guardando alla situazione economica rovinosa dei ceti intermedi) sarebbe annullato completamente in una situazione in cui Parigi e Londra si sentissero internamente le mani libere per agire oltre le frontiere tedesche: il che può essere impedito solo dalla impostazione internazionalista del problema rivoluzionario tedesco. Caso mai è in Francia che ci dobbiamo più preoccupare della attitudine dei ceti piccolo borghesi, che uno acutizzarsi del nazionalismo tedesco rimetterà alla mercé delle locali borghesie: mentre qualcosa di analogo può dirsi per l’Inghilterra ove il laburismo si mostra così sfacciatamente nazionalista, ora che è al governo, per conto e interesse della borghesia britannica.

Ecco come il dimenticare la origine di principio delle soluzioni politiche comuniste può portare ad applicarle laddove mancano le condizioni che le hanno suggerite, sotto il pretesto che ogni più complicato espediente sia sempre utilmente adoperabile. Non può non considerarsi come un fenomeno che ha certe analogie colle imprese del social-nazionalismo, il fatto che il compagno Radek, per sostenere in una riunione internazionale la tattica da lui caldeggiata, “scoprì” che il gesto del nazionalista sacrificatosi nella lotta contro i francesi nella Ruhr deve essere dai comunisti esaltato in nome del principio (nuovo per noi e inaudito), che al disopra dei partiti si debba sostenere chiunque si sacrifica per la sua idea.

Un deplorevole rimpicciolimento è quello che riduce il compito del grande proletariato di Germania a una emancipazione nazionale: quando noi attendiamo da questo proletariato e dal suo partito rivoluzionario che esso riesca a vincere non per sé, ma per salvare la esistenza e la evoluzione economica socialista della Russia dei Soviet, e per rovesciare contro le fortezze capitaliste di occidente la fiumana della Rivoluzione mondiale, destando i lavoratori degli altri paesi per un momento immobilizzati dagli ultimi conati controffensivi della reazione borghese.

I disquilibri nazionali tra i grandi Stati progrediti sono un fattore da noi studiato ed esaminato quanto ogni altro: all’opposto dei socialnazionali noi escludiamo recisamente che essi possano risolversi per altra via che la guerra di classe contro tutti i grandi Stati borghesi; e le sopravvivenze patriottiche e nazionaliste in questo campo sono da noi considerate come manifestazioni reazionarie che non possono avere alcuna presa sui partiti rivoluzionarii del proletariato, chiamati in questi paesi ad una eredità ricca di possibilità genuinamente e squisitamente comuniste, a un compito di avanzatissima avanguardia nella Rivoluzione mondiale.

L' Opposizione Russa, i pericoli di guerra ed i problemi della difesa

Pubblichiamo un discorso che il comp. Trotzky ha pronunciato nel 1927. Esso interessa non solamente perchè inquadra un episodio importante dei sistemi impiegati dall’opportunismo per combattere contro la sinistra, ma sovratutto perché contiene il punto di vista dell’Opposizione russa nei confronti di una guerra contro la Russia, punto di vista al quale Trotzky si è recentemente richiamato per precisare la sua posizione per il conflitto russo-cinese.

La nostra frazione troverà in questi articoli del materiale utile alla fissazione della sua posizione in questa delicata ed importante questione.

(Discorso pronunciato all’Assemblea plenaria del Comitato Centrale e della Commissione Centrale di Controllo, 1 Agosto 1927).

Il presidium della Commissione Centrale di Controllo che esaminò, nel Giugno 1027, la proposta di espulsione di Trotzky e di Zinoviev dal Comitato Centrale del Partito, non prese nessuna deliberazione in proposito. L’affare non era stato ancora sufficientemente “preparato”. L’arte principale della strategia stalinista consiste a saper dosare prudentemente i colpi diretti contro il Partito.

L’Opposizione continua ad essere colpita durante, i mesi Giugno e Luglio.

L’eliminazione degli oppositori dalle istituzioni superiori del Partito fu affidata all’assemblea plenaria del C. C. e della Commissione Centrale di Controllo.

Durante la discussione, il problema del pericolo di guerra fu volontariamente confuso con quello dell’Opposizione, per rendere la lotta ulteriore più velenosa. Malgrado questo, il Plenum non si decise ancora ad escludere Trotzky e Zinoviev dal Comitato Centrale.

La frazione stalinista aveva bisogno di guadagnare qualche settimana per condurre l’agitazione contro l’Opposizione per poterla presentare come l’alleata di “Chamberlain”.

Trotzky – Voi mi avete accordato 45 minuti, lo parlerò’ riassumendomi rigorosamente, data l’estensione dei problemi che noi esaminiamo in questo momento. Le vostre tesi affermano che l’opposizione avrebbe un certa maniera trotzkista nell’ esaminare lo questione della guerra o del disfattismo. Ecco un’invenzione di più. L’articolo 13 delle vostre tesi è completamente consacrato a questa assurdita’. Per quanto concerne l’insieme dell’Opposizione, essa non puo’ essere responsabile delle divergenze tutt’affatto secondarie che ebbi nel passato, su questo punto, con Lenin.

Per quanto mi concerne personalmente, rispondo subito contro questa insinuazione stupida. Durante la guerra imperialista, ebbi a scrivere degli appelli al Proletario mondiale, in nome del primo consiglio dei commissari del popolo e del C. C. del Partito.

Sono stato io che scrissi la parte del programma del nostro partito riguardante la guerra, le risoluzioni del VIII Congresso del partito sullo stesso soggetto, le risoluzioni di tutta una serie di Congressi dei Soviet, il manifesto del Iº Congresso della I. C. consacrato in grande parte allo stesso problema, il manifesto programma del IIº Congresso della I. C. il quale, nella sua grandissima parte, trattava il “problema della guerra”, delle sue conseguenze e delle sue prospettive, sono stato io che ho scritto le tesi del III Congresso della I. C. sulla situazione, internazionale e le prospettive della rivoluzione e della guerra.

Io fui incaricato dal C. C. del partito di presentare al IV”.Congresso della I.C. un rapporto sulle prospettive della guerra e della rivoluzione internazionale, Al V Congresso della I. C. (1924) scrissi il manifesto nell’occasione del Xº anniversario della guerra imperialista. Non vi fu nel С. С. nessuna divergenza: tutti questi documenti furono accettati  non soltanto senza discussione ma quasi tutti senza emendamenti.

Allora mi domando come avviene che
la “deviazione” della quale io sono accusato non si sia fatta mai sentire durante il lavoro intenso che io ebbi a compiere nella I. C. … Ma, eccoci; quando io respinsi nel 1920 il disfattismo economico parola d’ordine stupida e ignara destinata da Molotov agli operai inglesi, avrei rotto col leninismo. Allora perchi, dopo la mia critica, Molotov ha messo la sua assurda parola d’ordine in tasca?…

Molotof. Non vi fu nessuna parola d’ordine.

Trotzky. E’ vero: non vi furono che delle coglionerie, e non una parola d’ordine. E’ quello che io dicevo. (Risa).

Perchè è stato necessario esagerare fino all’estremo le vecchie divergenze, da tanto tempo liquidate… perchè ?…

Per nascondere a mascherare le divergenze reali, le vere; quelle di oggi.

E’ possibile porre seriamente il problema della lotta rivoluzionaria contro In guerra e della vera difesa della U.R.S.S. puntando nella stesso tempo sul comitato anglo-russo?… Si possono dirigere le masse proletarie verso uno sciopero generale, e l’insurrezione nel corso della guerra mantenendo il blocco coi Purcel, IIlicks, e altri traditori… Io mi domando: II nostro spirito di difesa sarà bolscevico o tradunionista? questione. Ecco come si posa la questione.

Per cominciare io rammenterò quello che i capi attuali hanno insegnato su questo punto al proletariato di Mosca, nel corso di tutto l’anno passato. Eccovi il punto essenziale.

Vi leggo testualmente le direttive del Comitato di Mosca: “Il Comitato anglo-russo puo’, deve e avrà senza alcun dubbio, un compito enorme nella lotta contro gli interventi di ogni genere diretti contro U. R. S. S. Esso, il Comitato anglo-russo diventerà il centro organizzativo delle forze internazionali del proletariato in lotta contro tutti i tentativi della borghesia internazionale”.

Molotov ha detto: “Attraverso il Comitato anglo-russo noi disgregheremo Amsterdam”, Molotov non ha compreso nulla, nemmeno adesso. Voi avete disgregato gli operai di Mosca e del mondo intero, ingannandoli a tal punto da non far loro conoscere chi era il loro amico ed il loro nemico.

Skrypnik: Che tono!

Trotzky. Il tono corrisponde all’importanza della questione. Voi avete resа della coesione ad Amsterdam, indebolendo voi stessi. II Consiglio Generale adesso è unanime, come non lo fu mai – contro di noi!

Bisogna confessare che le direttive scandalose Comitato di Mosca, che ho riletto, esprimono molto chiaramente e più onestamente, che i ?acchi scolastici
di Bukarine, il vero punto di vista di coloro che erano per il mantenimento del Comitato anglo-russo.

II Comitato di Mosca ha inscenato ai proletari di questa città, ed il Bureau Politique a quelli dell’Unione Sovietista, che in un pericolo di guerra, la nostra classe proletaria potrebbe attaccarsi alla corda del Comitato anglo-russo. E’ cosi’ che viene posta la questione da un punto di vista politico.

Questa corda è una corda marein. La Pravda di sabato parla di un fronte unico di traditori del Consiglio Generale, Arturo Cook, il beniamino caro di Tomsky, tace.

“Silenzio completamente incomprensibile” … esclama la Pravda. E’ il vostro solito ritornello completamente incomprensibile!… Avete incominciato con l’appoggiarvi al gruppo di Chang-Kai-Chek, cioè su Purcell e Hicks, a dopo avete posto le vostra speranze nel fedele Wan-Tin-Wei cioè Arturo Cook. Ma Cook ha tradito come Want-Tin-Wei aveva tradito due giorni dopo che Bukarine lo aveva iscritto fra i suoi fedeli.

Voi avete consegnato il movimento della minoranza, mani e piedi legati, a questi signori del Consiglio Generale: voi non sapevate e non volevate opporre in questo movimento i veri rivoluzionari, ai riformisti. Vai avete respinto una corda piccola, ma solida, per prenderne una molto più grossa ma marcia. Quando si passa per mia passerella stretta, poco si dura, un piccolo punto d’appoggio può offrire in salvezza.

Ma guai se ci si aggrappa a una tavola tarlata che vede sotto i piedi, la caduta è inevitabile. La vostra politica interna attuale è quella delle tavole tarlate. Voi vi siete successivamente aggrappati a Chang-Kai-Chek, a Feng-You-Siang, a Ton-Chan-Teki, Wang-Tin-Wei, a Purcel, a Hicka, a Cook. Ognuna di queste tavole si è rotta nel momento giusto quando essa poteva essere necessaria. Tutte le volte avete cominciato col dire ” è assolutamente incomprensibile” come lo fa l’articolo di fondo della Pravda a proposito di Cook per aggiungere poi, il giorno dopo “Lo avevamo sempre previsto”.