Sulla situazione spagnola
Il compagno Trotsky basa le conclusioni del suo profondo esame storico-sociale della Spagna, sulla probabilità della rivoluzione sociale spagnola, di dover passare per la fase parlamentarista corrispondente allo Stato democratico-bprghese. Per lui il non porsi sul terreno delle riforme e di parole d’ordine mediane fra il potere feudale assolutistico (rappresentato dall’attuale Stato monarchico-clericale) e quello proletario, è del dottrinarismo più pietoso e sterile. Egli è dominato dalla preoccupazione della conquista di larghe masse, e così non esita a consigliare ai comunisti spagnoli di non presentarsi alle masse con il loro programma radicale, poiché le classi lavoratrici spagnole, non avendo ancora acquisito il senso della democrazia, facilmente non li capirebbero, e le classi intermedie potrebbero spaventarsi. Così consiglia ai comunisti spagnoli di opporsi alle corti costituenti della sinistra borghese, le corti rivoluzionarie. Gioco di parole che non cambia nulla e serve unicamente ad accodare il proletariato alla sinistra borghese. Quale distinzione potrebbe fare il proletariato fra le due parole d’ordine? Nessuna, ed allora non gli rimarrà che restare dove è sempre stato e lasciarsi guidare da chi l’ha sempre imbrogliato.
Il comp. Trotsky, convinto che la rivoluzione spagnola dovrà attraversare la fase democratico-borghese, afferma che bisogna affrettare l’evento democratico, perché esso segna un passo in avanti verso la rivoluzione proletaria; nulla di più falso, poiché dopo il trionfo delle corti costituenti e dello statp democratico, il proletariato resterà fiaccato e sperso, vittima delle sue illusioni, anziché trovare la sua unità d’azione passando nel campo comunista, poiché pure i comunisti contribuirono ad impasturarlo della fallace illusione della conquista rivoluzionaria della democrazia borghese.
Le Tesi di Roma (vedi paragrafo 33) sono radicali a questo proposito, ed il dissenso nostro con comp. Trotsky non può essere che fondamentale, almeno se non si vuole revisionare le Tesi di Roma.
Il comp. Trotsky dice ai comunisti spagnoli di scrivere sulla loro bandiera la parola d’ordine della “autodecisione dei popoli” al fine di allargare la loro sfera d’influenza (con una manovra strategica) a delle masse di operai, contadini e piccoli borghesi che non hanno ancora acquisito il senso della necessità e della bontà della socializzazione. Dicono le Tesi di Roma (pa. 6) a questo riguardo “ … per tale via i partiti proletari sono spesso spinti ad estendere i limiti della loro organizzazione a sfere di elementi i quali non potevano ancora porsi sul terreno dell’azione collettivo-unitaria e massimalista. Questo fatto è sempre stato accompagnato da una revisione deformatrice della dottrina e del programma e da un allentamento della disciplina interna per modo che anziché aversi uno stato maggiore di capi adatti e decisi alla lotta, si è consegnato il movimento proletario nelle mani di agenti larvati della borghesia”. Le Tesi, che vennero scritte nel 1922, si riferiscono al movimento proletario antecedente alla loro formulazione, ma data la degenerazione avvenuta nel movimento proletario, conservano tutto il loro valore anche per il movimento posteriore.
Le Tesi di Roma sostengono chiaramente che i rapporti fra partito comunista e proletariato, per non essere fittizi, non devono essere il derivato di rinunce programmatiche del partito, ma solo il frutto della partecipazione del partito allo sviluppo reale della lotta di classe, e solo in relazione a questo sviluppo.
Sempre nello spirito d’influenzare delle masse che non si sono ancora permeate della coscienza di classe, il comp. Trotsky sostiene di servirsi di parole d’ordine transitorie come: la nazionalizzazione dei trasporti, delle ricchezze del sottosuolo, delle banche, controllo operaio sull’industria e regolamento sull’economia da parte dello Stato, poiché, afferma, che queste rivendicazioni solo collegate al regime proletario e preparano il terreno economico per il passaggio all’economia socialista. Evidentemente il comp. Trotsky ha perfettamente ragione, il concentramento del capitale, la tendenza degli stati capitalisti ad organizzare la produzione (tipico, lo Stato fascista) ed anche la distribuzione onde lenire il marasma delle contraddizioni dell’economia capitalista (certo non riusciranno a sopprimere le contraddizioni), non bisogna dimenticare che gli Stati capitalisti, quello fascista in particolare, tendono ad assorbire il risparmio dell’economia nazionale per impiegarlo in sovvenzioni nella grande industria, ciò che porta ad un relativo controllo dello Stato sulle industrie sovvenzionate, e questa tendenza si manifesta anche nel campo internazionale attraverso la formazione dei grandi trust internazionali, conferenze e trattati interstatali, ecc.; sono tutte forme che corrispondono ad uno sviluppo economico favorevole al passaggio all’economia socialista organizzata.
Ma non per questo i comunisti possono diventare assertori di un tale programma, ed anche a questo proposito le Tesi di Roma sono specifiche (vedi par. 32), così si esprimono: “Compito essenziale del partito comunista per la preparazione ideologica e pratica del proletariato alla lotta rivoluzionaria per la dittatura è la critica spietata del programma della sinistra borghese e di ogni programma che voglia trarre la soluzione dei problemi sociali dal quadro delle istituzioni democratiche parlamentari-borghesi. Il contenuto dei dissensi tra la destra e la sinistra borghesi, per la massima parte viene a commuovere il proletariato; solo in virtù di falsificazioni demagogiche, che naturalmente non possono essere sventate attraverso una pura opera di critica teorica, ma devono essere raggiunte e smascherate nella pratica e nel vivo della lotta. In generale, le rivendicazioni politiche della sinistra, che nelle sue finalità non ha affatto quella di fare un passo innanzi per porre il piede su uno scalino intermedio fra l’assetto economico e politico capitalistico e quello proletario, corrispondono a condizioni di miglior respiro e di più efficace difesa del capitalismo moderno, tanto nel loro intrinseco valore, tanto perché tendono a dare alle masse la illusione che le presenti istituzioni possono essere utilizzate per il loro processo di emancipazione.
Questo deve dirsi per i postulati di allargamento del suffragio ed altre garanzie e perfezionamenti del liberalismo, come per la lotta anticlericale e tutto il bagaglio della politica massonica.
Non diverso valore hanno le riforme di ordine economico e sociale: o la loro realizzazione non si avvererà o si avvererà solo nella misura e coll’intento di creare una remora alla spinta rivoluzionaria delle masse”.
Chi vorrà negare il fondamento del dissidio fra l’ideologia della sinistra italiana, facente capo alle Tesi di Roma, e quella di Trotsky che sbocca nella formulazione di una serie di parole d’ordine che vengono dalle Tesi di Roma classificate nell’ambito della difesa capitalista? E da combattere come la peggiore delle utopie quando sono propugnate da correnti proletarie, siano pure esse in buona fede!
Seguendo il filo logico delle tesi del comp. Trotsky, i comunisti dovrebbero tenere agli operai spagnoli, un linguaggio su questo tono: “proletari, visto che è impossibile raggiungere la conquista del potere da parte vostra, senza attraversare una fase di sviluppo economico-sociale di gran lunga superiore alla presente, voi dovete unire i vostri sforzi alle classi intermedie ed anche alla sinistra borghese per realizzare questo sviluppo, e solo dopo questa fase lotterete per l’instaurazione della dittatura proletaria”.
Noi non pensiamo che l’economia spagnola non contenga le condizioni intrinseche ed autonome dall’economia mondiale, da permettere alle forze proletarie spagnole la conquista del potere, ma siccome per noi comunisti la rivoluzione si pone ormai su scala mondiale, perciò ovunque (anche nei paesi arretrati, non ci si vorrà certamente dire che in Piemonte si deve lottare per la dittatura del proletariato ed in Sardegna no, a causa che la Sardegna non ha raggiunto lo sviluppo del Piemonte, e così è per la Spagna posta di fronte all’economia mondiale) si deve lottare per la preparazione dell’ideologia proletaria, per la conquista del potere. In altre parole, è giunta ormai l’epoca in cui la lotta per il pace quotidiano deve servire non come fine, ma unicamente per la preparazione ideologica e come esercitazione per l’assalto finale al potere capitalista in America come in Cina, ed in Germania come in Spagna, e questo indipendentemente dai rapporti di forza esistenti fra capitalismo e proletariato, ma unicamente in vista dello sbocco della crisi capitalista che noi abbiamo definito di carattere “mortale”.
È giusta l’affermazione del comp. Trotsky che la dittatura militare spagnola non è già la dittatura fascista, ma sarebbe utile alla chiarificazione ideologica nel campo delle opposizioni internazionali, che il comp. Trotsky ci desse anche la definizione sociale della dittatura fascista.
La risoluzione del gruppo di Bruxelles
La risoluzione presentata dal gruppo di Bruxelles, serve bene come documento base per la discussione sulla situazione spagnola, benché contenga delle inesattezze che possono benissimo però venir corrette dal contributo che vi apporterà la discussione che si sta svolgendo.
Ad esempio parla di analogia fra la dittatura spagnola e quella fascista, mentre nessuna caratteristica le unisce, né per il modo come si sono affermate, né per il modo come si reggono.
La dittatura spagnola si è imposta attraverso un pronunciamento militare, riflettente gli interessi di uno Stato semifeudale, che non vuole scomparire per lasciare il posto ad uno Stato democratico-borghese. Essa aveva ed ha di fronte a sé l’ala sinistra della borghesia formante un blocco con le classi intermedie ed un proletariato incapace di un’azione autonoma, ed accodatesi al blocco delle sinistre borghesi. Non è la minaccia dell’espropriazione e della dittatura proletaria che hanno generato la dittatura spagnola, ma bensì la minaccia d’instaurazione dello Stato democratico-borghese, il che avrebbe significato il trionfo delle forze capitaliste su quelle semifeudali. È lo Stato chierico-monarchico che ha armato De Rivera per difendersi dalla minacciata successione dello Stato liberale. Lotta di fazione, lotta intestina di due aggruppamenti sociali appartenenti alla classe sfruttatrice per contendersi la prebenda del potere. Questa lotta intestina fu ed è possibile unicamente perché il proletariato non ha ancora raggiunto la sua formazione nettamente classista, a causa dell’economia arretrata del paese.
Non è così per l’Italia. La dittatura fascista è nata invece sullo schiacciamento dello Stato democratico-borghese e fu possibile solamente perché la borghesia, la piccola borghesia, in una parola tutte le categorie sociali aventi la ragione d’essere nello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, hanno messo in seconda linea i dissidi di categoria per bloccarsi attorno (più o meno radicalmente) al fascismo, trovando la loro unità d’azione classista, di fronte alla minaccia proletaria di socializzazione e d’instaurazione della dittatura proletaria. Questo blocco non può scindersi per le ragioni stesse per cui s’è formato, e non può essere spazzato via che dalla dittatura proletaria.
Le classi intermedie e la sinistra borghese in Spagna hanno avuto un ruolo rivoluzionario, mentre le stesse categorie italiane hanno giocato l’opposto ruolo, quello reazionario, nell’instaurazione delle due dittature. Basterebbe questa distinzione per distruggere ogni analogia fra di esse.
Le conclusioni possono generare dei dissensi sulla “astensione”, ma secondo il nostro punto di vista non possono essere che superficiali, se si tiene conto dell’inquadramento tattico che ad esso viene dato. Certamente, sarebbe più logico, nel momento in cui il gioco delle forze liberali socialdemocratiche ecc. proclamano l’astensione, col fine demagogico di tenersi accodate le masse lavoratrici e per valorizzare ai loro occhi le istituzioni democratiche liberali, al fine di creare le forze necessarie per l’abbattimento dello Stato clerico-monarchico, che i comunisti sviluppassero invece l’opposta tattica della partecipazione, allo scopo opposto di screditare le istituzioni democratico-liberali, ed incanalare così le forze proletarie non verso lo Stato democratico-borghese, ma verso quello proletario. I paragrafi 32-33 delle Tesi di Roma sono chiari a questo proposito.
La risoluzione lega la tattica astensionista alla situazione prerivoluzionaria, e ciò non è esatto poiché la tattica astensionista non è dipendente dalla situazione prerivoluzionaria, ma è legata alla concezioni che la sinistra italiana ha delle istituzioni democratiche-liberali e della definizione della lotta da condurre contro il blocco delle sinistre borghesi.
Inconseguenza di quanto è esposto in precedenza, noi chiedimo che la risoluzione venga modificata nello spirito dell’esposto citato.
(Mozione votata dal gruppo di Parigi con 4 favorevoli e 4 astenuti)