Partito Comunista Internazionale

Prometeo (III) 1947/I/5

Tendenze e socialismo

La questione ritorna attuale in Italia dove di due grossi partiti che si dicono proletari uno, quello comunista, assume di non avere tendenze e frazioni interne, l’altro, il socialista, non solo si spezza per dissensi sulla eventuale fusione coi comunisti, ma lo fa secondo uno schema strano. I fusionisti si chiamano sinistra ma formano un centro, i loro avversari secessionisti sono il blocco di una destra (Critica Sociale, derivante dai riformisti turatiani) e di una sinistra (Iniziativa Socialista, composta di elementi che si richiamano variamente a tradizioni rivoluzionarie).

Anche se la situazione si risolvesse nella rottura in tre tronconi, il processo apparirebbe meno chiaro che nel precedente storico del 1921, quando, uscita prima a Livorno la Sinistra Comunista per fondare il P.C.I., poco dopo il blocco rimasto si scindeva ancora in massimalisti (P.S.I.) e riformisti (Socialisti Unitari).

Nessuno invero dei molti ferventi commentatori, dall’interno o dall’esterno, tra i comunisti, le frazioni socialiste, e la stampa d’altri partiti, mostra di essere in possesso della chiave per spiegare l’odierno processo.

Non è facile infatti sceverare nella gamma delle varie tendenze le caratteristiche ideologiche di ciascuna, e tanto meno quelle pratiche.

Tutti i gruppi dal più al meno, in teoria, si richiamano al marxismo, alla lotta di classe e all’attesa di una società socialista dopo la soppressione del capitalismo.

Tutti, nell’azione pratica di oggi, non escludono la politica di compromesso tra loro e con i partiti della borghesia, tutti vanno alle elezioni e ai parlamenti, sono pronti a votare per governi interclassisti e a farne parte, sia pure sotto diverse condizioni contingenti.

Rifacendosi alla situazione di ieri tutti rivendicano la politica della coalizione di tutti i partiti non fascisti e dell’appoggio, fino alla lotta armata partigiana, all’alleanza di guerra antitedesca.

Qualche cosa di sostanziale li divide nella tattica da seguire domani sullo sfondo internazionale di possibili eventi, ma anche in ciò li accomuna la reticenza ed il timore di svelarsi in programmi a netto contorno.

Anche contentandosi di connotati negativi, non è facile discernerli; gli stessi saragattiani pur molto parlando del binomio libertà-socialismo non escludono esplicitamente in principio l’uso della forza e la dittatura proletaria; dal canto loro i togliattiani sono ben lontani dal condannare una prassi socialdemocratica, ed anzi profilano la prospettiva storica in Italia e nel mondo con le parole della democrazia progressiva e della attuazione per via legalitaria di riforme sociali, presentando una via più che mediata e graduata verso il socialismo.

Ed infine tutti i gruppi presentano come pericolo nel caso del loro insuccesso lo stesso orripilante nemico: una dittatura totalitaria; pretendendo i togliatto-nenniani che se non andranno essi al potere vi ritornerà un nuovo fascismo; i saragattiani che il fallimento del loro sforzo per un movimento operaio autonomo dal totalitarismo sovietico distruggerebbe l’unica valida difesa della libertà popolare e quindi l’unica via della emancipazione proletaria.

Per uscire da questi assurdi, è evidente che bisogna capovolgere radicalmente taluni valori che stanno alla base di tutto questo arruffio di enunciazioni, che annebbiano questo quadro, decisamente pietoso e disgustoso, di ostentate mistiche e di raffinato cinismo politico.

Lunga e complessa è la storia della lotta tra le contrastanti interpretazioni e tendenze del socialismo, anche da quando questo termine designò un movimento fondato sul metodo che riporta la lotta politica alle determinanti economiche, vede in essa l’urto di opposte classi sociali, e ravvisa in quella lavoratrice la forza che attuerà una società non capitalistica.

Ma le divergenze, traendo le somme da decenni di dibattiti, si riducono essenzialmente alle prospettive circa lo svolgimento dell’era capitalista e a quelle conseguenti circa i modi e le forme della lotta per il trapasso al socialismo ossia circa la questione dello Stato, e dell’impiego della violenza rivoluzionaria.

Qualora le diverse versioni si fossero tutte tenute sul tronco della dottrina marxista, sarebbe stato chiaro che gli argomenti atti alla soluzione di quei grandi quesiti storici dovevano trarsi unicamente da una indagine realistica ed obiettiva sulla struttura della società presente e sui processi del suo divenire.

Avvenne invece (né poteva essere diversamente poiché la dottrina il metodo e l’azione rivoluzionaria si enucleano e si potenziano di pari passo nel divenire storico), che le battaglianti tendenze e scuole, nell’arengo teorico, chiesero armi polemiche al bagaglio di ideologie estranee al socialismo classista, e nella pratica manovra politica cercarono per sopraffarsi legami ed appoggi al di fuori del campo proletario.

Con i dati che lo studio del capitalismo poté offrire fino a circa il 1890 non si può dire che scientificamente si potesse escludere una interpretazione prospettica gradualista e riformista della via al socialismo, né che nella pratica politica il sostenere la possibilità dell’arrivo della classe operaia al potere per via legalitaria (bene inteso con metodo classista e non possibilistico ossia di ingresso in governi borghesi) si dovesse senz’altro considerare tradimento. Falso è però che Carlo Marx e Federico Engels abbiano mai sposata tale posizione generale.

La tendenza dei marxisti di sinistra sostenne sempre che invece la società capitalistica sarebbe caduta in uno scontro rivoluzionario e non per attuazione legale di successivi provvedimenti limitativi del privilegio padronale. Parallelamente fu chiarito che in questo scontro la guerra civile avrebbe condotto alla distruzione dello Stato borghese ed alla formazione di uno Stato proletario costituente la forza necessaria a comprimere la vinta borghesia durante il processo difficile della sua eliminazione sociale. Le tappe nella teoria vanno dai classici di Marx a quelli di Lenin, nella storia della Comune di Parigi alla Rivoluzione di Ottobre.

Notevole importanza in una analisi completa avrebbe l’altra corrente revisionistica che sostenne potersi lo Stato distruggere senza organizzarne un altro, e che la nuova economia sociale potesse fondarsi negli stessi giorni della vittoria ad opera di organizzazioni economiche di classe che si fossero tenute fuori di ogni contatto col politicantismo capitalistico.

Tale tendenza sindacalista, collegata alle più antiche scuole libertarie, è in fondo malgrado gli aspetti insurrezionisti una diversa versione del gradualismo, perché vede la società borghese permeata progressivamente di forze economiche socialiste ad opera dei liberi sindacati.

Nella loro lotta queste tendenze deviarono molte volte e in modo svariato nei diversi paesi per influenze estranee che abbiamo ricordate. I riformisti legalitari, partiti da certe revisioni della diagnosi della accumulazione capitalistica e della misura delle distanze sociali, degenerarono nell’impiego di una mistica liberale che piano piano riportava a postulati impliciti quei principii della democrazia borghese il cui stritolamento teoretico non è solo il più potente connotato del marxismo, ma forse il più grande esempio di svolto storico nella interpretazione del fatto sociale. Essi barattarono la tesi, non esclusa in partenza, che la violenza e la guerra civile potessero essere evitate, con la tesi da disfattisti e rinnegati che la violenza e la guerra civile si dovessero respingere in principio, quando anche conducessero al socialismo, quando anche solo esse potessero condurvi. Fu l’opportunismo socialdemocratico, fiaccato dalla rivoluzione bolscevica nella dottrina e nell’organizzazione dopo la prima grande guerra imperialista, condannato dippiù come reo confesso di avere appoggiata la sanguinosa violenza di guerra fra i popoli.

Il riformismo gradualista non è tuttavia morto in tale fase, poiché il capitalismo stesso aveva bisogno di lui. Il capitalismo degli ultimi decenni ha presentato caratteristiche ben note, inquadrate ne L’Imperialismo di Lenin.

Queste nuove forme economiche di collegamento, di monopolio e di pianificazione lo hanno condotto a nuove forme sociali e politiche. La borghesia si è organizzata come classe sociale oltre che come classe politica; ha inoltre divisato di organizzare essa stessa il movimento proletario inserendolo nel suo Stato, e nei suoi piani, e come contropartita ha messo nei suoi programmi la gamma delle riforme tanto a lungo invocate dai capi gradualisti del proletariato.

Con ciò la borghesia, divenuta fascista, corporativa, nazional socialista, ha gettato via più o meno palesemente l’ordinamento di libertà individuale e di democrazia elettorale che le era stato indispensabile nel suo avvento storico, e che era ossigeno per essa, non concessione alle classi che dominava e sfruttava, né utile ambiente per l’azione di queste.

La corrente socialdemocratica e riformista (una volta così imbevuta di spregiudicato e sodo positivismo da diffamare la sinistra rivoluzionaria come affetta da un misticismo irrazionale per la violenza portata da strumento a fine), trascinata dai suoi fornicamenti polemici coi sacri principii borghesi dell’Ottantanove, ha commesso il tremendo errore storico di non riconoscersi nel fascismo e nel suo ordinamento organico corporativo e centralizzante.

I Saragat, che si muovono ancora nell’agone sbiadito della mistica liberale, sono fuori di ogni reale visione e di ogni prospettiva di successo. Quella mistica non ha mai servito al proletariato e al socialismo. Essa servì bensì alla borghesia in una fase storica ormai remota per l’abbattimento dei regimi feudali; il proletariato combatté bensì con la borghesia in quella lotta, ma da quando combatte lotte proprie di classe la mistica della libertà è stata invocata ed usata soltanto per trascinarlo nelle più disastrose sconfitte.

Lo stesso movimento comunista in Italia, vigoroso, indipendente, chiaro nella teoria e nella tattica, ha potuto essere travolto nella schiavitù a quel totalitarismo sovietico che tanto intriga e preoccupa il Saragat e i suoi associati dell’Iniziativa, col deviarlo dalle sue impostazioni programmatiche alla stupida consegna di lottare per la libertà in Italia. La libertà, questo è il senso del mondo moderno, non serve più alla borghesia, che si modernizza e procede nella storia stringendo in maglie sempre più serrate i suoi individui, le sue aziende, le sue iniziative in ogni angolo della terra. Essa ha gettato via questo suo mezzo, ormai inutile, la libertà individuale, ha impugnato il nostro mezzo, nostro di noi rivoluzionari proletari, la socialità, il classismo, l’organizzazione, strappandocelo dalle mani. La nostra risposta non può essere quella di raccattare la sua arma frusta e spuntata, e combattere con essa una lotta altrettanto insana e disperata di quella della bottega contro la fabbrica meccanica, della piroga contro la cannoniera, del siluro umano contro la bomba atomica.

Saragat e i suoi simili col loro socialismo radicato nel feticcio dell’uomo libero e dell’individuo etico e giuridico non hanno solo volto le terga a Marx, ma nel loro orrore dei totalitarismi sono caduti fuori della realtà, fuori della storia. Questa ha ormai posto solo per i totalitarismi: o quello del capitale mondiale e della pianificazione borghese, o quello della rivoluzione proletaria – non potendo negarsi che il gettito della zavorra liberale permette al capitalismo l’inarrestabile corso di una nuova ascensione.

Angelica da Roma, Palmiro da Firenze, come potete pensare di avere posto il vostro avversario fuori combattimento, denunziandolo come volto alla ineluttabile caduta nel totalitarismo?

Che ne è dei tanti anni vissuti dalla prima, dei tanto pochi vissuti dal secondo, nell’atmosfera del marxismo ortodosso? Che ne faceste del materialismo dialettico, di cui pure oggi, a domanda, vi proclamereste fautori? Dove trovaste scritto che in principio, per virtù del verbo, per rivelazione di tavole, il più arduo problema, il più atroce dubbio, l’equazione più complessa avrebbero trovato soluzione solo per la facile formula di imboccare, nella dottrina e nella prassi, la via opposta a quella ove si profilava l’ombra sinistra ed infernale del Satana totalitario?

Non certo nelle pagine del Capitale e dell’Antidühring, nelle notti di studio, e non certo nei pratici contatti coi politicanti del democratismo borghese, perché Angelica è vergine di commercio con essi, Palmiro talvolta li convita, ma con animo gentile di lontano piccolo erede dei Borgia. Poiché la indiscutibile inferiorità della vecchia marxista rispetto all’ex-giovane hegeliano è che la prima crede purtroppo a quello che dice.

Il responso del comunista marxista sulla questione del totalitarismo, e se si vuole della dittatura, è tanto piano, ovvio, semplice e soprattutto non nuovo, che nulla più.

La risposta si dà con metodo storico, non metafisico, e non si dividono i poco onorevoli preopinanti nei due gruppi rigidi dei totalitari e degli antitotalitari. Il totalitarismo, la dittatura, la violenza, sono un mezzo adatto a date situazioni storiche; non possono essere un credo, un fine, un ideale. In tutte le epoche, in tutte le forme storiche di società, vi furono svolte in cui l’esercizio del potere fu nella realtà e nell’aperto aspetto formale contratto nelle mani di uno o di pochi. Le storie sono piene di dittatori, di duumviri, di triumviri, di comitati di salute pubblica che tennero per sé tutto il potere e che per lo stringere dei tempi decisero senza consultare altri e quindi dettarono senza avere prima ascoltato, mentre ogni giudice sentenzia non senza avere udito le parti sfogarsi. Dippiù questo metodo di emergenza fu usato tanto per fare ottime azioni che solenni porcherie, e per essere meno banali vi furono dittature e totalitarismi innovatori e reazionari, rivoluzionari e conservatori. Quale buon democratico pacioccone e saragattista potrà rinnegare i Tallien, i Marat, i Robespierre? Si tratta dunque di valutare i tempi, le condizioni, i rapporti di impiego delle forme totalitarie di esercizio del potere, di sceverare caso per caso e non di dare il metodo totalitario per sempre buono o sempre cattivo.

Oggi, ad esempio, l’antico dissidio tra i socialisti gradualisti e progressivi e noi socialisti rivoluzionari, e ben definibili totalitari, si pone nel senso che o si lavora e si opera per rovesciare gli attuali istituti nel loro insieme, o si considera di dover dare opera al loro ulteriore processo di sviluppo, in un’altra fase storica di vita. Nel primo caso non vi sono scelte relativistiche da fare e compromessi da tentare, nel secondo, volendo scegliere, non resta che aiutare il capitalismo a vivere la sua fase totalitaria: il più scemo è chi resta sul ramo secco della libertà, come Saragat.

I Russi? Una diversa versione del gradualismo, che toglie al socialismo il suo carattere classista, è la formula del socialismo in un solo paese che ne uccide l’internazionalismo, è lo Stato non in via di sgonfiamento come Engels volle, ma mostruosamente enfiato, è la dittatura di una classe, che dista di tutto un ciclo storico dal potere unipersonale, risolta in un bastone di maresciallo, in una gerarchia professionale.

Comunque la superiorità storica relativa della versione sovietica è nel suo totalitarismo, progressivo perché pianificatore e centralizzante, con apici brillanti di rendimento tecnico, e perché non impacciato da scrupoli di tolleranze liberali. Ed allora perché mai offendersi dell’epiteto di totalitario, perché predicare una democrazia per uso esterno, e dichiararla progressiva? Il perché è prettamente demagogico, è la gara a chi meglio sfrutterà lo slancio della comune campagna – la più gigantesca turlupinatura della storia umana – contro il mostro fascista, modello ai suoi vincitori.

La chiave che mette tutti questi signori al loro posto è dunque semplice: la successione non è: fascismo, democrazia, socialismo – essa è invece: democrazia, fascismo, dittatura del proletariato.

Chi vuole essere progressivo sia fascista, e quindi non presti il ben che menomo credito allo slogan della democrazia progressiva, a cui Togliatti non crede e di cui si pentirà lui stesso quando vedrà di aver solo fabbricato con esso futuri zimbelli dell’imbonitura americana, quando nella corsa al fascismo effettivo sotto l’etichetta della libertà gli anglo-sassoni avranno battuto i russi, a cui manca, più che quello della energia nucleare, il controllo del dollaro, sicché saranno forse comprati prima di essere sconfitti. Il misurato Palmiro enuncia una verità palmare quando definisce il viaggio di De Gasperi in cerca di dollari come un mercato dell’indipendenza italiana, un aperto intervento nella politica interna italiana. Solo che si tratta di affari e di indipendenza della borghesia italiana, id est della classe dirigente italiana, inclusiva di tutti i quadri dei partiti del guazzabuglio antifascista. Ma sa egli dire come la striminzita Italia borghese potrebbe rifiutare i prestiti, quando la potente e vittoriosa Russia di Stalin li chiede e li accetta? Gli interessi del capitale americano li pagherà il proletariato italiano e russo, e resterà una tangente per la gerarchia governante locale.

Fra noi sono in corsa per i benefizi tutti i campioni della gamma della democrazia post-mussoliniana, peggiore del mussolinismo, patriottica, nazionale, popolare e progressiva, secondo le stesse parole di quello.

I comunisti marxisti, e ancora ve ne sono, non sono progressivi – poiché il marxista non vede la storia avanzare per gradi ma facere saltus – ma sono convinti che la fase totalitaria e fascista non salverà la società borghese dalla catastrofe, e riporterà davanti alla storia in un nuovo immancabile ciclo l’esigenza della guerra delle classi, e della vittoria totalitaria della rivoluzione. Questo articolo è stato redatto alla vigilia del congresso socialista di Roma. I risultati di esso erano ovvii. Il messaggio del nuovo Partito S.L.I. è scolorito fino al più basso conformismo di pensiero e di stile. Il discorso programma del suo capo ritorna alle ignobili posizioni del socialdemocratismo kautskyano e dell’antileninismo più fariseo, senza proteste di nessuno, in quel partito o negli altri due. I pennivendoli borghesi, asini o ruffiani, li chiamano marxisti tutti e tre… Noi dinanzi a tanto spettacolo ci diciamo fusionisti, nel senso della indiscutibile equazione: Saragat = Nenni = Togliatti = servo della borghesia.Quanto ai riflessi della politica internazionale, vi sarà molto da ridere ancora, sul palcoscenico politico italiano, in cui i fili degli attori sono tutti tirati da oltre Alpe o da oltre mare.Ché quando, per storico assurdo, rinascesse uno Stato italiano autonomo, libero ed indipendente, noi non cesseremmo dal definirlo e dal trattarlo come un nemico di classe.

Forza violenza e dittatura nella lotta di classe Pt.3

III. Regime borghese come dominazione

In questo studio si esamina la portata dell’impiego della forza nei rap­porti sociali, distinguendo tra le manifestazioni palesi di violenza spinta sino alla strage, ed il gioco delle imposizioni che si attuano senza resistenza materiale della persona o del gruppo che le subisce, in virtù di una sanzione comminata ai tra­sgressori o comunque di una disposizione delle vittime a riconoscere la norma che loro sovrasta.  

Nella prima parte abbiamo stabilito un raffronto tra questi due tipi del ma­nifestarsi della energia nel campo sociale, e le due forme in cui l’energia si ma­nifesta nel mondo fisico: quella attuale e cinetica, o dimovimento, che si accompa­gna all’urto ed alla esplosione dei più svariati agenti; e quella virtuale e poten­ziale, o di posizione, che, pur non dando luogo a tali manifestazioni, ha parimenti gioco importantissimo nell’insieme dei fatti e dei rapporti di cui si tratta.

Tale raffronto, svolto dal campo fisico a quello biologico ed a quello umano, lo abbiamo seguito con brevi cenni nel corso delle epoche storiche, e, pervenendo al presente periodo borghese capitalistico, abbiamo mostrato che in esso il gioco della forza e della violenza nei rapporti economici, sociali e politici tra individuo e individuo e soprattutto tra classe e classe non solo ha un peso grandissimo e fondamentale, ma, se di una misura potesse parlarsi, assume frequenza e vastità assai maggiori che nelle epoche precedenti e nei tipi di società precapitalistiche.

Ad una misura economico-sociale in una indagine di più vasta portata è pos­sibile ricorrere, qualora si cerchi di ridurre a cifre il valore della somma di la­voro umano estorto a beneficio delle classi privilegiate alle grandi masse che la­vorano e producono. Nella società moderna, poiché è sempre diminuita l’aliquota degli individui e dei gruppi economici che riescono a vivere in un proprio ciclo autonomo consumando ciò che producono senza rapporti con l’esterno, è gran­demente aumentato il numero di coloro che lavorano per conto altrui e che rice­vono una remunerazione che compensa solo una parte del loro sforzo, e le di­stanze sociali tra il tenore di vita della grande maggioranza produttrice e quello dei membri delle classi abbienti è aumentata enormemente. Non è infatti la esi­stenza singola di uno o pochissimi grandi dominatori che vivano nel lusso quello che conta, ma la massa di ricchezze che una minoranza sociale riesce a destinare a scopi voluttuari di ogni genere quando la maggioranza riceve poco più dello stretto necessario alla vita.

Poiché il nostro tema più che al lato economico tendeva al lato politico della questione, il quesito che dobbiamo porci nei confronti del regime di privilegio e di dominio capitalistico è quello della relazione tra l’uso della violenza bruta e quello della forza virtuale che piega i diseredati al rispetto dei canoni e delle leggi vigenti senza che si attui l’infrazione o la rivolta.

Tale relazione varia moltissimo a seconda delle varie fasi della storia del ca­pitalismo ed a seconda dei vari paesi in cui questo è stato introdotto. Si possono citare esempi di zone neutre e quasi idilliache dove la forza dello stato viene maggiormente vantata come liberamente accetta da parte di tutti i cittadini, dove è mantenuta una ridotta polizia, dove gli stessi conflitti di interessi sociali tra la­voratori e datori di lavoro si esplicano con l’impiego di mezzi pacifici. Ma queste Svizzere tendono a diventare, nello spazio e nel tempo, oasi sempre più rare nel quadro mondiale del capitalismo.

Questo ai suoi inizi storici non poté conquistare le sue posizioni senza lotte aperte e sanguinose, in quanto i vincoli costituiti dalla impalcatura statale dei vec­chi regimi potevano essere infranti soltanto colla forza. La sua espansione nei continenti extraeuropei con le spedizioni coloniali e le guerre di conquista e di preda fu non meno sanguinosa, poiché solo con la strage si poté sostituire ai modi di organizzazione sociale delle popolazioni indigene quello capitalistico, e in alcuni casi intiere razze umane furono sterminate, fatto ignoto alle civiltà preborghesi.

In linea generale, dopo questa fase virulenta di nascita e di affermazione del capitalismo, si apre un suo periodo intermedio di sviluppo, che pure essendo ad ogni tratto intermezzato sia da scontri sociali e da repressione dei moti delle classi sacrificate, che da guerre tra gli stati, non interessanti tuttavia l’intiero mondo co­nosciuto, è quello che più si è prestato alla apologetica liberale e democratica ten­dente a mostrare falsamente un mondo in cui, tolti i casi eccezionali e patologici, i rapporti tra i singoli e tra le categorie si svolgevano con un massimo di ordine, di pace, di consenso spontanei e di libera accettazione.

Sia detto tra parentesi che nel riferirsi agli strappi delle guerre coloniali o nazionali, delle rivolte, delle insurrezioni, delle repressioni, che costituiscono an­che nelle fasi più scorrevoli e tranquille della storia borghese il campo di applica­zione della violenza palesemente scatenata, deve osservarsi che vi è l’elemento tecnico, ben degno di essere chiamato progressivo, per cui in queste crisi lo spar­gimento di sangue ed il numero delle vittime tende a crescere, a parità di altre condizioni, rispetto alle crisi del passato. Infatti parallelamente al perfezionarsi dei mezzi di produzione si potenziano quelli di offesa e di distruzione, si creano armi più tremende, e i vuoti che potevano fare i pretoriani passando a fil di spada gli ammutinati contro Cesare erano scherzi al paragone di quelli che fa la mitraglia contro gli insorti dell’epoca moderna.

Ma ciò che interessa è mostrare che anche in lunghe fasi di amministrazione incruenta del dominio capitalistico, la forza di classe non cessa di essere presente e la sua influenza virtuale contro i possibili scarti di individui isolati, di gruppi organizzati o di partiti, resta il fattore dominante per la conservazione dei privi­legi e degli istituti della classe superiore. Abbiamo già annoverato tra le mani­festazioni di questa forza di classe, non solo tutto l’apparato statale con le sue forze armate e la sua polizia, quando anche resti con l’arma al piede, ma tutto l’armamentario di mobilitazione ideologica giustificatrice dello sfruttamento bor­ghese, attuato con la scuola, la stampa, la chiesa e tutti gli altri mezzi con cui vengono plasmate le opinioni delle masse. Questa epoca di apparente tranquillità è solo turbata talvolta da inermi dimostrazioni degli organismi di classe proletari, ed il buon borghese può dire, dopo il corteo di primo maggio, come nei versi del poeta: «grazie a Cristo e al questore, anche questa è passata». Allorché il turbamento sociale brontola più minaccioso, lo stato borghese comincia a mo­strare la sua potenza con le misure di tutela dell’ordine: una espressione tecnica della polizia di stato dà una felice idea dell’uso della violenza virtuale: «la polizia e le truppe sono consegnate nelle caserme ». Ciò vuol dire che non si combatte ancora sulla piazza, ma se l’ordine borghese ed i diritti padronali fossero minac­ciati, le forze armate uscirebbero dalle loro sedi ed aprirebbero il fuoco.

La critica rivoluzionaria, non lasciandosi incantare dalle apparenze di civiltà e di sereno equilibrio dell’ordine borghese, aveva da tempo stabilito che anche nella più democratica repubblica lo stato politico costituisce il comitato di inte­ressi della classe dominante, sgominando in modo decisivo le rappresentazioni imbecilli secondo cui, da quando il vecchio stato feudale clericale e autocratico fu distrutto, sarebbe sorta, grazie alla democrazia elettiva, una forma di stato nella quale a ugual diritto sono rappresentati e tutelati tutti i componenti la società qualunque ne sia la condizione economica. Lo stato politico, anche e soprattutto quello rappresentativo e parlamentare, costituisce una attrezzatura di oppressione. Esso può ben paragonarsi al serbatoio delle energie di dominio della classe eco­nomica privilegiata, adatto a custodirle allo stato potenziale nelle situazioni in cui la rivolta sociale non tende ad esplodere, ma adatto soprattutto a scatenarle sotto forma di repressione di polizia e di violenza sanguinosa non appena dal sotto­suolo sociale si levino i fremiti rivoluzionari.

Tale èil senso delle classiche analisi di Marx e di Engels sui rapporti tra so­cietà e stato, ossia tra classi sociali e stato, e tutti i tentativi di scuotere questo car­dine della dottrina di classe del proletariato furono schiacciati nel ripristino dei valori rivoluzionari realizzato da Lenin, da Trotzki e dalla Internazionale Co­munista subito dopo la prima guerra mondiale.

Come non ha senso scientifico stabilire l’esistenza di un quantum di energia potenziale se non si può prevedere che in situazioni successive questa si sprigio­nerà allo stato cinetico, così la definizione marxista del carattere dello stato poli­tico borghese rimarrebbe priva di senso e di conseguenze se non corrispondesse alla certezza che nella fase culminante questo organo di potenza del capitalismo non potrà mancare di scatenare allo stato attuale tutte le sue risorse contro l’erom­pere della rivoluzione proletaria.

D’altra parte l’equivalente delle tesi marxiste sul crescere della miseria, sull’accumulazione e la concentrazione del capitale, nella sfera dei fatti politici, non poteva essere altro che il concentrarsi, il potenziarsi dell’energia racchiusa nella impalcatura statale. Ed infatti, chiusa con lo scoppio della guerra del 1914 l’in­gannevole fase pacifista dell’era capitalista, mentre le caratteristiche economiche volgevano nel senso del monopolio, dell’attivo intervento dello stato nell’economia e nelle lotte sociali, fu evidente, soprattutto nella classica analisi di Lenin, che lo stato politico dei regimi borghesi assumeva forme sempre più decise di stretta dominazione e di oppressione poliziesca. In altre elaborazioni è stato stabilito in questa rivista che la terza e più moderna fase del capitalismo si definisce in eco­nomia come monopolistica e pianificatrice, in politica come totalitaria e fascista.

Quando i primi regimi fascisti sono apparsi e si sono presentati alla più im­mediata e banale interpretazione come una riduzione e una abolizione delle cosiddette garanzie parlamentari e legalitarie, si trattava in effetti puramente, in dati paesi, di un passaggio della energia politica di dominio della classe capita­listica dallo stato virtuale allo stato cinetico. 

Era palese ad ogni seguace della prospettiva marxista, definita come cata­strofica dagli stupidi eviratori della potenza rivoluzionaria di quella dottrina, che il crescente stridore delle antitesi di classe avrebbe spostato il contrasto degli in­teressi economici sul piano di un irrompente attacco rivoluzionario sferrato dalle organizzazioni del proletariato contro la cittadella dello stato capitalistico, e che esso, a questo punto, scoprendo le sue batterie, avrebbe ingaggiato la lotta su­prema per  la sua conservazione.

In determinati paesi e in determinate situazioni, come ad esempio nell’Italia del 1922 e nella Germania del 1933, la tensione dei rapporti sociali, la instabilità del tessuto economico capitalistico, la crisi — in forza di vicende belliche — della stessa impalcatura dello stato, divennero così acute che la classe dominante in­travede vicino il momento ineluttabile in cui, frusti ormai tutti gli inganni della propaganda democratica, avrebbe dovuto attendersi la soluzione dall’urto vio­lento delle opposte classi.

Si verificò allora quella che si definì giustamente come offensiva padronale. La classe borghese che aveva fino allora, nel pieno sviluppo del suo sfruttamento economico, mostrato di sonnecchiare dietro l’apparente bonomia e tolleranza delle sue istituzioni rappresentative e parlamentari, riuscita a raggiungere un grado di strategia storica grandemente apprezzabile, ruppe gli indugi e prese l’iniziativa pensando che ad una suprema difesa del fortilizio dello stato contro l’assalto della rivoluzione (tendente secondo l’insegnamento di Marx e di Lenin non ad occu­parlo, ma a spezzarlo in frantumi fino alle ultime conseguenze) fosse preferibile una sortita dai suoi bastioni ed una azione offensiva volta ad infrangere le posi­zioni di partenza della organizzazione proletaria.

Fu quindi di poco anticipata una situazione che nella prospettiva rivoluzio­naria era chiaramente prevista, in quanto i comunisti marxisti non avevano mai pensato di poter attuare il trapasso alla realizzazione del loro programma senza questo supremo scontro tra le opposte forze di classe, ed in quanto tutta l’ana­lisi della più recente evoluzione del capitalismo e del grandeggiare delle mo­struose sue formazioni statali nella loro gigantesca impalcatura lasciava chiara­mente intendere la inesorabilità di questo sviluppo.

Il grande errore di valutazione di tattica e di strategia che favorì la vittoria della controrivoluzione fu quello di deprecare questa potente conversione del ca­pitalismo dal terreno della ipocrisia democratica a quello della aperta azione di forza come un movimento revocabile nella storia, e dal contrapporgli non la ri­chiesta dell’abbattimento della forza capitalistica, ma la stupida ed imbelle pre­tesa che questa, rifacendo all’inverso quel cammino storico che noi marxisti le avevamo sempre attribuito, e per comodità personale di capi politici istrioni e vigliacchi, si compiacesse di rinculare dallo sfoderamento delle sue armi di classe sulla posizione vuota e superata della mobilitazione senza guerra che costituiva il compiacente aspetto del periodo precedente.

L’equivoco sostanziale sta nell’essersi meravigliati, nell’aver piagnucolato, nell’aver deplorato che la borghesia attuasse senza maschera la sua dittatura tota­litaria, quando invece noi sapevamo benissimo che questa dittatura era sempre esistita, che sempre l’apparato dello stato aveva avuto, in potenza se non in atto, la funzione specifica di attuare, di conservare, di difendere dalla rivoluzione il potere e il privilegio della minoranza borghese. L’equivoco è consistito nel prefe­rire un’atmosfera borghese democratica ad un’atmosfera fascista, nello spostare il fronte della lotta dal postulato della conquista proletaria del potere a quello della illusoria restaurazione di un modo democratico di governare del capitalismo so­stituito a quello fascista.

Lo sbaglio fatale è consistito nel non intendere che in qualunque modo la vigilia rivoluzionaria attesa per tanti decenni avrebbe presentato dinnanzi alla avanzata proletaria uno stato borghese schierato a difesa armata, e che quindi tale situazione doveva apparire come progressiva e non regressiva rispetto a quella degli anni di apparente pace sociale e di limitato impulso della forza di classe del proletariato. Il male arrecato allo sviluppo delle energie rivoluzionarie e alle prospettive per l’attuazione di una società socialista non è dipeso dal fatto che la borghesia organizzata a tipo fascista sia più potente e più efficiente nella difesa del suo privilegio di una borghesia ancora organizzata a tipo democratico. La potenza e l’energia di classe è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l’innocua custodia di tela. In fase fascista l’energia si manifesta allo stato cinetico, il cappuccio è tolto, il colpo deflagra. La richiesta disfattista e idiota rivolta dai capi traditori del proletariato al capitalismo sfruttatore ed oppressore è quella di rimettere l’in­gannevole schermo sulla bocca dell’arma. Per tal modo l’efficienza del dominio e dello sfruttamento non sarebbe diminuita, ma soltanto incrementata dal rinno­vato espediente dell’inganno legalitario.

Poiché sarebbe ancora più insensato chiedere al proprio nemico di disarmare bisogna accogliere con letizia il fatto che egli, costretto dalle urgenze della situa­zione sveli le proprie armi, poiché sarà meno difficile affrontarle ed infrangerle.

Il regime borghese di dittatura adunque è una fase immancabile e prevista della vita storica del capitalismo il quale non morirà senza averla esperita. Lot­tare per il rinvio di questo palesarsi delle opposte energie sociali di classe, svol­gere una propaganda vana e retorica ispirata ad uno stupido orrore di principio per la dittatura, è tutto lavoro svolto soltanto a favore del sopravvivere del re­gime capitalistico, del prolungarsi dell’asservimento e della oppressione sulla classe lavoratrice.

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Altra conclusione molto fondata, per quanto molto atta a far gridare tutte le oche delle sinistre borghesi, è che nel confronto tra la fase capitalistica di demo­crazia e quella di totalitarismo la somma della oppressione di classe è maggiore nella prima, pure restando pacifico che la classe dominante tende a scegliere sempre quella più utile alla sua conservazione. Il fascismo scatena indubbiamente una maggiore massa di violenze di polizia e di repressioni consumate anche san­guinosamente, ma tale aspetto di energia attuale disturba soprattutto gravemente, insieme ai pochissimi autentici capi e quadri rivoluzionari del movimento ope­raio, uno strato di mezzi borghesi professionisti della politica che si atteggiano a progressivi e amici della classe operaia, ma in realtà non sono che la milizia dei padroni specializzata per il servizio in tempi di commedia parlamentare. Quelli che non fanno a tempo a mutare stile e livrea sono sgombrati a pedate: di qui la maggior parte delle strida.

Quanto alla massa della classe lavoratrice essa seguita ad essere sfruttata come sempre è stata nel campo economico, e le avanguardie che si formano nel suo seno per l’assalto al regime presente seguitano, appena imboccano la giusta via antilegalitaria di azione, ad avere quel piombo che le attende anche da parte dei governi borghesi democratici, come nei mille esempi da parte dei repubbli­cani in Francia nel ’48 e ’71, da parte dei socialdemocratici in Germania nel 1919, eccetera.

Ma il nuovo metodo pianificatore di condurre l’economia capitalistica, costi­tuendo, rispetto all’illimitato liberismo classico del passato ormai tramontato, una forma di autolimitazione del capitalismo, conduce a livellare intorno ad una media la estorsione di plusvalore. Vengono adottati i temperamenti riformistici propu­gnati dai socialisti di destra per tanti decenni, e vengono così ridotte le punte massime e acute dello sfruttamento padronale, mentre le forme di materiale assi­stenza sociale vanno sviluppandosi. Tutto ciò tende al fine di ritardare le crisi di urto tra le classi e le contraddizioni del metodo capitalistico di produzione, ma in­dubbiamente sarebbe impossibile pervenirvi senza riuscire a conciliare, in una certa misura, l’aperta repressione delle avanguardie rivoluzionarie, ed un tacita­mento dei bisogni economici più impellenti delle grandi masse. Questi due aspetti del dramma storico che viviamo sono condizione l’uno dell’altro: il vecchio Chur­chill ha detto con ragione ai laburisti: non potrete fondare una economia di Stato senza uno Stato di polizia. Più interventi, più regole, più controlli, più sbirri. Il fascismo consiste nella integrazione tra l’abile riformismo sociale e l’aperta difesa armata del potere statale. Non tutti i suoi esempi sono alla stessa altezza, ma quello tedesco, spietato nell’eliminare i suoi avversari fin che si vuole, attuò un tenore di vita economica media molto alto ed una amministrazione tecnicamente ottima, e quando prescrisse limitazioni di guerra le fece pesare anche sulle classi abbienti in una inattesa misura.

Adunque se in fase totalitaria l’oppressione borghese di classe aumenta la proporzione di impiego cinetico della violenza rispetto a quello potenziale, l’in­sieme della pressione sul proletariato non ne risulta aumentato ma diminuito. Ap­punto per questo la crisi finale della lotta di classe subisce storicamente un rinvio.

La morte delle energie rivoluzionarie è nella collaborazione tra le classi. La democrazia è una collaborazione di classe a chiacchiere, il fascismo è collabora­zione di classe in fatto. Stiamo vivendo questa fase storica in pieno. La ripresa della lotta tra le classi uscirà dialetticamente da una fase ulteriore, ma per ora sia stabilito che non può uscire dallo schieramento delle classi lavoratrici sulla istanza del ritorno al liberalismo, in cui nulla hanno da guadagnare, nemmeno relativi­sticamente. 

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Questa esposizione si riferisce soprattutto all’impiego della forza della violenza e della dittatura da parte delle classi dominanti; non esaurisce l’argomento dell’impiego di tali energie da parte del proletariato nella lotta per prendere il potere e nel suo esercizio, punto importante da riservare ad altre trattazioni. Ma re­stando ancora nell’ambito dello studio delle forme borghesi di dittatura, non sarà male precisare che parlando di metodo capitalistico fascista totalitario e dittato­riale noi ci riferiamo sempre ad azioni ed organamenti collettivi e non vediamo prevalere sullo sfondo storico le persone dei dittatori, che tanto occupano l’atten­zione del pubblico abilmente montata, con pari effetto, da fautori e denigratori.

In pieno svolgimento di questa ultima guerra due dei grandi sono stati eli­minati: Roosevelt e Churchill; in sostanza nulla è mutato nel processo in esame. Lasciando andare l’Italia in cui gli esempi del fascismo e dell’antifascismo hanno avuto molto di burattinesco (il primo saggio di ogni innovazione fa sempre ri­dere, come le prime automobili visibili in museo rispetto ad una macchina mo­derna di serie), in Germania la persona di Hitler rappresentava un fattore super­fluo del potente inquadramento nazista di forze; il regime sovietico farà benis­simo a meno di Stalin a suo tempo; l’altro impressionante apparato energetico del Giappone si basava su caste e su classi senza un capo personale.

Si può uscire dalla marea travolgente di menzogne di cui si abbevera l’o­dierna opinione solo dando una caccia spietata non soltanto al feticcio di quel pro­tagonista oramai ridotto al lumicino che è l’individuo del basso, l’uomo della strada, l’uomo qualunque, ma anche al più brillante e portato nella luce dei riflet­tori che è l’individuo messo in alto, il Capo, il Grande.

Che viviamo in tempo di autogoverno dei popoli non lo credono neppure le galline.

Ma non siamo neanche in mano a pochi grandi uomini. Siamo in mano a po­chissimi grandi Mostri di classe, ai massimi Stati della terra, macchine di domi­nio, la cui strapotenza pesa su tutti e su tutto, il cui accumulare senza mistero energie potenziali prelude, da tutti i lati dell’orizzonte, e quando la conservazione degli istituti presenti lo richieda, allo spiegamento cinetico di forze immense e stritolatrici, senza la minima esitazione, da nessuna parte, innanzi a scrupoli civili morali e legali, ai principi ideali di cui gracchia da mane a sera l’ipocrisia infame e venduta delle propagande.

In margine ad un anniversario

Dal tradimento totale della Seconda Internazionale e dalla vittoria rivoluzio­naria in Russia sorsero, come espressione della volontà rivoluzionaria delle masse, i partiti comunisti, i nuovi strumenti della lotta proletaria per la presa del potere. Oggi lo stesso problema della ricostruzione dei partiti di classe, capaci di realizzare la loro missione storica, si pone come una necessità essenziale per la ripresa della lotta rivoluzionaria in una situazione obiettiva assai più sfavorevole. Nel periodo successivo alla fine della prima guerra mondiale esisteva, infatti, una situazione molto instabile della borghesia ancora sconvolta dalle conseguenze della guerra, mentre lo Stato proletario lottava per la realizzazione della rivoluzione mondiale in stretto collegamento col crescente movimento operaio degli altri paesi.

Oggi la borghesia, malgrado le crisi economiche da cui è stata colpita, dispone di un apparato statale molto più rafforzato, ha la possibilità di schiacciare con la violenza e nel sangue il suo nemico; il proletariato è stato ovunque battuto e le sue organizzazioni di classe distrutte o neutralizzate; lo Stato « proletario », anziché essere il centro propulsore della lotta rivoluzionaria, ha sanzionato il suo divorzio col proletariato mondiale ed è entrato nel pieno gioco delle competizioni imperialistiche.

In una fase di questo genere, di profondo regresso del movimento operaio e di confusione ideologica, è certamente utile ricordare il processo seguito nella fondazione del Partito Comunista d’Italia di cui ricorre ora il 26° anniversario. Problemi di portata fondamentale si ricollegano al processo di formazione di questo partito, e noi riteniamo di doverli mettere in evidenza perché ci sembra utile, per il movimento internazionale, che le considerazioni che hanno presieduto alla formazione del Partito Comunista in Italia siano conosciute nella attuale fase di ricostituzione delle basi ideologiche dei nuovi partiti proletari. Non dovrebbe sembrare pretenziosa la nostra affermazione che, se non si fosse verificata la lotta ostinata del centro dell’Internazionale Comunista contro la direzione di sinistra del P. C. I., molto probabilmente i metodi che noi preconizzavamo e le posizioni politiche che difendevamo avrebbero potuto determinare le condizioni per conservare al proletariato mondiale la conquista rivoluzionaria in Russia e l’orga­nizzazione dell’I. C. Ciò che colpisce, nell’esame del cammino seguito per la fondazione del P. C. d’I., è che i bolscevichi hanno combattuto un sistema d’orga­nizzazione del Partito che proprio essi avevano rivendicato e adottato nell’orga­nizzazione del loro partito in Russia. Nel 1903 il partito bolscevico si fonda su una delimitazione,  su una scissione che vertono non solo sulle questioni politiche ma anche sulle questioni organizzative, o meglio, che danno alle questioni d’orga­nizzazione un valore essenziale di principio. I bolscevichi, cioè, quando si trattò dicostituire le basi del loro partito, curarono la delimitazione sino all’estremo e, secondo noi, è proprio in virtù di questa cristallizzazione iniziale che i bolscevichi si sono preparati a poter dirigere le battaglie rivoluzionarie del 1917. In Italia la sinistra non voleva procedere diversamente per la costituzione del Partito Co­munista, pur non potendo spingere questa delimitazione — per considerazioni internazionali e storiche che esamineremo più avanti — ad un grado tanto estremo come avevano fatto i bolscevichi nel 1903. Tuttavia, qualche anno dopo la fonda­zione del Partito Comunista, proprio dalla Russia parte il rimprovero « scissione troppo a sinistra »; proprio dalla Russia parte la direttiva per il Congresso di fusione a Halle tra gli Spartachisti e gli Indipendenti, e dalla Russia ancora la parola d’ordine di tolleranza per il Congresso di Tours del partito francese, fino ad ammettere nel suo seno elementi social-patrioti come Cachin e Frossard.

E’ evidente che non si tratta di una improvvisa conversione dei bolscevichi ad un altro processo di formazione dei Partiti Comunisti, ma essenzialmente di una prospettiva storica che prevedeva la possibilità di evitare il difficile cammino percorso per la fondazione del Partito Bolscevico. Lenin e i bolscevichi sconta­vano, nel 1918-1920, lo scoppio immediato della rivoluzione mondiale e, da ciò, il concetto della fondazione dei Partiti comunisti nei vari paesi come di altrettanti complementi all’opera rivoluzionaria dello Stato russo che appariva loro come l’elemento  essenziale del  rovesciamento  del mondo  capitalista.

L’esperienza e l’evoluzione dell’I. C. e dello Stato operaio dovevano provare ancora una volta che la prospettiva e la contingenza, quale che sia la loro impor­tanza, non possono menomare le questioni di principio. Ma, nel 1920, fu merito esclusivo del compagno Bordiga l’aver sollevato, anche di fronte a Lenin, la neces­sità di mantenere, per tutti i paesi, l’esperienza vittoriosamente applicata dai bol­scevichi.

La frazione astensionista del Partito Socialista Italiano si propose dunque di seguire il processo della sua trasformazione in Partito per operare la scissione nel seno del Partito Socialista e per fondare la sezione italiana dell’I. C. Ma le era impossibile di far trionfare i suoi disegni nella situazione del 1920 e ciò perché, contrariamente al 1903, la Sinistra si trovava di fronte alla I. C. e alla fondazione dello Stato operaio  in Russia.

Le considerazioni internazionali dovevano evidentemente essere in primo piano e la concentrazione del proletariato italiano per fondare il suo partito non poteva farsi che sulla base degli stessi principi su cui era nata l’I. C. La corrente del movimento italiano che confluì nella stessa direzione dei bolscevichi fu la frazione astensionista. Questa, infatti, aveva sostenuto le posizioni di Lenin sulla guerra imperialista e, per prima, dichiarò, in Italia, la realtà comunista della rivo­luzione  russa  presentata  secondo  le  concezioni  fondamentali  del  marxismo.

Gli elementi di cui si è servito l’Esecutivo dell’Internazionale, per le sue manovre nella lotta contro la Sinistra, non hanno affatto lottato durante la guerra con Bordiga, all’interno del Partito Socialista, e, nel dopo-guerra, hanno presen­tato la rivoluzione russa come una smentita alle posizioni essenziali e di classe del marxismo: sulla questione della fondazione del Partito essi non avevano fatto altro che riflettere in Italia — con l’« Ordine Nuovo » — un movimento analogo aquello che si era creato in Inghilterra e negli Stati Uniti, per annullare soprattutto il significato dei Partito e sostituirvi i Consigli di Fabbrica onde poter rea­lizzare, anche nel seno della società capitalistica, una trasformazione organica evolvente verso il socialismo.

Sulla base dell’adesione all’I. C. si fonderà il Partito Comunista in Italia. La cronaca dei rapporti dell’Esecutivo dell’Internazionale con le differenti correnti del Partito Socialista ha permesso un equivoco che i centristi non hanno potuto sfruttare unicamente per la loro antecedente compromissione e per l’evidenza dell’apporto essenziale dato dalla frazione astensionista per la fondazione del Par­tito. Lenin scrisse una lettera al gruppo dell’« Ordine Nuovo » solidarizzando con le conclusioni politiche di una sua risoluzione in cui erano incluse le posizioni difese dalla frazione astensionista e in cui non si parlava affatto della teoria dei Consigli di Fabbrica e dell’unità del Partito (compresivi i riformisti): due tesi care al gruppo dell’« Ordine Nuovo ».

Sarebbe del tutto arbitrario rimproverare alla frazione astensionista di esser venuta a compromesso col gruppo dell’« Ordine Nuovo » per la fondazione del Partito in Italia. Anzitutto non c’era possibilità di compromesso perché il gruppo dell’« Ordine Nuovo » non faceva che aderire al materiale ideologico maturato dalla frazione astensionista, cui d’altronde esso rimaneva ipocritamente fedele fino al 1922, quando approvava le tesi di Roma. Da un punto di vista generale, la frazione astensionista non poteva procedere ad una delimitazione nei confronti delle posizioni un tempo sostenute dall’« Ordine Nuovo », tanto più che la basi di costituzione dei nuovi partiti comunisti non poteva provenire che dal centro situato nel crogiuolo della rivoluzione mondiale. La frazione astensionista doveva necessariamente spostare, su scala internazionale, l’opposizione politica che non poteva risolvere nei quadri limitati del Partito Italiano. E questo essa lo fece im­mediatamente dopo la fondazione del Partito, spingendo l’I. C. all’apertura di una polemica su tutte le questioni controverse e respingendo la via delle manovre e dei compromessi che avrebbero soffocato e le divergenze politiche e le stesse pos­sibilità di chiarirle. 

*  *  *

Esaminiamo dunque l’azione della frazione astensionista – in realtà la prima e unica corrente comunista nel movimento operaio italiano in questi mesi deci­sivi del 1919-20. Il movimento operaio italiano non aveva, infatti, quasi mai conosciuto lotte collegate a tesi di principio. E’ sintomatico il limitatissimo contributo apportato dall’Italia al bagaglio teorico internazionale: ad eccezione degli eccellenti, ma brevi saggi di Antonio Labriola, e del contributo della « Critica Sociale », che ebbe principalmente il carattere d’una volgarizzazione del marxismo, non possono notarsi che gli scritti della scuola sindacalista, di Arturo Labriola e di Leone, che furono d’altronde fortemente influenzate da Sorel.

Il Partito Socialista, fondato sulla base del programma di Erfurt, apportò unicamente il programma di rivendicazioni minime e, un saggio di programma agrario. Le divergenze « storiche » tra Turati e Ferri, che occuparono i lavori di molti congressi, si ridussero al problema di una più o meno grande intransigenza elettorale, oppure della partecipazione o no ai governi borghesi. Se si rileggessero oggi le polemiche precedenti i congressi, si  resterebbe grandemente sorpresi — a meno di non scegliere a termine di paragone il vuoto veramente pneumatico delle marionette che si fanno muovere negli attuali partiti socialista e comunista – della povertà degli argomenti.

La sinistra del P. S. I. che, sotto il nome di « Socialisti intransigenti rivolu­zionari », ottenne la vittoria al Congresso del 1912 a Reggio Emilia, non ebbe una maggior sostanza teorica: Bissolati e i suoi compagni furono espulsi per il loro appoggio alla spedizione di Tripoli e la loro visita a Corte. L’intransigenza a proposito delle elezioni comunali e l’esclusione degli elementi aderenti alla massoneria furono i temi di discussione al Congresso di Ancona.

Quanto allo stesso problema della guerra, la formula del P. S. I. — né ade­rire, né sabotare — era estremamente equivoca. La creazione della frazione astensionista nell’immediato dopo-guerra cambia radicalmente questo stato di cose. Il P. S. I. dà, nel marzo 1919, la sua formale adesione all’I. C, senza cam­biare nulla, né nella sua struttura, né nei suoi metodi di lotta. Si è alla vigilia del Congresso che deve prendere delle posizioni definitive nei confronti dell’I. C. e della  rivoluzione  russa.

La frazione astensionista presenta una mozione chiedendo che il partito prenda il nome di Partito Comunista d’Italia e, come corollario di questa trasfor­mazione, escluda dalle sue file tutti quelli che proclamano la possibilità dell’eman­cipazione del proletariato nel quadro del regime democratico e che ripudiano i metodi della lotta armata contro la borghesia per l’instaurazione della dittatura del  proletariato.

La mozione chiede anche che il partito si astenga dalle lotte a carattere elet­torale, pur partecipando attivamente alle campagne elettorali per spiegare i mo­tivi comunisti del suo atteggiamento. Il partito deve mobilitare tutte le sue forzo al fine: 1) di precisare e diffondere nella classe operaia la coscienza storica della realizzazione integrale del programma comunista; 2) di creare gli organi operai e i mezzi pratici d’azione e di lotta necessari per realizzare le tappe successive che conducono allo scopo finale.

Questa mozione è sviluppata in una serie di articoli apparsi ne « Il Soviet », organo della frazione: « Il proletariato che lotta contro il potere della borghesia è rappresentato dal suo partito di classe. Ma, per poter attuare il suo compito, il partito deve abbandonare ogni elezione di suoi rappresentanti negli organismi della democrazia borghese. I motivi di questa affermazione sono evidenti. Il partito deve essere composto di elementi preparati alle responsabilità e ai pericoli della lotta che si incontrano nei periodi di insurrezione e di riorganizzazione sociale. Il partito di classe non può avere questo reale significato, né essere in grado di dare l’as­salto al potere borghese, per sostituire al regime parlamentare della democrazia il sistema sovietico, se non rinuncia a delegare i suoi rappresentanti nel seno degli Organismi borghesi ».

Il Congresso nazionale del Partito Socialista si tenne a Bologna nell’ottobre 1919. La cuccagna elettorale è all’ordine del giorno. Tutti i delegati, che aspira­vano come minimo al titolo di consigliere municipale, costituiscono un blocco compatto contro i « guastafeste » costituiti da alcuni rappresentanti della mino­ranza astensionista: un blocco che — da Turati a Serrati e fino al gruppo dell’« Ordine Nuovo » — è per la partecipazione alle elezioni, ma, nello stesso tempo, contro ogni scissione e, in conseguenza, contro la creazione di un vero partito di classe.

In novembre 156 deputati socialisti entrano in parlamento e, poco dopo, le elezioni municipali danno 2.500 comuni « rossi » al partito socialista. « Il Soviet » analizza così questi risultati (A. III, n. 1, 4 gennaio 1920): « le condizioni positive, rivoluzionarie, che risiedono nella preparazione della parte di avanguardia del proletariato, e nella sua consapevolezza del processo storico che si prepara, quelle condizioni da cui dipende il successo della classe lavora­trice nella lotta contro la borghesia e nella lotta successiva contro le difficoltà della organizzazione di un nuovo ordinamento sociale, in qual misura esistono, e si sono esse accresciute o sono diminuite?

Noi non vediamo un vantaggio in tal senso nel successo elettorale e nel nume­roso gruppo parlamentare socialista: ve lo possono vedere solo i socialisti più fatui ed di borghesi più superficialmente pusillanimi. La condizione sostanziale per il suc­cesso del movimento rivoluzionario è la esistenza d’un vero e grande partito comunista, che accentri e ravvivi le migliori energie della classe operaia. Questo partito si forma attraverso la disgregazione dei partiti operai tradizionali e la liquidazione del  socialismo  borghesuccio  e  transigente  dell’anteguerra.

Ora, quando il partito socialista italiano, pur composto in maggioranza e diretto da « massimalisti », rifiuta di selezionarsi dai riformisti anticomunisti solo per stravincere sul terreno delle elezioni, vuol dire che dalla formazione del partito comunista siamo ancora lontani ». Nel suo messaggio al Congresso Socialista di Bologna, l’I. C. — e Zinoviev per essa — scriveva: « Ciò che è necessario è la chiarezza degli scopi e dei pro­grammi. La dittatura del proletariato nella forma dei Soviet, la distruzione dei parlamenti borghesi democratici, che sono le armi della dittatura borghese, la creazione dell’armata rossa, tali sono i compiti per i quali si unisce internazional­mente il proletariato rivoluzionario ».

Il Congresso di Bologna rispondeva alla richiesta di chiarezza dei principi con un’adesione in blocco che manteneva nel partito Turati e simili, i quali pro­clamavano apertamente che la tattica comunista era o una puerilità o una pazzia. Alla questione della distruzione di istituti democratici rispondeva con i bac­canali elettoralistici destinati a creare illusioni sulle possibilità legali, sopratutto in un proletariato come quello italiano che, nella maggioranza, aveva una coscienza di classe non molto sviluppata e già notevolmente infettata dal contagio eletto­ralistico.

Quanto alla costituzione dei Soviet, Granisci e il gruppo dell’« Ordine Nuovo » affermavano che essi esistevano già a Torino… sotto forma di Consigli di Fab­brica, mentre altri affermavano che i comuni socialisti rappresentavano i noccioli costitutivi dei futuri Soviet. « Il Soviet » ha condotto una lunga polemica contro questa infatuazione dei compagni di Torino, che faceva perder loro di vista il compito primo ed essen­ziale della creazione del partito di classe su scala nazionale: « il gruppo dell’« Or­dine Nuovo » sopravaluta il problema del controllo operaio considerandolo come una conquista diretta che il proletariato, col nuovo metodo di organizzazione per officina, può strappare alla borghesia, realizzando così una forma economica comu­nista prima della conquista politica del potere, di cui il partito è l’organo specifico.

Un reale controllo operaio sulla produzione non è possibile prima che il potere sia passato nelle mani del proletariato. Lo Stato borghese può solamente ammettere un pseudo controllo, esercitato dai Consigli di Fabbrica e che, in realtà, rappresenta una manovra riformista il cui scopo è di paralizzare l’azione rivoluzionaria del proletariato ». I compagni di Torino non esitarono, al tempo delle battaglie operaie nel­l’aprile 1920, a porre la questione « di principio » del controllo operaio sulla produzione.

Questi scioperi di Torino, nell’aprile 1920, non furono, per la loro evoluzione, che un’anticipazione di ciò che doveva verificarsi nel secondo movimento del set­tembre 1920 e che doveva metter capo all’occupazione delle fabbriche. I compagni di Torino insorsero contro il tradimento dei riformisti, contro l’inefficienza del partito socialista, anziché recitare il « mea culpa » poiché, in defi­nitiva, tutto ciò rappresentava la conclusione logica, di cui essi stessi erano respon­sabili per non essersi dati al lavoro di costituzione del partito comunista e aver tollerato un partito socialista corrotto dalla pratica riformista, soffocato dal feti­cismo dell’unità e dalle preoccupazioni elettorali. 

*  *  *

Nel maggio 1920 la Frazione comunista astensionista tiene la sua Conferenza Nazionale a Firenze. Ancora a questo momento gli interventi dei compagni Grani­sci, per il gruppo « Ordine Nuovo », e Gennari, per la maggioranza massimalista, non portano ad alcuna possibilità di accordo; la frazione elabora le sue tesi che sottolineano nuovamente la necessità della costituzione del partito comunista su scala nazionale.

Il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, che si tiene nel luglio 1920, segna una tappa decisiva nel lavoro preparatorio della costituzione di que­sto partito. Bordiga è invitato direttamente dall’Internazionale Comunista a partecipare a questo Congresso, nel quale presenta la tesi antiparlamentare chiedendo che, in applicazione dei principi marxisti, l’agitazione per la dittatura proletaria, nei paesi in cui il regime democratico è da molto tempo sviluppato, sia basata sul boicottaggio delle elezioni e degli organi democratici borghesi.

La grande importanza, egli aggiungeva, che si dà in pratica all’azione elet­torale comporta un doppio pericolo: da una parte, dà l’impressione che sia questa l’azione essenziale; dall’altra, assorbe tutte le risorse del partito e conduce all’ab­bandono pressoché completo dell’azione e della preparazione nelle altre direzioni del movimento.

Ciò che è necessario alla rivoluzione è nn partito centralizzato  che diriga l’azione proletaria. La vecchia maschera democratica deve essere strappata per poter passare all’azione diretta rivoluzionaria. Come è noto, anche Lenin prese posizione contro la tesi antiparlamentare di Bordiga e la partecipazione alle elezioni fu approvata da una forte maggioranza di delegati. Al Congresso stesso Bordiga dichiarò, nella sua replica, che dal momento che l’Internazionale respingeva la tesi dell’appoggio del proletariato alla democrazia, la sinistra italiana era pronta a sottomettersi alle sue risoluzioni.

In accordo con questa dichiarazione « Il Soviet » (n. 27 del 31 ottobre 1920), sotto il titolo « La disciplina nell’Internazionale », affermava la sua piena adesione al secondo Congresso dell’I. C. e dichiarava che gli astensionisti, una volta real­mente costituito un partito comunista, avrebbero partecipato alle elezioni senza alcuna riserva.

A Mosca si erano infine poste le basi della costituzione di una frazione comu­nista unitaria del partito socialista italiano, formata dalla nostra frazione asten­sionista, dal gruppo dell’« Ordine Nuovo » e da una parte di massimalisti. Questa costituzione era resa più difficile dalla rottura definitiva con Serrati che, a Mosca, si era pronunciato contro l’esclusione dei riformisti e in favore di una semplice epurazione, chiedendo anche, per questa operazione, il diritto di scegliere il mo­mento più favorevole « perché essa sia utile alla rivoluzione che prepariamo in Italia» !

Alla conferenza di Imola, nel novembre 1920, si costituì definitivamente la frazione comunista del partito socialista italiano, che si fissò il compito di organiz­zare il lavoro preparatorio del Congresso Nazionale del Partito Socialista, che si doveva tenere a Livorno nel gennaio 1921, e dar vita al Partito Comunista d’Italia.

La nostra azione non è stata infruttuosa. Se il Partito Comunista, malgrado tutti i nostri sforzi, non poté essere costituto che troppo tardi — in un periodo in cui non si trattava più di condurre il proletariato alla vittoria, ma di proteggere la sua ritirata per evitare lo sfacelo — noi abbiamo ciononostante dato al nuovo par­tito l’impronta ideologica e il metodo organizzativo, pur non rappresentandone numericamente che una debole minoranza.

La fondazione del Partito Comunista d’Italia — nel gennaio 1921, a seguito della scissione di Livorno — significava il congiungimento del proletariato italiano col proletariato internazionale, e gli dava la guida indispensabile per l’instaurazione della sua dittatura di classe. Questa fondazione si è verificata all’indomani di quella del partito comunista tedesco a Halle e del partito francese a Tours, ma i principi posti a base della fondazione del partito italiano erano del tutto diversi da quelli degli altri partiti. La nostra scissione fu la prima operata realmente a sinistra, senza obbedire a calcoli opportunisti che sono stati peraltro pagati a caro prezzo dagli altri partiti.In Italia, come ovunque, si procedette alla fondazione del partito in funzione dell’atteggiamento assunto nei confronti della guerra, ma era questa una posizione contingente e che portava come conseguenza l’incorporazione, nel seno dei partiti comunisti, di elementi puramente pacifisti. C’era anche l’atteggiamento nei con­fronti della Rivoluzione Russa, posizione molto più fondamentale. Ma si era an­cora nella fase del blocco e dell’attacco contro il primo Stato proletario da parte del capitalismo coalizzato, e lo stesso Stato proletario rappresentava ancora una nebulosa indefinita e simbolica che poteva attirare sul partito comunista le sim­patie di elementi sentimentali e superficiali.

Al Secondo Congresso dell’I. C. erano stati votati i 21 punti che dovevano rappresentare una barriera di filo spinato contro tutti gli opportunisti, ma che in pratica non poterono impedire a questi opportunisti di insinuarsi attraverso la insufficienza e l’attenuazione di queste condizioni e di continuare, con l’etichetta della falce e martello, la stessa politica di compromesso e collaborazione  con la borghesia.

In Italia noi abbiamo tentato, come si è visto, di ovviare a questi pericoli con la pratica dell’astensionismo e con l’attuazione della scissione a sinistra ope­rata a Livorno. Non si dimentichi che, all’epoca in cui venne lanciata la parola d’ordine dell’astensionismo in Italia, eravamo in una fase in cui la presa del potere era, o ci sembrava essere, all’ordine del giorno e, di conseguenza, si trattava di non distrarre la spinta rivoluzionaria con le lotte elettorali destinate a dare agli operai l’illusione che si potessero ottenere conquiste radicali attraverso il metodo legale. I fatti hanno dimostrato la giustezza della nostra valutazione: dopo l’ele­zione di 156 deputati, gli operai attesero tutto, ma questi deputati non fecero nulla e nulla avrebbero potuto fare.

Ci si potrebbe accusare, e ciò sarebbe facile dopo che i fatti sono avvenuti, di aver avuto una prospettiva falsa e troppo ottimista sulle possibilità del momento, ma, in ogni caso, possiamo sempre rispondere mostrando l’esempio che la stessa borghesia ci ha dato con lo sbarazzarsi di tutte le sue istituzioni democratiche per instaurare la nuova forma della sua dittatura di classe.

Resta l’altro problema della scissione a sinistra — troppo a sinistra, come ci fu rimproverato — e che si collega al problema del partito di massa. E’ evidente che partito di massa non significa partito pletorico ad ogni costo, ma un partito che, anzitutto, possieda una capacità rivoluzionaria. Il problema della massa non può porsi da un punto di vista numerico degli aderenti al partito. Il vero partito di massa è il partito che sa convogliare sfere sempre più numerose di lavoratori stabilendo un intimo collegamento tra i loro interessi immediati e pratici della lotta quotidiana e l’interesse più generale della classe nel suo complesso per la realiz­zazione dell’annientamento del regime di oppressione capitalista.

Al momento della fondazione del P. C. solo i destri dell’I. C. consideravano Serrati come un « vero » rivoluzionario e avevano una « spiacevolissima opinione » dei dirigenti del nuovo Partito e di Bordiga in particolare, mentre si aggrappa­vano ai vari Bombacci, Graziadei ecc.

Questa era la conseguenza dell’incomprensione sempre mostrata dall’I. C. nei riguardi della reale situazione in Italia, e della quale un esempio significativo lo si può trovare nel fatto che, nei momenti decisivi, essa ebbe un rappresentante che brillava sopratutto per la sua nullità e la sua apatia e che, perciò, non poteva essere che  un fedele pappagallo degli ordini di  Mosca.

All’indomani stesso del Congresso di Livorno, il Comintern manovrava per sostituire nell’Esecutivo del partito comunista Gramsci a Bordiga, perché sapeva bene che Gramsci era un elemento suscettibile di essere guadagnato alla politica realizzata dall’I. C.

Si sa che, sotto la pressione dell’Esecutivo dell’I.C., Gramsci svolse un note­vole lavoro tendente a costituire la frazione centrista nel Partito Comunista d’Italia: esempio tipico di una frazione creata dall’alto contro la volontà di tutta la base, come è dimostrato dalla Conferenza di Organizzazione del 1924 che diede una grande maggioranza alla sinistra. A quest’epoca la sinistra non era più, e da molto tempo, alla direzione del Partito. Già, al IV Congresso dell’I. C. nel novembre 1922, essa restò alla testa del Partito per ragioni di disciplina (di cui diede non poche prove), e, benché fosse la prima corrente in divergenza con l’I. C, essa fu l’ultima a costituirsi formalmente in frazione. In realtà, già a quest’epoca, la linea imposta al Partito Italiano era la premessa cui doveva seguire, all’insaputa del Partito, l’eliminazione della direzione di sinistra i cui militanti erano nelle galere fasciste e si preparavano ad arricchire il proletariato internazionale, col famoso processo di Roma, di uno splendido esempio di atteggiamento rivoluzionario di fronte alla giustizia borghese.

Progressivamente si ebbe la prova che la linea « leninista », senza Lenin, non era che una linea convergente verso quella della destra. Era l’esordio dell’era delle sconfitte proletarie segnata dalla vergognosa ritirata del 1923 in Germania, e l’inizio, in Russia, dell’egemonia della burocrazia centrista che doveva condurre, nel 1927, all’esclusione dell’Opposizione di Sinistra, premessa necessaria e indi­spensabile al tradimento totale degli interessi della rivoluzione mondiale e al defi­nitivo ingresso dello Stato proletario nel giuoco delle competizioni imperialistiche.

La. Sinistra Comunista ha dunque affrontato la lotta ideologica su scala inter­nazionale, a partire dal II Congresso dell’I. C. e, come abbiamo visto, ha tentato, nel quadro nazionale, di schivare i pericoli dell’opportunismo con le norme orga­nizzative e le tesi di Roma.

Queste tesi, votate al II Congresso del P. C. d’I., nel marzo 1922, rappresenta­vano l’apporto di esperienza del proletariato italiano messo al servizio del pro­letariato internazionale, apporto indispensabile per le sue lotte rivoluzionarie. La Sinistra fu battuta su scala internazionale e questa sconfitta provocò il rovesciamento delle posizioni in seno al Partito, che passò nelle mani di coloro che dovevano divenire i suoi affossatori. Furono tuttavia i principi comunisti che presiedettero alla formazione del Partito Comunista d’Italia, che permisero al proletariato, nei momenti più difficili della guerra civile e del trionfo della dittatura fascista, di opporre una resistenza che il centrismo ha persino tentato dipresentare come la conseguenza della sua linea politica.

Le tesi della Sinistra Pt.1

La elaborazione contenuta in questo studio, di cui iniziamo la ordinata pubblicazione, e di cui sono già apparsi due capitoli, quello sulla Russia nel n. 1, e quello sulla formazione dello Stato borghese italiano nel n. 2 di Prometeo, è il risultato del riesame compiuto da gruppi della Sinistra comunista italiana su tutte le posizioni del movimento sociale e politico, nella situazione succeduta ai seguenti fondamentali eventi:

1) La crisi della Internazionale Comunista, costituita a Mosca nel 1919, e del Partito Comunista d’Italia, fondato a Livorno nel 1921, che condusse tra l’altro all’aperta rottura, fin dal 1926, tra i dirigenti di Mosca e la corrente centrista loro rappresentante in Italia, e la tendenza di sinistra; nonché la crisi dello Stato proletario russo.

2) L’affermarsi in Italia ed altri paesi delle nuove forme totalitarie e dittatoriali del dominio borghese.

3) La seconda grande guerra mondiale e l’infeudamento dei partiti socialisti e comunisti alla propaganda bellica delle democrazie capitalistiche.

4) Lo schiacciamento militare dello Stato italiano, la caduta del regime di Mussolini, la stipulazione dell’armistizio tra il governo della coalizione antifascista e le potenze vincitrici.

Il divenire della società borghese capitalistica, le sue tendenze economiche più recenti, il significato dell’imperialismo e delle grandi guerre mondiali, il significato dei moderni regimi totalitari in rapporto alla democrazia politica borghese, e, per contrapposto, le vicende del movimento della classe proletaria, le crisi della II e III Internazionale, la sorte delle grandi battaglie rivoluzionarie sono trattati in questo riesame generale, in parte condotto mentre ancora durava la guerra contro la Germania sul territorio italiano.

In dipendenza da una restaurazione di questi valori critici, che proietti un fascio di luce nel caos dei vuoti ideologismi e delle false parole lanciate da ogni parte alle masse lavoratrici italiane, potrà determinarsi la reale tendenza a trarre da un agglomerato sociale oggi disperso, tormentato ed amorfizzato un inquadramento che serva di base ad un vittorioso affermarsi del partito politico di classe del proletariato, collegato con l’affermarsi dell’Internazionale proletaria e sulla linea delle tradizioni rivoluzionarie nel campo della dottrina e dell’azione.

L’assalto del dubbio revisionista ai fondamenti della teoria rivoluzionaria marxista

La portata dei più recenti eventi è talmente formidabile, che sembra giustificare un riesame di tutte le posizioni critiche circa i caratteri dello svolgimento del mondo moderno, anche da parte del movimento di avanguardia delle classi lavoratrici. Su queste esigenze e sul caos determinato dalle ripercussioni della guerra speculano gli esponenti delle tendenze opportunistiche, espressione dell’influenzamento borghese sulla ideologia del proletariato, per spezzare nelle mani di questo, prima delle armi materiali, quelle della sua critica rivoluzionaria.

È sempre valida la impostazione critica formulata dal marxismo, secondo la quale il moderno sistema economico e di governo della borghesia capitalistica, descrivendo nella storia una immensa parabola, sorge dal rovesciamento rivoluzionario dei regimi feudali, attua la liberazione di imponenti forze produttive sorte dalle nuove risorse tecniche a disposizione del lavoro umano, consente ad esse, dapprima, un ritmo sempre più vasto, un’espansione irresistibile in tutto il mondo conosciuto, ma, ad un certo stadio dello sviluppo, non può più contenere nei suoi schemi di organizzazione sociale, statale e giuridica queste enormi forze, e cade in una crisi finale per il rivoluzionario prorompere della principale forza di produzione, la classe dei lavoratori, che attuerà un nuovo ordine sociale?

La via attraverso la quale questa classe raggiunge il suo posto di nuova protagonista della storia è quella della organizzazione di essa in un partito politico, depositario della teoria critica rivoluzionaria, che inquadra le forze avverse alla classe dominante, e le conduce nella lotta contro di questa fino alla guerra civile, alla istituzione della dittatura del proletariato, che realizzerà la trasformazione del vecchio meccanismo economico?

Ovvero, come in tutte le grandi svolte della storia contemporanea si è sostenuto da tante parti, e come più che mai oggi si sostiene, gli eventi costringono a valutare diversamente queste aperte antitesi tra forze sociali ed epoche storiche opposte, ed indica al proletariato, soprattutto nel quadro dei tremendi schieramenti di forze materiali offerti dalle guerre, altre prospettive ed altre esigenze più urgenti di quelle del superamento definitivo del sistema borghese, prospettive ed esigenze che lo inducono ad associazioni di forze con gruppi politici e nazionali della classe dominante?

L’interrogativo, negli stadi storici che precedettero i colossali scontri militari, veniva posto in termini ben diversi, ma conduceva sempre a scuotere l’orientamento classista degli strati più risoluti della classe lavoratrice.

La società borghese appariva svolgersi, con l’aumento della sua ricchezza ed il diffondersi di nuovi bisogni e nuovi mezzi per soddisfarli, verso forme più alte della cosiddetta vita civile; ed allora, sempre al fine di una revisione della diagnosi rivoluzionaria marxista, si chiedeva suggestivamente se non era possibile, evitando il sanguinoso epilogo della guerra di classe, inserire in un placido graduale tramonto della società borghese il generarsi delle nuove forze della società del lavoro.

Dinanzi a questi recenti e vecchi dubbi critici, va riproposta nei suoi termini essenziali la posizione critica propria del partito di classe del proletariato al confronto dei dati dei nuovi tempi.

Il ciclo storico dell’economia capitalistica

Il modo capitalistico di produzione vive già sotto i regimi feudali, semiteocratici e di monarchia assoluta, ed ha per caratteristica economica il lavoro associato, per cui il singolo operaio non può compiere tutte le operazioni necessarie a confezionare il prodotto e queste invece sono affidate in tempi successivi a vari operatori.

A questo fatto tecnico derivato dalle nuove scoperte ed invenzioni, corrisponde il fatto economico che la produzione delle manifatture e delle fabbriche vince per maggiore rendimento e minor costo del prodotto quella della bottega dell’artigiano, ed il fatto giuridico che il lavoratore non è più padrone del prodotto del suo lavoro, e non può porlo a suo vantaggio sul mercato. Quegli che detiene i nuovi mezzi tecnici e si rende possessore dei più complessi strumenti di lavoro che consentono l’opera associata, diviene proprietario del prodotto, ed ai cooperatori della produzione versa una mercede in denaro.

Il capitalista ed il salariato sono apparsi, scindendosi dalla figura unitaria dell’artigiano. Ma le leggi della vecchia società feudale impediscono che il processo si generalizzi, immobilizzando in schemi reazionari la disciplina delle arti e dei mestieri, frenando lo sviluppo dell’industria che minaccia la dominante classe dei proprietari terrieri, vincolando il libero flusso delle merci nelle nazioni e nel mondo.

La rivoluzione borghese sorge da questo contrasto, ed è la guerra sociale che i capitalisti scatenano e conducono per liberare sé stessi dalle servitù e dalle dipendenze dei vecchi ceti dominanti, per liberare le forze della produzione dai vecchi divieti, e per liberare dalle stesse servitù e dagli stessi schemi le masse degli artigiani e dei piccoli possidenti, che devono fornire l’esercito dei salariati e che devono diventare libere di portare al mercato la loro forza di lavoro.

È questa la prima fase dell’epoca borghese; la parola del capitalismo in economia è quella della libertà illimitata di ogni attività economica, della abrogazione di ogni legge e vincolo posto dal potere politico al diritto di produrre, di comprare, far circolare e vendere qualunque merce cambiabile con denaro, compresa la forza di lavoro.

Nella fase liberistica, il capitalismo percorre nei vari paesi i primi decenni del suo grandioso sviluppo. Le intraprese si moltiplicano ed ingigantiscono, le armate del lavoro aumentano progressivamente di numero, le merci prodotte raggiungono quantitativi colossali.

L’analisi data da Marx nel Capitale di questo classico tipo di economia capitalistica libera da qualunque vincolo statale, e delle leggi del suo svolgimento, fornisce la spiegazione delle crisi di sovrapproduzione a cui conduce la corsa senza freni al profitto, e delle brusche ripercussioni per cui l’eccesso dei prodotti e la caduta del loro prezzo determinano periodiche ondate di dissesto nel sistema, chiusura e fallimento di imprese, rovesciamento nella nera miseria di falangi di lavoratori.

A queste sue insanabili contraddizioni economiche, nel complicato processo storico pieno di multiformi aspetti locali, di avanzate e di ritorni, di ondate e di contro-ondate, il capitalismo come classe sociale ha la possibilità di reagire? Secondo la classica critica marxista, la classe borghese non possiederà mai una sicura teoria e conoscenza scientifica del divenire economico, e per la stessa sua natura e ragione di essere non potrà instaurare una disciplina delle strapotenti energie da essa suscitate, simile nel classico paragone al mago che non poteva dominare le potenze infernali evocate.

Ma ciò non va scolasticamente interpretato nel senso che manchi al capitalismo ogni possibilità di prevedere e di ritardare, per lo meno, le catastrofi a cui lo conducono le sue stesse vitali esigenze. Esso non potrà rinunziare alla necessità di produrre sempre di più, e nel suo secondo stadio esplicherà senza freni il suo compito di potenziare la mostruosa macchina della produzione, ma potrà lottare per il collocamento di una massa sempre maggiore di prodotti, che minaccerebbe di soffocarlo, ingrandendo fino ai limiti del mondo conosciuto il mercato del loro smercio. Esso entra così nella sua terza fase, quella dell’imperialismo, che presenta nuovi fenomeni economici e nuovi riflessi, che valgono ad offrire certe soluzioni alle crisi parziali e successive dell’economia borghese.

Questa fase non era certo impreveduta per Marx, perché sviluppo della produzione capitalistica e collegamento dei mercati lontani sono fenomeni originariamente e storicamente paralleli: e dialetticamente proprio la scoperta delle grandi vie di comunicazione commerciale è stato uno dei fattori principali del trionfo del capitalismo.

Ma l’analisi delle caratteristiche di questa terza fase, in coerenza completa col metodo marxista, venne data da Lenin nel suo classico studio su L’imperialismo come più recente fase del capitalismo.

Le caratteristiche di questo terzo stadio capitalistico, già evidenti nel periodo di preparazione della Prima Guerra Mondiale, sono diventate ancora più patenti dopo di essa. Il sistema capitalistico ha sottoposto ad una revisione importante i canoni che lo ispiravano nella sua fase liberistica. L’espansione sul mercato mondiale delle masse dei prodotti si è accompagnata al tentativo grandioso di controllare il gioco sconvolgente delle oscillazioni dei loro prezzi di collocamento, da cui poteva dipendere il crollo delle colossali impalcature produttive. Le imprese si sindacarono, uscirono dall’individualismo economico, dall’assoluta autonomia della ditta borghese tipica, sorsero i cartelli di produzione, i trust si associarono con rigorosi patti le imprese industriali che producevano la medesima merce, al fine di monopolizzare la distribuzione e fissarne i prezzi ad arbitrio.

E siccome la maggioranza delle merci costituisce ad un tempo il prodotto venduto da un’industria e la materia prima acquistata da un’altra successiva, sorsero i cartelli verticali, che controllano, ad esempio, la produzione di determinate macchine, fissando i prezzi di tutti i trapassi, a partire da quelli della originaria industria estrattiva del minerale ferroso. Contemporaneamente si svilupparono e si concentrarono le banche, le quali, appoggiate sui più potenti aggruppamenti capitalistici industriali di ogni paese, controllarono e dominarono i produttori minori ed andarono costituendo in ciascun grande paese capitalistico, in cerchi sempre restringentisi, vere oligarchie del capitale finanziario.

Questo, nella definizione di Lenin, assume sempre più carattere parassitario.

Il borghese non ha più la classica figura del capitano d’industria organizzatore e suscitatore di energie nuove in base a risorse e segreti della nuova tecnica, ad intelligente abilità organizzativa delle moderne forme di lavoro associato. Dio nella sua fabbrica, come nell’antico regime lo era il feudatario nelle sue terre, romantico creatore della fusione di energie tra il meccanismo di cui possiede il segreto ed i lavoratori che, prima del padrone devono in lui riconoscere il capo.

Il direttore di fabbrica moderna è anche lui un salariato, più o meno cointeressato ai guadagni, un servo dorato, ma sempre un servo. Il borghese moderno è un tecnico non della produzione, ma dell’affarismo, un riscuotitore di dividendi attraverso un pacchetto di azioni di fabbriche che forse non ha mai visto, un componente della stretta oligarchia finanziaria, un esportatore non più di merci ma di capitali e di titoli capitalistici, fasci di carte che riuniscono nelle sue mani il controllo del mondo.

La classe dominante, sempre soggetta al dinamismo della concorrenza tra ditte imprenditrici, quando si sente sulla soglia della rovina trova alla concorrenza un limite nei nuovi schemi monopolistici, e dalle sue grandi centrali dell’affarismo bancario decreta la sorte delle singole imprese, fissa i prezzi, vende sotto prezzo, quando convenga al raggiungimento dei suoi scopi, fa oscillare paurosamente valori speculativi, e tenta con sforzi grandiosi di costituire centrali di controllo e di infrenamento del fatto economico, negando la incontrollata libertà, mito delle prime teorie economiche capitalistiche.

Per intendere il senso dell’estremo sviluppo di questa terza fase del capitalismo mondiale, si deve, seguendo Lenin, porla in rapporto al corrispondente svolgimento delle forze politiche che l’accompagna, fissare il rapporto tra capitale finanziario monopolistico e Stato borghese, stabilire le sue relazioni con le tragedie delle grandi guerre imperialistiche e con la tendenza storica generale alla oppressione nazionale e sociale.

Il ciclo storico del dominio politico della borghesia

Parallelamente allo svolgimento nel tempo del modo di produzione capitalistico, va considerato quello delle forme del potere politico della classe borghese.

Come dice Engels, due sono le grandi scoperte che stanno alla base del comunismo scientifico, e sono dovute a Marx. La prima consiste nell’avere individuato la legge del plusvalore, secondo la quale l’accumulazione del capitale si edifica sulla continua estorsione di una parte della forza-lavoro proletaria. La seconda è la teoria del materialismo storico, per la quale i termini dei rapporti economici e di produzione forniscono la causa e danno la spiegazione degli avvenimenti politici e di tutta la superstruttura di opinioni e di ideologie proprie delle varie epoche e dei vari tipi di società.

I fondatori del nuovo metodo teorico non appaiono dunque nella veste messianica di puri ideologi rivelatori di nuovi principii, destinati ad illuminare e trascinare le folle; essi sono, all’opposto, indagatori scientifici dei dati offerti dalla storia passata e dalla reale struttura della società presente che, sforzandosi di liberarsi in questa indagine da tutte le influenze oscurantistiche dei pregiudizi dei tempi passati, cercano di fondare un sistema di leggi scientifiche capaci di ben rappresentare e spiegare l’evoluzione storica, e, nel senso scientifico e non mistico della parola, di prevedere le grandi linee degli sviluppi futuri.

Mentre la classe borghese si faceva largo, in una lotta di secoli, nel campo dell’organizzazione produttiva e della economia, e procurava di strappare alle classi feudali e teocratiche la loro posizione di forza nel governo dello Stato, il riflesso di tale formidabile urto di interessi, svolgentesi in un aperto conflitto di forze armate fino allo scontro finale rivoluzionario che condusse al potere la borghesia, fu anche una battaglia di idee e teorie.

Le vecchie classi dominanti costruivano la loro superstruttura dottrinale sui principii della rivelazione e dell’autorità, poiché su tali principi ben si edificavano un diritto ed un costume sociale che facilitavano il controllo delle masse dominate da parte di una oligarchia di guerrieri, di nobili e di sacerdoti. La fonte della verità veniva posta in antiche immutabili tavole, dettate da menti e potenze superiori alla umana ragione, costituenti norma al vivere collettivo, e, più da vicino, in testi antichi di sapienti e di maestri, ai quali si deve risalire per dedurre dalla lettera dei versetti e dei passi la spiegazione di ogni nuovo quesito del sapere e dell’operare umano.

La nascente borghesia rivoluzionaria ebbe come sua arma la critica svolta dal moderno pensiero filosofico al principio di autorità. Si lanciò audacemente in tutte le direzioni a rovesciare il dubbio su tutte le concezioni tradizionali, proclamò contro il dominio dell’autorità quello della ragione umana; minò il dogma religioso per poter minare l’impalcatura statale feudale fondata sulla monarchia di diritto divino e sulla solidarietà di classe tra la nobiltà terriera e le gerarchie ecclesiastiche.

Costruì così una nuova e moderna impalcatura ideologica, che volle presentare come di portata universale e definitiva, come trionfo della verità contro la menzogna dell’oscurantismo religioso e assolutistico. In effetti, tale nuova impalcatura ideologica, alla luce della critica marxistica, non è che una nuova costruzione rispondente ai nuovi rapporti di classe ed alle nuove esigenze della classe assurta al potere.

Nel campo politico, la borghesia condusse l’assalto rivoluzionario al potere dello Stato, e se ne servì per infrangere tutti i vecchi vincoli allo svolgimento delle forze economiche di cui era l’espressione.

La lotta si svolse come una guerra civile, una guerra di classe, tra la guardia bianca dell’antico regime feudale e le falangi rivoluzionarie borghesi.

Negli aspetti classici della Rivoluzione Francese era il Terzo Stato che dapprima reclamava la sua parte nei pubblici ordinamenti monopolio fino allora della aristocrazia e del clero, e che ben presto si proponeva di escludere radicalmente da ogni influenza politica queste classi reazionarie.

Una nuova minoranza dominante, quella dei padroni della manifatture e delle fabbriche e dei grandi commercianti, si sostituiva alle antiche minoranze privilegiate. Ma in realtà tale sostanziale aspetto del trapasso non era apertamente dichiarato dai pensatori e dai partiti del nuovo regime; ché anzi essi stessi non lo comprendevano, pure agendo nel senso della irresistibile pressione dei nuovi potenti interessi di classe.

Tutto il movimento, come nella lotta materiale utilizzava la forza delle masse della popolazione costituite da nullatenenti e da lavoratori, il Quarto Stato, così nella impostazione ideologica vantava di ispirarsi a principi corrispondenti agli interessi generali; ed ancora una volta questi principii non erano interpretati e presentati come forme transitorie sovrapposte ad una speciale svolta dei rapporti sociali, ma come valori assoluti ed universali regolanti il divenire dell’umanità. La superstizione delle antiche mitologie veniva derisa, ma, in nome del dubbio scientifico, della libera critica e della ragione veniva proclamata una nuova mitologia di concetti e valori generali, e le dichiarazioni rivoluzionarie dei borghesi vincitori parlavano dei Diritti dell’uomo e del cittadino, proclamavano l’avvento della Libertà, dell’Eguaglianza e della Fraternità come retaggio degli uomini tutti.

Comunque, in questa svolta storica, il Quarto Stato, la grande massa dei lavoratori sacrificati in vecchie e nuove forme al benessere dei ceti privilegiati, non poteva né possedere le armi critiche per comprendere la reale portata del trapasso, né esitare a sostenere la borghesia rivoluzionaria nella sua fase assaltatrice ed eroica contro le posizioni del passato.

In tale fase, la politica borghese non vede alcuna contraddizione tra le sue rivendicazioni filosofiche della libertà di opinione ed azione politica per tutti, e la lotta con tutti i mezzi della dittatura e del terrore contro i ritorni armati delle forze dei vecchi regimi nella guerra civile e nelle aggressioni da oltre frontiera. Il borghese sanculotto ateo ed enciclopedista non trova contraddizione tra la Crociata per la nuova Dea Libertà e l’impiego sistematico della ghigliottina per togliere al suo nemico di classe la libertà di agire a difesa degli antichi suoi privilegi. Il nascente proletariato crede nella promessa della libertà per tutti, ma aiuta la borghesia sorta al potere nella repressione spietata dei controrivoluzionari.

La prima fase del dominio politico borghese consiste dunque nella lotta rivoluzionaria armata per conquistare il potere e nell’esercizio di una dittatura di classe per estirpare tutti i residui del vecchio organamento sociale e reprimere ogni tentativo di riscossa reazionaria.

A questa prima fase del regime politico borghese, nella complessità dei suoi aspetti nei vari paesi moderni e nell’alterna vicenda dei conati della reazione assolutistica e delle nuove ondate rivoluzionarie che finiscono col sommergerli, segue generalmente nel mondo moderno e nei paesi a maggiore sviluppo economico un secondo e lungo stadio, nel quale gli orrori e gli eccessi della rivoluzione appaiono relegati nell’ombra, e la nuova classe dominante, assisa solidamente al controllo politico della società, riesce ad ostentare nel miglior modo la pretesa coerenza della sua gestione del mondo con tutto l’armamentario metafisico dei suoi ideologismi di libertà, di giustizia e di eguaglianza.

Nel puro diritto non vi sono più caste separate, ogni cittadino sta verso lo Stato teoricamente nello stesso rapporto di tutti gli altri cittadini, ed ha la stessa facoltà di delegare nei suoi organi i rappresentanti che meglio preferisce e che riflettono le sue opinioni ed anche i suoi interessi.

Il sistema parlamentare della democrazia borghese vive la sua epoca aurea e proclama che dopo la fondamentale promulgazione dell’uguaglianza giuridica e politica la via è aperta, senza ulteriori scontri rivoluzionari e senza più ripetere la tragedia del terrore, ad ogni svolgimento verso la sempre migliore convivenza degli uomini in un migliore stato sociale.

La critica proletaria rivoluzionaria già da alcune generazioni ha radicalmente smascherata questa gigantesca menzogna. La libertà politica e giuridica corrisponde nella reale valutazione economica dei rapporti ad una libertà di vendere le proprie braccia ed il proprio lavoro, che è in effetti uno stato di feroce necessità per la maggioranza degli uomini, non presentando altra alternativa che la fame.

In politica, lo Stato non è l’espressione della volontà maggioritaria popolare, ma il comitato di interessi della classe borghese dominante, ed il meccanismo parlamentaristico non può rispondere che a favore degli interessi di questa.

In filosofia, il dominio della ragione non è che un inganno, poiché il libero uso del cervello umano, strappato a quanto sembra ai divieti delle scomuniche del prete e dei rigori della polizia assolutista, non è che una illusione quando lo limita assai più spietatamente la negata possibilità e libertà di soddisfare le esigenze fisiologiche materiali che condizionano tutta la dinamica dell’individuo.

Secondo le impostazioni romantiche della letteratura borghese di questo periodo arcadico, in ogni villaggio c’era uno spegnitoio – il prete – e c’era una luce – il maestro; ma la menzogna dell’educazionismo e del culturismo democratico sta nel fatto che non si può attendere dall’uomo ch’esso prima si dia una libera e cosciente opinione e poi ottenga la possibilità di soddisfare i suoi interessi ed i suoi appetiti; ché anzi la via scientificamente logica è la contraria, perché l’uomo dovrà prima ben mangiare e poi potrà ben opinare.

Oltre alla critica teorica dei rivoluzionari proletari, i fatti della storia più recente vanno disperdendo nel limbo dei fantasmi del passato questa impalcatura ipocrita della ideologia democratica. Mentre gli scontri tra le classi divise nello stesso paese da opposti interessi non hanno mai taciuto, malgrado tutte le panacee del sistema rappresentativo borghese, lo svolgersi delle nuove forme economiche monopolistiche del capitalismo, le lotte per il predominio coloniale, hanno precipitato i popoli in crisi sconvolgenti ed in sanguinosi massacri che hanno superato di gran lunga quelli dell’epoca di avanzata rivoluzionaria della borghesia.

Il capitalismo non soltanto ha avuto logico bisogno della violenza armata per aprire le vie del divenire storico, ma impiega e produce violenza ad ogni fase del suo sviluppo.

Poiché, a mano a mano che il potenziale della produzione industriale si elevava, crescevano di numero le armate del lavoro, si precisava la coscienza critica del proletariato e si irrobustivano le sue organizzazioni, la classe borghese dominante, parallelamente alla trasformazione della sua prassi economica da liberistica in interventistica, ha la necessità di abbandonare il suo metodo di apparente tolleranza delle idee e delle organizzazioni politiche per un metodo di governo autoritario e totalitario; ed in ciò sta il senso generale dell’epoca presente. Il nuovo indirizzo dell’amministrazione borghese del mondo fa leva sul fatto innegabile che tutte le attività umane, per lo stesso effetto dei progressi della scienza e della tecnica, si svolgono dall’autonomismo delle iniziative isolate, proprio di società meno moderne e complesse, verso l’istituirsi di reti sempre più fitte di rapporti e di dipendenze in tutti i campi, che gradualmente vanno coprendo il mondo intiero.

L’iniziativa privata ha compiuto i suoi prodigi e battuto i suoi primati dalle audacie dei primi navigatori alle imprese temerarie e feroci dei colonizzatori delle più lontane zone del mondo. Ma ora cede il passo di fronte al prevalere dei formidabili intrecci delle attività coordinate, nella produzione delle merci, nella loro distribuzione, nella gestione dei servizi collettivi, nella ricerca scientifica in tutti i campi.

Non è pensabile un’autonomia di iniziative nella società che dispone della navigazione aerea, delle radio-comunicazioni, del cinema, della televisione, tutti ritrovati di applicazione esclusivamente sociale.

Anche quindi la politica di governo della classe imperante, da vari decenni a questa parte e con ritmo sempre più deciso, si evolve verso forme di stretto controllo, di direzione unitaria, di impalcatura gerarchica fortemente centralizzata.

Questo stadio e questa forma politica moderna, sovrastruttura che nasce dal fenomeno economico monopolistico ed imperialistico previsto da Lenin fin dal 1916 col dire che le forme politiche della più recente fase capitalistica possono essere soltanto di tirannia e di oppressione, questa fase che tende a sostituire generalmente nel mondo moderno quella del liberalismo democratico classico, non è altro che il fascismo.

Enorme errore scientifico e storico è il confondere questo sorgere di una nuova forma politica imposta dai tempi, conseguenza e condizione inevitabile del sopravvivere del sistema capitalistico di oppressione alla erosione dei suoi contrasti interni, con un ritorno reazionario delle forze sociali delle classi feudali, le quali minaccino di sostituire alle forme democratiche borghesi una restaurazione dei dispotismi dell’ancien régime; laddove la borghesia già da secoli ha posto fuori combattimento ed annientato nella maggior parte del mondo queste forze sociali feudali.

Chiunque senta minimamente l’effetto di una tale interpretazione e ne segua minimamente le suggestioni e le preoccupazioni è fuori del campo e della politica comunista.

La nuova forma con la quale il capitalismo borghese amministrerà il mondo, se e fino a quando non lo travolgerà la rivoluzione del proletariato, va facendo la sua apparizione con un processo che non va decifrato coi banali e scolastici metodi del critico filisteo.

Da parte marxista non si è fatto mai conto dell’obiezione che il primo esempio di potere proletario dovesse essere dato da un paese industriale progredito e non dalla Russia zarista e feudale, in quanto l’avvicendamento dei cicli di classe è fatto internazionale e giuoco di forze su scala mondiale, che localmente si manifesta dove concorrono le favorevoli condizioni storiche (guerra, sconfitta, sopravvivenza eccessiva di regimi decrepiti, buon organamento del partito rivoluzionario, ecc.).

Meno ancora deve stupire se le manifestazioni del trapasso dal liberalismo al fascismo possono presentare dialetticamente presso i singoli popoli le più svariate successioni, giacché si tratta di un trapasso meno radicale, in cui non è la classe dominante che muta, ma solo la forma del suo dominare.

Il fascismo adunque può dal punto di vista economico definirsi come un tentativo di autocontrollo e di autolimitazione del capitalismo tendente a frenare in una disciplina centralizzata le punte più allarmanti dei fenomeni economici che conducono a rendere insanabili le contraddizioni del sistema.

Dal punto di vista sociale può definirsi il tentativo da parte della borghesia, nata con la filosofia e la psicologia dell’assoluto autonomismo ed individualismo, di darsi una coscienza collettiva di classe, e di contrapporre propri schieramenti ed inquadrature politiche e militari alle forze di classe minacciosamente determinatesi nella classe proletaria.

Politicamente, il fascismo costituisce lo stadio nel quale la classe dominante denunzia come inutili gli schemi della tolleranza liberale, proclama il metodo del governo di un solo partito, e liquida le vecchie gerarchie di servitori del capitale troppo incancreniti nell’uso dei metodi dell’inganno democratico.

Ideologicamente, infine, il fascismo (e con ciò rivela di non essere non solo una rivoluzione, ma nemmeno una sicura universale risorsa storica della controrivoluzione borghese) non rinunzia, perché non può farlo, a sbandierare una mitologia di valori universali e, pur avendoli dialetticamente capovolti, fa suoi i postulati liberali della collaborazione delle classi, parla di nazione e non di classe, proclama l’equivalenza giuridica degli individui, gabella sempre la propria impalcatura statale come riposante sulla intiera collettività sociale.

I punti di appoggio della nuova mitologia borghese non saranno più la Libertà, l’Eguaglianza, ma saranno la Nazione, la Patria, la Razza, lo Stato stesso quasi deificato.

Ad ogni imbarazzo teorico e filosofico, serviranno le stesse risorse con le quali il filisteo borghese cercava di sfuggire allo smascheramento realistico e scientifico del suo apparato ideologico, gli insopprimibili sopra-umani valori dello spirito, insito che lo si voglia nella mente dell’uomo o promanante da una divinità compiacente sempre per le ricette farisaiche di tutti i parassiti e di tutti gli oppressori.

Comunque, in economia col monopolismo e col capitalismo di stato, socialmente con l’aperto assalto di guardie bianche agli inquadramenti di classe del proletariato rivoluzionario, politicamente con la soppressione più o meno accelerata della buffonesca canea dei partiti multipli e dei multicolori scribi dell’ambiente parlamentaristico, ideologicamente con l’impiego di tutto il bagaglio ingannatore delle pretese idee universali e delle investiture di missioni supreme, il capitalismo passerà ovunque attraverso questa fase, sapendo di trovarsi nell’alternativa o di disperdere ed impedire l’avanzata della classe rivoluzionaria, o di dover cadere nella catastrofe finale.

Una prima manifestazione storica di questa terza fase borghese ha potuto aversi in Italia, non certo per speciali caratteristiche di sviluppo del capitalismo italiano, ma per il concorrere di condizioni della storia internazionale influenti sulle vicende italiane: guerra vinta ma con conseguenze pari a quelle di una sconfitta, crisi economica dovuta all’alta densità della popolazione ed alla mancanza di mercati di sbocco per merci e per forze di lavoro, slancio in avanti con intendimenti di una politica autonoma ed estremistica delle classi sfruttate, instabilità storica relativa dell’apparato statale, ecc.

Una manifestazione di ben altra portata si è avuta in Germania, dove il capitalismo, sulla trama di una potente struttura produttiva uscita intatta dalla guerra perduta, ha tentato di bruciare le tappe per portarsi alla pari dei capitalismi rivali, quando questi lo hanno stretto in una cerchia di acciaio, dentro la quale la pressione delle forze sociali contrastanti ha raggiunto massimi esasperati; dove si era posto nel modo più inesorabile il dilemma storico mostrato da Lenin al mondo nel 1919: organizzazione mondiale dell’economia da parte del capitalismo o da parte del lavoro – dittatura spietata della borghesia o dittatura del proletariato.

Come Lenin stabilì, nella diagnosi economica, che è un reazionario chi si illude che il capitalismo monopolistico e statalista possa retrocedere al capitalismo liberista delle prime forme classiche, così oggi va chiaramente detto che lo è ugualmente chi insegue il miraggio di una riaffermazione del metodo politico liberale democratico contrapposto a quello della dittatura fascista, con la quale, ad un certo punto della evoluzione, le forze borghesi stritolano con tattica frontale le autonome organizzazioni di classe del proletariato.

La dottrina del partito proletario deve porre come suo cardine la condanna della tesi che, dinanzi alla fase politica fascista del dominio borghese, debba essere data la parola del ritorno al sistema parlamentare democratico di governo, mentre all’opposto la prospettiva rivoluzionaria è che la fase totalitaria borghese esaurisca rapidamente il suo compito e soggiaccia al prorompere rivoluzionario della classe operaia, la quale, lungi dal lacrimare sulla fine senza rimedio delle menzognere libertà borghesi, passi a stritolare con la sua forza la Libertà di possedere, di opprimere e di sfruttare, bandiera del mondo borghese, dal suo primo nascere eroico tra le fiamme della rivoluzione antifeudale al suo divenire nella fase pacifista della tolleranza liberale, al suo spietato svelarsi nella battaglia finale per la difesa delle istituzioni, del privilegio e dello sfruttamento padronale.

La guerra in corso è stata perduta dai fascisti, ma vinta dal fascismo. Malgrado l’impiego su vastissima scala dell’imbonitura democratica, il mondo capitalistico avendo salvato, anche in questa tremenda crisi, la integrità e la continuità storica delle sue più possenti unità statali, realizzerà un ulteriore grandioso sforzo per dominare le forze che lo minacciano, ed attuerà un sistema sempre più serrato di controllo dei processi economici e di immobilizzazione dell’autonomia di qualunque movimento sociale e politico minacciante di turbare l’ordine costituito. Come i vincitori legittimisti di Napoleone dovettero ereditare l’impalcatura sociale e giuridica del nuovo regime francese, i vincitori dei fascisti e dei nazisti, in un processo più o meno breve e più o meno chiaro, riconosceranno con i loro atti, pur negandola con le vuote proclamazioni ideologiche, la necessità di amministrare il mondo, tremendamente sconvolto dalla seconda guerra imperialistica, con i metodi autoritari e totalitari che ebbero il primo esperimento negli Stati vinti.

Questa verità fondamentale, più che essere il risultato di difficili ed apparentemente paradossali analisi critiche, ogni giorno di più si manifesta nel lavoro di organizzazione per il controllo economico, sociale, politico del mondo.

La borghesia, una volta individualista, nazionale, liberista, isolazionista, tiene i suoi congressi mondiali e, come la Santa Alleanza tentò di fermare la rivoluzione borghese con un’Internazionale dell’assolutismo, così oggi il mondo capitalistico tenta di fondare la sua Internazionale, che non potrà essere che centralista e totalitaria.

Riuscirà questa nel suo compito storico essenziale che, sotto la parola della repressione di un risorgere del fascismo, è invece nel fatto e sempre più manifestamente quello di reprimere e frantumare la forza rivoluzionaria dell’Internazionale del proletariato?

Elementi dell'economia marxista Pt.1

Il lavoro che prendiamo a pubblicare è una esposizione, in forma in un certo senso diversa dall’originale, del Primo Libro del Capitale. Non è un riassunto e tanto meno una volgarizzazione. Lo studio dell’opera fondamentale di Marx esige una preparazione economica storica e filosofica i cui risultati vanno applicati di pari passo. Qui si è in un certo modo sceverata ed allineata la parte economica del testo.

Un analogo lavoro per la parte storica e filosofica può dare basi sufficienti al lavoro per una impostazione ed una conoscenza corretta della dottrina integrale del comunismo, nella sua classica enunciazione originale.

La Merce

Merce è una cosa che possegga due proprietà: a) essere utile, ossia atta a soddisfare bisogni umani; b) essere suscettibile di venire permutata con altre merci.

Valore d’uso. Indichiamo con questa espressione la proprietà a). Corrisponde essa ad una grandezza suscettibile di misurazione quantitativa? No, perché il valore d’uso di una stessa merce è mutevole secondo circostanze di tempo, di luogo e di persona. Il valore d’uso è dunque una proprietà qualitativa, ma non può essere trattato come grandezza quantitativa1.

Valore di scambio: indichiamo così la seconda proprietà della merce, ossia la sua permutabilità.

È il valore di scambio quantitativamente misurabile? E se sì, a quali grandezze note lo si deve ricondurre? Si risponde affermativamente alla prima domanda, perché sebbene a prima vista si presentino tanti scambi isolati tra una quantità d’altre merci, in tutte queste relazioni vi deve essere qualcosa di comune.

Quanto alla seconda domanda, non potremo riferire la misurazione del valore di scambio alle proprietà specifiche che definiscono quello d’uso, come colore, sapore, forma, composizione chimica, ecc., potendosi senza cambiare valore di scambio permutare la merce con altra di qualsivoglia qualità d’uso. Il carattere comune a varie merci indifferentemente permutabili può venire ricondotto solo al fatto che esse sono tutte prodotti del lavoro umano.

Ci proponiamo allora di misurare il valore di scambio riferendoci al lavoro, comune grandezza misurabile. Il lavoro umano è solo misurabile come tempo di lavoro.

Va subito inteso che non si tratta del tempo di lavoro occasionalmente occorso a produrre una data merce, ma può variare per mille circostanze, ma del tempo di lavoro medio occorrente a riprodurla sistematicamente, ossia del tempo di lavoro socialmente necessario.

Il valore di scambio è l’attitudine della merce ad essere scambiata con le altre in un dato rapporto, ed è grandezza misurabile.

Il numero che misurerà il valore di scambio rispetto ad un’unità di misura convenuta, è sempre proporzionale al tempo di lavoro sociale-medio occorrente a produrre una determinata merce, ossia il numero stesso è dato da questo tempo diviso per il tempo di lavoro occorrente a produrre l’unità convenuta del valore di scambio.

La forza produttiva del lavoro medio varia se variano i procedimenti della tecnica. Quando ciò avviene varia il valore di scambio delle merci di quel dato tipo. Ben inteso, varia anche per le merci ancora esistenti, prodotte col sistema non perfezionato e con più lungo tempo di lavoro.

Di qui si vede che è errata anche la formula che il valore sia lavoro cristallizzato ed occorre formulare la legge nei termini precisi prima detti.

Nella merce il lavoro è rappresentato in forma duplice: il valore d’uso è in rapporto alla qualità particolare del lavoro occorrente; il valore di scambio è in rapporto alla quantità di tempo di lavoro umano generico occorrente a riprodurlo.

Parlando di tempo e di forza di lavoro ci si riferisce al lavoro semplice da cui va distinto il lavoro complesso o qualificato. In tutta la trattazione si riduce sempre il lavoro complesso a quello semplice come si vedrà meglio in seguito.

Forme del valore. La merce ha due forme (ossia si presenta – può essere considerata – viene trattata in due modi, sotto due aspetti): la sua forma naturale, per lo più fisica e materiale, e la forma valore.

E sotto quale forma ci appare il valore? In pratica, empiricamente, come dato sperimentale, il valore ci viene sott’occhio nella forma denaro, che in fondo è il prezzo. Si tratta di arrivare a questo dato pratico, a tutti familiare, con un’analisi deduttiva che parta dalla semplice proprietà di scambiarsi che hanno le merci, poiché abbiamo stabilito che in quanto si scambiano in tanto valore (di scambio).

Si prendano le mosse dal fatto più semplice dello scambio tra due partite di merci:

x Merce A = y Merce B

Il valore appare qui in una prima forma che diremo semplice o particolare. Abbiamo una eguaglianza, con due membri. Sebbene noi possiamo come in qualunque eguaglianza quantitativa cambiarli di posto, tuttavia le espressioni x Merce A e y Merce B hanno diverso carattere. Esprimono le stesse quantità di valore; ma la quantità y della merce B serve a definire quanto vale la merce A. Perciò chiameremo il primo membro forma relativa, il secondo forma equivalente.

Valore x Merce A = Valore y Merce B = valore V
forma relativa forma equivalente del valore V
(forma semplice del valore)

Se volessimo esprimere con un numero la grandezza assoluta del valore V, ossia esprimendo secondo una unità di misura generale applicabile a tutte le merci A-B-C-D, ecc., non potremo farlo partendo dai dati della formula semplice. Possiamo, infatti, dedurre da questa la relazione:

Valore x unità Merce A = Valore y unità Merce B = Valore V, ma ma ciò non ci permette di dire quale è il valore di una unità (Kg., ecc.) di A perché esso dipende dal valore di B. Ora può mutare sia il valore di A che quello di B per mutamenti nel tempo di lavoro occorrente per A e per B, ed allora il rapporto y : x cambia e quindi avremmo diverse espressioni del valore cercato ossia non saremmo ancora giunti alla misura assoluta.

Forma del valore completa o sviluppata

Con la forma semplice la merce che c’interessa non trova che un solo equivalente, e non giungiamo ad una misura generale del valore. Facendo un passo più innanzi, supponiamo di sapere tutti gli equivalenti dalla merce A espressi dalle altre merci che sono sul mercato.

Valore di x merce A = Valore di y merce B = Valore di z merce C = ecc… ecc…

Per avere un’idea di tutto il mercato (si pensi all’epoca del baratto in natura) dobbiamo saper scrivere per ogni merce la forma sviluppata suddetta. Se le merci sono n, questa si compone di n‑1 eguaglianze, e in tutto le eguaglianze sono n · (n‑1). Ad es.: per 10 merci dobbiamo conoscere 90 relazioni.

Forma valore generale.

Le n · (n‑1), 90, relazioni non sono però tutte indipendenti, e sono tutte contenute nelle n‑1 o nelle 9 della forma sviluppata. Allora non abbiamo che da rovesciare questa e riferire il valore di tutte le altre n‑1 merci a quello della merce A divenuta unico equivalente o equivalente generale avendo:

y merce B = z merce C = m merce D… = x merce A

In pratica ciò significa che, generalizzandosi il baratto in natura, per non ricordare 90 relazioni, ma solo 9, si elegge una merce ad equivalente comune di tutte le altre.

Non abbiamo ancora un’espressione assoluta nella misura o quantità di valore, ma ne abbiamo una misura per così dire ufficiale espressa dalla quantità della merce equivalente che corrisponde ad ogni merce speciale. Così i selvaggi ad es. commerciano bestie ed altro esprimendone il valore in libbre di sale.

Con lo svilupparsi del commercio la merce equivalente non solo ha un ufficio mnemonico, ma si scambia, di fatto, con tutte le altre merci, essendo sparito il contatto diretto tra i singoli barattatori. La forma semplice (ad es. una vacca = tre capre) non si realizza più, ma si ha lo scambio tra una vacca e 30 libbre di sale e poi tra 10 libbre di sale e una capra. Ossia il commerciante si interpone tra chi vende la vacca e chi compera la capra, che sono materialmente distanti; ed egli porta seco la merce o l’equivalente sale nell’avvicinare ognuno. Il sale circola non più solo per andare al suo consumo, ma molto più spesso per facilitare la circolazione di tutte le altre merci.

Occorre però che la merce equivalente sia facile a trasportare, di poco volume, assolutamente inalterabile. Tali requisiti furono trovati nell’oro che è divenuto l’equivalente generale, e siamo così passati alla forma denaro del valore.

Carattere storico e sociale della questione

A questo punto dell’analisi del valore Marx inserisce un capitolo sul “carattere feticcio della merce e il suo segreto”. Tale capitolo è d’indole storica e polemica ed esso presuppone una enunciazione della dottrina del determinismo economico che non forma l’oggetto del Capitale, ma è inseparabile dalle dottrine marxiste sul carattere dell’economia capitalistica.

L’inserzione di tale capitolo non è una digressione e non è il caso di riassumerlo, perché piuttosto andrebbe assai largamente sviluppato.

Nel fare l’analisi delle forme-valori abbiamo applicato alla questione il metodo scientifico positivo. Ma l’oggetto della ricerca non erano fatti di carattere assoluto ed immanente, come ad es.: la natura degli elementi chimici, scoperta nel 1800, ma valevole a discutere tanto le condizioni della nebulosa originaria quanto quelle del lontano futuro dell’universo. Abbiamo dovuto venire sul terreno storico per spiegare i passi della nostra ricerca, collegando la forma semplice del valore con l’epoca del baratto in natura, la forma generale con quella del commercio, ecc., ecc. Quindi i risultati cui tendiamo non hanno carattere immanente ma relativo alle varie epoche e gradi di sviluppo della società.

Non basta ravvisare nel lavoro e nel tempo di lavoro la misura delle quantità di valore senza un’analisi che applichi questa chiave alle varie e diverse economie.

Ciò che resta acquisito per la prima volta da una ricerca come quella marxista è che il valore di scambio non è una proprietà assoluta delle cose, ma il modo di presentarsi dei rapporti di organizzazione sociale. Le cose sono merci perché esiste un dato sistema dei rapporti tra gli uomini che le producono e consumano. È naturale poi che gli economisti che ci hanno preceduto vedano invece nella merce un dato da cui partire, perché essi scambiano per rapporti definitivi e naturali quegli ordinamenti che corrispondono alla società in cui vivono e agli interessi delle classi che rappresentano. E qui va svolta la dottrina della dipendenza delle opinioni dallo stadio di sviluppo economico sociale, e quella delle lotte di classe.

Pregiudizialmente la polemica con gli economisti tradizionali non si pone su un terreno comune ad entrambi, ed essi diventano oggetto passivo più che collaboratori, anche avversi, della ricerca. Ciò che addurranno essi ulteriormente, e magari per un lungo avvenire, non sarà da noi ascoltato, con lo stesso diritto con cui i fondatori della meccanica e dell’astronomia moderna non consideravano materiale di lavoro gli assunti o i procedimenti biblici o peripatetici. Non intendendo questo è inutile sperare di comprendere come l’analisi, partita dal fatto minimo della permuta tra due oggetti, giunga alla dottrina del plusvalore che deve fornire la chiave della interpretazione positiva e storica del meccanismo produttivo contemporaneo.

Noi dunque spogliamo la merce del suo carattere feticcio scoprendo le leggi, che le assegnano un valore e che ci danno modo di misurarlo, nelle relazioni tra gli uomini e i gruppi di uomini per i quali di merce e valore si tratta.

(Il capitolo II, “Il processo di scambio”, è implicitamente riassunto nelle considerazioni storiche accennate parallelamente al passaggio dalla forme semplice alla forma moneta).

La circolazione. Valore e prezzo

Abbiamo cercato di definire il valore come quantità misurabile per trattarla col metodo scientifico e trovare le relative leggi. Abbiamo anticipato come ipotesi la conclusione che la quantità valore sia proporzionale al tempo di lavoro sociale medio. Procedendo quindi alla analisi dei fatti sperimentali siamo andati applicando e verificando l’ipotesi. Siano giunti fino alla merce equivalente generale e con un altro passo alla moneta.

Tralasciamo le osservazioni sul mono o bimetallismo.

L’oro con la sua quantità e col suo peso, espresso con la terminologia monetaria, indica dunque con una certa unità di misura il valore delle merci.

In conclusione abbiamo ricondotto la misura cercata al valore dell’oro, ossia, secondo la nostra ipotesi, al tempo di lavoro necessario a produrre l’oro. Sicché il termine di confronto è variabile e quindi possono avvenire oscillazioni generali di ovvia interpretazione.

Il prezzo esprime il rapporto tra il valore della merce considerata ed il valore dell’unità di oro (poniamo, secondo il rapporto originario: libbra = sterlina).

O, il che è lo stesso, il prezzo, secondo noi, esprime il rapporto tra il tempo di lavoro occorrente per la merce e il tempo di lavoro occorrente per la libbra d’oro.

Quando parliamo di tempo di lavoro occorrente, teniamo a distinguerlo dal tempo di lavoro occorso effettivamente per casi specifici, che può essere maggiore o minore per errori o per segreti espedienti del produttore. Inoltre per altre considerazioni il prezzo può esprimere più o meno del valore astratto della merce per le circostanze eccezionali dell’alienazione.

Se, per esempio, pure impiegando il tempo mediamente necessario, tutti i produttori forniscono un dato mercato di una quantità di merce X eccedente il consumo, poniamo, poniamo del 20%, essendovi stato un errore nella divisione sociale del lavoro, il 20% di questo andrà perduto, e ciò potrà anche accadere sotto forma di discesa provvisoria del prezzo al di sotto del valore, rimettendo ogni produttore il 20% del suo tempo di lavoro, come nel caso in cui per imperizia abbia impiegato 6 ore al posto di 5. Può avvenire, nel caso inverso, un beneficio, ossia salita del prezzo oltre il valore.

Non si confonda questo caso con quello di una discesa di prezzi per nuove invenzioni tecniche che diminuiscono il tempo di lavoro occorrente; perché in tal caso è proprio il valore che è disceso e che non risalirà più. Nei casi precedenti, noti fenomeni, provocanti l’apertura di nuove imprese o la chiusura di vecchie, tendono a ristabilire la livellazione tra prezzi e valori.

(Il cavallo vincitore del Derby ha un prezzo elevatissimo perché tra venti cavalli concorrenti i quali hanno assorbito eguali cure (tempo di lavoro) uno solo può raggiungere quel prezzo. Il beneficio di un allevatore pareggia le perdite d’altri 19, ma ciò non toglie che sussista una relazione tra il valore di un cavallo e il tempo di lavoro assorbito dall’allevamento. Soltanto si tratta di una produzione la quale per motivi tecnici non dà una serie d’oggetti eguali, ma prodotti assai diversi per circostanze non prevedibili quando si inizia l’impresa).

Si può dunque parlare di una quantità di valore che non coincide di necessità con la forma prezzo, ma che ne è la base, potendo il prezzo oscillare in più o in meno attorno ad essa. Una ricerca opportuna riuscirà a determinarla.

Così, nelle scienze fisiche, è difficile a prima vista stabilire la massa di un certo corpo, poniamo di una palla di legno. Si sente che essa tende a cadere, e se ne misura il peso: ma questo varia a seconda che siano al polo o all’equatore, a livello del mare o in montagna, nel vuoto o nell’aria, e infine diventa addirittura negativo se pongo la palla in acqua. Ciò non toglie che la quantità costante di massa sia presumibile, misurabile, e adoperabile nel formulare le leggi alla luce delle quali sarà chiara la ragione di tutte quelle variazioni di peso che prima offrivano una congerie di dati contraddittori. Un ulteriore affinamento delle risultanze scientifiche, per cui si stabilisca che la massa di un corpo in moto vari altresì con la sua velocità, non toglie che a buon diritto si sia introdotta a trattata questa grandezza nel campo di fenomeni considerati nella ricerca.

Nacque la scienza meccanica quando si seppe misurare la massa, dato in un certo senso non concreto e sensibile; nasce la scienza economica con la misura della grandezza valore, mentre non si fa scienza se si pretende di doversi limitare a conoscere e a registrare prezzi contingenti, col pretesto che solo questi in realtà si misurano e fissano in cifre.

Seguitiamo ora l’analisi del mercato, esaminando il cammino della merce. Il possessore la porta al mercato, la cede contro una certa quantità di denaro che non gli serve per suo uso, ma solo per acquistare altra merce. Il ciclo è: Merce-Denaro-Merce (M‑D‑M). La seconda parte di questo ciclo (D‑M) è, per il possessore dell’altra merce, la prima parte (M‑D) di un altro ciclo, e così indefinitamente. L’insieme di tutti questi cicli, ognuno dei quali ha una metà comune con un altro, rappresenta la circolazione, secondo lo schema:

M1DM2DM3DM4 → ecc.

Cammino della moneta

Nel movimento di circolazione della merce il denaro passa a sua volta di mano in mano, ma mentre ogni merce arriva sul mercato dall’esterno e subito ne esce, il denaro invece vi rimane sempre.

Non occorre evidentemente tanto denaro in circolazione quanta è la somma dei prezzi delle singole compra-vendite, in un dato periodo, bensì, circolando ogni pezzo d’oro più volte, una somma minore. Si chiama velocità di circolazione in un dato tempo il quoziente tra la somma di tutti i prezzi (cifra degli affari) praticati nel detto tempo e la massa di denaro disponibile.

Si noti, trattandosi di denaro, la transazione dalla pura forma della quantità d’oro alla forma della moneta aurea, che può scendere col suo peso al di sotto del valore teorico, poi alla moneta di spezzato di argento e metalli non nobili con valore in parte convenzionale, infine alla carta moneta con valore puramente figurativo: tutte forme che, in condizioni normali, non alterano i rapporti di circolazione fra denaro e merci.

Il denaro però può assumere altre funzioni oltre a quelle di pura misura del valore di merci o di veicolo per il loro scambio. Tali forme sono: la tesaurizzazione o accumulazione: il deposito per far fronte a pagamenti anticipati o ritardati rispetto al momento in cui la merce cambia di possessore (giuoco del debito e credito); la moneta universale o elemento di compenso per gli scambi fra nazioni, in cui i passaggi di oro appunto compensano gli squilibri delle bilance commerciali, essendo in questo senso l’oro l’unica moneta a validità effettivamente mondiale. Oggi, cosa che non si presentava al tempo dell’indagine di Marx, non più il solo oro, ma una moneta cartacea sta assumendo la validità mondiale, e circola senza cambiarsi con altre monete nazionali: il dollaro.

Lo studio dettagliato di questi fenomeni economici non è indispensabile prima di procedere a quello della trasformazione del denaro in capitale, che si riallaccia come punto di partenza alle leggi di circolazione, in cui sono in gioco la merce e il denaro.

Note:

  1. È di particolare importanza trattare grandezze quantitative misurabili nella ricerca scientifica. Scopo d’ogni scienza è l’esposizione organica di un dato gruppo di fatti o fenomeni acquisiti alla nostra esperienza, in maniera da porre in evidenza le relazioni che costantemente corrono tra i fatti stessi. La esperienza scientifica di tale relazione dicesi legge. La forma più completa e soddisfacente di una legge scientifica è quella di una relazione tra quantità misurabili (formula matematica). Perché le grandezze siano misurabili occorre poterle riferire ad altre grandezze già note, e in tale riferimento sta in fondo la legge stessa. Esempio: si sa misurare lo spazio (lunghezza) in metri, il tempo in secondi, si misura la velocità prendendo per unità quella di un metro in un secondo; e si applica la legge velocità = spazio / tempo.
        Alcune leggi traducono relazioni, corrispondenti alle esperienze, tra grandezze già tutte note, abbiamo allora una vera nuova scoperta; altre, come quella data in esempio, si riducono ad introdurre deduttivamente una nuova grandezza, e hanno valore di convenzioni teoriche; tuttavia la applicazione ai fenomeni delle loro conseguenze logiche deciderà della loro validità o meno. Non tutte quindi le convenzioni, che definiscono grandezze dando il modo di misurarle di riferirle ad altre, sono ad arbitrio possibili, ma, anche se dapprima assunte quali ipotesi, sono infine o confermate o respinte dall’applicazione ai fatti sperimentali. Così ad esempio colla ipotesi atomica si introduceva la nozione della grandezza “peso atomico” e mentre per lungo tempo si pensò che fosse un espediente di comodo per far quadrare le formole chimiche, gli studi ulteriori sui dati sperimentali permisero di accertare la reale esistenza degli atomi e di determinare il loro peso tanto assoluto come relativo a quello unità dell’idrogeno.
        Anticipando una conclusione che potrà far parte di ricerche sulla “teoria della conoscenza” nel sistema marxista, rileviamo anche che il trattare le entità su cui si indaga con misure numeriche e relazioni matematiche tra le loro misure quantitative conduce a rendere le nozioni e le relazioni e il loro possesso e maneggio meno individuali, più impersonali e valevoli collettivamente. Il puro apprezzamento qualitativo contenuto in giudizi e indagini comunicati in parole del linguaggio comune, serba l’impronta personale in quanto le parole e i loro rapporti assumono valore diverso ad a uomo a uomo secondo le precedenti tendenze e predisposizioni materiali emotive e conoscitive. Sono quindi personali e soggettivi tutti i giudizi e i principii morali estetici religiosi filosofici politici comunicati e diffusi a voce e per iscritto. I sistemi di cifre e le relazioni di simboli matematici (algoritmi) con cui hanno poca famigliarità anche molte persone che si affermano colte, tendono a stabilire risultati validi per tutti i ricercatori, o almeno trasferibili in campi più vasti senza che siano deformati facilmente da particolari interpretazioni.
        Il passaggio, nella storia della società e delle sue conoscenze, non è certo semplice; è duro e difficile e non privo di ritorni e di errori, ma in questo senso si costituisce il metodo scientifico moderno.
        Di alto interesse a tal uopo, a al fine di dare un valore oggettivo reale e materiale alla conoscenza umana, sarà l’esame di “algoritmi ” moderni che hanno raggiunto tale potenza da lavorare e camminare “per conto loro” in certo senso fuori della coscienza e dell’intelligenza, e come vere “macchine” per conoscere. La loro scienza diviene non più fatto dell’io, ma fatto sociale. L’io teoretico, come quello economico e giuridico, deve essere infranto!
        Volle Marx trattare con metodo scientifico anche i fatti economici umani, analogamente a quanto scienza e filosofia borghese avevano fatto per i fenomeni della natura fisica.
        Non usò semplicemente un algoritmo perché pensava e lavorava, esponeva e combatteva al tempo stesso; ed oltre alle armi del tempo nuovo doveva e seppe usare quelle con cui resisteva il nemico: la polemica l’eloquenza l’invettiva il sarcasmo sotto di cui prostrò tante volte i contraddittori.
        È nel fragore di questa battaglia che si è costruita la scienza nuova della società e della storia.
        Ora è da superare un primo punto: per fare scienza del valore, piaccia e non piaccia agli economisti ideologisti e filosofanti, occorre introdurne una misura, come Galileo e Newton poterono fare scienza della gravità misurando masse accelerazioni e forze. La fecondità del nuovo metodo, pur dando soluzioni suscettibili di futuri più grandiosi sviluppi e non conducendo ad “assoluti veri” estranei alla scienza, sbaragliò e seppellì per sempre le impostazioni sbagliate del passato su tali problemi. ↩︎

Aspetti dell'economia italiana all'inizio del 1947

La quota di ricchezza, in scorte e mezzi di produzione, distrutta  in  Italia  dalla guerra è stata notevole.  Secondo le più attendibili valutazioni fatte all’inizio del 1946, i danni di guerra, ivi comprese le perdite di reddito, opere d’arte e persone, non erano lontani dai 9.000 miliardi di lire gennaio 1946.

Ciò significa la distruzione di una ric­chezza pari a circa la metà del patrimonio nazionale esistente nel 1938. Ma se il va­lore di beni divorati dalla guerra è stato colossale, per il breve spazio di pochi anni, nondimeno il complesso dell’attrezzatura produttiva nazionale è uscito dal conflitto in condizioni di relativa efficienza e il ren­dimento degli impianti era ancora capace di dare delle percentuali di produzione che oscillavano dal 50 al 100%di quelle pre­belliche.

È chiaro però che problemi di energia e di trasformazione impedirono fin dall’ini­ziol’utilizzazione di tale potenzialità. Quasi tutta l’industria italiana era indu­stria di guerra o adattata alla guerra. Ora, questo patrimonio è sempre stato tale da esercitare, per influenza di capitali e per complessi di interessi, delle pressioni de­cisive sugli organi governativi. Tutti i go­verni della liberazione non hanno mai osa­to portare attacchi alle posizioni di privi­legio dell’industria pesante in Italia e del mondo finanziario ad essa collegato.

Alcune industrie, fra cui la metallurgica e la siderurgica, erano diventate, con la fine del conflitto, dei complessi mastodon­tici senza alcuna prospettiva di una pro­duzione di pace. Ma esse rappresentavano degli enormi immobilizzi bancari e le ban­che stesse, a loro volta, erano strettamente dipendenti dalla sorte di queste industrie.

È facile comprendere perciò come i vari governi si lasciassero persuadere a elar­gire sovvenzioni di diecine di miliardi, re­golarmente ripetute a favore di queste industrie, sotto lo specioso pretesto che la loro integrità serviva a garantire il lavoro a vaste masse di operai.

In realtà il blocco dei licenziamenti, che fu un tempo presentato dalla Camera del Lavoro come uno dei propri meriti, durò fintantoché durò questa situazione ed in­fatti, appena le industrie pensarono di adattarsi al mercato e di produrre in de­terminate condizioni, esse procedettero ai licenziamenti,  infischiandosi  di  tutte  le quote che la Camera del Lavoro farneti­cava di stabilire.

Ad ogni modo la fine della guerra pose l’industria italiana di fronte alla necessità di trovare un mercato di sbocco per i pro­pri prodotti ed in un primo tempo abbiamo assistito ad un gran parlare di neces­sità della ricostruzione, che diventava com­pito patriottico e fraterno cui tutti dove­vano sottoporsi e sacrificarsi. Ricostruzione che in sostanza si estrinsecava nella rico­struzione edilizia e che godette un quarto d’ora di celebrità in quanto quasi tutte le grandi industrie pensarono di trasformare gli impianti a questo scopo. Si è visto la Caproni, la SIAI Marchetti ed altre gran­di fabbriche produttrici di macchine bel­liche mettersi a produrre mobili e serra­menti.

Ma questo zelo e questo entusiasmo si affievolirono  appena  apparve  chiara l’e­strema povertà del mercato italiano e la quasi nulla capacità di acquisto delle mas­se, ridotte al vero stato di “sansculottes” dall’economia di guerra. Nel frattempo la situazione della Teso­reria di Stato era venuta complicandosi sempre di più. Il trapasso sui generis dalla forma “fascista” alla forma “democra­tica” non ha in sostanza alterato nulla della struttura sociale ed economica italiana. Tutta l’impalcatura dei passati privilegi fu mantenuta e riconfermata. I nuovi governi “antifascisti” non facevano che ereditare il patrimonio di debiti, ipoteche, protezioni e mallevadorie fasciste e cercavano di ren­dere accetta la loro comparsa sulla scena attraverso solenni promesse di difendere e mantenere quanto esisteva.

L’unico  tentativo di ricusare l’eredità del passato fu la peregrina idea del Sin­daco Greppi di Milano che sembrò annul­lare il prestito di 1 miliardo lanciato da uno degli ultimi prefetti fascisti. Dopo es­sere stato coperto di contumelie e addi­tato al pubblico disprezzo,  il  Sindaco Greppi si rimangiava il provvedimento e per contro prometteva il relativo congua­glio degli interessi.

In conseguenza del concludersi di tutti i fenomeni bellici e soprattutto delle somme che venivano richieste per risarcimento dei danni verificatisi nel corso del conflitto, o per le nuove necessità, la situazione del bilancio di Stato divenne sempre più pre­caria ed il problema di come far fronte alle spese ed evitare la bancarotta è stato in sostanza il problema più angoscioso di tutti i ministeri.

Ricordandosi di quanto avvenne nel do­poguerra 1918 nelle nazioni vinte, il no­stro governo promise solennemente di evi­tare ad ogni costo l’inflazione, ma è chiaro che evitare l’inflazione significa chiudere in pareggio il bilancio dello Stato, e chiudere in pareggio il bilancio dello Stato non poteva essere fatto altrimenti che ridu­cendo le spese ed aumentando le tasse.

Ma la riduzione delle spese per i governi democratici non era da mettere nem­meno in discussione. Tutta la passata bu­rocrazia venne considerata un patrimonio della Patria ed inamovibile. Tutti i mini­steri, e principalmente quelli della guer­ra, della marina e dell’aviazione si videro aumentare i loro stanziamenti in confor­mità al nuovo valore della moneta. Nes­suna delle passate uscite riceveva sostan­ziali modificazioni tanto che ancor oggi esiste un Ministero dell’Africa italiana con tutto il suo personale al completo.

Per contro l’aumento delle tasse vi è stato, ma solo per le tasse di consumo, e siccome la tasse di consumo non possono trarre gran che da una popolazione che ormai non consuma quasi niente, le en­trate dello Stato si sono progressivamente ridotte. Le altre fonti, come ad esempio la confisca dei profitti di regime o di congiuntura, il sequestro dei beni Reali e Princi­peschi, la tassazione dei beni ecclesiastici e delle categorie di lusso, hanno continuato a restare confinate in zone eteree e stratosferiche completamente ignorate ed irraggiungibili da quegli uccelli di palude che sono stati i nuovi ministri.

La borghesia è stata la classe prediletta dai legislatori fiscali democratici, primo fra i quali Scoccimarro. I sequestri ai beni fascisti sono stati piuttosto delle eccezioni anziché la regola, l’imposta progressiva sul patrimonio, attuata persino da altri go­verni borghesi quali l’americano e l’ingle­se, è stata una cosa minacciata e mai ap­plicata, nemmeno quando non vi erano più fondi in cassa e non si sapeva come tirare avanti.

L’accertamento fiscale fu trascurato col pretesto che la burocrazia non funzionava, concedendo così completa libertà di azione ai commercianti del mercato bianco e ne­ro. La ricchezza mobile sui salari, invece, le tasse dirette e di scambio, le cosiddette assicurazioni sociali sono state le fonti cui si è unicamente ricorso. E queste erano pagate dal proletariato, che si cullava in una pacifica beozia, fidente di quello che i socialisti e i comunisti dovevano amman­nirgli attraverso le grandi vittorie repubblicane e costituentistiche.

In ogni caso la grande promessa di te­nere fermo il torchio è stata una pro­messa di marinaio. Il torchio è stato fermo, ma ha avuto degli improvvisi guizzi di tanto in tanto che hanno fatto sì che la circolazione cartacea passasse da circa 300 miliardi, quale era al 25 aprile 1945, a 440 miliardi quale è oggigiorno. E ora le rotture alla regola sono sempre più fre­quenti. In questo solo mese è stata annun­ciata la stampa di 27 miliardi in biglietti da 10 mila e da 5 mila lire.

Il governo ha nondimeno tirato avanti ricorrendo a vari espedienti, non ultimo quello della vendita dei residuati bellici e quello degli aiuti dell’UNRRA. Ma verso la fine del 1946 queste sor­genti di aiuti hanno cominciato ad ina­ridirsi. Il deficit quotidiano di oltre 1 mi­liardo netto sulle spese e sulle entrate costituisce una macina al collo ed un appe­santimento della situazione che ha impo­sto di ricorrere a disperati appelli perché i cittadini prestassero denaro allo Stato, e di minacciare tasse straordinarie e cambi della moneta.

L’ultimo prestito ha fornito alcune decine di miliardi di lire di liquido (po­co oltre i 100 miliardi) e questo fatto sembra aver dato dell’euforia al governo tanto da indurlo, per bocca di Scoccimarro, ad esprimere l’opinione dell’inutilità del cambio della moneta. Ma questa euforia è destinata a non durare a lungo. Quos vult perdere Deus amentat. Il problema del pareggio del bilancio si ripresenterà al più tardi entro tre mesi ed entro tale pe­riodo di tempo lo Stato deve trovare altro denaro che evidentemente non può essere che dato da altre tassazioni, le quali a loro volta non saranno certamente appli­cate a scapito delle classi benestanti. Que­ste in ogni caso si apprestano a trasferire sui prezzi ogni eventuale inasprimento fiscale.

La nostra industria che, come abbiamo visto, si è ritratta dalla produzione desti­nata a soddisfare i bisogni di immediata urgenza nazionale per orientarsi essenzial­mente verso il commercio estero è di nuo­vo in preda a preoccupazioni. Innanzi tutto l’esportazione, fatta come è stata fatta, ha significato un aumento dei costi su scala nazionale in quanto si è rea­lizzata una speculazione sui cambi valutari simile al dumping, e si è determinata una fuga di capitali all’estero per sfuggire alle minacciate proposte di tassazione.

Ma l’aver prodotto per l’esportazione ha fatto anche sì che l’economia interna italiana non abbia risentito alcun beneficio dalla cessazione delle ostilità e che la precarietà propria dell’economia di guerra si sia protratta nel tempo senza che nessun elemento ricostruttivo abbia effettivamente avuto vita.

La situazione economica oggi infatti è ben poco diversa dalla fine delle ostilità in quanto, se si è lavorato, si è lavorato per mandare i prodotti fuori; altro fenomeno questo, inscindibile dal nostro capitalismo il quale deve vivere sui profitti che rea­lizza sfruttando il lavoro nazionale, ed es­sendo i lavoratori italiani tenuti a salari di fame esso deve necessariamente cerca­re uno sbocco oltre la cerchia di coloro che sfrutta. Perciò, quando si parla di pa­gare quello che ci manda l’estero col frut­to del nostro lavoro e si dice che noi dob­biamo attrezzarci per lavorare in conto, si vuol dire che noi si deve importare, la­vorare i prodotti importati, e quindi espor­tarli: circolo che garantisce al lavoratore la fatica e al capitalista il profitto. E il capitalista sarà poi pronto ad affermare che in tal modo si evita la morte per fame dei lavoratori, che perciò possono continuare a vivere a condizione che continuino a farsi sfruttare.

Ma la concorrenza internazionale riap­pare e questa concorrenza è in grado di sbaragliare facilmente l’industria nazionale i cui costi aumentano quotidianamente. (Un altro fattore di gravissima importanza per i prezzi è stato la sospensione degli invii di materiale attraverso l’UNRRA, so­spensione che è bastata a far salire da un giorno all’altro il prezzo del carbone da 3 mila lire a 5 mila lire la tonnellata). L’in­dustria vede ridursi il mercato e senza mercato di sbocco non vi è reddito, senza reddito niente tasse: e il gettito delle im­poste infatti diminuisce.

È evidente che in questo stato di cose basta un nulla per precipitare l’industria e lo Stato italiani nella più completa ban­carotta. Di conseguenza il padre adottivo del capitalismo italiano, il capitalismo ame­ricano, ha mandato a chiamare il suo “va­let de chambre” De Gasperi per addolcire la situazione e concedergli, attraverso un prestito, la possibilità di superare il disa­stro imminente. Questo è il vero significato del viaggio di De Gasperi a Washington e questo è il tanto gabellato successo della sua diplomazia.

Lo stesso esperimento venne a suo tem­po fatto con la Germania attraverso i fa­mosi piani Jung e Daves che diedero respiro alla Germania per qualche anno. Ma la Germania riuscì ad ottenere prestiti dall’estero in quanto l’America allora era in una condizione pletorica di capitali ed in quanto la Germania aveva ancora una po­tenzialità di esportazione considerevole.

Invece l’Italia non è la sola a voler oggi i capitali americani, i quali sono febbrilmente richiesti dall’Inghilterra, dalla Rus­sia, dalla Francia. dalla Cina ecc. ecc. Infatti la quota destinata all’Italia è inferiore a tutte le altre recentemente concesse dagli Stati Uniti e per contro l’Italia vede svanire la sua capacità di esportazione. Ma non è tutto qui, chè l’America baratta questo aiuto imponendo il completo as­servimento dell’Italia all’imperialismo del dollaro.

L’adesione  dell’Italia  agli  accordi  di Bretton Woods significa la determinazione di un nuovo cambio per la lira italiana e significa l’impegno dell’Italia di accettare un’economia di scambio multilaterale e ba­sata su un sistema flessibile aureo in cui essa evidentemente navigherà a mal par­tito.

Questa nuova situazione e la necessità del capitalismo di dare nuova lena alla corrente esportatrice dell’industria italiana, sfruttando i nuovi cambi, non potranno fa­re a meno di far sentire i loro effetti sui prezzi nazionali che sono destinati a su­bire un aumento costante, che minaccia di diventare vertiginoso se le necessità di bi­lancio dovranno togliere ogni freno al tor­chio monetario.

Aumenti di prezzi, quindi, quale risul­tato dei cambi internazionali, della specu­lazione sul commercio estero e del deficit della tesoreria, che dovrebbero essere digeriti dalle masse di lavoratori italiani con la stretta osservanza della famosa tregua sottoscritta dalla Confederazione Generale del Lavoro.

De Gasperi ormai apertamente minaccia ogni rottura della “solidarietà nazionale”. Vi può essere nelle intenzioni di Togliatti di sfruttare questo stato di cose per assumere di nuovo l’apparente ruolo di cava­liere di San Giorgio per la difesa degli interessi del proletariato, ma la situazione imporrà a lui ed ai suoi avversari di go­verno di adeguarsi alla realtà e di scen­dere fino in fondo nella loro azione di op­pressione combinata delle masse e di di­fesa degli interessi capitalisti.

Questi interessi sono gli unici che hanno continuato imperterriti a mantenersi intatti e indisturbati anche quando palese­mente appare che minacciano di scardi­nare fin le più elementari basi del vivere civile. Indicativo a questo riguardo è quan­to accade nel campo dell’energia elettrica, settore, a parer nostro, gravido di sviluppi e di conseguenze, capace di far ripercuotere la sua crisi in tutti gli altri settori.

Non solo infatti l’energia elettrica è or­mai diventata una necessità inderogabile della produzione moderna, ma essa richie­de molto tempo per essere provveduta. In Italia invece gli impianti di energia elet­trica, dal termine della guerra ad oggi, non hanno quasi più avuto manutenzione ed i nuovi impianti sono in gran parte ancora da decidere.

Le ragioni di questo stato di cose ven­gono candidamente confessate dagli indu­striali dell’energia elettrica, i quali affer­mano che il governo non avrebbe dovuto parlare di nazionalizzazione delle industrie elettriche e soprattutto non avrebbe dovuto parlare di limitazione negli utili di queste industrie.

Perciò, per mettersi a curare la manutenzione degli impianti esistenti cd a co­struirne dei nuovi, essi esigono che il go­verno cessi di parlare di nazionalizzazione, dia l’esenzione dalle tasse e tolga il blocco dei prezzi dell’energia elettrica. Il Gover­no non può cedere immediatamente perché le conseguenze di un aumento di prezzo dell’energia elettrica (si parla di 25 lire il kw.) può significare non solo il buio nelle case delle masse, ma il chiaro sul suo vero ruolo di difensore dei dividendi degli azionisti delle compagnie di energia elet­trica; ma è ugualmente evidente che la paralisi generale risultante da queste fat­to, paralisi cui non si potrà ovviare in me­no di una o due anni, a sua volta dimo­strerà il valore operettistico delle dichia­razioni che vengono fatte sulle intenzioni di nazionalizzare i servizi di cosiddetta in­teresse generale.

In realtà le nazionalizzazioni vengono fatte solo allorché la branca sottoposta alla cura o lasciata a se stessa, fallirebbe e l’intervento dello Stato rappresenta così un salvataggio in extremis degli interessi capitalisti ivi investiti. Come si vede i fatti sono sufficiente­mente eloquenti di per se stessi, e se an­cora qualcuno non riesce a vederli, non è certo cosa che testimoni a favore della sua intelligenza.

Una vecchia polemica: l'astensionismo

Nell’opuscolo su “L’Estremismo, malattia infantile del comunismo”, Lenin riferisce di avere veduto un paio di numeri del perio­dico “Il Soviet”. Era questo il settimanale della Frazione Comunista Astensioni­sta che nell’anno 1919 si era formata nel seno del Partito Socialista Italiano. In quei numeri veniva esposta nettamente l’opinio­ne della necessità di procedere alla elimi­nazione dal partito socialista della parte ri­formista, il cui programma non corrispon­deva più a quello che la maggioranza aveva adottato. 

Lenin ammette di avere scarse informazioni su questo movimento, tanto è vero che egli ritiene che in essa vi siano anar­chici, sindacalisti, elementi cioè che non ammettono la lotta politica né il partito. Se avesse avuto più esatte informazioni e se avesse avuto la opportunità di scorrere più numeri del “Soviet” avrebbe senza dubbio rilevato che la polemica contro le correnti anarchiche e sindacaliste in difesa della dittatura del proletariato, della lotta insurrezionale per la conquista del potere, della funzione del partito in questa lotta e in seno alle masse, costituivano il nerbo del pensiero della frazione. 

La questione dell’astensionismo, che rientrava nella tattica, aveva una importanza minore. Essa era sostenuta non perché la si ritenesse una tattica da usarsi sempre e in tutti i tempi ma perché quella questione era  un  mezzo  per  differenziarsi  dalla massa parolaia che formava la maggioran­za del partito socialista. Questa dichiara­va, a parole sì intende, di accettare al com­pleto tutto il programma comunista della frazione purché non si rinunziasse alla lotta elettorale. La frazione comunista dava una cosi relativa importanza all’astensioni­smo elettorale che, al congresso socialista di Bologna del 1919, tentò un accordo con la maggioranza massimalista dichiarandosi pronta a rinunziare all’astensionismo pur­ché quella si impegnasse ad accogliere la proposta di allontanare dal partito la de­stra riformista. La proposta non fu accol­ta; tanta sincerità vi era nella affermazione di quella sulla identità programmatica!  In quel tempo la grande maggioranza del partito socialista italiano, pur non mutando ufficialmente il programma con cui a Geno­va nel 1892 il partito si era costituito, aveva votato per una tattica di azione diretta da doversi adottare da parte del proletariato, aveva ammessa l’uso della violenza, aveva aderito all’Internazionale Comunista di Mo­sca. Di fatto era rimasta essenzialmente elet­toralistica e parlamentare così come prima. La parte rimasta fedele al vecchio program­ma di riforme, ossia al cosiddetto programma minimo, divenne la destra del partito. Quest’ultima finì per votare, ma solo vota­re, l’indirizzo nuovo cosiddetto massimo (donde i suoi sostenitori si chiamavano mas­simalisti) ma di fatto continuò a permanere fedele ai vecchi metodi e a sostener­li e propagandarli malgrado il voto. Di qui l’accusa di incoerenza che veniva rivolta ad essa dalla maggioranza capeggiata dal Ser­rati.

Se ci fosse stata sincerità e volontà da ambo le parti di tenere fede ai deliberati, la rottura, il distacco avrebbe dovuto avve­nire al momento del pronunciato mutamen­to di rotta e con il mutamento anche for­male del testo del programma del partito. Ma si era alla vigilia delle elezioni ge­nerali e in nome della “unità” del partito le due parti rimasero insieme per fare le elezioni e non compromettere colla rottura il successo elettorale.

Le masse operaie erano in quell’epoca notevolmente radicalizzate e piene di slan­cio rivoluzionario. Chiedevano una guida illuminata che mancò. Non vi era il partito rivoluzionario. La piccolissima minoran­za comunista era troppo esigua e non a­veva che limitati contatti colla massa ope­raia controllata in pieno dai riformisti. I massimalisti facevano della demagogia. Mentre di fatto si occupavano solo di ele­zioni, cercavano di tenere a freno la par­te estrema dichiarando ovunque e comun­que che con essa non vi erano divergen­ze programmatiche tranne la secondarissi­ma questione dell’anti-elettoralismo, che es­si consideravano essere da parte di quella una esagerata impuntatura. A elezioni fat­te si sarebbe visto di che essi erano capaci.

Dopo la costituzione del Partito Comu­nista, verificatasi quasi due anni dopo al congresso di Livorno, questi “unitari” ad oltranza si disgiunsero, dimostrando dì fat­to che l’“unità” è una facile parola mo­stratasi spesso  particolarmente  adatta a mascherare insincerità e a preparare tra­dimenti.

La piccola minoranza comunista aveva agito in seno al partito, prima di decidersi a staccarsi, col proposito di riuscire a far eliminare la destra e nella speranza di po­ter avere, eliminato questo contrappeso, più possibilità di manovra ed essere in mi­gliori condizioni per spingere la massa re­sidua del partito sempre più a sinistra ver­so un vero indirizzo comunista.

È poiché l’elettoralismo era la vera pia­ga, il punto focale, la pietra di paragone, la sinistra comunista comprese che l’unico mezzo per porre in chiaro la vera natura del massimalismo agli stessi massimalisti era invitarli a fare rientrare al suo vero po­sto l’importanza delle conquiste elettorali, rinunciando a questa arma. Essi avrebbero constatato che i rapporti tra proletariato e classe dominante non avrebbero subito al­cun nocumento dal modificato o diminui­to numero di deputati socialisti in parla­mento.

La frazione comunista era ben certa che il suo punto di vista sarebbe stato accolto dai veri comunisti anche se non perfetta­mente  convinti  della  tesi  astensionista mentre i falsi  sarebbero  stati  dall’altra parte. E così avvenne.

Il punto di partenza, dì base dell’asten­sionismo era il seguente: nei paesi a regi­me democratico, ove i partiti socialisti o­rientavano le masse alla fiducia che le lot­te elettorali fossero un mezzo per giungere alla conquista del potere da parte del pro­letariato, bisognava ad ogni costo disto­gliere questo da tale illusione perniciosa. A tal fine non vi era altro mezzo che spin­gerla al boicottaggio elettorale, indirizzan­dolo alla convinzione e alla pratica che so­lo coi mezzi rivoluzionari detta conquista è realizzabile. Bisognava togliere alle masse operaie la convinzione, ben radicata per l’azione e la propaganda socialista,  che quando fossero riuscite a mandare in par­lamento tanti deputati socialisti da rag­giungere la cifra della metà più uno dei seggi, esse avrebbero conseguito la con­quista del potere e la “questione sociale” (era la frase in uso) sarebbe stata risolta. 

Se si fosse trattato di partecipare ai par­lamenti  “reazionari” russi, presenti allo spirito di Lenin, e in cui i deputati erano spesso candidati alla deportazione in Si­beria, l’astensionismo quasi certamente non sarebbe sorto. Ma in Italia i deputati so­cialisti dovevano fare le caste Susanne per rifiutare le poltrone di ministro che veni­vano loro continuamente offerte. 

Altra cosa era l’essere, in un parlamento reazionario, una piccola minoranza che si serve della tribuna parlamentare per fare opera di propaganda, altra l’essere in un parlamento democratica e avere un nu­mero considerevole di deputati che costi­tuiscono una forza nell’organismo di cui fanno parte. Essi non possono più limi­tarsi a fare opera di negazione o di pura e semplice opposizione. Anche questa azio­ne, apparentemente solo negativa, agisce nel meccanismo dei rapporti tra minoranza e maggioranza per cui non è possibile, e sarebbe persino dannosa limitarsi a tanto. Più il numero, dei deputati cresce e più si è presi nell’ingranaggio. Più si consegue qualche illusorio risultato e più si radica nelle masse la convinzione che si possa ot­tenere il tutto. E così si abbandonano gli unici seri mezzi di lotta che possano fare conseguire risultati definitivi in senso rivo­luzionario. 

Fare del parlamentarismo diverso è nien­te più che una frase. I dissensi che si verificavano nel seno dei partiti non dovevano apparire nel parla­mento in cui il pensiero espresso doveva essere quello della maggioranza del partiti e il voto doveva essere unanime. Per tale ingranaggio Carlo Liebknecht si trovò costretto a votare i primi crediti di guerra e, per non ricadere poi in simili accidenti, si staccò dal partito e agì per suo conto e contro di esso.

Gli astensionisti si ponevano un altro quesito: non vi era da escludere la possibi­lità che la borghesia modificasse la costituzione o la legge elettorale in modo da rendere impossibile l’entrata in Parlamen­to dei deputati socialisti. Che cosa sareb­be avvenuto dei partiti organizzati in que­sta unica o prevalentissima attività? Essi sarebbero certamente rimasti disorganiz­zati e sbandati, non senza un pregiudizie­vole effetto sulle masse.

E questo precisamente si avverò. Se vi fosse stata una salda attrezzatura polariz­zata verso gli altri mezzi di lotta, non c’è dubbio che ben altrimenti efficaci sarebbero state le resistenze alla reazione.

Riviste

Nel n. 2. (luglio 1946) di International Correspondence, bollettino trimestrale edito da Ruth Fischer, Heinz Langerhans e Adolph Weingarten a Nuova York, H. Jacob dimostra come dell’affamamento dell’Europa sia soprattutto responsabile la politica di smantellamento ed immobilizzazione dell’industria tedesca seguita dagli Alleati, che mette i Paesi agricoli nell’impossibilità di procurarsi i prodotti chimici e industriali necessari alla ripresa della produzione (H. Jacob: Why does Europe stawe?); Ruth Fischer (Soviet Reconstruction Purge and Denazification) informa sugli sviluppi dell’epurazione svolta dalla burocrazia staliniana in Russia e della politica di integrazione economica dei Paesi occupati nell’economia sovietica; Karl Korsch (Restoration or Totalization) polemizza con l’ultimo libro di Trotsky su Stalin a proposito della teoria del «termidoro»: Gèlo et Andrèa trattano in un lungo articolo (La «Révolution» anticapitaliste en France et les Nationalisations) degli aspetti politici della politica di nazionalizzazione in Francia soffermandosi soprattutto sulla formazione di nuovi strati sociali dirigenti antiproletari: seguono lettere dall’Europa e notiziari sullo sviluppo sulla politica dei Partiti comunisti nel mondo.

Political Correspondence, organo supplementare della Workers League for a Revolutionary Party, ottobre 1946; continua nella sua analisi critica dei movimenti trotzkisti o derivati dal trotzkismo, riaffermando la posizione politica particolare di questo gruppo, per il quale l’URSS continua ad essere Stato Proletario a direzione controrivoluzionaria, e l’accusa a staliniani e trotzkisti è motivata dal fatto di non aver essi difeso e voluto difendere la rivoluzione bolscevica nell’unico modo in cui poteva esserlo, cioè attraverso la rivoluzione, e di avere invece cercato la sua difesa nell’alleanza con le democrazie e nell’accettazione di una tattica riformista, intermedista e democratica.

International News, nov. e dic. 1946. Il processo di chiarificazione che avevamo auspicato come il solo naturale sbocco del distacco della R.W.L. dal trotzkismo sembra, a giudicare da questi numeri del suo bollettino, definitivamente arenato. Nell’analizzare le ragioni che hanno impedito lo scoppio rivoluzionario dopo la seconda guerra mondiale, l’I.N continua a considerare «rivoluzionari» i movimenti a sfondo sociale proletario che sono sfociati nella Resistenza e nel partigianismo, e a prospettare l’azione degli imperialismi alleati nel corso del conflitto come direttamente antitetica ad essi; nel riproporre il problema della posizione mondiale della Russia, continua a presentare quest’ultima come uno stato proletario in lotta più o meno palese contro il «mondo capitalista» e la sua espansione come un’«estensione della base della rivoluzione di ottobre, e parte dello sviluppo della lotta fra capitalismo mondiale e ordine proletario»; infine, dopo di aver dimostrato il carattere antistorico e utopistico della rivendicazione di uno stato nazionale ebraico in Palestina, e riconosciuto che dietro la «lotta d’indipendenza nazionale» si muovono in realtà forze imperialistiche internazionali, e l’unico problema che vi si ponga è l’alleanza fra proletariato ebraico e proletariato arabo contro le forze congiunte delle borghesie rispettive, sostenute da questa o quella potenza imperialistica, ricade nel pasticcio sostenendo che «tuttavia, la lotta delle masse ebraiche e arabe contro l’imperialismo è di carattere progressivo, e i marxisti rivoluzionari, pur mantenendo la loro indipendenza di classe, sosterranno criticamente(!?) questi sforzi e cercheranno di stimolare presso le masse un’azione indi- pendente parallela a quella dei sionisti e terroristi contro l’imperialismo».

Così la R.W.L. riprende i più caratteristici motivi del trotzkismo e, mentre si affanna tanto a combatterlo, ne è la logica prosecuzione.

A proposito della R.W.L., ci risulta che in seno a quel gruppo è avvenuta recentemente una scissione e che, mentre uno dei due tronconi continua a pubblicare la rivista che abbiamo recensito, l’altro, facente capo al comp. Stamm e raccolto intorno al settimanale Labor Views di Chicago, si sforza di rispondere ai nuovi problemi politici di questo periodo storico uscendo dal quadro della tradizione ideologica della R. W.I e partecipando più attivamente alle lotte operaie. Un giudizio su queste diverse correnti è tuttavia prematuro.

Essays for Students of Socialism, maggio 1945. Numero unico pubblicato in Australia dallo Workers’ Literature Bureau e ispirato alle idee di Paul Mattick e di Ruth Fischer, i quali le sviluppano infatti in due articoli, rispettivamente su Otto Ruhle e il movimento operaio tedesco e sulla vita e la morte di Max Hoelz. Rifacendosi all’ideologia del Partito Operaio Comunista tedesco e dei comunisti dei consigli, gli ispiratori di questa rivista concordano con noi nell’analisi storica dell’evoluzione del capitalismo verso forme totalitarie, fasciste e di capitalismo di stato, non accettano invece la concezione leninista del Partito e utopizzano la dittatura del proletariato esasperando la polemica della Luxemburg coi bolscevichi e ricadendo indirettamente in una concezione democratica della evoluzione della lotta di classe (i Consigli contro e al posto del Partito; la spontaneità e la spinta dal basso contro e in luogo dell’iniziativa dell’organo politico di guida; il decentramento e frazionamento dell’azione di classe contro il suo accentramento nel Partito).

Influenzato da questa corrente di idee è il Southern Socialist International Digest di Melbourne, che si richiama tuttavia più direttamente alla tradizione del gruppo I.W.W. (Industrial Workers of the World). Emanando da un’ala indipendente del laburismo, anche quest’organo riconosce nell’evoluzione internazionale del capitalismo un orientamento totalitario e fascista e, nel quadro di questo processo di concentrazione nel senso del capitalismo di Stato, vede la posizione della Russia sovietica da una parte, la politica laburista delle nazionalizzazioni dall’altra. Più accentuata è, nella parte costruttiva, l’ispirazione democratica, antistatalista, decentralizzatrice. Il bollettino ospita periodiche relazioni della Fischer sul regime interno sovietico. La critica dello stalinismo è, come nella rivista citata più sopra, impostata tutta sulla condanna dell’accentramento dittatoriale e delle sue manifestazioni burocratiche e liberticide: vivacissima, ma eclettica, nei numeri del 1° e 15 settembre, e del 1° ottobre e novembre, la posizione assunta da quest’organo in merito alla pace, all’ONU e ai tre imperialismi americano, inglese, russo.