Partito Comunista Internazionale

Prometeo (III) 1950/I/14

United States of Europa

Al di là del sempre torbido orizzonte della tormentata Europa un miraggio è stato ripetutamente additato dagli ideologi di cui questa nobilissima antica terra è tanto feconda, quanto di avventurieri mercatori e capitani di industria e di guerra: la pacifica federazione dei tanti storici Stati, così vari e diversi nelle loro vicende e nelle loro strutture, in continuo conflitto da secoli, sotto il reggimento feudale come sotto quello borghese, nel clima del dispotismo come in quello della democrazia elettiva.

Stati Uniti di Europa! A più riprese è sembrata ai liberali di avanguardia, ai capi delle insurrezioni popolari e delle lotte di indipendenza nazionale, lungo tutto il troppo intelligente e troppo bellicoso diciannovesimo secolo, una gloriosa divisa.

Ma essa non ha mancato di suggestionare anche i capi della nuova classe operaia, moventesi nel campo marxista rivoluzionario, e basti l’esempio di un ingegno così possente come quello di Trotzky.

La via per cui si giunge a una tale rivendicazione è di tutta evidenza. L’internazionalismo della lotta proletaria, il suo continuo urtarsi, nella politica e nell’organizzazione socialista, con le difficoltà determinate dalle questioni nazionali e dalle guerre degli Stati; le devastazioni dell’opportunismo nella prima guerra generale del ventesimo secolo, che con la degenerazione patriottarda rovinarono il lungo cammino dei più grandi partiti socialisti, la certezza che la rivoluzione proletaria europea sarebbe rivoluzione mondiale, inducono ad una tale aspirazione storica, soprattutto fanno pensare che la consegna dell’Unità Europea sia tra quelle – se ve ne sono – atte a riportare le masse dai periodi di ripiegamento e d’incertezza sul piano e sul fronte della battaglia di classe.

Dinanzi a questi impulsi generosi per un ritorno nell’incendio dell’azione ed una spinta in avanti verso quei periodi di febbre sociale nei quali il presente si mostra pronto a plasticamente forgiarsi nell’avvenire lungamente atteso, sembrano piccola cosa i dubbi e le chiarificazioni, che di solito si imputano a semplicismo dottrinale.

Pensiamo noi marxisti, parlando di una federazione di Stati europei, ad una intesa, ad un organamento permanente tra gli attuali Stati nei quali la classe borghese tiene il potere? Ovvero consideriamo possibile una Europa unita soltanto nel senso che la classe operaia, dopo l’abbattimento del capitalismo nei singoli Stati, rinsalderà i suoi legami al disopra delle frontiere di nazione di razza e di lingua, per pervenire a cancellarle? Pensiamo noi possibile, eventualmente, un legame federativo fra Stati in cui domina la borghesia e Stati in cui il proletariato sia vincitore?

Queste sono questioni di prospettiva storica; e certamente Trotzky, come ogni marxista rivoluzionario, considerava che una federazione di Stati europei capitalistici avrebbe rappresentato, una volta attuata e se attuata, il centrale nemico contro cui il proletariato europeo avrebbe dovuto dirigere il suo sforzo rivoluzionario per strappargli il potere; che la rivoluzione europea socialista non potrebbe essere vincitrice, nel quadro di una Europa divisa in autonome potenze, se non quando il potere borghese fosse stato travolto in alcune almeno delle più avanzate e più grandi; che il potere rivoluzionario che si fosse attuato in un primo Stato o in una parte d’Europa non potrebbe tenere rapporti ed avere alleanze che con i partiti operai in lotta contro i governi degli Stati capitalistici senza assurde fasi storiche di convivenza.

Ma la ragione politica del lancio di una rivendicazione federalista è diversa, a detta dei fautori di simili indirizzi tattici.

I comunisti più coscienti, la minoranza di avanguardia tra i lavoratori, sono in grado di intendere che sulla costituzione dello Stato non deve aversi altro obiettivo che quello della dittatura proletaria, dopo lo spezzamento delle presenti macchine di potere; ma tale avanguardia non può lottare e vincere che trascinando nella lotta i più vasti strati delle classi lavoratrici, che i presenti regimi opprimono ed affamano e le guerre dilaniano spietatamente. Il grido per un’Europa non più avvelenata da odi nazionali e non più percorsa da armate alle quali i lavoratori militarizzati si massacrano agli ordini del capitale sarebbe tra quelli che spingono queste masse nel movimento, nel corso del quale la direttiva integrale comunista può guadagnare in settimane quello che non guadagnerebbe in decenni di stretto lavoro programmatico di partito.

Tale generoso scorcio di strategia rivoluzionaria, anche quando veniva da origini non sospette, traverso una serie di disastrose esperienze ha sempre dimostrato di cadere nel gioco delle insidie opportuniste, nella confusione tra le vere forze di classe e quelle equivoche che si accampano nelle frange di contatto tra il proletariato avanzato e la grande borghesia, nella conseguenza, completamente negativa, che sono stati proprio gli elementi più preparati e maturi nella teoria e nella milizia di partito a slittare verso la sostituzione al programma rivoluzionario di insidiosi miraggi piccolo borghesi, vuoti, addormentatori, disfattisti.

Una conferma di questa decisa critica alla troppo elastica strategia della lotta di classe, una ennesima conferma, è data dal fatto che quella fiammante parola degli Stati Uniti d’Europa cui, quando ancora gli Stati nazionali borghesi, saldi nel principio di illimitata sovranità autonoma, l’avrebbero accolta come dichiarazione di guerra alla morte, Trotzky dedicò pagine vigorose non certo imputabili di abbandono della dottrina, è oggi la parola storica di forze che sono al servizio più sfacciato dell’alto capitale e che si schierano, senza farne mistero, per le sue più vaste imprese dirette all’asservimento del mondo.

I marxisti non posseggono, per quanto ansiosamente attendano la tempesta sociale, ricette per muovere in ogni storica congiuntura le acque quando sono stagnanti.

Non hanno cambiato nei periodi di ristagno la teoria della immancabile tempesta rivoluzionaria, né Marx ed Engels tra il 1849 e il 1864, o dopo il 1872 fino alla loro morte, né Lenin tra il 1906 e il 1916. Le tempeste sociali sono tornate, come torneranno; e nel loro gonfiarsi sempre destano e generano i combattenti del comunismo, quanti e quali occorreranno per vincere, alla fine. 

Nella classica impostazione marxistica il socialismo non paventava le eventualità di guerra, poiché non aveva mai condizionato alla costituzione di una pacifica internazionale borghese il porsi della esigenza storica di abbattere della borghesia il potere. La guerra, al Congresso di Basilea del 1912, fu considerata l’occasione non per una campagna pacifista umanitaria ma per la rivoluzione sociale. Il Manifesto aveva già detto che ogni partito proletario ha un compito nei limiti nazionali poiché tende anzitutto ad abbattere la propria borghesia. La guerra non solo non è motivo per concedere alla classe dominante una tregua interna, e tanto meno per passare al suo servizio contro lo Stato nemico, ma, come teorizzò Lenin, conduce per via tanto più diretta alla possibilità della rivoluzione, quanto più è rovinosa per la borghesia della nostra patria.

Il fatto che nei grandi paesi borghesi nella Prima e Seconda Guerra Mondiale queste direttive siano state clamorosamente infrante, e proletari socialisti e comunisti si siano divisi in Europa tra le due bandiere della guerra borghese, non trova il suo rimedio in federazioni internazionali ed europee, non lo trova nella campagna generica per scongiurare pericoli di ulteriori guerre.

Ciò contro cui si deve lottare, per ridare vita al movimento rivoluzionario internazionalista, è l’incatenamento delle masse, traverso il tradimento dei capi dei loro organismi di classe, alle campagne ideologiche e propagandistiche tendenti da ambo i lati dei fronti a popolarizzare gli scopi delle imprese militari delle borghesie nazionali. Ciò che importa è preparare partiti e masse a resistere nel momento decisivo alla ondata di smarrimento e di disgregazione che prende la forma precisa di un invito a sospendere le massime richieste rivoluzionarie, e sostituirvi traguardi intermedi presentati come storicamente attuali e di preminente importanza.

Importa dunque preparare il movimento alla certezza che nelle grandi guerre i poteri della borghesia non combattono per idee e principii generali, per fare avanzare di nuove tappe l’evoluzione sociale, per assicurare una forma più tollerabile e umana di capitalismo al posto di una deteriore.

L’origine e la causa delle guerre non sono in una crociata per principii generali e per conquiste sociali. Le grandi guerre moderne sono determinate dalle esigenze di classe della borghesia, sono l’indispensabile quadro in cui può attuarsi l’accumulazione iniziale e successiva del capitale moderno. Rileggiamo la drammatica apologia del nostro nemico, nel Manifesto: La borghesia lotta senza posa; dapprima contro l’aristocrazia, poi contro le parti di sé stessa i cui interessi contrastano al progresso dell’industria; sempre poi con le borghesie straniere! Rileggiamola nel Capitale: La scoperta delle contrade aurifere e argentifere dell’America, la decimazione e la schiavizzazione dei popoli indigeni sepolti nel lavoro delle miniere, le conquiste e le depredazioni nelle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una specie di parco commerciale per la caccia alle pelli nere, ecco gli idilliaci processi di accumulazione primitiva che segnano l’aurora dell’epoca capitalistica. Subito dopo scoppia la guerra mercantile; essa ha per teatro il mondo intero: cominciata con la rivolta dell’Olanda contro la Spagna, essa assume gigantesche proporzioni nella guerra antigiacobina dell’Inghilterra, si prolunga fino ai nostri giorni in spedizioni da pirati come le famose guerre dell’oppio contro la Cina.

A questo fondamentale periodo segue quello che finisce con una frase famosa: la violenza è la levatrice di ogni antica società, gravida di una società nuova. La violenza stessa è una potenza economica! I vari momenti dell’accumulazione primitiva si ripartiscono in su le prime, seguendo un ordine più o meno cronologico, in Portogallo, in Spagna, in Olanda, in Francia e in Inghilterra, fino a che quest’ultima nell’ultimo terzo del XVIII secolo li combina tutti in un complesso sistematico che comprende nello stesso tempo il regime coloniale, il credito pubblico, la finanza moderna ed il sistema protezionistico.

Questi capisaldi sono talmente essenziali che l’obiettivo centrale dell’assalto rivoluzionario è sempre stato, nella visione mondiale dei marxisti, il colosso britannico, modello primo universale della schiavitù capitalistica. Trotzky può essere stato tra i fautori della tesi: nei grandi conflitti della storia, che tutto incendiando antecedono tuttavia quello proprio del nostro programma, noi possiamo dover scegliere, restando dialetticamente noi stessi, una delle due posizioni. Ma indubbiamente accompagnò a questa un’altra tesi: giammai potremmo scegliere la parte dove sta l’Inghilterra! Il marxismo non è codificato in versetti; dove il suo fondatore scrisse nel 1867 Inghilterra dobbiamo nel 1949 leggere Stati Uniti d’America.

Non abbiamo sottolineato a caso l’espressione di Marx sulla guerra antigiacobina, definita squisito esempio della guerra mercantile capitalistica. Deboli traduzioni rendono con le parole: “contro la rivoluzione francese” il termine, non certo adoperato a caso, di Antijakobinerkrieg. L’argomento principe per le crociate borghesi di guerra, due volte contro la Germania, domani contro la Russia, adoperato contro la spiegazione imperialista e mercantile della guerra, sta infatti nel magnificare le vittoriose imprese della borghesia estremista e terrorista francese contro le coalizioni capitanate dall’Inghilterra, in cui tutto sarebbe stato sulla punta delle baionette dei sanculotti: filosofia, ideali, conquiste della nuova epoca di uguaglianza e di libertà umana.

L’intervento antifrancese dell’Inghilterra, che secondo la corrente banale impostazione avrebbe avuto come scopo la restaurazione di un regime sociale feudalistico contro la rivoluzione democratica, era invece un momento decisivo del cammino della accumulazione capitalistica, tendeva alla diffusione nell’Europa e nel mondo della economia industriale, del sistema borghese. E non era l’Inghilterra il primo nella storia dei regimi di potere borghese, non aveva data la prima rivoluzione e tagliata per prima la testa del re? Secondo il detto di Cromwell e poi di Elisabetta: “L’Inghilterra cammina con Dio“. Secondo la dizione marxista, con l’Inghilterra cammina il dio moderno, il Capitale. E non continuarono le coalizioni contro Bonaparte, esecutore della rivoluzione borghese sul continente? E questa rivoluzione non dilagò sull’Europa, traverso le vittorie sulle coalizioni e la Santa Alleanza, come traverso la sconfitta finale di Napoleone e la Restaurazione in Francia?

Il metodo marxista legge la storia dopo aver spezzato i cristalli della menzogna idealistica, che capovolgono le immagini.

Ma vogliamo tornare più indietro di Marx, allo stesso autentico capo dei rivoluzionari giacobini e terroristi. Il 17 novembre 1793, alla Convenzione Nazionale, Robespierre, capo ormai del governo dopo l’esecuzione del re e la dispersione dei girondini, parla sulla politica internazionale della repubblica. Nessuno più di Robespierre fa magnifico abuso della retorica rivoluzionaria, e nelle sue tirate di obbligo ricorre ad ogni passo la fremente invocazione alla libertà contro i tiranni, alla virtù contro il delitto, alla patria, al popolo e agli altri miti dell’allora vergine pensiero borghese estremista. Ma il tessuto del discorso mostra la chiarezza di visione del grande capo politico sugli eventi contemporanei, ad un punto tale che gli squarci vibranti di passione e di eloquenza restano eclissati, e i mozzorecchi di oggi parlerebbero di una fredda politica realista.

Robespierre non apologizza la guerra estirpatrice del feudalesimo in Europa, tutt’altro. “Più che alla forza delle armi la propaganda delle idee della gloriosa nostra rivoluzione doveva essere affidata alla potenza della ragione“. Le belle frasi sono orpello, ma il contenuto veramente dialettico della requisitoria contro i girondini, esitanti a giustiziare Capeto, sta nell’accusarli di provocazione guerrafondaia, di tradimento fatto colla insolenza diplomatica grossolana, in complicità coi moderati interni, per attirare la repubblica nella rovina, facendo intervenire nella lotta la Spagna, dichiarando intempestivamente la guerra agli stessi inglesi, disgustando i soli alleati di Parigi, gli americani. E impressionano l’assemblea e le tribune i fatti positivi categoricamente invocati a fissare tali responsabilità controrivoluzionarie.

L’Inghilterra non viene accusata dal fiero tribuno di essersi resa solidale con gli emigrati e di lottare per la rivincita della nobiltà e dei Borboni. Viene accusata proprio di finalità mercantili e imperialistiche, le stesse che avevano causato aspro dissidio con la Francia ben prima della caduta della monarchia; viene specificamente accusata del piano di rovesciare il re Luigi XVI per condurre sul trono di Francia il duca di York con l’appoggio del ramo di Orléans, del demagogo Philippe Egalité. “Questo piano doveva assicurare all’Inghilterra i tre grandi oggetti della sua ambizione e della sua gelosia: Tolone, Dunkerque e le nostre Colonie, Padrone così di questi importanti possedimenti, padrone del mare e della Francia, il Governo inglese avrebbe subito forzato l’America a ritornare sotto la sua dominazione“.

Tutti ricordano che pochi anni prima della Grande Rivoluzione, i coloni del Nord America si erano sottratti alla dominazione di Londra grazie all’appoggio di generali francesi, e gli ammiragli del re Sole avevano spiegato in decisive vittorie la loro bandiera.

è da segnalarsi che l’attuale gabinetto inglese ha condotto, in Francia e negli Stati Uniti, due intrighi paralleli, che tendevano allo stesso scopo; mentre cercava di separare il Mezzogiorno della Francia dal Nord, cospirava per staccare le province settentrionali dell’America dalle meridionali, ed ora, mentre si sforza di incitare al federalismo la nostra repubblica, lavora a  Filadelfia a rompere i legami confederali che uniscono le varie parti della Repubblica Americana (segni di grande attenzione)”.

Tra le apostrofi dell’oratore al ministro inglese Pitt, una è notevole: “Egli vuol conciliare il dispotismo con l’accrescimento della prosperità commerciale, come se il dispotismo non fosse il flagello del commercio“.

Colui che i luoghi comuni dipingono come esempio di cieco e settario fanatismo, domina invece serenamente la materia della sua esposizione e legge chiaramente nei fatti, nel mandato ricevuto dalla storia di spianare, con la parola o con la ghigliottina, la via alle nuove prorompenti forze di produzione.

Si potrebbe in uno scorcio storico mostrare che tutti i grandi ordinatori di nuovi sistemi sociali, fin dai più antichi, furono marxisti. Nella forma dei grandi ideologismi popolari seppero tutti esprimere il contemporaneo prorompere di nuovi materiali rapporti imposti alla vita sociale. 

Federazione Europea! Il principale difetto di questa formula è che essa sceglie a modello il regime dell’implacabile capitalismo di oltre Atlantico, beve fino alla feccia la leggenda imbecille che sia più umano e meno barbaro di quello europeo, attribuisce scioccamente tali illusori vantaggi alla forma federativa della costituzione. Per il determinismo economico è ben chiaro dove debba cercarsi la differenza nei cicli di origine del capitalismo di qua e di là dell’Oceano. Vi si ferma Marx più e più volte illustrando il processo di trapianto del sistema del salariato, mano mano che il periodo di occupazione delle terre vergini si chiude, e scompare il tipo del libero pioniere e colono. “La guerra civile americana (che possiamo ben dire vaticinata nell’illuminato bilancio robespierriano della situazione mondiale 1793) ha avuto per conseguenza un enorme debito nazionale, una aumentata pressione tributaria, la nascita della più vile aristocrazia finanziaria, la infeudazione di una gran parte delle terre pubbliche a società di speculatori che gestiscono le strade ferrate, le miniere; in una parola, il più rapido accentramento del capitale. La grande repubblica ha quindi cessato di essere la terra promessa dei lavoratori emigranti. La produzione capitalistica vi cammina a passi di gigante, specialmente negli Stati dell’Est, quantunque l’abbassamento dei salari e la servitù degli operai siano lungi ancora dall’avervi raggiunto il livello normale europeo“.

La guerra civile americana, altra tappa dell’accumulazione del capitale, ha per la dialettica marxista una fondamentale importanza. Se ne deride l’interpretazione che lo schiavismo del Sud fosse più negriero dell’industrialismo del Nord Est; al tempo stesso vi si vede un deciso passo innanzi per la lotta di classe moderna e la emancipazione proletaria. Alla fine del periodo stagnante, nella prefazione del 1867, Marx scrive: “In quella maniera che la Guerra dell’Indipendenza Americana nel secolo XVIII suonò le campane a stormo per la classe media europea, lo ha fatto la Guerra Civile Americana del secolo XIX per la classe operaia in Europa“. Si è molto lavorato ad intaccare la potenza delle previsioni marxiste: resta il fatto che nel 1871 per la prima volta in una grande capitale d’Europa sorgeva, per le armi della rivoluzione, il primo Stato operaio, annegato dalla reazione borghese in un mare di sangue.

Questa grande questione storica e sociale, per cui nulla vi è di più anti-marxista e di più filisteo delle smaccate e abusate apologie della civiltà statunitense, oggi largamente propalate da tutta una rete di prezzolati propagandisti, richiama l’altra del centralismo e federalismo, per cui Lenin disse nel 1917: al problema della repubblica federale, della repubblica accentrata e della autonomia locale, il nostro partito ha dedicato e dedica ancora un’attenzione insufficiente nella sua propaganda e nell’agitazione.

Come sempre la soluzione di Marx, di Engels, di Lenin splende di originalità ed è materiale indigerito al più dei socialisti da dozzina. Occorre premettere a tutto che le costituzioni sono per il marxismo sovrastrutture e non forze motrici del divenire sociale. “La rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione“. Il compito di levatrice di una nuova società lo assegnammo alla violenza, non alla codificata giustizia.

Di questa dialettica si mostra ben impregnato lo stesso capo dei giacobini quando ingiuria l’idra federalista in Francia, e ammira la gloria degli illustri Comuni americani.

Centralista fu Robespierre e la sua Repubblica Una e Indivisibile; centralisti sono Marx ed Engels, e Lenin con loro, rivendicando l’aperto contrasto col federalismo sociale di Proudhon. Ma tanto a proposito dello Stato rivoluzionario borghese, quanto per lo Stato proletario futuro, si dimostra che l’oppressione e il soffocamento alla periferia, la negazione di ogni concetto di iniziativa locale, si attuano proprio nello Stato federale e non in quello centralizzato. La repubblica giacobina unitaria volle nel paese l’azione spontanea delle comuni rivoluzionarie locali, nelle quali però si organizzava la dittatura per la unità di classe della giovane borghesia vittoriosa, concorde nello schiacciare alla base ed al centro ogni resistenza degli odiati aristocratici. La Comune di Parigi non volle la dittatura della capitale sulla provincia, ma lottò in nome e nell’interesse dei lavoratori di tutta la Francia contro la borghesia proprietaria finanziaria industriale e militarista. Nelle forme mature degli Stati borghesi il federalismo è l’optimum della forma conservatrice della dittatura di classe contro la rivoluzione operaia. Lenin riporta l’analisi di Engels a proposito del sistema svizzero, americano e così via: lo Stato confederato o il governo cantonale sono in certo modo liberi rispetto al governo federale; ma sono anche liberi nei riguardi del distretto e del comune. Ciò significa che nei distretti e nei comuni locali manca ogni autonomia e vi è la dittatura burocratica del cantone o dello Stato confederato. La utilizzazione dell’uno o dell’altro sistema nei vari Stati della borghese classe dominante, dipende dalle variabili circostanze dello sviluppo. Ma sempre la formula federativa è una magnifica armatura per soffocare le mille spinte locali contro la forma istituzionale, tendenti alla potente unità nazionale e mondiale della rivoluzione di classe.

Perciò Lenin conclude che “la maggior libertà locale che abbia conosciuta la storia è stata data dalla repubblica accentrata e non dalla repubblica federale“.

è suggestivo come l’antifederalista Robespierre veda questa stessa verità, prevedendo che coi piani di egemonia in Europa del governo inglese, quel popolo perderebbe la sua interna libertà. “Lo stesso progetto di mettere un principe inglese sul trono dei Borboni era un attentato contro la libertà del suo paese, perché un re d’Inghilterra, la cui famiglia regnasse anche in Francia e nell’Hannover, terrebbe nelle sue mani tutti i mezzi per asservire il suo popolo“.

Esempi di questi sistemi federali, connessi al solido dispotismo interno di classe, con o senza costituzioni scritte, furono e sono: il sistema inglese dei Dominions; il rapporto Stati Uniti-America del Sud; la situazione, sotto altra fraseologia, della odierna sfera russa in Europa Orientale e Balcani. Nazisti, fascisti, giapponesi non avevano in campo internazionale diverso traguardo. 

Il Movimento Federalista Europeo, coi suoi stupidi progetti interparlamentari, maschera della realtà di una organizzazione di guerra a comando extra-europeo, non risponde ad altro che al migliore consolidamento della dittatura del Capitale americano sulle varie regioni europee, e al tempo stesso della interna dominazione sul proletariato americano, le cui vane illusioni di prosperità hanno per sicuro sbocco, nel volgere del ciclo storico, l’austerità che la più ipocrita delle borghesie fa inghiottire alla classe operaia d’Inghilterra.

L’armatura federale in Europa assicura nel modo migliore, col reclutamento di eserciti mercenari del capitale, di polizie di classe, che non potranno esservi più comuni rosse a Parigi, a Milano, a Bruxelles o a Monaco – come un sistema similare garantisce che non ve ne saranno a Varsavia, a Budapest o a Vienna.

La inversione dei giusti rapporti del centralismo rivoluzionario si è purtroppo verificata, infatti, nelle file del movimento di classe. La piramide della stretta unità, che non è soltanto unità di uomini e gruppi locali, ma di principii di metodi e di azione nel più lungo corso storico, è stata rovesciata ed infranta. I partiti, che bugiardamente si dicono comunisti, ostentano di essere ovunque partiti di politica nazionale, hanno disciolta la gloriosa Internazionale di Mosca del 1919, Partito Comunista d’Europa e del mondo, si dicono collegati in un equivoco ufficio di informazioni che non ha nessun carattere di organismo di partito, e fa mistero delle sue decisioni non per esigenze di tecnica insurrezionale, ma per sporco politicantismo federalista, per la comoda libertà di barattare in qualunque senso, a qualunque svolto, i principii i programmi e i metodi del movimento.

Per ciò stesso – e di questo tremendo problema la democrazia elettiva delle cariche non è che una insulsa caricatura – agli iscritti in quei partiti è stata tolta per sempre, rispetto ad una cricca di capi locali, ogni forza di vita e di iniziativa, chiudendo la sola via per la quale, affondate le radici nella generale realtà dell’oppressione sociale, sorge a fiammeggiante unità mondiale la Rivoluzione.

Proprietà e capitale Pt.5

Invece del riepilogo delle puntate precedenti fin qui pubblicato, riportiamo una riduzione dello svolgimento in

Tesi

  1. Nelle rivoluzioni sociali una classe toglie il potere alla precedente quando il contrasto tra i vecchi rapporti di proprietà e le nuove forze produttive conduce ad infrangere i primi.
  2. La rivoluzione borghese, allorché le scoperte tecniche ebbero imposto la produzione in grande e l’industria meccanica, abolì i privilegi dei proprietari feudali sull’opera personale dei servi e i vincoli corporativi al lavoro manuale, espropriò in larga misura artigiani e piccoli contadini, spogliandoli del possesso del loro sito e dei loro arnesi di lavoro e dei prodotti della loro opera, per trasformarli, come i servi della gleba, in proprietari salariati..
  3. La classe degli operai salariati lotta contro la borghesia per abolire, con la privata proprietà del suolo e degli impianti produttivi, quella dei prodotti dell’agricoltura e dell’industria, sopprimendo le forme della produzione per aziende e della distirbuzione mercantile e monetaria.
  4. La rivoluzione borghese al posto delle gestioni comuni della terra agraria e della distribuzione di essa in circoscrizioni feudali istituì il libero commercio del suolo, facendone un processo borghese conseguibile non per nascita ma con danaro, al pari di quello delle aziende industriali e commerciali.
    L’ordinamento borghese nel campo agrario, come in tutta Italia, è nel mezzogiorno pienamente compiuto. La pretesa esigenza di una lotta contro privilegi baronali e feudali costituisce una deviazione totale dalla lotta proletaria di classe contro il regime e lo stato borghese di Roma.
  5. La disciplina giuridica applicata dalla classe capitalistica all’acquisto e al trasferimento dei suoli, aboliti i vincoli feudali, fu presa dal diritto romano, reggendo colle stesse norme formali la piccola proprietà contadina ed il grande possesso fondiario borghese.
    I problemi dell’agricoltura italiana non sono risolubili con riforme giuridiche della distirbuzione titolare dei possessi, ma solo con la lotta rivoluzionaria per abbattere il potere nazionale della borghesia, per eliminare il dominio del capitale sull’agricoltura e la polverizzazione della terra, forma miserrima di sfruttamento di chi lavora.

Il capitalismo e la proprietà urbana

La sistemazione dei rapporti economici e di diritto che si riferiscono ai fabbricati e ai suoli urbani nell’epoca del capitalismo moderno può sembrare di peso generale inferiore a quello rappresentato da una parte dal settore agricolo, dall’altra dalla produzione industriale.

A parte la considerazione che il volume del movimento economico rappresentato dalla gestione dell’abitazione non è trascurabile poiché rappresenta una frazione abbastanza alta del bilancio di ciascuna famiglia della media popolazione (in Italia in tempi normali e per determinati strati sociali perfino più di un quarto), la quistione risulta molto interessante, poiché il suo esame consente di delucidare in modo molto espressivo il gioco di elementi e di relazioni economiche fondamentali per intendere lo svolgimento odierno del capitalismo, specialmente per la distinzione tra i rapporti di proprietà titolare e patrimoniale, che in certo senso rappresentano la statica della economia privata, e i rapporti di gestione e di esercizio, di entrata e di uscita continue che ne costituiscono la dinamica.

Per l’ordine dell’esposizione facciamo cenno dell’origine storica del possesso urbano privato, argomento meritevole di lungo studio ed esposizione.

Il processo è ben diverso da quello che condusse alla definizione e limitazione dei possessi agricoli. Quando le tribù nomadi si fissarono su terre feraci si passò in vario modo dal godimento e dalla coltura in comune alla individuazione di campicelli singoli e familiari. Attraverso innumeri rivolgimenti e sconvolgimenti si pervenne al classico e ben codificato sistema romano, indi a quello feudale, finché, come abbiamo trattato nel quarto e quinto capitolo, con la vittoria della borghesia il suolo agrario divenne commerciale e la disciplina giuridica fu di nuovo copiata su quella romana.

Le vicende dell’abitazione non possono identificarsi con quelle del campo agrario. L’antico nomade o seminomade, cacciatore, pescatore, raccoglitore di frutto spontaneo, poi primordiale coltivatore, porta con sé la sua abitazione, carro, tenda di pelle, o facilmente la improvvisa nella rudimentale capanna o in naturali spelonche.

Col formarsi degli stabili poderi agrari privati, la popolazione dedita alla coltura si costruisce per lo più da se stessa le primitive abitazioni fisse campestri; fino ad oggi queste vanno trattate, dal punto di vista fondiario come da quello della gestione produttiva, alle stregua di impianti agricoli di cui l’opera umana ha arredata lungo i secoli la nuda terra vegetale. Vogliamo invece qui seguire il sorgere dell’abitazione urbana.

È palese che i primi agglomerati di fabbricati stabili non sorsero per dirette esigenze della tecnica produttiva non agricola, essendo in epoche meno sviluppate la iniziale manifattura ben compatibile con lo sparpagliamento della popolazione e l’utilizzazione dei margini giornalieri e stagionali del tempo dell’agricoltore. Più quindi che le prime forme dell’artigianato e della fabbricazione di prodotti non naturali, furono le esigenze della organizzazione sociale politica e militare a determinare il primo sorgere delle città. Può dunque ritenersi che l’area urbana nacque in un regime collettivo, e solo dopo si spezzò in domini singoli, corrispondendo alle necessità di amministrazione, di difesa, di dominazione, in rapporto a masse sparpagliate o a turbe di invasori, e appartenendo quindi tutta la cinta urbana al re, al tiranno, al capitano militare, alle prime forme di stato, alcune volte ad associazioni sacerdotali. ciò vuole dire la tradizione parlando di Romolo e Remo che tracciano la cinta delle mura di Roma trasformando il primo utensile rurale, l’aratro, in macchina edilizia. Influirono poi le esigenze di difesa fortificata; la polis greca aveva nel suo cuore l’acropolis o cittadella; uno dei termini latini per indicare la città è oppidum, che significa luogo fortificato, mentre civitas più che indicazione topografica è termine giuridico per designare lo Stato.

Nello stesso periodo romano, con l’ingrandire della città in cinte sempre più vaste di mura, col sorgere di una classe dominante di patrizi proprietari di vaste tenute agricole e di numerosi schiavi, si ebbero le aedes e le insulae private ed anche un frazionamento della proprietà urbana tra abitazioni dei ceti inferiori. Lo Stato tuttavia, repubblicano o imperiale, conservò su tutto il complesso urbano uno stretto controllo, dimostrato dalla grande importanza della magistratura degli edili; fino all’altro riflesso tradizionale che ci narra di Nerone, invasato da progetti grandiosi di rinnovamento urbanistico, che non avrebbe esitato dinanzi al mezzo radicale di dare alle fiamme i quartieri dell’urbe.

Nel medioevo lo sviluppo dei grandi centri ebbe un rinculo rispetto ai fasti delle capitali asiatiche e classiche. Sorsero i manieri feudali, attorno ad essi o ai loro piedi si aggrupparono i borghi, alloggio prima di servi e di domestici, indi a poco a poco di maestri artieri e di mercatori indipendenti.

È con la borghesia moderna che nascono e ingrandiscono le città. Esse, superando ogni considerazione di difesa militare dei poteri signorili o dinastici, abbattono e travalicano le anguste cinte di mura e di bastioni, e si dilatano a formare gli enormi agglomerati contemporanei, entro la cui cerchia sono ammassati in opifici e stabilimenti giganteschi i milioni di lavoratori che la moderna tecnica produttiva ha concentrato.

Una tesi fondamentale marxista è la stretta relazione fra il dilagare della produzione industriale e dell’economia borghese e l’imponente fenomeno sociale dell’urbanesimo. “La borghesia ha assoggettato la campagna alla città: ha creato città enormi aumentandone immensamente gli abitanti in confronto di quelli delle campagne; così una parte considerevole della popolazione è strappata all’ignoranza della vita rustica” (Manifesto).

Forse è stata l’Italia, seguita dai Paesi Bassi, a dare i primi esempi, sul finire del medioevo, di grandi città di tipo moderno. I grandi palazzi, e gli imponenti complessi di case civili, non portano solo i nomi e gli stemmi delle grandi famiglie gentilizie, ma appartengono a ditte formate da gente plebea che ha accumulato nelle banche, nei commerci, nella navigazione i primi grandi capitali, e già ne investe una parte notevole nell’edilizia urbana, mentre i più importanti maestri artigiani si fanno padroni dello stabile che alloga il loro laboratorio, come lo fu il bottegaio di Roma della sua taberna.

Diffusosi il capitalismo moderno in altri stati, vi sorsero o città industriali giovani e nate borghesi come Manchester o Essen, o grossi agglomerati periferici delle storiche capitali che dopo la caduta degli antichi regimi aumentarono a dismisura il numero dei loro abitanti, divenendo le grandi Parigi, grandi Londre, grandi Berlino di oggi; mentre oltremare altre città borghesi si fondavano, spoglie di quartieri storici, riconoscibili nella planimetria dal monotono reticolato ortogonale, segnate dallo standard di questo tempo mercantile e dalle leggi disumane della corsa al profitto.

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Quanto al meccanismo giuridico, quello dei codici romani e giustinianei, come si prestò assai bene per la conquista da parte del capitale del suolo agrario, servì nei codici dei nuovi poteri borghesi a disciplinare egregiamente il possesso l’acquisto e il trapasso dei beni urbani, sia quanto a fabbricati esistenti sia quanto a suoli disponibili per l’edificazione. Una particolare disciplina legale servì allo smistamento dei diritti dei singoli privati su edifici distinti in proprietà singole di piani o di appartamenti, con l’istituto del condominio per parti divise. Se la speculazione capitalistica dei nuovi padroni della società ebbe sviluppi di vasto raggio nell’investimento in tenute agricole e nella loro trasformazione secondo le nuove richieste del consumo ed utilizzando i nuovi mezzi e forze produttive, esercitazioni ancora più clamorose essa riuscì a compiere ovunque col “libero” commercio dei suoli edificatori e la continua esaltazione del loro valore che nel vecchio e nel nuovo mondo raggiunse quote iperboliche.

Benché le stesse regole di diritto dicano come si deve svolgere il mercato dei suoli agrari e dei suoli urbani, stabilendo l’equivalenza fra il valore immobiliare fondiario e la somma di numerario in cui si converte, nella realtà economica i due fatti sono diversissimi.

Si attribuisce alla terra agraria un valore spettante al proprietario giuridico, restando immutato il quale corre il gettito annuo continuo di una rendita fondiaria. Le scuole economiche conservatrici hanno ritenuto, da quella fisiocratica, che voleva, in difesa del regime feudale, fare l’apologia della forza produttiva della terra in contrapposto a quella della manifattura e dell’industria, il concetto di una produttività base della terra, sia pure la meno attrezzata, che senza e prima dello sforzo di lavoro elargisce un prodotto. Le migliori colture rese possibili dall’apporto di ulteriori investimenti di lavoro sotto forma di impianti e costruzioni diverse ed anche di periodici interventi con dissodamenti concimazioni e così via, aggiungono, per l’economia ufficiale, a quella rendita base, un nuovo gettito che costituisce il profitto dell’impresa agraria.

A parte la diversa posizione marxista della quistione — per cui, come abbiamo visto, la terra non ha una forza produttiva di per sé ed è uno strumento di lavoro — la rendita fondiaria non può oltre certi limiti elevarsi rispetto alla data estensione del terreno e al tempo del suo ricavo. Le stesse grandi migliorie fondiarie, nel presente meccanismo economico, se permettono di aumentare notevolmente la produzione di derrate, esigono tuttavia l’investirsi di capitali ancora superiori al valore fondiario base ed impongono attese lunghissime e perfino sospensioni di rendita che si devono portare al passivo in uno agli interessi del capitale investito. Quindi in regime capitalistico i suoli agricoli possono aumentare di valore ma entro limiti abbastanza ristretti. La trasformazione agraria, che interesserebbe moltissimo per il benessere comune, fa raramente comodo alla borghese classe dominante, e non raggiungerà un grande sviluppo che dopo la fine del capitalismo.

Ben altri fenomeni determinano il mercato dei suoli urbani e di tutto quanto sopra essi si eleva. Nella produzione agraria abbiamo un certo equilibrio fra la sua importanza come patrimonio di colui che su di essa vanta il titolo, e come contributo alla produzione: i regimi terrieri non erano i più predatori. Nell’economia industriale abbiamo che, restando limitati i valori patrimoniali titolari, si esalta enormemente il valore dei prodotti e la massa del profitto.

Sarà svolgimento di questa indagine portare in luce la modernissima tendenza ad un capitalismo senza patrimoni ma con altissimi profitti. Ma ritorniamo al nostro suolo edificatorio e troveremo un esempio di un massimo di patrimonio concentrato su di una estensione piccola completamente inerte, ove non cresce una pianta di insalata e non si investe un’ora di lavoro umano. Finche il suolo non sarà venduto per costruzione, non vi è alcun bilancio di gestione o di esercizio, non occorre alcun capitale mobile. Non si pagano neppure imposte, finché appunto non fu istituita quella “patrimoniale”. Questa voleva costituire una moderata confisca parziale di patrimoni privati, ma in realtà viene pagata anch’essa attraverso i vari redditi delle classi abbienti e nel caso del nostro lotto per costruzioni non è che minima sottrazione all’incessante aumento di valore patrimoniale e venale, di regola assai più forte di quello di un patrimonio monetario cui si lasciassero aggiungere gli interessi.

Ora questa speciale forma di arricchimento delle classi borghesi non è che un aspetto dell’accumulazione primitiva del capitale, che parte dal depauperamento e dalla cattura nei gorghi dell’urbanesimo industriale, imposti ai piccoli produttori liberi contadini o artigiani ridotti a proletari nullatenenti. Si tratta di un fatto sociale; attraverso il concentrarsi nei limitati spazi urbani di masse di forze produttive, che vanno dall’uomo alle macchine e alle complesse attrezzature moderne, condizione base dell’enorme profitto che l’industria offre al padronato è la disposizione di aree in quelle zone privilegiate per allogarvi opifici, uffici, abitazioni per le masse dei salariati. È dunque possibile che nel mercato di queste aree somme sempre più alte corrispondano alle stesse estensioni di suolo, e l’unità commerciabile non è più l’ettaro o l’acre ma il metro o il piede quadrato.

L’evoluzione del complesso organismo urbano si svolge in direzioni che tutte conducono ad aumentare il costo del suolo edilizio. Col progressivo aumento dell’intensità del traffico nelle strade, sebbene l’aumentata velocità dei mezzi meccanici faciliti il passaggio di un maggior numero di persone e volume di merci nel medesimo tempo, s’impone l’allargamento delle strade, e ad ogni trasformazione le isole fabbricate diventano più piccole. Nello stesso tempo il progredire della tecnica consente di aumentarne l’altezza, e quindi sulla stessa area si ha maggior numero di ripiani di ambienti e di abitatori. Aumentati così lo sfruttamento e la utilità del suolo, ne aumenta il prezzo che il proprietario pretende se lo aliena. Con i criteri della vigente economia si stima il valore di un suolo edificatorio calcolando quale sarà la rendita del massimo edifizio, si deduce la spesa per eseguire la costruzione, la quale risulta in generale inferiore al valore, precedentemente detto, dell’edifizio. La differenza è un premio che compete al proprietario del suolo, è un valore fondiario, di natura diversa da quello degli immobili rurali, che tuttavia genera una rendita anch’esso quando il padrone del suolo resta padrone dell’edifizio.

Per chiarezza notiamo che nella locazione per abitazione delle case costruite non figura o risulta alcun profitto di intrapresa comparabile a quello dello affittuario agricolo che passa un canone al proprietario del fondo e provvede poi all’esercizio e alla coltura di esso, restando padrone del prodotto.

Non è comparabile economicamente all’affittuario intraprenditore agrario l’impresa che ha costruito l’edifizio; questa viene soddisfatta nel suo avere e scompare dal rapporto: quando abbiamo parlato di calcolo della spesa di costruzione abbiamo considerato compreso in essa l’utile dell’impresa edilizia ed anche gli interessi commerciali spettanti al capitale liquido rimasto impegnato per il tempo della costruzione. In tutti questi processi economici le varie figure possono coincidere nella medesima persona, ma bisogna ben distinguerle per decifrare i processi che studia il determinismo economico. Così nell’agricoltura non sempre si distingue il proprietario fondiario, il fittavolo intraprenditore, il lavoratore manuale salariato. Il grande agrario coltivatore diretto riunisce le prime due figure in sé; il piccolo colono le ultime due, il piccolo proprietario contadino tutte e tre. Similmente nella proprietà edilizia il possessore di un suolo può costruirvi la casetta che abiterà, se non colle sue mani, per lo meno col sistema “in economia”, e spendendovi denaro proprio: costui sarà non solo proprietario, ma insieme banchiere, impresa costruttrice, locatario di se stesso.

Vedemmo già che un testo marxista ricorda come in Inghilterra l’industriale spesso non è proprietario della fabbrica. In altro testo, del quale tra poco ci occuperemo assai ampiamente, è perfino rilevato che il proprietario della casa può non essere proprietario del suolo su cui è costruita. Determinati ordinamenti giuridici rendono infatti possibile la concessione di costruire sul suolo, il cui proprietario riceve un canone dal costruttore e possessore della casa. Simili forme molto interessanti, diciamo di passaggio, vanno diffondendosi per costruzioni ed impianti fatti a loro spese da privati speculatori su suoli non loro, ma demaniali, ossia di proprietà di Enti pubblici (comuni, province, stati), si ha così la concessione, istituto che sta estendendosi notevolmente, tipo di capitalismo senza proprietà.

Il senso del movimento economico del moderno tempo capitalistico è nella distinzione, separazione, sceveramento tra le figure economiche di un ciclo di produzione-consumo, e non nella loro sovrapposizione e confusione. Non solo questa è una tesi obiettiva fondamentale, ma va accompagnata all’altra per cui questo senso di sviluppo del mondo capitalistico è quello che noi marxisti, suoi implacabili avversari rivoluzionari, accettiamo e sviluppiamo come base del trapasso alla economia collettiva.

Riprendendo quindi l’edifizio testé costruito e appartenente a un titolare privato, e dopo aver visto come sorge e si trasmette nell’ordine presente la sua titolarità patrimoniale, esaminiamone l’esercizio e la gestione. Premettiamo tuttavia un concetto di economia urbanistica importante. Il patrimonio fondiario rurale è in un certo senso perpetuo poiché nel ciclo di esercizio la terra riproduce fisicamente la sua produttività base, a differenza per esempio di un giacimento minerario di cui si può calcolare l’esaurimento. Il fabbricato urbano invece non è eterno. È solo la letteratura che canta “exegi monumentum aere perennius”, elevai un monumento più eterno del bronzo; ed anche i colossi edilizi di tempi passati hanno una vita, sia pure lunga, deperiscono e muoiono. Il normale fabbricato per abitazioni ha per diverse ragioni un limitato ciclo di vita. Da una parte il tempo ne logora le strutture, avvicinandole al cedimento e alla rovina, dall’altra il tipo di abitazione si trasforma col progresso della tecnica, deve soddisfare nuove esigenze e lo fa talvolta con dispositivi meno costosi degli antichi. Come ricorda anche il testo cui ci riferiamo avviene ad un certo punto che il fabbricato vale economicamente meno del suolo che occupa, essendo le sue abitazioni meritevoli di bassi canoni, ed essendo cresciute le spese di esercizio. Il ciclo di vita di un fabbricato urbano per case di abitazioni può essere assai variabile, per dare un esempio che contrappone poveri a nababbi, vinti a vincitori, sarà a Napoli di 300 anni, a Nuova York di 30.

Il proprietario del fabbricato trae le sue entrate dalle pigioni o canoni di locazione che versano periodicamente gli inquilini. Tale gettito non è affatto eterno e costante, e non è per intiero a disposizione del padron di casa. Ad esso, che suol chiamarsi rendita lorda, si oppongono una serie di uscite: spese per la custodia del fabbricato (portiere), per la illuminazione e pulizia dei passaggi comuni agli inquilini (androni, scala ecc); spese di manutenzione delle parti che vanno in logorìo, spese generali per l’amministrazione e varie. Nei casi normali occorre aggiungere una quota media di sfitto o di pigioni non incassate. Ed infine per provvedere al deperimento del fabbricato occorre accantonare la così detta quota di ammortamento, ossia una annualità periodica tale che messa a risparmio possa accumulare alla fine dello stabile la somma da spendere per ricostruirlo a nuovo. Sommate tutte queste spese e dedotto il loro importo dall’entrata lorda, dedotte altresì le tasse che si pagano a pubblici enti, rimane l’effettivo reddito netto che il proprietario è libero di godere. I correnti estimatori traggono la cifra del valore patrimoniale dello stabile da quella del capitale che ai vigenti tassi di interesse riprodurrebbe la rendita netta. Una analisi più approfondita mostra che tale procedimento incorre in molte inesattezze perché implicitamente ammette la costanza in avvenire di molte condizioni che in effetti sono mutevoli.

Abbiamo ricordato tutto ciò per mostrare con un facile confronto le differenze economiche e sociali tra l’azienda che ha in gestione il proprietario di case, e le generali aziende produttive dell’agricoltura e dell’industria. Queste basano la loro entrata di esercizio sul realizzo di prodotti che di continuo generano e portano a vendere sul mercato. Con tale entrata lorda soddisfano le varie spese tra cui vi sono due categorie importantissime, che per il proprietario di case sono praticamente assenti: acquisto di materie prime da manipolare; remunerazione di lavoro salariato. Quindi il rapporto della locazione di casa manca di questi tre elementi: produzione di merci, salario, acquisto di materie prime. Vi è in realtà un logorìo e un consumo della casa, ma è piccola frazione del bilancio annuo, minima della consistenza patrimoniale, e vi provvedono gli indicati accantonamenti economici. Invece nell’industria quelle tre partite (prodotti, salari, materie prime) non solo rappresentano la parte preponderante del bilancio annuo, ma possono raggiungere cifre più elevate, in certi casi, dello stesso valore di patrimonio degli impianti, pure avendo provveduto nel ciclo a conservarlo intatto. Nel diritto e nell’economia comune avviene tuttavia per la locazione di case un regolare e contrattuale scambio di prestazioni e di valori, come accade quando si danno delle monete contro un pezzo di pane. Che cosa ottiene l’inquilino in cambio del suo danaro? Non certamente qualcosa che possa asportare o consumare distruggendola. Nel linguaggio del codice borghese egli ottiene l’uso della sua abitazione, e lo paga ai prezzi correnti per unità di tempo. Adunque il locatore vende all’inquilino semplicemente l’uso, il possesso della casa, il diritto di entrarvi e restarvi. Vedremo subito come questo scambio nell’economia marxista è considerato uno scambio commerciale, tra equivalenti, in cui può bene una delle parti danneggiare l’altra perché tutto il commercio borghese è una rete d’imbrogli, in cui è sempre probabile che sia il più abbiente a farla al più povero. Ma non vi è applicazione di forza lavoro alla trasformazione di materie e quindi non è questo un settore del campo in cui si genera, acquistando la particolare merce che è la forza umana di lavoro, la formazione di plusvalore e il profitto capitalistico.

Nella presente meccanica dei rapporti tra contraenti, queste peculiarità del rapporto locativo producono sensibili disparità pratiche e giuridiche. Esse si riducono al fatto materiale che il produttore agricolo o industriale tiene bene in pugno la sua merce e per fargli allargare le dita occorre di norma cavar fuori il danaro. Quella particolare merce che è il possesso della casa, anche se vogliamo chiamarlo un prodotto, sta nelle mani non del padrone ma dell’inquilino: se questi non paga ci vuole un complicato meccanismo giudiziario-poliziesco per metterlo fuori. E su ciò che si basano le baggianate e la demagogia della borghese legislazione sulle case in tempi di emergenza, e il suo sfruttamento da parte di partiti popolareschi e pseudo-socialisti. Prima tuttavia di delucidare questo punto ci corre l’obbligo, per illustrare la nostra tesi che il rapporto di locazione non è un rapporto capitalistico, di provare in primo luogo di non aver detto una eresia né una fesseria, in secondo luogo di non aver scoperto proprio nulla di nuovo.

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Lenin, nel suo scritto cardinale “Stato e Rivoluzione” cita largamente le più note opere di Federico Engels come “Origine della proprietà della famiglia e dello Stato” e “La scienza sovvertita dal signor Eugenio Dühring“, ma al capitolo IV si riferisce ad un lavoro dello stesso scrittore, molto a torto meno noto e meno adoperato nella propaganda socialista. Il titolo del lavoro è “La quistione delle abitazioni”. Lenin si serve di quanto Engels dice sul programma dei comunisti in materia di alloggi per porre con l’abituale perspicuità in evidenza il compito dello Stato nelle mani del proletariato, le analogie e le differenze che corrono tra questo Stato di domani e l’attuale Stato della borghesia quanto alla loro forma e quanto al contenuto della loro attività. La preoccupazione di Lenin è di pervenire a due solidi caposaldi. Primo: lo stato che uscirà dalla rivoluzione è una macchina nuova e diversa che si formerà dopo avere abbattuta ed infranta quella dello stato attuale; secondo: le funzioni di questa nuova macchina di potere e il suo intervento di classe nel corpo della vecchia economia si svolgeranno in modo da non dare a temere (come liberali e libertari insinuano) che sul nuovo potere si edifichi una nuova forma di sopraffazione, di sfruttamento sulle masse da parte di una cerchia di privilegiati. Il problema se finora la storia abbia dato conferma alla costruzione dottrinale marxista e leninista anche in questo punto, non può essere sicuramente abbordato senza una completa chiarezza nella indagine positiva sui rapporti economici e sociali di oggi. Il campo del settore abitazioni serve mirabilmente ad Engels e Lenin per far misurare l’abisso che corre fra le soluzioni proprie della critica rivoluzionaria marxista, e quelle smerciate o dai puerili utopismi, o dai riformismi legalitari e anticlassisti.

Lo studio di Engels porta la data del 1872 e raccoglie tre articoli pubblicati nel Volksstaat di Lipsia, che l’autore riunì con una prefazione del 1887. Engels li scrisse in replica a scritti di un certo Mülberger ospitati nella stessa rivista e completamente deviati dalla linea marxista in senso proudhoniano. Engels ne trae occasione per una critica della posizione piccolo-borghese del Proudhon, posizione che sotto vari nomi, prima e dopo di allora, incessantemente riaffiora e insidia la direttiva marxista. Si tratta di una esposizione condotta con mano di maestro nella quale, come sempre in Engels, stupisce la sicurezza teoretica accompagnata alla chiarezza cristallina dello svolgimento e della forma. Forse la letteratura marxista non possiede, per il settore della produzione agraria, un testo completo e sistematico, come questo che definisce ed esaurisce l’argomento della proprietà urbana. E pure l’impareggiabile uomo che era Engels tiene a chiarire, quasi scusandosi, che nella distribuzione del lavoro tra Marx e lui, perché il primo potesse dedicarsi tutto alla sua opera massima, toccava a lui, Engels, sostenere il loro indirizzo nella stampa periodica; ed aggiunge che egli ha voluto, prendendo occasione dalla quistione delle abitazioni, aggiornare la critica di Proudhon fatta nel 1847 con la “Miseria della filosofia”, concludendo testualmente: Marx avrebbe fatto il tutto molto meglio e in modo più esauriente!

La posizione contro la quale sin dall’inizio Engels appunta la sua critica è quella che vuole risolvere la “crisi delle abitazioni”, fenomeno moderno che ha colpito e colpisce in ripetuti periodi i più varii paesi, con una riforma attraverso la quale ogni inquilino diventa il proprietario della abitazione in cui vive attraverso un riscatto che ne paghi a rate il prezzo al proprietario. A questo grossolano errore programmatico l’articolista confutato perviene, naturalmente, attraverso madornali errori di economia, che Engels elimina traendone brillante occasione per rimettere in luce la interpretazione economica marxista. Una delle tesi sballate è questa: “quello che è l’operaio salariato di fronte al capitalista è il locatario di fronte al possessore di case”. Marx avrebbe forse sprizzato fiamme e lanciato fulmini al sentire di queste tamburate; Engels dice con calma: ciò è del tutto falso. E pazientemente e limpidamente spiega come stanno le cose, richiamando i semplici criteri descrittivi che noi abbiamo esposti più sopra. Egli ne trae la confutazione del calcolo balordo per cui l’inquilino pagherebbe a furia di mesate, due, tre, cinque volte il valore della casa. Ne trae dippiù occasione non solo per sviscerare la critica economica al così detto socialismo piccolo borghese, ma anche i “chiodi” etico-giuridici di questo. L’articolista, che come migliaia di suoi compagni nel peccare si credeva marxista, si era lasciato sfuggire quest’altra scarola: “La casa una volta costruita serve come un titolo perenne di diritto”; secondo Proudhon infatti tutto consiste nel riuscire ad introdurre nella economia “l’eterna idea del diritto”. Engels mostra la vacuità di un tale linguaggio che vorrebbe stigmatizzare l’esosità del lucro del padron di casa come una volta si scomunicava quello dello strozzino; e cita Marx: “sappiamo noi qualcosa di più intorno all’usuraio se diciamo che egli contraddice alla eterna giustizia, alla eterna equità, alla eterna reciprocità e alle altre eterne verità, di quello che sapessero i padri della chiesa quando dicevano che contraddiceva all’eterna grazia, alla eterna fede e all’eterno volere di Dio?”

Tra il 1847 e il 1887 un avversario era messo a terra quando era convinto di teismo. Marx ed Engels, atleti della polemica, avrebbero oggi un compito più duro, perché gli scrittorelli marxisti non sono slittati solo fino a Proudhon, ma fino agli stessi Padri della chiesa. Praticano ormai il “catch as catch can”!

Poiché l’incauto articolista non si contenta di progettare la sua miracolosa “riforma di struttura” per le case abitate, ma vanta di possedere simile ricetta per tutti gli altri settori, Engels estende il campo della sua messa a punto sulla descrizione marxista del processo produttivo, anche alla quistione del saggio d’interesse del capitale, deridendo la pretesa di “prendere finalmente per le corna la produttività del capitale” con una legge transitoria per fissare gli interessi di tutti i capitali all’uno per cento! E pure ancora oggi quanti e quanti presentano la lotta socialista come una campagna per abolire l’affitto della casa, quello della terra e il frutto del denaro, pensando di avere così trasportato sulla terra il regno della morale, coll’impedire di guadagnare a chi non lavora; allorché invece si tratta di sradicare tutto un ingranamento di forme sociali protetto e difeso dalle mostruose impalcature di potere armato concentrato nello stato politico!

La risposta di Engels stabilisce che “la produttività del capitale è una assurdità presa senz’altro dagli economisti borghesi”. In verità l’economista borghese classico è più serio di quello piccolo-borghese e riformista, poiché (dopo aver contestato ai fisiocrati che la ricchezza sorgesse dalla produttività della terra, ai mercantilisti che sorgesse dalla produttività dello scambio) affermò esattamente che è il lavoro la sorgente di ogni ricchezza e la misura del valore di tutte le merci. Per spiegare tuttavia come il capitalista, che impegna il suo capitale nell’industria, non solo alla fine dell’affare lo ricupera, ma in più ne trae un profitto, enunciò, avvolgendosi in mille contraddizioni, una certa “produttività del capitale”. Per i marxisti invece è produttivo soltanto il lavoro, non il fondo o la casa del proprietario d’immobili o il danaro del banchiere. Il fondo, la casa, la fabbrica, la macchina sono forze produttive perché sono strumenti e mezzi di produzione ossia sono adoperati dall’uomo per lavorare. Nell’attuale ordinaménto, e finché non sarà rovesciato, la facoltà del danaro e del capitale non è una facoltà produttiva ma è la facoltà sociale “ad esso pertinente di potersi appropriare il lavoro non pagato dei lavoratori”.

Pure essendo in possesso soltanto di una traduzione scadente, cessiamo di parafrasare e lasciamo parlare Engels: “l’interesse del denaro dato a prestito è solo una parte del profitto; il profitto, sia esso del capitale industriale o del commerciale non è che una parte del plusvalore che la classe dei capitalisti sottrae alla classe dei lavoratori sotto forma di lavoro non pagato. Per ciò che riguarda la spartizione di questo plus-valore fra i singoli capitalisti, è chiaro che per l’industriale e commerciante, i quali hanno nelle loro imprese molto capitale anticipato da altri capitalisti, la quota del loro profitto crescerà in quanto cada la percentuale dell’interesse. Perciò il ribasso e la finale abolizione dell’interesse non afferrerebbero in alcun modo “per le corna” la così detta “produttività del capitale” ma solo regolerebbero altrimenti la divisione tra i capitalisti del plus-valore non pagato e sottratto alla classe dei lavoratori, e assicurerebbero un vantaggio non già al lavoratore di fronte al capitalista industriale, ma proprio a costui di fronte a chi vive di rendita”.

Ritorna la tesi su cui in queste pagine stiamo battendo: non sono il rentier, il signore di terre e di palagi, che tanto ci fregano, questi poveri avanzi di un tempo che fu, ma il capitano d’industria, l’imprenditore, modernissimi e progressivi! e dinanzi a questi ultimi proclamiamo: ecco il nemico!

Il proudhonista immagina che questa compressione e finale soppressione dell’interesse del capitale comporti, oltre ad una generale meravigliosa panacea su tutte le altre questioni economiche e sociali: credito, debiti di stato, debiti privati, imposte, appunto l’abolizione per sempre della pigione delle case. Engels gli dimostra che anche se questo piano semplicistico fosse possibile, non ne verrebbe spostato il rapporto economico fondamentale capitalistico tra lavoratori salariati e padroni delle aziende di produzione; lo rimanda più e più volte alle basi dell’economia marxista e al Capitale di Marx: “La pietra angolare della produzione capitalistica è il fatto che l’ordinamento attuale della società pone in grado di comperare la forza di lavoro dell’operaio al suo valore, ma di ricavarne molto più del valore stesso, facendo lavorare l’operaio più a lungo di quello che sia necessario per la riproduzione del prezzo pagato per la forza di lavoro. Il plus-valore in tal modo prodotto viene ripartito complessivamente tra la classe dei capitalisti e dei proprietari di fondi, unitamente ai loro servi, dal papa e dall’imperatore sino alle guardie notturne”. Ora il costo commerciale della casa come quello del pane del vestimento ecc. entra nelle spese di riproduzione della forza lavoro, nella parte di questa forza che il salario remunera, e costituisce il lavoro necessario, ed è oltre questa che veniamo nel campo del plus-valore o lavoro non pagato che compare nel prezzo del prodotto insieme a quello pagato. Come in tutti gli scambi con danaro, l’operaio ed ogni altro compratore può essere truffato; nello scambio del suo lavoro col salario deve essere truffato. Il rapporto dove viene colto il carattere capitalistico dell’economia è quello in cui il lavoratore incassa la sua paga, non quello in cui la esita tra panettiere, sarto, padron di casa eccetera.

Chiarita la quistione di analisi economica lo studio di Engels con non minore energia ribatte l’errore di natura sociale accusando i proudhonisti di ogni tipo di porre in evidenza sempre quelle rivendicazioni che sono comuni agli operai salariati e ai piccoli e medii borghesi, ma che, come classe, soltanto questi ultimi hanno interesse a difendere, e dimostra quanto una tale posizione sia reazionaria. Egli raccoglie dalla declamazione opportunista queste sciocche parole. “Noi siamo di gran lunga inferiori ai selvaggi; il troglodita ha la sua tana, l’australiano la sua capanna di argilla, l’indiano il suo focolare, il proletario moderno sta di fatto sospeso nell’aria”, ecc.

Va ancora riportata nel suo testo la magnifica confutazione di Engels che si riferisce anche alla non meno pestilenziale richiesta della parcellazione rurale. “In questa geremiade abbiamo il proudhonismo in tutta la sua figura reazionaria. Per creare la moderna classe rivoluzionaria del proletariato, era assolutamente necessario tagliare il cordone ombelicale che teneva legati i lavoratori del passato al suolo e al fondo. Il tessitore a mano che oltre al suo telaio aveva la propria casetta, il proprio giardinetto e il proprio campicello, era, pur con ogni miseria e con tutta l’oppressione politica, un uomo tranquillo e contento; si cavava con tutta la beatitudine e riverenza il cappello davanti ai ricchi, ai parroci, agli impiegati dello stato, e nell’intimo era in tutto e per tutto uno schiavo. Per l’appunto la grande industria moderna, che del lavoratore incatenato al suolo fece un proletario al tutto privo di possesso, sciolto da ogni vincolo e veramente libero come un uccello, appunto questa rivoluzione economica è quella che ha creato le condizioni sotto le quali soltanto può venire distrutto lo sfruttamento della classe lavoratrice nella sua ultima forma, la produzione capitalistica. Ed ora viene questo lacrimoso proudhonista e si rammarica, come di un grande regresso, della cacciata dei lavoratori dalla casa e dal focolare, che appunto costituisce la prima fra tutte le condizioni della loro emancipazione”.

Engels ricorda di avere per primo descritto nell’opera “Condizioni delle classi lavoratrici in Inghilterra” quanto fu feroce questa espulsione dei lavoratori dalla casa e dal focolare, e prosegue: “ma poteva mai venirmi in mente di vedere un regresso al di là dei selvaggi in questo processo evolutivo, in quelle circostanze storiche del tutto necessarie? Il proletariato inglese del 1872 è ad un livello infinitamente più elevato del tessitore campagnuolo con “casa e focolare” del 1772. E il troglodita con la sua tana, l’australiano con la sua capanna di argilla, l’indiano col suo proprio focolare avrebbero mai potuto produrre una insurrezione di giugno o una comune di Parigi?”.

Indi Engels satireggia con un gustoso esempio — che si direbbe formato dopo avere letto l’odierna legge sul piano Fanfani — le conseguenze del piano imbecille (che già a quei tempi si ventilava anche in America, come da una lettera di Eleonora figliuola di Marx circa l’esosa vendita di casette nei suburbi ai lavoratori) per far comperare a rate ad ogni operaio industriale la sua casetta, ed immagina un operaio che dopo aver lavorato in varie città possiede un cinquantesimo di casa a Berlino, un trentaseiesimo nell’Annover, ed altre frazioni ancora più complicate in Svizzera ed in Inghilterra, il tutto in modo che “l’eterna giustizia” non può dolersi.

In conclusione: “tutti questi punti che ci vengono qui proposti come quistione interessantissima per la classe dei lavoratori, hanno in realtà un essenziale interesse solo per il borghese, ed ancor più per il piccolo borghese, e noi crediamo, nonostante Proudhon, che la classe lavoratrice non ha alcuna propensione a badare all’interesse di queste classi”.

Naturalmente a questo punto viene chiesto ad Engels, a Lenin e a coloro che come noi sono tanto conservatori da non aver trovato nulla per superare posizioni vecchie di settantasette anni, che cosa si voglia fare, in ordine alle abitazioni. È appunto questo il passo che Lenin volle citare per dimostrare quanto poco vi sia di comune tra un estremismo utopista e le conseguenti posizioni del marxismo radicale, come a proposito delle prospettive sulla economia futura dice vivamente: “neppure un granello di utopia vi è in Marx”.

La conclusione di Engels è questa “come dunque risolvere la questione degli alloggi? Nella società attuale, essa si risolve assolutamente allo stesso modo che qualunque altra questione sociale, attraverso l’equilibrio economico che si realizza a poco a poco tra la domanda e l’offerta; ora, è questa una soluzione che aggiorna continuamente il problema e, per conseguenza, non è una soluzione. In qual modo la rivoluzione sociale risolverà questo problema è un fatto che dipende non solo dalle circostanze di tempo e di luogo, ma che è anche legato a questioni che vanno assai più lontano, e delle quali una delle più importanti è la soppressione dell’antagonismo tra la città e la campagna. Poiché non siamo qui ad immaginare sistemi utopisti sull’organizzazione della società futura, sarebbe per lo meno ozioso il soffermarcisi. Tuttavia, una cosa sola è incontestabile, ed è che già attualmente, nelle grandi città, vi sono abbastanza immobili per mettere fin da ora riparo ad “ogni vera penuria di alloggi”, a condizione che vengano utilizzati razionalmente. Questa misura non è realizzabile, beninteso, se non a condizione di espropriare i proprietari attuali, e di ammettere nei loro immobili i lavoratori senza alloggio, o che vivono in alloggi soprapopolati. Dal momento che il proletariato avrà conquistato il potere politico, una tale misura, dettata dall’interesse pubblico, sarà realizzabile con la stessa facilità delle espropriazioni e requisizioni di alloggi operate ai nostri giorni dallo Stato”.

Lenin illustra che questo esempio dimostra una analogia formale tra certe funzioni dello attuale stato borghese e quelle che eserciterà la dittatura del proletariato.

Ma una cosa è molto notevole. La legislazione di guerra degli stati borghesi si è spinta alla limitazione e al blocco dei canoni di affitto, al divieto della espulsione dei locatari, così come in dati casi il meccanismo legale presente prevede la espropriazione dietro indennità di stabili privati, per fini di utilità pubblica. Marx in altro punto rileva che la legge di espropriazione prevede il risarcimento del valore venale al proprietario, ma di nulla viene risarcito l’inquilino cacciato sul lastrico dai grandi rinnovamenti urbani moderni e che pure viene assoggettato a spese di trasporto, al pagamento di fitti più alti, oltre alla modernissima estorsione della così detta ceditura o buon ingresso nella nuova casa, se ha tanta fortuna da trovarla. Dippiù durante le operazioni militari è oggi ammessa la occupazione di appartamenti per usi bellici o servizi connessi.

La misura prevista da Engels per compensare la malattia sociale del sovraffollamento, ha però questo di radicale e di assolutamente originale rispetto a tutto quanto finora si è visto e rispetto a tutti i piani riformistici di mutamenti di titolarità giuridica e creazione di nuovi minuti proprietari. Si tratta di una revisione dell’uso delle case. I temuti commissari degli alloggi del dopoguerra, potevano immettere chi credevano in case disponibili, ma non ebbero facoltà di imporre coabitazione in appartamenti troppo grandi, e di sindacare il fatto che una famiglia ricca disponesse — a titolo di proprietà o di locazione poco importa — di cinque ambienti per individuo nelle città in cui i poveri occupano in cinque e più un ambiente solo. Ecco quello che sarà veramente un intervento dispotico, che darà un colpo terribile alla garanzia e sicurezza privata sinora esistite (parole del Manifesto) e che farà strillare maledettamente alla violazione rivoluzionaria della santità del domicilio e del focolare!

Si prevede dunque come misura rivoluzionaria immediata la redistribuzione dell’uso delle case tra gli abitanti della città restando una prospettiva ulteriore il disaffollamento delle città congestionate.

Quello però che non mancherà di stupire molti che si credono marxisti, è il concetto economico di Engels secondo cui l’uso della casa non sarà immediatamente gratuito, per tutta quella fase che Marx chiama primo stadio del comunismo economico e su cui Lenin a suo luogo si trattiene illustrando la celebre lettera a Bracke sul programma di Gotha. Ecco l’altro passo di Engels: “Va constatato che l’effettiva appropriazione da parte del popolo lavoratore di tutti gli strumenti di lavoro e di tutta l’industria è in completa opposizione col riscatto propugnato da Proudhon. Secondo quest’ultima soluzione ogni operaio diviene proprietario del suo alloggio, del suo campo, dei suoi utensili. Secondo la prima è il popolo lavoratore che rimane proprietario collettivo delle case, delle fabbriche e degli strumenti di lavoro. Il godimento di queste case, di queste officine etc, almeno nel periodo transitorio non sarà lasciato agli individui e alle ditte private SENZA IL PAGAMENTO DI UN CANONE. Allo stesso modo, la soppressione della proprietà fondiaria non implica la soppressione della rendita fondiaria, ma la sua restituzione alla società, almeno sotto una forma modificata. L’appropriazione reale di tutti gli strumenti di lavoro da parte del popolo lavoratore non esclude quindi in alcun modo il mantenimento dell’affitto e della locazione“.

Solo nella fase superiore del comunismo in cui non verranno remunerati con moneta gli oggetti di consumo e i servizii varii, sparirà anche il canone locativo, provvedendo una organizzazione generale anche al mantenimento e rinnovo degli edifici di abitazione per tutti.

Ben si vede il contrasto profondo tra tale chiara delineazione e i programmi progressivi delle democrazie popolari, tutti consistenti nel promettere frammentazioni di rendita fondiaria. Dove, stringi stringi non vi è da spartire la centesima parte di quanto pappano le intraprese, la millesima di quanto annienta il folle disordine della produzione.

* * *

Quel tanto di reddito lordo della casa che non corrisponde ad inevitabili spese, senza le quali si resterebbe privi entro un certo termine di abitazioni servibili, e che si può considerare rendita fondiaria del suolo, funzione del privilegio sul suolo, pure essendo questo come dicevamo improduttivo fisicamente di frutti, spetta, dice lo stesso Proudhon, alla società, e sta bene. Questo, risponde Engels, significa la abolizione della proprietà privata sul suolo, argomento che “ci porterebbe molto lungi”.

Engels voleva evidentemente dire che senza dubbio con la rivoluzione proletaria e la statizzazione successiva della rendita fondiaria resta abolita ogni titolarità di privati sul suolo, tuttavia per il suolo urbano una simile “riforma” non è da escludere che possa essere fatta prima dallo stesso Stato borghese. Sarebbe una cosa più seria del “riscatto” da parte del locatario individuale.

Vediamo infatti che oggi non pochi urbanisti, certamente non di scuola marxista, propongono la “demanialità delle aree urbane”. Questa sarebbe dello Stato o del Comune nelle grandi città, dietro si capisce una piena indennità ai proprietari attuali. Questi urbanisti infatti partono dal fenomeno del rapidissimo aumento di valore dei suoli edificatori, in una cerchia ad anelli sempre più vasti attorno alle grandi città, da cui l’assurdo apparente notato da Engels che può convenire abbattere un fabbricato valido per speculare sul suolo. Ciò rende costosissime le operazioni di bonifica e risanamento urbano e fa sì che il capitale ne rifugge. Ora anche un buon borghese fautore del principio ereditario può affermare che quel premio enorme, realizzato in molto minor tempo, talvolta, di una generazione, non è accumulo di ricchezza che viene di padre in figlio, ma è palesemente risultato passivo di una serie di fatti sociali. Tutti i suoli della città sarebbero così fuori commercio, il Comune li smisterebbe nelle fasi opportune tra vie, piazze, edifizi pubblici e casamenti di abitazione; la costruzione di questi può essere data in “concessione” per un termine di varii anni, dopo dei quali ritornano all’ente comunale.

È chiaro che un tale piano, mentre non esclude affatto il pagamento di canoni di locazione da parte dei cittadini, non sarebbe affatto rivoluzionario e non intaccherebbe i principi sociali capitalistici.

Ma può con questi ed altri piani la società borghese superare i problemi dell’urbanesimo? La corrente scienza urbanistica si pasce di esercitazioni tecnico-architettoniche e dimentica che il fondamento di tale disciplina è di natura storica e sociale.

Impotente a reagire al dato della concentrazione di un numero sempre maggiore di abitatori su minimo spazio, l’urbanistica dei Le Corbusier e degli altri che passano per avanzatissimi spinge gli edifizii ad altezze vertiginose e ad un numero inverosimile di piani, fantastica di città verticali ad atmosfere forzate, utilizzando le risorse dell’impiego di strutture metalliche che hanno trasformato la tecnica e conseguentemente la estetica delle fabbriche. Ma questa tendenza appare “avveniristica” solo in quanto non sa domandarsi se il migliore indirizzo della vita collettiva e le forme che assumerà in avvenire corrispondono a questo raccapricciante affollamento di gente sospinta in una vita sempre più febbrile malata ed assurda.

Nel secondo dei suoi articoli Engels pone appunto il tema: come la borghesia risolve la quistione dell’abitazione; e confuta la letteratura borghese ipocritamente filantropica a proposito dei quartieri malsani e affollatissimi nelle moderne Metropoli.

Alla quistione è direttamente interessata la piccola borghesia, e tale punto è stato delucidato abbastanza. Ma vi è interessata, Engels dice, anche la grande borghesia. Anzitutto i pericoli di epidemie infettive tendono ad estendersi dai quartieri poveri a quelli signorili. L’ideale borghese, che in urbanistica chiamano zonizzazione, consiste nel selezionare bene tra case operaie e case ricche; ma nelle vecchie città si ha ancora traccia dell’organizzazione feudale che frammischiava palazzi e casette, nobili, popolani e servi. “La signoria capitalista non può permettersi senza pericolo il piacere di suscitare malattie epidemiche nella classe dei lavoratori”. Valga questa vivace battuta per quelli che hanno dipinto un Engels vecchio incline ad attenuare le avversioni di classe.

Un secondo punto riguarda la polizia politica delle città e la repressione delle insurrezioni armate, che fino alla seconda metà dell’ottocento ebbero buon gioco nelle vie strette e tortuose delle capitali. Engels ravvisa in un motivo di classe il taglio delle grandi strade ampie e rettilinee lungo le quali la mitraglia e l’artiglieria possono spazzare via i rivoltosi. La posteriore esperienza, se conferma che centro di ogni sforzo insurrezionale è la conquista delle grandi capitali e città industriali, mostra pure che le formazioni armate illegali guerrigliano meglio e più a lungo nell’accidentata campagna. Un buon esempio tecnico lo danno le forze di Giuliano, in quanto deve ritenersi che non sono una propaggine avanzata di lontani stati maggiori di forze regolari.

In terzo luogo Engels illustra le grandi intraprese speculative capitalistiche appoggiate dai governi sotto il doppio aspetto della costruzione di alveari per allogare gli operai presso le colossali fabbriche, il che tende a trasformare il libero salariato in una specie di “schiavo feudale del capitale” ; e della trasformazione edilizia e viaria dei quartieri centrali nelle grandi città, citando più volte il classico esempio del metodo Haussman con la grande curée del secondo impero, che creò i boulevards parigini in una orgia speculativa. Di questo tutte le altre nazioni hanno offèrto esempi suggestivi.

La base economica di questi rivolgimenti urbanisti, esaminata nel finanziamento statale, nel preteso selfhelp o autoaiuto degli operai, scarnendone la mercede, nella intrapresa privata, conduce l’autore a concludere che il motore e lo sbocco di tutto è il consolidamento sociale e politico del capitalismo.

Le tesi fondamentali marxiste sulla quistione degli immobili urbani, sono così riepilogate da Engels medesimo in cinque punti della confutazione ai proudhoniani.

1) – Il passaggio della rendita fondiaria allo stato significa abolizione della proprietà individuale del suolo, non del canone locativo.

2) – Il riscatto dell’abitazione per trasferirne la proprietà all’attuale inquilino non tocca per nulla il modo capitalistico di produzione.

3) – Questa proposta nell’attuale sviluppo della grande industria delle città, è tanto insulsa quanto regressiva.

4) – L’abbassamento coattivo dell’interesse del capitale non intaccherebbe minimamente il modo capitalistico di produzione; al contrario, come lo provano le leggi sull’usura, è altrettanto antico quanto impossibile.

5) – Con l’abolizione dell’interesse del capitale non si perverrebbe per nulla ad abolire la pigione delle case.

Rispetto poi all’indirizzo del grande capitalismo e degli urbanisti al suo servizio, circa la svolgersi della vita degli organismi urbani e circa la scarsezza delle abitazioni ecco in altri due punti, tratti dal testo, quali sono le tesi marxiste.

6) – non può sussistere senza difetto di abitazioni una società nella quale la grande massa lavoratrice è obbligata a rivolgersi al lavoro esclusivamente salariato per procurarsi i mezzi per vivere — nella quale il proprietario di case, nella sua qualità di capitalista, non solo ha il diritto, ma in virtù dello concorrenza, anche in certo modo il dovere di trarre dalla sua proprietà i più alti affitti. In una società simile il difetto di abitazioni non è un caso, esso è una istituzione necessaria e potrà essere rimosso solo quando tutto l’ordinamento sociale che ad esso dà luogo sia scalzato sin dalle fondamenta.

7) – Ogni soluzione borghese della quistione dell’abitazione naufraga per il contratto tra città e campagna. La società capitalistica ben lungi dal poter togliere questo contrasto non può che acuirlo sempre dippiù. Voler sciogliere la quistione dell’abitazione e voler mantenere le moderne città è un controsenso. Ma queste saranno rimosse soltanto con l’abolizione del modo capitalistico di produzione, con l’appropriazione per parte della classe lavoratrice di tutti i mezzi di vita e di lavoro.

* * *

Meritano una noticina a parte i capolavori dell’amministrazione pubblica italiana fascista e fascistoide a proposito di blocco dei fitti e ricostruzione di case, e i corrispondenti atteggiamenti di sporca demagogia da parte dei movimenti che, con la pretesa di rappresentarla, coprono tra noi di vergogna la classe operaia e le sue grandi tradizioni.

Speculazioni ciarlatanesche ed elettorali ne abbiamo viste e ne vediamo tutti i giorni innestarsi alla vicenda, molte volte tragica, della occupazione delle fabbriche e delle terre.

Non ancora abbiamo visto sperimentare l’invasione e l’occupazione delle case.

Il motivo è, tra l’altro, che non più i fantasmi dei baroni, non soltanto le persone degli affaristi super borghesi, ma anche troppi arrivati demagoghi e gerarchi, di là e di qua delle cortine di ferro, sarebbero disturbati nel loro tenore di vita da mantenuti.

La pianificazione capitalistica alla luce dell'esperienza inglese Pt.2

II.

L’assunto della prima parte di questo studio era di documentare come la tendenza all’accentramento, caratteristica della fase di sviluppo massimo e, nello stesso tempo, di crisi dell’economia capitalistica, postuli di necessità una tendenza alla pianificazione statale nel quadro di un’esigenza generale di difesa del regime del profitto. Assodare questo punto significava dimostrare, a complemento di quanto già si era fatto per la nazionalizzazione, che la parola d’ordine della pianificazione economica, agitata con particolare insistenza – in Italia come altrove – dai partiti della sinistra democratica, non soltanto non contrasta ma coincide con le tendenze generali del capitalismo, ed è “progressista”, per usare un termine che corre sulle bocche di tutto il politicantume di oggi ma non ha mai trovato cittadinanza nel pensiero marxista, solo nel senso che traduce in sintesi l’ideologia della punta più avanzata della classe dominante, degli strati più sensibili alle sue difficoltà interne e alle sue esigenze di conservazione; significa nel contempo dimostrare che la contrapposizione fra pianificazione, elevata a sinonimo di socialismo, ad anarchia della produzione, fatta sinonimo di capitalismo, è in realtà la contrapposizione di due tappe e di due modi d’essere nella stessa economia capitalistica.

In tutti i Paesi (e l’abbiamo documentato a proposito dell’Inghilterra, mia ciò vale anche per i paesi a “democrazia popolare”), la pianificazione ha per obiettivo dichiarato la “piena occupazione” e l'”aumento del reddito nazionale”. Ma, per l’analisi marxista, nessuno di questi obiettivi ha un contenuto ideologico astratto: entrambi hanno un contenuto materiale concreto. Quando la società capitalista persegue la piena occupazione, essa ha di mira non il benessere della collettività e la soddisfazione dei bisogni dei singoli che la compongono, mia la pienezza e continuità dell’estorsione del profitto: se tende ad ottenere che il più gran numero di forze-lavoro producano, è perché è suo interesse che il lavoro generi il massimo di plusvalore. Quando persegue l’obiettivo dell’aumento del “reddito nazionale”, ha di mira in realtà l’aumento della produzione, e quindi la massima valorizzazione del capitale. Chi perciò ascrive a merito della pianificazione in Inghilterra o in Russia o in altri paesi di aver “dato lavoro a tutti”, di aver aumentato il “reddito nazionale”, di aver dato impulso alla produzione, allo smercio, alle correnti di esportazione ecc., in realtà afferma che l’economia capitalista pianificata riesce a raggiungere (temporaneamente, per l’analisi marxista) quello stesso obiettivo che, a parità di condizioni, l’economia capitalistica non pianificata non era più in grado di raggiungere: lo sfruttamento più intensivo delle forze di produzione, col doppio risultato di scongiurare il pericolo sociale di una disoccupazione generalizzata e di un ristagno dell’attività produttiva, e di contrastare la tendenza generale alla caduta del saggio del profitto. Nel caso specifico dell’Inghilterra, la pianificazione, proponendosi il pieno impiego dei fattori produttivi per ristabilire l’equilibrio prima e l’attivo poi della bilancia dei pagamenti, ha realizzato le condizioni dello sfruttamento massimo della forza-lavoro non soltanto nazionale ma imperiale e del riassestamento della posizione finanziaria internazionale del capitalismo britannico.

La pianificazione si articola nelle seguenti facce: disciplina degli investimenti sia nel senso di incoraggiare i settori economicamente interessanti ai fini generali della solidità economica nazionale, sia in quello di rivendicare allo Stato il compito e l’autorità di investire; controllo del mercato del lavoro nel senso dell’orientamento delle forze lavorative verso i settori preferiti della produzione come in quello della determinazione del salario e delle condizioni di lavoro in genere; manovra dello strumento monetario per consentire sia la stabilità degli elementi di calcolo del piano, sia l’intervento diretto nel gioco dei prezzi e dei costi; politica fiscale diretta a comprimere i consumi in regime di alta produzione, e a pompare il massimo di reddito nazionale per reimmetterlo nel ciclo produttivo alle condizioni di rendimento massimo; politica doganale e valutaria di controllo delle importazioni, di stimolo e indirizzo alle esportazioni, di disciplina dei cambi; incremento della produzione di beni capitali a scapito dei beni di consumo.

La pianificazione è inscindibile dal raggiungimento del massimo sfruttamento del lavoro; implica perciò l’incremento massimo della produttività operaia e la contrazione dei consumi ai fini della disponibilità massima di mezzi di investimento e del massimo potenziamento della dotazione in beni capitali della “nazione”. Il raggiungimento di questi due obiettivi postula a sua volta il controllo degli organismi sindacali da parte dello Stato e, se possibile, il loro inserimento nel meccanismo produttivo. In Inghilterra come nelle “democrazie popolari” e, in altra forma, in quelle “parlamentari”, il sindacato è perciò condannato a fungere da strumento in mano allo Stato per assicurare le stabilità di una politica salariale conforme agli obiettivi del piano, per impedire lo scoppio di agitazioni sociali che non rientrino nel gioco normale della schermaglia democratica, e per avallare la pratica di “produrre di più consumando di meno “.

Quando queste condizioni siano realizzate, la pianificazione capitalistica “riesce”, e il suo riuscire significa lo sfruttamento massimo della forza-lavoro, la compressione del tenore di vita relativo della grande massa della popolazione produttrice, il consolidamento del regime del profitto. Non ingannino gli effetti “livellatori” della pianificazione, specie nei suoi riflessi fiscali: il sacrificio che la pianificazione chiede anche al capitalista individuale è il premio di assicurazione che questi deve pagare nell’interesse generale della classe, e quindi anche suo. Non inganni la limitazione dell’iniziativa personale e periferica degli imprenditori che ogni pianificazione importa: è la premessa della massima libertà generale e centrale della classe, soprattutto sul piano dell’imperialismo. Non inganni neppure la trasformazione fisica che in parte subisce la classe dominante, il declino del vecchio ceto imprenditoriale e l’ascesa dei “managers”: l’analisi marxista del regime del capitale non ha per oggetto persone fisiche, ma il sistema di produzione che li sorregge.

* * *

Assodati e documentati questi punti, si era concluso che il limite al quale la pianificazione tende è di creare delle “economie nazionali chiuse”, una forma esasperata di nazionalismo economico. Il paradosso dell’Inghilterra pianificatrice, come delle “democrazie popolari”, è in altre parole di raggiungere per altre vicende storiche il punto di approdo del fascismo e del nazismo avendo al timone della direzione politica ed economica dello Stato forze che si richiamano alla tradizione operaia; di essere coordinatrici all’interno, e ribelli ad ogni coordinazione economica esterna; di aggiungere un nuovo potenziale esplosivo, nazionalistico ed imperialistico, alla situazione mondiale.

È in questo destino storico della pianificazione, di trasferire ingigantiti sul piani internazionale i contrasti che è riuscita ad attutire sul piano interno, uno dei punti dolenti dell'”economia controllata”. Le armi ch’essa ha forgiate si rivolgono contro di lei. La pianificazione implica il controllo di tutti i fattori della produzione; ma c’è qualcosa che sfugge al suo controllo, ed è il mercato internazionale cui ogni economia, anche la più chiusa, non può sfuggire, verso il quale è anzi necessariamente protesa. Di più: ogni pianificazione nazionale è destinata ad interferire con gli sforzi di pianificazione internazionale che i centri mondiali del capitalismo vanno sempre più tenacemente e conseguentemente sviluppando. L’incrocio di queste due correnti esterne nel meccanismo interno della pianificazione realizzata su scala nazionale è destinato a sconvolgere periodicamente i regimi a “economia controllata”; la crisi inglese di alcuni mesi fa è parente stretta delle ricorrenti crisi dei paesi a “democrazia popolare”, almeno per quel che attiene ai rapporti fra centri economici dominanti (America, Russia) ed economie satelliti.

Gli avvenimenti che si sono succeduti dopo la pubblicazione della prima parte di questo studio hanno confermato in pieno quest’analisi. La “crisi inglese” dell’estate scorsa non è stata una crisi interna della pianificazione, checché abbiano voluto allora sostenere e sostengano oggi i corifei dell’economia scolastica (pienamente solidali con gli economisti della “sinistra democratica” nell’identificare pianificazione e socialismo). Quando scoppiò la bomba dei primi allarmistici discorsi di Cripps, l’economia britannica lavorava a pieno ritmo e le statistiche della produzione da una parte e del commercio estero dall’altra segnavano bensì un rallentamento rispetto al ritmo dell’anno precedente, non però un ristagno: lo stesso saldo della bilancia dei pagamenti recava alla fine del primo semestre 1949 un passivo alquanto inferiore al corrispondente periodo del 1948. Ma c’era da un lato la minaccia che, di fronte ad un mercato internazionale caratterizzato dalla diminuzione della domanda e dall’aumento dell’offerta di beni, e i cui prezzi tendevano a scendere, il ritiro delle esportazioni inglesi (legate ad un meccanismo rigido di costi) rallentasse, e dall’altro la realtà del permanere dello sbilancio nei confronti dell’area del dollaro, in seguito al quale le riserve in moneta dura e oro dell’area della sterlina si riducevano verso la metà dell’anno al limite minimo di 350 (e al 18 settembre, data della svalutazione, a 330) milioni di sterline, cioè alla metà della cifra raggiunta agli inizi del 1946. Il deficit dell’area della sterlina verso l’area del dollaro era sopportato quasi interamente dalla Gran Bretagna, ed era l’espressione del generale squilibrio nei rapporti fra la produttività (sia assoluta che relativa) degli Stati Uniti e quella degli altri paesi del mondo, ma soprattutto di un Paese a tassi di cambio sopraelevati e rigidi come l’Inghilterra pianificatrice, bisognosa d’altra parte per il suo gigantesco sforzo ricostruttivo di beni e servizi di ogni genere provenienti da oltre Oceano.

Ed è suggestivo rilevare – come risulta del resto dalla stessa pubblicazione ufficiale inglese (“United Kingdom Balance of Payments 1946-1949”) – come il deficit dell’Inghilterra verso gli Stati Uniti corrispondesse quasi esattamente al totale dei versamenti che la prima aveva dovuto fare ad altri Paesi della propria area a parziale copertura dei debiti contratti durante la guerra (le Sterling-balances), e degli investimenti compiuti, sotto l’egida del governo “socialista”, nelle colonie, due aspetti della spinta imperialistica inglese che si traducono, il primo, nello sforzo di tenere unite in un solo organismo finanziario ed economico accentrato a Londra il Commonwealth e, il secondo, in un’intensificazione degli investimenti nei territori colonizzati a compenso dei molti disinvestimenti dovuti effettuare in altri Paesi.

In altre parole, la crisi dell’estate 1949 rappresentava lo scotto del mantenimento o del rafforzamento delle posizioni imperialistiche di dominio della Gran Bretagna: questo a conferma del carattere… socialista della pianificazione laburista.

Ad una situazione di questo genere l’Inghilterra avrebbe teoricamente potuto rispondere con un irrigidimento della bardatura autarchica dell’intera area della sterlina, o, quanto meno, della propria bardatura autarchica che ha già i suoi pilastri nella drastica riduzione delle importazioni e perciò dei consumi, e nella inconvertibilità della sterlina. Diciamo teoricamente, anzitutto, perché l’intera struttura produttiva inglese è legata ad insopprimibili correnti di importazione; in secondo luogo, perché i Paesi del Commonwealth, per quanto uniti da rapporti strettissimi alla “madrepatria”, tendono sempre più, soprattutto in alcuni settori, ad orientarsi verso l’economia americana (Canada, Australia, Nuova Zelanda); in terzo luogo, perché, come avevamo accennato prima, la pianificazione inglese doveva necessariamente incrociarsi e scontrarsi con quell’autentica pianificazione internazionale, così sfacciatamente contrastante (nella formulazione se non nei fatti della storia dell’imperialismo) con la rivendicazione della libertà dei rapporti commerciali internazionali, che è la forza dell’America postbellica. Non rimaneva altra via che la svalutazione, e in questo senso premevano sia il centro dirigente inglese, sia il centro internazionale americano, interessata a spezzare il cerchio chiuso di una possibile e paventata “terza area,” tra quella del dollaro e quella del rublo e a gettar le basi, in tempi successivi, di una “liberalizzazione” degli scambi commerciali e dei tassi di cambio delle monete di tutto il mondo.

Svalutare significava per la classe dominante inglese offrire un premio agli esportatori e realizzare una riduzione del salario relativo della forza-lavoro nazionale (che era un altro modo di reagire alla caduta tendenziale del saggio del profitto); svalutare la sterlina significava per l’America, a parte le ragioni generali di classe che portano ogni governo borghese a solidarizzare con gli altri in tema di sfruttamento intensificato del lavoro, aprire la via ad un più stretto collegamento, se non ancora integrazione, dell’economia britannica nella propria, all’ingresso della Gran Bretagna e della gigantesca area del Commonwealth nella propria orbita, sotto il suo diretto controllo

Scivolata sulla buccia dei rapporti economici e commerciali internazionali, la pianificazione inglese si è salvata in virtù di forze e ragioni economiche e politiche internazionali. La svalutazione non avrebbe raggiunto i suoi effetti se non fosse stata corredata da una serie di accordi grazie ai quali l’America si impegnava a collaborare con l’Inghilterra alla soluzione dei suoi specifici problemi, le consentiva una riduzione dell’esborso di dollari fuori della propria area valutaria mediante acquisto con dollari ECA di grano canadese anziché statunitense, le assicurava nuovi aiuti di carattere finanziario, s’impegnava all’acquisto di maggiori quantità di stagno e caucciù, e infine prospettava la possibilità di sollevare il “partner” da una notevole aliquota degli oneri impostigli dal mantenimento della sua rete imperiale. Fra Inghilterra (e vogliamo dire Commonwealth britannico) ed Europa, l’America preferiva l’Inghilterra; il costo della svalutazione lo pagheranno infatti per larga parte i paesi europei, esposti al gioco di una penetrazione dei prodotti britannici nel permanere di un regime di inconvertibilità della sterlina e di limitazione delle proprie esportazioni nell’area di questa.

Val la pena frattanto di osservare come la svalutazione sia rientrata nella logica della pianificazione e l’abbia completata. Essa rafforza quella politica di riduzione dei consumi e del salario relativo delle masse lavoratrici (e perciò di corrispondente aumento del plusvalore), ch’era già una delle premesse dell’economia pianificata; rappresenta una nuova sferza all’incremento della produttività del lavoro, per la quale mobilita in un nuovo sforzo gli organismi sindacali; esige la stabilità dei salari in presenza di un inevitabile aumento dei prezzi; ha per conseguenza (vedi programma Attlee di fine novembre) una riduzione del programma di costruzioni, delle spese relative all’educazione, delle sovvenzioni per il mantenimento di alcuni prezzi politici; fa pagare ai proletari inglesi da un lato, ai proletari europei dall’altro (per non parlare degli americani), l’onere del mantenimento delle posizioni imperiali della classe dominante: altrettante facce, come s’è visto, della lotta per “l’aumento del reddito nazionale” e per “la piena occupazione dei fattori produttivi”…

Il bilancio di fine d’anno si salda, dopo la “crisi” di estate, in attivo. Aumentata la media mensile della produzione del carbone, della ghisa, dell’acciaio, dell’elettricità, rispetto al 1948; aumentate le importazioni ma, in misura parallela, le esportazioni; perfino quello che sembrava essere il punto debole dell’economia britannica, l’industria carboniera, chiude la partita con un sensibile aumento della produzione di fronte a una notevole riduzione del numero di operai occupati, cioè con un forte aumento della produttività media del lavoro; le organizzazioni sindacali solidali col governo nella politica del blocco delle mercedi e della repressione degli scioperi “selvaggi”; riduzione dello sbilancio verso l’area del dollaro; infine (dichiarazioni di Cripps in gennaio) aumento delle riserve di dollari e di oro dell’area della sterlina e, sul piano politico oltre che economico, più stretta collaborazione con l’America. Gli obiettivi di classe della pianificazione sono insomma raggiunti nei confronti e del proletariato nazionale, e di quello imperiale, e di quello europeo. Quanto alla subordinazione nei rapporti con l’America, non c’è classe dominante che non abbia trovato nel “vassallaggio” verso un più potente padrone la sua periodica tavola di salvezza. La pianificazione internazionale americana ha avuto pieno interesse a salvare la pianificazione nazionale britannica: questa ad appoggiarsi a quella.

* * *

Ma è, anche questa, una soluzione temporanea. Il fenomeno della “fame di dollari” è ormai un fenomeno permanente dell’economia mondiale capitalistica, né la svalutazione, se anche potrà aprire qualche fessura alle esportazioni britanniche nella barriera doganale statunitense, non sanerà, anzi aggraverà domani lo squilibrio; la svalutazione può avere l’effetto di una frustata alla produzione nazionale, ma notoriamente genera controreazioni che ne annullano a breve scadenza i beneficii sul piano strettamente commerciale; la rinnovata spinta alla esportazione delle merci inglesi provoca contraccolpi in tutto il mercato mondiale; a sua volta, l’America sarà portata a premere, nel quadro della conclamata “collaborazione”, sull’Inghilterra perché i vincoli di dipendenza di recente ribaditi non si allentino e perché la salvezza delle posizioni imperiali inglesi non pregiudichi l’ulteriore integrazione europea; il processo di polarizzazione del Commonwealth verso gli Stati Uniti è un fatto di portata storica che nessun espediente monetario può interrompere. L’Inghilterra, dopo di aver realizzato attraverso la svalutazione, cioè con una manovra monetaria, gli effetti “risanatori” delle correnti crisi economiche, col notorio vantaggio di poterli controllare e disciplinare, si ritroverà, presto o tardi, di fronte agli stessi problemi, complicati per giunta dal gigantesco riassestamento e rivoluzionamento dei rapporti di forza economici e politici in Asia e dall’evoluzione dell’economia statunitense: si ritroverà cioè in un mondo di rapporti economici internazionali le cui leve le sfuggono, e che rientrano nel gioco o di una pianificazione internazionale riuscita o di una crisi disintegratrice del mercato. Nella misura in cui, con la svalutazione, si è ancor più legata alla dinamica di fattori economici esterni, la pianificazione inglese è oggi sospesa, come e forse maggiormente che prima della crisi, a decisioni che escono dalla sua orbita e che del resto la sua spinta all’espansione ha affrettato.

È al traguardo di questi sviluppi internazionali che la critica marxista e il proletariato internazionale attendono.

Elementi di economia marxista Pt.10

Genesi della produzione industriale

L’espropriazione dei piccoli coltivatori e la sostituzione ad essi di grandi aziende agricole non solo permise all’industria capitalistica nascente di trovare masse di salariati non provenienti dall’artigianato corporativo, ma inoltre pose a disposizione del processo di accumulazione primitiva i suoi elementi materiali ed economici; infatti, poiché il diminuito numero dei coltivatori non fece scemare la produzione di derrate agricole, in quanto compensato dal maggiore sfruttamento dei giornalieri, da perfezionamenti tecnici, dal maggiore rendimento del lavoro in grande, si rese disponibile una larga massa di sussistenze, ed una quantità di prodotti agricoli aventi carattere di materie prime per la industria (filatura e tessitura di lino, cotone, lana, ecc.) Dopo la espropriazione le materie gregge sono acquistate dal capitalista manifatturiero e con esse le sussistenze disponibili sotto forma di salari pagati agli operai ingaggiati. La trasformazione dell’agricoltura, dunque, non ha soltanto offerto e fornito la nuova classe proletaria e il nuovo capitalista fittavolo, ma altresì a posto a disposizione del neo-capitalista cittadino il suo capitale costante (materie prime da lavorare) e il suo capitale variabile (sussistenze). Questo non accade solo in Inghilterra ma anche in molte parti dell’Europa Centrale, come nella Vestfalia all’epoca di Federico II dove i contadini filatori di lino vennero espropriati del suolo, e se vollero avere il lino da lavorare e sussistenze da consumare dovettero passare nei grandi opifici manifatturieri come salariati. In altri termini l’espropriazione dei rurali determinando offerta di materie gregge e sussistenze crea al capitale il suo mercato interno di acquisto. Ma questa distruzione di ogni industria domestica agricola, non è completa alla epoca della manifattura, poiché questa lascia sempre certe lavorazioni iniziali a piccoli artigiani o a piccoli lavoratori parzialmente coltivatori sparsi per la campagna. È solo la introduzione del macchinismo che estirpa definitivamente questa produzione primitiva e sparpagliata assorbendo tutte le operazioni della fabbrica e conquistando al capitale tutto il mercato interno dei manufatti.

Genesi del capitalista industriale

Veniamo ora al punto centrale: l’apparizione del primo capitalista industriale o di fabbrica (parlando propriamente è industriale anche il fittavolo).

Non negheremo che in alcuni casi il piccolo capitale iniziale siasi formato col frutto del lavoro accumulato di artigiani indipendenti ed anche di qualche operaio salariato; molto più spesso però diveniva capitalista il capo di corporazione o maestro d’arte che aveva naturalmente più mezzi leciti ed illeciti di mettere da parte denaro.

Essendo ormai disponibili i lavoratori da ingaggiare e le materie prime da acquistare, alla genesi del capitalista non occorreva altro che il possesso di una somma di denaro per le prime anticipazioni. Ora fin dalle epoche precedenti vi erano privati che disponevano di denaro accumulato in proporzioni ben più alte di quelle raggiungibili con i frutti del lavoro; esistevano cioè due specie di capitale non aventi ancora il carattere di quello industriale, ossia il capitale usurario e il capitale commerciale.

Abbiamo già detto che anche il beneficio realizzato da chi investe denaro nell’usura (intendendo con tal parola ogni prestito fruttifero) e nel commercio è sempre in misura più o meno diretta l’equivalente di un pluslavoro e quindi è un plusvalore. Tuttavia manca ancora la forma caratteristica della produzione capitalista ossia la compravendita diretta della forza lavoro, restando la produzione affidata a lavoratori non separati dallo strumento di produzione e dal prodotto. Costoro, non avendo abbastanza denaro per le anticipazioni della loro piccola lavorazione in materie prime ed altro, né per attendere il tempo e raggiungere il luogo più conveniente allo scambio del loro prodotto, devono cedere parte del loro utile all’accumulatore di denaro che fa per loro questi servizi; e cedendo il loro utile cedono parte del loro lavoro

Usuraio e commerciante disponevano dunque il denaro ma non potevano trasformarlo in capitale industriale per la costituzione feudale delle campagne e per quella corporativa delle città. Le vecchie società lottano contro il formarsi di capitali con le leggi severissime sull’usura e con la compagna morale a carico di chi vive di usura ed anche di mercanzia; è ritenuto più rispettabile del commerciante non solo il signore guerriero ma lo stesso avventuriero la cui figura confina con quella del brigante. Come sia gravemente colpita l’usura nel quadro etico della coscienza medioevale può dimostrarlo tra l’altro il posto che essa prende nel sistema dantesco delle pene. L’usura fa parte della violenza (benché il rapporto tra il prestatore di denaro e il pagatore di interessi appaia materialmente pacifico). Come il bestemmiatore è considerato violento contro natura perché spezza la legge della natura, insieme ad esso l’usuraio è chiamato violento contro l’arte ossia contro il lavoro umano perché spezza la legge morale secondo cui nessuno andrebbe privato di parte del frutto del suo lavoro. A noi non stupisce che la morale dantesca non veda lo stesso delitto della rendita del signore feudale e nemmeno mostri di sentire una pari indignazione contro lo schiavismo dell’antichità classica, benché lo ripudi in nome del principio cristiano. A quell’epoca storica appare moralmente ripugnante che il denaro frutti denaro a chi non lavora, fatto oggi che viene invece affermato conforme alla religione, alla natura, alla sana sociologia. E nei versi finali dell’11° canto dell’Inferno che Virgilio spiega a Dante l’indegnità dell’usuraio, invocando la Fisica di Aristotele secondo cui l’arte umana deve essere la fonte della vita (il lavoro fonte del valore) e la Genesi (guadagnerai il tuo pane col sudore della fronte) mentre l’usuriere altra via tiene e quindi offende la natura nella sua seguace, l’Arte (lavoro). È curioso che non offenda tutto ciò il ricco che ha ereditato i suoi beni e che anzi viene punito nel girone precedente quale violento in sé stesso e nei suoi averi, se li ha dilapidati, anziché trasmetterli agli eredi. La contraddizione potrebbe essere spiegata teoricamente con qualche sottigliezza della scolastica, essa però, come abbiamo notato, è subito chiarita per il nostro metodo critico dalle circostanze storiche e sociali. La inalienabilità del patrimonio immobiliare è uno dei cardini del sistema feudale.

Cadute le barriere che impediscono al capitale usuraio e commerciale di ingaggiare forze di lavoro e divenire capitale moderno, continua la resistenza; gli artigiani chiedono che si vieti al mercante di divenire fabbricante; le nuove manifatture si costituiscono in centri nuovi e non nelle vecchie città rette dalle corporazioni, sorgendo nei porti di esportazione e talvolta entro una frontiera speciale fissata dal monarca.

I fattori dell’accumulazione originaria (o primitiva)

Dunque non il lavoro ma le antiche accumulazioni mercantili ed usuraie spiegano sostanzialmente l’accumulazione primitiva. Quello che però le diede un formidabile impulso furono lo sfruttamento delle nuove terre scoperte e delle vie di comunicazione, la scoperta dei giacimenti di metalli preziosi, le conquiste e depredazioni delle Indie Orientali, la tratta dei negri e simili… poemi idilliaci. Iniziata appena l’epoca capitalistica scoppiano le grandi guerre per il predominio commerciale e coloniale e l’egemonia passa dal Portogallo, alla Spagna, all’Olanda, alla Francia, all’Inghilterra (la minaccia di una egemonia germanica o russa fu eliminata dalla guerra mondiale, ma altri formidabili concorrenti si levarono a contrastare il campo dell’Inghilterra: il Giappone e soprattutto gli Stati Uniti; la seconda guerra ha condotto questi la primo posto).

Vediamo i metodi dell’accumulazione primitiva già in pieno sviluppo tra le mani dell’Inghilterra al tempo della sua crociata contro la rivoluzione francese: tra essi sono il regime coloniale, il debito dello Stato, il moderno sistema bancario e il protezionismo doganale. Alcuni di questi metodi sono basati sull’uso della forza brutale, ma tutti senza eccezione si valgono del potere dello Stato, la forza concentrata ed organizzata della società (a beneficio della classe dominante) per precipitare violentemente il passaggio dall’ordine economico feudale all’ordine economico capitalistico ed abbreviare le fasi di transizione, nonché per contrastare l’opposta forza nascente della classe proletaria tendente a rovesciare l’ordine economico e statale capitalistico. Di vero, la forza è destinata a facilitare il cammino di tutte le vecchie società che sono sul punto di trasformarsi, la forza è un agente economico.

Interminabile sarebbe la storia delle atrocità consumate dai bianchi nelle colonie e dei mezzi con cui arricchivano le famose compagnie delle Indie ed i loro alti funzionari. È noto che cattolici e riformati negarono agli indigeni americana l’anima perché non mentovati della Bibbia. I coloni puritani e protestanti d’America misero a prezzo le capigliature scotennate degli Indiani; tutti conoscono i metodi di incetta, di trasporto e di utilizzazione degli schiavi negri, tutti ricordano la guerre dell’oppio e l’avvelenamento premeditato di intere popolazioni di antica civiltà a beneficio del capitale inglese.

Il regime coloniale dette grande sviluppo alla navigazione e al commercio e produsse le compagnie mercantili protette dai governi che favorivano l’accumulazione e concentrazione del capitale. La conquista delle colonie assicurò gli sbocchi ai prodotti delle nascenti manifatture, mentre i tesori estorti agli indigeni col lavoro forzato e tutti gli altri mezzi affluivano in Europa come capitali. Mentre oggi la supremazia industriale implica quella commerciale essendo concorrenza sui mari esteri libera da vincoli politici, in quell’epoca avveniva il contrario sicché la più potente nazione coloniale, l’Olanda (secolo XVII), fu quella che ebbe i più vasti capitali e corse innanzi sulla via dell’accumulazione.

Il credito pubblico, cioè il sistema per cui lo Stato si fa prestare denaro dai privati, corrispondendo loro un interesse, ebbe inizio nelle città commerciali italiane del medioevo. È naturale come tale sistema favorisca l’accumulazione in quanto piccoli e grandi capitali privati di natura usuraia o commerciale ed eccezionalmente risparmi di artigiani che non troverebbero altra via per produrre plusvalore, diventano capitali industriale nelle mani dello Stato che dispone di ben altri mezzi per ingaggiare salariati (lavori marittimi e portuari, arsenali, armamento di naviglio, opere pubbliche in genere, ecc. ecc.). Inoltre il debito pubblico rappresenta l’impronta capitalistica sullo Stato: il re di Francia è tuttora l’inviato di Dio e dispone della vita e della morte di ogni suddito ma deve temere pochi finanzieri e strozzini di Parigi, cui la legge nega il minimo privilegio. È naturale che i primi economisti borghesi levino al cielo il debito pubblico per l’impulso dato a tutte le forme capitalistiche; ha anticipato la creazione di vaste imprese che avrebbero dovuto attendere una lenta concentrazione, ha aperto la via alla società per azioni, al commerciante dei titoli negoziabili che pur rappresentando, sull’esempio delle cartelle del debito statale, ricevute di denaro prestato, circolano a loro volta come denaro. Poiché al credito pubblico fece seguito il credito privato.

Il sistema bancario prese nascita dal credito statale. La Banca è un istituto attraverso il quale i privati si prestano il loro capitale. Molte piccole somme di denaro non trovano imprese in cui investirsi, ed allora sono versate ad una banca. La banca disponendo di forti somme le presta a sua volta a pochi grandi imprenditori che hanno scarso capitale ma buone occasioni di trovare lavoro salariato e mercati di sbocco dei prodotti. Costoro passano al banchiere parte del plusvalore, questi a sua volta ne passa una parte minore ai vari depositari. La spartizione del plusvalore predato alla classe operaia in variabili proporzioni viene spiegata col maggiore o minore rischio che corre colui che ha anticipato. Lo Stato, secondo la teoria del rischio, offre grande sicurezza di restituzione e quindi paga interessi minimi, le grandi banche semistatali interessi più forti, le piccole banche interessi ancora maggiori, l’imprenditore, specie se poco provvisto di impianti di valore e lanciato in imprese nuove, pagherà a saggi fortissimi; infine lo strozzino cui mancano mezzi decenti e comodi per ritogliere il denaro alle sue vittime, esige tassi favolosi. In realtà tutti questi debiti sono frazioni del plusvalore uscito dallo scambio strozzinesco tra lavoro e salario. Il meccanismo però della banca e dei titoli fruttiferi a prezzi oscillanti sul mercato permette lo sviluppo della lotta speculativa tra i capitalisti per la rendita totale disponibile sulla produzione sociale.

Nelle lotte della speculazione l’arma decisiva essendo non tanto la mancanza di scrupolo che è a portata di ogni imbecille, quanto la disponibilità di grandi masse di valori, tutto il fenomeno, oltre a spronare gli investimenti e l’accumulazione iniziale, favoriva grandemente l’alta concentrazione dei capitali.

Col debito pubblico e le banche nasce il credito internazionale, che permette l’accumulazione primitiva in nuovi paesi forniti di lavoratori disponibili ma mancanti di sussistenza, di materie prime, e del denaro per acquistarle altrove. Venezia prestò vaste somme all’Olanda, questa nella sua decadenza ne prestò all’Inghilterra; nel secolo XIX l’Inghilterra ne prestò agli Stati Uniti. Ma il capitale prestato riproducendosi progressivamente è presto in grado di rimborsare la prima anticipazione e rendersi autonomo. Dalla fine della prima guerra mondiale, gli Stati Uniti sono creditori del mondo intero.

Il credito pubblico essendo basato sulle entrate statali con cui si devono pagare gli interessi, dette luogo al moderno sistema di imposte. Questo divenne un altro elemento formidabile della accumulazione primitiva sia rovinando fino alla espropriazione piccoli contadini ed artigiani, sia stornando dai consumi delle classi povere forti masse di valore trasmesse ai capitalisti prestanti allo Stato.

Abbiamo infine il sistema protezionista, mediante il quale una industria la cui formazione incontra difficoltà viene favorita dallo Stato in vari modi, colpendo con forti diritti doganali i prodotti analoghi fabbricati all’estero ed importati nel paese, in maniera da elevarne il prezzo all’interno permettendo ai fabbricanti nazionali più alto profitto, pagando premi di esportazione per i prodotti di quelle industrie inviati all’estero, talvolta vietando addirittura la importazione dei prodotti di altri paesi ecc. Esso «è il mezzo artificiale di fabbricare dei fabbricanti, di espropriare dei lavoratori indipendenti, di trasformare in capitale gli strumenti, e le condizioni materiali del lavoro, di accelerare a viva forza la transizione dal sistema tradizionale di produzione al sistema moderno» (cap. XXIV, 6).

L’accumulazione primitiva e la genesi del capitalista industriale prendono dunque gran forza dal debito pubblico e dalla fiscalità, dal regime coloniale, dalla finanza bancaria, dal protezionismo. Talvolta i governi prestarono direttamente i capitali ai manifatturieri. Tutti questi fenomeni giganteggiarono all’epoca del nascere della grande industria. Questa si giovò pure senza ritegno della incetta dei fanciulli, una vera tratta di piccoli bianchi, parallela a quella dei negri. Con la pace di Utrecht l’Inghilterra si riservò il privilegio della tratta tra l’Africa e l’America Spagnuola; da questo commercio uscì la grandezza di Liverpool: «per questa città ortodossa il traffico di carne umana costituì il metodo specifico di accumulazione primitiva». «Ecco a quale prezzo abbiamo pagato le nostre conquiste, ecco quanto ci è voluto per sviluppare le leggi eterne e naturali della produzione capitalistica, per consumare il divorzio dell’operaio dalla condizioni di lavoro, per trasformare queste in capitale e la massa del popolo in salariati, in poveri che lavorano». «Se, il denaro, come dice Augier, viene al mondo con una voglia di sangue sulla guancia, il capitale trasuda sangue e fango da tutti i pori».

La teoria moderna della colonizzazione

(Questo capitolo XXV è preceduto dal XXIV, che però riassumeremo dopo, considerato il suo carattere conclusivo e anche programmatico).

La situazione economica creatasi al capitalismo nelle colonie di prima occupazione è molto interessante – a parte uno studio completo del fenomeno dell’imperialismo – perché vale a mostrare una flagrante contraddizione dell’economia borghese. Questa nel definire la proprietà privata come originatasi dal lavoro, dal risparmio e dall’astinenza, confonde a bella posta la proprietà privata dei mezzi personali di lavoro con la proprietà capitalistica basata sul lavoro altrui. Fa comodo al teorico dell’economia borghese applicare alla società capitalistica gli stessi concetti di diritto, la stessa definizione della proprietà ereditati da una società pre-capitalistica. Abbiamo visto tutte le assurdità di questa maniera di vedere. Nelle colonie però la stessa economia borghese è costretta ad ammettere e ad invocare la distruzione violenta della piccola proprietà privata per far posto alla produzione capitalistica.

Dopo aver utilizzato le colonie come semplici depositi di tesori accumulati da depredare, come luoghi di acquisto di mercanzie richieste in Europa e soprattutto come mercato di sbocco dei manufatti della madrepatria, il capitalismo volle naturalmente trasportarvi le stesse macchine da plusvalore, i suoi stabilimenti industriali.

Il denaro capitale ormai non mancava per acquistare e trasformare sul posto strumenti di lavoro e magari materie prime e sussistenze: occorreva soltanto il lavoro salariato. Ma gli indigeni delle colonie o vivevano bene in base alla piccola produzione personale, o erano stati precedentemente fugati nell’interno o addirittura sterminati; quindi non era facile trasformarli in liberi salariati, quanto era stato facile ridurli a schiavi. Quanto ai coloni giunti dalla madrepatria, costoro trovavano dinanzi a sé immense estensioni di terra non occupata da utilizzare per l’agricoltura e spesso per l’industria estrattiva. Quando esiste terra libera ossia ve ne è un’offerta illimitata, ognuno ne ottiene quasi gratuitamente e per diritto di occupazione. Quindi la stessa legge “sacra e naturale” della offerta e della domanda che forza il nullatenente a vendere in Europa la sua forza lavoro, gli dà nelle colonie l’agio di procurarsi facilmente mezzi di lavoro per una libera azienda personale. Per di più nelle nascenti fattorie non vi fu soltanto lavoro agricolo e pastorizio, ma si esercitavano piccole industrie domestiche; il “farmer” americano si fabbricava da sé gli attrezzi, i mobili, la casa stessa. Il volenteroso capitalista restando senza operai e senza acquirenti poteva astenersi anche totalmente da ogni consumo, che non avrebbe accumulato lo stesso un soldo di plusvalore. Porge infinito sollazzo il caso dell’egregio signor Peel che portò seco dall’Inghilterra in America per 50.000 sterline di viveri e mezzi di produzione, e fu inoltre così accorto da condurre anche 3.000 membri della classe operaia tra uomini, donne fanciulli. Ma non solo il signor Peel non aprì alcun opificio, bensì fu crudelmente abbandonata da tutti, tanto che restò senza un domestico per fargli il letto o attingergli l’acqua. «Sventurato Peel che tutto aveva previsto! Solamente aveva dimenticato di esportare i rapporti di produzione inglesi».

Che cosa fanno i teorici della “naturalezza” del capitalismo? Essi fanno anzitutto l’apologia della schiavitù o lavoro forzato degli indigeni (tema fino a dopo la prima guerra mondiale di dibattito per la Società delle Nazioni) poco curandosi di prendere così a calci la legge della libera offerta o domanda; e per quanto riguarda i coloni bianchì, non potendo osare di sostenere la schiavizzazione, danno un secondo calcio alla legge stessa col proporre che lo Stato ponga un prezzo fortissimo quanto artificiale alle concessioni di terra libera, così l’immigrante non potendo acquistarne sarà costretto a lavorare come salariato. Il governo inglese mise in atto questo piano per favorire l’accumulazione capitalistica nelle colonie: ma allora il flusso degli emigranti si volse agli Stati Uniti fino a tutto il secolo XIX insufficientemente popolati e ricchi di terra libera, verso l’ovest. Tuttavia, dopo aver forzato gli economisti borghesi a sconfessare se stessi, lo sviluppo capitalistico ha reso inutili le loro panacee.

L’accumulazione capitalistica in America, dalla guerra civile del 1861, che produsse un enorme debito statale, le imposte, la nascita della più vile aristocrazia finanziaria, fino alla guerra mondiale e al periodo successivo, raggiunse altezze vertiginose; gli Stati Uniti saturi di proletariato e minacciati da una immane disoccupazione presero a respingere gli immigranti asiatici ed europei. Dovendo ineluttabilmente rovesciare oltremare masse gigantesche di prodotti, e forse domani per motivi di politica interna una parte del pletorico esercito industriale di riserva che ivi sta formandosi, essendo giunti troppo tardi nella spartizione del dominio coloniale, tenteranno certamente di colonizzare l’Europa stessa rovesciandone l’apparato produttivo e provocando così un nuovo e più grande conflitto.

(Lasciamo immutato questo periodo conclusivo nella forma contenuta nelle stesura di questo riassunto, preparato da alcuni compagni a Ponza nell’anno 1929. N.d.R.).

Conclusione

Lo sbocco storico dell’accumulazione capitalistica

Abbiamo visto che ciò che caratterizza l’accumulazione primitiva, ossia la formazione storica del capitalismo, è la espropriazione del produttore immediato ossia del produttore che possiede tanto di mezzi produttivi da permettergli di svolgere il suo lavoro personale, e restar possessore dei prodotti, che scambierà per procurarsi quanto gli occorre.

Anche in questo forma si tratta di proprietà privata, ma è erroneo dire che il piccolo produttore abbia in proprietà un capitale. La proprietà privata capitalistica si ha soltanto quando i mezzi di produzione e i prodotti appartengono ai non lavoratori, e i veri lavoratori ne sono stati espropriati. Adunque, abbiamo due tipi distinti di proprietà privata: proprietà privata del lavoratore (epoca artigiana e contadina), proprietà privata del non lavoratore (epoca capitalistica).

La proprietà privata del lavoratore sui mezzi della sua attività produttiva corrisponde alla produzione per piccole aziende, ossia alla piccola impresa agricola o manifatturiera in cui il personale lavorativo, oltre il lavoratore libero, comprende la sua famiglia e al più qualche garzone apprendista. Tale stadio di produzione è primitivo, tuttavia ha la sua giustificazione nel corso dello sviluppo della tecnica, è giustificata la sua sostituzione alla proprietà collettiva preistorica, nella quale con un minimo di atti e procedimenti lavorativi si sfruttavano i prodotti quasi immediati della natura. Il sistema della piccola azienda «costituisce il vivaio della produzione sociale, la scuola in cui si elabora l’abilità manuale, l’ingegnosa destrezza e la libera individualità del lavoratore». Questo tipo di tecnica e di impresa può accompagnare diverse forme giuridiche della proprietà, e diversi tipi di società: lo si riscontra nella schiavitù (accanto cioè alla proprietà privata del non lavoratore sul suolo, sulla persona del lavoratore, sul prodotto) e nel regime feudale (accanto alla proprietà privata terriera e alla servitù della gleba) ma la sua forma vera e propria accompagna quel tipo di produzione in cui il lavoratore è libero proprietario delle condizioni di lavoro, ossia il contadino del suolo, l’artigiano dell’utensile. Tale regime di piccoli produttori indipendenti presuppone lo sminuzzamento del suolo e lo sparpagliamento degli altri mezzi di produzione. Dopo aver reso i suoi servigi, se si perpetuasse diverrebbe una forza contrastante l’ulteriore sviluppo, il quale si fa nel senso della concentrazione dei mezzi di produzione, con le più moderne risorse come la collaborazione di gran numero di industrie, la divisione del lavoro, il macchinismo, tutto ciò che consente a spingere al massimo la «sapiente dominazione dell’uomo sulla natura, il libero sviluppo delle potenze sociali del lavoro, l’accordo e l’unità nei fini, nei mezzi e negli sforzi dell’attività collettiva».

L’ordinamento, quindi, della piccola produzione diviene ad un certo punto incompatibile con le forze nuove suscitate dalle nuove possibilità e necessità tecniche nel seno della società. La sua eliminazione deve avvenire perché sia permessa la trasformazione dei mezzi produttivi sparpagliati in mezzi produttivi concentrati. Ma lo stadio ulteriore è ancora uno stadio di proprietà privata: una classe sociale profitterà dell’inevitabile concentramento della proprietà privata per farne il suo monopolio e basarvi il suo dominio. L’attuazione di tutto ciò costituisce l’accumulazione primitiva e la conseguente espropriazione violenta e crudele del popolo lavoratore, di cui abbiamo posto in evidenza l’atrocità. È in mezzo ad una vera tragedia sociale che la proprietà privata fondata sul lavoro personale viene soppiantata dalla proprietà capitalistica; che avviene il divorzio definitivo tra lavoro e proprietà. Questa tragedia espropriatrice forma la preistoria del Capitale.

Questo trapasso è per noi, ossia per i risultati della nostra indagine scientifica sul gioco delle forze economiche e sullo sviluppo storico della società, del tutto inevitabile; inoltre esso è una condizione indispensabile all’utile sviluppo della forza e della tecnica produttiva umana. Quindi il suo svolgimento è svolgimento rivoluzionario, e se esso dipendesse per assurda ipotesi dalla nostra approvazione e da quella di una pretesa “coscienza morale” non bisognerebbe negargliela. Annunziandone l’atrocità non ci siamo affatto contraddetti, ma abbiamo sbugiardate e demolite le tendenziose teorie apologetiche della proprietà capitalistica che, pretendendo di dimostrarla eterna, non si contentano di porre in evidenza la necessità storica della sua apparizione e il suo contributo alla liberazione di ulteriori prorompenti forze produttive, ma vogliono prospettarne la formazione come pacifica, idilliaca, giovevole e piacevole alle stesse masse umane coinvolte negli ingranaggi implacabili di quella vicenda.

Quanto al nostro metodo i giudizi morali non vi hanno parte, tanto più finché trattasi di stabilire le leggi oggettive di sviluppo della società. Di essi ci occuperemo agli effetti della distruzione di ideologie errate, e quando si tratterà di risolvere il problema dell’intervento consapevole e volontario di collettività umane (partiti) nelle fasi dello sviluppo; perché anche allora le determinanti programmatiche non saranno apportate da valutazioni di ordine morale. Trattandosi della indagine, noi la svolgiamo con un metodo che è quello di tutte le scienze moderne della natura da cui esulano i giudizi sentimentali dell’osservatore. Chiedendo a questi di dirci se e in che misura l’ossigeno favorisce la vita e l’anidride carbonica la distrugge, non ci interesserà nulla che un fatto o l’altro gli facciano piacere o gli arrechino contrarietà. Assodato positivamente che per attuare la concentrazione produttiva il capitalismo doveva straziare le moltitudini di piccoli produttori tal fatto resta da noi ugualmente accettato. Ciò che però non possiamo lasciare passare nemmeno scientificamente è la pretesa capitalistica di avere apportato a quelle moltitudini delizia e benessere, limitandosi a tagliare soltanto alcune teste di despoti e signorotti. Tale asserzione urta più contro i fatti che contro presupposti morali; mentre vale a stabilire quale bassa base abbiano i presupposti morali del pensiero borghese e di ogni altro.

Quale sarà l’ulteriore sviluppo del capitalismo

Abbiamo così cercate ed esposte le leggi del funzionamento della produzione capitalistica e quelle della sua formazione storica. Ma quale sarà l’ulteriore sviluppo?

Non si può obiettare che il porre tale domanda esorbiti dal metodo rigorosamente scientifico: tutte le scienze dopo essersi posto il problema del funzionamento dell’universo e del suo processo evolutivo del passato, si pongono quello dello sviluppo avvenire; noi siamo dunque coerenti facendo altrettanto per la scienza della società umana.

Nel risolvere la questione di ciò che avverrà del tipo sociale di proprietà privata capitalistica, noi non partiamo a nostra volta da un processo preconcetto di carattere morale o finalistico, quale sarebbe la indefinita perfettibilità umana, il Progresso, il trionfo della Giustizia, della Eguaglianza, della Libertà. Tali parole prese per se stesse per noi non significano nulla, ben sapendo che esse hanno valore variabile secondo le epoche e le classi. Anzitutto non ci basiamo sul cammino già percorso dalla società per riconoscere le leggi effettive dello sviluppo. Inoltre la nostra ipotesi che la tecnica produttiva tenda a divenire sempre più efficiente e complessa, e si risolva in una organizzazione sempre migliore della lotta dell’umanità contro le difficoltà dell’ambiente naturale, non è per noi una verità misteriosa e assoluta né una intenzione incontrollabile o una aspirazione irresistibile del nostro sentimento. Essa è una conclusione scientifica con alto grado di probabilità sia perché i dati storici finora lo confermano, sia perché conducono ad essa le stesse leggi biologiche della adattabilità all’ambiente e della evoluzione della specie. Se la abbiamo chiamato soltanto una ipotesi è per fugare ogni residuo d’interpretazione mistica o idealistica, e perché le vicende della lotta dell’uomo contro la natura potrebbero essere lentamente o anche bruscamente invertite da fatti di ordine fisico contro cui la società umana mancherebbe di possibilità, come un mutamento di temperatura, umidità, composizione dell’atmosfera, una collisione di astri, ecc., fatti, però, assai poco probabili. Anche fattori d’ordine sociale potrebbero invertire la direzione dello sviluppo, come ad es. una guerra chimica che avvelenasse stabilmente vari strati dell’atmosfera terrestre e qualche cosa di simile1. Supponendo però che tali imprevisti non si verifichino, si può basarsi sulla sicurezza del progresso produttivo, del complicarsi della tecnica, e con essa delle attività e dei bisogni umani. La nostra conclusione dunque sull’ulteriore avanzata degli sforzi umani contro le difficoltà naturali non abbisogna per reggersi di voli lirici o di apriorismi idealistici, né della fede in una missione della intelligenza umana (e tanto meno in una intelligenza sopraumana), senza di cui il mondo diverrebbe inutile ed impossibile!

Riprendiamo adunque il processo di trasformazione sociale. Decomposta da capo a fondo la vecchia società della piccola impresa, cambiati i produttori in proletari e le loro condizioni di lavoro in Capitale, la socializzazione del lavoro e la trasformazione ulteriore del suolo e degli altri attrezzi di produzione in strumenti socialmente gestiti si spingono sempre innanzi. Noi vediamo proseguire questa concentrazione sotto i nostri occhi grazie ancora ad una espropriazione. Non è più il piccolo produttore ad essere espropriato, ma sono i capitalisti più piccoli che sono espropriati dai grandi. La piccola azienda di una volta è sparita, ma le nuove aziende collettive divengono sempre troppo piccole rispetto alle risorse della tecnica e cedono il passo a nuove aziende più perfette e più grandi. Si sviluppano in proporzioni sempre crescente la applicazione della scienza ai mezzi tecnici nel senso di sempre maggiore collegamento tra i vari centri produttivi, tra le varie sfere di attività, tra i vari paesi del mondo. Macchinismo, telegrafia e radiotelegrafia, ferrovie, navigazione, aviazione, ecc. rendono sempre più necessaria tecnicamente la risoluzione dei problemi produttivi su scala non solo nazionale ma mondiale. Al perfezionamento tecnico ostava una volta la piccolezza delle aziende, oggi vi osta la loro autonomia privata, anche se sono aziende vaste e poderose. La sviluppo era ieri inceppato dalla proprietà privata personale, oggi lo e di nuovo dalla proprietà privata capitalistica.

Nuovo contrasto tra forze produttive e forme di proprietà – La rivoluzione proletaria

Le nuove necessità che sorgono nel seno del capitalismo creano nuove situazioni alle classi sociali e sviluppano così nuove forze mal rattenute dalle forme giuridiche della proprietà attuate dal potere del capitalistico sulle rovine dei precedenti regimi sociali e statali.

«A misura che diminuisce il numero dei magnati del capitale, che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione sociale, cresce la massa della miseria2, dell’oppressione, della schiavitù, della degradazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la ribellione della classe operaia che sempre più si ingrossa, ed è disciplinata, unita e organizzata dello stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico». I piccoli produttori vivevano isolati, erano rivali economici l’uno dell’altro. Gli stessi capitalisti pur ponendosi insieme alla testa della società sono l’uno rispetto all’altro implacabili concorrenti. A ragione essi dicono che la concorrenza è molla indispensabile alla produzione e solo dovrebbero aggiungere: alla produzione su base capitalistica. Quindi è difficile ai capitalisti fare a meno della concorrenza e identificare i loro interessi sociali su un piano mondiale. Ma i proletari vivono in grandi masse; la rivoluzione borghese li ha resi liberi ossia li ha forzati a correre di paese in paese e di continente in continente per trovare lavoro, la concorrenza tra essi si mostra all’evidenza come il danno di tutti: le condizioni materiali di tale classe (e non movente mistico) suscitano in essa un senso di solidarietà e di associazione su basi sempre più vaste. Non è un imperativo morale o il grido di un apostolo, ma il risultato diretto delle forze messe in moto dal capitalismo, che forma la spinta reale nel senso del grido programmatico: «Proletari di tutti i paesi, unitevi!».

«Il monopolio del capitale diventa una pastoia per il modo di produzione che con esso e sotto di esso si è rigogliosamente sviluppato. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro giungono ad un punto tale, che il loro involucro capitalistico non li può più contenere. Esso viene infranto. È suonata l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati».

L’opera di Marx maturo, pretesa fredda critica descrittiva esteriore del mondo economico, chiude col grido che è invito alla guerra sociale, premessa sicura della vittoria rivoluzionaria.

Quale è l’aspetto economico di questo nuovo rivoluzionario contrasto tra le forze produttive e le forme di proprietà? È questo: il movimento generale tecnico-produttivo continua nel senso della socializzazione del lavoro e dell’accentramento dei suoi mezzi materiali. La espropriazione dei minori possessori privati continua pure e superando ogni limite nessuna proprietà privata è più conciliabile con le esigenze del nuovo vasto impianto sociale dell’attività produttiva. Un trapasso deve avvenire. La proprietà capitalistica e la formazione di plusvalore che la caratterizza dovettero sorgere per rendere possibile l’iniziarsi della socializzazione, ma devono sparire perché questa possa continuare. Però non si tratterà certo di ripetere alla rovescia il processo già avvenuto, non si avrà una controrivoluzione ma un’altra rivoluzione nei rapporti economici.

Il lavoratore fu privato dello strumento di lavoro personale e non ne diventerà più possessore isolato. Tuttavia il ricongiungimento tra il lavoratore e le condizioni di lavoro avverrà nel solo modo conciliabile con le trasformazioni della tecnica, ossia la collettività lavorativa acquisterà il controllo e la gestione dell’insieme dei mezzi di produzione e dell’insieme dei prodotti.

«La forma capitalistica di appropriazione sorta dal sistema di produzione capitalistica, e quindi la proprietà privata capitalistica, è la prima negazione della proprietà privata individuale che era fondata sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera, con la necessità di un processo naturale, la sua stessa negazione. È la negazione della negazione. Essa ristabilisce di nuovo non la proprietà privata del lavoratore, ma la proprietà “individuale” sulla base delle acquisizioni suscitate dall’era capitalistica: ossia sulla base del lavoro collettivo e del possesso comune della terra e dei mezzi di produttivi dal lavoro stesso creati».

Questo penultimo capoverso dell’Opera richiama le classiche espressioni della dialettica, si collega a quanto Marx scrive nella seconda prefazione, del 1873, a proposito della dialettica hegeliana, di cui egli dichiara di avere già da trenta anni criticato il lato mistificante (non mistico, signori traduttori!) pur riconoscendo che Hegel per primo espose il metodo dialettico. Questo è da Marx capovolto; in Hegel poggiava sulla testa, il processo del pensiero creava la realtà; in Marx all’opposto «esso non è altro che il Materiale trasportato e tradotto nella testa dell’uomo». Su questo punto sarà pubblicata una breve appendice al presente lavoro col titolo “Il metodo dialettico di Marx”.

Appare chiaro che la espressione di proprietà “individuale” riferita alla negazione della sua negazione, ossia al sistema di distribuzione collettivistica che succede al capitalismo, vuol dire che ciascun partecipe alla produzione sociale potrà partecipare al godimento dei prodotti sociali senza che s’interponga alcuna forza e diritto di privata altrui usurpazione, come già faceva nel suo piccolo cerchio privato il produttore indipendente, pei prodotti del personale suo lavoro.

E il Capitale chiude col richiamo del passo del Manifesto riguardante la funzione rivoluzionaria del proletariato, perché con questo collegamento volle l’autore ribadire la continuità costruttiva della sua dottrina dalle enunciazioni del 1847 fino al completamento della sua opera monumentale.

Luminosa evidenza questa, che resisterà nella storia del movimento ai ripetuti instancabili attentati della menzogna, dell’inganno, del tradimento.

«L’irrefrenabile progresso dell’industria di cui la borghesia è l’agente involontario sostituisce all’isolamento dei lavoratori nato dalla concorrenza la loro unione rivoluzionaria a mezzo dell’associazione. A misura che la grande industria si sviluppa la stessa base sulla quale la borghesia ha stabilito la sua produzione le sfugge di sotto i piedi.

«La borghesia produce dunque innanzi tutto i propri becchini. Il suo tramonto e il trionfo del proletariato sono del pari inevitabili».

  1. Fin qui alla data della prima redazione (1929). Oggi va aggiunta le eventualità delle conseguenze dell’impiego di armi a disintegrazione atomica. ↩︎
  2. Tradotto così letteralmente, a rettifica delle correnti versioni: ciò che cresce è “die Masse des Elends” – la massa delle miseria –  non la miseria della classe operaia. I traduttori “a braccio” non capiscono che Marx si sarebbe banalmente contraddetto, ove avesse fatto crescere di pari passo la “degradazione” e la “organizzazione” della classe operaia. Di questa, disciplinata (geschulten) avanguardia delle masse oppresse e schiacciate, cresce die Empörung (soggetto della proposizione avversativa) ossia non la semplice resistenza, come si leggeva nelle edizioni Avanti! ma la Ribellione. ↩︎

A proposito del capitalismo di Stato sovietico

L’esatta comprensione del fenomeno russo è fondamentale per la critica rivoluzionaria contemporanea. E’ evidente che nessun dubbio può sussistere sul carattere di classe di tale organizzazione sociale, carattere di classe che si traduce in uno sfruttamento del proletariato perfino più brutale e spietato di quello che si manifesta in regime capitalistico tradizionale o, altrimenti detto, occidentale. Questo sfruttamento non comporta solo la costruzione e il mantenimento di una mostruosa macchina poliziesca che domina nel sangue e nell’arbitrio, non impone solo la deformazione dei cervelli e l’incoraggiamento di un servilismo e di una cortigianeria di cui non si trova l’uguale nella storia passata, ma si manifesta anche nella profondissima differenziazione sociale fra la classe dominante e i lavoratori dominati, differenziazione anch’essa senza confronti.

L’organizzazione sovietica è comunemente chiamata capitalismo di Stato, a significare la trasformazione dello Stato da semplice strumento di difesa della classe dominante ad organo di amministrazione diretta della produzione.

A contestare questo carattere della società russa sono ormai rimasti solo alcuni interpreti interessati, e, in particolare, i corifei del capitalismo occidentale, che, riconoscendo nello Stato russo il proprio antagonista imperialista, organizza intelligenze e mezzi per combatterlo e contemporaneamente valorizza il contrasto ai fini della lotta contro il movimento proletario nel proprio settore e ad avallo della tesi che il socialismo non possa portare se non alla costruzione di una obbrobriosa macchina statale. Ma è per noi evidente che fra Russia e socialismo vi è un abisso attraverso il quale nessun ponte può essere gettato. La ripresa della lotta rivoluzionaria del proletariato internazionale dovrà necessariamente avvenire anche contro lo Stato sovietico, e vedrà lo Stato sovietico alleato ai capitalisti occidentali contro la classe operaia di tutti i paesi.

Ma come funziona questo organismo? Come si regge, e come si amministra? È veramente, almeno in senso capitalista, una parola nuova, il modello verso cui i moderni stati a borghesia individualista fatalmente tendono? È in questo senso che deve svolgersi la critica rivoluzionaria, e in questo senso occorre sforzarsi di portare la maggior chiarezza possibile.

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A tale proposito ci sembra interessante recensire il libro di un economista di scuola inglese: Michael Polanyi, dal titolo: «Piena occupazione e libero commercio»1.

L’autore è un fanatico partigiano delle più recenti teorie economiche borghesi, soprattutto keynesiane, e tende ad accreditare il concetto che tutte le contraddizioni del capitalismo siano componibili mediante un’adatta politica monetaria.

Fra l’altro, il volume contiene un capitolo dedicato appunto alla Russia, che presenta alcuni aspetti interessanti soprattutto in quanto espressione del giudizio di un economista borghese sui caratteri dell’economia sovietica.

La principale e più fondata delle osservazioni fatte in merito dal Polanyi è che non si possa affatto attribuire il successo dei piani produttivi russi, (successo che l’autore naturalmente vede dal puro punto di vista capitalistico e perciò identifica nel fatto che in determinati settori la produzione è sensibilmente aumentata), all’introduzione o all’adozione di metodi socialisti. I sovietici hanno conseguito la piena occupazione, il lavoro per tutti, che è stato trasformato persino in lavoro forzato, non per aver seguito l’obiettivo della costruzione di una società socialista ma per aver ricorso all’espediente di pompare denaro nell’economia produttiva e di controllarla attraverso la Banca di Stato, precisamente come viene consigliato ad altri Stati e governi occidentali. Il controllo della produzione, i piani di sviluppo sono una conseguenza di questo espediente monetario, e non viceversa, così come i buoni risultati raggiunti sono conseguenza dell’aver ricorso a metodi capitalistici moderni, sia pure per iniziativa dell’autorità centrale.

Ricordato come l’originario tentativo di trasformare l’economia e la società russa in senso veramente socialista fatto subito dopo la rivoluzione sia stato dovuto abbandonare, il Polanyi passa alla NEP. La NEP pose anzitutto il problema dei deficit delle unità produttive o aziendali. Se la banca di Stato li avesse colmati ciò. avrebbe significato la rinuncia ad ogni controllo della loro efficienza; se non lo avesse fatto, il Capitalismo di Stato avrebbe dimostrato di creare disoccupazione su vasta scala come qualsiasi altra forma di capitalismo. Per queste difficoltà e per il bisogno politico di liquidare le masse di contadini indipendenti che potevano offrire seria resistenza alla politica del Governo vennero elaborati i Piani Quinquennali. Questi piani naturalmente non risolsero le difficoltà di un capitalismo tanto accentrato. Al contrario, la loro organizzazione e il loro lancio secondo principii strettamente mercantilisti, ovvero secondo il concetto che le singole imprese dovessero rendere un profitto e che qualunque transazione fra le imprese dovesse avvenire su basi commerciali, non fece che dilatare su scala nazionale le difficoltà dell’organizzazione capitalista statale. Lo Stato cominciò a pagare i deficit commerciali attraverso la banca centrale. Questo saldo monetario, traducendosi nell’immissione di un nuovo flusso di moneta nell’economia, creò la possibilità dello sviluppo degli investimenti, e conseguentemente anche di un moto inflazionista. L’inflazione, oltre a ridurre i salari dei lavoratori, determinò un’intensificazione della richiesta delle forze di lavoro e questa si tradusse in frequentissimi spostamenti dei lavoratori. Fu allora che il Governo sovietico si accorse di aver eliminato la disoccupazione, ma anche che per poter dominare una situazione così fluida doveva accentuare la propria azione di controllo e soprattutto strangolare ancor più il lavoro.

Di qui la stretta regolamentazione degli spostamenti dei lavoratori, che è giunta fino all’introduzione di un passaporto interno in seguito al quale gli operai si trovano inchiodati alla fabbrica o al luogo dove producono; intensificazione della produttività del lavoro; razionamento e via di seguito.

Nel regime capitalista individuale, il «boom» o fase di prosperità che comporta la piena occupazione è seguito da una maggiore richiesta delle forze lavoro, che a sua volta si traduce in maggiori salari. Nel regime sovietico di capitalismo accentrato, i lavoratori hanno pagato la piena occupazione con un’inflazione progressiva, che li ha spogliati in misura ancor maggiore che per il passato. È avvenuto cioè che lo sviluppo dei piani quinquennali non ha affatto comportato un miglioramento delle condizioni di vita, ma al contrario è stato portato a termine a prezzo di inenarrabili sofferenze della popolazione lavoratrice, e solo di essa. Il tesseramento, il mercato libero e il mercato controllato, l’introduzione di una legislazione sul lavoro di estrema severità sono state tutte conseguenze implicite di una forma di produzione capitalista regolata dal centro, e dal ricorso al flusso monetario per sviluppare e determinare l’attività produttiva. E il Polanyi ingenuamente dichiara che tali metodi sono non tanto la prova del carattere dittatoriale del regime quanto una necessità di forza maggiore destinata ad imporsi a qualsiasi governo venga a trovarsi sotto pressione inflazionista.

Resta pertanto il fatto che la Russia ha reintrodotto i metodi e principii capitalistici nella condotta delle imprese, senza però dare a queste una completa indipendenza finanziaria. Al contrario, esse sono state mantenute sotto il rigoroso controllo della Banca di Stato che si esercita per così dire quotidianamente. Attraverso questo sistema la Banca di Stato adempie al doppio ruolo del finanziamento e della regolamentazione, ed evita il rischio di unità economiche indipendenti e insolventi, come al tempo della NEP. La Banca di Stato può infatti esercitare la sua pressione come creditrice facendo fallire le aziende che divenissero insolventi, mentre di regola agisce con nuovi apporti di capitali e semmai con cambiamenti del personale direttivo quando nascono difficoltà di produzione. Si vuole così evitare anche il nascere di un vero torrente monetario a copertura dei deficit aziendali.

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Questo, in sostanza, il giudizio dato dal Polanyi sull’economia russa. Si può obiettare che è un po’ semplicistico spiegare il fenomeno dell’amministrazione sovietica dal puro punto di vista monetario. Nondimeno, l’analisi, seppur parziale, ha un fondo di verità, ed è verità che il ricorso ad espedienti inflazionistici è stato uno degli strumenti principali del dirigismo russo, Tale dirigismo, anzi, è una delle principali conseguenze della strada battuta in questa direzione, non già (come si vorrebbe asserire a destra o a sinistra) un tentativo di instaurare il socialismo con una regolazione dal centro. Il centro è intervenuto solo per appropriarsi i benefici che la direzione della produzione nazionale concede, senza uscire per questo dal solco dell’economia capitalista. Se il capitalismo ha delle contraddizioni interne, queste possono essere combattute dalla autorità centrale. Se questa autorità centrale riesce a governare le notevoli masse di moneta create da sempre nuove emissioni quale strumento per mettere in moto il processo produttivo, essa può anche riuscire ad eliminare la disoccupazione facendo morire di fatica e di miseria milioni di lavoratori: in nessun caso a costruire il socialismo. La Russia non fa eccezione, ed è notevole che un economista borghese l’abbia presa a modello non di una realizzazione socialista, ma di una manovra economica capitalistica, presupponente fra l’altro l’uso a fini di sfruttamento di classe dello strumento monetario. Ciò non ha nulla a che fare col socialismo.

Il socialismo è la società senza classi, senza sfruttati né sfruttatori.

Note

  1. Full Employement and Free Trade, Cambridge 1945. ↩︎