Partito Comunista Internazionale

Rassegna Comunista 1

Lo sviluppo del comunismo In Italia

Siamo a due mesi dalla costituzione del Partito Comunista d’Italia, avvenimento che i superficiali non hanno forse veduto nella vera sua luce poiché da tempo sentivano dire che il movimento socialista italiano, col suo partito che intatto aveva attraversato gli anni della guerra, fosse tutto, fin dal Congresso famoso di Bologna, sul terreno del comunismo, del massimalismo, del bolscevismo, parole tutte che negli orecchianti della politica – ossia in quasi tutti quelli che in Italia si occupano di politica – sollevavano le immagini più confuse. 

Quale povera cosa sarebbe la coscienza collettiva in cui deve condensarsi il pensiero comunista, se le manifestazioni di essa si fossero avute nelle demagogiche e sconclusionate enunciazioni del Congresso di Bologna! E quale risibile esercizio pratico avrebbe la lotta e la tattica comunista, se a saggio di esse dovesse indicarsi quanto hanno dopo Bologna perpetrato i socialisti in Italia!

Fortunatamente il comunismo in Italia ha seguite ben altre vie nel suo sviluppo come concezione dottrinale e come disciplina di azione. I massimalisti del 1919 e 1920 avevano preso per comunismo una serie di cose che comunismo non erano ancora: la vecchia intransigenza antibellica che giungeva a superare il blocco elettorale e l’accesso ai ministeri borghesi, l’opposizione alle imprese coloniali e alla guerra nazionale, sotto forma di neutralismo sopravvissuto non solo alla neutralità me anche alla guerra; e, in alcuni casi non rari, nato dopo la fine di entrambe, il tutto condito delle mal digerite formule rese note dalla rivoluzione russa, e specialmente vista nella comoda luce delle benemerenze da squadernare nelle concioni elettorali. 

Ben altro travaglio ci ha condotti ad avere oggi in Italia qualche cosa di concretamente e seriamente comunistico, nel pensiero e nella pratica. Quelle posizioni teoriche e tattiche cui abbiamo accennato, guadagnate in modo certo non inglorioso dalla sinistra del vecchio partito, e intese come sviluppo di un metodo che si perfeziona nel divenire delle situazioni e nel maturarsi delle esperienze storiche, non già come i diplomi di merito che si rilasciano nelle Esposizioni, hanno avuto valore preminente nella genesi e nella costituzione anche in Italia del movimento comunista, in quanto questo colle sue odierne formulazioni internazionali di principio e di tattica, integra ed assomma in sé le conquiste del metodo marxista, sopratutto come critica della transigenza socialdemocratica e socialnazionale, in tutti i paesi. 

Quando, molto dopo il Congresso di Bologna, in seguito al secondo Congresso Comunista mondiale, dovettero contarsi le forze comuniste in Italia, caddero nel vuoto le cifre ufficiali del voto di Bologna, e gli effettivi comunisti si raccolsero da gruppi ben più ristretti del Partito Socialista, che erano i soli che riassumessero in sé quanto si era formato e maturato, attraverso le sicure esperienze della sinistra del partito, di coscienza e di preparazione comunista. 

Colla più grande spontaneità questi gruppi, sulla traccia delle delibere di Mosca, si organizzarono prima nella frazione e poi nel Partito Comunista, sintetizzando utilmente le loro conoscenze ed esperienze riguardo alle diverse questioni del comunismo, e risolvendo con magnifica energia, in affiatamento completo con il centro direttivo della Internazionale Comunista, il problema spesso difficilissimo di separarsi nettamente da tutto il campo dei pseudo comunisti e dei semi comunisti.

 Due mesi di tempo già ci hanno dato modo di dimostrare come il Partito Comunista abbia in Italia una funzione di propulsione rivoluzionaria che non lascia esitare nella scelta colla efficienza politica del Partito Socialista, ieri forte di uomini e di mezzi ma paralizzato e immobilizzato dal contrasto interno, oggi sminuito e svirilizzato dalla scissione, e nello stesso tempo indirizzato senza altre incertezze verso la collaborazione borghese, a cui però non arrecherà più tutto quell’equipaggio che la sirena democratica sognò di attirare nei suoi fatali incantamenti. 

II giovane Partito Comunista rivendica come onore e merito suo le pagine migliori della sinistra del vecchio partito, ma anche se si volesse calcolargli dal Congresso di Livorno la decorrenza del suo “Stato di servizio” avrebbe qualche cosa da mostrare, non certo per ripetere le ridicole esibizioni dei veterani riformati rimasti nel vecchio partito, ma per rafforzarsi nei propositi di procedere sulla via della rivoluzione. 

Pochi giorni dopo Livorno, Firenze vedeva l’adunata di quel movimento giovanile, che in Italia, costantemente affiancato alla sinistra del partito, è stato sempre una autentica forza di avanguardia rivoluzionaria; e una maggioranza schiacciante deliberava tra il più grande entusiasmo l’adesione al Partito Comunista; che veniva così ad aggiungere ai suoi sessantamila aderenti della votazione di Livorno quasi tutti i cinquantamila della Federazione Giovanile. Al Partito Socialista resta un pallido simulacro di movimento della gioventù, privo di ogni vita propria. 

Ancora qualche settimana, ed il Partito Comunista affronta una nuova battaglia, nel Congresso della Confederazione del Lavoro. Questo Congresso si attendeva da anni ed anni; tutti avrebbero fino a sei mesi prima preveduto che in esso si sarebbero scontrate due tendenze: quella riformista pura e quella dei massimalisti serratiani (tutti avrebbero preveduto che dato il modo di consultazione delle masse proletarie da parte dei funzionari sindacali riformisti, questi avrebbero sempre ottenuta una maggioranza). In seguito alla scissione politica, e al conseguente connubio tra i riformisti e i “massimalisti” rimasti nel partito, si è costituito al congresso sindacale il fronte unico anticomunista. Il Partito Comunista si è battuto da solo, e anche contando le sue forze in una votazione in cui gli anarchici si sono astenuti, trattandosi di una integrale affermazione sulle tesi sindacali di Mosca, ha ottenuto 600 mila voti su un milione e ottocentomila; ridotti poi a 430 mila nominali pel vecchio trucco statutario di dividere i voti tra Camere del Lavoro e Federazioni.

Mentre si svolgeva questa battaglia di Congresso, si riacutizzava in tutta Italia la lotta armata tra i proletari e quella organizzazione fascista che da alcuni mesi con un crescendo offensivo che sollevava il giubilo della intera classe borghese, aveva intrapreso in molte zone d’Italia una azione violenta contro il movimento proletario, ripromettendosi di sfatare le pose massimaliste dei capi. Questa reazione bianca, nello stesso periodo che ci ha data la scissione di Livorno, ha contribuito ad una nella differenziazione tra i comunisti d’occasione e le giovani forze del nuovo partito. I primi hanno rivelata tutta la vacuità dei loro atteggiamenti, il secondo ha dato prova di essere già in grado di agire come centro di raccolta delle energie proletarie, che con contrattacchi decisi hanno posto fine alla serie di facili successi dell’avversario. 

I socialisti hanno ripudiata ogni solidarietà con queste azioni delle masse – hanno perseguita in ogni circostanza, col tradizionale cretinismo parlamentare, la prova che erano stati i lavoratori ad essere provocati, ad essere trascinati fuori della legalità, a essere picchiati anziché a picchiare – hanno auspicata la tregua di classe, la pace civile, l’evolversi pacifico della attuale crisi sociale! 

Oggi, mentre il Partito Socialista va alla deriva verso destra e vive soltanto per elaborare manovre parlamentari, per occuparsi di elezioni e di ministeri, il Partito Comunista, nato tra un più che spiegabile ostentato silenzio della stampa borghese, vede scatenarsi la campagna anticomunista, e ha l’onore di risuscitare la indignazione e la paura borghese per quella “importazione” del bolscevismo, che attraverso la viltà dei socialisti e le gesta fasciste si credeva scongiurata per sempre. A Roma i fascisti si adunano ufficialmente – mentre le nostre bandiere salutano l’immolazione generosa di Lavagnini – a commemorare le vittime fasciste del comunismo, e sembrano così commettere ancora alle forze ufficiali dello Stato borghese la lotta contro un avversario meno comodo di quelli che sistematicamente rinculano rinnegando pietosamente ogni proposito offensivo. 

Il Partito Comunista non potrebbe vedersi in una posizione più accetta di quella che gli assegnano la precipitosa diserzione degli opportunisti e le minacce rabbiose della reazione; poiché la sua esperienza antica e la sua preparazione s’incontrano sulla previsione sicura che domani queste due manifestazioni non ne faranno che una sola. Conoscere il nemico è la prima condizione per debellarlo.

Manifesto ai Lavoratori d’Italia

Proletari italiani!

Nessuno di voi ignora che il Partito Socialista Italiano, al suo Congresso Nazionale tenuto a Livorno, si è diviso in due Partiti.

I rappresentanti di quasi sessantamila dei suoi membri, sui centosettantamila che hanno partecipato al Congresso, si sono allontanati, e in un primo Congresso, hanno costituito il nuovo Partito: il nostro Partito Comunista.

I rimasti nel vecchio Partito hanno conservato l’antico nome di Partito Socialista Italiano.

Ciò voi avrete appreso, proletari tutti d’Italia, dalla nuda cronaca di questi ultimi giorni; ma tale nuova, che non appare ben chiara nelle ragioni che ne furono la causa a molti di voi, mentre essa tanto da vicino riguarda i vostri interessi ed il vostro avvenire, vi sarà presentata e commentata dagli interessati sotto una luce artificiosa e sfavorevole.

È perciò che il I Congresso del nuovo Partito ha sentito come suo primo dovere, la necessità di rivolgersi a voi; e con questo manifesto vuole rendervi ragione del sorgere del nuovo Partito, perché vi stringiate intorno ad esso accogliendolo come il solo e vero istrumento delle vostre rivendicazioni, come il vostro Partito.

Richiamiamo, quindi, tutta la vostra attenzione su quanto abbiamo il compito di esporvi nel modo più chiaro, onesto e preciso.

I Partiti socialisti nella guerra mondiale

Vi fu detto per molti anni che coloro i quali lavorano e sono sfruttati dalla minoranza sociale dei padroni delle fabbriche, delle terre, delle aziende tutte, devono tendere, se vogliono sottrarsi allo sfruttamento e ad ogni sorta di miserie, a rovesciare le istituzioni attuali che difendono i privilegi degli sfruttatori. Vi fu detto, a ragione, che questo scopo poteva raggiungersi solo col formarsi di un Partito dei lavoratori, di un Partito politico di classe, il quale doveva condurre la lotta rivoluzionaria contro la borghesia, contro i suoi Partiti, contro i suoi istituti politici ed economici.

Ma già prima della guerra in molti paesi, ed anche in Italia, i capi dei Partiti proletari avevano cominciato a transigere colla borghesia, ad accontentarsi di ottenere da essa e dal suo Governo piccoli vantaggi, e sostenevano che, a poco a poco e senza una lotta violenta, sareste, così, giunti a quel regime di giustizia sociale che era nelle vostre aspirazioni.

Questi uomini erano anche nel Partito Socialista Italiano. Alcuni come i Bissolati e i Podrecca, ne furono allontanati; altri, però, come i Turati, i Treves, i Modigliani, i D’Aragona, ecc., vi rimasero, capi incontrastati nell’azione parlamentare e nelle organizzazioni economiche, anche dopo che la maggioranza del Partito dichiarò erronee le loro teorie riformistiche.

Guidata da costoro, o da altri meno sinceri, ma in fondo simili ad essi per pensiero e per temperamento, l’azione del Partito non corrispondeva alle aspettazioni delle masse e alle esigenze della situazione. Venne la guerra del 1914. Come voi sapete, in moltissimi paesi i Partiti socialisti, diretti da quei capi riformisti e transigenti di cui abbiamo detto, anziché opporsi alla guerra, divennero i complici del sacrificio proletario per gli interessi borghesi.

Ciò dipese soprattutto dal fatto che essi non capirono che la guerra era una conseguenza del regime capitalistico, che rappresentava il crollo di esso nella barbarie, e creava una situazione in cui i socialisti avevano il dovere di spingere le masse ad un’altra e ben diversa guerra, alle lotte rivoluzionarie contro la borghesia imperialistica.

Voi, proletari italiani, ricordate anche che il Partito socialista in Italia tenne un contegno migliore di quello degli altri Partiti socialisti europei: attraversammo un periodo di neutralità, durante il quale avemmo l’agio di meglio comprendere quale enormità era l’adesione dei socialisti alla guerra.

Ma quando si trattò di passare, da una opposizione verbale, all’azione effettiva contro la borghesia italiana impegnata nella guerra, ad una propaganda in senso rivoluzionario, allora gli uomini della destra del Partito ed altri ancora – anche e soprattutto quando il territorio italiano fu invaso – dimostrarono col loro contegno esitante tutta la loro avversione al metodo rivoluzionario.
 

La III Internazionale comunista

La nuova Internazionale infatti, soprattutto ad opera dei comunisti russi, si costituiva a Mosca tenendovi nel marzo 1919 il primo suo Congresso mondiale.

Attraverso vicende che non è qui il caso di rammentare, ben presto di delineò una minaccia per la nuova Internazionale: l’invasione nelle sue file da parte di elementi equivoci, usciti dalla Seconda Internazionale, ma non completamente aderenti alle direttive comuniste.

Per ovviare a tale pericolo si riuniva a Mosca, nel luglio 1920, il II Congresso Mondiale il quale stabilì che ogni Partito desideroso di entrare nella Internazionale Comunista dovesse, per essere accettato, dimostrare che la sua composizione e la sua attività corrispondessero al programma ed al metodo comunista.

A tale scopo il Congresso stabilì una serie di condizioni d’ammissione nelle quali sono contenuti i criteri a cui i Partiti che entrano nella Internazionale devono corrispondere.

Queste condizioni si applicano a tutti i Partiti senza eccezione. Poiché, mentre la Seconda Internazionale lasciava arbitro ogni Partito aderente di seguire la tattica che meglio credeva – e fu quest’autonomia la causa principale della sua rovina – la III Internazionale è invece fondata sulla comunanza di Partiti di tutti i paesi delle fondamentali norme di organizzazione e di azione, le quali appunto figurano nelle ventuno condizioni di ammissione.

Ciò non vuol dire che la III Internazionale ignori che in ogni paese l’azione rivoluzionaria può presentare problemi speciali. Ma mentre nelle 21 condizioni è fissato il contegno dei Partiti di fronte ai problemi più importanti che si presentano in tutti i paesi, il Secondo Congresso stabiliva anche le tesi sui compiti principali dell’Internazionale, di cui la terza parte tratta delle modificazioni della linea di condotta e parzialmente della composizione sociale dei Partiti che aderiscono o vogliono aderire alla Internazionale.

In queste condizioni si parla di ciascun paese partitamente ed anche dell’Italia che presentava questo speciale problema: la esistenza d’un Partito che essendo stato contrario alla guerra ed avendo aderito a gran maggioranza alla III Internazionale dimostrava con i fatti un’evidente incapacità rivoluzionaria.

La situazione politica italiana nel dopo guerra

Abbiamo detto quale immenso valore abbiano avuto per i proletari di tutti i paesi gli insegnamenti della Rivoluzione russa. Quale utilizzazione se ne è fatta finora nel movimento proletario italiano?

In Italia si è molto parlato della Rivoluzione Russa, della dittatura proletaria, di Soviet, della III Internazionale. Ma furono, in realtà, quegli insegnamenti, verso i quali si protendeva ansioso il nostro proletariato, efficacemente intesi ed applicati? Tutt’altro. Il Partito Socialista Italiano accettò nel suo Congresso di Bologna il programma comunista, aderì alla III Internazionale. Si era nell’agitatissima situazione del dopoguerra, che dura tuttora, e si parlò molto di rivoluzione nei comizi, mentre in realtà il Partito non aveva mutato dopo la guerra, né mutò col Congresso di Bologna, i caratteri tradizionali dell’opera sua che seguitò a basarsi nel campo economico sulle piccole conquiste graduali e corporative, nel campo politico nella pura azione inspirata da finalità elettorali. Né attraverso la guerra, né per effetto del Congresso di Bologna, fu cambiato quello stato di cose per cui l’azione politica ed economica del Partito era affidata alla destra riformista, e le conseguenze potettero essere contestate nell’andamento della campagna elettorale politica e di quella amministrativa, come nella piega che presero tutte le grandi agitazioni che scoppiavano in seno al proletariato italiano. Il Partito, benché diretto da massimalisti, non fece nulla per togliere il monopolio della Confederazione del Lavoro ai D’Aragona, Baldesi, Buozzi, Colombino, Bianchi ecc., la cui opera spesso si presentò come un indirizzo politico apertamente opposto a quello del Partito, e praticamente si svolse attraverso continui compromessi colla borghesia, culminando nella famosa derisoria concessione giolittiana del controllo operaio.

Il P.S.I. in conclusione rimase sostanzialmente quello che era prima della guerra, ossia un Partito un po’migliore di altri Partiti della II Internazionale ma non divenne un Partito comunista capace di opera rivoluzionaria secondo le direttive della Internazionale Comunista.

L’azione e la tattica dei Partiti comunisti a questa aderenti devono essere ben diversi. I Partiti comunisti hanno come loro finalità la preparazione materiale e ideale del proletariato alla lotta rivoluzionaria per la conquista del potere. Come mezzi per la loro propaganda, agitazione ed organizzazione essi si servono dell’intervento nell’azione sindacale e cooperativa, nelle elezioni e nei Parlamenti, ma non considerano affatto le conquiste che si realizzano con queste azioni come fine a se stesse. Il P.S.I. invece, lasciando dirigere queste azioni agli uomini dell’ala destra od anche ad uomini della sinistra che da quelli si differenziano soltanto per affermazioni verbali senza essere capaci di intendere la nuova tattica rivoluzionaria, non fece utile opera di preparazione rivoluzionaria, ed il suo massimalismo condusse soltanto a quella serie di insuccessi e di delusioni ben noti a tutti i lavoratori, di cui la destra del Partito, infischiandosi dell’impegno assunto di essere disciplinata a quello indirizzo che la maggioranza aveva stabilito, si servì per deridere audacemente il metodo massimalista.

Per evitare tutto ciò non vi sarebbe stato che un solo mezzo: eliminare dal Partito i riformisti basandosi sulla loro avversione di principio al programma comunista, per poterli scacciare dalle loro posizioni squalificandoli innanzi a tutto il proletariato italiano come avversari della rivoluzione e della III Internazionale, come equivalenti italiani dei menscevichi russi e di altri controrivoluzionari esteri.

In questo modo la situazione italiana e l’andamento della lotta di classe tra noi vengono a confermare quelle esperienze internazionali su cui si basano i comunisti per liberare il proletariato dai suoi falsi amici social-democratici.

Tutto ciò in Italia fu sostenuto dagli elementi di sinistra del Partito che andarono sempre meglio organizzandosi sul terreno del pensiero e del metodo comunista ed intrapresero la lotta contro il pericoloso andazzo preso dal Partito.
 

Dal Congresso di Mosca al Congresso di Livorno

Lo stesso giudizio intorno alla situazione italiana fu espresso dal Congresso di Mosca e sancito nelle sue deliberazioni, richiedendosi che il Partito italiano si liberasse dai riformisti, e divenisse come nel programma così nella tattica, nell’azione e nel nome un vero Partito comunista. Intanto i riformisti italiani, sempre più imbaldanziti dagli insuccessi del massimalismo che aveva apparentemente trionfato a Bologna si erano organizzati in frazione “di concentrazione socialista” col loro convegno di Reggio Emilia dell’ottobre 1920.

Tutti i comunisti italiani che, al disopra di singoli apprezzamenti tattici, accettavano la disciplina internazionale alle deliberazioni di Mosca, si costituirono in frazione, e nel convegno d’Imola del 28-29 novembre 1920 decisero di proporre al Congresso del Partito una mozione, che oltre al comprendere l’applicazione di tutte le altre decisioni del Congresso di Mosca, stabiliva che il Partito si chiamasse comunista, e che tutta la frazione di “concentrazione”dovesse essere esclusa.

L’organo supremo dell’Internazionale Comunista, ossia il Comitato Esecutivo di Mosca, approvò ed appoggiò tale proposta.

Intanto nelle file del Partito da parte di coloro che tanto facilmente si erano proclamati massimalisti e che avevano inneggiato a Mosca quando si trattava di andare ai trionfi elettorali si organizzò una corrente unitaria, venendo così a costituire una frazione di centro che si opponeva alla divisione tra comunisti e riformisti.

I capi di questa tendenza si dicevano comunisti, ma oggi che essi hanno dimostrato coi fatti di tenere più ai riformisti e ai controrivoluzionari, come Turati e D’Aragona, che ai comunisti e alla Terza Internazionale, riesce evidente che essi costituiscono la peggiore specie di opportunisti. Infatti costoro nel recente Congresso di Livorno, capitanati da G.M. Serrati, hanno respinto le precise disposizioni del Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista, trascinando la maggioranza del Congresso a decidere che i riformisti restassero nel partito, tutti senza eccezione.

Tale atto inqualificabile – voluto da pochi capi che hanno saputo speculare sulla inesperienza dei gregari – ha preparato questa logica conseguenza: la espulsione del P.S.I. dalla Internazionale Comunista.

Dinanzi a tale situazione la frazione comunista ha senz’altro abbandonato il Congresso ed il Partito, ed a deciso di costituirsi in Partito Comunista d’Italia – Sezione della Internazionale Comunista.

Così i sedicenti “comunisti” della frazione unitaria serratiana, per restare uniti ai quindicimila riformisti dell’estrema destra, si distaccano dall’Internazionale Comunista, ossia dal proletariato rivoluzionario mondiale, e da sessantamila comunisti iscritti al Partito, con i quali è solidale tutto il movimento giovanile, forte di più di quindicimila iscritti.

A voi, lavoratori, giudicare il contegno di costoro, a voi il dire quanto essi siano comunisti, quanto abbiano a cuore le sorti della rivoluzione proletaria.
 

La politica della Internazionale e le false asserzioni dei fuorusciti

Gli unitari hanno tentato di far apparire dovuto ad altre sciocche ragioni il loro distacco dall’Internazionale Comunista. Essi affermano che noi avremmo avuto il torto di volere applicare troppo rigidamente gli ordini di Mosca che, secondo loro, non corrisponderebbero alle esigenze della situazione italiana.

A ciò noi rispondiamo che l’Internazionale sarebbe una vana parola e nulla più, se non fosse organizzata sulla base della disciplina. Come le Sezioni di un Partito devono essere disciplinate alla direzione centrale, così i Partiti devono esserlo rispetto alla Internazionale. In secondo luogo non si tratta degli ordini personali di Lenin o di altri capi del movimento russo, ma delle decisioni di un Congresso al quale hanno partecipato rappresentanti di tutto il mondo, tra cui cinque italiani, quattro dei quali hanno accettato le decisioni relative all’Italia colla opposizione del solo Serrati.

Quei compagni, come tutti i comunisti italiani, come tutti quei lavoratori italiani che ogni giorno sentivano affievolirsi la loro fiducia nel vecchio Partito, pensavano che le decisioni di Mosca rispondessero ad un maturo esame ed alle varie esigenze della situazione italiana.

Se i comunisti (?) unitari pensano che quelle decisioni non sono convenienti per l’Italia, è perché essi hanno un concetto della rivoluzione che contraddice alle direttive di principio del comunismo internazionale, al pensiero di tutti i veri comunisti del mondo, siano essi italiani, americani o cinesi. Esistono in tutti i paesi coloro che pensano come gli unitari italiani, asseriscono, cioè, di essere per il comunismo e per la Terza Internazionale ma nella pratica rifiutano di eseguire le decisioni della Internazionale, col pretesto che non sono applicabili alle condizioni particolari del loro paese. E sono appunto questi gli avversari più insidiosi della Internazionale.

Un’altra bugia degli unitari è l’asserzione che le concessioni a loro rifiutate nell’applicazione delle 21 condizioni siano, invece, state accordate dalla Internazionale ai compagni di altri paesi e soprattutto della Francia. La verità è del tutto opposta. Il Partito Socialista Francese nel recente Congresso di Tours si è dichiarato nella sua maggioranza per la adesione a Mosca, però la mozione della maggioranza conteneva alcune riserve, tra cui quella di conservare nel Partito la minoranza centrista. È falso che il Comitato Esecutivo della Internazionale abbia accettato queste riserve. Al contrario, esso inviò al Congresso di Tours un energico telegramma richiedente l’espulsione dei centristi e la applicazione integrale delle condizioni di ammissione. La maggioranza del Congresso accettò disciplinata il contenuto del messaggio dell’Esecutivo. Invece gli unitari italiani si sono ribellati alle disposizioni dell’Internazionale, alla quale, a differenza dei francesi, già erano aderenti. Abbiamo avuto così il primo caso d’un Partito che abbandona l’Internazionale dopo esservi entrato a bandiera spiegata: negli unitari italiani la Terza Internazionale può così registrare i primi suoi rinnegati.

Costoro accampano ancora il proposito di ricorrere al Comitato Esecutivo ed al Congresso prossimo dell’Internazionale Comunista, per ottenere di essere riconosciuti come tuttora aderenti. Poiché in ogni paese non può esservi che un solo Partito aderente a Mosca, l’Internazionale dovrebbe per riconoscere gli unitari ripudiare il nostro Partito e sconfessare l’atteggiamento da noi tenuto, cosa evidentemente assurda e stranamente contraddicente alla famosa affermazione degli unitari che noi siamo esageratamente attaccati alla volontà espressa da Mosca.

Il nostro Partito Comunista è e resterà l’unica sezione italiana della Internazionale Comunista. Chi non è col nostro Partito, sia esso un borghese od un aderente al vecchio Partito Socialista, è fuori ed è contro la Terza Internazionale. I membri del vecchio Partito che, con mille menzogne, sono stati indotti a pronunziarsi per la tesi unitaria, ai quali si è promessa l’unità del Partito nella Terza Internazionale, possono oggi vedere chiaramente la situazione. L’unità del Partito non esiste più avendo esaurito la sua ragion d’essere, ed essi si troveranno fuori dalla Internazionale Comunista, dalla famiglia mondiale dei lavoratori rivoluzionari. Essi possono uscire da questa falsa situazione soltanto abbandonando i capi del Partito Socialista.
 

Come è costituito il Partito comunista

Il Partito Comunista d’Italia vi si presenta dunque, o compagni lavoratori, come un prodotto della situazione creatasi in Italia dopo la guerra mondiale e che va svolgendosi, anche più rapidamente che in altri paesi, verso la rivoluzione proletaria.

Questo Partito comprende in sé le energie rivoluzionarie del proletariato italiano, esso deve rapidamente organizzarsi come l’avanguardia di azione della classe lavoratrice. I suoi principi ed il suo programma vi dicono che il Partito Comunista sta sul terreno del pensiero marxista, del comunismo critico, del Manifesto dei Comunisti, così come tutto il movimento della Internazionale di Mosca. Gli altri che, chiamandoci anarchici o sindacalisti, si rivendicano continuatori del marxismo, sono invece coloro che lo hanno falsificato.

Noi invece, raccogliendo nelle nostre file la maggior parte di coloro che sostennero il valore rivoluzionario del marxismo in Italia, dissentiamo, così come le tesi di Mosca dissentono, dalle teorie anarchiche e sindacaliste – pure considerando i proletari anarchici e sindacalisti come nostri amici generosamente rivoluzionari, che finiranno col riconoscere la giustezza delle direttive teoriche e pratiche dei comunisti, mentre invece i riformisti, i social-democratici, e tutti quelli che si sentono di convivere con costoro si allontanano sempre più dal comunismo e dalla via della rivoluzione.

Il Partito Comunista d’Italia si compone dunque di coloro che veramente hanno sentito ed accolto, nella mente e nel cuore, i grandi principi rivoluzionari della Internazionale Comunista. Nelle sue file sono giovani e vecchi militanti dell’antico Partito; esso continua storicamente la sinistra del Partito Socialista, quella parte cioè di questo Partito che lottò in prima linea contro il riformismo collaborazionista, contro i blocchi elettorali, contro la massoneria, contro la guerra libica, che non solo sostenne la lotta contro i fautori della guerra, ma anche in seno al Partito contrastò tenacemente il passo a coloro che alla guerra erano avversi a parole ma, non del tutto scevri da pregiudizi patriottici, tendevano a continue transizioni colla borghesia.

È vero che restano nel vecchio Partito taluni che in certa epoca furono estremisti, magari più estremisti di noi, ma costoro o sono esemplari del vecchio fenomeno d’involuzione politica degli individui, o rappresentano i massimalisti che s’improvvisarono tali per opportunità elettorale, o, nell’ipotesi più benevola, sono individui che si credettero comunisti quando ancora non avevano inteso quali siano le differenze vere tra il Comunismo e i pregiudizi borghesi e piccoli borghesi.

L’azione del Partito comunista

Il Partito Comunista d’Italia ispira il suo giudizio tattico alle deliberazioni dei Congressi Internazionali, e quindi intende avvalersi dell’azione sindacale, cooperativa, elettorale, parlamentare, come d’altrettanti mezzi per la preparazione del proletariato alla lotta finale.

Attraverso l’intimo contatto con le masse lavoratrici, in tutte le occasioni in cui queste sono spinte ad agitarsi dalla insofferenza delle loro condizioni di vita, il Partito Comunista svolgerà la migliore propaganda dei concetti comunisti, suscitando nel proletariato la coscienza delle circostanze, delle fasi, delle necessità che si presenteranno in tutto il complesso svolgimento della lotta rivoluzionaria.

Colla rigorosa disciplina della sua organizzazione interna, il Partito Comunista si organizzerà in modo da essere capace di inquadrare e dirigere sicuramente lo sforzo rivoluzionario del proletariato.

La propaganda, il proselitismo, l’organizzazione e la preparazione rivoluzionaria delle masse saranno basate sulla costituzione di gruppi comunisti che raccoglieranno gli aderenti al Partito che lavorano nella medesima azienda, che sono organizzati nel medesimo sindacato, che, comunque, partecipano ad uno stesso aggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule comuniste agiranno in stretto contatto con il Partito che assicurerà la loro azione d’insieme, in tutte le circostanze della lotta. Con questo metodo i comunisti muoveranno alla conquista di tutti gli organismi proletari costituiti per finalità economiche e contingenti, come le Leghe, le Cooperative, le Camere del Lavoro, per trasformarle in istrumenti della azione rivoluzionaria diretta dal Partito.

Il Partito Comunista intraprenderà, così, fedele alle tesi tattiche della Internazionale sulla questione sindacale, la conquista della Confederazione Generale del Lavoro, chiamando le masse organizzate ad una implacabile lotta contro il riformismo ed i riformisti che vi imperano.

Il Partito Comunista non invita, quindi, i suoi aderenti ed i proletari che lo seguono ad abbandonare le organizzazioni confederali, bensì li impegna a partecipare intensamente all’aspra lotta che s’inizia contro i dirigenti. Non è certo questo breve e facile compito, soprattutto oggi che molti sedicenti avversari del riformismo depongono la maschera e passano apertamente dalla parte dei d’Aragona, con i quali militano insieme nel vecchio Partito Socialista. Ma appunto per questo il Partito Comunista fa assegnazione sull’aiuto di tutti gli organismi proletari sindacali che conducono all’esterno la lotta contro il riformismo confederale, e li invita, con un caldo appello, a porsi sul terreno della tattica internazionale dei comunisti, per sloggiare i contro-rivoluzionari con una risoluta e vittoriosa azione comune.

I membri del Partito Comunista, rivestiti di cariche direttive nei Comuni, nelle Province e nel Parlamento, restano al loro posto con mandato di seguire la tattica rivoluzionaria decisa dal Congresso Internazionale, e con subordinazione assoluta agli organi direttivi del Partito.

Una parte dei giornali del vecchio Partito resta al Partito Comunista, tra questi i quotidiani “Ordine Nuovo”, di Torino e “Il Lavoratore”, di Trieste.

Organo centrale del Partito sarà “Il Comunista”, bisettimanale, pubblicato a Milano, ove ha sede il Comitato Esecutivo del Partito.

Questo, nelle grandi linee, è il piano d’azione che il Partito Comunista si propone, e per la esplicazione del quale conta sulla adesione entusiastica della parte più cosciente del proletariato italiano.
 

Lavoratori italiani!

Gli avvenimenti attraverso i quali il Partito Comunista d’Italia si è costituito, dimostrano come esso corrisponda ad una necessità irresistibile dell’azione proletaria, e dimostrano come esso sorga quale l’unico organo capace di condurre alla vittoria la classe lavoratrice italiana. Il programma di lotta del Partito Comunista dimostra che esso soltanto potrà applicare, nell’azione rivoluzionaria, i risultati delle esperienze italiane ed estere della lotta di classe come le deliberazioni dell’Internazionale Comunista. Il vecchio Partito Socialista, al Congresso di Livorno, ha perduto nello stesso momento le energie e l’audacia della parte più giovane, ed il miglior contenuto dell’esperienza delle sue lotte passate, che si riassume nella affermazione di quel metodo rivoluzionario, di cui oggi il rappresentante è il Partito Comunista.

Il vecchio Partito ha fatto un gran passo verso destra, sulla via fatale che ha come ultimo sbocco la controrivoluzione. Esso è squalificato dinanzi agli occhi del proletariato italiano, ed è destinato, d’ora innanzi, a vivere solo delle pericolose simpatie borghesi, il cui coro già si eleva attorno ad esso. È il Partito in cui la destra, con i suoi Modigliani ed i suoi D’Aragona, è moralmente padrona, e gli intransigenti rivoluzionari, i massimalisti, di ieri recitano la parte di servitori del riformismo.
 

Lavoratori italiani!

Il vostro posto di battaglia è col nuovo Partito, è nel nuovo Partito. Attorno alla sua bandiera, che è quella dell’Internazionale, dei lavoratori rivoluzionari di tutto il mondo, dovete stringervi per la grande lotta contro lo sfruttamento capitalistico.

Il Partito Comunista d’Italia, nel chiamarvi a raccolta per le battaglie della rivoluzione mondiale, si sente in diritto di salutare a nome vostro i lavoratori di tutto il mondo inviando alla Internazionale Comunista di Mosca, invincibile presidio della rivoluzione mondiale, il grido entusiasta di solidarietà dei proletari e dei comunisti italiani.

Contro tutte le resistenze del sistema sociale borghese, contro tutte le insidie dei falsi amici del proletariato, contro tutte le debolezze e le transazioni, avanti per la vittoria rivoluzionaria, a fianco dei comunisti del mondo intero.

    Abbasso i rinnegati ed i traditori della causa proletaria!
    Viva la III Internazionale Comunista!
    Viva la Rivoluzione Comunista mondiale!

Il Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia.

Manifesto del PC ai Lavoratori d’Italia, del Comitato centrale del PCd’I

Manifesto ai lavoratori d’Italia

Proletari italiani!

Nessuno di voi ignora che il Partito Socialista Italiano, al suo Congresso Nazionale tenuto a Livorno, si è diviso in due Partiti.

I rappresentanti di quasi sessantamila dei suoi membri, sui centosettantamila che hanno partecipato al Congresso, si sono allontanati, e in un primo Congresso, hanno costituito il nuovo Partito: il nostro Partito Comunista.

I rimasti nel vecchio Partito hanno conservato l’antico nome di Partito Socialista Italiano.

Ciò voi avrete appreso, proletari tutti d’Italia, dalla nuda cronaca di questi ultimi giorni; ma tale nuova, che non appare ben chiara nelle ragioni che ne furono la causa a molti di voi, mentre essa tanto da vicino riguarda i vostri interessi ed il vostro avvenire, vi sarà presentata e commentata dagli interessati sotto una luce artificiosa e sfavorevole.

È perciò che il I Congresso del nuovo Partito ha sentito come suo primo dovere, la necessità di rivolgersi a voi; e con questo manifesto vuole rendervi ragione del sorgere del nuovo Partito, perché vi stringiate intorno ad esso accogliendolo come il solo e vero istrumento delle vostre rivendicazioni, come il vostro Partito.

Richiamiamo, quindi, tutta la vostra attenzione su quanto abbiamo il compito di esporvi nel modo più chiaro, onesto e preciso.
 

I Partiti socialisti nella guerra mondiale

Vi fu detto per molti anni che coloro i quali lavorano e sono sfruttati dalla minoranza sociale dei padroni delle fabbriche, delle terre, delle aziende tutte, devono tendere, se vogliono sottrarsi allo sfruttamento e ad ogni sorta di miserie, a rovesciare le istituzioni attuali che difendono i privilegi degli sfruttatori. Vi fu detto, a ragione, che questo scopo poteva raggiungersi solo col formarsi di un Partito dei lavoratori, di un Partito politico di classe, il quale doveva condurre la lotta rivoluzionaria contro la borghesia, contro i suoi Partiti, contro i suoi istituti politici ed economici.

Ma già prima della guerra in molti paesi, ed anche in Italia, i capi dei Partiti proletari avevano cominciato a transigere colla borghesia, ad accontentarsi di ottenere da essa e dal suo Governo piccoli vantaggi, e sostenevano che, a poco a poco e senza una lotta violenta, sareste, così, giunti a quel regime di giustizia sociale che era nelle vostre aspirazioni.

Questi uomini erano anche nel Partito Socialista Italiano. Alcuni come i Bissolati e i Podrecca, ne furono allontanati; altri, però, come i Turati, i Treves, i Modigliani, i D’Aragona, ecc., vi rimasero, capi incontrastati nell’azione parlamentare e nelle organizzazioni economiche, anche dopo che la maggioranza del Partito dichiarò erronee le loro teorie riformistiche.

Guidata da costoro, o da altri meno sinceri, ma in fondo simili ad essi per pensiero e per temperamento, l’azione del Partito non corrispondeva alle aspettazioni delle masse e alle esigenze della situazione. Venne la guerra del 1914. Come voi sapete, in moltissimi paesi i Partiti socialisti, diretti da quei capi riformisti e transigenti di cui abbiamo detto, anziché opporsi alla guerra, divennero i complici del sacrificio proletario per gli interessi borghesi.

Ciò dipese soprattutto dal fatto che essi non capirono che la guerra era una conseguenza del regime capitalistico, che rappresentava il crollo di esso nella barbarie, e creava una situazione in cui i socialisti avevano il dovere di spingere le masse ad un’altra e ben diversa guerra, alle lotte rivoluzionarie contro la borghesia imperialistica.

Voi, proletari italiani, ricordate anche che il Partito socialista in Italia tenne un contegno migliore di quello degli altri Partiti socialisti europei: attraversammo un periodo di neutralità, durante il quale avemmo l’agio di meglio comprendere quale enormità era l’adesione dei socialisti alla guerra.

Ma quando si trattò di passare, da una opposizione verbale, all’azione effettiva contro la borghesia italiana impegnata nella guerra, ad una propaganda in senso rivoluzionario, allora gli uomini della destra del Partito ed altri ancora – anche e soprattutto quando il territorio italiano fu invaso – dimostrarono col loro contegno esitante tutta la loro avversione al metodo rivoluzionario.

La III Internazionale comunista

La nuova Internazionale infatti, soprattutto ad opera dei comunisti russi, si costituiva a Mosca tenendovi nel marzo 1919 il primo suo Congresso mondiale.

Attraverso vicende che non è qui il caso di rammentare, ben presto di delineò una minaccia per la nuova Internazionale: l’invasione nelle sue file da parte di elementi equivoci, usciti dalla Seconda Internazionale, ma non completamente aderenti alle direttive comuniste.

Per ovviare a tale pericolo si riuniva a Mosca, nel luglio 1920, il II Congresso Mondiale il quale stabilì che ogni Partito desideroso di entrare nella Internazionale Comunista dovesse, per essere accettato, dimostrare che la sua composizione e la sua attività corrispondessero al programma ed al metodo comunista.

A tale scopo il Congresso stabilì una serie di condizioni d’ammissione nelle quali sono contenuti i criteri a cui i Partiti che entrano nella Internazionale devono corrispondere.

Queste condizioni si applicano a tutti i Partiti senza eccezione. Poiché, mentre la Seconda Internazionale lasciava arbitro ogni Partito aderente di seguire la tattica che meglio credeva – e fu quest’autonomia la causa principale della sua rovina – la III Internazionale è invece fondata sulla comunanza di Partiti di tutti i paesi delle fondamentali norme di organizzazione e di azione, le quali appunto figurano nelle ventuno condizioni di ammissione.

Ciò non vuol dire che la III Internazionale ignori che in ogni paese l’azione rivoluzionaria può presentare problemi speciali. Ma mentre nelle 21 condizioni è fissato il contegno dei Partiti di fronte ai problemi più importanti che si presentano in tutti i paesi, il Secondo Congresso stabiliva anche le tesi sui compiti principali dell’Internazionale, di cui la terza parte tratta delle modificazioni della linea di condotta e parzialmente della composizione sociale dei Partiti che aderiscono o vogliono aderire alla Internazionale.

In queste condizioni si parla di ciascun paese partitamente ed anche dell’Italia che presentava questo speciale problema: la esistenza d’un Partito che essendo stato contrario alla guerra ed avendo aderito a gran maggioranza alla III Internazionale dimostrava con i fatti un’evidente incapacità rivoluzionaria.

La situazione politica italiana nel dopo guerra

Abbiamo detto quale immenso valore abbiano avuto per i proletari di tutti i paesi gli insegnamenti della Rivoluzione russa. Quale utilizzazione se ne è fatta finora nel movimento proletario italiano?

In Italia si è molto parlato della Rivoluzione Russa, della dittatura proletaria, di Soviet, della III Internazionale. Ma furono, in realtà, quegli insegnamenti, verso i quali si protendeva ansioso il nostro proletariato, efficacemente intesi ed applicati? Tutt’altro. Il Partito Socialista Italiano accettò nel suo Congresso di Bologna il programma comunista, aderì alla III Internazionale. Si era nell’agitatissima situazione del dopoguerra, che dura tuttora, e si parlò molto di rivoluzione nei comizi, mentre in realtà il Partito non aveva mutato dopo la guerra, né mutò col Congresso di Bologna, i caratteri tradizionali dell’opera sua che seguitò a basarsi nel campo economico sulle piccole conquiste graduali e corporative, nel campo politico nella pura azione inspirata da finalità elettorali. Né attraverso la guerra, né per effetto del Congresso di Bologna, fu cambiato quello stato di cose per cui l’azione politica ed economica del Partito era affidata alla destra riformista, e le conseguenze potettero essere contestate nell’andamento della campagna elettorale politica e di quella amministrativa, come nella piega che presero tutte le grandi agitazioni che scoppiavano in seno al proletariato italiano. Il Partito, benché diretto da massimalisti, non fece nulla per togliere il monopolio della Confederazione del Lavoro ai D’Aragona, Baldesi, Buozzi, Colombino, Bianchi ecc., la cui opera spesso si presentò come un indirizzo politico apertamente opposto a quello del Partito, e praticamente si svolse attraverso continui compromessi colla borghesia, culminando nella famosa derisoria concessione giolittiana del controllo operaio.

Il P.S.I. in conclusione rimase sostanzialmente quello che era prima della guerra, ossia un Partito un po’migliore di altri Partiti della II Internazionale ma non divenne un Partito comunista capace di opera rivoluzionaria secondo le direttive della Internazionale Comunista.

L’azione e la tattica dei Partiti comunisti a questa aderenti devono essere ben diversi. I Partiti comunisti hanno come loro finalità la preparazione materiale e ideale del proletariato alla lotta rivoluzionaria per la conquista del potere. Come mezzi per la loro propaganda, agitazione ed organizzazione essi si servono dell’intervento nell’azione sindacale e cooperativa, nelle elezioni e nei Parlamenti, ma non considerano affatto le conquiste che si realizzano con queste azioni come fine a se stesse. Il P.S.I. invece, lasciando dirigere queste azioni agli uomini dell’ala destra od anche ad uomini della sinistra che da quelli si differenziano soltanto per affermazioni verbali senza essere capaci di intendere la nuova tattica rivoluzionaria, non fece utile opera di preparazione rivoluzionaria, ed il suo massimalismo condusse soltanto a quella serie di insuccessi e di delusioni ben noti a tutti i lavoratori, di cui la destra del Partito, infischiandosi dell’impegno assunto di essere disciplinata a quello indirizzo che la maggioranza aveva stabilito, si servì per deridere audacemente il metodo massimalista.

Per evitare tutto ciò non vi sarebbe stato che un solo mezzo: eliminare dal Partito i riformisti basandosi sulla loro avversione di principio al programma comunista, per poterli scacciare dalle loro posizioni squalificandoli innanzi a tutto il proletariato italiano come avversari della rivoluzione e della III Internazionale, come equivalenti italiani dei menscevichi russi e di altri controrivoluzionari esteri.

In questo modo la situazione italiana e l’andamento della lotta di classe tra noi vengono a confermare quelle esperienze internazionali su cui si basano i comunisti per liberare il proletariato dai suoi falsi amici social-democratici.

Tutto ciò in Italia fu sostenuto dagli elementi di sinistra del Partito che andarono sempre meglio organizzandosi sul terreno del pensiero e del metodo comunista ed intrapresero la lotta contro il pericoloso andazzo preso dal Partito.

Dal Congresso di Mosca al Congresso di Livorno

Lo stesso giudizio intorno alla situazione italiana fu espresso dal Congresso di Mosca e sancito nelle sue deliberazioni, richiedendosi che il Partito italiano si liberasse dai riformisti, e divenisse come nel programma così nella tattica, nell’azione e nel nome un vero Partito comunista. Intanto i riformisti italiani, sempre più imbaldanziti dagli insuccessi del massimalismo che aveva apparentemente trionfato a Bologna si erano organizzati in frazione “di concentrazione socialista” col loro convegno di Reggio Emilia dell’ottobre 1920.

Tutti i comunisti italiani che, al disopra di singoli apprezzamenti tattici, accettavano la disciplina internazionale alle deliberazioni di Mosca, si costituirono in frazione, e nel convegno d’Imola del 28-29 novembre 1920 decisero di proporre al Congresso del Partito una mozione, che oltre al comprendere l’applicazione di tutte le altre decisioni del Congresso di Mosca, stabiliva che il Partito si chiamasse comunista, e che tutta la frazione di “concentrazione”dovesse essere esclusa.

L’organo supremo dell’Internazionale Comunista, ossia il Comitato Esecutivo di Mosca, approvò ed appoggiò tale proposta.

Intanto nelle file del Partito da parte di coloro che tanto facilmente si erano proclamati massimalisti e che avevano inneggiato a Mosca quando si trattava di andare ai trionfi elettorali si organizzò una corrente unitaria, venendo così a costituire una frazione di centro che si opponeva alla divisione tra comunisti e riformisti.

I capi di questa tendenza si dicevano comunisti, ma oggi che essi hanno dimostrato coi fatti di tenere più ai riformisti e ai controrivoluzionari, come Turati e D’Aragona, che ai comunisti e alla Terza Internazionale, riesce evidente che essi costituiscono la peggiore specie di opportunisti. Infatti costoro nel recente Congresso di Livorno, capitanati da G.M. Serrati, hanno respinto le precise disposizioni del Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista, trascinando la maggioranza del Congresso a decidere che i riformisti restassero nel partito, tutti senza eccezione.

Tale atto inqualificabile – voluto da pochi capi che hanno saputo speculare sulla inesperienza dei gregari – ha preparato questa logica conseguenza: la espulsione del P.S.I. dalla Internazionale Comunista.

Dinanzi a tale situazione la frazione comunista ha senz’altro abbandonato il Congresso ed il Partito, ed a deciso di costituirsi in Partito Comunista d’Italia – Sezione della Internazionale Comunista.

Così i sedicenti “comunisti” della frazione unitaria serratiana, per restare uniti ai quindicimila riformisti dell’estrema destra, si distaccano dall’Internazionale Comunista, ossia dal proletariato rivoluzionario mondiale, e da sessantamila comunisti iscritti al Partito, con i quali è solidale tutto il movimento giovanile, forte di più di quindicimila iscritti.

A voi, lavoratori, giudicare il contegno di costoro, a voi il dire quanto essi siano comunisti, quanto abbiano a cuore le sorti della rivoluzione proletaria.

La politica della Internazionale e le false asserzioni dei fuorusciti

Gli unitari hanno tentato di far apparire dovuto ad altre sciocche ragioni il loro distacco dall’Internazionale Comunista. Essi affermano che noi avremmo avuto il torto di volere applicare troppo rigidamente gli ordini di Mosca che, secondo loro, non corrisponderebbero alle esigenze della situazione italiana.

A ciò noi rispondiamo che l’Internazionale sarebbe una vana parola e nulla più, se non fosse organizzata sulla base della disciplina. Come le Sezioni di un Partito devono essere disciplinate alla direzione centrale, così i Partiti devono esserlo rispetto alla Internazionale. In secondo luogo non si tratta degli ordini personali di Lenin o di altri capi del movimento russo, ma delle decisioni di un Congresso al quale hanno partecipato rappresentanti di tutto il mondo, tra cui cinque italiani, quattro dei quali hanno accettato le decisioni relative all’Italia colla opposizione del solo Serrati.

Quei compagni, come tutti i comunisti italiani, come tutti quei lavoratori italiani che ogni giorno sentivano affievolirsi la loro fiducia nel vecchio Partito, pensavano che le decisioni di Mosca rispondessero ad un maturo esame ed alle varie esigenze della situazione italiana.

Se i comunisti (?) unitari pensano che quelle decisioni non sono convenienti per l’Italia, è perché essi hanno un concetto della rivoluzione che contraddice alle direttive di principio del comunismo internazionale, al pensiero di tutti i veri comunisti del mondo, siano essi italiani, americani o cinesi. Esistono in tutti i paesi coloro che pensano come gli unitari italiani, asseriscono, cioè, di essere per il comunismo e per la Terza Internazionale ma nella pratica rifiutano di eseguire le decisioni della Internazionale, col pretesto che non sono applicabili alle condizioni particolari del loro paese. E sono appunto questi gli avversari più insidiosi della Internazionale.

Un’altra bugia degli unitari è l’asserzione che le concessioni a loro rifiutate nell’applicazione delle 21 condizioni siano, invece, state accordate dalla Internazionale ai compagni di altri paesi e soprattutto della Francia. La verità è del tutto opposta. Il Partito Socialista Francese nel recente Congresso di Tours si è dichiarato nella sua maggioranza per la adesione a Mosca, però la mozione della maggioranza conteneva alcune riserve, tra cui quella di conservare nel Partito la minoranza centrista. È falso che il Comitato Esecutivo della Internazionale abbia accettato queste riserve. Al contrario, esso inviò al Congresso di Tours un energico telegramma richiedente l’espulsione dei centristi e la applicazione integrale delle condizioni di ammissione. La maggioranza del Congresso accettò disciplinata il contenuto del messaggio dell’Esecutivo. Invece gli unitari italiani si sono ribellati alle disposizioni dell’Internazionale, alla quale, a differenza dei francesi, già erano aderenti. Abbiamo avuto così il primo caso d’un Partito che abbandona l’Internazionale dopo esservi entrato a bandiera spiegata: negli unitari italiani la Terza Internazionale può così registrare i primi suoi rinnegati.

Costoro accampano ancora il proposito di ricorrere al Comitato Esecutivo ed al Congresso prossimo dell’Internazionale Comunista, per ottenere di essere riconosciuti come tuttora aderenti. Poiché in ogni paese non può esservi che un solo Partito aderente a Mosca, l’Internazionale dovrebbe per riconoscere gli unitari ripudiare il nostro Partito e sconfessare l’atteggiamento da noi tenuto, cosa evidentemente assurda e stranamente contraddicente alla famosa affermazione degli unitari che noi siamo esageratamente attaccati alla volontà espressa da Mosca.

Il nostro Partito Comunista è e resterà l’unica sezione italiana della Internazionale Comunista. Chi non è col nostro Partito, sia esso un borghese od un aderente al vecchio Partito Socialista, è fuori ed è contro la Terza Internazionale. I membri del vecchio Partito che, con mille menzogne, sono stati indotti a pronunziarsi per la tesi unitaria, ai quali si è promessa l’unità del Partito nella Terza Internazionale, possono oggi vedere chiaramente la situazione. L’unità del Partito non esiste più avendo esaurito la sua ragion d’essere, ed essi si troveranno fuori dalla Internazionale Comunista, dalla famiglia mondiale dei lavoratori rivoluzionari. Essi possono uscire da questa falsa situazione soltanto abbandonando i capi del Partito Socialista.

Come è costituito il Partito comunista

Il Partito Comunista d’Italia vi si presenta dunque, o compagni lavoratori, come un prodotto della situazione creatasi in Italia dopo la guerra mondiale e che va svolgendosi, anche più rapidamente che in altri paesi, verso la rivoluzione proletaria.

Questo Partito comprende in sé le energie rivoluzionarie del proletariato italiano, esso deve rapidamente organizzarsi come l’avanguardia di azione della classe lavoratrice. I suoi principi ed il suo programma vi dicono che il Partito Comunista sta sul terreno del pensiero marxista, del comunismo critico, del Manifesto dei Comunisti, così come tutto il movimento della Internazionale di Mosca. Gli altri che, chiamandoci anarchici o sindacalisti, si rivendicano continuatori del marxismo, sono invece coloro che lo hanno falsificato.

Noi invece, raccogliendo nelle nostre file la maggior parte di coloro che sostennero il valore rivoluzionario del marxismo in Italia, dissentiamo, così come le tesi di Mosca dissentono, dalle teorie anarchiche e sindacaliste – pure considerando i proletari anarchici e sindacalisti come nostri amici generosamente rivoluzionari, che finiranno col riconoscere la giustezza delle direttive teoriche e pratiche dei comunisti, mentre invece i riformisti, i social-democratici, e tutti quelli che si sentono di convivere con costoro si allontanano sempre più dal comunismo e dalla via della rivoluzione.

Il Partito Comunista d’Italia si compone dunque di coloro che veramente hanno sentito ed accolto, nella mente e nel cuore, i grandi principi rivoluzionari della Internazionale Comunista. Nelle sue file sono giovani e vecchi militanti dell’antico Partito; esso continua storicamente la sinistra del Partito Socialista, quella parte cioè di questo Partito che lottò in prima linea contro il riformismo collaborazionista, contro i blocchi elettorali, contro la massoneria, contro la guerra libica, che non solo sostenne la lotta contro i fautori della guerra, ma anche in seno al Partito contrastò tenacemente il passo a coloro che alla guerra erano avversi a parole ma, non del tutto scevri da pregiudizi patriottici, tendevano a continue transizioni colla borghesia.

È vero che restano nel vecchio Partito taluni che in certa epoca furono estremisti, magari più estremisti di noi, ma costoro o sono esemplari del vecchio fenomeno d’involuzione politica degli individui, o rappresentano i massimalisti che s’improvvisarono tali per opportunità elettorale, o, nell’ipotesi più benevola, sono individui che si credettero comunisti quando ancora non avevano inteso quali siano le differenze vere tra il Comunismo e i pregiudizi borghesi e piccoli borghesi.

L’azione del Partito comunista

Il Partito Comunista d’Italia ispira il suo giudizio tattico alle deliberazioni dei Congressi Internazionali, e quindi intende avvalersi dell’azione sindacale, cooperativa, elettorale, parlamentare, come d’altrettanti mezzi per la preparazione del proletariato alla lotta finale.

Attraverso l’intimo contatto con le masse lavoratrici, in tutte le occasioni in cui queste sono spinte ad agitarsi dalla insofferenza delle loro condizioni di vita, il Partito Comunista svolgerà la migliore propaganda dei concetti comunisti, suscitando nel proletariato la coscienza delle circostanze, delle fasi, delle necessità che si presenteranno in tutto il complesso svolgimento della lotta rivoluzionaria.

Colla rigorosa disciplina della sua organizzazione interna, il Partito Comunista si organizzerà in modo da essere capace di inquadrare e dirigere sicuramente lo sforzo rivoluzionario del proletariato.

La propaganda, il proselitismo, l’organizzazione e la preparazione rivoluzionaria delle masse saranno basate sulla costituzione di gruppi comunisti che raccoglieranno gli aderenti al Partito che lavorano nella medesima azienda, che sono organizzati nel medesimo sindacato, che, comunque, partecipano ad uno stesso aggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule comuniste agiranno in stretto contatto con il Partito che assicurerà la loro azione d’insieme, in tutte le circostanze della lotta. Con questo metodo i comunisti muoveranno alla conquista di tutti gli organismi proletari costituiti per finalità economiche e contingenti, come le Leghe, le Cooperative, le Camere del Lavoro, per trasformarle in istrumenti della azione rivoluzionaria diretta dal Partito.

Il Partito Comunista intraprenderà, così, fedele alle tesi tattiche della Internazionale sulla questione sindacale, la conquista della Confederazione Generale del Lavoro, chiamando le masse organizzate ad una implacabile lotta contro il riformismo ed i riformisti che vi imperano.

Il Partito Comunista non invita, quindi, i suoi aderenti ed i proletari che lo seguono ad abbandonare le organizzazioni confederali, bensì li impegna a partecipare intensamente all’aspra lotta che s’inizia contro i dirigenti. Non è certo questo breve e facile compito, soprattutto oggi che molti sedicenti avversari del riformismo depongono la maschera e passano apertamente dalla parte dei d’Aragona, con i quali militano insieme nel vecchio Partito Socialista. Ma appunto per questo il Partito Comunista fa assegnazione sull’aiuto di tutti gli organismi proletari sindacali che conducono all’esterno la lotta contro il riformismo confederale, e li invita, con un caldo appello, a porsi sul terreno della tattica internazionale dei comunisti, per sloggiare i contro-rivoluzionari con una risoluta e vittoriosa azione comune.

I membri del Partito Comunista, rivestiti di cariche direttive nei Comuni, nelle Province e nel Parlamento, restano al loro posto con mandato di seguire la tattica rivoluzionaria decisa dal Congresso Internazionale, e con subordinazione assoluta agli organi direttivi del Partito.

Una parte dei giornali del vecchio Partito resta al Partito Comunista, tra questi i quotidiani “Ordine Nuovo”, di Torino e “Il Lavoratore”, di Trieste.

Organo centrale del Partito sarà “Il Comunista”, bisettimanale, pubblicato a Milano, ove ha sede il Comitato Esecutivo del Partito.

Questo, nelle grandi linee, è il piano d’azione che il Partito Comunista si propone, e per la esplicazione del quale conta sulla adesione entusiastica della parte più cosciente del proletariato italiano.
 

Lavoratori italiani!

Gli avvenimenti attraverso i quali il Partito Comunista d’Italia si è costituito, dimostrano come esso corrisponda ad una necessità irresistibile dell’azione proletaria, e dimostrano come esso sorga quale l’unico organo capace di condurre alla vittoria la classe lavoratrice italiana. Il programma di lotta del Partito Comunista dimostra che esso soltanto potrà applicare, nell’azione rivoluzionaria, i risultati delle esperienze italiane ed estere della lotta di classe come le deliberazioni dell’Internazionale Comunista. Il vecchio Partito Socialista, al Congresso di Livorno, ha perduto nello stesso momento le energie e l’audacia della parte più giovane, ed il miglior contenuto dell’esperienza delle sue lotte passate, che si riassume nella affermazione di quel metodo rivoluzionario, di cui oggi il rappresentante è il Partito Comunista.

Il vecchio Partito ha fatto un gran passo verso destra, sulla via fatale che ha come ultimo sbocco la controrivoluzione. Esso è squalificato dinanzi agli occhi del proletariato italiano, ed è destinato, d’ora innanzi, a vivere solo delle pericolose simpatie borghesi, il cui coro già si eleva attorno ad esso. È il Partito in cui la destra, con i suoi Modigliani ed i suoi D’Aragona, è moralmente padrona, e gli intransigenti rivoluzionari, i massimalisti, di ieri recitano la parte di servitori del riformismo.
 

Lavoratori italiani!

Il vostro posto di battaglia è col nuovo Partito, è nel nuovo Partito. Attorno alla sua bandiera, che è quella dell’Internazionale, dei lavoratori rivoluzionari di tutto il mondo, dovete stringervi per la grande lotta contro lo sfruttamento capitalistico.

Il Partito Comunista d’Italia, nel chiamarvi a raccolta per le battaglie della rivoluzione mondiale, si sente in diritto di salutare a nome vostro i lavoratori di tutto il mondo inviando alla Internazionale Comunista di Mosca, invincibile presidio della rivoluzione mondiale, il grido entusiasta di solidarietà dei proletari e dei comunisti italiani.

Contro tutte le resistenze del sistema sociale borghese, contro tutte le insidie dei falsi amici del proletariato, contro tutte le debolezze e le transazioni, avanti per la vittoria rivoluzionaria, a fianco dei comunisti del mondo intero.

    Abbasso i rinnegati ed i traditori della causa proletaria!
    Viva la III Internazionale Comunista!
    Viva la Rivoluzione Comunista mondiale!

Il Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia.

Spartaco Lavagnini

Anche in queste pagine va segnato questo nome, inciso nella memoria dei comunisti italiani. 

Il nostro Partito ha consacrato il suo nome e la sua bandiera, dopo pochi giorni dalla sua costituzione, col sacrificio di uno dei migliori, di uno dei militi collocato nei posti di maggiore responsabilità, alla testa del suo giornale fiorentino “L’Azione Comunista”.

Pochi giorni prima, poche ore prima potrebbe dirsi, egli aveva segnato ancora una volta in un articolo del giornale la verità fondamentale per i comunisti che il conflitto sociale, la violenza di classe, sono inevitabili. 

Il suo sacrificio sta ad attestare che nelle sue e nelle nostre dichiarazioni di convincimento rivoluzionario, non sta l’astrazione teorica o la moda demagogica, ma una terribile realtà. 

La sua memoria è pegno che di questa realtà i comunisti sanno e sapranno essere degni.

La tragica liquidazione della guerra mondiale e il movimento comunista in Germania

di Giovanni Sanna

Gli interni contrasti del sistema capitalista di produzione, che misero capo alla guerra mondiale e da questa furono acuiti fino alla esasperazione, sono giunti al punto critico, in cui ogni ulteriore dilazione diventa impossibile, e si presenta per il capitalismo l’indilazionabile dilemma di trovare una via di uscita dal caos economico o di perire.

L’eredità disastrosa della guerra ha dissestato in modo fantastico i bilanci di tutti gli Stati europei, anche dei più forti capitalisticamente parlando. In Francia, il deficit del 1920 raggiunse i 30 miliardi di franchi (circa 60 miliardi di lire). Secondo i calcoli dell’«Humanitè» il fabbisogno per il 1921 sarà di 45 miliardi di fr.. mentre le entrate ammontano, sulla carta, a 25 miliardi, restando così un disavanzo di altri 20 miliardi. Sicché, in due anni il debito pubblico francese sarà cresciuto di 50 miliardi di franchi! E intanto scema il gettito delle imposte, tanto che l’imposta globale, che nel 1920 avrebbe dovuto gettare 2 miliardi, ha dato soltanto 900 milioni. Il debito pubblico dell’Inghilterra è salito a circa 650 miliardi di lire. Negli Stati capitalisti di economia più debole naturalmente il baratro è ancor più profondo. Orbene, come provvedono i singoli Stati a fronteggiare le enormi spese solo parzialmente coperte dalle entrate? Coi prestiti, che accrescono ancor più il deficit, e con l’emissione di carta a getto continuo. Ma ogni nuova massa di biglietti messa in circolazione fa salire tutti i costi della vita; e il rincaro a sua volta determina l’abbassamento della potenzialità d’acquisto nei consumatori. Da ciò e dall’incessante assorbimento di capitali per il servizio dei prestiti statali nasce il ristagno e la contrazione della produzione, che chiude le fabbriche e le fa andare a orario ridotto, e getta in tutto il mondo milioni di lavoratori in preda alla disoccupazione parziale o totale.

L’esercito industriale di riserva cresce con ritmo impressionante, passa i limiti oltre cui esso cessa di essere fenomeno normale e condizione necessaria della produzione capitalista per diventare miccia grave e imminente per tutto il regime. Disoccupazione in massa significa miseria in massa e malcontento in massa e questo oggi significa pericolo immediato di rivoluzione sociale. La frenesia isterica con cui la borghesia di tutto il mondo si abbandona alle forme più cieche e meno intelligenti di reazione dice appunto che essa sente avvicinarsi il pericolo. La borghesia francese specialmente sente oggi di camminare sopra un vulcano.

Si capiscono le ansietà della borghesia internazionale. Per sanare le finanze statali, e quindi l’economia capitalista, occorrono enormi ricchezze. Ma dove prenderle? Si potrebbero bensì confiscare quelle accumulate potenzialmente dai capitalisti industriali e agrari, annullando i debiti statali ma ciò significherebbe appunto espropriare gli espropriatori; e finché la borghesia deterrà il potere, non acconsentirà certamente a suicidarsi. Non resta dunque altra via che quella di spremere all’ultimo sangue i lavoratori, aumentando all’estremo gli orari di lavoro e riducendo le mercedi. Questo è infatti il tentativo che i capitalisti fanno e intendono di fare in tutto il mondo, cominciando dall’America. Ma la borghesia sa pure che questa via non è senza pericoli sa che ogni aumento di pressione sul proletariato aumenta il pericolo della insurrezione, della rivoluzione proletaria, e quindi ogni borghesia nazionale cerca di allontanare il pericolo da sé, deviandolo in casa altrui. L’Intesa del capitalismo anglo-francese vuole appunto perciò addossare tutto il peso delle riparazioni alla Germania, vale a dire al proletariato tedesco. Ma anche su questa strada non mancano i pericoli. I tormenti della miseria e della duplice oppressione capitalista indigena e straniera potrebbero alla fine destare il proletariato tedesco sottraendolo all’influenza dei beveraggi alloppiati dei socialdemocratici, e gettandolo in braccio alla rivoluzione. Ci sarebbero, è vero, in tal caso i Negri di Foch. Ma questi dietro il proletariato tedesco potrebbero trovare i cavalieri rossi di Budienny; e non è conveniente per la Francia spostare dalla Vistola al Reno la linea di battaglia con la Russia soviettista. 

Sicché, da qualunque parte si volga, la borghesia internazionale si trova chiusa la strada. Si capisce quindi l’ansia con cui essa corre dietro al miraggio di una soluzione, senza mai trovarla. Non l’ha trovata nelle innumerevoli Conferenze precedenti, né a Versailles, né a Saint-Germain, né a Sèvres, né a Trianon, né a Parigi, né a Londra, né ad Hythe, né a Bruxelles, né ad Amsterdam, né a Ginevra, né a Boulogne, né a Spaa. non l’ha trovata nella recente Conferenza di Parigi, non la troverà in quella di Londra.

IL DETTATO DI PARIGI

Come è noto, in seguito agli accordi presi a Parigi, alla fine di gennaio i governi francese ed inglese notificarono a quello di Germania le somme ch’esso è tenuto a pagare come «riparazione», a norma del trattato di Versailles. La Germania dovrebbe dunque pagare 226 miliardi di marchi in oro, più una tassa del 12 e mezzo per cento su tutte le sue esportazioni e aggiungendo le spese per le guarnigioni dell’Intesa in territorio tedesco, si ha la rispettabile cifra di 300 miliardi di marchi in oro, vale a dire circa 1200 miliardi di lire nostre!

Salta subito agli occhi tutta l’assurdità di tali enormi somme, tanto più quando si pensa che esse dovrebbero ricavarsi non da una economia capitalista florida, come era quella tedesca prima della guerra e della rivoluzione. Tanto che non è infondato il sospetto che i governi capitalisti d’Inghilterra e di Francia sappiano bene anche essi che tali richieste sono ineseguibili, e le abbiano presentate soltanto per continuare il giuoco di attutire il malcontento delle classi lavoratrici e le preoccupazioni della borghesia, colla speranza dei miliardi boches. Orbene, anche se integralmente attuate, le «riparazioni» non sarebbero neppur lontanamente sufficienti a colmare il baratro finanziario dell’Intesa. La Francia, come abbiamo visto, ha un deficit annuo oscillante tra i 30 e i 20 miliardi di franchi: orbene, la rata annua che secondo il dettato di Parigi le spetterebbe sul tributo tedesco non supererebbe i 7 e mezzo miliardi, vale a dire appena un terzo o un quarto del fabbisogno. La parte dell’Inghilterra, calcolata a circa un terzo della somma totale, sarebbe di circa 70 miliardi di marchi d’ore (circa 300 miliardi di lire), da riscuotersi per giunta in quarant’anni, mentre il debito pubblico inglese ammonta a più del doppio, 160 miliardi di marchi d’oro, 650 miliardi di lire! Sicché le riparazioni mentre darebbero il tracollo definitivo all’economia capitalista tedesca, e con ciò renderebbero sempre più difficile il riassestamento dell’economia capitalistica mondiale, d’altra parte non basterebbero affatto a «sanare» quella dei paesi «vittoriosi».

Ma la Germania, anche se volesse, non può pagare. Essendole già stata tolta la flotta, le colonie, le proprietà all’estero, non le resta altra fonte di redditi se non il prodotto delle sue industrie, cioè dei suoi lavoratori. L’oro da lungo tempo ha disertato la terra dei Nibelunghi e il bilancio dello Stato è ben lontano dall’aver delle riserve. Lasciamo infatti parlare le cifre. Secondo dati ufficiali, le spese dello Stato tedesco nel periodo dal 1° aprile 1920 al 20 gennaio 1921 ascesero a circa 83 miliardi di marchi, le entrate a circa 24 miliardi. Nello stesso periodo il debito fluttuante, cioè non coperto, crebbe di circa 63 miliardi. Le entrate in corso sono di oltre un terzo inferiori alle previsioni. L’intiero debito fluttuante dello Stato tedesco ammontava il 20 gennaio a 154,29 miliardi di marchi. Con che cosa dunque si dovrà pagare il famelico creditore francese? Naturalmente col lavoro dell’operaio tedesco. Ma anche qui il conto torna poco. Ecco infatti che cosa si legge a questo proposito nel n. 5-6 di «Kommunismus»: «Calcolando 15 milioni di lavoratori tedeschi con una prestazione annua di 36 miliardi di ore di lavoro a mezzo marco d’oro per ora possiamo nel migliore dei casi attribuire alla Germania odierna una capacità di lavoro equivalente a 18 miliardi di marchi d’oro all’anno. 6 miliardi sono necessari per l’importazione di viveri e materie prime. Per il consumo di 60 milioni di abitanti restano dunque appena 12 miliardi di marchi, mentre i consumi tedeschi dell’anteguerra importavano già il doppio, cioè 24 miliardi. E realmente le condizioni di vita dell’operaio tedesco son già scese del 45 % in confronto all’ante-guerra. Si supponga ora che da questa disponibilità si debbano ancor detrarre da 4 a 6 miliardi per riparazioni, rimarrebbero disponibili per il consumo soltanto 6 miliardi, cioè appena un quarto dei consumi di pace. Per esprimersi altrimenti, il lavoratore tedesco dovrebbe ridurre ancora di un’altra metà il suo tenor di vita, e reciprocamente, per continuare a mangiare il pane di miseria della repubblica ebertiana e a un tempo pagar i debiti della borghesia guerraiola il lavoratore tedesco immiserito, denutrito, sovraffaticato dovrebbe lavorare sedici ore al giorno invece di otto. Soltanto i ciechi oggi possono credervi». 

E ancora. Ammettiamo pure l’assurdo, cioè che i proletari tedeschi sieno stati già tanto smidollati dalle prediche social-pacifiste da rassegnarsi a uno sfruttamento forse senza esempio. Neanche ciò scioglierebbe il nodo gordiano della crisi capitalista. Da un lato la Germania non potrà pagare i miliardi se non aumentando le sue vendite all’estero, e ciò non potrà fare se non vendendo a buon mercato, vale a dire riducendo la mercede dei suoi operai, ridotti ad essere a un tempo gli schiavi del capitale internazionale e i suoi crumiri. Ma gli altri Stati capitalistici si difenderanno contro la concorrenza dei bassi prezzi tedeschi con dazi protettivi, ed ora anche col famoso 12 ½%. Con ciò cesserà nuovamente la capacità riparativa della Germania, e rincomincerà all’infinito il giuoco della riduzione dei salari da un lato, di ostacoli all’esportazione tedesca dall’altro. Sicché ogni richiesta d’indennità più dittatoria è destinata a rimaner teoria, e ad accrescere soltanto il caos. 

Oltreché assurde per la loro pratica inattuabilità, le richieste di Parigi sono in contrasto stridente le une con le altre. Infatti, mentre da un lato si chiedono alla Germania i miliardi, che essa evidente- mente non può pagare se non col prodotto del lavoro industriale, e cioè con un sovraprodotto destinato all’esportazione, dall’altra si strangola appunto l’esportazione tedesca con la clausola del 12 ½ % sulle esportazioni, aggravata dal controllo permanente che la commissione delle riparazioni dovrà esercitare su tutto il commercio tedesco. Questa contraddizione risale a un altro momento caratteristico della incapacità del regime borghese a risolvere la crisi da esso stesso create. Infatti, mentre la Francia mira a restaurare il suo disastroso bilancio, e vuole perciò i miliardi tedeschi; l’Inghilterra mira ad impedire le esportazioni tedesche e quindi a rendere impossibile alla Germania di pagare. II contrasto d’interessi tra Francia e Inghilterra, caratteristico dell’economia capitalista nazionale, ha condotto al radicale risultato della presentazione globale di due richieste che per natura loro si elidono a vicenda. 

E su questo cumulo di assurdità sono riposte tutte le speranze di «ricostruzione» delle «democrazie» occidentali e dei loro val- letti socialdemocratici di tutto il mondo! 

L’ORA RISOLUTIVA

II piano dell’Intesa è evidente. Le spese gigantesche della guerra non devono intaccare il profitto capitalista. Devono pagarle i lavoratori. Si metterà mano, a suo tempo, quando la rivoluzione russa sarà domata e la controrivoluzione si sentirà completamente padrona del campo, a tosare anche il proprio proletariato. Ma per ora non si può farlo, almeno non si può farlo ad oltranza, e si comincia perciò dal tedesco, contro cui è più facile, per ora, adoperare i cannoni di Foch. In questo piano di sfruttamento integrale dell’operaio tedesco, la borghesia tedesca è in massima perfettamente d’accordo con quella dell’Intesa. II disaccordo comincia soltanto nella questione della ripartizione del bottino. I capitalisti tedeschi lavorano per riservarsene la più grande parte possibile, quelli dell’Intesa per ridurre questa parte al minimo, e possibilmente per costringere i loro colleghi tedeschi ad accontentarsi di una semplice commissione come agenti e guardiani di schiavi dell’Intesa capitalistica mondiale. In tale qualità di custode, la borghesia tedesca deve essere e rimanere armata; ed è perciò che, nonostante tutte le note e i richiami ufficiali destinati a giustificare agli occhi delle masse dei paesi vincitori il mantenimento degli armamenti col pretesto dell’ostinazione tedesca a non disarmare, in realtà è la diplomazia dell’Intesa che ha permesso e per- mette ai Governi tedeschi di armare contro i lavoratori le varie milizie volontarie regolari ed irregolari; e in quella stessa Conferenza di Parigi, in cui venivano formulate alla Germania le inverosimili richieste, le si concedeva però un’ulteriore dilazione del disarmo fino al 30 giugno, e certamente le dilazioni saranno rinnovate fintanto che la borghesia tedesca potrà temere resistenza da parte dei lavoratori.

La borghesia tedesca ha perfettamente capito la parte riservatale dai vincitori, la stessa che essa avrebbe loro imposta se avesse vinto, e la accetta. Tutte le grida d’indignazione contro lo «strangolamento della patria tedesca». levate contro il dettato di Parigi dalla stampa borghese e socialdemocratica, non sono che commedia, destinata da un lato a impedire, con una nuova ubbriacatura patriottarda, al proletariato tedesco di accorgersi che qui si tratta solo della sua riduzione a schiavitù, a miseria, dall’altra ad ottenere possibilmente dai padroni di Parigi e di Londra una maggior quota di commissione. Questa è in realtà il significato del giuoco diplomatico che si va svolgendo in questi giorni a Londra. Come pure l’occupazione coreografica di città tedesche, mentre però continuano le trattative tra lupi e volpi, è destinata soltanto a mostrare che la sua borghesia è costretta solo dalla forza ad accettare la parte di guardiana di armenti da tosare.

L’ora è realmente critica, ma non per la «patria tedesca», bensì per il proletariato tedesco e per la rivoluzione mondiale. Se il proletariato tedesco non trova la forza e la volontà di resistere al piano di duplice sfruttamento indigeno e straniero, esso è condannato per generazioni ai lavori forzati nella miseria, nella denutrizione, nell’abbrutimento, a cadere nelle condizioni degli schiavi coloniali o dei coolies cinesi. Ancora una volta, forse l’ultima, il proletariato tedesco è chiamato dalla storia a decidere dei suoi destini e di quelli del mondo. Giustamente scrisse la Rote Fahne di Berlino «Per la terza volta nella storia si presenta alla classe lavoratrice tedesca la scelta fra il cercar la salvezza nelle braccia della bancarottiera borghesia tedesca, oppure nella rivoluzione tedesca e mondiale. La questione fu posta la prima volta il 9 novembre 1918. II proletariato tedesco allora fiaccamente e senza fiducia in sé segui la via propostagli dagli Ebert e dagli Haase, la via dell’accordo con la borghesia tedesca, del tradimento al proletariato russo. La storia ripresento la questione il 25 giugno 1919, allorché si dovette decidere sulla pace di Versailles. Allora furono essenzialmente gli Indipendenti a provocar la decisione, e anche allora decisero per il tradimento. Adesso, di fronte alla bancarotta della politica borghese tedesca, consumata nella Conferenza di Parigi, la questione sorge per la terza volta.

Il proletariato tedesco deve decidere se accettare la lotta per l’esistenza, oppure rassegnarsi alla morte per fame per paura della lotta. Dalla sua decisione dipende in gran parte, almeno nella fase attuale, l’esito del gran duello tra la rivoluzione proletaria e la controrivoluzione in tutto il mondo. Abbiamo visto che neanche se il proletariato cede e si lascia spremere dal proprio lavoro sotto la sorveglianza della propria borghesia agente- come mandataria dell’Intesa, i miliardi da questa voluti. la crisi capitalista può essere risolta. La borghesia potrà ottenere tutt’al più un prolungamento di agonia, rendendo più lunghi e aspri i dolori che tale agonia causa all’umanità lavoratrice. La crisi dovrà permanere allo stato più o meno latente, e acuirsi periodicamente, fino alla soluzione finale, che è fuori dei quadri del capitalismo. Ma se il proletariato tedesco, accortosi che la propria borghesia non e che lo strumento dei piani di sfruttamento del capitalismo internazionale, le volge definitivamente le spalle, la spossessa del potere e instaura in Germania la propria dittatura, la partita è definitivamente perduta per il capitalismo. La rivoluzione tedesca si salderà immediatamente, attraverso la Polonia anch’essa rivoluzionaria e facilmente sopraffatta, con la rivoluzione russa, e a questo blocco rivoluzionario, che avrà a un tempo le materie prime e i più perfetti strumenti di lavoro, il capitalismo sa di non poter far fronte. Questa situazione spiega benissimo la crescente nervosità dell’Intesa capitalistica, e spiega anche gli sforzi dei maggioritari e indipendenti tedeschi per far continuare le trattative e procrastinare così una decisione, che li metterebbe nella spiacevole necessità di dichiararsi apertamente per la borghesia contro la rivoluzione proletaria.

BORGHESI E SOCIALDEMOCRATICI D’ACCORDO

Naturalmente, anche questa volta i partiti e la stampa della borghesia giuocarono la commedia dell’indignazione e del patriottismo offeso, come se gli ordini di Parigi non fossero la logica conseguenza della politica seguita da loro durante la guerra e dopo, non fossero il portato naturale della «pace» di Versailles e della tattica di accordo col capitalismo intesista adottata da tutti i governi pseudo-socialisti e borghesi succedutisi dal 9 novembre 1918 nella Repubblica tedesca. Vero è che la borghesia tedesca aveva riposto alcune speranze nei dissidi interni tra le Potenze dell’Intesa; specialmente tra Francia e Inghilterra, tra questa e gli Stati Uniti, senza pensare che queste crepe si manifesteranno bensì allorché si tratterà di spartire il bottino, non ora che si tratta di assicurarselo. Del resto, come abbiamo già visto, la borghesia tedesca è da un pezzo decisa a sotto- stare alla volontà dell’Intesa anche per la necessità di costituire un fronte unico contro la rivoluzione. Le parate patriottiche, le dimostrazioni, le sedute coreografiche di protesta al Reichstag e negli altri minor Parlamenti locali ond’é felicitata la Germania, sono state semplicemente una manovra di politica interna: si trattava soltanto del tentativo di ricostituire il famoso «fronte unico nazionale» dell’agosto 1914, vale a dire di ingannare nuovamente le masse. La borghesia tedesca è ben decisa a non opporre nessuna seria resistenza, neppure quella resistenza passiva che pure sarebbe possibile, alle esigenze dell’Intesa, di cui ha bisogno per la lotta contro il proprio proletariato, mentre la resistenza porterebbe all’accordo con la Russia soviettista, alla rivoluzione. E la borghesia tedesca non ha alcuna voglia di suicidarsi; preferisce vivere come agente subordinata dell’Intesa, ma vivere. Sicché quando i tedesco-nazionali, con impeccabile logica nazionalista, proclamarono esser più dignitoso cedere alla violenza anziché firmare le disastrose condizioni di Parigi, e chiedere che si rompesse ogni trattativa, lasciando che l’Intesa trovasse essa direttamente le vie e i modi di fare i miliardi in Germania, cioe mettendola direttamente di fronte ai proletari tedeschi, rimasero isolati. La quasi totalità della borghesia tedesca trovò più igienico trattare, cioè cercare di ottenere possibilmente dall’Intesa una maggior provvigione per sé, per la sua futura opera di agente di custodia dell’Intesa. Essa spera di ottenere questa maggior provvigione col mettersi al servizio dell’Intesa nell’imminente ripresa offensiva contro la Russia dei Soviety.

L’iniziativa della «politica di accordo» partì dal più reazionario dei Governi tedeschi, quello bavarese del sig. Von Kahr. Questi non ositò un istante a cercare di volgere a vantaggio degli agrari bavaresi il «disastro» della «patria tedesca», cercando con accordi separati di ottenere dall’Intesa concessioni speciali nella questione del disarmo, particolarmente scottante per il paese dell’Orgesch, e mostrandosi in compenso molto arrendevole circa le riparazioni, che colpiscono assai meno la Baviera, paese agricolo non esportatore. Del resto anche il Governo del Reich, nonostante le infuocate proteste e le invocazioni patriottiche dei primi giorni, nonostante la conclamata «impossibilità», ha finito per seguire l’esempio bavarese. Appena una settimana dopo che il ministro tedesco degli esteri, Simons, aveva solennemente dichiarato al Reichstag che non si poteva trattare sulla base delle richieste dell’Intesa, ecco che l’8 febbraio una comunicazione ufficiale faceva sapere che invece il Governo tedesco aveva accettato l’invito di recarsi a Londra a trattare. La Rote Fahne credette di vedere in questa condotta del Governo tedesco una prova dell’incapacità della borghesia, oscillante fra le proteste e i tentativi di accordo. A noi sembra invece l’attuazione di un chiaro e astuto disegno, quello cioè di colorire agli occhi del proletariato tedesco, destinato a fare le spese, la già prestabilita sottomissione con la parvenza di cedere alla forza. E gli avvenimenti recentissimi, con la ridevole commedia di «sanzioni militari», mentre però continuano le trattative, ci sembrano confermare il nostro giudizio. 

I dettati di Parigi e di Londra sono la dichiarazione di fallimento della politica borghese, ma anche e sopratutto della politica dei socialdemocratici di destra e di sinistra, che avevano fondato sull’accordo con le «democrazie» dell’Intesa, sull’orientamento occidentale, le loro rosee speranze di «ricostruzione economica» e di pacifico avvento del socialismo, del regno di Bengodi. Avvenuto, ora il crollo, la stampa e i partiti della socialdemocrazia sono i più caldi nel raccomandare l’accordo ad ogni costo, sperando di coprire così il fallimento della politica borghese, il loro fallimento. II Worwarts non si distingue affatto, per il tono dei suoi giudizi, dai giornali borghesi: e anche la Freihcit degli Indipendenti se ne differenzia solo per una maggiore circospezione. 

Bisogna del resto riconoscere che la situazione degli Indipendenti è particolarmente difficile. Essi specialmente hanno alimentato nelle masse lavoratrici tedesche l’illusione che il socialismo si sarebbe sviluppato a poco a poco da una pacifica restaurazione «della economia». I signori di Parigi e di Londra non si sono curati gran che delle speculazioni dei Hilferding e consorti; ed ora essi piangono e gridano alla fine del mondo. Ma in fondo sono d’accordo col Worwarts nell’identificare gl’interessi del proletariato con quelli della borghesia, facendo scomparire ogni ricordo di differenza e di antagonismo di classe. Così la Freihed parla di «noi» della «nostra importazione» e della «nostra industria». E in pratica essi, gli «indipendenti», non fanno altro che appoggiare la politica borghese, raccomandando per carità di non rompere a nessun costo le trattative, e sperando che gli Stati capitalistici siano abbastanza «ragionevoli» da moderare le loro pretese. Come se non fosse naturale che i capitalisti dell’Intesa trovino la rovina della Germania sempre meno irragionevole della loro propria rovina, inevitabile a breve scadenza se la Germania non paga.

Sicché, di fronte alle richieste di Parigi i socialdemocratici tedeschi, tanto maggioritari che indipendenti, anche ora, come in ogni altro momento decisivo, fanno fronte unico con la borghesia. Con ciò recano il miglior aiuto, non solo alla propria borghesia, ma anche a quella dell’Intesa, che sarà più facilmente in grado di costituire fronte unico nazionale anche a casa sua, se potrà dimostrare, come al tempo della guerra, che lavoratori tedeschi son d’accordo con i responsabili tedeschi della guerra imperialista e delle devastazioni di essa.

L’ATTEGGIAMENTO DEI COMUNISTI

L’atteggiamento del P. C. tedesco nella crisi ha dato luogo ad appassionate discussioni anche in seno al partito stesso. II Comunista ne ha già dato notizia, pubblicando anche i più importanti documenti della polemica. Crediamo tuttavia opportuno riassumere sinteticamente i fatti, per dare di essi un’idea più chiara ai nostri compagni.

Nella «seduta storica» del 1° febbraio al Reichstag, quando presidente, fra le approvazioni di tutta l’assemblea, compresi gli indipendenti, dopo la sciatta esposizione della situazione creata dalla Nota dell’Intesa, fatta da Simons, il deputato comunista Hoffmann lesse la seguente dichiarazione:

«Le richieste avanzate dall’Intesa non hanno niente di sorprendente nel loro genere. Esse sono una prova del carattere brigantesco ch’è proprio ad ogni imperialismo, e che era altrettanto proprio anche all’imperialismo tedesco: Già ieri il Reichstag. rinviando su domanda del Governo la discussione su quest’importante affare, ha dichiarato la completa bancarotta della politica estera fatta sinora dal Governo. Esso oggi dichiara anche il proprio fallimento, aggiornandosi nuovamente sulla base di una vuota dichiarazione governativa, e in vista di uno sviluppo di cose, che logicamente e senza nessuna sorpresa deriva da tutta la politica del Governo, e verso il quale quindi ciascuna frazione può prender posizione fin da aggi, Noi, non volendo prestarci a mascherare la bancarotta, ma anzi volendo renderla pubblica, ci opponiamo al rinvio». 

In questa dichiarazione non si può scorgere niente di particolarmente importante. E una delle consuete scaramucce di tattica parlamentare. Molto più interessante e nuovo fu il discorso del presi- dente del P. C., compagno avv. Paul Levi. Egli disse tra l’altro:

«Io domando ora a quei signori, che sono sempre così pronti a gridarci «andate a Mosca!», di sapermi mostrare una potenza al mondo, che pur essendo nemica dell’Intesa, non abbia dovuto curvar la schiena. E l’unica forza politica mondiale, che fino a questo giorno, fino a questo momento ha opposto resistenza alle potenti forze dell’Intesa, e tuttavia vive. Nei momenti, in cui loro non sapevano far altro che gridare «inaccettabile!», salvo poi a sottoscrivere, la Russia combatteva e restava dritta. Signore e signori! Senza dubbio loro inclinano a giudicare sugli elementi puramente militari la potenza, l’importanza, e, come si diceva un tempo, il valore mondiale di uno Stato. Prima della guerra era appunto una loro specialità quella di calcolare il valore mondiale di uno Stato dal numero delle gambe coperte di stivali d’ordinanza e delle navi scorazzanti armate per gli Oceani. E forse, se loro applicassero tal misura alla Russia, troverebbero una quantità non disprezzabile. lo dico forse, ma le cose dicono altrimenti. La Russia dei Soviety si è retta, e si è retta grazie a quella forza che conserva gli Stati, quella forza che lega allo Stato gli inferiori ceti dei lavoratori. La Russia dei Soviety si è mantenuta grazie alla devozione, alla volontà e all’entusiasmo dei suoi operai e contadini». Levi concludeva affermando che l’unica via di salvezza era l’alleanza con la Russia dei Soviety.

II compagno Levi non disse se quest’alleanza doveva esser fatta già dal Governo borghese, oppure se si doveva in un primo momento abbattere il regime borghese e in un secondo unirsi ai Soviety. Ma se quest’ultimo fosse stato il suo pensiero, egli avrebbe semplicemente detto che la salvezza del proletariato tedesco è nella rivoluzione. Il suo pensiero riceve luce da quanto in quei giorni di orgasmo scrisse la Rote Fahne. Questa il 31 gennaio parlava di «dissanguamento», di  «strangolamento dell’economia tedesca», dimenticando ciò che qualche giorno dopo essa rimproverava alla Freiheit di dimenticare, e cioè che per i comunisti non esiste una «economia nazionale» come non esiste una nazione, ma soltanto classi in lotta con interessi economici antagonisti. Il giorno seguente il giornale comunista dichiarava di non voler schernire «le sempre nuove ferite che l’imperialismo dell’Intesa infliggeva alla Germania», alla «nazione» e insisteva nell’affermare l’alleanza con la Russia essere «l’unica via di salvezza per la nazione» e che su questa via «la nazione» doveva esser guidata dal proletariato, il quale avrebbe bensì dovuto superare la resistenza della grande borghesia, ma avrebbe trascinato seco larghi strati della piccola borghesia. 

GLI SCHERZI DI MONACO.

A dare aspetto allarmante a queste manifestazioni di carattere alquanto dubbio, sopravvennero quelli che il Leví chiamo «gli scherzi» di Monaco, dove si ebbero vere e proprie manifestazioni di nazional-bolscevismo. Comunisti si mescolarono alle dimostrazioni della borghesia contro l’Intesa: al Landtag bavarese i deputati comunisti presentarono una mozione di protesta in comune coi deputati borghesi: e nell’organo ufficiale del partito comunista in Baviera, la Neue Zeit, uno dei compagni bavaresi più in vista, il Thomas, preconizzava il «fronte unico» della gioventù, invitando quegli stessi studenti, che calpestarono i cadaveri degli operai rivoluzionari a Monaco e nella Ruhr, ad unirsi con gli operai in un «nuovo sentimento nazionale», per muover guerra all’Intesa, in alleanza con la Russia dei Soviety. allo scopo di annullare la pace di Versailles, e di difendere la Repubblica dei Consigli, nonché la «patria». 

Questa scappata però non trovò fortuna nel Partito. Quasi tutta la stampa comunista regionale insorse aspramente contro il «nazional-bolscevismo» dei Thomas e dei Graf. e singolarmente aspro fu il giudizio pronunciato sulla «Hamburger Volkszeitung» dal compagno Paul Frölich, uno dei più distinti teorici del partito. «Si può capire – egli scrisse –  che i nostri compagni, costretti a sopportare in Baviera fiere persecuzioni e a temere ogni istante lo scoppio del terrore bianco nella sua forma più selvaggia, sieno stati tratti a una politica avventurosa, che sembra offrire una via di scampo da tali strette. Ma già tale origine della loro decisione – se essi ne hanno coscienza – avrebbe dovuto avvertirli che si trovavano su falsa strada. Giammai la politica comunista può esser determinata dalla paura». Anche la direzione del Partito prese posizione contro la deviazione di Monaco, ma, a confessione anche di coloro che del resto ne approvano la politica, come il Ludwig, con troppa lentezza, e si può aggiungere senza la risolutezza necessaria. Infatti, mentre gli appelli della Neue zeit per il «fronte unico giovanile» eran cominciati a comparire sin dal 2 febbraio, solo sei giorni dopo, quando era già avvenuta l’insurrezione nel Partito, la Rote Fahne pubblicava la seguente dichiarazione della Centrale della V. K. P. D.: 

«  I rappresentanti del P. C. nel Landtag bavarese hanno presentato una dichiarazione comune coi partiti borghesi relativamente alle richieste dell’Intesa circa il trattato di Versailles. L’attitudine del Partito comunista non può esser che questa caratterizzare la durezza delle condizioni dell’Intesa come una delle conseguenze del crimine capitalistico così della borghesia tedesca come della straniera, e nello stesso tempo additare la via per cui il proletariato può allontanare da sé le conseguenze del crimine, abbattendo la borghesia. La via del proletariato non lo conduce a far un solo passo insieme con la borghesia, ma bensì sempre contro di essa. In ogni momento è dovere dei comunisti quello di respingere gli intrighi della borghesia con la Intesa e di stigmatizzarli a dovere. I rappresentanti del Partito comunista al Landtag bavarese son venuti meno a questo dovere. Nel giornale di Monaco, la Neue zeitung. son comparsi articoli che non corrispondono a tale concetto, anzi vi contrastano direttamente. La Centrale del P. C. dichiara che tale condotta non è in accordo coi principi del Partito». Nello stesso numero dell’organo centrale del Partito la direzione aggiungeva una sconfessione degli appelli agli studenti, e infine dichiarava esonerati i responsabili da tutte le cariche di partito, incaricando in pari tempo le rispettive organizzazioni di esaminare «se quella condotta dovesse avere seguiti organizzatori» cioé se i compagni così messi in stato d’accusa dovessero venir radiati dal partito, come si chiedeva da più parti. 

Naturalmente tutto ciò offri il destro alla stampa socialdemocratica di tutto mondo, dalla Freiheit all’Arbeiter zeitung di Vienna, di gridare allo scandalo, accusando i comunisti tedeschi di nazional-bolscevismo e di volere una nuova guerra contro l’Intesa.

LA CRISI DEL PARTITO

L’atteggiamento dei dirigenti del Partito, e specialmente di Levi, aveva suscitato viva emozione. Di essa si rese interprete la compagna R. Fischer con un articolo datato del 3 febbraio, ma pubblicato sulla Rote Fahne solo otto giorni dopo. In quest’articolo, già riprodotto dal Comunista, la Fischer sostanzialmente sosteneva che il P. C. non dovesse unirsi al coro d’indignazione per le esigenze dell’Intesa, giacché queste non erano che una manifestazione particolare della generale crisi del capitalismo, di fronte alla quale il proletariato tedesco non si trova in nessuna particolare posizione, se non quella di sentir prima gli effetti sul suo corpo; che per i comunisti non esiste la «nazione», ed è quindi per loro affatto indifferente che i «salassi» e le «ferite sieno apportati dal capitalismo straniero anziché dall’indigeno», che non si doveva fare nessuna rinunzia ai principi per «guadagnarsi le masse». Rimproverava al Levi l’errore fondamentale di voler spinger la borghesia all’alleanza con la Russia, che implicava per il proletariato tedesco la rinunzia alla lotta per abbatter la sua borghesia con l’aiuto del proletariato russo, e dichiarava che l’unica soluzione legittima per il proletariato era l’abbattimento rivoluzionario della borghesia tedesca, dopo di che il proletariato tedesco vittorioso si sarebbe sicuramente unito col russo, ma non per «la salvezza della nazione tedesca, bensì per rendere possibile la rivoluzione mondiale».

Di fronte all’attitudine della sinistra, la direzione del Partito convocò l’8 febbraio un’adunanza degli aventi carica nelle organizzazioni berlinesi del partito. Ivi la Fischer svolse la stessa tesi come relatrice della mozione d’opposizione, che crediamo utile riprodurre di nuovo:

«L’alleanza con la Russia dei Soviety sarà possibile soltanto quando il proletariato avrà afferrato il potere; la Germania dei Consigli si unirà alla Russia dei Soviety per rafforzare e difendere economicamente, politicamente e militarmente la rivoluzione mondiale, non per annullare la pace di Versailles. Il trattato di Versailles sarà definitivamente spezzato soltanto dalla rivoluzione francese e italiana, dalla rivoluzione mondiale… Il P.C. ha compito di condurre il proletariato su questa via (della rivoluzione mondiale); esso pertanto si rifiuta d’indicare alla fallita borghesia tedesca una qualsiasi via d’uscita, foss’anche quella dell’alleanza politica e militare con la Russia dei Soviety».

Nella stessa adunanza, Levi respinse l’accusa di aver niente di comune con le correnti nazionaliste, e di esser disposto a far loro concessioni, ma confermò esser suo pensiero che il propugnare, anche in regime borghese, l’alleanza con la Russia dei Soviety era conforme alla politica e agli interessi del potere dei Soviety, e quindi della rivoluzione mondiale, che non può esser portata sulle punte delle baionette russe, ma neppure senza di esse e che agli oppressori di tutti i paesi occorreva opporre tutti gli oppressi riuniti dalla Internazionale Comunista.

Infine, la direzione del P. C. così precisava il suo punto di vista sulla questione (v. Rote Fahne 11 febbraio, ediz. del mattino): 

  1. «La classe lavoratrice tedesca non ha il minimo motivo di assumersi anche la più piccola particella di corresponsabilità con la borghesia per la pace di Versailles. Il proletariato tedesco tradirebbe sé stesso, e tradirebbe la sua lotta contro l’imperialismo internazionale, se accordasse alla brigantesca pace di Versailles un qualsiasi riconoscimento di principio». 
  2. «Il trattato dell’imperialismo brigantesco può essere distrutto solo dal progresso della rivoluzione mondiale. Ciò non significa però che il proletariato tedesco debba aspettare di esser preceduto da quello d’Inghilterra e di Francia, praticamente significa soltanto che esso deve intensificare ed accelerare la lotta contro la propria borghesia, per stabilire il collegamento con la Russia proletaria». 
  3. «Né il collegamento della rivoluzione proletaria tedesca, né l’esistenza stessa della Russia proletaria implicano l’intenzione e la necessità di muover guerra offensiva all’Intesa. Nei riguardi della politica estera la rivoluzione proletaria è sempre sulla difensiva, comunque poi essa conduca volta per volta la difensiva sul terreno militare, sia difensivamente sia offensivamente. Essa nel proprio interesse, per conseguire la pace, farà tutti i sacrifici che risultino compatibili con l’attuazione della ricostruzione economica comunista, e che saranno resi necessarii dal determinato rapporto di forze tra borghesia e proletariato». 
  4. «In una crisi, come quella ora attraversata dalla borghesia tedesca, contrasta all’interesse del proletariato fare un qualsiasi passo che possa facilitare alla borghesia la soluzione della crisi, come p. es. lo spingere a trattative di pace. Occorre mobilitare le forze proletario non nel senso di far superare alla borghesia la crisi, ma nel senso di avvicinare il proletariato alla soluzione rivoluzionaria della crisi». 
  5. «Nessun accordo capitalista, comunque formulato, potrà impedire il progresso dello sfacelo economico sotto la pressione degli oneri di guerra: nessun accordo capitalistico può contribuire minimamente alla restaurazione economica, ma solo alla ulteriore dissoluzione. Chi dice al proletariato che l’economia potrebbe essere restaurata se i capitalisti cercassero d’intendersi tra loro ragionevolmente, inganna la classe lavoratrice ed è oggettivamente un agente della borghesia.» 
  6. «Qualunque strada la borghesia sia per scegliere onde uscire dalla crisi, deve sempre esser pensiero dominante del proletariato quello di acuire la crisi interna, perché la chiusura dei conti con la borghesia tedesca è in ogni caso il necessario presupposto della futura liquidazione della pace di Versailles.»
  7. «II tempo, i mezzi e i modi della liquidazione della pace di Versailles non dipendono dai desiderii del proletariato, ma dai rapporti di forza che si verificheranno allorché esso stesso si troverà direttamente di fronte alla borghesia dell’Intesa come potere statale. Si capisce che il proletariato non ha oggi il minimo interesse a legarsi le mani con dichiarazioni sia pacifiche sia di guerra». 

OPPORTUNISMO COMUNISTA

In complesso, l’accusa principale che i «mille ansiosi» – così li chiama il Ludwig difensore della Real-politik di Levi rivolgono ai dirigenti del P. C. è quella di aver invitato la borghesia tedesca a far alleanza con la Russia dei Soviety. giacché una tale alleanza implicherebbe per tutta la sua durata la cessazione della lotta di classe in Germania – non essendo concepibile una lotta del proletariato contro gli alleati della rivoluzione russa, cioè della rivoluzione mondiale e quindi, se aiuterebbe il proletariato tedesco – ma anche in borghesia tedesca – ad uscire dalla strette del trattato di Versailles, costituirebbe però un esiziale colpo d’arresto alla rivoluzione mondiale, la cui premessa fondamentale è appunto la rivoluzione tedesca. Ma è veramente fondata l’accusa? Quando Ruth Fischer la formulò recisamente all’assemblea berlinese, le fu gridato che nessuno aveva pensato a ciò. Essa rispose ricordando gli articoli della R. Fahne e il discorso di Levi. Quanto al giornale, l’accusa sembra esagerata. Infatti, anche negli articoli redazionali in cui s’invocava l’alleanza con la Russia come sola possibile «salvezza per la nazione», è chiaro che nella mente dei redattori l’alleanza doveva essere preceduta dalla rivoluzione e dalla presa del potere per parte del proletariato. Per esempio, nel numero del 9-2 la R. F. disse chiaramente che i lavoratori non possono sperare salvezza da un’insurrezione armata, insieme con la borghesia, contro l’Intesa, ma soltanto strappando il potere alla borghesia e unendosi quindi con la Russia. Così pure l’idea di un’alleanza della Russia dei Consigli con la Germania di Fehrenbach ci sembra esclusa nella dichiarazione della Centrale del Partito, specialmente dal punto 6; sebbene anche in quest’occasione la Centrale non abbia provveduto a dissipar gli equivoci possibili con la necessaria sollecitudine.

Ma non così infondata appare l’accusa nei confronti del Levi. Intanto è assai significativo il fatto ch’egli non abbia detto chiaramente se l’alleanza poteva venir fatta solo da una Germania proletaria, o anche dall’attuale Germania borghese. Queste reticenze diplomatiche sono caratteristiche dell’opportunismo, e ricordano molto da vicino i procedimenti kautskyani. E il caldo accenno fatto dal Levi nel suo discorso in Parlamento a Kemal, portato come esempio di fortunata resistenza all’Intesa con l’aiuto dell’Internazionale Comunista, e il suo concetto della lega degli «oppressi» – quindi non più dei soli proletariati, e quindi non solo questi sono in tutto il mondo gli oppressi, ma può essere oppressa anche la borghesia; – ci sembrano elementi sufficienti per concludere che nel pensiero di Levi è ammessa la possibilità di un’alleanza politico-militare della Russia rivoluzionaria anche con la Germania di Simons e dell’Orgesch. 

Il Ludwig ha cercato di togliere alla tesi leviana la sua punta nazionalista e piccolo-borghese, dicendo che la proposta di alleanza russa essendo inaccettabile dalla borghesia, non può avere che valore tattico dimostrativo, mirando essa soltanto a mostrare al proletariato, e non alla borghesia, che la via della salute porta in Russia, col fine di avviare così su questa strada le grandi masse ancora restie. Peccato però che questa propedeutica abbia bisogno di dolorare sulle «ferite apportate alla Germania» e di parlare in nome della «salvezza della nazione!». Così l’ipotetico guadagno «di strati piccolo- borghesi», nel quale sperava la R. Fanne, sarebbe in ogni caso caramente pagato con l’oscuramento della coscienza dei contrasti insanabili di classe anche presso quei lavoratori che già la posseggono.

Né maggior valore ha l’argomento secondo cui promovendo un’alleanza della Germania borghese con la Russia soviettista si fanno gli interessi di quest’ultima e quindi della rivoluzione mondiale. Già i compagni tedeschi di sinistra hanno dato l’appropriata risposta: la rivoluzione russa si aiuta soltanto con la rivoluzione tedesca. 

Concludendo, ci sembra che una parte dei dirigenti del comunismo di Germania abbiano adottato anche ora, come avvenne già in altre circostanze – ricordiamo p. es. ciò che avvenne al tempo del putsch kappista – una tattica che non può esser qualificata altrimenti che opportunista. Ci viene in mente l’acuta osservazione di Pannekoek intorno alla tendenza di una parte dei duci del movimento proletario, di fronte alle difficoltà che si frappongono nell’Europa occidentale allo sviluppo della rivoluzione, a superarlo mediante il richiamo di larghe masse non coscienti, ciò che implica necessariamente un’attenuazione della lotta di classe e una rinunzia ad acuire il senso dei contrasti di classe. La via dritta che il proletariato tedesco deve battere per liberare se stesso e il proletariato mondiale dai pesi della guerra imperialistica è quella della rivoluzione e del rovesciamento della borghesia tedesca, complice necessaria della borghesia intesista pur attraverso le finte di questi giorni. Quando il prolerariato tedesco si sarà impadronito del potere, la borghesia tedesca non potrà più sfruttarlo per mandato dell’Intesa; e questa sarà costretta o a rinunziare alla preda, e a correre così precipitosamente contro alla rovina; a tentare di eseguire da sé lo sfruttamento, vale a dire ad assalire con le armi la rivoluzione tedesca. Ma allora entrerà veramente e legittimamente in azione l’unione con la rivoluzione russa, e si avrà l’atto risolutivo della drammatica lotta tra la rivoluzione e la controrivoluzione mondiale. 

Ma la via della rivoluzione è difficile e perciò si è tentati di ricorrere a dei sostituti della rivoluzione. L’Internazionale Comunista deve vegliare. Che non mancheranno guardie vigili e fedeli, ne dà garanzia l’attitudine ferma dei compagni dell’ala sinistra, ai quali esprimiamo tutto il nostro consenso, a costo di essere catalogati anche noi tra i «mille ansiosi». 

Le idee organizzative del P.C.R.

Di Karl Radek

II Partito Comunista Russo è l’organismo di partito più forte, più solido, più potente che il mondo conosca. Ogni nemico del comunismo rivoluzionario, comunque esso ammanti la sua avversione contro la dittatura del proletariato, è costretto ad alzare la visiera, quando si tratta del suo atteggiamento di fronte al nostro partito. I Dittmann ed i Hilferding sono riusciti per un anno a dare d’intendere che essi erano per la dittatura del proletariato, per la Terza Internazionale. Ma tutti i loro tentativi naufragarono, quando l’Internazionale comunista pose come condizione preliminare per la loro ammissione l’accettazione delle idee fondamentali, sulle quali si basa l’organizzazione del Partito Comunista Russo. Ciò dimostra come i nostri problemi di organizzazione si riconnettono coi fondamentali problemi di esistenza della dittatura proletaria, come questa dittatura è inconcepibile senza il severo sistema militare, che rappresenta il nostro partito.

Ciascuno di noi deve riflettere profondamente sulle basi della nostra politica di organizzazione, sul suo nesso colla dittatura proletaria, quando riesce ad uno difficile a compiere i doveri imposti dalla disciplina del partito o quando si rendono evidenti lati deboli nell’organizzazione del partito. 

Una breve esposizione della storia delle idee organizzative del nostro partito è assai utile, non soltanto per i compagni occidentali nelle loro discussioni sullo Statuto dell’Internazionale comunista c sulle condizioni per l’entrata nelle sue file, ma anche per noi, membri del partito comunista russo, in un periodo, nel quale la conferenza del partito, in vista di una dura lotta e di nuovi cimenti, dovrà mettere ordine nelle file del partito. 

L’organizzazione bolscevica ebbe il suo inizio 16 anni fa. Nel libro «Che fare?» di Lenin, pubblicato nel 1902, nel quale troviamo tutte le idee organizzative fondamentali del Bolscevisino, è contenuta la seguente interessante osservazione : «La mancanza di una aperta coesione e tradizione di partito significa una differenza cosi enorme fra la Russia e la Germania, da diffidare ogni socialista ragionevole da una cieca imitazione». II punto di partenza nella lotta di Lenin e dei suoi amici per la creazione di un partite comunista russo costituiva lo stesso fenomeno, che attualmente forma il maggiore ostacolo dell’attività rivoluzionaria nell’occidente: le forze rivoluzionarie non erano organizzate ed il compagno Lenin, guardò con invidia sulla potente organizzazione del proletariato tedesco. La necessità di dover creare un’organizzazione del proletariato venne riconosciuta da tutti i socialdemocratici di allora. L’ala destra della socialdemocrazia, dalla quale si cristallizza più tardi il partito menscevico, intendeva creare questa organizzazione, imitando ciecamente la potente socialdemocrazia tedesca. I menscevichi sognavano la creazione di un grande partito operaio, nelle file del quale la massa operaia poteva trovare il campo per la sua attività autonoma.

Un siffatto partito doveva accettare chiunque aderisse al suo programma ed intendesse appoggiarlo materialmente e moralmente. Questo partito doveva essere diretto democraticamente e trovare la sua strada rivoluzionaria in libera critica ed in libera discussione. Contro questa idea allettatrice Lenin diresse tutte le sferzate della suo critica. Sotto lo stivale ferrato dello zarismo il partito doveva condurre un’esistenza illegale. In queste condizioni esso non poteva abbracciare nei quadri della sua organizzazione le grandi masse. Un grande partito operaio era una pura illusione. Questa illusione nascondeva però un enorme pericolo opportunistico. Se ognuno, che aderiva al programma, poteva diventare membro del partito, si lasciava adito, data la situazione in cui si trovò  la Russia prima della prima rivoluzione, e dato il fermento rivoluzionario fra gli intellettuali che ogni intellettuale che odiava lo zarismo e simpatizzava colla classe lavoratrice poteva influenzare la tattica del partito operaio. 

Vale a dire che gli elementi meno resistenti della rivoluzione, i più tentennanti, avrebbero conquistato un’influenza decisiva sul partito del proletariato. Nel noto primo punto dello Statuto del partito presentato da Lenin al Congresso, egli riassume il suo punto di vista nella seguente formulazione «Come membro del partito viene riconosciuto ognuno, che approvi il suo programma ed aiuti il partito sia materialmente, che colla sua partecipazione personale in una delle organizzazioni del partito». Nel progetto di Martoff bastava dare al partito un appoggio personale regolare sotto la guida di un’organizzazione del partito, per diventarne socio. Queste differenze suscitarono tutto il dissenso e condussero alla scissione fra menscevichi e bolscevichi. Grande fu l’ilarità dei socialisti europei, perfino di quelli appartenenti all’ala rivoluzionaria, quando appresero che la socialdemocrazia russa si era divisa per causa di un paragrafo dello Statuto. Alcuni mesi dopo la scissione però, si vide chiaramente che Lenin aveva ragione quando egli formulo le differenze che condussero alla scissione, non soltanto con criterio organizzativo, ma con criterio politico. Già nel dicembre 1904, prima degli avvenimenti del gennaio, risultò, che tutti gli elementi che intendevano creare una organizzazione su larga base, erano propensi a marciare colla borghesia liberale e non coi contadini rivoluzionari. L’organizzazione strettamente circoscritta, il di cui progetto fu allora condannato come piano di un’organizzazione di congiurati dalla stessa marxista rivoluzionaria Rosa Luxemburg, così vicina alla rivoluzione russa, comprese tutti i rivoluzionari coerenti delle sfere dell’intelligenza e della classe operaia e formò con essi i primi nuclei rivoluzionari per la prima rivoluzione russa. Le esperienze della prima rivoluzione confermarono pienamente l’affermazione di Lenin, sostenuta nel suo scritto edito nel 1902 e nel suo opuscolo «Un passo avanti, due passi indietro», pubblicato due anni dopo, che soltanto una rigida organizzazione di rivoluzionari proletari, animati da una comune idea fosse in grado. di trascinare con sé le masse nell’ora della riscossa, poiché una tale rigidezza garantisce un indirizzo di partito costantemente rivoluzionario, mentre un partito su larga base rappresenta una massa di elementi antagonistici, significa eterne discussioni ed un continuo corso di zig-zag nella politica. II «cospiratore» Lenin ed i suoi seguaci dimostrarono di essere il partito della massa proletaria. I propugnatori dell’idea di una vasta organizzazione operaia, i menscevichi, apparirono come una vasta organizzazione di elementi tentennanti della piccola borghesia e degli operai arretrati, disposti a sopportare la mancanza di principi e la politica dondolona dei menscevichi.

L’idea di un partito rivoluzionario, che nel momento della vittoria della controrivoluzione deve essere un’organizzazione strettamente circoscritta di carattere «cospirativo», ebbe ancora una volta bisogno di essere difesa da Lenin, dopo il crollo della prima rivoluzione, negli anni, in cui trionfava la controrivoluzione di Stolypin.

I menscevichi protestarono contro un’organizzazione rivoluzionaria illegale, perché essa non sarebbe stata capace di inquadrare le masse proletarie risvegliate, che convergevano verso l’organizzazione. Essi sostenevano che una siffatta organizzazione rivoluzionaria sarebbe asfissiata nella sua opera di talpe. Che sarebbe necessario creare vaste organizzazioni operate di carattere politico e senza determinata struttura, le quali costituirebbero più tardi il partito operaio. Questo partito non potrebbe formulare le idee rivoluzionarie del proletariato nell’intera loro chiarezza, per riguardo alla legalità stolypiniana. Ma in compenso esso avrebbe dietro di sé le masse. I bolscevichi risposero: le larghe masse del proletariato, la classe più sfruttata, non si possono condurre che con parole d’ordine nettamente rivoluzionarie, rispecchianti il loro ardente desiderio di liberazione. Soltanto un’organizzazione rivoluzionaria illegale poteva diventare la fucina di queste parole d’ordine rivoluzionarie. 

Poco importa se essa è strettamente circoscritta. Nell’ora della rivoluzione essa condurrà con sè le masse, se essa non ridurrà le parole d’ordine, non perderà il contatto colle amorfe e vaste organizzazioni operaie. Appena trascorsi gli anni del rilassamento delle energie operaie, già nel 1902 era evidente che la parte bolscevica della socialdemocrazia russa aveva pienamente ragione. Mercé la loro rigida organizzazione rivoluzionaria i bolscevichi assunsero la direzione dei Sindacati e delle Cooperative legali, non soltanto, ma anche delle masse operaie non organizzate. 

II piano d’organizzazione di Lenin, sul quale si basava la prassi del partito bolscevico, conteneva ancora un’altra cosa che provocò furiosi attacchi da parte degli avversari. E questo era l’idea di una centralizzazione del partito. l’idea della subordinazione assoluta dei membri del partito all’organo centrale da loro creato ciò che ora chiamiamo disciplina militare era già l’idea centrale della nostra organizzazione in un tempo, in cui essa non aveva ancora l’onore di dirigere la lotta della prima repubblica operaia del mondo. 

II partito bolscevico nacque alla vigilia della rivoluzione, vale a dire alla vigilia della guerra civile. L’organizzazione bolscevica, che dava ai problemi della guerra la massima importanza, aveva bisogno di una struttura militare. L’armata del proletariato, la sua avanguardia rivoluzionaria non riceve i suoi conduttori dall’alto. Essa li elegge, li sceglie, ma una volta eletti, essa deve sottomettersi incondizionatamente ai loro ordini, da un Congresso all’altro, perché durante la battaglia non v’è tempo per discussioni ed un piano di guerra anche erroneo, purché eseguito a fondo non cagionerà tanto danno, quanto un tentativo di raggruppamento durante la battaglia. Tutte le obbiezioni elevate contro le cattive conseguenze di una simile organizzazione militare, di un simile potere dei duci crollano di fronte il semplice fatto che in una lotta non si può fare a meno di una direzione.

Se nell’occidente valenti marxisti come Antonio Pannekoek, per non parlare di chiacchieroni letterati tipo Rühle, Schrôder, vedono in ciò un dominio dei dirigenti sulla massa, ciò dimostra che essi non hanno ancora penetrato le necessità della lotta rivoluzionaria. Finché gli operai rivoluzionari, appartenenti all’ala sinistra comunista non hanno compreso la necessità della funzione direttiva del partito e dell’esistenza di un organismo centrale che dirige il partito, essi dimostrano che la loro esperienza rivoluzionaria è rimasta di gran lunga dietro le necessità della lotta rivoluzionaria. Noi siamo convinti che la campagna condotta dagli indipendenti di destra, i Dittmann e Hilferding, contro la disciplina militare del partito comunista russo, aiuterà gli operai di sinistra a comprendere i loro errori. 

Se le idee organizzative del centralismo rivoluzionario si sono dimostrate giuste durante la guerra civile, è evidente che esse corrispondono in misura infinitamente maggiore alla necessità, quando la vittoria rivoluzionaria del proletariato lo pone dinanzi al compito di governare un enorme Stato, di creare un esercito, e di condurlo alla lotta. Senza il centralismo del partito comunista russo, senza l’illimitato potere del Comitato Centrale del partito da un Congresso all’altro, la Russia sarebbe già cento volte perita. Senza la creazione di un simile partito centralizzato, senza che il partito impari a subordinarsi al suo organismo centrale, non potrà mantenersi nessuna rivoluzione operaia in nessun paese. S’intende da sé che il nostro organismo centrale potrà fare mille errori non solo nella distribuzione delle forze, ma anche nelle sue risoluzioni politiche. Ma senza questo organismo centrale il proletariato rimane senza mani.

Esso sarà costretto a discutere invece di combattere e verrà sconfitto dal nemico durante le votazioni. E’ naturale che nessuno accetti volentieri deliberazioni che sembrano sbagliate, non soltanto, ma che possono essere realmente erronee. In questi casi il nostro individualismo si ribella contro la ferrea disciplina, che c’impone il partito. Basta però pensare che i soldati dell’armata rossa hanno il dovere della subordinazione incondizionata, non soltanto quando si tratta di sopportare disagi ed incomodità ma anche quando si tratta di vita o di morte, e si comprenderà che non si possono ammettere infrazioni alla disciplina. L’indisciplina è un risultato dei residui dell’individualismo borghese e della mancanza di organizzazione delle masse. La disciplina richiede da noi dei sacrifici; ma è possibile che la lotta del proletariato e la sua liberazione si compia senza sacrifici?

Il problema, che occupa negli ultimi tempi il partito, il problema della «corruzione» in varie parti del partito, può essere risolto sul terreno di idee organizzative fondamentali, nelle quali è diventato grande il nostro partito. La pretesa di prerogative, che non sono motivate dalla necessità del lavoro, è soltanto possibile là dove la nostra organizzazione non compie un’opera vivente fra il proletariato, ma dove si contenta di un lavoro burocratico di ufficio. La corruzione che si può constatare qua e là nelle file del nostro partito non è tanto un sintomo di decomposizione morale, poiché i privilegi che un comunista può realmente ottenere purché esso non sia un farabutto e questi bisogna escludere non oltrepassano mai il limite degli agi che prima della rivoluzione erano raggiungibili per ogni piccolo borghese, ma piuttosto un sintomo di peccati politici di determinate sfere del partito. Quando un’organizzazione di partito lavora fra le masse, le aiuta ad organizzarsi, a formarsi gli organi dei consigli, a crearsi una nuova vita, le sostiene nella lotta colle privazioni, quando, insomma essa esercita la sua funzione storica, non può esservi nessuna ragione per il suo distacco dalle masse. II proletariato dà alle sue forze lavorative volentieri tutto quanto esse abbisognano, per non soccombere nella lotta, anche se esso patisce la fame ed è costretto a sopportare le più grandi privazioni. II punto di gravitazione della nostra lotta contro le tendenze dissolvitrici in certe parti del nostro partito non va posto in un’azione moralizzatrice, poiché noi, membri degli organi supremi delle istituzioni dei consigli non viviamo peggio, ma meglio dei nostri collaboratori nella provincia (in quanto non abbiamo da fare con farabutti). II fulcro della questione sta nel combattere le tendenze burocratiche che scaturiscono dall’incomprensione del fatto, che noi non possiamo edificare se non colle mani, i cervelli, i cuori, del proletariato. Sulla base delle sue idee organizzative il partito non ha soltanto superato un giorno la valutazione della funzione dell’organizzazione rivoluzionaria, che trovava la sua espressione nel movimento dei «liquidatori» ma ha pure superato la supervalutazione di questa funzione, che trovò la sua incarnazione nell’ideale del terrorista socialrivoluzionario, che credeva di poter salvare il popolo col sacrificio della sua persona, o del «otsowista» che si illuse di poter fare la rivoluzione in altra maniera, che non mediante il graduale risveglio delle energie rivoluzionarie delle masse. Noi abbiamo vinto perché non eravamo una banda di cospiratori staccati, dalla massa: anche questa volta riusciremo a domare le tendenze burocratiche che vogliono sostituire la forza creatrice delle masse operaie col salvataggio di un ufficio ben diretto.

Causa la guerra, che chiama le migliori forze del proletariato sul campo di battaglia, o le costringe ad andare da un’estremità della Russia all’altra per assolvere i vari compiti della ricostruzione economica, soffre fortemente la forma sviluppata della dittatura, la vita pulsante nei Consigli locali. Ma chi sostiene che questa è la prova della mancanza di una democrazia operaia presso di noi, una prova che alla dittatura della classe operaia si è sovrapposta la dittatura del partito, colui vede soltanto l’apparenza e non l’essenza. Ciò non mi fu mai tanto chiaro che durante il mio soggiorno al fronte, durante il mio viaggio a Balen. Chi dirige gli enormi lavori nel campo dell’organizzazione dell’approvvigionamento delle armate? Chi dirige il trasporto della nafta? Chi anima il nostro esercito? La Russia soviettista migrante, le parti di organizzazioni soviettiste provenienti da centinaia di città e villaggi, che, staccate dalla loro dimora, operano dappertutto per la Russia dei Soviet. 

Noi riusciremo a dominare il crescente pericolo, il terreno del quale forma spesso la necessità di una forma velata della dittatura operaia. Per questa ragione sarà forse necessario di creare un organo che colleghi meglio questa Russia soviettista migrante coll’organismo centrale, che non lo possa fare la stampa del partito, che giunge molto irregolarmente nelle mani dei nostri compagni. E necessario un settimanale, diffuso fino negli angoli più remoti della Russia che deve raggiungere i compagni viaggianti con missioni economiche e militari. Bisogna giorno per giorno suscitare in loro la convinzione che noi abbiamo assunto il potere come avanguardia del proletariato e che il significato di questo potere sta nel nostro dovere di chiamare i più larghi strati della massa operaia a partecipare alla ricostruzione. Centinaia e migliaia di membri del nostro partito combattono su tutti i fronti della Russia soviettista. e non v’è ragione alcuna di rimproverare loro qualche morbosità. Ma se in qualche luogo si dovesse manifestare qualche decomposizione, la elimineremo, la supereremo, poiché soltanto le nostre idee politiche e sociali corrispondono agli interessi del proletariato, ma anche le idee organizzative del nostro partito, di un’organizzazione di combattenti proletari, di un’organizzazione centralizzata, che allontanerà ogni membro malato dal suo corpo, sono nel massimo grado giuste. E venuto il tempo in cui trionfano le nostre idee rivoluzionarie nel movimento proletario di tutta l’Europa, non solo, ma in cui devono anche essere realizzate le idee organizzative, sulle quali si basa la forza del nostro partito, di un partito che lotta contro tutta la borghesia mondiale ed i suoi agenti. Nella consapevolezza della sua funzione direttiva. del suo enorme compito, il nostro partito non eviterà soltanto il pericolo di una decomposizione, ma esso temprerà nella lotta le sue forze e rafforzerà la sua organizzazione, come avanguardia, come stato maggiore della rivoluzione mondiale.

L’opera del partito si sviluppa attualmente in due direzioni fondamentali, dalla giusta comprensione delle quali dipende la prosperità ed il consolidamento del nostro partito stesso la prima è il lavoro soviettista e di organizzazione, la seconda è il lavoro di partito e di educazione, l’attività di propaganda. Vogliamo dare rilievo alla prima, la quale viene al momento maggiormente discussa.

La prima direzione concerne l’enorme opera che incombe al partito come guida della vita statale. Nell’epoca della dittatura del proletariato in cui noi viviamo, il partito comunista si presenta come l’organizzazione che incarna questa dittatura del proletariato nel modo più completo ed integrale che sia possibile.

II nostro partito è il partito dominante nella Russia soviettista questo è un fatto che bisogna senz’altro constatare. Ciò determina il carattere dell’opera del partito. II partito partecipa non soltanto alla politica, ma anche all’organizzazione dello Stato. II partito ha collocato i suoi membri in tutti gli angoli del paese, negli uffici d’ogni genere, esso mobilita i suoi membri per il fronte interno ed esterno, in qualsiasi momento, appena lo richiede la causa. Da ciò consegue: «i comunisti, che lavorano nei Soviet fanno anche lavoro pel partito. Ma purtroppo questa deduzione con tutte le conseguenze che ne seguono, non viene sempre tratta né dai compagni che lavorano nei Soviet, né da quelli che esplicano la loro attività nelle organizzazioni del partito».

Questa concezione non è altro che un residuo di quella antica concezione. Si considera generalmente questo lavoro, come ” occupazione accessoria burocratica ufficiale, che considera il lavoro per lo Stato come assolutamente differente dal lavoro per il partito. Nell’ordinamento della società borghese questa concezione era affatto giustificata, poiché lo Stato era contrapposto alla vita pubblica. Nella società soviettista però la cosa è ben differente. Con queste concezioni bisogna farla finita. Non importa se i lavoratori soviettisti comunisti occupino un posto di responsabilità e di considerazione o se compiono un lavoro umile, essi sono sempre gli esecutori d’un lavoro  comunista importante per la costruzione di tutta la società. La loro opera, bene o mal fatta è opera per il partito.

  1. Riteniamo necessario di fare della preparazione dei comunisti per il servizio soviettista, uno dei prossimi compiti del partito. A tale scopo è necessario promuovere lo studio dell’attività soviettista e dei metodi comunisti di organizzazione ed amministrazione nei vari campi dell’attività soviettista, e di preparare nuove forze per gli uffici soviettisti. L’attualità di questo problema risulta dal fatto che in molte importanti istituzioni centrali sono impiegati 2-3 per cento di comunisti fra migliaia di non comunisti. I posti più importanti sono spesso occupati da non comunisti. Perciò i nostri segreti vengono così spesso traditi dal nemico.
    Lo studio del lavoro di organizzazione degli uffici governativi deve diventare obbligatorio. Soltanto in questo modo potremo sbarazzarci dal «burocratismo», dal «separatismo» e da altri fenomeni estranei al comunismo.
  2. La distribuzione e l’organizzazione dei collaboratori comunisti per le singole istituzioni soviettiste deve essere compito del partito. Nell’ambito panrusso ciò viene realizzato dal Comitato Centrale, ma nei singoli Governatorati la cosa è molto peggiore. Uno sfruttamento adeguato delle forze comuniste non può avvenire che sulla base di una giusta distribuzione ed organizzazione di queste forze. Facendo questo non basta assegnare i lavoratori ai gruppi ed organizzarli per gruppi, ma bisogna anche sapere utilizzarli come «materiale comunista» nella massima misura. Lasciare che un «lavoratore responsabile» sacrifichi una grande parte del suo tempo alla cellula comunista, significa perderlo per lavori maggiori. Questa è una dispersione di forze antieconomica. Esso deve essere sopratutto impiegato come organizzatore, propagandista, scrittore e via dicendo.
  3. Gli organi direttivi del partito devono essere avvicinati al lavoro di partito delle istituzioni soviettiste.

Attualmente prevale l’abitudine di far gravare tutto il lavoro sui Gruppi Comunisti delle istituzioni e perciò la colpa non ricade su essi quanto sulle organizzazioni del partito le quali mettono questo o quell’operaio su un posto e poi lo dimenticano semplicemente perché credono che egli potrà da solo sbrigare il lavoro.

In ultima sia detto: Non basta che i lavoratori soviettisti siano tenuti al lavoro di partito ma anche questo lavoro deve venir adattato al lavoro soviettista poiché ambedue formano i due lati di un solo processo della costruzione comunista della società.

I dibattiti fra il Partito Comunista Unitario di Germania ed il Comitato Esecutivo della III Internazionale

di a. b.

LA SCISSIONE DEL PARTITO ITALIANO

Ha avuto una certa eco sulla stampa italiana socialista e comunista la discussione aperta tra il Partito Comunista Tedesco e il Comitato Esecutivo della Internazionale Comunista, ma questa importante e molto istruttiva discussione è stata invocata dall’organo socialista più che altro allo scopo tendenzioso di far credere che il partito tedesco, uno dei più importanti senza dubbio dell’intera Internazionale, si fosse schierato contro l’atteggiamento preso dal Comitato Esecutivo di Mosca nei riguardi della situazione del partito italiano, e contro la soluzione data nel congresso di Livorno al dibattito tra le tendenze, colla uscita dei comunisti dal Partito Socialista Italiano. 

Noi abbiamo svolta in altre sede la polemica corrente colle tante adulterazioni compiute in materia internazionale dai nostri avversari ieri di frazione, oggi di partito. Vogliamo qui con altri intendimenti dare una più completa illustrazione del problema, riportando documenti noti finora solo in parte, e aggiungendo inoltre brevi osservazioni, salvo a dire in appresso ed in maniera sistematica il pensiero del partito nostro sugli importanti argomenti che sono all’ordine del giorno in questo notevole dibattito internazionale, al di fuori e al disopra delle ridicole asserzioni secondo cui nelle file della Internazionale Comunista non sarebbe lecito pensare, vagliare, criticare, discutere. Passeremo dunque in rassegna i punti principali che formano in questo momento oggetto di appassionata ma serena e profonda disamina sulla stampa comunista tedesca.

Pochi giorni dopo la chiusura dei dibattiti di Livorno, ai quali aveva in principio assistito il compagno Paul Levi, recando col suo discorso il saluto dei comunisti tedeschi e sostenendo le richieste di Mosca per la integrale applicazione dei ventuno punti, scoppiava sulla scena politica tedesca una bomba: la lettera Levi, venuta in possesso e resa pubblica dalla Freiheit, l’organo degli Indipendenti di destra, nella quale si rifletteva un contrasto tra il pensiero del Compagno Levi (che è uno dei Presidenti del Partito Comunista) ed un compagno rappresentante a Berlino il Comitato Esecutivo di Mosca. 

Ecco il testo integrale della lettera famosa:  

Berlino, 27 gennaio 1921. 

Egregio Compagno, 

Non potrei confermare la Sua lettera del 27 corr. senza accennare contemporaneamente alle inesattezze di fatto che si riscontrano in essa specialmente al punto 3°.

  1. È inesatto che io nella Centrale neghi continuamente la possibilità di influire sull’Esecutivo nel senso del partito tedesco, che io neghi la possibilità che possano venir corretti eventuali errori dell’Esecutivo. Astraendo completamente dall’esagerazione retorica di queste affermazioni, Le preciso nel modo seguente il mio punto di vista: La correzione degli errori dell’Esecutivo avverrà. Essa può avvenire soltanto dalla Russia. In questo momento, proposte concrete o critiche da parte nostra non muterebbero la situazione, ma turberebbero inutilmente i nostri rapporti con l’Esecutivo. Ho i miei motivi per pensare così.
  2. Come pertanto nego la premessa, così nego la conseguenza che il mio «articolo sulla scissione italiana sia il coronamento di questo mio contegno verso l’Esecutivo».
    In quest’articolo io mi presi la libertà di esprimere dei desideri circa la condotta dell’Esecutivo in una questione concreta. Astraendo dal fatto che con ciò resta contraddetta la Sua affermazione, che io «faccia delle critiche senza però fare una qualsiasi proposta di miglioramento e di correzione», certamente il successo che coi miei desideri ho riportato presso il rappresentante tedesco dell’Esecutivo non ha accresciuto la mia voglia di far nuovi tentativi.
    Io mi ritengo in diritto di esprimere tali desideri politici e ritengo che il Suo contegno di ieri sia un abuso dei diritti conferitile dall’Esecutivo e un’invasione nel diritto mio e dei miei compagni di partito.
  3. Io difendo il mio articolo sull’Italia non perché «io non sia in grado e non tenti di dire pubblicamente la verità sull’Esecutivo». Io difendo quest’articolo richiamandomi ai reali interessi dell’Internazionale Comunista.
  4. Tutta l’affermazione ricordata sotto è un’ingiustizia. Non ci mancano né il coraggio né la materia per scrivere intorno all’Esecutivo. Io non lo ritengo opportuno per i motivi esposti in a) e ancora per il motivo dell’effetto che una divergenza in serio all’organizzazione avrebbe su altri paesi, dove il pensiero dell’Internazionale Comunista deve ancora affermarsi, sarebbe assai deplorevole e dannoso.
  5. Non posso ammettere che il mio «contegno» di ieri Le abbia fornito motivo per una decisione qualsiasi, e tanto meno che ve lo abbia «obbligato». Io mi permetto fino a nuovo ordine di credere che il Suo «contegno» di ieri rispondesse ad un piano recato già pronto all’adunanza. Con ciò ammetto una circostanza che parla a di Lei favore. 
  6. La Sua lettera non contiene alcuna risposta all’interrogazione da me formulata, cioè come debbano interpretarsi le Sue parole:
    «Prima che Ella ci aggredisca, noi provvederemo e rivolgeremo la spada contro di Lei».
    Io so apprezzare i motivi di tale silenzio.
  7. L’affermazione contenuta nel punto 3° della Sua lettera non fa che condannare il lato formale della Sua condotta di ieri. Pertanto io debbo rinnovare la parte materiale della mia domanda.
    «L’Esecutivo e il suo rappresentante tedesco ritengono necessario e anche soltanto desiderabile il mio allontanamento dal posto di Presidente del Partito?»
    Prego di rispondere a questa domanda non alla Serrati, ma apertamente. Essa è formulata in modo tale, da doversi rispondere con un si o con un no.
  8. Non posso fare a meno di cogliere quest’occasione per stabilire per iscritto quanto segue:
    «La sera precedente alla mia partenza per l’Italia io mi trovai insieme con Lei fino alla una. Allora noi eravamo d’accordo circa il modo di considerare la situazione italiana, e precisamente d’accordo nel punto diu vista da me sostenuto prima come dopo il Congresso italiano. Io credo che Ella ricorderà tale circostanza, ma per il caso che ciò non dovesse verificarsi, dovrei fin d’ora accennare al fatto che Ella, appunto perché il nostro ultimo colloquio non stava in accordo con le informazioni giunte da Mosca, solo dopo la mia partenza mi comunicò telegraficamente il nuovo punto di vista.»

Con saluti comunista

P. Levi

La «Rote Fahne», organo centrale del Partito Comunista Unificato di Germania (V. K. P. D.) la mattina del 1° febbraio recava la seguente nota ufficiale della Centrale del Partito.

DICHIARAZIONE

A proposito di una lettera trafugata dalla Freiheit dichiariamo quanto segue.

  1. Come mostra lo stesso contenuto della lettera, questa è stata scritta nello sviluppo di una divergenza personale sorta intorno a certe idee di un rappresentante dell’Esecutivo. Pertanto questa lettera è personale; la Centrale ne ha avuto conoscenza sola dalla pubblicazione fattane dalla Freiheit.
  2. Le questioni controverse tra la V.K.P.D. e l’Esecutivo del. l’Internazionale Comunista, cioè la questione del K.A.P.D., quella dell’Arbeiter Union e dei sindacalisti, come pure quella della scissione italiana, sono state trattate in contraddittorio nella stampa della V.K.P.D.: i punti di controversia, come pure le ragioni pro e contro, sono a tutti palesi, e la Centrale questi giorni prenderà posizione formale circa tutti questi punti.
  3. Né l’estensore della lettera, né la Centrale della V.K.P.D., l’Esecutivo dell’Internazionale Comunista, né il rappresentante di questa pensano a far dipendere la composizione della Centrale di un Partito Comunista dal consenso dell’Esecutivo. Su ciò decide soltanto il Congresso del Partito. La questione sollevata nella lettera aveva il solo scopo di stabilire se tra le idee dell’estensore e quelle del rappresentante dell’Esecutivo vi fosse divergenza tale da esigere una decisione da parte del Partito Comunista tedesco.

Che in un organizzazione centralista, com’è l’Internazionale Comunista, una divergenza tra il presidente d’un partito e l’organo centrale non possa rimanere insoluta, è cosa che può sembrare meravigliosa solo a chi, come la Freiheit, scambia un partito con una banda di zingari.

  1. L’esistenza di questa lettera e la discussione pubblica fatta e da farsi delle questioni controverse ci sembrano costituire la prova più esauriente dell’indipendenza di giudizio della V.K.P.D.

Berlino 31 gennaio 1921

La CENTRALE DELLA V.K.P.D.

Si svolgeva intanto la riunione della Centrale del Partito Comunista, radunata appunto per discutere le questioni controverse coll’Internazionale, e venivano prese una serie di risoluzioni, il cui testo è pubblicato nella «Rote Fahne» del 2 febbraio. Quella che riguarda la scissione italiana è già nota in Italia per la pubblicazione fattane sull’Ordine Nuovo. Da esso risulta come le obiezioni del Levi non fossero condivise dalla Centrale del Partito, ed avessero quindi il valore di un punto di vista personale.   
Vi è però ancora qualche riserva nella politica dell’Internazionale in Italia: ed è espressa nei punti che riportiamo:

4. II gruppo Serrati ha preferito scindere il Partito e separarsi dalla Internazionale Comunista, anziché decidersi a staccarsi dai riformisti. Con ciò esso ha dimostrato che non è ancora un gruppo di combattimento unito e compatto, ma contiene elementi centristi che oscillano tra il comunismo e il riformismo. Tuttavia la Centrale della V.K.P.D. riconosce che una parte considerevole del gruppo Serrati è animato da seria ed onesta volontà di mettersi sul terreno dei principi e delle condizioni d’organizzazione dell’Internazionale Comunista. II Partito Comunista d’Italia (gruppo Bordiga-Bombacci) si è messo conseguentemente e decisamente su questo terreno, e quindi esso è l’unico partito italiano, che anche dagli altri partiti fratelli degli altri paesi deve esser considerato, e appoggiato con ogni forza, come membro legale e di pieno diritto dell’Internazionale Comunista.

5. La Centrale della V.K.P.D. ritiene possibile l’unificazione tra il Partito Comunista Italiano e quella parte del gruppo secessionista di Serrati, che è seriamente risoluta a costituire un gruppo di combatti- mento dell’Internazionale Comunista, staccandosi nettamente da tutti gli elementi e tendenze del riformismo e del centrismo. La Centrale della V.K.P.D. pertanto aspetta che l’Esecutivo dell’Internazionale Comunista influirà nel senso di un intesa e di una unificazione tra i due gruppi, per la quale unificazione naturalmente deve essere fondamentale premessa l’attuazione delle deliberazioni del 2° Congresso dell’Internazionale Comunista. 

Certamente rimane però la differenza esistente tra la valutazione che veniva data dalla Centrale alla scissione italiana e quella che invece appare nella lettera personale del Levi. 

La lettera di questi è stata definita, con alquanta esagerazione, dall’organo del Partito Comunista del Lavoro, la Kommunistische Arbeiter Zeitung, come Il suicidio politico di Levi. Il giornale del K.A.P.D. rileva che nella «Rote Fahne», dopo l’articolo di Levi sul Congresso italiano, seguirono tre articoli di altra intonazione nei quali si sosteneva che Levi si era lasciato menare per il naso dal suo «collega meridionale di affari direttivi, il centrista Serrati». Benchè queste espressioni siano attribuite alla stessa «Rote Fahne», giova notare che la polemica dei comunisti del K.A.P.D. contro i loro cugini è in questo momento giunta ad un grado estremo di tensione, e che essi ce l’hanno particolarmente col Levi per la questione dei rapporti tra il loro partito e l’Internazionale di Mosca.

Per proseguire in una precisa documentazione citeremo anche una parte della relazione fatta dal Levi ad una riunione di funzionari del V.K.P.D. tenuta il 6 febbraio a Berlino, sempre attingendo ai resoconti della «Rote Fahne». Ecco quanto il compagno Levi ha detto ancora una volta sull’argomento italiano: 

Tutti noi sappiamo che le scissioni sono necessarie, e che esse possono recar giovamento alla causa. Ma non si deve assumer su di se senz’altro l’odiosità di chi crea lo scisma. Certamente nella classe lavoratrice vi è un vivo sentimento di unità, contrario alle scissioni. Il Partito italiano fu il primo a capire il grandioso significato della Russia soviettista e della Terza Internazionale. Se un Partito con un passato simile si scinde, e solo un quinto di esso è dalla nostra parte, l’operazione allora può non essere giustificata. Ancora nel luglio 1920 Serrati faceva parte della presidenza della Terza Internazionale e tre mesi dopo le masse avrebbero dovuto abbandonarlo. I lavoratori italiani non poterono compiere un mutamento così repentino. Come sarebbe andata la scissione degli Indipendenti tedeschi, se Dittmann e Crispien tre mesi prima avessero fatto parte della presidenza della Terza Internazionale? O Serrati era già allora, ciò che lo dicono le affermazioni del Comitato Esecutivo, cioè un Hilferding, e allora non avrebbe dovuto far parte della presidenza; o egli non era tale, e allora è sbagliata la scissione del Partito. E’ significativo che a Livorno non sia stata quasi pronunciata parola contro riformisti, ma invece tutto il fronte si sia rivolto contro Serrati. Il Comitato Esecutivo ha fatto in Italia una cosa che le masse non comprenderanno. Esse vedono solo la scissione, e l’odiosità di averla provocata ricade sulla Terza Internazionale. Dovrà esser compito del Comitato Esecutivo quello di dare ogni possibilità ai serratiani di sinistra, che a nostro avviso corrispondono agli Indipendenti di sinistra in Germania, di ritornare nella Terza Internazionale.

Le affermazioni del Levi non sono rimaste senza risposta. A lui ha replicato la compagna Ruth Fischer. la quale sulla questione italiana si è così espressa:

Levi ha detto la cosa più importante in tutti i paesi dell’Europa Occidentale è create un Partito Comunista. Ma ciò si applica anche all’Italia. Il Partito italiano aveva aderito alla Internazionale senza essere un Partito Comunista. Ciò apparve chiaro in occasione della occupazione delle fabbriche. Già da mezz’anno Serrati non avrebbe dovuto far parte della presidenza della Internazionale Comunista. Gli errori sono stati ripetuti colla richiesta di esclusione dei riformisti. Doveva essere escluso anche Serrati che aveva preso sotto tutela i riformisti. Nella stampa del nostro partito la questione è stata trattala in modo dannosissimo sia al partito italiano che al partito tedesco. Prima ancora che la Centrale del partito avesse parlato; il compagno Levi pubblico un articolo in cui raffigurava il nuovo partito italiano come un qualsiasi K.P.D.

E anche interessante citare quanto scriveva nella Rote Fahne del 20 il compagno A. Thalheimer circa la questione italiana:

Questo, a mio avviso è l’unico punto in cui la posizione presa dalla Centrale ha bisogno di correzione.

II gruppo di Serrati rassomiglia, come un uovo a un altro, agli Indipendenti tedeschi, e ciò si dimostrerà anche nei particolari. Ulteriori informazioni sugli antecedenti del congresso di Livorno mi hanno convinto che non rimaneva altra via cosi all’Esecutivo come ai comunisti italiani, per epurare il Partito Comunista italiano dagli elementi dirigenti opportunisti, che quella che venne seguita, e che la decisione non poteva essere rinviata.

Ormai è già visibile il consolidarsi del Partito Comunista d’Italia. L’adesione della gioventù è un sintomo eloquente. 

Oggi l’unica attitudine possibile così per l’Internazionale Comunista come per la V.K.P.D., a fine di conquistar le masse proletarie che stanno ancora col gruppo serratiano, è quella di combattere con ogni possibile asprezza i capi di tale gruppo.

Serrati e il suo gruppo cercano ancora di sostenersi, facendo credere alle masse operaie esser possibile un accordo con l’Internazionale Comunista. Essi tentano di coprire finché sarà possibile la loro politica opportunista, a cui essi rimangono fedeli in ogni mossa tattica, con la bandiera dell’Internazionale Comunista.

Tali manovre vanno troncate al più presto possibile.

La vertenza è stata poi risoluta definitivamente da un adunanza tenuta alla fine di febbraio dal Comitato Centrale del Partito. 

Questo, che è altra cosa dalla Centrale, e che noi chiameremmo Comitato Nazionale, costituisce la più alta rappresentanza del partito dopo il congresso. Nell’adunanza del Comitato Centrale non soltanto non ha avuto fortuna la tesi Levi, ma neppure quella compendiata nella dichiarazione della Centrale sopra riportata.

Si è invece approvato un deliberato, del quale già ha parlato la nostra stampa, ma di cui con dispiacere non possediamo il testo completo, il quale scarta anche le ultime riserve sul conto della politica dell’Internazionale e dei comunisti italiani e dichiara senz’altro che i sedicenti comunisti della frazione Serrati vanno considerati come i peggiori avversari, riaffermando la completa solidarietà del Partito Comunista tedesco con quello italiano. 

E anche noto come questa decisione abbia determinate le dimissioni di Levi e di altri quattro compagni che ne condividevano l’opinione in merito alla scissione italiana. 

Nel chiudere questa esposizione dei veri termini della controversia non vogliamo replicare alle opinioni del compagno Levi che sul terreno dei fatti, sul quale non si mantiene il suo exposé – mentre rimandiamo ai numeri seguenti della rivista la trattazione delle altre questioni che si dibattono tra Mosca ed i comunisti tedeschi, e che, se ci riguardano meno da vicino, non sono per questo meno interessanti per tutto il movimento comunista internazionale. 

L’opinione del compagno Levi circa la impressione che in generale fanno le scissioni sulle masse operaie non ci pare molto profonda. Egli dà, a nostro credere, un valore eccessivo alla valutazione di un fattore di ordine psicologico, che può anche agire nel senso opposto a quello da lui considerato. A noi pare che una pregiudiziale contro le scissioni e una ripugnanza per l’odiosità di chi se ne fa banditore sia propria piuttosto della parte più tradizionalmente pigra ed inetta dei capi e dei semicapi militanti nei partiti. 

Andremmo troppo lungi se volessimo spiegare il punto di vista dei comunisti italiani sul valore del passato del vecchio partito, e sugli insegnamenti interessanti che scaturiscono dalla scarsissima efficacia rivoluzionaria che il continuo vantare questo passato ha dimostrato di avere. Ma altre asserzioni non possono essere lasciate passare senza replica, e tra esse quella che appena un quinto del partito sia passato dalla nostra parte, ossia, e ci rallegriamo di questo riconoscimento, dalla parte del compagno Levi. Al Congresso, nella votazione il cui esito numerico pure accettammo con riserva, i nostri voti furono 58783 su 172487 votanti, ciò che vuol dire più di un terzo e non già un quinto, come il compagno Levi, reduce dall’Italia, riferisce ai compagni tedeschi. 

I Levi confronta la posizione di Serrati che tre mesi prima di essere messo all’indice era Presidente di un Congresso Internazionale con quella degli indipendenti tedeschi, e si domanda come si sarebbe fatto a disfarsi di Ditmann se questi fosse stato a Mosca Presidente del Congresso. Ecco in verità un ragionamento specioso! Non è possibile un confronto tra la scissione del partito indipendente tedesco e quella del partito italiano: in Germania vi era stata già la scissione e ad Halle dal punto di vista della organizzazione della Internazionale non vi fu scissione, ma aggregazione di un gruppo affine, il quale si staccava dagli altri che mai erano stati nella organizzazione internazionale. Il paragone non può e non deve nemmeno continuare nel prevedere una aggregazione al nostro partito comunista di un blocco della sinistra serratiana, a meno che non si voglia ridurre la compattezza e il disciplinamento della Internazionale che il compagno Levi desidera quanto noi, ad uno stato di cose per cui si rabbercerebbe e si rafforzerebbe di continuo l’organizzazione, riducendovi giunte… di un altro colore, come fanno i rigattieri cogli abiti frusti. 

Altra affermazione che non può passare è quella che a Livorno «non sia stata quasi pronunciata parola contro i riformisti, e tutto il fronte sia stato volto contro Serrati». Il compagno Levi ha ascoltato il discorso del nostro relatore Terracini, che per quattro ore ha sviscerato i caratteri e la funzione della frazione di destra del partito italiano, mentre il discorso rivolto contro i serratiani è stato, e in parte, quello molto più breve di Bordiga. Noi facciamo appello alla obbiettività del compagno Paul Levi e gli chiediamo se non trovi, all’opposto, molto significativo che da parte del centro serratiano, che si diceva rivoluzionario e comunista, non sia stata pronunziala (senza quasi) una sola parola contro i riformisti, e tutto il fronte sia stato rivolto contro i comunisti, contro la Terza Internazionale e, se la memoria assiste bene il compagno Levi, contro lui stesso, quando era lui che parlava per la tesi comunista.

Nelle file dell’Internazionale (Pt.1)

Rivista quindicinale del lavoro di organizzazione e dello sviluppo dei Partiti Comunisti in tutto il mondo

Quando nel marco 1919 si adunava, al Kremlino, quel primo Congresso in cui fu decisa la fondazione della Terza Internazionale, delle dozzine di delegati presenti i più non rappresentavano che sé stessi o tutt’al più dei gruppi comunisti ancora in embrione. Mancavano tra l’altro i rap- presentanti ufficiali di quasi tutta l’Europa occidentale, Francia ed Italia comprese, e quelli d’America. 

Ma, come giustamente ebbe a dire Zinovieff, il fatto della sola presenza dei due partiti comunisti di Russia e di Germania, davano il diritto di proclamare che la nuova Internazionale era formata. 

Oggi, a due anni di distanza, dopo il secondo Congresso Mondiale Comunista che fissava le norme di organizzazione della Internazionale, non c’è alcun paese dove non esista o almeno sia in gestazione il Partito Comunista, questa organizzazione d’avanguardia affasciante tutta l’élite rivoluzionaria del proletariato. 

Noi intendiamo seguire in questa rubrica le varie fasi del movimento che tende, con l’applicazione integrale delle condizioni d’ammissione stabilite dal Congresso di Mosca, a far si che in ogni paese si addivenga alla esistenza di un unico Partito Comunista che raggruppi tutti gli elementi sani e veramente rivoluzionari della classe lavoratrice; perché solamente una organizzazione proletaria unita, centralizzata con un programma del tutto chiaro ed una tattica precisa, potrà essere quell’organizzazione di combattimento che potrà condurre alla instaurazione della dittatura del proletariato.

Vediamo in ITALIA l’applicazione, per quanto nella loro forma più rigida, dei 21 punti di Mosca. dar vita a Livorno ad un Partito Comunista che conta, dal primo istante, quasi un terzo di tutti gli iscritti del vecchio Partito Socialista e la quasi totalità della Gioventù.

In FRANCIA, a Tours, la maggioranza esclude, assieme ai riformisti, i centristi alla Longuet che, nel periodo della guerra, passavano tra i più sinistri del movimento francese.

In INGHILTERRA; dove il frazionamento e la confusione teorica sono state, in ogni tempo, la caratteristica del movimento operaio, a Leeds nel gennaio vediamo i vari gruppi Comunisti unificarsi tra loro, ed il Congresso di pasqua del 1. L. P., coll’ormai prevedibile rifiuto di aderire alla Terza Internazionale, porterà loro tutta quell’ala sinistra che sino ad oggi ha agito nell’ambito di quello che era il più forte partito socialista. 

Nella GERMANIA, dopo che ad Halle l’ala destra del Partito Indipendente. rimasto in minoranza si separò, pur mantenendo il vecchio nome, s’è effettuata la fusione della sinistra con il Partito Comunista (l’antico Spartacusbund). che aveva superato il periodo dell’esistenza illegale, dando vita ad un Partito Unificato forte fin dal suo nascere di mezzo milione di organizzati; mentre, d’altra parte, con una decisione che ha sollevato molte critiche, si accettava dall’Esecutivo della I. C. come membro simpatizzante il Partito Operaio Comunista.

Nella SVIZZERA, proprio questi giorni l’ala sinistra staccatasi nel Congresso di dicembre a Berna per la mancata adesione a Mosca, si è unita con il piccolo Partito Comunista, che già da due anni lottava contro i socialpatrioti ed opportunisti che tutt’ora dominano nel partito Svizzero. 

Nell’AUSTRIA, quel Partito Comunista, superate gravi crisi per ripercussione della caduta del potere soviettista in Ungheria. s’è anch’esso recentemente riunito con l’ala sinistra staccatasi due mesi avanti, ma poco numerosa quest’ultima, perché la gran massa del proletariato Austriaco segue tutt’ora gli Adler ed i Renner malgrado il disgraziato esperimento della partecipazione al potere. 

Nell’UNGHERIA dell’Horty, dove il prefetto di polizia ha dichiarato di partecipare in persona al Congresso di quei social-democratici addomesticati, per evitare qualsiasi voce di fronda, naturalmente non si può più parlare di Partito Comunista, che rivive unicamente tra i rifugiati in Austria ed in Russia. 

Nella CECO-SLOVACCHIA, questo novello Stato che ha ereditato tutta la parte industriale dell’antica Austria degli Absburgo, la sinistra Ceca, dopo lunghe esitazioni ed incertezze, sta tenendo a Reichenberg un Congresso costituente, che dovrebbe dar vita ad un partito unico che abbracci le masse lavoratrici ceche-tedesche e slovacche.

Nella SPAGNA e nel BELGIO furono le Gioventi Socialiste che dettero vita ai primi nuclei comunisti. 

Nel Belgio però, tranne una molto debole e per giunta tergiversante sinistra, o meglio centro, cioè il Gruppo di Jacquemotte, la gran massa del Partito Operaio giura tutt’ora in verbo dei suoi capi socialdemocratici e ne sostiene la politica collaborazionista: nel governo ce ne sono quattro. 

In Spagna invece la sinistra, dopo che il Congresso imminente avrà respinti i 21 punti di Mosca, dovrà decidersi di separarsi ed andare ad ingrossare il piccolo Partito Comunista, mentre, ciò che sarebbe di somma importanza, ultime notizie pervenuteci, riferiscono che anche tra i leaders sindacalisti, sino ad oggi ostili ad ogni partito politico di classe, si fa strada la convinzione che l’unico modo di fronteggiare la reazione dilagante gli è di creare un forte Partito Comunista sulle basi dell’Internazionale di Mosca. 

Nel PORTOGALLO, dove pure i parlamentari social-democratici non nascondono le loro velleità collaborazioniste, si è, o almeno si doveva creare proprio in questi giorni, un Partito Comunista, come hanno fatto nel piccolo Luxemburgo gli elementi fautori della Terza Internazionale, dopo che ebbero abbandonato il Congresso del Partito Socialista.

Nell’OLANDA c’è un Partito Comunista formato da quel gruppo di marxisti di sinistra che raccolti attorno alla Tribune già da vari anni s’erano organizzati a parte, ma forse dipende proprio da questa separazione prematura che li ha isolati dalle masse, il fatto che nella socialdemocrazia olandese non si sia manifestata sino ad oggi alcuna ala sinistra. 

Passando ai paesi Scandiravi, il Partito Operaio di NORVEGIA che con l’italiano era stato l’unico ad aderire, in blocco, alla Internazionale di Mosca, si è liberato proprio poche settimane fa dai suoi social-democratici ed ha convocato un Congresso in cui attuerà integralmente i 21 punti. Lo stesso dovrà fare anche il partito di sinistra della SVEZIA, che però deve ancora epurarsi di vari elementi centristi od umanitari alla Lindhagen che ancora sono nelle sue file. 

In quanto alla DANIMARCA il piccolo partito di Sinistra e stato paralizzato dalla reazione scatenatasi da uno Stato che sino alla guerra menava il vanto d’essere l’unico dove giammai s’era sciolta una società o vietata una riunione politica.

E venendo al quarto Stato Scandinavo, alla FINLANDIA, se pur Merrenheim ha dovuto fare fagotto, gli attuali dirigenti perseguitano ugualmente il partito formato dalla sinistra della vecchia social-democrazia, perché ha aderito alla Terza Internazionale, mentre in tutto il paese sorgono piccoli gruppi segreti di quel Partito Comunista che i profughi hanno costituito in Russia.

Il Partito Comunista della JUGOSLAVIA, abbracciante quello di Serbia e quelli dell’antica dinastia dualistica, della Croazia, Slovenia, ecc., trionfante con 59 deputati nelle elezioni per la Costituente e liberatosi dalle ultime scorie socialdemocratiche, aveva convocato un Congresso per uniformarsi completamente alle condizioni di Mosca, quando la reazione scatenatasi nel dicembre, che soppresse il partito, le organizzazioni economiche, la stampa, lo ha costretto ad una esistenza clandestina tale e quale i partiti comunisti di POLONIA, di ESTONIA e di LETTONIA, dove i social-traditori fanno impudentemente contro di essi le parti di boia nell’interesse di quelle borghesie. 

Nella Balcania esiste quella Federazione Comunista Balcanica, che preluderà in un non lontano avvenire, e lo auguriamo, la Repubblica Sovietista dei Balcani e che comprende i partiti comunisti di BULGARIA, che primo in Europa or sono quasi 20 anni si è saputo liberare dei suoi socialdemocratici; di GRECIA, che ha dovuto lottare penosamente contro la dittatura di Venizelos; di TURCHIA, dove il Partito Comunista deve tutt’ora menare una vita semi-clandestina per sottrarsi alle grinfie della polizia del Sultano e sopratutto di quella inglese che spadroneggia a Costantinopoli; finalmente di RUMENIA, dove i socialdemocratici che si reclutano specialmente nelle regioni ex-austriache di Transilvania e di Bucovina, si sono staccati affrettandosi ad aderire al Congresso della Seconda Internazionale di Vienna, mentre la maggioranza dovrà tenere, se pur quel governo lo permetterà, a breve scadenza un Congresso onde votare l’affiliazione a Mosca. 

Una delle manifestazioni più grandiose e caratteristiche del movimento odierno è lo sviluppo del pensiero comunista tra i popoli del vicino e del lontano ORIENTE, dall’Anatolia e l’Azerbagian, la Persia e l’India, alla Cina, alla Corea, al Giappone; non più la Seconda Internazionale ristretta al proletariato di pelle bianca, ma una Terza veramente Internazionale anche dal punto di vista etnico; ed al Congresso di Bacu del settembre 1920 dei popoli oppressi dell’Oriente, oppressi dal capitalismo anglo-francese-giapponese, due mila delegati di 37 nazioni, hanno salutato nella Russia dei Soviet l’inizio della loro emancipazione e creato quel Comitato d’azione che sarà l’artefice della rivoluzione proletaria in Oriente.

Negli STATI UNITI D’AMERICA, malgrado la caccia spietata che quella democrazia fa ai comunisti, la divisione permane, ad onta degli sforzi dell’Esecutivo della I. C., tra il Partito Comunista d’America ed il Partito Operaio Comunista Americano, divisione motivata non da differenze teoriche, ma unicamente di organizzazione e contrasti tra l’elemento indigeno ed immigrato. 

Nel CANADA è pure all’ordine del giorno la creazione di un Partito Comunista.

Nell’America latina vediamo nell’ARGENTINA il Partito Socialista Internazionale aderire completamente alle risoluzioni di Mosca e trasformarsi in Partito Comunista, mentre dalla socialdemocrazia pronunciatasi per Vienna, dovrà logicamente staccarsi quell’ala sinistra che s’è pronunciata per Mosca.

E Partiti Comunisti sembra si creino nel CILE e nel BRASILE, per non parlare del MESSICO, dove ce ne sono già due, ma che a vicenda s’accusano di godere i favori di quel governo che affetta tendenze operaistiche. 

Nell’AFRICA DEL SUD. la Lega Socialista Internazionale, separatasi causa della guerra dal Partito Operaio che ne era fautore, ha iniziato trattative con altri piccoli gruppi comunisti ivi esistenti, onde unificare tutte le forze del Sud-Africa sul terreno della Terza Internazionale. 

E concludendo, nell’AUSTRALIA, allo scorcio dell’anno, si è costituito il Partito Comunista d’Australia, che dovrà menare un’aspra lotta contro quel governo operaio degli antipodi, che già durante la guerra manifestò le sue tendenze imperialiste e scioviniste.