Partito Comunista Internazionale

Rassegna Comunista 25

Discorso di Bordiga al congresso di Marsiglia del PCF, delegato della 3ª IC - Pt.2

La lotta negli altri paesi

Dopo aver così constatato che gli avvenimenti della Russia non possono condurre ad una contraddizione coi nostri principii e con i nostri metodi comunisti, passiamo ad esaminare rapidamente gli avvenimenti degli altri paesi, vediamo se il cammino della lotta proletaria, laddove il potere borghese resta ancora dritto contro di noi, ci conduca a rinunciare a qualche cosa, a modificare in qualche modo il nostro metodo di lotta.

Noi vedremo che nulla può demolire anche in questo campo la nostra tesi fondamentale sulla profondità della crisi che il capitalismo attraversa dappertutto dopo la grande guerra mondiale, e sull’innegabile carattere rivoluzionario di questa crisi. Non ci sognamo nemmeno di negare che si assista in quasi tutti i paesi a grandi sforzi della borghesia per consolidare il suo potere minacciato e per tentare di riorganizzare l’economia capitalista rovinata sulle sue basi tradizionali. Noi non neghiamo che il movimento d’avanzata delle masse rivoluzionarie, segnato dal periodo immediato del dopoguerra, è stato seguito da una specie di sosta e, in qualche caso, da una ritirata dell’attività di classe del proletariato. Da buoni rivoluzionari noi non vogliamo nasconderci le difficoltà che s’ergono davanti a noi.

Ma bisogna esaminare più da vicino il carattere di questo sforzo di resistenza e di contrattacco borghese, per poter dire se il capitalismo troverà in esso delle probabilità di ricostruzione, e se giungerà ad arrestare la sua corsa verso l’abisso ed il disastro.

La borghesia s’è accorta che l’apparato politico e militare degli Stati che sono nelle sue mani, soprattutto laddove questo apparato è appoggiato sulla libertà formale della rappresentanza democratica, è ancora un’arma formidabile per la lotta contro gli attacchi rivoluzionari. Dall’altro canto essa ha riacquistato la speranza di poter riparare le perdite immense causate dalla guerra nella ricchezza borghese, e di poter dominare la disgregazione del suo sistema economico, assoggettando la classe operaia ad uno sfruttamento senza pietà, per cavare dai prodotti del suo lavoro ottenuto a vil prezzo i mezzi di ricostituire i suoi capitali.

È uno sforzo per regolarizzare il corso dei fenomeni economici quello che fa il potere borghese; è l’accentuazione dello sviluppo preso dal capitalismo nella sua fase più recente con la formazione dei grandi cartelli industriali e delle grandi coalizioni capitalistiche, direttamente appoggiate dagli Stati mediante le loro conquiste dei mercati stranieri. Ma in questo fatto stesso noi constatiamo la negazione dialettica dei principii tradizionali dell’economia borghese, che si basa sulla libertà completa dell’iniziativa privata. L’organizzazione economica attuale del potere borghese è evidentemente un assurdo; anche se lo sforzo di riorganizzare imperialista giungesse ad abbattere la resistenza delle masse proletarie, esso non potrà evitare di sboccare nella stessa situazione che portò alla grande guerra del 1914, la quale fu, come l’Internazionale Comunista ha sempre affermato, una guerra imperialista per tutti gli Stati che vi hanno partecipato, vincitori e vinti.

La politica attuale degli Stati che hanno vinto questa guerra, dimostra chiaramente al proletariato del mondo intiero questa verità. Già i prodromi della nuova guerra si fanno sentire: Noi abbiamo recentemente assistito alla conferenza di Washington, la quale, convocata sotto il pretesto del disarmo, ha smascherato semplicemente le profonde rivalità degli Stati militaristi, tra i quali la borghesia francese rappresenta una parte di prim’ordine, nello stesso tempo che mostrava il prepararsi evidente della guerra futura. È la prospettiva storica, la quale si presenta nel caso in cui il capitalismo giungesse a coronare d’un primo successo i suoi sforzi di salvezza: quest’ipotesi non solo vorrebbe dire la disfatta e la schiavitù del proletariato, ma condurrebbe direttamente alla distruzione d’ogni forma d’associazione umana.

Quali sono le conseguenze di questo tentativo borghese nel campo della tattica di lotta della classe lavoratrice? Noi abbiamo detto che la borghesia mondiale è fermamente decisa a servirsi di tutto il suo potere per schiacciare gli attacchi del proletariato, ma essa dovrà anche ridurre tutti i lavoratori ad un regime di sfruttamento ancora più duro di quello al quale essi sono assoggettati attualmente. Giacché l’offensiva padronale non si limita solamente alla lotta contro le minoranze d’avanguardia, ed allo schiacciamento dei tentativi di sovversione del regime, ma si spinge anche sul terreno economico e sindacale, dirigendosi contro tutta la massa del proletariato che si limita a domandare un trattamento economico sopportabile.

Un tempo il potere borghese, nella lotta sindacale fra padroni e lavoratori, si limitava ad una specie di difensiva per impedire ogni violazione dei principii sacri della proprietà privata. Oggi questo non basterebbe più: la classe capitalista deve prendere l’offensiva contro il proletariato; essa deve abbassare i salari, deve stracciarne i patti di lavoro collettivi, deve infrangere ogni organizzazione sindacale, giacché solamente a questo prezzo potrà garantire la continuazione dell’esistenza del regime borghese.

Uno sguardo a tutti i paesi d’Europa – il vostro compreso – ci dimostra l’evidenza di questa verità. L’offensiva della borghesia contro il proletariato è stata dappertutto scatenata anche contro quella parte del proletariato, la quale non è affatto rivoluzionaria, che non accetta la parola d’ordine dei partiti della rivoluzione, ma si appoggia solamente sulle organizzazioni corporative e sindacali. Noi cozziamo dappertutto contro questa stessa offensiva degli Stati borghesi e capitalisti in pericolo, tendente a diminuire i salari e ad aumentare gli orari di lavoro. Questo tentativo di disorganizzazione del proletariato è accompagnato dalla disoccupazione e dal licenziamento dell’operaio. Nello stesso tempo la borghesia tenta di distruggere la rete sindacale di resistenza proletaria, e, dovunque la reazione trionfa, essa disperde i nuclei operai organizzati sul terreno economico.

L’eloquenza di questi fatti non può lasciare alcun dubbio sulla situazione ch’è tale da costringere la borghesia, per salvarsi, a prendere l’iniziativa dell’attacco.

Che cosa farà, in queste condizioni, il Partito che è nel seno del movimento proletario ed ha una parola d’ordine da dare al proletariato? Quale dev’essere il nostro atteggiamento di fronte alle frazioni riformiste ed opportuniste del movimento operaio? Una volta il proletariato poteva scegliere fra due metodi d’azione. Mentre noi ci dichiaravamo a favore della conquista totale del potere politico, come mezzo di espropriare gli sfruttatori, i riformisti mostravano al proletariato la possibilità di un’altra via, che ne avrebbe migliorato poco a poco le condizioni ed avrebbe portato i lavoratori ad una situazione più favorevole. Ma oggi questa teoria dei riformisti non ha più alcun senso. Come si può, infatti, parlare di un’avanzata graduale progressiva quando s’è costretti a ritirarsi? Adesso non si può più parlare di progresso massimo e di progresso minimo: si tratta semplicemente di stabilire se il proletariato debba fronteggiare l’attacco capitalista o debba ritirarsi davanti ad esso. I riformisti, gli uomini di destra, che noi dobbiamo smascherare, propongono agli operai di accettare la riduzione del loro salario, di rinunciare cioè a quello ch’essi hanno già conquistato; con questa attitudine appunto essi si smascherano, si mostrano impotenti a difendere perfino le esigenze immediate della vita e dei bisogni quotidiani del proletariato.

Quale dev’essere l’atteggiamento dei comunisti in una simile situazione? Ricordiamo ancora qualche postulato della nostra tattica. I marxisti non hanno mai detto che bisogna disprezzare le esigenze immediate dei lavoratori; essi non hanno mai dimenticato che la lotta politica nasce sul terreno economico, nei piccoli episodi della vita proletaria, ma che appunto con la sintesi di questi fenomeni particolari si può arrivare all’azione d’insieme, all’azione rivoluzionaria del proletariato. Il partito politico di classe deve condurre le masse da questo punto di partenza, costituito dalle esigenze economiche quotidiane, fino al culmine delle necessità politiche rivoluzionarie; e ciò non si fa disprezzando le esigenze immediate del proletariato, ma assistendo gli operai in ciascuna delle lotte che essi intraprendono. I comunisti dicono che non si arriverà in queste lotte parziali a risultati definitivi: ma nella loro qualità di rivoluzionari, non se ne tengono lontani. È questo un postulato rivoluzionario della tattica, del metodo marxista. Bisogna entrare nel vivo della realtà della vita proletaria, della lotta e dell’azione proletaria.

Questa verità si fa mille volte più evidente nella situazione che noi abbiamo or ora prospettata. È evidente che oggi più che mai non esiste opposizione fra le rivendicazioni immediate e le rivendicazioni generali della classe operaia. Quest’opposizione non può esistere, giacché se il partito di classe giunge a disporre tutto il proletariato in ordine di battaglia per rifiutare certe concessioni che il capitalismo pretende imporre, e che sono indispensabili alla sua esistenza stessa, , noi abbiamo creato la situazione, la condizione dello scontro rivoluzionario supremo tra le due classi. Su questa base la tattica dell’Internazionale si pone in questo momento: agli attacchi organizzati su di un piano sistematico dalla borghesia bisogna opporre l’azione unitaria di tutte le forze del proletariato, sia che si tratti di manifestazioni economiche dei padroni contro i diritti operai, sia che si tratti della reazione dello Stato poliziesco e giudiziario o infine, come in certi paesi – nel vostro non ancora, ma chi lo sa quel che il domani vi riserverà – , di milizie irregolari della guerra di classe, composte di elementi usciti dai partiti politici borghesi per l’attacco contro il proletariato.

La borghesia ci insegna come condurre la lotta su di un terreno unitario, con un piano sistematico, attraverso l’inquadramento militare dei partiti politici. Bisogna rispondere con un piano d’azione unitario del proletariato, con l’inquadramento armato e rivoluzionario del proletariato del mondo intiero sotto la direzione del Partito Comunista.

Si tratta di sfruttare le peculiarità della situazione attuale per ordinare quest’esercito proletario sotto la bandiera dei partiti Comunisti, dell’Internazionale Comunista. Una parte di quest’esercito del proletariato si trova ancora nelle organizzazioni dei socialtraditori complici della borghesia. La nostra tattica è di andare a snidare queste energie proletarie, di sottrarle alla direzione di quei capi traditori, e di indurle a partecipare alla lotta generale e sistematica contro il capitalismo.

Noi siamo più che mai convinti che l’IC debba restare nettamente separata sul terreno dei principii e del metodo politico dalle altre tendenze, le quali pretendono di dirigere il movimento operaio ed ingannano il proletariato. Voi avete fatto la scissione ed avete potuto constatare quanto essa fosse giusta e saggia, giacché i dissidenti hanno sempre camminato verso l’alleanza definitiva con gli elementi più oscuri della borghesia. Voi avete affermato la vostra volontà di separarvi da quella gente. L’esperienza vi ha dato ragione. Tra voi ed essi v’è un abisso che vi separa.; e la tattica comunista non può portare se non allo smascheramento definitivo dei capi della destra, dei capi opportunisti. Nell’elaborazione di questa tattica, sulla quale si è molto discusso, il Terzo Congresso dell’IC non ha perduto di vista la necessità di realizzare la concentrazione di tutto il proletariato sul programma comunista, con i metodi d’azione comunisti, sotto la direzione del PC e del PC soltanto. È un postulato, al quale l’Internazionale non ha rinunciato, al quale essa non rinuncerà giammai; giacché se noi ci trovassimo nella situazione di rinunciarvi, dovremmo rinunciare alla ragione stessa delle nostre dottrine e della nostra organizzazione.

Bisogna servirsi, nella tattica che si deve adoperare, di questo postulato di propaganda, d’azione e d’organizzazione, e dimostrare che i capi della destra o dei sindacati asserviti ad una tattica opportunista, che i capi del partito socialdemocratico non possono nemmeno ergersi a difensori degli interessi immediati della classe lavoratrice. Bisogna obbligarli a manifestarsi sotto il loro reale aspetto agli occhi delle masse. Allora i Partiti Comunisti, senza rinunciare in alcuna cosa al loro programma rivoluzionario – che è quello dell’IC – compariranno agli occhi delle masse proletarie quali difensori delle loro rivendicazioni immediate, le quali hanno un andamento negativo, ma la difesa delle quali con l’azione delle masse ha tutto il valore di una entrata in battaglia campale rivoluzionaria.

Per tutto ciò il PC invita tutto il proletariato ad unirsi; per questa lotta tutto il proletariato, tutti gli operai d’ogni città, d’ogni paese, di qualsiasi categoria, debbono unirsi, per la lotta generale in difesa dei loro salari, della giornata di 8 ore, delle loro organizzazioni. Presso di voi, come in Germania, come dappertutto, ci sono persone che rifiuteranno di fare quest’unità su questo terreno di lotta, giacché esse sanno che è un terreno rivoluzionario e non vogliono la rivoluzione. Il loro rifiuto ci basterà per smascherarle e per squalificarle agli occhi delle masse, ed infine per prendere noi la direzione della parte di queste masse finora ingannate dagli opportunisti.

Questo è il significato della tattica deliberata nel Terzo Congresso dell’IC e applicata, per esempio, nel nostro paese.

Il compagno Tasca ve ne parlò ieri; io non insisterò sulle cose italiane, se non per ricordarvi che il nostro partito è forse il più settario: è il partito il quale ha più fortemente lottato contro gli opportunisti, e lotta in questo momento contro i sindacalisti rivoluzionari e gli anarchici, in polemiche vive di principio e d’azione.

Esso tuttavia consacra il 95 per cento del suo lavoro alla realizzazione di questo fronte unico proletario, il quale nella forma ha potuto far temere che si trattasse di una tattica suscettibile di condurre alla confusione, ma che ha il merito di offrire la possibilità di dare una parola d’ordine unica al proletariato del mondo intero.

Il nostro partito italiano rivolge la maggior parte delle sue energie verso la realizzazione di questa forma di tattica, con la quale noi vediamo già la possibilità di riavvicinare in una lotta generale, su tutto il fronte operaio del nostro paese, il proletariato intiero con parole d’ordine che non possono portare ad altra cosa se non alla conquista del potere. Noi vi proponiamo perciò questo piano, questa tattica; senza dubbio essa ha le sue difficoltà, ma voi, Partito rivoluzionario, dovete passare al disopra di queste difficoltà, le quali in fondo non sono che delle finzioni.

Quando si parla della nuova tattica politica dei Soviety e dell’IC, bisogna che una cosa sia posta fuor di causa: che non v’è cioè tattica nuova, ma si tratta invece d’una applicazione del metodo marxista più puro, e che nella continuità dialettica di quest’ultimo rientra il fatto di conciliare la difesa delle rivendicazioni minime con lo sviluppo delle condizioni della suprema lotta rivoluzionaria.

Ciò non autorizza alcuno a dire che vi sia una rinuncia qualsiasi, un’attenuazione del valore rivoluzionario del programma e delle formule d’azione dell’IC. Invece, vi è un’esperienza la quale s’afferma sempre più con un’efficacia ed una forza d’azione che s’accrescono quotidianamente, è un rivoluzionarismo che non si limita a dichiarazioni o a dipingere il quadro della società futura, ma entra nel vivo della realtà, conduce sul fronte della lotta tutti gli sfruttati, e con tutte le sue forze si getta nella mischia suprema per cancellare l’onta dello sfruttamento capitalistico mondiale.

Io non ho nulla detto finora intorno alla situazione della Francia e del vostro Partito. L’Internazionale Comunista non è qui – io non parlo neppure del suo modesto rappresentante a questa tribuna – essa non è qui per darvi delle lezioni. È qui per dire ai militanti del mondo intiero qual è il contributo che i comunisti – come anche senza nessun dubbio questo Congresso del partito francese – debbono portare alla costruzione mondiale di questo piano d’azione, il quale ci dà la certezza che per quanto sfavorevole sia la situazione, noi ne usciremo vincitori e trionfanti, in nome del comunismo. D’altra parte, vi è stata letta una lettera la quale vi esponeva l’opinione del Comitato Esecutivo dell’IC di fronte a certi desideri del partito francese. Voi l’avete accolta con uno spirito di solidarietà internazionale che vi fa onore, e che dimostra al mondo intero, al proletariato comunista ed agli avversari, che il PC francese è realmente una grande e possente armata della rivoluzione mondiale schierata sotto la bandiera dell’IC.

Io non intendo ritornare su questi particolari; sono già molto contento di constatare la solidità della vostra fede, della vostra volontà, del vostro coraggio rivoluzionario, nell’accoglienza che voi fate alle mie affermazioni. Voi avete dato or ora, con la vostra risposta, al mondo comunista intiero la prova che volete realmente uscire dalla particolarità della situazione francese, per combattere su un piano d’azione mondiale e su una base sistematica internazionale, fino alla vittoria, con i vostri compagni di tutto il mondo.

Il vostro compito, dopo il Congresso di Tours, è considerevole e nessuno può disconoscerlo nel movimento comunista internazionale, nello stesso tempo che nessuno può sbagliarsi sul compito importante di questo congresso.

Voi state per occuparvi, fra le altre cose, della questione agraria, così importante per il vostro paese, la più interessante se noi giungiamo a superare certi pregiudizi dell’antico movimento democratico. Io non ho bisogno di rilevare l’importanza della parte che la classe contadina potrà rappresentare nella rivoluzione. Le vostre tesi su questo soggetto sono completamente soddisfacenti. Voi avete fatto completamente vostri i postulati marxisti e la tattica agraria dell’IC. Voi avete compreso che al fianco del proletariato dell’officina, dell’operaio dell’industria francese, si deve schierare la gran forza rivoluzionaria dei contadini, che tendono a sottrarsi allo sfruttamento dei privilegiati.

Ma questo problema, ch’è quello dell’agitazione della classe operaia industriale, deve essere posto nel quadro dei postulati tattici internazionali; se noi abbiamo un partito, non è soltanto per avere dei principii, delle teorie, e per propagarle in tutta l’estensione della nostra propaganda, con degli articoli, dei discorsi, delle letture, delle conferenze. Il nostro compito non sarà finito quando noi avremo fatto tutto ciò, come d’altronde voi avete già ben fatto. Noi dobbiamo in tutto il nostro lavoro riunire questi tre fattori dell’azione comunista, dell’azione marxista, per così dire: la propaganda, l’azione, l’organizzazione. Essi sono inseparabili. In ogni episodio della lotta sociale, nella quale un piccolo gruppo di lavoratori sfruttati s’erge per porre la questione delle sue condizioni d’esistenza, la nostra propaganda deve intervenire e dire qualche cosa. Essa deve spiegare come il comunismo sia lo sviluppo della lotta naturale di classe, e deve dare a questo gruppo di operai un po’ più di coscienza e di vita; ma essa non deve fare semplicemente ciò. Non basta ai comunisti di illuminare i cervelli; essi debbono anche organizzare sistematicamente questi gruppi in armate schierate in ordine di battaglia in mezzo alla classe operaia intiera. E quest’organizzazione non è soltanto l’organizzazione interna del nostro partito, delle nostre federazioni, delle nostre sezioni, nelle quali noi non possiamo chiamare se non i militanti più coscienti, gli operai che hanno già compreso i nostri principii ed i nostri metodi; noi dobbiamo dare importanza anche a quell’altra organizzazione che è suscettibile di collegare col partito stesso, organizzato sul terreno politico, gruppi della classe operaia che hanno già accettato i nostri metodi di lotta, che non sono nelle condizioni di diventare militanti del partito, ma possono tuttavia ingrossare le truppe rivoluzionarie nei momenti decisivi.

Bisogna risolvere questo problema immenso dell’organizzazione, per collegare col nostro partito, ch’è il cervello il quale dà la coscienza, l’organizzazione possente la quale dà l’iniziativa dei movimenti e chiama alla lotta ed alla battaglia, per collegare col nostro partito organizzato la grande massa del proletariato francese, sia dei contadini che degli operai, in modo che questo grande partito possa chiamare tutto il proletariato alla battaglia decisiva, alla lotta rivoluzionaria suprema.

Ma io riconosco che è più facile venire a dire queste cose su questa tribuna che risolvere tutte le difficoltà della vostra situazione. È questo il vostro compito, o compagni! L’IC segue la vostra opera; essa vi partecipa; noi vi partecipiamo tutti, permettetemi di dirlo, e di sperare, o compagni francesi, che voi seguirete l’esempio dei vostri compagni degli altri paesi. La collaborazione coll’Internazionale non dev’essere bugia ipocrita, come era quella della Seconda Internazionale. La Terza Internazionale dev’essere un fatto vivente e non una formula che si pone nei programmi e negli articoli    o che si proclama nei discorsi. La partecipazione alla Terza Internazionale dev’essere una realtà che si manifesta in tutte le azioni di tutte le organizzazioni, di tutte le federazioni, di tutte le sezioni. Questa cosa, che voi sapete meglio di me, vi vien detta da un rappresentante di un partito comunista molto vicino, e che ha bisogno di voi per lottare. Noi abbiamo bisogno di lavorare insieme. La lotta del proletariato italiano e del proletariato francese dev’essere la stessa, giacché la borghesia del vostro paese, come quella del nostro, è la nostra nemica comune.

Noi dobbiamo realizzare l’unità del fronte dell’IC nella lotta comunista. L’IC vi dà il materiale per quest’opera nelle risoluzioni dei suoi congressi internazionali.

Queste risoluzioni meritano d’essere accettate e rivendicate dal vostro Congresso, soprattutto in quel che concerne l’azione sindacale. Esse vanno da voi applicate, nella misura più stretta, alle difficoltà di una situazione delicatissima, che comporta una quantità immensa di responsabilità.

Anche noi in Italia abbiamo avuto una situazione difficile, dura, aspra. Epperò una situazione particolarmente chiara. Qui voi avete una situazione che non è chiara; e sarà maggior vostro merito trovar la vostra strada    in mezzo a questa situazione complicata.

Principalmente in questo momento, un problema formidabile si prospetta, quello della situazione sindacale francese. Ieri voi avevate una situazione sindacale unita, oggi noi ci troviamo in presenza di una scissione, ch’è forse un fatto compiuto.

La situazione è cambiata ed essa ha cambiato i postulati, che devono servirvi ad indirizzare il programma della politica sindacale del vostro partito, che deve attualmente occuparsi dell’economia proletaria.

Bisogna dirlo a voce alta, giacché nello sviluppo della situazione economica e degli episodi della lotta economica d’ogni gruppo di uomini vi sono fatti che permettono di costruire l’azione d’insieme, l’azione politica che dovrà riunire tutte queste forze in una lotta comune.

Ora, nessuno potrà dire, nell’Internazionale, che voi non abbiate agito con chiaroveggenza nella vostra tattica sindacale. Voi avete degli scopi comuni con una tendenza del movimento operaio, la quale non è certamente una tendenza di traditori, di opportunisti, ma è una tendenza che, dal punto di vista rivoluzionario, noi dobbiamo salutare dall’alto di questa tribuna: la tendenza dei sindacalisti rivoluzionari di sinistra.

Voi avete ragione di lavorare gomito a gomito con questi vostri compagni, tra i quali vi è una maggioranza immensa di bravi operai, che dovranno essere conquistati ai nostri metodi veritieri nella lotta contro i riformisti della Confederazione Generale del Lavoro. Ma voi non dovete nascondere che i vostri principii non sono i principii sindacalisti rivoluzionari; che i vostri metodi non sono gli stessi loro metodi; che i vostri scopi coincidono per il momento, ma che bisogna prepararsi ad altri compiti e che il compito del PC non è soltanto quello d’avere un piano per oggi, ma bensì d’avere un piano di possibilità per la sua azione nelle differenti eventualità che possono presentarsi.

Voi dovete aspettarvi un cambiamento nei vostri rapporti coi sindacalisti rivoluzionari. Il sindacalismo rivoluzionario non è il comunismo, né dal punto di vista dei metodi, né dal punto di vista dei principii. La differenza non si limita al fatto che i sindacalisti dichiarano che tutta l’attività proletaria debba svilupparsi nel dominio economico senza prendere giammai la forma di un’organizzazione politica. Il PC non può accettare questa distinzione che non ha alcun valore. In realtà il sindacalismo è una politica del movimento sindacale, ed il comunismo è un’altra politica di questo stesso movimento.

Nel sindacato v’è metodo di lavoro sindacalista e metodo di lavoro comunista. È necessario dunque, o compagni, che nella vostra propaganda e nella vostra agitazione voi facciate comprendere i vostri principii e le vostre dottrine, così come voi avete incominciato a farlo per la dottrina e i principii dei sindacalisti. Il sindacalismo è una concezione differente dalla nostra in riguardo allo sviluppo della storia, ed i suoi adepti fanno una critica della società capitalistica la quale è differente dalla nostra, nello stesso tempo che essi tracciano un processo di emancipazione proletaria che differisce dal nostro. Bisogna porre chiare innanzi al proletariato queste differenze, e fare nel seno dei sindacati la propaganda in favore delle nostre dottrine, dei nostri metodi e delle nostre prospettive di sviluppo del proletariato, in modo da spingere all’azione politica, all’intervento dei partiti nella lotta, alla dittatura del proletariato ed alla costituzione dei Consigli operai e contadini.

Si dice che vi è nelle tesi dell’IC una formula che contraria gli operai francesi, cioè quella della subordinazione o dell’asservimento dei sindacati al partito. Questa formula a priori è semplicemente ridicola. Ma un marxista non deve rinunciare a saturare il movimento sindacale del suo spirito rivoluzionario, a lavorare presso i militanti dei sindacati per cercare d’ottenere, dalla loro autonomia e dalla loro indipendenza, che l’organizzazione sindacale si pronunci in favore del piano del PC e ch’essa spontaneamente dica al PC che questi lavoratori sono pronti ad accettare le idee direttive del PC, nell’azione e nella lotta rivoluzionaria.

Questa è un’opera alla quale il PC non può rinunziare. È possibile che domani questo metodo possa novellamente urtare e bisogna, senza alcun dubbio, attuarne convenientemente l’applicazione sia nella forma che nel tempo, senza rinunziare al suo contenuto essenziale. È naturale che voi dobbiate procedere di conserva con gli elementi sindacalisti, rivoluzionari ed anarchici nella complessa situazione sindacale francese attuale. Ma voi non dovete dimenticare che la situazione dovrà chiarificarsi.

Qui la collaborazione è stata possibile perché i sindacalisti in Francia, essendo maggioranza della CGdL, sono stati tradizionalmente unitari; ma lo spirito teorico del sindacalismo, se noi lo consideriamo dal punto di vista della critica oggettiva, è lo spirito della scissione della classe operaia.

In Italia, nella Spagna, e in tutti gli altri paesi, in cui il sindacato economico, in luogo d’assumere la parte rivoluzionaria assegnatagli dalla teoria sindacalista, è rimasto sotto l’influenza riformista, i sindacalisti rivoluzionari son pervenuti alla conclusione logica che, avendo bisogno di un movimento rivoluzionario sindacale puro, hanno determinato la scissione sindacale operaia, staccando la sinistra dagli organismi sindacali tradizionali.

Io ricordo questo dato teorico soltanto come contributo allo studio dei vostri rapporti coi sindacalisti, senza perciò pretendere che voi dobbiate applicarlo in maniera immediata alla loro tattica attuale in Francia. Ma esso basta a stabilire una differenza fondamentale per tutto lo sviluppo delle lotte successive.

Noi comunisti siamo per il sindacato unitario, senza alcuna condizione pregiudiziale, neppure quella ch’esso sia diretto da comunisti o abbia una maggioranza comunista. Se noi accettiamo l’unità anche quando la maggioranza sindacale è nelle mani dei riformisti, non lo facciamo già perché ci rassegnamo a tale situazione, bensì per poter lottare contro gli opportunisti e conquistare alla nostra propaganda la maggioranza dei sindacati, giacché noi sappiamo benissimo che l’unità sindacale è il vero terreno da cui irresistibilmente scaturirà il riavvicinamento di tutti gli operai sotto l’insegna comunista.

Compagni, io ho parlato abbastanza a lungo. Sollevando certe questioni d’ordine teorico, io non ho voluto urtare legittime tradizioni, ma semplicemente toccare tutte le questioni, giacché l’IC ha il diritto e il dovere di prevedere le condizioni reali    che possono determinarsi nella situazione internazionale; ma io mi trovo molto a disagio in questo Congresso chiamato esso medesimo ad esaminare il problema della preparazione rivoluzionaria del proletariato francese, per la quale voi dovrete formulare un programma non di sola teoria, ma d’azione, che dovrà indicare i mezzi coi quali noi perverremo a riunire tutto il proletariato nella lotta rivoluzionaria.

Sono sicuro che da questo Congresso usciranno deliberazioni consone coi metodi dell’IC e interessanti per tutto il movimento comunista internazionale.

Ed ho terminato. Conserverò sempre il gradito ricordo d’essere stato tra voi, e porterò ai lavoratori del mio paese l’espressione della vostra solidarietà e del vostro entusiasmo. Noi cercheremo d’esporre con la maggior fedeltà possibile i risultati dei vostri lavori al CE. Non abbiamo bisogno di domandarvi altro, se non di proseguire l’opera grandiosa che voi compite ogni giorno, e che compiono tutte le vostre sezioni con forte coscienza, con vivissima fede e grandissimo entusiasmo.

Compagni del PC francese! I nostri avversari proclamano la sconfitta dell’Internazionale Comunista e della rivoluzione mondiale. Gridiamo loro che ciò è una menzogna. Proclamiamo che l’IC è una forza reale, che non verrà meno al compito di mettersi alla testa del proletariato di tutto il mondo.

La rivoluzione mondiale non è una chimera del nostro pensiero, ma una cosa viva e reale.

Compagni! Viva la rivoluzione mondiale!

(Vivi applausi)

La rivoluzione russa è una rivoluzione comunista?

L’accusa più grave che gli avversari della rivoluzione bolscevica credono di poter muovere, in nome del marxismo, all’opera dei comunisti russi, è quella di aver voluto portare a termine una rivoluzione socialista in un paese dove non esistevano ancora le premesse per un siffatto rivolgimento, dove, l’85% dell’economia essendo costituito da aziende a tipo precapitalistico, soltanto una minima parte dell’economia offriva le condizioni per un diretto trapasso dal regime capitalista a quello collettivista.

A suffragio e conferma di tale asserto, s’invocano le esperienze negative della rivoluzione russa nel campo dell’economia, dal fallito tentativo di instaurare un comunismo coercitivo all’attuazione della “Nuova Politica Economica”, che tende a reintegrare forme e sistemi economici, che si ritenevano sorpassati con l’avvento del proletariato al potere.

Gli argomenti, più o meno marxisticamente validi, che contro tale accusa si accampano da parte dei comunisti, si possono dividere in due gruppi principali: quelli che scansando il nocciolo economico della questione, si attaccano alla superficie politica di essa; e quelli che, pur affrontando il problema nella sua essenza economica, non ne toccano il fondo, per il fatto di porlo su un piano relativo e contingente.

Nella prima categoria vanno collocati quei tentativi apologetici che trasportano l’asse del problema nell’antinomia: democrazia – dittatura proletaria. L’errore comune a questi tentativi consiste nell’anteporre l’aspetto politico della questione a quello economico, nel prescindere dal substrato economico del problema, – elemento essenziale e primario di ogni analisi marxista. Non si considera se le condizioni economiche siano mature per una trasformazione in senso comunista o socialista, ma ci si appaga di dimostrare che il proletariato è stato abbastanza maturo da instaurare la sua dittatura, a ciò costretto da profonde necessità storiche.

Un autorevole nostro compagno, in una sua conferenza sul tema “Marxismo e comunismo”, ebbe a formulare tale concezione nei seguenti termini: la questione, se il proletariato abbia raggiunto un grado sufficiente di maturità per compiere la sua emancipazione non può essere risolta, se non collegandola con quella dei rapporti di forza esistenti fra proletariato e borghesia. Non si domanda se il proletariato, preso in sé e per sé, sia abbastanza forte, ma se esso sia abbastanza forte in rapporto alle forze della borghesia.

Questa tesi regge fino a un certo punto, cioè finché ci si contenti di dimostrare la possibilità d’una rivoluzione politica; ma viene a mancare ove si voglia dimostrare la possibilità d’una rivoluzione economica in senso collettivista.

Prendiamo, ad esempio, un paese come la Russia, dove proletariato e borghesia sono la minoranza della popolazione, e dove le aziende a tipo capitalista costituiscono soltanto una piccola parte delle aziende, su cui si fonda l’economia nazionale. In un simile paese è possibile che il proletariato, se sorretto temporaneamente dalla piccola borghesia, riesca a rovesciare il potere della borghesia e ad instaurare temporaneamente la sua dittatura; è possibile che, in un primo momento, il proletariato diventi il protagonista di una rivoluzione, la quale però, nel suo ulteriore sviluppo, si rivelerebbe come ostetrica, non di un assetto socialista, ma di un assetto piccolo-borghese contadinesco. Poiché, una volta spodestata ed espropriata la borghesia, i termini di relatività: proletariato-borghesia, si spostano in quelli di: proletariato – piccola borghesia. Nel primo caso, trovandosi ambedue i termini sul medesimo piano di sviluppo storico, il problema si riduce ad una questione contingente di forza, nel secondo caso invece, trovandosi i due termini su due piani differenti, esso riveste il carattere d’un problema di maturità in un senso intimamente storico, dialettico.

In questo punto il lato economico del problema della rivoluzione russa, come tipo di rivoluzione proletaria in un paese economicamente arretrato, s’affaccia in tutta la sua ineluttabilità: praticamente, imponendosi con la necessità d’un ulteriore sviluppo e parziale restauro (ove esse sono state soppresse) delle forme economiche individualiste e capitalistiche; teoricamente esigendo con accresciuta insistenza una risposta al seguente quesito: il proletariato, proponendosi di attuare un assetto collettivista in un paese dove le condizioni obiettive per una tale trasformazione non sono date che in piccola parte dell’economia, non si è assunto un compito che trascende le sue forze, o più precisamente, non si è assunto un compito, per quanto riguarda la concentrazione dei mezzi di produzione, la industrializzazione dei rami ancora arretrati dell’economia (e si tratta della parte preponderante), non si è assunto un compito, diciamo, che non è il suo, bensì il classico compito storico della borghesia? Al proletariato divenuto classe dominante la critica marxista assegna il compito d’avviare l’economia dall’assetto capitalista a quello socialista, ma non quello di portarla dal regime precapitalista al regime collettivista, che presume un alto grado di concentrazione dei mezzi di produzione.

Non mancano, certo, difese e giustificazioni della rivoluzione proletaria in Russia, che affrontano il problema nella sua sostanza economica; ma, come già accennammo, la maggior parte di esse si muove su un piano contingente, e ciò fors’anche perché le accuse ed obiezioni non sono, per lo più, contenute in termini assoluti e rigorosamente dottrinali.

L’argomento più comune è quello dell’assurdità di voler pretendere che, in un paese economicamente così arretrato come la Russia, un assetto socialista si possa attuare nel volgere di pochi anni. Cosa evidentissima. Sennonché, nel nostro caso, non si tratta di possibilità od impossibilità relativa, misurabile con criteri di tempo, ma di possibilità assoluta. Dello stesso genere sono gli argomenti che spiegano la mancata realizzazione d’un regime comunista con le condizioni particolari in cui ha dovuto svolgersi la rivoluzione proletaria in Russia: eredità d’una economia disgregata, guerra civile accanitissima e lunga, intervento, blocco, ecc.

Con criterio scientificamente ben più valido affrontano il problema quegli scrittori, che affermano essere irrazionale ed antistorico voler considerare la rivoluzione russa come fatto isolato, avulso dal movimento proletario internazionale. Il problema della rivoluzione russa rimane necessariamente insoluto se non lo s’inquadra nel complesso della rivoluzione proletaria su scala mondiale. Nell’attuale grado di sviluppo dell’economia mondiale, caratterizzato dall’interdipendenza degli organismi economici, non è possibile che uno di questi organismi viva e prosperi, staccato da quel complesso più vasto, di cui esso costituisce soltanto un singolo elemento. Ora, uno Stato a base collettivista non potrà mai inserirsi armonicamente in un sistema economico mondiale che si regge su fondamenta capitalistico-individualiste. Di qui la necessità che la rivoluzione proletaria si attui anche negli altri paesi capitalistici, se si vuole che la Russia inizi la sua opera di realizzazione socialista. Neppure paesi come l’Inghilterra o la Germania, dove la concentrazione dei mezzi di produzione ha raggiunto un grado altissimo di sviluppo, potrebbero reggersi a lungo in un simile isolamento tanto meno poi un paese come la Russia, dove il processo di industrializzazione dell’economia non aveva superato ancora la fase iniziale.

Ragionamento inconfutabile questo, ma troppo comprensivo rispetto ai casi cui esso può venire applicato, perché non sfugga quello che v’è di particolare nel problema russo: cioè di sapere come possa svolgersi il processo di concentrazione dei mezzi di produzione in un paese dove la borghesia, coefficiente propulsore di tale processo, è stata spodestata. Si tratta, in fondo, di sapere quale sarà il fattore che dovrà continuare quell’opera, che dalla borghesia russa è stata compiuta soltanto in minima parte.

Per trovare una risposta, basta dare un senso più specifico a quella tesi secondo cui la rivoluzione proletaria nei paesi capitalistici dell’Occidente è condizione indispensabile per la realizzazione d’un assetto socialista in Russia; e precisamente, che tale rivoluzione è necessaria, non solo perché essa offrirebbe alla Russia la possibilità d’inserirsi armonicamente in un sistema economico internazionale, ma anche perché essa darebbe vita, o meglio, sprigionerebbe, metterebbe in efficienza quell’agente che dovrà operare la industrializzazione delle aziende a tipo precapitalista, cioè la maggior parte dell’economia russa. E tale agente è, come non sarà difficile arguire, il proletariato dei paesi occidentali, diventato padrone del potere politico ed economico.

Qualcuno potrebbe chiederci, a questo punto, per quali ragioni riteniamo il proletariato occidentale all’altezza d’un compito, che abbiamo affermato, in base alla dottrina marxista, essere il compito specifico della borghesia. Le ragioni sono ovvie. Il proletariato occidentale, instaurando il suo potere in paesi dove lo sviluppo capitalista ha raggiunto il massimo, o per lo meno un altissimo grado di maturità, realizza un assetto economico superiore a quello capitalista, e diventa una classe storicamente più evoluta della stessa borghesia. Esso può quindi assumersi tutti i compiti che sono propri alla borghesia ed assolverli con maggior successo.

Né può meravigliare il fatto che la concentrazione dei mezzi di produzione, in tal caso, verrebbe ad essere realizzata per opera di fattori extranazionali. Tutti sanno che in Russia, tale processo s’è svolto anche per il passato in grandissima parte grazie all’intervento di capitali e valori tecnici stranieri. Ciò sarà tanto più facile, quando l’economia mondiale si svolgerà sulla base d’un piano unitario e razionale, che regolerà e disciplinerà ogni attività economica con criteri ispirati al raggiungimento del massimo benessere generale.

S’intende che il proletariato russo sarà un coefficiente eminentissimo in quest’opera; ma essa non costituisce il suo compito specifico, la sua missione storica, ch’è quella di aver conquistato e mantenuto il potere politico, in attesa che il proletariato occidentale, liberatosi a sua volta dalla dominazione capitalista, intervenga nel processo dell’economia russa, per continuarvi quell’opera, che la borghesia è stata impedita di portare a termine.

Noi vediamo, infatti, che tutti gli sforzi del proletariato russo sono stati, finora, rivolti a difendere e consolidare il suo potere politico; ed anche quei provvedimenti (generalmente riassunti sotto il nome di comunismo militare), che sembravano a molti un avviamento ad un regime socialista-comunista, si sono rivelati come forme economiche transitorie, imposte da necessità contingenti, e non come naturali prodotti dello sviluppo storico dell’economia.

Ora assistiamo a questa fase della rivoluzione russa: la mancata rivoluzione proletaria nei paesi occidentali ha reso necessaria la cosiddetta Nuova Politica Economica, la quale affida al capitalismo occidentale l’opera di concentrazione dei mezzi di produzione, che, qualora la rivoluzione mondiale si fosse realizzata, avrebbe dovuto essere assunta dal proletariato occidentale. È vero che il proletariato russo si riserva una larga parte in quest’opera, la sua partecipazione però riveste un carattere di controllo e di usufrutto, più che d’iniziativa e d’impulso creativo.

Ma questa “ritirata strategica” nel campo economico non può fornire nessuna arma marxisticamente valida a coloro che vorrebbero vedervi una nuova prova del fallimento della rivoluzione proletaria in Russia. Questa, come speriamo di aver messo in evidenza, non ha altro obiettivo storico che quello di assicurare alla classe operaia il potere politico ed il possesso e controllo di quei mezzi di produzione, che sono la premessa e la base della sua esistenza. Ed a questo scopo la Nuova Politica Economica contribuisce in un duplice senso: da una parte rafforzando ed allargando – mediante il restauro e l’incremento delle grandi aziende già esistenti e la creazione di nuove imprese a tipo capitalistico-statale – la base naturale del proletariato, classe dominante; dall’altra, interessando e legando via via – mediante il graduale elevamento delle sue condizioni di esistenza – la classe contadina all’esistenza dello Stato proletario.

Non ci nascondiamo che la situazione singolare e storicamente anormale, in cui si trova il proletariato russo – esso detiene il potere politico, ma dispone soltanto di una piccola parte dei mezzi di produzione – non è sostenibile in eterno. Ma nessun comunista serio si è mai sognato che la Russia soviettista possa vivere in eterno circondata da Stati capitalistici.

Solo se il proletariato russo sarà costretto ad abbandonare il potere prima che i proletari d’Occidente abbiano rovesciato la dominazione borghese, solo allora si potrà dire che la sua rivoluzione è stata immatura.

Gustavo Mersù