Partito Comunista Internazionale

The Communist Party 15

Schiaffi e sgambetti nel marasma della Brexit

La compassata Gran Bretagna di un tempo ha perso ultimamente tutto il suo aplomb con la saga della Brexit che, invece di arrivare ad una qualsiasi soluzione, si ingarbuglia sempre più.

L’abbiamo definita un litigio fra borghesi su come restituire “competitività globale” al Regno Unito, soprattutto imponendo peggiori condizioni alla classe operaia. Ma c’è disaccordo, profondo e spesso aspro, su come raggiungere questo obiettivo.

La banda “europeista” sostiene che la produzione britannica dipende dal mercato unico. Ad esempio la BMW di Oxford si affida alla libera importazione “just-in-time” di componenti provenienti dall’Unione Europea. Ma gli europeisti non dicono che la maggior parte di quei prodotti viene importata da paesi “low cost” della UE o ad essa collegati (come la Turchia), il che a sua volta riduce il potere contrattuale dei lavoratori britannici.

Sull’altra sponda i “globalisti” vorrebbero fare di Londra la “Singapore sul Tamigi” o aprire “porti franchi” in posti come Hull, sul Mare del Nord, stracciando tutti gli accordi che (almeno in teoria) impongono condizioni di parità nei commerci in tutta la UE. Infine le imprese i cui interessi gravitano in toto o prevalentemente sul mercato interno avanzano la richiesta del “Prima gli inglesi”, che finisce nello sciovinismo più becero.

La classe operaia inglese è quindi vittima di una lotta tra gli interessi dei capitali nazionali, europei e globali, soprattutto americano. La farsa che si sta svolgendo in Parlamento e nei media riflette questa lotta, ma distorce e oscura deliberatamente le sue ragioni di fondo.

La nostra denuncia della natura ugualmente anti-operaia di tutte queste richieste non deve essere interpretata come indifferenza. La Brexit potrebbe avere un effetto devastante sui lavoratori in molti settori: operai dell’auto messi ad orario ridotto, chiusura di stabilimenti, lavoratori agricoli licenziati quando il 30-40% delle tariffe dell’OMC venisse a gravare sulle esportazioni di carne bovina e ovina. Oltre che, naturalmente, avrebbe la capacità di sconvolgere la vita a milioni di lavoratori immigrati e alle loro famiglie.

Per di più l’intero “dibattito” sulla Brexit ha dato la stura ad una nauseante demagogia volta a fuorviare e disorientare la classe operaia. Tutti gli attori, indistintamente, nella sceneggiata democratica mostrano di trarre la legittimità dei loro atteggiamenti dalla “volontà del popolo”, già dimostrando così l’inutilità di questa “espressione di volontà”, nonché dei pretesi fondamenti stessi della democrazia. Vediamo milionari che se la prendono con i “ceti ricchi”, Lord avvolti d’ermellino che ce l’hanno con la “casta”, capitalisti cosmopoliti che abbaiano contro il “globalismo”, e giornalisti, molto ben pagati, di Londra che si scontrano con le “élite della capitale”, il tutto, ovviamente, in nome del “popolo”. Lo stesso da entrambe le parti: ministri come Philip Hammond, che ha ridotto migliaia di inglesi a dipendere dalle mense per indigenti, che hanno il coraggio di dirci che saremo tutti più poveri al di fuori dell’UE!

Una tale ipocrisia di classe, benché scoperta ed evidente, ha un forte richiamo sulla inebetita piccola borghesia. Anche se economicamente deboli questi ceti sono forti numericamente e le varie fazioni grandi-borghesi se li contendono per mobilitarli dietro le loro manovre, esposti come sono alle argomentazioni più filistee. Come quella, per esempio, che i “politici” sono complici dei capitalisti “stranieri” nel voler minare lo “stile di vita” e la “cultura” nazionali (britannici per alcuni, ma inglesi, scozzesi, gallesi, ecc., per altri). La piccola borghesia, incapace di darsi una propria coerente ideologia, accumula in sé tutti i tipi di risentimento e lagnanza, terreno fertile per ogni demagogia. Queste lamentele, reali o immaginarie, sono veleno per la classe operaia perché le additano falsi nemici, o veri nemici ma per false ragioni. Quindi non possiamo noi ignorarle.

Lo scontro parlamentare sul fatto che il Regno Unito lasci l’UE con o senza “deal”, accordo, il 31 ottobre è diventato davvero un Halloween (ma senza dolcetti!). Nel 2019 il Partito Conservatore ha rimediato una precaria maggioranza alla Camera dei Comuni con l’aiuto del lealista Partito Democratico Unionista (DUP) dell’Irlanda del Nord, ma non è riuscito a ottenere un voto a favore dell’accordo di ritiro negoziato con l’Unione Europea. La decisa opposizione della fazione più estrema a favore della Brexit, lo European Research Group e il DUP, l’ha bloccato. La maggioranza dei membri del Partito Conservatore si è convinta che Theresa May era stata troppo morbida nei negoziati per l’uscita e che oggi a chiunque sarebbe bastato gridare più forte per ottenere un accordo migliore.

Entra in scena allora Alexander Boris de Pfeffel Johnson, uscito dalla esclusiva Università di Eton, editorialista del Daily Telegraph, ex sindaco di Londra. Il candidato “anti-apparato” Johnson ha immediatamente eliminato 21 deputati conservatori pro-UE, dilapidando così la maggioranza del suo governo, e ha sospeso il parlamento nel tentativo di far passare la Brexit a forza. La “sinistra” (vale a dire tutti gli altri, dai dissidenti dei Tory fino agli anarchici) si è allora mobilitata in manifestazioni “in difesa della democrazia” sotto la bandiera “Fermiamo il golpe”. La Corte Suprema ha convenuto, dichiarando nulla la sospensione del parlamento.

Ma, a parte le formalità legali, cosa in realtà significa “difesa della democrazia”? La democrazia è lo Stato borghese, tutto qui. Ormai esiste solo per far credere che lo Stato borghese sia espressione di una, immaginaria, “volontà del popolo”. L’errore che si rimprovera a Boris Johnson, e alla sua eminenza grigia Dominic Cummings, è di pretendere che essi rappresentino, sulla base del risultato referendario del 2016, la vera “volontà del popolo”, e non invece la “Madre dei Parlamenti”, la democrazia rappresentativa britannica, con tutte le sue arcane procedure.

Quel che accettò Thatcher

L’attuale situazione di stallo parlamentare riflette quindi i profondi disaccordi sulla direzione futura dell’economia britannica. Sarà dentro o fuori l’Unione europea?

Alla fine degli anni Cinquanta gran parte dell’industria nazionale non era già più in grado di competere con gli Stati Uniti e le potenze sconfitte della Germania e del Giappone. Questo, insieme alla decolonizzazione, ha alimentato i risentimenti della piccola borghesia britannica, che già negli anni ‘70 considerò un “atto di resa” la decisione della borghesia di puntare sul Mercato Comune.

Margaret Thatcher, primo ministro per tutti gli anni ‘80, dovette quindi gestire un delicato equilibrio. Vinse una serie di battaglie contro la classe operaia, in particolare contro i minatori di carbone nel 1984-85, aprendo la strada alla deindustrializzazione. Sostenne il mercato unico europeo, vedendovi una grande opportunità per la Gran Bretagna di vendere servizi finanziari e di altro tipo alle imprese europee e, a sua volta, di divenire un canale per gli investimenti esteri. E Londra divenne di fatto la capitale finanziaria dell’Europa. Economicamente il futuro del Regno Unito sembrava chiaro, anche se alcuni ministri del governo come Michael Heseltine volevano andare oltre nel ridurre anche l’influenza americana.

D’altra parte, le vittorie elettorali della Thatcher dipendevano interamente dal rinfocolare i risentimenti antieuropei, e in particolare antitedeschi e antifrancesi. Il suo intervento nel 1988 al Collegio d’Europa, il “discorso di Bruges”, incoraggiò nel partito i rappresentanti degli arretrati distretti rurali, i quali, in tre decenni, sono cresciuti costantemente di forza al punto che nel 2019 alla guida del partito hanno eletto quello che consideravano “uno dei loro” con una maggioranza schiacciante sui rivali. Nel Partito Conservatore di oggi dire qualcosa a favore dell’Unione Europea significa il suicidio. E Boris Johnson, che nel 2008 aveva fatto sue tutte le istanze europeiste e liberali della destra per assicurarsi l’elezione a sindaco di Londra, ora ha fatto suoi tutti i mugugni antieuropeisti e reazionari della destra per guadagnare l’elezione a capo del Partito Conservatore.

Queste manovre mostrano la corruzione e l’opportunismo, trama e ordito della democrazia borghese.

La crisi parlamentare

L’Unione Europea ha anche fornito un utile capro espiatorio per i politici di grido, anche per coloro che per le vacanze possiedono ville in Toscana o in Algarve. Non si tratta ovviamente di un fenomeno solo inglese, ma qui ha contribuito ad aggravare la crisi.

All’inizio la loro retorica dette credibilità agli antieuropeisti più rabbiosi, guidati dal demagogo Nigel Farage, prima con lo United Kingdom Independence Party, più recentemente con il Brexit Party. Fu per contrastare la minaccia elettorale dell’UKIP e neutralizzare l’ala antieuropea del Partito Conservatore che il primo ministro David Cameron indisse il referendum “Leave/Remain”. Fu un grosso errore. Dopo mesi passati ad attaccare l’Unione Europea e cercare di negoziare migliori condizioni di adesione (Cameron ha spesso affrontato le telecamere a Bruxelles con la faccia severa, “combattendo per la Gran Bretagna” come un eroe della Seconda Guerra mondiale dei fumetti), la campagna elettorale di Cameron a favore del “Remain” non è stata convincente, per usare un eufemismo. Inoltre l’intero governo Cameron, e in particolare il ministro delle Finanze pro-europeo George Osborne, nei precedenti sei anni aveva peggiorato spietatamente il tenore di vita della classe operaia.

Al contrario, la campagna per il “Leave” poteva incolpare l’UE per l’austerità, per la scomparsa dell’industria, per il quasi fallimento del Servizio Sanitario Nazionale e, sempre sul registro emotivo, per lo scippo del “nostro pescato”. Era anche libero di fare qualsiasi assurda promessa di prosperità futura, sui “nostri soleggiati altipiani”, una volta che “ci saremo ripresi il nostro paese”. A questi argomenti, così come la demonizzazione bassamente razzista degli immigrati (e non solo degli immigrati provenienti dall’UE), si è rivelata estremamente ricettiva la piccola borghesia, ma anche alcuni settori della classe operaia nelle regioni più duramente colpite dalla deindustrializzazione.

Il referendum si è quindi concluso con una minima maggioranza per il “Leave”, un risultato che lo stesso Boris Johnson non si aspettava, tanto meno aveva preparato, gettando il Regno Unito nella crisi politica tuttora in corso.

La Repubblica d’Irlanda

Anche se la Repubblica d’Irlanda ha raggiunto l’indipendenza quasi un secolo fa, la sua economia è per decenni rimasta legata a quella del Regno Unito. A partire dagli anni ‘20 in poi il governo britannico ha mantenuto una “Common Travel Area” in cui vigeva il diritto illimitato dei cittadini irlandesi di viaggiare senza passaporto, lavorare e stabilirsi nel Regno Unito. La sterlina irlandese era legata alla sterlina inglese. E fino agli anni ‘60 l’Irlanda era sotto il controllo politico di un partito, il Fianna Fáil, sostenuto dagli agricoltori capitalisti che – mentre giocavano a parole con la tradizione nazionalista e antibritannica della rivolta del 1916 – vendevano la maggior parte dei loro prodotti al Regno Unito. Man mano che l’agricoltura diventava più efficiente, mentre poche opportunità di lavoro offrivano le città, gran parte del surplus della popolazione irlandese continuò a migrare verso il Regno Unito.

Il Regno Unito e la Repubblica d’Irlanda presentarono contemporaneamente domanda di adesione al Mercato Comune negli anni ‘60 e vi sono infine entrati nel 1973, portando Nord e Sud dell’isola d’Irlanda entrambi all’interno di questo blocco economico allargato. Tuttavia l’impatto economico che ne è derivato è stato molto diverso. Negli anni ‘80 e ‘90, la Repubblica ha conosciuto un boom economico, soprattutto grazie alla sua posizione geografica e alla sua lingua che la facevano attraente base per la penetrazione dei capitali americani nei mercati europei.

Invece l’Irlanda del Nord ne ha sofferto, la deindustrializzazione ha compromesso duramente la vita delle comunità lealiste mentre la discriminazione veniva a colpire ancora di più le comunità repubblicane. La situazione è stata in qualche modo attenuata dall’accordo del Venerdì Santo del 1998, che ha cercato di porre fine al conflitto trentennale tra le due comunità.

Per la prima volta dalla divisione tutta l’isola poteva funzionare come un’unica economia all’interno del Mercato Unico Europeo. La Brexit verrebbe ora a minacciarla. Questo si è dimostrato essere il principale punto di stallo che impedisce di concludere l’intera saga della Brexit.

La fine della libera circolazione delle merci avrebbe un impatto grandemente negativo sulla Repubblica d’Irlanda, non solo a causa dell’interruzione degli scambi commerciali attraverso la frontiera terrestre, ma anche sul Mare d’Irlanda. Il Regno Unito è il secondo maggiore cliente per le merci irlandesi, ma anche la principale via di transito per le merci che raggiungono l’Europa attraverso i porti britannici, la strada, la ferrovia e il tunnel sotto la Manica. La situazione è stata resa insolubile dalle cosiddette “linee rosse” del governo britannico, che impongono al Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda di abbandonare tutti assieme l’accordo doganale con l’Unione Europea.

Di conseguenza, i negoziatori del Regno Unito e dell’UE hanno concordato il cosiddetto “backstop”, una misura temporanea per mantenere l’Irlanda del Nord nell’unione doganale e sotto lo stesso regime normativo fino alla firma di un accordo globale di libero scambio o all’individuazione di misure alternative ai controlli alle frontiere. Ciò manterrebbe aperta la frontiera irlandese, proteggendo il mercato unico, l’unione doganale e l’accordo del Venerdì Santo.

Per l’UE questo è fondamentale: altrimenti ci sarebbe una falla nei confini del Mercato Unico che consentirebbe, ad esempio, di trasportare TIR di merci nell’UE attraverso l’Irlanda del Nord evitando le sue tariffe e norme. L’Unione Europea ha quindi dato il suo pieno sostegno alla Repubblica d’Irlanda nelle trattative sulla Brexit, mentre il Partito Unionista Democratico e l’ala destra del Partito Tory hanno puntato i piedi contro qualsiasi ipotesi che veda l’Irlanda del Nord accomunata al resto dell’isola, e separata dal Regno Unito.

Tuttavia, ciò consente anche all’Unione Europea di esercitare un’influenza sull’Irlanda, che per anni ha attratto enormi investimenti grazie al suo basso regime fiscale, con le mega-imprese di internet che gestiscono dall’Irlanda le loro operazioni in Europa, evitando legalmente il pagamento delle imposte sui ricavi derivati dalle vendite in altri paesi europei. L’UE insiste ora affinché quelle imposte siano integralmente pagate.

La contesa potrebbe avere un impatto particolarmente grave sulla classe operaia dell’Irlanda del Nord, priva di governo e parlamento dopo l’alleanza tra il Sinn Féin, il principale partito repubblicano, e il DUP col pretesto di un finanziamento per le energie rinnovabili sul quale il DUP ha speculato. L’economia dell’Irlanda del Nord è già sotto pressione, con una disoccupazione che dal 2009 si aggira intorno al 50% in alcune delle aree più duramente colpite. Ciò offre ai paramilitari l’opportunità di reclutamento. L’imposizione di un confine renderebbe le cose molto, molto peggiori.

Al momento che scriviamo il Regno Unito ha proposto un bizzarro accordo ”a due frontiere” in base al quale l’Irlanda del Nord sarebbe allineata con l’UE su alcune questioni normative e i controlli doganali sarebbero effettuati a qualche miglio dal confine terrestre. L’UE l’ha respinto. Ancora più stranamente il Regno Unito avrebbe accettato una soluzione già presentata nel 2017, di spostare il confine doganale nel Mare d’Irlanda. L’Irlanda del Nord rimarrebbe giuridicamente nel Regno Unito, ma in pratica resterebbe nel Mercato Unico e nello spazio doganale europeo e aderirebbe al suo regime fiscale. Questa soluzione verrebbe a cambiare tutto, con i fabbricanti e gli agricoltori delle Sei Contee costretti a sottostare a tutti i dazi e alle formalità doganali per vendere nel resto del Regno Unito!

Alla fine le due parti si accusano a vicenda per il fallimento e l’obiettivo principale di Boris Johnson è un plebiscito elettorale di segno sciovinista. Gli europei non sono più i “nostri amici e partner”, ma “testardi e irragionevoli”. Naturalmente, diciamo noi, un’elezione non cambia la realtà e le spinte, le tensioni e il caos continueranno dopo, come e più di prima.

Democrazia e lobby

La democrazia è per la politica borghese ciò che la borsa valori è per l’economia borghese. La prima media e risolve le tensioni nelle istituzioni, la seconda i conflitti di interessi fra i grandi investitori. È il funzionamento normale del capitalismo. Ma in dati momenti il regime, economico o politico, precipita in uno inarrestabile squilibrio.

Nel caso della Brexit questo legame tra politica ed economia è meno opaco del solito: gli speculatori valutari e i gestori degli hedge fund, favorevoli alla Brexit, rendono la vita difficile agli esportatori e agli importatori, che si troverebbero ad affrontare ogni tipo di barriera tariffaria e non tariffaria alle loro attività; i capitalisti, interessati ad infrangere le norme europee per abbassare il tenore di vita dei lavoratori, si trovano in conflitto con chi dipende dalle vendite sui mercati europei, e così via. Tutta la vita della nazione potrebbe trovarsi sottoposta a una pressione intollerabile, motivo per cui vi sono continui e atterriti avvertimenti contro le soluzioni estreme: la Brexit potrebbe portare alla disgregazione del Regno Unito, o al ritorno ai Troubles sul confine irlandese, ecc.

La borghesia non può tenere il capitalismo sotto il suo pieno controllo perché il capitalismo in sé vive di contraddizioni che sono al di fuori di ogni controllo umano.

Tuttavia, nessuna Brexit farà perdere alla classe dominante britannica, né ad alcuna altra, la capacità di appianare ogni sua divergenza quando vede una minaccia dal suo vero unico nemico, la classe operaia.

Ma fino ad allora si sentiranno liberi ad nauseam di litigare tra di loro.

Lettera dall’Ulster

All’inizio del 2017 si venne a sapere che i finanziamenti statali volti a favorire i proprietari di negozi che adeguavano il tipo di riscaldamento alle risorse rinnovabili, erano costati quasi 500 milioni di sterline. Questo perché quanto veniva pagato era maggiore del costo dell’energia, quindi quei borghesi potevano guadagnarci semplicemente riscaldando la casa. La frode nel sistema era nota fin dall’aprile 2015, ma è stata da allora tenuta nascosta dal Partito Democratico Unionista, che l’aveva escogitata, fino al gennaio 2017.

Lo scandalo che ne è seguito ha travolto il parlamento dello Stormont, che dal 1998, in base all’accordo del Venerdì Santo, richiede l’appoggio di entrambi i principali partiti nazionalista e unionista, il Democratic Unionist Party (DUP) e il Sinn Féin. Quest’ultimo ha colto l’occasione per cercare di far passare alcune delle sue richieste politiche, che erano e rimangono inaccettabili per gli unionisti, come quella sull’uso della lingua irlandese e la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Da allora la situazione rimane di stallo fra le due parti.

Come sempre a far le spese delle contese inter-borghesi sono i lavoratori. Per esempio a Londonderry, una delle città nelle condizioni peggiori del Regno Unito, dal 2009 il tasso di occupazione ha oscillato intorno al 50%. I quartieri peggiori sono quelli tradizionalmente abitati dalla classe operaia cattolica, come Creggan e Bogside. Da questi quartieri si tengono alla larga le forze di polizia protestanti del Police Service of Northern Ireland (che hanno sostituito le Royal Ulster Constabulary, avendo gli accordi di pace cercato di creare una polizia “neutrale”), e sono controllate per lo più dalle varie organizzazioni paramilitari sopravvissute all’accordo del Venerdì Santo.

Queste organizzazioni paramilitari che ancora rimangono, come l’Ulster Defence Association, l’Ulster Volunter Forces, pro-protestanti, e la “Nuova” IRA, sono in gran parte gang criminali, impegnate in estorsioni e agiscono come brutali forze di polizia nelle aree abitate dalla classe operaia. Una pratica comune è “stroncare le ginocchia”: a spacciatori e ad altri delinquentelli, portati in luoghi appartati, gli si spara alle ginocchia. Spesso sono costretti ad assistere i parenti e gli altri membri della comunità, terrorizzati e minacciati. Queste organizzazioni paramilitari hanno visto un aumento del reclutamento negli ultimi anni, via via che il fallimento dello Stato borghese diventava sempre più evidente.

Le infinite discussioni sulla Brexit hanno bloccato il parlamento di Londra, che non riesce a controllare la questione. Comunque il DUP, l’appoggio del quale è necessario ai Tory a Westminster, vi si opporrebbe con forza. Oltre a ciò, la possibilità di un “hard border”, un confine chiuso con l’Eire, ha contribuito al riemergere dell’attività paramilitare dei repubblicani.

Questi paramilitari, anche più dei sindacati collaborazionisti, rappresentano una grande minaccia per le organizzazioni operaie dell’Irlanda del Nord, poiché tolgono forza alla classe operaia e reindirizzano la combattività della classe contro parti della stessa classe piuttosto che contro la borghesia. Sostituiscono la lotta in difesa della classe lavoratrice con quella per la comunità nazionale irlandese.

La classe operaia di Hong Kong tornerà a battersi solo per sé contro patrioti ed autonomisti

Da oltre due mesi nelle strade di Hong Kong centinaia di migliaia di manifestanti si scontrano con la polizia, tanto da far temere un intervento dell’esercito cinese.

Le proteste hanno preso avvio per una proposta di legge sull’estradizione che consentirebbe di processare nella Repubblica Popolare Cinese i cittadini di Hong Kong accusati di determinati crimini. Questa legge, che è richiesta dallo Stato cinese perché la città sarebbe un rifugio per evasori, funzionari corrotti e per chi scappa dai suoi tribunali, ha suscitato ad Hong Kong un vasto movimento di opposizione temendo che possa portare a processi e a detenzioni arbitrarie in Cina.

Le prime dimostrazioni sono state lanciate dal Civil Human Rights Front (CHRF), una piattaforma che unisce una cinquantina di gruppi pro-democrazia, con marce di protesta il 31 marzo e il 28 aprile. A giugno l’adesione al Fronte è cresciuta enormemente, con imponenti manifestazioni: i 130 mila manifestanti del 28 aprile sono diventati 1 milione il 9 giugno e ben 2 milioni il 16! Queste sono le cifre riportate dagli organizzatori. Da considerare che la popolazione di Hong Kong è di circa 7,5 milioni di abitanti.

Di fronte a questa massiccia opposizione il governo di Hong Kong il 15 giugno ha annunciato la sospensione del disegno di legge.

Ma ciò non ha fermato le proteste, continuate ininterrottamente fino a settembre. Le più significative: il primo luglio, in occasione del ventiduesimo anniversario del ritorno di Hong Kong alla Cina, con centinaia di migliaia di manifestanti, un gruppo dei quali ha fatto irruzione nel Parlamento sventolando la bandiera dell’ex colonizzatore; il 5 agosto c’è stato uno sciopero generale in città, al quale, secondo le cifre fornite dalla Hong Kong Confederation of Trade Unions, una delle principali centrali sindacali nella metropoli, schierata con le forze pro-democrazia, hanno partecipato in 350 mila, e che ha colpito duramente i trasporti, con 200 voli cancellati e il blocco della metropolitana degli autobus e degli uffici; il 18 agosto quando in risposta alla brutalità della polizia il CHRF ha convocato una manifestazione pacifica alla quale, secondo gli organizzatori, hanno partecipato in 1,7 milioni.

Queste maggiori proteste sono state intervallate da ripetuti scontri con la polizia, azioni con una partecipazione ridotta ma determinata, barricate, blocco della circolazione, occupazione dell’aeroporto il 12-14 agosto; la polizia ha proceduto a centinaia di arresti. Oltre al ritiro della proposta di legge i manifestanti chiedono: le dimissioni della governatrice di Hong Kong, Carrie Lam; il rilascio e il proscioglimento dei manifestanti arrestati; una “inchiesta indipendente” sulle violenze della polizia; il ritiro della qualifica di “rivolta” con cui le autorità hanno definito la protesta. Il tutto inserito nella cornice di una generale richiesta di maggiore democrazia e di “un vero suffragio universale”. Infatti solo metà del parlamento è elettiva, con l’altra metà “funzionale”, nominata cioè dai rappresentanti dei vari settori economici.

Il definitivo ritiro della proposta di legge sull’estradizione, annunciato il 4 settembre dalla governatrice di Hong Kong, non ha riportato l’ordine: la legge ha dato il via alle proteste, ma ci sono contraddizioni ben più profonde che minano la pace sociale della grande metropoli.

“Un paese, due sistemi”

Hong Kong è stata una colonia praticamente dal 1841, quando le truppe britanniche la occuparono durante la Prima Guerra dell’Oppio, fatto poi formalizzato l’anno successivo con il Trattato di Nanchino che sanciva la sconfitta cinese e l’inizio della serie dei cosiddetti “trattati ineguali” che le potenze straniere imposero alla Cina per sottomettere il grande Impero agli appetiti imperialistici. A parte l’occupazione giapponese durante il secondo conflitto mondiale, Hong Kong resterà una colonia britannica fino al primo luglio del 1997. A partire dagli anni Ottanta, Gran Bretagna e Repubblica Popolare Cinese iniziarono a negoziare il futuro della metropoli, raggiungendo un accordo nel 1984 secondo il quale il primo luglio del 1997 sarebbe cessata la sovranità britannica sulla colonia che sarebbe passata sotto l’amministrazione cinese.

Questo accordo, noto come Dichiarazione congiunta sino-britannica, non solo fissava la data del passaggio di Hong Kong alla Repubblica Popolare ma ne stabiliva anche le modalità, secondo le quali Hong Kong avrebbe dovuto mantenere “un alto grado di autonomia” con poteri legislativi e giudiziari “indipendenti”, un governo democratico e “fondamentalmente invariate” le leggi in vigore al momento della firma della Dichiarazione, il 19 dicembre 1984. Gli unici ambiti di pertinenza della Repubblica Popolare sarebbero stati la politica estera e la difesa. In questo modo, benché l’ex colonia ritornasse sotto la sovranità cinese, le veniva garantito uno status speciale secondo il principio “un paese due sistemi”: avrebbe mantenuto per almeno 50 anni, fino al 2047, il suo “sistema economico” e la sua “organizzazione sociale”, cioè lo “stile di vita”, il consuetudinario diritto individuale e societario, civile e commerciale ereditato dal dominio britannico.

Lo Stato del falso comunismo cinese con la formula “un paese due sistemi”, che esprime il principio dell’unità di una nazione con un unico destino, concederebbe a quella porzione del Paese un proprio “sistema economico”, difforme dal cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi”. La stessa formula è proposta anche per il ritorno di Taiwan alla madrepatria.

Il centralismo giacobino della Repubblica Popolare e la volontà di difendere anche con la forza la propria integrità territoriale è un’altra conferma che il regime economico e sociale in Cina è quello capitalistico e che la teoria del “socialismo con caratteriste cinesi” non è nient’altro che una formula per coprire il brutale sfruttamento del proletariato. L’enfasi sui “due sistemi”, capitalistici l’uno quanto l’altro, più che voler preservare ad Hong Kong un tipo di società qualitativamente diversa da quella nella Cina continentale, altro non è servito che a consentire i traffici del gigante cinese, ai quali è stato utile il riconoscere alla ex-colonia un regime “amministrativo speciale”, con propri organi di governo, elezioni pluripartitiche per il suo parlamento e un sistema legale indipendente da quello della Repubblica Popolare. Così la formula “un paese due sistemi” ha funzionato bene e viene tuttora ribadita da Pechino come asse del suo rapporto con Hong Kong.

Ha subìto però nel tempo delle modifiche che hanno inciso sul grado di autonomia concessa ad Hong Kong. Qui ruota la disputa attuale, le cui cause sono tutte economiche.

Il declino della ex colonia

Hong Kong è stato il porto di sbarco dell’imperialismo britannico in Cina, aprendo la via a tutti gli altri, che hanno sottomesso e depredato il grande paese per oltre un secolo, dalla Prima Guerra dell’Oppio (1839-1842) alla nascita della Repubblica Popolare nel 1949. Sotto la dominazione coloniale, mentre la Cina continentale era un paese economicamente arretrato con una popolazione quasi esclusivamente contadina e con limitate aree industriali, l’afflusso dei capitali stranieri consentirono ad Hong Kong di sviluppare il commercio e le attività manifatturiere, facendo della penisola un caposaldo avanzato del capitalismo in Oriente, una metropoli urbana con un proletariato altamente concentrato e combattivo, come dimostrano le grandi lotte operaie degli anni Venti. Però, oltre che snodo del commercio regionale e importante centro industriale, Hong Kong ha costruito la sua prosperità sul ruolo di intermediario tra i capitali stranieri e il vasto entroterra continentale, funzione rafforzata con la nascita della Repubblica Popolare, divenendo il principale tramite tra l’arretrata economia cinese e l’occidente. Hong Kong è diventato così un centro finanziario di primo piano a livello mondiale.

Ma con la progressiva apertura della Repubblica Popolare al mercato estero, verso la fine degli anni Settanta, è diventata sempre meno importante per l’economia cinese. Negli ultimi anni il suo ruolo finanziario è insidiato da altre piazze che si sono sviluppate in Cina, come la Borsa di Shanghai e quella di Shenzhen. Più che costringere la ex colonia a farsi “cinese”, è la società e l’economia cinesi che sono venute ad ospitare sempre più numerose mostruose concentrazioni compari ad Hong Kong. L’”integrazione”, nella vita pratica, è quindi quasi già fatta.

La penisola di Hong Kong ha subìto un declino non perché condizionata dal governo centrale di Pechino ma per la sua nuova posizione nel mercato globale. Ma si tratta di un declino solo relativo rispetto alla madrepatria: Hong Kong resta un centro finanziario e commerciale di rilevanza mondiale, una delle aree dove il modo di produzione capitalistico ha raggiunto l’apice della sua parabola. Al momento del ritorno alla Cina nel 1997 ad Hong Kong si concentrava circa un quinto dell’intera economia cinese, ragion per cui la Repubblica Popolare si guardava bene dal mettere in discussione lo status della metropoli. Oggi, dopo lo strepitoso sviluppo sul continente, Hong Kong produce solo il 3% del PIL cinese. L’ex colonia non è più così fondamentale per i traffici dei capitalisti cinesi tanto da giustificare la concessione di trattamenti speciali.

Quindi, benché l’epilogo sia segnato e Hong Kong diverrà nel 2047 una città cinese a tutti gli effetti, già da ora aumenta la pressione della Cina per una maggiore integrazione con la metropoli e per erodere i termini dello “status speciale”. Questo mette in agitazione tutti quanti nella penisola usufruiscono dei vantaggi economici dalla “posizione speciale”.

Cause sociali delle proteste

Per spiegare il vasto movimento che si è sviluppato bisogna scavare nelle contraddizioni del mostro capitalistico che è Hong Kong, distinguendo il ruolo e gli interessi delle classi sociali coinvolte.

Prima di tutto la legge sull’estradizione è stata criticata dai colossi commerciali e finanziari che vi hanno sede. Costoro hanno quindi appoggiato il movimento di protesta contro il disegno di legge: nelle giornate di giugno oltre un centinaio di aziende hanno favorito, con il consenso delle varie Camere di commercio internazionali, la partecipazione dei loro dipendenti alle proteste, concedendo orari di lavoro “flessibili” o addirittura chiudendo gli uffici.

E il governo di Hong Kong ha sospeso il disegno di legge sull’estradizione certamente di fronte al vasto movimento ma soprattutto per la pressione della finanza e delle grandi Corporations. Infatti il movimento “dei giovani” e “degli studenti” pro-democrazia non aveva ricevuto lo stesso sostegno negli anni passati, per esempio nel 2014 col cosiddetto “Movimento degli ombrelli” che chiedeva il suffragio universale.

Benché già a marzo il governo di Hong Kong per quietare il mondo economico avesse eliminato nove reati, perlopiù economici, dalla lista di quelli per i quali poteva essere concessa l’estradizione, il disegno di legge è rimasto inaccettabile al mondo degli affari perché intacca le particolari garanzie legislative e giudiziarie ereditate dal passato coloniale. Ecco la descrizione che fa il Ministero degli Esteri italiano di questo paradiso per i capitalisti di tutto il mondo: «Hong Kong gode del maggior grado di apertura economica al mondo, combinato con un basso livello di tassazione e con un ambiente congeniale allo sviluppo delle attività economiche e commerciali, che la rendono un luogo ideale per gli affari e gli investimenti. Tra le maggiori piazze finanziarie del globo, Hong Kong ospita la più grande comunità bancaria dell’Asia e il suo listino di borsa si posiziona all’ottavo posto al mondo per capitalizzazione. Gli operatori economici operano in un ambiente che garantisce la certezza del diritto e la trasparenza e indipendenza del sistema giudiziario».

La perdita della “protezione” di tale legislazione renderebbe la cittadella protesa sul Mar della Cina Meridionale poco attraente per i capitalisti dal momento che non ci sarebbe più nessuna differenza tra Hong Kong e una qualsiasi delle grandi metropoli cinesi, Shanghai e Shenzhen, tutte in forte ascesa.

Da notare che la tendenza autonomista della borghesia di Hong Kong viene, oltre che dall’interesse a preservare il suo paradiso affaristico, dalla volontà di mantenere la libertà di spremere il proprio proletariato “autonomamente”, senza le intrusioni di Pechino.

Ma delle proteste attuali la borghesia di Hong Kong inizia a risentire, con il calo della borsa, e paventa le gravi conseguenze che un intervento dell’esercito cinese potrebbe avere sull’economia della città. Ma quel che più teme è la possibilità che dalle proteste in corso si sviluppi un movimento della classe operaia con ben altri obiettivi rispetto alle attuali richieste democratiche. Nel caso di un’entrata in scena autonoma della classe operaia per obiettivi propri la borghesia di Hong Kong non avrebbe nessun problema ad accordarsi con Pechino per la repressione violenta del proletariato.

Quindi la borghesia vuole ormai la fine delle proteste e il ritorno dell’ordine e della disciplina. Questo è il senso degli appelli ai primi di settembre delle principali banche di Hong Kong (HSBC, Standard Chartered e Bank of East Asia) e di una dozzina di altri grandi gruppi che sui quotidiani della città hanno condannato le “violenze” e invocato il ritorno della pace sociale.

Maggiore determinazione ad opporsi all’integrazione nella madrepatria cinese viene invece dal movimento dei giovani e degli studenti. La prosperità economica di cui ha goduto Hong Kong ha prodotto in passato un certo benessere in strati piccolo borghesi dei quali quel movimento è espressione. Questi ceti, che subiscono le conseguenze della costante perdita di peso economico, si sentono minacciati da una completa integrazione nella Repubblica Popolare. Dietro alle parole di Democrazia e Libertà c’è un moto difensivo di strati piccolo borghesi, nostalgici di qualche trascorso privilegio e apparenze di stili di vita occidentali, ma anche la tipica incertezza delle mezze classi che stritolate dal capitale cercano invano protezione nella legge e nello Stato.

Ciò ha dato vita ad un movimento “democratico” e micro-nazionalista, fortemente anticinese, che nella lotta disperata di autonomia dalla Repubblica Popolare arriva ad appellarsi all’imperialismo americano e dell’ex colonizzatore britannico. Le azioni più violente vengono proprio da questi settori, che in generale hanno una grande visibilità mediatica, soprattutto per i richiami ad una presunta nobile lotta per la libertà che tanto piace ai putridi democratici occidentali. Ma alla fine riescono a mobilitare poche migliaia di manifestanti.

Se invece è stato possibile il susseguirsi di proteste in centinaia di migliaia è certamente perché queste dimostrazioni sono state ingrossate dalla partecipazione dei proletari. La classe lavoratrice di Hong Kong non certo beneficia della sua ricchezza. Quella prosperità fin dall’arrivo dell’imperialismo britannico si è basata invece su un feroce sfruttamento degli operai. Ancora oggi gli industriali ad Hong Kong spremono il proletariato per oltre 50 ore settimanali. Gli stessi analisti borghesi sono costretti ad ammettere che c’è una elevata polarizzazione della ricchezza, con un quinto della popolazione in stato di povertà. Il salario minimo è fissato a poco più di 4 dollari e mezzo l’ora, largamente insufficiente per una delle città più care al mondo.

Aspetto drammatico per il proletariato è la questione abitativa. In poco più di 1.000 chilometri quadrati sono stipati circa 7,5 milioni di uomini, e ciò fa di Hong Kong uno dei luoghi con la più alta densità al mondo. Tale situazione è aggravata dal fatto che, sotto la pressione di pochi proprietari fondiari che controllano il mercato immobiliare, vi si costruiscono solo alloggi di lusso. Il prezzo degli affitti è quindi alle stelle, tanto che decine di migliaia di lavoratori sono costretti a vivere in celle di pochi metri quadrati, alcune delle quali, chiamate “bare”, di due metri quadri. È da questa condizione di miseria e di sfruttamento che ha origine il malcontento tra i lavoratori di Hong Kong. La partecipazione di proletari alle lotte in corso avviene quindi sotto la spinta di precisi bisogni materiali.

Ma, per quanto ne sappiamo, senza avanzare proprie rivendicazioni. Sembrano quindi al rimorchio delle mezzi classi e dello studentame, che ammorbano il movimento con la putrida ideologia democratica. Ad Hong Kong il proletariato viene chiamato oggi a lottare per obiettivi non propri.

Le cinque richieste avanzate dal movimento, per le quali si è cercato di utilizzare anche la forza della classe operaia con due scioperi generali proclamati uno il 5 agosto e un altro il 2-3 settembre, non hanno nulla a che fare con gli interessi del proletariato, con la sua difesa di classe, sono obiettivi della piccola borghesia che vorrebbe coinvolgere la classe operaia in questa lotta per la democrazia e l’autonomia.

Il proletariato, certo determinato a muoversi per i suoi interessi materiali, lo può fare solo con la propria autonomia di classe, politica, ideologica ed organizzativa, non certo sotto la direzione di classi sociali avversarie e per obiettivi borghesi, finendo per essere arruolato su uno dei due fronti borghesi, come storicamente è nefastamente accaduto e continua purtroppo a ripetersi, assumendo nella questione di Hong Kong la forma di una lotta tra una fazione pro-democrazia, autonomista e filo-occidentale, e la patria storica cinese.

La questione di Hong Kong si è inoltre, ed inevitabilmente, inserita nella più generale contrapposizione tra Cina e Stati Uniti, i quali la utilizzano nello scontro tra le due superpotenze, impegnate al momento in una lotta sul fronte commerciale. Pechino, da parte sua, ha condannato apertamente “l’interferenza straniera” (“Futile for Washington to play HK card”, scrive il Global Times).

Per Pechino Hong Kong è un fronte interno che si aggiunge agli altri aperti, uno su tutti lo Xinjiang. Per non parlare di Taiwan, considerata dalla Repubblica Popolare una provincia ribelle. Questa proprio ad agosto ha annunciato un forte aumento delle spese militari, del 5,2%, per l’anno 2020. Gli USA, che sono il principale fornitore di armi a Taiwan, gli venderanno circa 2,2 miliardi di dollari di mezzi militari, e per il futuro si prospetta un contratto da 8 miliardi per la fornitura di 66 caccia, la più consistente vendita di armi fatta dagli Stati Uniti a quel Paese.

Un destino segnato

Nei piani del capitalismo nazionale cinese il destino di Hong Kong è segnato, inserito in un futuro comune a tutta l’area attorno al delta del Fiume delle Perle. Il progetto è quello della Greater Bay Area, che prevede l’integrazione di una vasta area altamente popolata e con un elevato sviluppo economico, unendo la provincia del Guangdong e le regioni ad amministrazione speciale di Hong Kong e Macao. Sono ben 11 le metropoli coinvolte nel progetto, tra cui Hong Kong, Guangzhou (Canton) e Shenzhen, che daranno vita ad un’area metropolitana con circa 69 milioni di abitanti e un PIL di circa 1.500 miliardi di dollari, praticamente quanto tutto quello della Russia.

Il processo di disgregazione delle campagne cinesi libera milioni di contadini che si riversano nelle città. In Cina questo processo sta assumendo dimensioni enormi. Si calcola che nei prossimi anni altri 250 milioni di cinesi si inurberanno. È un processo inarrestabile che il PCC si illude di provare a gestire. Verrebbero a formarsi “cluster”, grappoli, di città, aree urbane di dimensioni regionali per la vicinanza di enormi metropoli. In esse si riverserebbe la migrazione dalle campagne, in aree industriali che avrebbero a disposizione un esercito di oltre 50 milioni di proletari. Quella che si formerebbe attorno a Shanghai conterebbe 150 milioni di abitanti; un’altra, denominata Jing-Jin-Ji (Pechino-Tianjin-Hebei) 112 milioni.

La Greater Bay Area, che già oggi rappresenta il 12% del PIL e il 37% dell’export cinese, disporrebbe di tre porti tra i primi dieci nel mondo per il trasporto di container (Shenzhen 3°, Hong Kong 6° e Guangzhou 7°). Per fare un confronto tra le regioni più sviluppate del mondo, la Tokyo Bay Area raggiunge i 44 milioni di abitanti, l’area metropolitana di New York 20 milioni. Saranno delle meravigliose esplosive concentrazioni proletarie dove il capitalismo farà un rovinoso fallimento nel precipitare della crisi mondiale, il comunismo oggettivamente preme e la lotta per il comunismo maturerà fino ad attendere solo di essere innescata.

CUNY: The Educators’ Struggle is the Workers’ Struggle!

CUNY workers,

Once again, we are in the midst of stalled contract negotiations with the university and the state of New York. “Our” negotiating team (who never cease to remind us of their supposed electoral mandate) fail to fight for any of the meaningful demands we make, in particular that of $7K per course for adjuncts. This is intentional: the leadership of the PSC-CUNY are capitalist lackeys. Their negotiations are a process of finding out where they can retreat in our fight against the State. Later, they will present themselves as the conciliatory voice of reason above a dangerous rank-and-file. They do not dream of our liberation – instead, they lust after their own private benefit, as technocrats serving the bourgeoisie.

The petty-bourgeois elements that make up the right wing of this union prove this fact about themselves when they make “professionalization” a central tenet of their negotiations with the university. They do so to divide us from our friends in other occupations, who struggle for the same things as we do: strong wage increases, stabilization of precarious employment, improved working conditions, more funding, and more hiring. But the PSC leadership have made clear their opinion that we are somehow above the rest of the working class. One of them scornfully told a Graduate Center chapter meeting that “the other unions won’t accept” the wage increases that we demand. Our illustrious bargaining team, they plead, is not at fault for the failure of negotiations, nor is the State that this union bows down to, but rather the rest of the working class is responsible!

This is not the position of a militant class union. It is the bleating of a regime union that is in the hands of the bourgeois State. When the PSC leadership emphasizes professionalization, militants reply: we fight alongside the whole working class! When they blame other unions for our troubles, militants reply: all trade unionists are our comrades! When they attack the rank-and-file $7K or Strike movement, militants reply: the leadership are traitors in the class struggle!

Our real liberation as educators, and the liberation of our students, will only come with the liberation of society as a whole. This social liberation will be communism. The means to achieve it is the revolutionary struggle of the international working class to overthrow capitalism. The International Communist Party is the vanguard of that struggle. Our party understands that building militant class unions is essential to the success of the workers’ revolution. We take part in rank-and-file campaigns around the world to lay the foundations for unions that are able to revolt against the bourgeoisie. You can help us fight for educators and for the whole working class by joining our party.

Workers of the World, Unite!

Elezioni in Israele: Astensionismo contro imbroglio elettorale

Proletari!

La “società civile” è in convulsione: il sistema elettorale borghese in Israele sarebbe ad un “bivio”.

Nell’apatia e nella stanchezza, si ripetono le elezioni generali, con parapiglia fra borghesi, elezioni ripetute dopo che non è stato possibile formare un governo di coalizione tra le varie correnti di partiti che si auto-definiscono di sinistra o di destra.

Ma ciò che ha attirato maggiormente l’attenzione è stata la crescente proporzione di astensione. Non basta ormai più per far tornare il proletariato alle urne la continua ed estenuante propaganda borghese per il lavaggio dei cervelli inoculata dal sistema mediatico del capitalismo, che mette il dogma democratico al di sopra di ogni altro valore. E nemmeno bastano i tamburi di guerra, né le condizioni di vita a cui i proletari sono sottoposti, tenuti costantemente in uno stato di eccitazione e di emergenza, nello sforzo costante a non sentirsi dei derelitti.

È chiaro che la sopravvivenza del dominio borghese e delle sue istituzioni democratiche è possibile solo per l’apatia di gran parte della classe lavoratrice.

È evidente che l’esistenza stessa dello Stato israeliano dipende dalla unione sacra tra le classi e dalla loro accettazione a morire nelle continue guerre.

All’interno del proletariato arabo quel che vale la democrazia israeliana è sempre più evidente: una menzogna e l’astensione di più della sua metà mostra l’insoddisfazione per questo fallimentare regime politico e sociale.

Il sistema sociale capitalista, isolando all’estremo l’individuo, allontana i proletari da ogni forma di unione organizzata, in un abisso di personalismo egoistico e inerzia sociale con crescente alienazione nelle relazioni fra lavoratori.

Proletari!

Sono le condizioni materiali che oggi allontanano la classe operaia dalla politica borghese, piena di inganni, corruzione, guerre e falsità, e suscitano nei proletari l’odio verso questo intero sistema politico in disfacimento e che domani li porteranno a combatterlo. Inoltre, con il deteriorarsi delle condizioni materiali della vita dei lavoratori, risorgerà inevitabilmente l’unione tra proletari, una necessità inevitabile per difendere i loro interessi di classe.

Queste le basi della prossima rivoluzione, che sarà non dei “cittadini” ma della classe, al di sopra delle razze, dei credi e delle origini. Non cittadini-elettori, ma proletari in lotta.

Il nostro Partito, organizzato oggi nel Partito Comunista Internazionale, che unico al mondo dispone di una dottrina e di una tattica frutto dello studio e dell’esperienza storica del movimento comunista, difende l’astensionismo non per un imperativo morale contro una qualche autorità, né per un principio astratto, ma come una tattica adeguata e comprovata dall’esperienza storica per aprire la via alla rivoluzione, un indirizzo per una classe operaia ingannata: per questo chiama i proletari all’astensione.

E diciamo ai proletari che l’uguaglianza fra elettori nella società borghese è una falsità, che vale a far decidere democraticamente la dittatura mascherata sui proletari.

In Israele, a coloro che non hanno possibilità di votare, gli arabi dei territori, diciamo che la soluzione dei loro problemi non si trova ottenendo il diritto di voto, ma con la totale soppressione del democratico diritto di voto, che è di per sé il velo che copre la infinita dittatura borghese sulla classe operaia.

Chiediamo invece di organizzarsi intorno alle lotte dei lavoratori e verso la formazione di un Sindacato di classe, per poi assurgere a classe per se stessa, nel Partito Comunista.

Questo sarà il primo passo per l’emancipazione dei proletari anche in Israele, in una democrazia che sta affondando e che, sebbene dimostri già tutta la sua feroce repressione contro una parte del proletariato, nel prossimo futuro lo farà anche contro lo stesso proletariato ebraico, che vive nella illusione di quella immaginaria democrazia “unica in Medio Oriente”.

La rovina ambientale si può fermare solo attraverso la lotta di classe e la distruzione del capitalismo

Questo il volantino che abbiamo distribuito in vari paesi.

In Italia la partecipazione ai cortei è stata sollecitata dallo Stato: il ministro dell’istruzione ha perfino esentato gli studenti da giustificare l’assenza a scuola. A Genova gli “organizzatori” hanno intimato al megafono che, poiché la manifestazione era “non violenta, apolitica e apartitica”, non erano ammessi volantini e bandiere di partiti politici. Uno di questi misteriosi “organizzatori” ha chiesto un nostro volantino e, valutato che non era “consono”, ci ha mandato la polizia a intimarci di non diffonderlo.

La crisi ambientale di oggi è globale e minaccia l’esistenza stessa della vita sulla terra. Dall’inquinamento delle acque, alle isole di rifiuti di plastica delle dimensioni del Texas alla distruzione sistematica delle foreste (in ultimo quelle sudamericane ed africane), la qualità e la ricchezza di varietà della vita sul pianeta si stanno rapidamente riducendo.

Ma affrontare questa devastazione senza tenere conto delle sue cause economiche è una visione ipocrita e scollegata dalla realtà.

Finché esisterà il capitalismo continuerà a sperperare ciecamente le risorse di questo pianeta in nome del Profitto. Anzi, arriverà a considerare il anche “riscaldamento globale” come una nuova opportunità per continuare ad arrancare. Infatti l’aprirsi di nuovi territori di ricerca, come le riserve di idrocarburi e gas naturali sotto la banchisa artica nei bacini orientali della Groenlandia e nel mare di Barents offrirà nuovi rami produttivi capitalistici che peggioreranno ulteriormente il bilancio degli inquinanti emessi e dell’energia consumata.

L’85% dell’energia globale è tratta da combustibili fossili; per mantenere almeno costante la concentrazione di CO2 nell’atmosfera si dovrebbe ridurre dell’80% la produzione di energia di questa origine. Non è evidentemente possibile, per esempio, ottenere l’attuale produzione mondiale di acciaio, 1,6 miliardi di tonnellate, con l’energia ricavata dal fotovoltaico e dall’eolico. Ma il capitalismo, per sua natura, non può “disinvestire”. Quindi è certo che non potrà fare a meno degli idrocarburi, del gas e del carbone.

Per questo i combustibili fossili sono così ferocemente contesi tra Usa, Russia, Canada, Norvegia e Danimarca… Il possesso o il controllo delle risorse energetiche, per prime quelle fossili, è uno dei motivi principali che dettano le dinamiche degli Stati imperialisti, ed i loro effetti spaziano dal campo produttivo a quello finanziario, politico e militare.

E con tali premesse dovrebbero stipularsi gli accordi per la “riduzione dei gas serra” favoleggiati nelle conferenze internazionali!

Il capitalismo nella ricerca di maggiori profitti tratta l’ambiente come una libera fonte di materie prime o come una barriera da abbattere. Ma la sua ipertrofia porta da se stessa all’inevitabile collasso, che si manifesta periodicamente nelle crisi economiche. Le conseguenze della crisi si scaricano sulle spalle della classe lavoratrice, costretta dai governi a sempre peggiori misure di austerità.

Sono quegli stessi governi a cui oggi si chiede di limitare il processo distruttivo che loro stessi stanno salvaguardando nell’interesse della classe dominante. Nessun governo di nessuno Stato può così limitare le ferree necessità dell’economia capitalistica, né garantire un uso “giudizioso” delle risorse, in nome della “salute del pianeta”.

D’altra parte, le scelte individuali verso uno “stile di vita” più “equilibrato” e “filo-ecologico” risultano di un ridicolo effetto marginale di fronte a problemi di così vasta dimensione come quello sopra esposto, rimanendo una impotente “buona azione”, per altro limitata ai consumatori che possono permettersi di pagare di più, alimentando così un nuovo, “alternativo” settore di mercato capitalistico. È un ennesimo vile diversivo del regime alla lotta di classe.

Noi comunisti fin dal Manifesto del 1848 abbiamo denunciato il fatto reale e drammatico che l’ininterrotto sviluppo del capitalismo – ove non sia possibile chiuderne definitivamente l’ormai disumano ciclo storico – e la sua inarrestabile estensione possa anche portare al disastro della specie umana, ad una crisi fatale. È una possibilità che la nostra teoria materialistica non esclude.

Ma il nostro fine dichiarato è invece spezzare la forma politica che mantiene e difende il modo di produzione capitalistico, e distruggere quelle sue istituzioni per consentire un modo di produrre volto al bene dell’umanità e non del Profitto.

Il capitalismo sarà abolito quando i produttori stessi, la classe operaia mondiale, si solleveranno contro la loro posizione di schiavi salariali; quando organizzeranno la produzione in comune per provvedere direttamente ai bisogni umani. In un mondo come questo nessuno potrà trarre profitto dal lavoro degli altri. Il denaro non servirà più e le storie di crisi finanziarie che portano a guerre commerciali, miseria umana e a guerre guerreggiate apparterranno al passato.

Solo in una società comunista, senza Stati e confini, gli esseri umani saranno in grado di valutare scientificamente la dimensione reale del danno che è stato fatto al loro pianeta, potranno prendere provvedimenti adeguati per sanarlo e lasciare alle future generazioni una società ed una Terra migliori di come ce li ha lasciati il capitale.