Partito Comunista Internazionale

The Communist Party 28

Francia, 5 dicembre

Per l’abolizione del capitale e del salariato
Per la dittatura del proletariato

Il 5 dicembre si sono svolte diverse manifestazioni in Francia, le principali a Parigi e a Marsiglia. All’origine si trattava di due manifestazioni diverse, poi confluite: l’una, indetta da un “comitato per la difesa delle libertà”, contro la legge “sécurité globale”, che mira, in nome della sicurezza delle forze dell’ordine, a vietare il filmare o fotografare la polizia in azione; l’altra, che da dieci anni si svolge ogni anno in questa stagione, promossa dai comitati disoccupati e precari della CGT, diretta contro la disoccupazione e la precarietà.

Ambedue le manifestazioni sono finite con violenti scontri con la polizia. A Parigi nella folla c’erano anche i “gilets jaunes”. I “black blocs” hanno dato fuoco alle auto e alle banche.

I compagni partito hanno diffuso il seguente volantino.

* * *

Crisi e disoccupazione sono elementi costanti nella storia del capitalismo. Le crisi sono endemiche, malgrado e a causa dell’immenso sviluppo delle forze produttive.

La pandemia, il Covid che investe il pianeta è un prodotto del capitalismo, del suo sviluppo urbano e produttivo.

Se questa crisi colpisce la piccola borghesia e i piccoli datori di lavoro, le piccole imprese, il piccolo commercio, il turismo, che rappresenta il 10% del PIL mondiale, colpisce ancora più duramente tutta una parte del proletariato, soprattutto i tanti precari che perdono il lavoro.

La disoccupazione è in aumento nei paesi industrializzati, e aumenterà ancora, perché il capitale non riesce più a valorizzarsi sul mercato, né può farlo con altri mezzi, come la speculazione in cui la somma dei benefici e delle perdite si annullano a vicenda.

La crisi non è dovuta a capi “incompetenti” o politici “corrotti”, come dicono sindacati e partiti, di destra e di sinistra. Ignoranti e ladri sono sempre esistiti, e i delinquenti sono sempre stati utili alla società capitalista – il crimine può essere produttivo per il capitale.

Sacrificano i lavoratori in nome della loro economia nazionale, per difendere i loro mercati e la loro produzione, dicono che è importante sviluppare l’industria attraverso l’innovazione tecnologica, accettare sacrifici per salvare posti di lavoro, ecc. Molti lavoratori hanno accettato tutto, per anni, compresi i tagli salariali, solo per vedere la chiusura della loro attività e ritrovarsi disoccupati.

Ma l’unica verità è che troppe merci stanno invadendo un mercato che non riesce ad assorbirle; la produttività cresce, ma con essa aumenta la disoccupazione. I proletari hanno sempre vissuto in una condizione più o meno precaria a seconda della situazione economica. Questa precarietà è – e sarà sempre – la condizione di milioni di esseri umani. Oggi, con la crescente automazione, con una maggiore forza lavoro disponibile, l’occupazione diventa un miraggio e una parte crescente della popolazione diventa superflua per il capitale.

I prezzi delle merci, compreso quello della forza lavoro, crollano in un mercato divenuto internazionale e senza confini, il salario di un operaio francese non riesce a competere con quello di un polacco o di un africano. La concorrenza tra i lavoratori di diversi paesi provoca lo spostamento di interi settori produttivi da un continente all’altro e diventa il seme di una guerra tra poveri.

I capitalisti mantengono questa concorrenza. La disoccupazione è un’arma nelle mani dei padroni e del loro Stato per dividere e fomentare la concorrenza tra i lavoratori. Nel nostro linguaggio chiamiamo i disoccupati Esercito Industriale di Riserva, da cui attinge la borghesia secondo le sue necessità e che può utilizzare per spezzare l’unità dei lavoratori. Questo esercito di riserva può però disertare e contribuire a dare forza alla lotta del proletariato! L’unione di classe è uno strumento per cambiare il ruolo dei disoccupati, da massa amorfa e passiva a esercito di proletari combattivi e organizzati.

I modelli sindacali di organizzazione per categoria devono essere superati in quanto la tendenza generale è quella di un aumento della precarietà proletaria esacerbata dalla concorrenza capitalista. Il localismo delle lotte è imposto dalle dirigenze sindacali, mentre nella società regna flessibilità, precarietà e disoccupazione. Voler limitare le lotte al livello della categoria o dell’azienda è inutile e un tradimento che impedisce l’unità dei lavoratori e li priva di una azione veramente efficace. La difesa degli interessi proletari, delle condizioni di lavoro e di vita è un problema di rapporti di forza: l’organizzazione sindacale si sviluppa e si afferma attraverso la lotta. I metodi di lotta, l’organizzazione le rivendicazioni e le tattiche sindacali devono cercare sempre di unificare i lavoratori, indipendentemente dalla loro categoria professionale e dalle divisioni aziendali. La lotta dipende anche dall’affiancare le forze dei lavoratori fissi, dei disoccupati, dei precari, ecc.

L’inerzia dei sindacati è imposta dalle dirigenze, nelle mani di partiti opportunisti.

Lottare per il sindacato di classe significa attrarvi i precari e i disoccupati attraverso le Camere di Lavoro e i comitati di disoccupati e precari, dove si può sviluppare l’organizzazione intercategoriale. Se vogliamo lottare per un vero sindacato di classe non possiamo ignorare i precari e i disoccupati che crescono ogni giorno di numero.

Il salario aumenta o diminuisce secondo la situazione economica, ma soprattutto per i rapporti di forza tra le classi.

Il tasso di occupazione dei lavoratori è storicamente destinato a diminuire, secondo la legge dell’accumulazione capitalistica. Il lavoro è “liberato” dalle macchine e dai processi produttivi sempre più automatizzati. Questo oggi si traduce in più disoccupazione e intensificazione dei ritmi di lavoro. Ma è anche segno della crisi di un sistema economico antiquato e drogato in cui siamo costretti a vivere.

Il sindacato di classe è necessario, per dare forza e organizzazione alla resistenza dei proletari occupati o disoccupati nella loro quotidiana lotta per la sopravvivenza, ma non basta per ottenere l’emancipazione dei lavoratori. L’emancipazione dei lavoratori passa attraverso il rovesciamento del potere della borghesia – industriale, finanziaria e fondiaria – attraverso la sua espropriazione e il passaggio a una società comunista, della quale il modo di produzione capitalistico ha sviluppato le basi economiche su larga scala socializzando le forze produttive. L’arma indispensabile per raggiungere questo traguardo è l’organizzazione dell’avanguardia proletaria: il partito, depositario del programma del comunismo.


– Diminuzione dell’orario di lavoro e più salario – Salario per i disoccupati – Per il sindacato di classe
– Per il partito comunista internazionale – Per l’abolizione del capitale e del lavoro salariato – Per la dittatura del proletariato.

A Cure for Capitalism - The Covid‑19 Vaccines and the Economic Crisis

It was reported in late December that the United States has administered only ten percent of the Covid‑19 vaccine doses it had promised by the end of the year. The federal government’s “Operation Warp Speed” program promised that 20 million doses would be administered by the end of the year, yet by December 28 only 2.1 million had been administered. No one seems to know the reason for this shortfall, which is sure to delay the effective control of the virus and cost thousands of lives.

This does not seem to trouble the hucksters who run the for‑profit medical industry, who are now enjoying the fruits of their “success” against the coronavirus. When the Pfizer vaccine’s efficacy was announced, causing its share price to shoot up, the company’s CEO sold $5.6 million in stock (more than workers make in their entire careers). The executives at Moderna, maker of another major Covid‑19 vaccine, have sold more than $100 million in their company’s stock this year. Stock prices for AstraZeneca increased more than 2 percent in the hours after its vaccine was approved for use in the United Kingdom. Even outside the pharmaceuticals industry, the owners of capital are looking forward to a day in the near future when the “normal” exploitation of labor can resume. The high price of short‑term stock futures indicates that the bourgeoisie is gambling on a fast return to profitability. For those with access to capital, are fortunes to be made even on the expectation of a post‑pandemic recovery.

In spite of the huge technological advances which made the coronavirus vaccine possible, the pandemic is just another classic crisis of capitalism: the bourgeoisie scramble for every dollar like rats on a sinking ship, then leave the proletariat to drown. Then they salvage the whole wreck and pick away at the scrap, and celebrate their great ingenuity for doing so. This is capitalism, normal, just like before.

As the bodies literally pile up, some confidence‑men have the nerve to claim that the rapid development of vaccines shows that capitalism is the best of all possible systems. An opinion piece in November 14’s New York Times (paper of record for the small bourgeoisie) claimed that the pandemic shows us “what is amazing about capitalism, and how the free market alone comes up short in solving enormous problems.” “Amazing” is one way of putting it – in the same way one would be amazed by the plague pits of the Black Death or the trenches of World War I. And the free market does indeed “come up short” – even bourgeois economists have recognized for a hundred years that truly free markets are a sad fantasy.

That particular piece is a love letter to state capitalism. The Pfizer and Moderna vaccines were developed by corporations with the support of massive state subsidies, which absorbed all of the financial risk. The author believes this is a perfect situation, which should be the pattern for capitalism going forward. As he puts it, “big business needs big government.” Very true, the capitalist system needs a bourgeois state to prop it up. The function of the capitalist state is to protect the interests of the bourgeoisie, whether it is protection from financial risk or from the proletarian revolution. But in the confused ideology of U.S. progressivism, which knows nothing of class or the real function of the state, the idea that “big business needs big government” might even be considered a socialist opinion. The solution to capitalism is more state support for the bourgeoisie – socialism indeed!

A more recent editorial in The Washington Post (Jeff Bezos’ pet project) took a more blasé attitude. The editors commented that further economic stimulus payments are unnecessary because “the economy has healed significantly and coronavirus vaccinations are underway.” The war is over, back to work!

The purpose here is not to take shots at a couple of newspaper articles, but to show the direction of bourgeois propaganda as we enter (hopefully) the later acts of the pandemic. The vaccine will be presented as a panacea, a cure not just for Covid‑19 but for all of capitalism’s failings – most obviously the hundreds of thousands who died in a pandemic caused by that system’s disregard for human life. First there will be a period of national mourning, where the dead will be eulogized as a loss for the nation and a wound to its pride. Then we will be told to forget all of that and be grateful for what we have: jobs (with lower wages than before), freedom (for those who can afford it), and wealth (which never touches the proletariat). This happened after the trauma of the world wars. That was the tragedy; here comes the farce.

Communism is the only cure for all the injuries that capitalism inflicts on the world. Just as the human body is cured of illness by eliminating a pathogen from it, the social body will be cured by the abolition of the bourgeois class and its state. We greet the new vaccines not because we want to return to “normal” capitalism, but because we wish to live to see our communist future.

Il gigante Amazon, tolto il profitto, è una anticipazione del comunismo

Alcuni dati per capire di cosa stiamo parlando. Il 27 novembre il New York Times riportava che nei primi 10 mesi del 2020 il colosso delle vendite on-line aveva assunto 427.300 lavoratori portando i suoi dipendenti a 1,2 milioni. Dai circa 350.000 del 2017 la crescita è impressionante, portando l’azienda al terzo posto nel mondo dopo Walmart, gigante della grande distribuzione, che occupa circa 2,2 milioni di lavoratori, e la China National Petroleum con 1,3 milioni. Numeri che dovrebbero bastare a smentire chi sostiene che non esiste più la classe operaia. Amazon è quotata al Nasdaq, la borsa dei titoli tecnologici di New York, con una capitalizzazione di 1,3 miliardi di dollari. Nella lista dei PIL dei vari Stati si troverebbe al tredicesimo posto, vicina a Spagna, Australia, Russia, Corea del Sud e Canada. Sì, la borsa è solo una grande lotteria per ricchi, un castello di carta che il cerino della crisi ridurrà in cenere, ma qui dà il senso delle proporzioni.

Un colosso simile inevitabilmente solleva delle maree, che investono dalla economia mondiale fino a varie emozioni, rancori e ideologie.

L’ultima in ordine di tempo è la “petizione” #NoëlSansAmazon (“Natale senza Amazon”), in cui i sottoscrittori invitano a non usare l’azienda di Jeff Bezos per l’acquisto dei regali, privilegiando invece i negozi di quartiere. Lunga la lista dei firmatari, dal sindaco “socialista” di Parigi, Anne Hidalgo, a diversi intellettuali della “sinistra” francese e personalità del mondo della cultura e della politica. Tra i firmatari c’è anche José Bové, il leader dei “no global” francesi che una ventina d’anni fa divenne celebre per la lotta contro i McDonald’s. La ghiotta occasione non potevano farsela scappare i populisti di qua delle Alpi: Salvini attraverso il suo brillante “staff social-media“ ha “postato” su Facebook e Twitter un “sondaggio” dove chiede ai seguaci se sia “giusto” boicottare Amazon. «I regali li compro sotto casa, piuttosto che con un clic», dice. Mentre Maurizio Gasparri di Forza Italia condivide “totalmente” l’idea, Giorgia Meloni se la prende col Black Friday: «una giornata nera per i nostri imprenditori, compriamo italiano».

Ma anche in Italia i “sinistri” sono sulla stessa lunghezza d’onda e la lista non entrerebbe nelle pagine di questo giornale. Il soccorso alla piccola borghesia ha consenso trasversale.

Le leggi economiche insite nel sistema di produzione capitalistico nel loro svolgersi ineluttabile portano le mezze classi alla rovina, come previsto ampiamente dal marxismo. Se si accetta il capitalismo si deve accettare questo fenomeno, non separabile da questo modo di produzione. La centralizzazione della produzione e di conseguenza della distribuzione non sono fatti del caso o della ingordigia di alcuni, ma sono il prodotto delle leggi della concorrenza e della riduzione di costi.

Se è vero che in certe fasi del ciclo economico, e in alcuni paesi, la forte crescita ha permesso il proliferare e l’ingrassarsi di una piccola borghesia, le crisi, come quella iniziata qualche decennio fa, scatenano una concorrenza sfrenata che portano le aziende più grosse a soffocare le piccole.

La necessità per il capitale di accelerare la creazione del valore ha spinto verso organizzazioni della logistica e della distribuzione sempre più vaste ed efficaci. Amazon è un eccellente esempio di questo processo e riprova della descrizione marxista del capitalismo.

Ma, al di fuori di ogni sentimentalismo e idealismo, per il marxismo lo sviluppo delle forze produttive è un fatto oggettivo, che osserva e descrive. Il suo risultato, anche nei suoi talvolta tragici effetti, è però socialmente positivo. Le forze produttive, nel loro potenziarsi, sempre con maggiore difficoltà riescono a essere contenute all’interno dei vecchi rapporti di produzione e spingono per nuove forme. Questo trapasso è avvenuto nelle epoche storiche che si sono succedute. Anche la futura società comunista potrà usufruire del progresso della tecnica già sviluppata dal capitalismo, non più per accrescere all’infinito l’accumulazione del profitto ma per favorire la soddisfazione delle necessità della specie umana in modo più pieno, soddisfacente, bello, completo e complesso.

Questo passaggio non sarà automatico, necessita di un passaggio politico, della presa rivoluzionaria del potere e della dittatura del proletariato.

Oggi i prodigi della tecnica che anche Amazon impiega sono utilizzati solo per la ricerca sfrenata, quanto inevitabile, del profitto. Ma in essi la società futura è già pronta, a portata di mano. Lo sviluppo di sistemi di comunicazione come internet, della logistica nella distribuzione come in Amazon, l’aumentare della robotica nei processi produttivi e distributivi, prefigurano già una società comunista. Anche se oggi, in mano alla borghesia, non sono altro che strumenti infernali che schiacciano la internazionale classe lavoratrice.

I comunisti quindi non si perdono a “boicottare Amazon”, in una difesa, per altro disperata, dei piccoli commercianti, ma puntano alla difesa delle condizioni di vita e di lavoro, che internazionalmente sono assai dure, di chi in quella azienda lavora. Contratti precari, ritmi forsennati, ricattabilità perenne sono tipiche dell’infernale mondo di Amazon. I comunisti si rivolgono a quei lavoratori perché si organizzino nella loro difesa, che è la stessa dei lavoratori della Walmart e della China Petroleum, nonché della classe lavoratrice mondiale.

Perché i comunisti sanno che arriverà un giorno in cui per la semplice richiesta di migliorie salariali e delle condizioni di vita e di lavoro il proletariato si troverà a dover fronteggiare sempre più duramente questo sistema e, sotto la guida del suo partito, fino al suo abbattimento.