La crisi bancaria, fallimento del regime del capitale, assedia tutti i santuari della finanza
C’è un fantasma in questi anni ’20 che turba i sonni dei signori del capitale: se finora era la deflazione, causata dalla sovrapproduzione, ora all’attenzione di governi e banche centrali è la sindrome opposta. Si è aperto un ciclo inflazionistico, del quale i sacerdoti del Capitale non riescono ancora a vedere la fine. A determinare questa nuova fase hanno contribuito diversi fattori del tutto intrinseci alla crisi del capitale, fra cui l’inversione del ciclo espansivo prodotto dalle drastiche misure volte a impedire il collasso durante la pandemia.
Negli Stati Uniti
Nel 2021 l’aumento della spesa dei consumatori, causata dai 4.000 miliardi di dollari di stimoli Covid-19, ha provocato una fiammata inflattiva che nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, è ulteriormente peggiorata a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio e di altre materie prime che nel frattempo erano saliti alle stelle.
Nell’economia in espansione del 2021, dopo anni di aumento della domanda di lavoro, quando le aziende riaprivano dopo il blocco del Covid-19, i capitalisti non hanno trovato un esercito di riserva sufficiente a soddisfare la richiesta di manodopera. Per contro, anni di intensificate espulsioni di lavoratori immigrati e le centinaia di migliaia di proletari morti a causa del coronavirus, hanno provocato una massiccia carenza di forza lavoro: ovunque sulle vetrate esterne delle aziende, negli Stati Uniti come in Europa, si leggevano cartelli “cercasi operai” mentre i borghesi si lamentavano che “nessuno vuole più lavorare”.
Per tutto il 2022 crebbe l’ansia dei capitalisti per l’aumentata forza contrattuale dei lavoratori: i proletari non erano più disposti a lavorare per salari di fame quando la domanda di forza lavoro superava le braccia disponibili. La stampa borghese si preoccupò per le “dimissioni in massa”, quando gli operai cominciarono ad abbandonare in gran numero i posti con salari o condizioni di lavoro indecenti.
Contemporaneamente le nuove campagne di sindacalizzazione presso Amazon e Starbucks hanno generato il timore di una rinascita del movimento sindacale.
Per rimettere in riga il lavoro e prevenire un’iperinflazione, che avrebbe potuto avere esiti gravi per l’economia nel suo complesso, la Federal Reserve ha varato una manovra simile a quella utilizzata nella crisi dell’OPEC del 1970 per attaccare il potere contrattuale dei lavoratori e al contempo contenere l’inflazione. Aumentando i tassi di interesse, rendendo così più difficile per le imprese contrarre prestiti, la FED sperava di rallentare la crescita economica. Man mano che le imprese si ridimensionavano o chiudevano, con conseguenti licenziamenti di massa, l’esercito di riserva si sarebbe ingrandito, facendo così scendere i salari per la competizione tra un maggior numero di operai disponibili per un minor numero di posti, riducendo così il loro potere nella vendita del proprio lavoro. Il piano è volto a preservare i profitti, sgonfiando al contempo l’economia quanto basta per evitare una spirale inflazionistica.
Nella guerra fra le classi, la soluzione per i capitalisti è stata dunque l’aumento dei tassi di interesse, ma anche questa cura non poteva essere indolore.
Tasso di interesse e crisi delle banche
Nel tentativo di contenere la pressione inflazionistica le banche centrali aumentano il tasso di interesse, intervengono sul costo del denaro per ridurne la circolazione. Si riduce il “denaro a buon mercato” immesso nel ciclo economico, tanto produttivo quanto operante nel circuito speculativo. I tassi della banca centrale hanno un effetto diretto su tutti gli altri con cui si presta il denaro, e ne condizionano la circolazione.
Con l’aumento dei tassi aumentano allo stesso tempo i costi di indebitamento delle banche, tanto quelli contratti con la banca centrale quanto con le altre banche. Il rialzo dei tassi si traduce in un aumento dei rendimenti solo dei mutui di nuova emissione, ma gli effetti negativi sui bilanci delle banche si producono velocemente. Basti pensare a quando la banca è costretta a liquidare i propri titoli in portafoglio a prezzi inferiori a quelli di acquisto, o al ricorso a prestiti interbancari a tassi ben più alti.
La crisi della Silicon Valley Bank è stata la vittima prevista e accettata per la conservazione del rapporto lavoro-capitale, un prezzo da pagare necessario per alimentare l’insaziabile sua sete di accumulare sempre più profitti.
Le premesse della crisi in USA
Nel 2021 l’industria tecnologica statunitense aveva toccato i massimi storici nei ricavi di Amazon, Apple, Google, Microsoft e Facebook, che avevano raggiunto i 1.200 miliardi di dollari, mentre il boom delle “start-up” tecnologiche batteva ogni record. Ma nella primavera del 2022 l’annuncio dell’aumento dei tassi di interesse da parte della FED ha avuto come effetto un brusco declino delle attività e i titoli industriali hanno perso miliardi di dollari in borsa nel giro di pochi giorni.
Si è manifestata allora quella che la stampa borghese chiama “crisi dei colletti bianchi”, che ancora dura. Il settore tecnologico è stato il più colpito, con oltre 120.000 licenziamenti l’anno scorso e 148.000 nei primi mesi di questo. Allo stesso modo in tutto il settore si è assistito ad un ritorno a stili di gestione più oppressivi, volti a ottenere il massimo profitto da ciascun lavoratore, forzando il “ricavo per dipendente”, che noi chiamiamo saggio del plusvalore, ovvero dello sfruttamento.
L’apporto di capitale nelle aziende innovative negli ultimi tre mesi si è ridotto a circa un terzo di quello dello stesso periodo dell’anno scorso, passando da 151 miliardi di dollari a soltanto 56,3. Dunque anche per i capitalisti delle “start-up”, elogiati dalla stampa come eroici salvatori, è sempre più difficile trovare finanziamenti.
Il crollo della Silicon Valley Bank
Nel 2021 la SVB aveva beneficiato della crescita del settore tecnologico, detenendo depositi per 190 miliardi di dollari, 89 in più rispetto all’anno precedente, e triplicando il prezzo delle sue azioni dal 2018.
Quando la Federal Reserve ha annunciato l’intenzione di aumentare i tassi, per la Silicon Valley Bank sono iniziati i problemi. Con l’aumento degli interessi, le “start-up” hanno iniziato a prelevare più denaro dai loro conti per far fronte all’aumento delle spese mentre gli investimenti in capitale di rischio si sono bloccati. La banca, approfittando dei bassi tassi di interesse, aveva investito il 75% del suo patrimonio in titoli di Stato a lunga scadenza, più redditizi in tempi di bassi tassi di interesse, mentre di solito le banche di quelle dimensioni investono soltanto il 6%.
Poiché i prelievi sono continuati per tutto l’anno, la banca è stata costretta a cercare liquidità per coprire i prelievi. Quando ha ammesso la necessità di reperire nuovi capitali per coprire i prelievi, che avrebbe richiesto la vendita di gran parte delle sue obbligazioni con una perdita di 1,8 miliardi di dollari, si è scatenata la crisi di fiducia che ha portato alla massiccia corsa agli sportelli, con prelievi per oltre 42 miliardi in un solo giorno, il quale ha determinato il fallimento della banca.
Le conseguenze del crollo
Questa seconda peggiore bancarotta di una banca nella storia degli Stati Uniti si è ripercossa su tutta la finanza, sia sul mercato nazionale sia su quello internazionale. Anche la Signature Bank, che deteneva i fondi di molte delle aziende che emettono criptovalute, è fallita mentre la First Republic, nonostante l’infusione di 30 miliardi di dollari di liquidità da parte di altre banche, continua a vacillare. Anche la Banca d’Inghilterra ha dovuto adottare misure per sostenere le sue “start-up” tecnologiche, finanziate dalla filiale britannica della SVB.
I capitalisti spostano i loro fondi in preda al panico per l’aumento dell’interesse e la contemporanea caduta del tasso di profitto, fenomeno fondamentale dell’economia capitalista! La borghesia di tutti i paesi è preoccupata per qualcosa che avrebbe dovuto sapere da sempre: che il tasso di profitto nell’economia sarebbe sceso così tanto da provocare una crisi. E, come sappiamo, questa crisi ci sarà. L’economia attuale costringe le banche centrali e le agenzie di regolamenti finanziari ad aumentare i tassi per la crescente insicurezza degli investimenti e per contrastare l’inflazione dei prezzi. Questo aumento provoca una riduzione della differenza fra l’interesse pagato per prendere in prestito i fondi finanziari e quello ricavato quando vengono investiti in obbligazioni e azioni. Alla base di tutto c’è che i capitalisti non riescono a generare plusvalore per sé stessi e per i loro investitori a causa della crisi di sovrapproduzione.
Questa crisi si scontra con una contraddizione fondamentale dell’economia capitalista: la necessità dei capitalisti di generare un plusvalore che superi il semplice ripetersi del circuito di scambio mercantile. Il capitale può appropriarsi di plusvalore solo nella produzione di merci, materiali o immateriali, come per le “start-up”, nel circuito Denaro-Merce-Denaro.
In questo processo il lavoro è esso stesso una merce, ricercata durante la crisi pandemica di nemmeno 3 anni fa e brutalmente schiacciata oggi dai governi degli Stati Uniti e di tutti gli Stati del mondo.
A scala mondiale
Una tendenza al rallentamento della crescita economica se non alla recessione, era attesa come conseguenza dell’aumento dei tassi d’interesse. Riguardo la produzione industriale negli ultimi mesi abbiamo assistito non solo a un forte rallentamento negli Stati Uniti, in Polonia e altrove, ma soprattutto a una recessione in Gran Bretagna, Corea, Giappone, Germania, Italia, Belgio e Francia. Per non parlare della Cina, fortemente colpita nel settore immobiliare e nella produzione di automobili. La recessione colpisce più i Paesi asiatici e il Regno Unito che l’Europa continentale.
Questa recessione corrisponde a un rallentamento generale dei consumi legato all’elevata inflazione dei prezzi delle materie prime, dell’energia e dei prodotti agricoli. Tuttavia, i grandi gruppi internazionali stanno andando molto bene. I produttori e i distributori di energia hanno realizzato profitti senza precedenti negli ultimi due anni. Ma anche alcuni grandi gruppi industriali, soprattutto nel settore automobilistico, hanno realizzato enormi profitti in eccesso aumentando i prezzi, in particolare rifocalizzandosi su prodotti di lusso o di fascia alta. E con loro alcune grandi banche, come ad esempio BNP Paribas.
Per i grandi gruppi industriali, l’aumento dei tassi di interesse non è così dannoso per il momento, poiché l’inflazione elevata fa sì che i tassi di interesse in termini reali siano negativi o molto bassi. La situazione è invece diversa per le piccole imprese, e in particolare per le start-up; per loro sta diventando più difficile ottenere prestiti e un certo numero di esse si trova in difficoltà o addirittura in fallimento. Il rischio che si corre con l’aumento dei tassi di interesse è quindi la moltiplicazione dei debiti non pagati, che a sua volta, se la loro massa aumenta troppo, non può che portare a fallimenti bancari.
Inizialmente, l’aumento dei tassi di interesse è favorevole alle banche: non solo possono concedere prestiti a tassi più elevati, ma aumenta anche la remunerazione dei loro depositi nelle banche centrali. Ma, come abbiamo visto, questo porta a una svalutazione delle obbligazioni precedentemente acquistate, ora con un rendimento molto più basso, al punto che oggi una massa gigantesca di obbligazioni del valore di diverse migliaia di miliardi, che fanno parte delle riserve monetarie di banche e organizzazioni finanziarie, come compagnie assicurative, fondi pensione, ecc., si svalutano tra il 20 e il 30%!
Finché l’istituto finanziario non ha bisogno di vendere queste obbligazioni per ottenere liquidità, la perdita di valore rimane puramente virtuale, perché alla scadenza queste obbligazioni saranno rimborsate al loro valore di acquisto. La situazione è invece ben diversa se l’istituto finanziario, avendo bisogno di liquidità, è costretto a venderne una parte; vendita che avviene al valore di mercato, con forti perdite.
Alchimie finanziarie
Il sistema bancario cerca di contenere i rischi derivanti dall’aumento dei tassi acquistando un’assicurazione sull’evento avverso con un contratto specifico, chiamato “credit default swap”, CDS, con il quale una “controparte” accetta, dietro compenso, di assumersi il rischio “derivato” da una perdita finanziaria.
È questo che è stato rovinoso per la Deutsche Bank, la banca tedesca di riferimento europeo per il mercato dei derivati: era proprio la DB che aveva emesso a garanzia i CDS, e che doveva rimborsare al detentore di quei derivati il prezzo pieno delle obbligazioni andate in default.
Naturalmente, come per ogni contratto di assicurazione, il suo prezzo sale se il rischio è maggiore. Su questa scommessa si basa il guadagno dell’assicuratore. Ma i CDS hanno una sinistra caratteristica che li differenzia dalle normali polizze: possono essere scambiati, ovvero circolare nel mercato finanziario.
Questo può dare adito a speculazioni su vendite “allo scoperto”, le operazioni, dette ribassiste, con le quali anche chi non detiene materialmente il titolo lo può vendere, causandone il crollo del prezzo, inducendo un grave indebolimento finanziario alla banca che l’ha emesso.
Ciò è successo quando fondi speculativi americani, sulla scorta degli accadimenti al Credit Suisse, hanno venduto i CDS che stavano andando in scadenza di due piccole banche tedesche, senza tuttavia possederli, guadagnando sulla differenza tra le azioni vendute ad un prezzo maggiore di quello poi pagato per ricomprarle.
Questo ha prodotto una perdita secca per la DB, che si trovava al momento costretta a svendere quei CDS. Ciò ha poi causato anche la brusca caduta del corso azionario delle sue azioni. Questo si è riflesso su tutti i titoli bancari, causando ulteriori significative perdite.
La BCE si è impegnata ad intervenire con una linea di credito, se necessario, a difesa del settore bancario, e tutto l’apparato di controllo finanziario europeo si è mosso per stendere una rete di protezione al fine di ridurre e poi riassorbire le perdite.
Il crollo del Credit Suisse
Però quando si è determinato l’ennesimo scossone alla banca dei derivati tedesca, periodicamente sotto l’attacco della speculazione internazionale, si era sviluppata e conclusa un’altra violenta crisi di una banca di interesse nazionale, lo svizzero Credit Suisse.
Il Credit Suisse è, anzi, era, una banca con molti problemi da tempo. Coinvolta in una serie di scandali, corruzione, spionaggio, riciclaggio, frodi fiscali (per una delle quali ha dovuto pagare risarcimenti milionari negli Stati Uniti). Ma è sempre stata salvata per le sue dimensioni che la rendevano “troppo grande per fallire”.
Nel 2008 il suo salvataggio era costato 60 miliardi di franchi allo Stato svizzero. La storia successiva è stata di perdite continue. Diventato attivo soprattutto nel settore dell’investiment banking, cioè nella speculazione finanziaria, si era lanciato in operazioni ad alto rischio.
I fallimenti nel 2021 di due fondi di investimento speculativo (che provocarono perdite di miliardi di dollari a numerose e celebri banche e fecero crollare il valore in borsa di alcune aziende della tecnologia e dei media) avevano indotto una perdita di 1,6 miliardi di franchi. Nel 2022 la perdita netta era stata di 7,3 miliardi di franchi.
La situazione patrimoniale del Credit Suisse si era stabilizzata con l’ingresso nel capitale azionario della Saudi National Bank, diventata il maggior azionista della banca e, a seguire, dello Stato del Qatar. Per stabilizzare la situazione ed evitare il deflusso dai conti correnti, era stato aumentato il loro rendimento. Alla fine di marzo lo Stato svizzero aveva concesso un’altra linea di credito di 50 miliardi di euro, che però non è bastata.
Il colpo di grazia alla traballante situazione l’ha dato il rifiuto da parte dei due soci arabi di finanziare un ulteriore aumento di capitale. La situazione è precipitata così in fretta che, per evitare una rovinosa corsa agli sportelli, come alla Silicon Valley Bank, e quindi un fallimento, il cui riflesso sul sistema bancario nazionale ed internazionale sarebbe stato imprevedibile, la UBS ha accettato, con la promessa dell’apertura di una linea di credito di 109 miliardi di franchi da parte della Banca Centrale, di acquistare la banca rivale per il modico prezzo di 3 miliardi di franchi.
Ne è nata una struttura che nominalmente potrebbe avere un bilancio combinato di 600 miliardi di franchi, laddove il Pil svizzero quota 800 miliardi. L’acquisizione ha poi comportato l’azzeramento di 16 miliardi di franchi (al cambio attuale circa 17 miliardi di dollari), per una particolare tipologia di obbligazioni subordinate, emesse dal Credit Suisse, prima ancora di azzerare il valore delle azioni.
Una crisi generale del sistema bancario
Di questi tre episodi, avvenuti in breve lasso di tempo, le cause sembrano diverse: per la Silicon Valley Bank e le altre due banche americane un problema di disponibilità, per il Credit Suisse le perdite dovute ad investimenti andati male, per la Deutsche Bank l’attacco della speculazione alle debolezze intrinseche di una banca centrata sulla speculazione sui derivati.
Idealmente il sistema bancario dovrebbe erogare credito e ricevere depositi. La doppia operazione dovrebbe essere in equilibrio, ma in realtà non è così. La banca genera molto più credito di quanto non ne riceva in depositi. Quando, per la crisi delle produzioni, sui mercati, per fallimenti, per operazioni finanziarie andate male o altri accidenti, questo squilibrio si fa troppo grande, supplisce il credito interbancario, o infine il governo, tramite la banca centrale, in sostegno alle perdite.
Può non bastare, se il “buco” è troppo grande. I correntisti, spaventati dai rischi che minacciano i loro depositi, corrono agli sportelli. Prima del fallimento, allora, per la banca esiste soltanto la vendita dei titoli che possiede e ancora vendibili, che comunque si deprezzano rapidamente.
Nella situazione attuale, questo generalizzato aumento delle insolvenze sta costringendo le banche a raccogliere liquidità.
In risposta a questo pericolo, la FED, insieme alle banche centrali di Gran Bretagna, Giappone, Canada e BCE, ha deciso di fornire dollari alle banche commerciali, che potranno prestarli alle grandi imprese.
IIn tempi di crisi il dollaro rimane la valuta di rifugio e la sua domanda esplode. Sul mercato dei cambi la domanda di dollari si aggira intorno ai 450 miliardi, ma al culmine della crisi nel 2020 la domanda è salita improvvisamente a 5.000 miliardi.
In termini finanziari abbiamo a che fare con un castello di carte, o più precisamente con una gigantesca “piramide di Ponzi”. Tutto regge finché il capitale continua ad accumularsi nella produzione. Ma se arriva la recessione, se lo smercio dei prodotti si blocca, se si innesca la spirale dei debiti non pagati, l’intera piramide finisce per crollare e la crisi esplode.
Oggi molto dipenderà dalla forza della recessione in Cina, negli Stati Uniti e in Europa nei prossimi anni.
I comunisti e la crisi del capitale
L’intervento dello Stato e della Banca centrale ha temporaneamente tamponato le crisi bancarie di questo inizio 2023 ed evitato l’estendersi delle perdite borsistiche nel comparto bancario. Ma la debolezza generale del sistema rimane esattamente nelle stesse condizioni in cui lo porta la strisciante crisi del capitalismo.
Naturalmente dal nostro punto di vista, non ci interessa che il capitalismo risolva i suoi problemi, che la lotta all’inflazione non provochi i fallimenti delle banche, che inflazione e recessione all’orizzonte non minaccino il mondo del capitale, nel quale la finanza fa ormai aggio sulla produzione.
Il nostro fine è distruggere questo mondo incentrato su quel rapporto di forza fra esseri umani che chiamiamo capitale. Non è certo nostro compito proporre le terapie per risolverne i problemi che insorgono in seno al dominio borghese sulla società. A noi interessa capire il come e il quando della crisi e lavorare per l’esito rivoluzionario, solo quello ci compete.
Il maturare della rivoluzione passa anche dalla catastrofe della finanza, sintomo nefasto della crisi generale del modo di produzione capitalistico.