Partito Comunista Internazionale

The Communist Party 56

Il proletariato di Gaza stritolato nella guerra fra gli imperialismi mondiali

L’ennesimo capitolo della guerra in Medio Oriente vede il concentrarsi nella Striscia di Gaza del grosso delle operazioni militari. Intensi bombardamenti si abbattono su centri abitati già ridotti in macerie e in scontri furibondi di terra che oppongono le milizie di Hamas e delle formazioni minori della cosiddetta “resistenza palestinese” alle forze armate di Israele.

Le vittime da parte palestinese dei bombardamenti si contano ormai in decine di migliaia e quando ci accingiamo a mandare in stampa questo numero del nostro giornale le autorità di Gaza riferiscono di 24.000 morti accertati dei bombardamenti e degli scontri, cui si aggiungono alcune migliaia di dispersi i cui corpi senza vita giacciono sotto le macerie.

Questi sono gli atroci costi di una guerra asimmetrica, caratterizzata da una notevole disparità di armi e di mezzi a disposizione dei due fronti.

Ma i combattimenti di terra non sono a costo zero neanche per l’esercito israeliano, il quale ha perso oltre 180 soldati a Gaza, che, sommati alle vittime dell’attacco del 7 ottobre 2023 condotto in profondità all’interno del territorio di Israele, assommano a 1.400 morti, di cui 500 militari e 900 civili.

Questa macabra contabilità conferma le nostre prime valutazioni di questa spaventosa ondata di violenza: si tratta non di una guerra di popolo ma fra Stati borghesi. Tale aspetto non viene in nulla mitigato dalla disparità delle perdite nei due campi e dal carattere asimmetrico del conflitto. Lo prova il fatto che entrambe le parti, prese da un cieco furore nazionalistico, abbiano dichiarato sin dall’inizio di volere annientare il nemico. Sin dall’inizio la modalità con cui sono state condotte le operazioni belliche e l’ulteriore sviluppo del conflitto l’hanno confermato: come Hamas non ha risparmiato civili israeliani e lavoratori immigrati nel suo feroce e inaspettato attacco del 7 ottobre, parimenti la furia dell’aviazione israeliana non ha fatto distinzione fra miliziani di Hamas e civili palestinesi inermi. A benedire questa nefasta assimilazione di tutta la popolazione civile alle milizie di Hamas sono giunte le parole del presidente di Israele Herzog il quale a metà ottobre ha dichiarato «Un’intera nazione è responsabile; la retorica sui civili non consapevoli e non coinvolti è assolutamente falsa».

In questa guerra, per quanto siano assai squilibrati i rapporti di forza a favore dello Stato di Israele, c’è un elemento che rende assai simili i due schieramenti nelle modalità con cui viene condotta la lotta: la mancanza di qualsiasi scrupolo nel massacrare un altissimo numero di civili. Appare infatti sempre più evidente che gli ordini impartiti agli uomini in armi di entrambi gli schieramenti siano proprio quelli di mietere il numero più alto di vittime civili nel campo avversario, esacerbando il sentimento nazionalista, gli impulsi bellicisti e il desiderio di vendetta.

Questo avviene anche se gli obiettivi di medio termine dei due schieramenti si differenziano in rapporto alla disparità di forze a disposizione, un aspetto che la propaganda di entrambi i fronti utilizza per mistificare l’autentico carattere sterminatore della guerra in corso. La direzione borghese della “resistenza palestinese” insiste nel proporre una inesistente lotta di liberazione nazionale, ma se così fosse non avrebbe esposto con simile cinismo la popolazione di Gaza alla spaventosa vendetta di Israele.

Inoltre la lotta contro l’odiosa oppressione nazionale imposta ai palestinesi avrebbe potuto conquistare consensi anche fra gli israeliani, in primo luogo fra la classe lavoratrice, se non si fosse posta sul piano del massacro dei civili, in ottemperanza al deliberato programma di uccidere gli ebrei ovunque si trovino, portato avanti dall’oscurantista Hamas.

Da parte sua l’attuale governo israeliano nutre una concezione confessionale dello “Stato ebraico”, che apparterrebbe agli ebrei e non a tutti i suoi cittadini. La borghesia israeliana tenta di utilizzare l’antisemitismo radicato nei paesi musulmani da circa un secolo di propaganda nazionalista, prima panarabista e poi panislamista, al fine di serrare le file del fronte interno. Così, se riesce a convincere la popolazione di Israele che in Medio Oriente e nel mondo, al di fuori dei confini del loro piccolo ghetto, tutti vogliono gli ebrei morti, anche i lavoratori israeliani cercheranno un’istintiva protezione nella forza militare della “propria” nazione e del “proprio” Stato. In questo il governo di Netanyahu sa usare con sapienza l’incubo, in verità non del tutto privo di fondamento, che lo Stato di Israele possa vedere messa in discussione la propria sopravvivenza.

La direzione borghese di Hamas è ospitata nel Qatar, una monarchia la cui ricchezza si regge sulla rendita mineraria del gas e del petrolio e che, a compimento del quadro generale di putrefazione capitalistica, ospita sul suo territorio il più potente dispositivo militare statunitense in Medio Oriente. Questo avviene nonostante gli Stati Uniti abbiano dichiarato Hamas “organizzazione terroristica” da parecchi anni.

Il governo di Israele non sembra escludere che lo sbocco delle operazioni militari in corso possa essere costringere almeno una parte della popolazione palestinese a lasciare la Striscia, resa inabitabile.

Se oggi circa il 90% della popolazione della Striscia di Gaza ha lasciato la casa e vaga sotto le bombe alla ricerca di un riparo, se oltre l’1% degli abitanti dell’area ha già trovato la morte negli eventi bellici, se parecchie decine di migliaia di feriti non possono ricevere un’adeguata assistenza sanitaria, mentre il resto della popolazione è costretta alla fame e alla sete, priva di un tetto sotto il quale affrontare l’inverno, appare evidente come quella che le le istituzioni del regime capitalistico etichettano “catastrofe umanitaria”, imporrà decisioni drastiche fra le quali non si può escludere l’evacuazione di gran parte della popolazione dalla Striscia.

Ormai anche il segretario generale dell’Onu afferma che una carestia incombe su Gaza e che la striscia è diventata inabitabile. Tutte affermazioni queste che potrebbero preparare il terreno a una “operazione umanitaria” volta a celare la realtà della pulizia etnica. Difficile supporre che un tale esito non fosse sin dall’inizio nei voti dei governanti di Israele quando fra gli esponenti del governo di quello Stato ci fu chi giunse a sostenere che si dovesse letteralmente “distruggere Gaza” dimora prediletta del “male assoluto”. La promessa del “Delenda Chartago” è stata mantenuta.

Ma le operazioni militari condotte dalle forze di Israele non si limitano a Gaza. Anche in Cisgiordania Tsahal compie azioni di polizia volte a terrorizzare, ostentando disprezzo per quella popolazione sottomessa con atteggiamenti delle truppe d’occupazione divenuti da tempo abituali. In Cisgiordania dal 7 ottobre sono oltre 300 i palestinesi uccisi durante i rastrellamenti e nei raid aerei compiuti da Tsahal e nelle sparatorie ingaggiate dai coloni israeliani. Altri 200 sono le vittime palestinesi dei mesi precedenti del 2023.

Nel campo avverso, dopo l’invasione di terra israeliana appare più difficile da parte di Hamas e dei suoi satelliti politici colpire all’interno del territorio israeliano e seminare morte e distruzione fra la popolazione civile. I missili Qassam decollano sempre più rari dalla Striscia. Eppure permane il senso di paura fra la popolazione israeliana e in centinaia di migliaia sono gli sfollati nelle zone vicine alla Striscia e ai confini del Libano.

Il premier israeliano Netanyahu, dopo le schermaglie al confine con il Libano e i lanci di missili da parte delle milizie degli Hezbollah, ha minacciato di impartire una dura lezione a quelle milizie sciite e di ripetere a Beirut quanto fatto a Gaza. In un attacco aereo israeliano condotto in un sobborgo di Beirut il 2 gennaio è stato ucciso il capo militare di Hamas, Saleh al-Arouri, insieme ad altri esponenti del suo partito. Il governo israeliano aveva infatti proclamato sin dall’inizio della guerra che tutti i capi militari di Hamas dovevano considerarsi “uomini morti”.

Questo attacco è una sfida agli Hezbollah, la milizia libanese organicamente legata all’Iran, e nel conflitto in corso tiepido alleato di Hamas. L’8 gennaio un nuovo messaggio è stato rivolto apertamente agli Hezbollah con l’uccisione per mezzo di un drone israeliano di Jawwad al-Tawil, il comandante delle milizie d’élite degli Hezbollah, dimostrando con questo la disponibilità di Israele ad aprire un nuovo fronte con il Libano.

Per mezzo degli Hezbollah e delle milizie filoiraniane dislocate in Siria, è stato osservato, è come se l’Iran confinasse con Israele, ma non Israele con l’Iran, un fatto che pone il regime di Teheran in condizioni di superiorità strategica rispetto alla “Entità sionista”, così definito lo Stato d’Israele dai media dell’oscurantismo iraniano (e dagli italici campisti, divenuti per l’occasione partigiani dell’Islam politico).

Questo spiega la pressione militare sulla Siria, con centinaia di incursioni aeree israeliane che prendono di mira le milizie filoiraniane, ma anche le installazioni militari delle forze armate siriane.

Per altro la Russia non ha mai cercato di difendere lo spazio aereo dello Stato siriano, da sempre suo alleato di ferro nella regione mediorientale. La Russia doveva offrire qualcosa in termini di “sicurezza” a Israele, col quale mantiene buoni rapporti commerciali. Per contro il governo israeliano non ha mai adottato le sanzioni economiche contro Mosca per l’invasione dell’Ucraina. Tale intesa, già in ombra ma da circa un decennio affiorata alla luce del sole, consente a Israele di spingere le provocazioni nei confronti dell’Iran, come quando a fine dicembre ha ucciso con un raid aereo Seyyed Reza Mousavi, il maggiore responsabile dei pasdaran iraniani in Siria. Il fatto che il luogo dell’eliminazione di Mousavi sia stato la città di Sayyidah Zainab, meta del pellegrinaggio sciita non lontana di Damasco, implica un doppio segnale minaccioso all’Iran.

Nella rivalità fra Israele e l’Iran si inserisce il versante del Mar Rosso, in cui gli Houthi, sciiti yemeniti alleati dell’Iran, sono venuti a minacciare il traffico navale in una della arterie del commercio mondiale.

Ad aggravare la minaccia degli attacchi missilistici e degli arrembaggi degli Houthi è la nuova intesa, a perfezionamento dell’accordo raggiunto a Pechino nel marzo scorso, fra i governi di Teheran e di Riad. L’Arabia Saudita, rivale dei ribelli yemeniti, ha tolto il blocco al porto yemenita di Hudaiyda, controllato dagli Houthi, e non ha aderito alla coalizione internazionale promossa dagli Usa per contrastare le azioni di disturbo nel Mar Rosso. Questi elementi indurrebbero a pensare a una scelta di campo di Riad, ma le cose ormai non sono più così lineari, ogni spostamento di equilibri nel contesto mediorientale sembra destinato a qualche contraccolpo. Se l’attacco del 7 ottobre ha centrato l’obiettivo di impedire nell’immediato il riavvicinamento fra Arabia Saudita e altri Stati arabi e Israele, questo non potrà non generare ulteriori contraccolpi sui fragili equilibri regionali.

Fra queste contraddizioni si inserisce l’azione di coloro che, senza essere partigiani di Israele o degli Stati Uniti, vorrebbero impedire il rafforzamento delle relazioni fra Iran e Arabia Saudita. In questa chiave va visto l’attentato dinamitardo del 3 gennaio nella città iraniana di Kerman mentre si stava celebrando la commemorazione del quarto anniversario della morte del generale dei pasdaran iraniani Qasem Soleimani, ucciso in Iraq durante un’operazione statunitense. L’attentato è stato rivendicato dall’Isis, a conferma della determinazione di una fazione significativa della borghesia mediorientale a contrastare con ogni mezzo la crescita dell’influenza regionale della Repubblica Islamica, che fa di tutto per apparire la grande promotrice della causa della “resistenza palestinese”.

Il gioco della guerra borghese del nostro tempo è quanto di più irrazionale, mostruoso e contorto si possa immaginare. Comprese, fra i suoi “effetti collaterali”, per palestinesi ed ebrei, nuove risolutive “soluzioni finali”.

Dietro il velo della mistificante autorappresentazione che le forze in lotta offrono di se stesse, fra accordi inattesi, svolte repentine e tradimenti, si trova una spiegazione molto semplice: il mondo stregato del capitale porta avanti una guerra permanente di aggressione contro un proletariato ancora assopito e di cui si teme il terribile risveglio, mentre le borghesie rivali si tirano i capelli e allo stesso tempo si tengono per mano per non dissolversi nel vortice della catastrofe generale del modo di produzione capitalistico.

Germania - Crisi del capitale e risorgente fascismo

La stagnazione economica in Germania, tradizionalmente locomotiva dell’economia dell’Europa occidentale, ha dato vita negli ultimi mesi a un malcontento sociale e a un’impennata di consensi per il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), nonché al riemergere di fazioni esplicitamente naziste.

Per contro il fine settimana del 20-21 gennaio ha visto mobilitazioni di massa contro l’estrema destra in molte città tedesche, dopo che è stato rivelato che l’AfD e i suoi alleati si erano incontrati per discutere proposte di deportazione di milioni di migranti e cittadini di origine non tedesca. Per la maggior parte, i manifestanti si sono radunati dietro la bandiera della “difesa della democrazia”.

Come negli anni Trenta questo nuovo fascismo è il prodotto diretto del capitalismo. L’economia della Germania attraversa un lungo periodo di relativo declino. La crescita della produzione industriale non si è completamente ripresa dagli shock della pandemia, dalla debolezza della domanda di esportazioni in altri Paesi, dalle interruzioni delle catene di approvvigionamento, dall’inflazione, dagli alti tassi di interesse e dalla guerra in Ucraina. Nel 2023 la produzione industriale in Germania è diminuita del 1,5%. Rispetto al picco raggiunto nel 2007, è diminuita del 2,5%.

Questa difficoltà nella riproduzione del capitale ha creato scompiglio all’interno del governo federale, guidato dal Partito Socialdemocratico (SPD) sostenuto dal Partito Verde e dai Liberi Democratici (FDP), partito liberale economicamente conservatore: la cosiddetta Ampelkoalition, la “coalizione semaforo”, rosso, verde e giallo. Dopo settimane di litigi tra questi partiti su dove dovesse cadere la scure della spesa pubblica, il 18 gennaio la commissione parlamentare per il bilancio federale l’ha elevato a 476,8 miliardi di euro con nuovi prestiti per 39 miliardi.

Il governo è vincolato dalla Schuldenbremse (freno al debito), in vigore dal 2009 introdotta dal governo di Grande Coalizione di Angela Merkel, che limita il nuovo debito pubblico annuale allo 0,35% del prodotto interno lordo. Il provvedimento obbliga il governo federale a pareggiare i bilanci senza ricorrere a nuovi prestiti e a ridurre il debito nel medio termine. Fu originariamente introdotto per far fronte alla crisi finanziaria globale del 2008 e per mantenere la Germania all’interno delle regole dell’Eurozona. Può essere sospeso solo in situazioni eccezionali, come è avvenuto recentemente durante la pandemia di coronavirus. Ma non erano stati previsti periodi così prolungati di bassa crescita.

Per aggirare le restrizioni, la coalizione ha cercato di riassegnare 60 miliardi di euro non utilizzati per il coronavirus al Fondo per il clima e la trasformazione. Tuttavia nel novembre scorso la Corte costituzionale federale di Karlsruhe ha stabilito che questa riallocazione era incostituzionale e i 60 miliardi sono stati rimossi dal bilancio.

Dopo diversi anni di sospensione la Schuldenbremse tornerà quindi ad avere pieno effetto. Sebbene alcune fazioni della coalizione abbiano parlato di sospenderla nuovamente in determinate circostanze, nel frattempo sono stati imposti tagli drastici e molti appaltatori di lavori pubblici non sono stati pagati. Le misure previste che colpiranno i lavoratori includono l’aumento del prezzo della benzina e del riscaldamento, una tassa sui biglietti dei voli passeggeri e una più severa limitazione dei salari nei servizi finanziati con fondi pubblici, come la rete ferroviaria. Il governo propone inoltre di tagliare ogni anno, dal 2024 al 2027, il sussidio federale al regime di assicurazione pensionistica di 600 milioni di euro.

La misura che finora ha suscitato l’opposizione più accesa è l’abolizione graduale degli sgravi fiscali sul gasolio agricolo. L’aumento dei costi del carburante e dei mangimi importati, dei fertilizzanti ecc. ha messo in pericolo i piccoli agricoltori. In migliaia hanno bloccato i centri urbani con i trattori. Nel frattempo, l’inflazione, anche se ora si sta attenuando, ha ulteriormente eroso la capacità di spesa e il tenore di vita della classe operaia in Germania. L’inflazione sugli alimenti ha raggiunto un massimo del 21,2% nel marzo 2023 e si attesta ancora al 4,6%.

I giovani sono particolarmente colpiti dall’aumento dei prezzi degli affitti. Nel secondo trimestre del 2023, gli affitti degli appartamenti a Berlino erano in media di circa 13,23 euro al metro quadro al mese. Nell’ultimo decennio gli affitti a Berlino sono più che raddoppiati.

Anche se la Schuldenbremse venisse effettivamente sospesa, ciò porterà poco sollievo alla classe operaia: probabilmente ciò avverrà solo per finanziare ulteriormente la guerra in Ucraina, che è già costata allo Stato tedesco oltre 22 miliardi di euro in termini di sussidi e forniture di armi. Il ministro del bilancio della SPD, Dennis Rohde, ha recentemente dichiarato: «Credo che la lotta ucraina per la libertà non debba alla fine fallire a causa di una visione conservatrice delle regole del debito». Il capitalismo tedesco vede infatti enormi opportunità future di sviluppo economico in un’Ucraina sottratta all’influenza russa.

Tuttavia, l’impatto immediato del taglio del gas russo e l’interruzione delle forniture alimentari hanno imposto un costo stimato l’anno scorso dall’Associazione delle Camere di Commercio e Industria tedesche (DIHK) tra i 100 e i 160 miliardi di euro, pari a circa 2.000 euro per abitante.


I lavoratori delle ferrovie guidano la resistenza

In questo nuovo ciclo di austerità i ferrovieri stanno guidando la resistenza alla crescente pressione sui lavoratori affinché facciano di più per meno. Dopo due scioperi di avvertimento di 24 ore a novembre e dicembre, il sindacato dei macchinisti GDL ha indetto una votazione che ha portato a un 97% di voti a favore di uno sciopero a tempo indeterminato. Tuttavia, la dirigenza della GDL si è rifiutata di dare seguito alla volontà dei suoi iscritti. All’inizio di gennaio è stato indetto uno sciopero di tre giorni e un ulteriore sciopero di sei giorni a partire da mercoledì 24 gennaio.

Deutsche Bahn ha offerto un aumento salariale dell’11% in 32 mesi, cioè il 3,7% all’anno, ben al di sotto dell’attuale tasso di inflazione, e quindi una riduzione del potere di acquisto. Tuttavia, lo sciopero non riguarda principalmente la retribuzione, ma le condizioni di lavoro. Gli investimenti insufficienti hanno lasciato la rete ferroviaria tedesca allo sbando e sono i macchinisti a pagarne il prezzo più alto, con lunghi orari di lavoro, cambi di turno con breve preavviso e nessun riconoscimento dello stress mentale e dei danni alla vita familiare che ne derivano. I macchinisti chiedono una riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore con una compensazione salariale completa – una richiesta che si protrae da tempo e sulla quale non si sono registrati progressi.

Il 5 gennaio la Deutsche Bahn (DB), ha fatto un’”offerta” in base alla quale i conducenti sarebbero stati costretti a finanziare da soli la riduzione dell’orario di lavoro – di fatto un taglio del 2,6% dello stipendio per ogni ora di riduzione dell’orario di lavoro. La DB è di proprietà dello Stato e il governo per questa tornata di contrattazioni collettive ha già prefissato il costo per le ferrovie come parte dei suoi tagli selvaggi alla spesa pubblica. L’accordo proposto è stato ovviamente riportato in modo disonesto dai media, provocando ulteriore rabbia tra i macchinisti. Alla fine un accordo è stato raggiunto lo scorso 26 marzo che prevede la riduzione “non obbligatoria” dell’orario di lavoro da 38 a 35 ore. Ne riferiremo più dettagliatamente sul prossimo numero.


Un settore è in piena espansione

Nonostante la crisi economica, il settore è in piena espansione: quello degli armamenti. Nel 2023, la coalizione-semaforo (che include il Partito Verde, un tempo “pacifista”!) ha approvato esportazioni di armi per 12,2 miliardi di euro, con un aumento del 40% rispetto al 2022. Le consegne di armi tedesche all’Ucraina sono quasi raddoppiate nel 2023 e hanno rappresentato la maggior parte delle esportazioni nel secondo anno di guerra, con 4,44 miliardi di euro, secondo i dati diffusi dal Ministero federale dell’Economia.

Altri importanti mercati di esportazione sono la Norvegia (1,2 miliardi di euro), l’Ungheria (1,03 miliardi), il Regno Unito (654,9 milioni), gli Stati Uniti (545,4 milioni) e la Polonia (327,9 milioni). La Germania ha interessi imperialistici anche in Estremo Oriente. Da tempo la Corea del Sud è il maggiore mercato di esportazione per i produttori di armi tedeschi al di fuori della NATO, con 256,4 milioni di euro di vendite nel 2023. A dicembre, Berlino e Seul hanno firmato accordi per migliorare la loro cooperazione in materia di intelligence e militare-industriale.

La Germania ha anche contribuito massicciamente alla guerra di Israele a Gaza, decuplicando il valore delle sue esportazioni a 323,2 milioni di euro. Lo Stato tedesco è uno dei più solidi alleati di Israele e i produttori di armamenti come Rheinmetall ne sono tra i maggiori beneficiari. Il prezzo delle azioni della società è salito di circa il 15% in soli cinque giorni dall’inizio del conflitto a Gaza. Attualmente Rheinmetall sta lavorando con il partner israeliano Elbit Systems a sviluppare un nuovo obice gommato da 155 millimetri e droni da combattimento avanzati. Non si tratta di un traffico a senso unico: nel 2024 la Germania spenderà 25 milioni di euro per la fornitura da Elbit di sistemi missilistici a lancio multiplo all’avanguardia PULS (Precise and Universal Launching System).

In effetti il bilancio militare della Germania è una notevole eccezione ai tagli di spesa, con un aumento di 1,7 miliardi di euro fino alla cifra record di 51,8 miliardi. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha fornito la motivazione per un aumento della quota militare del bilancio, con un fondo di 100 miliardi di euro istituito per modernizzare le forze armate tedesche.

La Germania si è impegnata a rispettare l’obiettivo della NATO di destinare il 2% del PIL alle spese militari o, come la borghesia preferisce chiamarle, alla “difesa”. Fatto è che la borghesia tedesca sta assumendo una posizione più aggressiva sulla scena internazionale.


L’ascesa del nazismo

Le pressioni economiche, unite alla rinascita del militarismo tedesco, hanno determinato un’impennata di consensi per il populismo di estrema destra e per l’AfD in particolare, che, come in altri Paesi, sostiene l’esistenza di una cospirazione tra “l’establishment politico” e gli immigrati contro la popolazione tedesca “autoctona”.

Ha cercato di sfruttare le proteste dei contadini con una retorica che riecheggia la propaganda “Sangue e suolo” con cui i nazisti si rivolgevano alle comunità rurali dopo la catastrofe economica del 1929.

L’AfD fu fondato nel 2013 da economisti e accademici conservatori che si opponevano alla introduzione dell’euro e a una maggiore integrazione politica in Europa. Ma le sue politiche e la sua dirigenza sono cambiate dopo l’arrivo di un milione di rifugiati dal Medio Oriente nel 2015, accolti da Angela Merkel come risposta a una profonda sfida demografica per la Germania: il rapido invecchiamento della popolazione e i bassi tassi di natalità. Oggi, molti capi dell’AfD incolpano di ogni problema sociale ed economico non solo i recenti immigrati, ma anche tutti coloro che non hanno origini tedesche – e si tratta di un quinto della popolazione totale. Prezzi alti? Colpa degli stranieri. Affitti alti? Troppi stranieri. Cattiva assistenza sanitaria? Colpa degli stranieri. ecc.

Tuttavia, l’AfD si è anche affermato come l’unico grande partito politico che si oppone alla guerra in Ucraina. Non che lo faccia per una ragione benevola: vuole che le armi rimangano in patria per essere utilizzate dalle forze armate tedesche piuttosto che esportarle.

Lo slogan dell’estrema destra tedesca è ora passato dal voler fermare o rallentare l’immigrazione a “Re-migrazione”. Nel novembre 2023 rappresentanti di alto livello dell’AfD si sono “discretamente” incontrati a Lehnitzsee, a nord di Potsdam, con altri esponenti di destra e dirigenti di azienda per discutere i piani di espulsione di chi di origine straniera vive in Germania. Vi hanno partecipato anche due membri del Partito Cristiano-Democratico di Centro della Germania (CDU), entrambi facenti parte dell’associazione nel loro partito “Unione dei Valori” (WerteUnion).

Martin Sellner, un esponente austriaco di spicco del “Movimento identitario”, ha presentato piani per esortare o, se necessario, costringere a lasciare il Paese chi non rientra nella definizione “völkisch” (ariana) della società tedesca. Questo includerebbe anche cittadini tedeschi ma che non sono “assimilati”. In una eco della famigerata Conferenza di Wannsee del 1942, ci sono state solo obiezioni sulla “fattibilità” di espulsioni di massa, ma non sono stati sollevati dubbi sull’opportunità di tali piani. Le proposte avanzate includono leggi discriminatorie per sottoporre gli immigrati a “forti pressioni per conformarsi” e per rendere più facile la revoca dei passaporti e della cittadinanza tedesca.

Per altro la democratica Repubblica Federale avrebbe già il potere costituzionale di negare o revocare la cittadinanza a persone che considera indesiderabili o “non assimilate”, o di rendere loro la vita intollerabile in altro modo, come ha fatto con il famigerato Berufsverbot, il divieto di accesso a determinate professioni a chi considera estremista.


L’antifascismo tedesco

La notizia dell’incontro “cospirativo” è stata rivelata per la prima volta il 10 gennaio da Correctiv, un collettivo di media democratici uno dei cui reporter si è infiltrato nell’hotel di Lehnitzsee.

La notizia ha scatenato una serie di manifestazioni, con circa 250.000 persone scese in piazza sabato 20 gennaio a Berlino, Amburgo, Francoforte, Hannover, Stoccarda, Monaco e altre città tedesche. Tuttavia sono state dominate da posizioni moralistiche sulla tolleranza e la diversità, che non hanno alcuna sostanza e poca risonanza per i lavoratori che stanno sopportando il peso degli attacchi del capitale.

L’analisi della “sinistra” antifascista in Germania è, semmai, ancora peggiore. Per loro il problema non è che i partiti tradizionali come la SPD difendono la democrazia capitalista, il sistema politico preferito dalla borghesia, ma che non sono abbastanza democratici. Ad esempio, il partito trotzkista Socialista per l’Uguaglianza scrive che «Quando Scholz e Co. cercano di presentarsi come alternativa “democratica” e oppositori dell’AfD, è pura ipocrisia». Per il Partito della Sinistra (Die Linke) la risposta è «Unità al di sopra delle divisioni di classe, insieme contro la destra», tramite un amalgama di gruppi identitari sui social media senza connotati di classe, del tipo “Nonne contro la destra”.

Per noi comunisti, invece, non c’è resistenza al fascismo senza una lotta contro il sistema capitalista che lo genera. I lavoratori non possono scegliere tra fascismo e democrazia: lungi dall’essere opposti, l’uno scaturisce dall’altra.


Unità nazionale o lotta di classe

Già nel 1924, nel nostro Rapporto sul fascismo, scrivevamo: «Da un punto di vista sociale il fascismo non rappresenta un grande cambiamento; non rappresenta la negazione storica dei vecchi metodi di governo borghesi, ma semplicemente la continuazione completamente logica e dialettica della fase precedente del cosiddetto governo borghese democratico e liberale».

La democrazia ricorrerà a metodi fascisti, e persino metterà i fascisti al potere, a seconda delle esigenze dell’epoca. Viceversa, il fascismo utilizzerà slogan democratici come “la volontà del popolo” e strumenti democratici come i plebisciti.

C’è persino una parola tedesca, emersa per la prima volta durante la Prima guerra mondiale, che esprime perfettamente questo concetto: nella Volksgemeinschaft è radicata l’idea di unire tutto il popolo al di sopra delle divisioni di classe per raggiungere uno scopo nazionale.

L’unico modo per combattere il fascismo e il militarismo è la lotta di classe.

Finché settori chiave della classe operaia come i macchinisti (molti dei quali sono di origine “non ariana”!) saranno pronti e in grado di alzarsi e combattere, sarà impossibile per la borghesia dividere la classe operaia e governarla a piacimento, o perseguire obiettivi imperialisti con mezzi militari. Spetta alla classe operaia combattere non solo il fascismo, ma il capitalismo stesso, in Germania e in tutti i paesi!