I cinici calcoli delle borghesie mondiali e il massacro dei palestinesi
Nei paesi occidentali, quelli cioè legati da un vincolo di alleanza con gli Stati Uniti, la causa palestinese riscuote simpatie fra la popolazione e si registrano partecipate manifestazioni a suo sostegno, in alcuni casi con grandi masse. Ciò a cominciare dagli stessi Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia.
La condizione del popolo palestinese è identificata come un caso esemplare di oppressione e ingiustizia, ragion per cui battersi contro di esse è visto come un modo per combattere ogni ingiustizia e oppressione politica, secondo il motto “la Palestina è il mondo”.
Questa convinzione si alimenta di sentimenti, indignazione, compassione, solidarietà, che scaturiscono dagli orrori di una guerra che, come la generalità dei conflitti nel tardo capitalismo, miete terribili massacri fra la popolazione civile, e che ha un carattere nettamente asimmetrico quanto ai rapporti di forza fra le parti in conflitto.
Si tratta tuttavia di una pericolosa semplificazione.
Il carattere asimmetrico di una guerra non definisce la sua natura. A Gaza, con l’esercito dello Stato borghese d’Israele non si scontrano masse proletarie e diseredati in rivolta ma milizie armate di partiti borghesi, con a capo Hamas, sostenute da potenze imperialiste regionali e mondiali.
I proletari palestinesi sono solo la carne da cannone secondo i cinici calcoli di queste borghesie, fra cui naturalmente quella palestinese.
Il massacro del 7 ottobre perpetrato fra la popolazione civile israeliana, in kibbutz notoriamente di orientamento pacifista, e che ha colpito anche numerosi proletari immigrati, è stato un cinico calcolo. Chi lo ha ideato, organizzato e attuato sapeva che avrebbe determinato il sicuro massacro di migliaia di palestinesi. Si è scelto di metterlo in atto per colpire i piani di Israele e dei suoi alleati, per gli interessi di un altro gruppo di Stati imperialisti, capeggiato dall’Iran.
Gli interessi della classe operaia palestinese, oppressa due volte, sul piano nazionale e su quello di classe, stanno da tutt’altra parte rispetto alla politica di Hamas e dei suoi finanziatori, fiancheggiatori e alleati.
Settant’anni di conflitto israelo-palestinese – generato e aggravato dalle manovre delle potenze borghesi regionali e mondiali – dimostrano che è insolubile nel quadro dell’imperialismo.
Il capitalismo mondiale sta marciando verso quella che è al contempo la sua salvezza e la rovina dell’umanità: il terzo conflitto mondiale. Causa di questo precipizio nell’abisso è la crisi economica di sovrapproduzione. Perciò, quand’anche gli Stati capitalisti giungessero alla soluzione di “due popoli, due Stati” in Palestina, essa sarebbe solo un punto di passaggio verso un livello superiore, più grave, dello scontro già in atto. Cioè con un numero di vittime, principalmente proletarie, ancora superiore, da entrambe le parti del fronte.
Schierarsi al fianco della cosiddetta “resistenza palestinese”, cioè per la costituzione di uno Stato palestinese nel quadro del capitalismo, significa incamminarsi lungo la strada che conduce, non alla sconfitta delle oppressioni e delle ingiustizie sociali e politiche, ma allo schieramento dei proletari nella nuova guerra mondiale che va maturando.
Che le buone intenzioni delle masse che nel mondo si mobilitano in reazione ai massacri a Gaza vengano utilizzate per finalità belliche lo dimostra il fatto che tali mobilitazioni sono dirette da organizzazioni che, al di là della invocazione di un “cessate il fuoco”, si schierano al fianco dei partiti borghesi palestinesi nel conflitto in corso da 70 anni.
In essi non vi è alcuna critica ai partiti nazionalisti palestinesi, né ai regimi imperialisti che li sostengono, né alcun appello rivolto ai lavoratori d’Israele, né alcuna solidarietà che scaturisca dal massacro di proletari israeliani compiuto dalle milizie dei partiti borghesi di Gaza.
La legge etica che sembra scaturire dalla politica di questi movimenti filo-palestinesi è che si tratterebbe di stare al fianco di chi subisce il massacro maggiore, giustificando il massacro minore di civili. Il problema è che non è l’asimmetria del numero delle vittime a spiegare la natura del conflitto. Tale asimmetria è un dato ben suscettibile di cambiare, nello sviluppo di un conflitto che è di natura borghese, che implicherà il coinvolgimento sempre più esteso di altri Stati capitalistici.
Misconoscendo la natura borghese del conflitto israelo-palestinese, nascondendola dietro la asimmetria delle forze i movimenti filo-palestinesi ambiscono ad arruolare sul piano internazionale masse sempre più estese in una guerra che non è sociale, fra le classi, ma fra Stati della stessa classe, quella capitalista.
In quest’opera, ogni distinzione fra oppressi e oppressori, inclusa le vessazioni sulle donne nei regimi islamici, scompare dietro la contrapposizione fra Stati: ciò implica la cessazione della lotta contro lo sfruttamento e il dominio di classe internamente a quei paesi che si suppone sostengano la “causa palestinese”. Si dichiara di volersi battere contro sfruttamento, ingiustizia e oppressione, invece si accantona ogni lotta in tal senso in favore di un conflitto fra Stati capitalisti, giustificato come reazione contro l’oppressione nazionale del popolo palestinese.
In tutta l’area arabo-mediorientale, la questione palestinese – la lotta contro il satana Israele-USA – è agitata per sviare le masse proletarie dalla lotta per i loro obiettivi e contro i rispettivi regimi borghesi. Turchia e Iran sono l’esempio più eclatante di questa strategia della borghesia per coinvolgere i propri proletari nella propaganda di guerra e per soffocarne le aspirazioni di classe.
Nei paesi occidentali centro delle mobilitazioni per un “cessate il fuoco” e a sostegno della “causa palestinese” sono le università. Gli studenti sono lo strato sociale più facile a entrare in movimento, ancor più della stessa piccola borghesia, in quanto sono concentrati negli istituti e per essi interrompere per un periodo le attività di studio non è lo stesso che fermare le attività imprenditoriali. A maggior ragione sono distanti dalla condizione dei lavoratori, in quanto non sono sottoposti al dispotismo aziendale, non hanno un salario cui rinunciare. Tant’è che è senz’altro erroneo parlare di “sciopero” degli studenti.
Queste caratteristiche, unite alla natura interclassista del loro strato sociale e a quella transitoria della loro condizione individuale, proiettata, per la maggior parte di loro, verso una collocazione sociale più elevata di quella del proletariato, fanno di quello studentesco un movimento piccolo-borghese, a cui la borghesia attinge per rinnovare il suo personale politico.
Non avendo una collocazione e una funzione sociale che conferisca loro una forza, com’è invece per la classe lavoratrice, il movimento studentesco si caratterizza tipicamente per impotenza e, di conseguenza, per scompostezza, sonorità, falso radicalismo. I proletari hanno ben maggiori vincoli da rompere per mettersi in movimento, ma, quando finalmente vi riescono, prendono consapevolezza della loro forza sociale e, quindi, politica.
In quanto piccolo-borghese, il movimento studentesco, è destinato a ondeggiare fra borghesia e proletariato, accodandosi al più forte. Più della classe lavoratrice è permeabile all’ideologia borghese, della cultura impartita negli istituti. È perciò fonte prolifica di rinnovamento dei partiti opportunisti, che in esso trovano un ambiente propizio per rimpolpare i loro ranghi, tutti interessati a ripetere pappagallescamente il motto “operai e studenti uniti nella lotta”, che significa operai accodati al movimentismo piccolo-borghese.
Le mobilitazioni in corso nelle università statunitensi naturalmente si richiamano idealmente a quelle negli anni ‘60 e ‘70 contro la guerra in Vietnam. Ma le differenze sono notevoli. Allora lo Stato borghese statunitense era coinvolto direttamente nel conflitto e vi mandava a morire decine di migliaia di giovani, con la coscrizione obbligatoria. All’apice del benessere acquisito durante la ricostruzione mondiale post-bellica e in virtù dell’acquisita posizione dominante nel concerto delle potenze imperialistiche, i giovani americani non volevano andare a morire in una guerra lontanissima dai confini nazionali. Una parte della stessa borghesia nazionale considerava erronea la scelta di impegnarsi in quel conflitto. Le masse in movimento furono assai superiori, dentro e fuori le università.
Oggi la situazione è ben diversa. La società capitalistica ha bruciato da decenni le illusioni di crescente benessere ed è avvolta in un cupo clima regressivo, di assenza di prospettive. La piccola borghesia sempre più si assottiglia e decade. La sua disperazione, tipica frutto della sua impotenza, si manifesta in inconsulti e reazionari movimenti. Il mondo studentesco non fa eccezione e il suo movimento tende ad abbracciare falsi radicalismi, da quelli identitari fino a essere fatalmente attratto da soluzioni fintamente rivoluzionarie, che mistificano e sostituiscono la rivoluzione sociale con la guerra borghese.
Il Partito ai giovani, studenti e operai indica la strada del movimento operaio e comunista. Della rivoluzione sociale contro la guerra fra Stati capitalisti.
La fine della doppia oppressione, nazionale e di classe, dei proletari e dei diseredati palestinesi, come di tutte le altre minoranze nazionali, come i curdi, potrà aversi solo con la rivoluzione comunista internazionale. Le indicazioni politiche che si pongono sul sentiero che conduce a questo obiettivo storico sono opposte a quelle agitate dai movimenti filo-palestinesi: in ogni paese lotta contro la propria borghesia, anche a Gaza e in Cisgiordania, nessuna solidarietà tra le classi in nome della guerra; appello ai proletari d’Israele affinché facciano altrettanto nei confronti del loro Stato borghese, affinché sabotino la guerra e si affratellino ai proletari palestinesi.
PiSdC – Il pacifismo ipocrita dei sindacati negli Stati Uniti
Di fronte al conflitto di Gaza, dal movimento sindacale negli USA – da circa tre anni tornato a esprimere importanti lotte – sono scaturiti diversi appelli contro la guerra. Vogliamo evidenziarne i pregi, i limiti, gli errori e le scivolate opportunistiche, e indicare quale deve essere il corretto indirizzo sindacale comunista contro la guerra imperialista.
L’appello che ha ottenuto maggiore risalto è stato quello redatto per iniziativa del piccolo sindacato United Electrical e di una sezione locale della United Food & Commercial Work International Union (UFCW).
La United Electrical, Radio and Machine Workers of America è un piccolo sindacato ma con una importante storia. Oggi conta solo 35.000 iscritti, una dimensione alla scala dei principali sindacati di base in Italia, perciò molto piccola per gli Stati Uniti. Nacque nel 1936 e fu fra i primi affiliati alla CIO (Congress of Industrial Organizations), la confederazione di sindacati d’industria nata un anno prima, nel 1935, distinguendosi dalla American Federation of Labour, che era l’antica confederazione di sindacati di mestiere, nata nel 1886.
Negli anni ‘40 la United Electrical raggiunse 600.000 iscritti. Nel 1949 uscì dalla CIO, che era ormai divenuta un sindacato di regime al pari della AFL, alla quale si unì nel 1955 formando l’odierna AFL-CIO.
La concorrenza con la potente CIO segnò l’inizio del declino della United Electrical. Un’altra determinante causa fu la crisi del settore manifatturiero degli elettrodomestici, di cui fanno parte la maggior parte degli iscritti a questo sindacato, che dagli anni ‘90 ha visto un vasto processo di delocalizzazione della produzione al di fuori dagli USA, in paesi di nuova industrializzazione in cui è minore il costo del lavoro. Tuttavia la United Electrical ha mantenuto fino ad oggi una certa vitalità e un riconosciuto prestigio nel movimento sindacale nordamericano, con un seguito concentrato soprattutto nella parte orientale del paese. Conflittuale e con una vita sindacale basata sulla partecipazione degli iscritti, la United Electrical ha però una dirigenza opportunista. Ad esempio nel 2019 ha sostenuto il socialdemocratico Bernie Sanders alle primarie del Partito Democratico, in vista delle elezioni presidenziali del 2020.
La United Food & Commercial Work International Union (UFCW) è invece un grande sindacato di regime, con 1.300.000 iscritti, principalmente del settore alimentare, affiliato alla confederazione AFL-CIO. La sezione locale della UFCW che ha redatto e promosso l’appello insieme alla United Electrical è quella della piccola città di Spokane, nello Stato di Washington, al Nord della costa sul Pacifico, confinante con il Canada. La capitale di questo Stato è Seattle, città che vanta una forte tradizione di lotte operaie.
L’appello è stato pubblicato il 20 ottobre, pochi giorni prima dell’ingresso dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, nel pieno dei bombardamenti a tappeto preparatori dell’operazione di terra. È stato sottoscritto da oltre 200 sezioni sindacali locali e da 5 organizzazioni sindacali nazionali:
– il 24 ottobre ha aderito la International Union of Painters and Allied Trades (IUPAT), il sindacato di imbianchini, verniciatori e mestieri affini (100.000 iscritti);
– poi la National Nurses United (NNU), il sindacato di mestiere degli infermieri (225.000 iscritti);
– quindi la American Postal Workers Union (APWU), il sindacato dei lavoratori della compagnia statale USPS (200.000 iscritti);
– il 1° dicembre ha aderito la United Auto Workers (UAW), il sindacato dell’industria automobilistica (390.000 iscritti);
– il 28 dicembre, infine, la Association of Flight Attendants-CWA (AFA-CWA), il sindacato di mestiere degli assistenti di volo (50 mila iscritti).
Questi 5 sindacati, per un totale di quasi 1 milione di iscritti, aderiscono alla AFL-CIO, che conta 55 federazioni sindacali per circa 12 milioni di iscritti. Quindi hanno aderito all’appello grosso modo 1/10 dei sindacati aderenti alla AFL-CIO, corrispondenti a 1/10 degli iscritti. Una consistente minoranza del movimento sindacale, anche considerata la temperatura, ancora bassa, dello scontro fra le classi.
L’elemento positivo dell’appello è che esso non prende parte nella guerra in corso: esprime solidarietà sia ai lavoratori israeliani sia ai palestinesi e condanna tanto l’azione militare dello Stato israeliano quanto l’incursione del 7 ottobre di Hamas. «Noi, membri del movimento sindacale americano, piangiamo la perdita di vite umane in Israele e in Palestina. Esprimiamo la nostra solidarietà a tutti i lavoratori e il nostro comune desiderio di pace in Palestina e Israele… Condanniamo qualsiasi crimine di odio contro i musulmani, gli ebrei o chiunque altro… Gli iscritti al sindacato hanno provenienze diverse, tra cui ebrei, musulmani e comunità mediorientali. L’ondata di guerre e le vendite di armi a cui assistiamo non fanno gli interessi dei lavoratori in nessun luogo… I lavoratori di tutto il mondo vogliono e meritano di vivere liberi dagli effetti della violenza, della guerra e della militarizzazione».
L’appello resta tuttavia in ambito pacifista, illudendo così i lavoratori che la pace possa essere ottenuta appellandosi ai governi, affinché cessino le operazioni militari, e non attraverso una lotta sociale, della classe operaia, che imponga questo obiettivo con la forza, nella consapevolezza che a confrontarsi non sono idee diverse e nemmeno “il bene contro il male”, ma giganteschi interessi materiali in conflitto: da un lato quelli del Capitale dall’altro quelli dei proletari. Quindi l’obiettivo di fermare le guerre imperialiste potrà essere raggiunto in modo compiuto e definitivo solo se la lotta di classe trascresce in una rivoluzione che abbatta il potere politico della classe dominante in tutti gli Stati, a cominciare dal proprio.
L’appello perciò si riduce a chiedere al regime borghese una politica di pace: «Chiediamo al Presidente Joe Biden e al Congresso di spingere per un immediato cessate il fuoco e la fine dell’assedio di Gaza… Nel lanciare questo appello i sindacati statunitensi si uniscono agli sforzi di 13 membri del Congresso e di altri che chiedono un cessate il fuoco immediato».
Questa condotta implica una enorme mistificazione. La politica militarista nel capitalismo non è una libera scelta dei governi ma è per essi un obbligo, una necessità vitale. Ad essa tutti gli Stati borghesi, siano essi democratici o autoritari, di destra o di sinistra (per quanto poco possano contare queste distinzioni), si devono adeguare. Il capitalismo genera e ha bisogno della guerra quale sua unica via di scampo dall’abisso della crisi economica mondiale e, di conseguenza, dalla rivoluzione delle sempre più immiserite e affamate masse proletarie.
Da un lato l’avanzante crisi economica di sovrapproduzione porta la competizione capitalistica, fra imprese e Stati, al parossismo, rendendo sempre più frequente il passaggio da scontro commerciale a militare. Ogni Stato borghese è minacciato dagli altri. Dall’altro tutti gli Stati borghesi sono minacciati e aggrediti, insieme e senza distinzioni, dalla crisi economica che deteriora le condizioni di vita del proletariato creando le condizioni materiali favorevoli alla rivoluzione sociale. La guerra perciò rappresenta la soluzione a un tempo economica e sociale alla crisi del capitalismo.
L’appello della United Electrical si inquadra nel fatto che la dirigenza della UAW sostiene il presidente Biden alle prossime elezioni presidenziali, sia con l’indicazione di voto ai propri iscritti sia con ingenti risorse finanziarie. Si tratta cioè di un appello a un partito politico borghese, spacciato per “amico” di chi lavora, da parte della dirigenza della UAW.
Posto in questi termini l’appello alla solidarietà e all’unità dei lavoratori al di sopra d’ogni divisione nazionale e religiosa perde di vigore, essendo privato di una indicazione pratica di lotta: una enunciazione astratta che non si pone l’obiettivo di combattere le forze borghesi fautrici del militarismo e della guerra, bensì cerca il dialogo, si appella e addirittura si genuflette di fronte ad esse.
Vi è poi stata tutta una serie di appelli contro la guerra a Gaza, per un “cessate il fuoco”, di minor diffusione, che hanno visto rovesciare queste caratteristiche. Essi cioè hanno avuto il pregio di fornire indicazioni pratiche di lotta su come combattere contro il militarismo dell’imperialismo USA, ma ritenendo responsabile del conflitto il solo binomio Israele-USA ed evitando ogni attacco allo schieramento borghese contrapposto costituito da Hamas e dalle potenze, ugualmente borghesi, che lo sostengono e alla loro altrettanto cinica politica guerrafondaia e assassina, finiscono per schierare i lavoratori su uno dei fronti del conflitto, portando con ciò alimento ideale alla guerra imperialista, invece che al suo sabotaggio.
Ad esempio, leggiamo dall’appello del 28 febbraio della sezione di Portland (la n° 48) della International Brotherhood of Electrical Workers (IBEW, con circa 820.000 iscritti, affiliata alla AFL-CIO): «Premesso che… la lotta dei lavoratori non ha confini… considerato che l’opposizione della classe operaia a questa guerra di Stati Uniti e Israele va di pari passo con il motto sindacale “Un danno a uno è un danno a tutti” e con l’appello “Arabi, ebrei, bianchi e neri, lavoratori di tutto il mondo unitevi”… la sezione n. 48 della IBEW appoggia l’appello dei sindacati palestinesi affinché i lavoratori di tutto il mondo fermino la spedizione di armi per la guerra di Stati Uniti e Israele; salutiamo i lavoratori dei trasporti portuali di Barcellona, Belgio, Italia e altri paesi che hanno dichiarato di rifiutarsi di gestire le spedizioni di armi per questa guerra; sosteniamo e incoraggiamo le azioni di questi lavoratori negli Stati Uniti per fermare le spedizioni di armi… opponendosi a quella che è a tutti gli effetti l’ennesima guerra degli Stati Uniti, questa volta contro il popolo di Gaza» [corsivi nostri].
Il giusto richiamo all’unità internazionale dei proletari e l’indirizzo di lotta per opporsi sul terreno pratico alla guerra imperialista vengono vanificati dalla mistificazione del carattere della guerra in corso a Gaza, descritta come imperialista e borghese da un lato solo.
L’unica attenuante è che questa presa di posizione va contro il proprio regime borghese, quello di Washington, che ha in Israele il suo alleato non unico ma fondamentale nell’area mediorientale.
L’indicazione pratica del sabotaggio, attraverso scioperi, blocco del trasporto di materiale bellico, ecc., è, per altro, insufficiente se queste azioni vengono intese di per sé come risolutive. Esse vanno considerate passaggi intermedi per approdare infine a una mobilitazione generale della classe lavoratrice contro il militarismo del proprio Stato capitalista.
Inoltre ogni potenza imperialista si è spesso trovata ad armare contemporaneamente Stati in guerra fra loro. Ad esempio il Qatar che ospita oggi sia la più grande base Usa in Medio Oriente sia il vertice politico di Hamas.
Se “la lotta dei lavoratori non ha confini” e se “un danno a uno è un danno a tutti” – in quanto gli interessi della classe lavoratrice sono unici sul piano internazionale e unica e coerente dev’essere la sua azione di lotta se vuole essere vittoriosa – non è accettabile limitarsi a un indirizzo di azione contro la guerra imperialista sul solo piano nazionale, disinteressandosi dei suoi riflessi sui lavoratori degli altri paesi. Se è giusto l’indirizzo pratico di lotta negli Stati Uniti, ma è mistificata la definizione della natura della guerra di oggi a Gaza, sul piano internazionale il risultato è spingere i lavoratori verso il sostegno al fronte borghese che spalleggia Hamas.
Per un paese come l’Italia, la cui borghesia per determinazioni materiali gioca sempre su più tavoli e, fin dai tempi di Mussolini, coltiva una relazione con le classi dominanti arabo-palestinesi, nel quadro della sua politica imperialista nell’area mediterranea, una impostazione quale quella di quest’ultimo appello significa portare la classe operaia ad appoggiare una delle opzioni di politica estera della classe dominante, invece che battersi per i propri interessi di classe.
Un indirizzo pratico per porsi in maniera conseguente sul terreno dell’unità internazionale del proletariato, e non su quello della guerra borghese distruttrice di tale unità, dovrebbe:
– denunciare la guerra come borghese e imperialista su entrambi i fronti;
– esprimere solidarietà ai proletari di entrambi i paesi, quindi anche ai lavoratori d’Israele appellandosi alla fratellanza proletaria;
– denunciare entrambi i regimi borghesi che portano al massacro fratricida i lavoratori;
– dare ai proletari di tutti i paesi e di tutti gli schieramenti imperialisti il medesimo indirizzo pratico di lotta contro il militarismo e la guerra.
In assenza di questi elementi, che soli rendono l’indirizzo sindacale davvero internazionalista, il risultato è quello di accodare il proletariato alla politica bellicista della borghesia internazionale.
Noi comunisti avvertiamo comunque la necessità di indicare ai lavoratori le insidie di ogni proclama e appello pacifista proveniente da sindacati che sono infeudati allo Stato capitalista statunitense.
Tali proclami possono contribuire ad accodare le masse proletarie con la politica estera del governo federale. Il Congresso Usa con un voto bipartisan ha votato il finanziamento al riarmo di Israele, Ucraina e Taiwan per 95 miliardi di dollari. Allo stesso tempo Biden, che pure ha fortemente voluto e ha firmato il pacchetto di aiuti militari, simula un atteggiamento da paciere non interventista e pronto alla trattativa sia in Medio Oriente sia in Ucraina. Un posizionamento “isolazionista” è stato un espediente tattico cui gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a ridosso di entrambi i conflitti mondiali. In tal modo il governo Usa riuscì a imporre il tema propagandistico della grande potenza il cui peso politico la costringe a combattere per il bene dell’umanità, della democrazia e della prosperità planetaria.
Dobbiamo ricordare come in passato i sindacati sono stati utilizzati dagli Stati capitalisti per orientare le masse e inquadrarle ideologicamente in vista dell’intervento in guerra. Spesso la collaborazione dei sindacati coi governi ha avuto la funzione di gestire la crisi sociale in prossimità di una guerra.
Fu significativa in questo senso la politica di subordinazione dei sindacati americani allo Stato perseguita dal presidente Woodrow Wilson durante la prima guerra mondiale. Si trattava allora per la borghesia di fare fronte a problemi come la crescente inflazione e la carenza di manodopera mediante la concessione di moderati aumenti salariali. Wilson venne rieletto alla Casa Bianca nel 1916 grazie a una campagna elettorale ispirata al neutralismo. Poi, a guerra finita, lo stesso Wilson fu il promotore della Lega delle Nazioni che avrebbe dovuto impedire nuove guerre. Nel frattempo gli Stati Uniti erano intervenuti nelle battute finali delle prima guerra mondiale per sedersi al tavolo dei vincitori. La via dell’interventismo bellico passa anche attraverso la collaborazione dei sindacati, mentre i proclami pacifisti si trasformano rapidamente in richiamo alle armi.
Perché anche negli USA non chiediamo la nazionalizzazione delle ferrovie
Il 5 ottobre 2022, il sindacato Railroad Workers United (RWU) ha adottato una risoluzione che chiede la proprietà pubblica delle infrastrutture ferroviarie. Nel frattempo, anche la United Electrical, Radio and Machine Workers of America (UE) ha lanciato un chiaro appello alla proprietà pubblica delle ferrovie.
Il giudizio dei comunisti sulle nazionalizzazioni è sempre chiaro e coerente. Già Marx ed Engels scrissero molto per contestare il mito del socialismo di Stato di Lassalle, contro il quale siamo a batterci ancora oggi. È infatti possibile scorgere dei temi ricorrenti nelle varie deviazioni ideologiche che impediscono al proletariato di riconoscere i suoi obiettivi storici.
Tale posizione è ben illustrata nell’Anti-Dühring di Engels, del 1878, che abbiamo citato anche in “Programma Comunista” del 1962 n.13: «Ma né la trasformazione in società anonime, né la trasformazione in proprietà statale, sopprime il carattere di capitale delle forme produttive. Nelle società anonime questo carattere è evidente. E a sua volta lo Stato moderno è l’organizzazione che la società capitalistica si dà per mantenere il modo di produzione capitalistico di fronte agli attacchi sia degli operai che dei singoli capitalisti» (Terza sezione, Socialismo, Elementi teorici).
Consideriamo come si è svolta questa trasformazione nelle ferrovie degli Stati Uniti.
Come si legge nella dichiarazione della RWU, il governo statunitense nazionalizzò di fatto le infrastrutture ferroviarie private degli Stati Uniti per 26 mesi durante la prima guerra mondiale, a causa dell’incapacità di movimentare efficacemente le merci all’interno del Paese.
Il nostro Bucharin in quel periodo si trovava a New York, il che gli permise di comprendere meglio le circostanze. Il 16 febbraio 1917 scrisse: «Più forte è la posizione del capitale americano, più forti sono i suoi appetiti. Per soddisfare questi appetiti sono indispensabili forti strumenti di battaglia: esercito, flotta aerea e marina, fortificazioni militari. È così iniziato il periodo dei cosiddetti preparativi. Con un frastuono infernale, al rullo dei tamburi e al canto di inni patriottici hanno messo in moto, a tutto gas, una pompa che succhia denaro al popolo per il militarismo […] La vita economica si conforma a quella di una caserma. Sono elaborati piani per trasferire allo Stato le ferrovie, il telefono e il telegrafo. Inoltre viene creata una serie di istituzioni per elaborare piani per trasferire o subordinare allo Stato importanti settori della finanza e della produzione. È già stata creata un’organizzazione centrale che si occuperà delle materie prime (di cui si occuperà il banchiere), della manodopera (sarà assegnata a Gompers?), della cura e della riparazione della carne da cannone, ecc. ecc. […] Naturalmente, nel frattempo, non dimenticano i “compagni di lavoro”. Un attacco contro il diritto di sciopero viene sferrato su tutto il fronte. Il governo federale si scaglia contro i lavoratori delle ferrovie. In tutta una serie di parlamenti federali sono introdotte, una dopo l’altra, proposte di legge contro il diritto dei lavoratori a difendere i propri interessi con lo sciopero».
In effetti, gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania il 6 aprile 1917, mandando a morte 116.700 proletari in nome dell’imperialismo. Questo la RWU non crede di doverlo ricordare. Mentre fornisce un resoconto nostalgico della nazionalizzazione delle ferrovie da parte di Wilson, si scorda che si trattava di una guerra per l’imperialismo.
Sulla rivista “Comunismo” n.80 è stata pubblicata la parte XVIII del nostro testo “Il movimento operaio negli Stati Uniti d’America”. Il testo spiega bene questi sentimenti nostalgici. «Nell’estate del 1917 emerse un nuovo approccio alla cooperazione tra sindacati e governo. Questa iniziativa, che era in diretta opposizione alle organizzazioni socialiste e di estrema sinistra, si basava su una serie di accordi che regolavano le condizioni di lavoro e la presenza stessa dei sindacati all’interno delle industrie che operavano con contratti governativi. Il governo si trovò di fronte a una sfida importante. I sindacati chiedevano che le loro condizioni salariali e normative, così come il “closed shop”, fossero rispettate in tutti i contratti. Questo nonostante l’enorme richiesta di manodopera e l’urgenza della produzione. Il governo si trovò ad affrontare tre problemi principali: la crescente combattività dei lavoratori, l’insistenza dei sindacati sul “closed shop” e la riluttanza dei datori di lavoro ad accettare aumenti salariali. Dopo tutto, i profitti delle industrie belliche erano garantiti dallo Stato. In questo contesto, era responsabilità del governo compensare qualsiasi costo aggiuntivo derivante dagli aumenti salariali».
I ferrovieri americani furono ingannati dai loro capi sindacali corrotti, i quali facero credere loro che avrebbero tratto benefici dalla proprietà statale. In realtà tutte le sovvenzioni ricevute erano il prezzo calcolato che la borghesia americana era disposta a pagare per mantenere indisturbati i suoi piani di guerra imperialista.
L’AFL e i meschini partiti opportunisti americani dimostrarono un entusiasmo simile quando Roosevelt illustrò le sue riforme, che consistevano essenzialmente nello sviluppo del National Recovery Act (NRA) e nella svalutazione della moneta. Un gruppo di nostri compagni di New York capì cosa stava succedendo: «Il fallimento della Conferenza di Londra, dove l’imperialismo statunitense era intervenuto con la prospettiva di rubare ai suoi contendenti, ha rivelato concessioni sul piano di espansione industriale-finanziaria. Queste concessioni sono state fatte attraverso l’uso di tutte le pressioni, dall’intrigo diplomatico alla minaccia aperta e diretta. Questo, a sua volta, determinò in una certa misura il nuovo orientamento espresso dalla NRA, un’agenzia parallela dello Stato capitalista per uno sfruttamento più razionale delle masse lavoratrici. Questo piano fu stabilito sulla base dei rapporti di forza esistenti sul piano mondiale delle forze conflittuali e antagoniste dei diversi imperialismi. Questi rapporti di forza si sono manifestati attraverso crisi senza precedenti, fallimenti industriali, finanziari e commerciali. È quindi inevitabile che questo piano poggi sulla prospettiva di una nuova conflagrazione per la conquista di nuovi mercati» (“Prometeo”, n.94 del 15 ottobre 1933).
Il presidente Roosevelt affrontò di petto questa sfida epocale, facendo propria la lezione di Wilson sulla necessità di “cooperare”. Incoraggiò ogni industria a formare una federazione e a sottoporre all’approvazione del presidente un “codice di concorrenza leale”. «Questo codice avrebbe vincolato ogni datore di lavoro a non licenziare nessuno, a concedere un salario minimo e un massimo di 40 ore settimanali, e a riconoscere il diritto dei lavoratori di organizzarsi per stipulare contratti di lavoro. Il presidente aveva la possibilità di modificare ogni codice prima di approvarlo. Una volta approvato, ogni codice acquisiva forza di legge […] Tutti o la maggior parte dei datori di lavoro avevano firmato, ma violavano sfacciatamente il codice “nello spirito e nella lettera”. Il governo non aveva né la capacità né la volontà di prendere provvedimenti seri contro i trasgressori […] Nonostante la pressione delle masse e la diffusione spontanea degli scioperi, i “piecards” [operai specializzati] dell’AFL erano stati i più accesi sostenitori della manovra presidenziale» (“Prometeo”, n.101 del 25 marzo 1934).
Questo ha fatto tramontare il movimento operaio negli Stati Uniti. «È chiaro che la nuova politica economica di Roosevelt era stata concepita per fornire una soluzione temporanea fino allo scoppio del conflitto mondiale» (“Prometeo”, n.105, 17 giugno 1934).
Infatti fu durante la Seconda guerra mondiale che Roosevelt, insieme al Comandante in capo dell’esercito e della marina, decise di nazionalizzare nuovamente le ferrovie. L’ordine esecutivo 9412 del 27 dicembre 1943 chiarisce le vere ragioni: «Il funzionamento continuo di alcuni sistemi di trasporto è minacciato da scioperi indetti a partire dal 30 dicembre 1943». A quanto pare i lavoratori delle ferrovie scioperavano a causa di una disputa salariale. La lezione del presidente Wilson venne applicata: sarà lo Stato a «impegnarsi in attività concertate ai fini della contrattazione collettiva o per il mutuo aiuto e la protezione». La buona volontà del presidente Roosevelt fu tale da «riconoscere il diritto dei lavoratori di continuare a far parte dell’organizzazione sindacale, di contrattare collettivamente attraverso i loro rappresentanti di loro scelta con i rappresentanti delle compagnie». Naturalmente, lo Stato avrebbe pagato il prezzo «a condizione che tali attività concertative non interferissero con l’attività dei vettori». In questo modo, i lavoratori delle ferrovie furono accontentati, poiché la loro richiesta durante la Seconda guerra imperialista era di natura economica. I lavoratori non beneficiarono della nazionalizzazione, ma piuttosto della ragion di Stato.
Dopo la guerra siamo stati altrettanto chiari: «L’analisi marxista della società e del sistema di produzione borghese è incompleta senza riconoscere che l’intervento e il controllo dello Stato nell’economia non è una deviazione dalle leggi fondamentali dell’economia capitalista. È infatti il risultato naturale e inevitabile di tutto il suo sviluppo storico. Questo intervento può arrivare fino all’eliminazione della forma giuridica della proprietà privata individuale dei mezzi di produzione. Non eliminerà il fatto fondamentale del sistema di produzione capitalista: lo sfruttamento del lavoro umano attraverso l’appropriazione del plusvalore. L’economia capitalista nel periodo successivo alla Prima Guerra Mondiale si è orientata verso forme generalizzate di intervento e controllo statale. L’esperimento totalitario nazifascista ha svolto la funzione di permettere e favorire l’accumulazione capitalistica e di controbilanciare le forze determinanti della tendenza al ribasso del tasso di profitto, una fase caratterizzata dal susseguirsi di violente crisi economiche e quindi dalla ricorrente minaccia di crisi sociali altrettanto violente. L’esperimento americano del New Deal ebbe un effetto simile […]
«È chiaro che nella fase monopolistica, centralizzatrice e totalitaria del capitalismo, la politica statale delle nazionalizzazioni è l’ultima arma utilizzata per difendere il profitto e sfruttare i lavoratori nel modo più brutale […]
«La nazionalizzazione non sopprime il mercato o lo sfruttamento del lavoro. Si limita a regolare l’economia secondo le forze del mercato. Alle industrie nazionalizzate viene garantito il monopolio all’interno dei propri confini, ma questo non influisce sul mercato nel suo complesso. Inoltre, la nazionalizzazione non impedisce la realizzazione e l’appropriazione del plusvalore. Anzi, spesso contribuisce a salvare le unità economiche in deficit. La nazionalizzazione garantisce in ogni caso il profitto capitalistico. A livello di relazioni inter-imperialiste, le nazionalizzazioni sono l’espressione più evidente e scoperta della tensione di tutte le forze economiche nazionali. […] Infine, nel gioco delle lotte di classe, le nazionalizzazioni rappresentano il metodo più raffinato per immobilizzare le energie attive del proletariato e irreggimentare i suoi compagni» (“Prometeo”, Serie I n.4, dicembre 1946).
Le rivendicazioni degli opportunisti dei partiti di massa sulle “nazionalizzazioni” sono state una battaglia costante sulla nostra stampa. Questi cosiddetti “comunisti” hanno fatto credere che l’Europa stesse così marciando verso il socialismo. Eppure, questo opportunismo è sopravvissuto alla caduta dei grandi partiti opportunisti. L’appello alla nazionalizzazione è stato un argomento ricorrente, soprattutto quando il modo di produzione capitalista inizia ad affrontare le sfide, sollevando preoccupazioni sul potenziale di instabilità economica e di conflitto.
A questa parola d’ordine social-imperialista si contrapporrà la tattica sindacale del Partito su obiettivi realmente di classe. L’obiettivo è portare i lavoratori americani, come in tutto il mondo, sul terreno delle rivendicazioni generali, e quindi politiche.
Ci auguriamo che la riaffermazione della direzione di classe e comunista permetta al proletariato americano di ritrovare coraggio, senso di sicurezza, orgoglio e spirito di indipendenza, di cui ha bisogno più del pane.