Partito Comunista Internazionale

The International Communist 3

Siria: la caduta del regime di Damasco segna un salto qualitativo della contesa imperialista mondiale sul Medio Oriente

La crisi degli equilibri politici globali e l’andamento sempre più mutevole dei rapporti di forza fra le potenze imperialistiche sono gli elementi che emergono con sempre maggiore insistenza con gli ultimi sviluppi sul terreno militare dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Dopo una lunga fase in cui le guerre in corso avevano evidenziato la tendenza a protrarsi nel tempo senza lasciare intravedere svolte decisive, negli ultimi due mesi almeno in Medio Oriente, si sono succeduti eventi che hanno inciso in maniera significativa nel far pendere le sorti della guerra a favore di una parte dei contendenti, creando una situazione in cui appare sempre più difficile ristabilire un assetto di relativo equilibrio delle forze. 

Fino a poco tempo fa, la sostanziale stagnazione dei conflitti e la difficoltà di ciascuno dei contendenti in lotta di affermarsi in maniera decisa e rapida era stato il segno della distanza che ci separava dalla conflagrazione della guerra generale che con la persistenza del regime mondiale del capitale, a noi marxisti appare inevitabile. Ma negli ultimi tempi l’estensione a macchia d’olio del conflitto mediorientale e il coinvolgimento di nuovi attori, ha dato luogo a una sequenza di eventi bellici a partire dai significativi successi militari di Israele in Libano, che hanno cambiato non poco il quadro generale, anche se resta ancora indefinita la possibilità di tradurre in risultati politici stabili i cospicui risultati ottenuti sul campo di battaglia. 

Nello spazio di poche settimane si è assistito a una repentina recrudescenza della guerra fra Israele e Hezbollah che si è conclusa con un traballante cessate il fuoco, tutto a vantaggio della parte israeliana, col quale si è ratificato il notevole ridimensionamento del potenziale militare della principale organizzazione politica e militare degli sciiti libanesi. 

Le conseguenze di questa fase della guerra e della sua pausa parziale, interrotta soprattutto dai frequenti raid aerei israeliani, hanno posto le basi di un nuovo ciclo della mai sopita del tutto guerra siriana, come conseguenza indiretta del notevole indebolimento degli alleati libanesi del regime di Damasco. 

Il regime degli Assad, ha concluso la propria parabola ingloriosa dopo 54 anni dalla sua nascita avvenuta in coincidenza con quel “moto di rettifica” attraverso il quale il preteso “progressismo” panarabo aiutò la monarchia giordana a sopravvivere al tentativo dei fedayin palestinesi di rovesciarla. L’appoggio di Hafiz al-Assad, a re Hussein, il monarca hashemita di Amman impegnato nel massacro dei profughi palestinesi, fu la benedizione delle decrepite borghesie al partito Ba’ath e la consacrazione sul trono di sangue di una repubblica monarchica e dinastica.

Non è sempre facile risalire al complesso groviglio di nessi di causa che hanno determinato la fulminea avanzata delle forze jihadiste che sono riuscite in soli 11 giorni, e quasi senza combattere, a sottrarre al controllo del governo siriano prima la seconda città del Paese e poi a procedere lungo la strada che la collega alla capitale Damasco fino al rovesciamento del regime e all’instaurazione dell’elemento jihadista alla guida dello Stato. Così nel giro di pochi giorni si è assistito a quello che in un conflitto che in Siria durava da 13 anni, ancora non si era visto.

Se questo è accaduto è perché una guerra lampo, o almeno la sua parodia come frutto della perdita del controllo della situazione sociale da parte delle potenze realmente dotate di una cospicua forza militare, ha determinato una rottura inattesa che ha dato vita a un quadro nuovo e per certi versi surreale.

Per i ribelli salafiti di Ha’yat Tahrir al-Sham (HTS) e i suoi satelliti jihadisti, una volta conquista Aleppo, impossessandosi anche di Hama, la quarta città per importanza del Paese e poi di Homs, la terza città, è stata tutta una marcia trionfale.  

Ora i nuovi padroni della Siria, per quanto sulla lista delle organizzazioni terroristiche per gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Regno Unito e il Canada, sono una forza con cui tutte le potenze implicate nel grande gioco della guerra permanente in Medio Oriente non potranno non trattare e addirittura riconoscere ufficialmente. 

D’altronde questo epilogo della guerra interna di Siria, giunge al culmine di una fase incominciata a fine settembre, che al di fuori dei confini del Paese direttamente coinvolto, vede un sostanziale rafforzamento delle rispettive posizioni internazionali di Israele, degli Stati Uniti e della Turchia.

Il prologo libanese della disfatta sci’ita

Fino all’estate scorsa la partita si era svolta essenzialmente attorno allo scontro diretto fra Israele e Hamas sul territorio di Gaza, con il conseguente massacro su vasta scala della popolazione civile palestinese, mentre gli scambi di missili e raid aerei fra Hezbollah e le forze armate israeliane a ridosso del confine libanese, si erano mantenuti nel quadro di un conflitto a bassa intensità.

Certo non si poteva sottovalutare il fatto che le salve di missili di Hezbollah sulla Galilea impedivano a decine di migliaia di israeliani di tornare alle loro case a oltre un anno dall’inizio della guerra di Gaza.

Non erano prive di conseguenze per il commercio mondiale le azioni militari compiute dagli Houthi yemeniti per disturbare la rotta marittima del Mar Rosso, imponendo un riassetto dei traffici commerciali, una riduzione drastica del numero delle navi in transito per lo stretto di Suez e la rivalutazione della circumnavigazione dell’Africa per evitare le insidie che incombono sullo stretto di Bab el- Mandeb che dà accesso al Mar Rosso.

Nello stesso tempo non erano mai venute meno le continue incursioni dell’aviazione israeliana in territorio siriano, allo scopo di fiaccare la presenza di Hezbollah e delle milizie filoiraniane, sostegno indispensabile del morente governo di Damasco. Così i reciproci attacchi missilistici fra Israele e Iran, per quanto spettacolari, non sembravano avere avuto ripercussioni sostanziali sui rapporti di forza fra le due potenze regionali. 

A cambiare le carte in tavola in maniera sostanziale è stato l’attacco compiuto il 18 settembre per opera dell’intelligence israeliana che è riuscita a fare esplodere i dispositivi cercapersone in dotazione ai miliziani di Hezbollah e il giorno dopo con un’analoga operazione in cui sono state fatte esplodere le ricetrasmittenti che assicuravano le comunicazioni interne all’organizzazione sciita libanese. 

Si trattava di una mossa di estrema efficacia, preparata con cura in un lungo arco di tempo, che preludeva a un attacco in grande stile contro la presenza di Hezbollah in Libano e con bombardamenti su larga scala in tutte le regioni del Paese dei Cedri. Questa nuova fase della guerra sul fronte libanese ha portato a un forte ridimensionamento della forza militare di Hezbollah, alla decapitazione ripetuta del suo vertice con la soppressione di nuovi capi politici e militari appena succeduti a quelli eliminati in una sequenza di attacchi tanto spietati e puntuali, quanto poco preoccupati di evitare “effetti collaterali” e stragi di civili.

La guerra in Libano è stata messa in sordina dai media di parecchi Paesi perché è stata una catastrofe dagli alti costi umani in cui la parte in causa più forte militarmente era un alleato di ferro degli Stati Uniti e della Nato. Così in Europa la cosiddetta “opinione pubblica” non ha avuto modo di rendersi conto che nel Paese dei Cedri sono morte circa 4.000 persone a causa dei bombardamenti e dei combattimenti sul terreno fra forze armate israeliane e i miliziani sciiti, mentre i civili libanesi sfollati dalle loro aree di residenza sono stati circa un milione e 400mila. Di questi ultimi soltanto una parte è tornata finora alle proprie case.

Anche Israele ha pagato il suo tributo di sangue con alcune decine di civili uccisi dai missili lanciati da Hezbollah sulla Galilea e in altre regioni del Paese, mentre ha perso parecchie decine di soldati nei combattimenti a distanza ravvicinata in terra libanese.  Ma anche se le cifre ufficiali delle perdite israeliane fossero truccate e dunque inferiori a quelle reali, resta difficilmente contestabile il fatto che le forze armate israeliane abbiano mietuto notevoli successi con un costo umano relativamente basso in rapporto alla virulenza dello scontro militare.

A certificare questo bilancio è anche l’accordo di cessate il fuoco del 26 novembre che ha costretto i miliziani di Hezbollah ad abbandonare le zone contigue al confine con Israele e a ritirarsi a nord del fiume Litani. L’accordo è stato firmato da Israele e ufficialmente dallo Stato libanese, ma in realtà è vincolante soprattutto per Hezbollah.

 Inoltre la tregua è stata violata parecchie volte dalle forze israeliane e soltanto in maniera simbolica da Hezbollah: un ulteriore segno del fatto che Israele si trova in una situazione di netto vantaggio tanto da permettersi di annunciare che non esiterà a colpire con durezza anche i soldati dell’esercito libanese se quest’ultimo dovesse mostrare una qualche complicità con le milizie sciite. 

Intanto a Gaza la guerra non è mai finita e non passa giorno in cui le forze israeliane non infliggano altre decine di vittime civili agli oltre 44mila morti dall’ottobre del 2023. Anche in Cisgiordania le forze israeliane nello stesso periodo hanno ucciso circa 800 palestinesi. Tutti segnali che il governo israeliano, qualsiasi siano gli obiettivi che si propone realisticamente, agita lo spettro di una pulizia etnica dei territori palestinesi e la promessa di nuovi atroci massacri di civili, come potenti armi della propaganda di guerra per fiaccare e debellare i propri nemici e indurre i palestinesi ad emigrare altrove. 

Eppure uno sbocco verso nuovi assetti politici relativamente stabili sui teatri di guerra di Gaza e Cisgiordania resta ancora lontano e non sembra probabile che una svolta a breve termine possa intervenire a fermare del tutto le ostilità. 

La debolezza complessiva della Russia

La nuova fase del grande conflitto mediorientale, dopo quella conclusasi con il cessate il fuoco in Libano, si è concentrata dunque sul teatro siriano, dove l’assembrarsi degli interessi e della forza militare di grandi potenze globali come Usa e Russia e regionali come Iran e Turchia, ha giocato un ruolo di primo piano. 

Il precario equilibrio nei rapporti di forza militari e politici in terra di Siria ha subito un duro colpo in seguito alla sconfitta militare subita da Hezbollah in Libano e all’indebolimento dell’asse sciita anche a seguito dai numerosi attacchi aerei portati a segno dall’aviazione israeliana contro le milizie sciite filoiraniane presenti in Siria in un arco storico addirittura decennale.

Quest’ultimo aspetto che va avanti da parecchi anni, ha avuto un ruolo importante nell’indebolire l’influenza iraniana nella regione e nel fiaccarne la forza militare. Il lento logoramento dell’asse sciita in territorio siriano, negli ultimi anni aveva determinato un parziale riposizionamento del governo di Damasco, da tempo alla ricerca, fino ad un certo punto niente affatto infruttuosa, di nuovi partner nel mondo arabo sunnita. 

A segnare il primo risultato significativo di questo nuovo indirizzo, era stato il tenue avvicinamento agli Emirati Arabi Uniti che già nel 2018 aveva avuto come conseguenza il ristabilimento di rapporti diplomatici e la riapertura dell’ambasciata emiratina a Damasco.

In tema di ambasciate, sia detto per inciso, va ricordato che nell’estate scorsa anche l’Italia, caso unico fra i grandi paesi europei, aveva riaperto la propria sede diplomatica nella capitale siriana. La motivazione addotta ufficialmente era di “impedire alla Russia di monopolizzare gli sforzi diplomatici del Paese mediorientale”, cui si aggiungeva l’altra ammessa sommessamente anche da esponenti governativi che in quel momento il regime di Assad si era stabilizzato e controllava il 70% del territorio (sic). È stato quasi esilarante, subito dopo la caduta del regime, sentire il ministro degli Esteri Antonio Tajani relazionare sull’ingresso di uomini armati nella residenza dell’ambasciatore italiano a Damasco. 

Nessuno ha torto capello all’ambasciatore e ai carabinieri ivi presenti, ha detto il ministro, il quale ha poi aggiunto “si sono presi tre automobili”. 

Il processo di riavvicinamento della Siria ad alcuni Paesi arabi del Golfo era stato favorito anche da una certa pressione da parte di Mosca su Damasco affinché allentasse il forte legame con l’Iran e intavolasse una trattativa con la Turchia, che delle milizie jihadiste ora al potere in Siria, erano il grande sponsor. Un elemento questo che lascia intravedere in filigrana la debolezza della Russia, ridotta a giocare un ruolo di “arbitro dei poveri”, riempiendo a fatica un vuoto determinatosi col parziale disimpegno americano. Questo spiega anche l’indifferenza forzata della Russia ai continui attacchi israeliani contro i suoi alleati sul territorio siriano: un fatto significativo che spiega tante cose, soprattutto alla luce della forte presenza militare russa nel Paese: nella frammentazione della Siria pur sotto la tutela e la presenza armata sul campo di grandi potenze come Usa e Russia si concentra tutta la contraddizione della crisi degli equilibri imperialistici.

Certo l’atteggiamento di acquiescenza del Cremlino di fronte alle continue incursioni aeree israeliane in Siria che prendevano di mira Hezbollah, le milizie sciite filoiraniane irachene e anche unità dell’esercito siriano, aveva già evidenziato come Mosca tollerasse il condominio sulla Siria con l’Iran. Esso era un legame che non doveva stringersi troppo data la vocazione della Russia di tenere aperti i tavoli della trattativa con parecchi Paesi fra loro rivali. Anche l’insinuarsi della presenza turca in Siria nel corso della guerra civile, sia con le milizie da essa direttamente controllate dell’Esercito Nazionale Siriano (SNA), sia con quelle della stessa HTS, ha costituito un problema di non poco conto per la Russia. 

Il dossier siriano continua a fare parte della complessa trattativa tra Mosca e Ankara ma con un peso diverso dato che deve tenere conto dei mutati rapporti di forza a tutto svantaggio della Russia.

Viene dunque da domandarsi se l’appoggio turco alla vittoriosa avanzata jihadista possa fare saltare tutto il lavoro di mediazione che Ankara e Mosca hanno intessuto negli oltre due anni e mezzo successivi all’invasione russa dell’Ucraina. Forse no, nella misura in cui Mosca sarà costretta, a causa del sua debolezza, a trattare al ribasso.

Il gioco di Mosca con l’alleato Assad di assecondare i suoi tentativi di riconciliazione con il mondo arabo aveva dato già i suoi frutti. Infatti Paesi come il Libano, l’Egitto gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e l’Oman avevano maturato un atteggiamento interlocutorio o quanto meno non di ostilità nei confronti del regime di Assad e fino all’inizio dell’invasione jihadista sembravano convergere tutti verso una piena normalizzazione dei rapporti con la Siria, a patto che prendesse almeno in parte le distanze dall’Iran. Inoltre Russia ed Emirati convergono fra loro anche sul dossier libico poiché entrambi, sia pure con diversa convinzione, intrattengono buoni rapporti con il feldmaresciallo Khalifa Haftar, il capo di stato maggiore del governo cirenaico di Tobruk.

Eppure la Russia sviluppa rapporti bilaterali con interlocutori improbabili, incurante della contraddizione vera o apparente con un dialogo parallelo coi nemici giurati dei propri alleati. 

Questo risultò evidente anche durante gli anni più duri della guerra interna siriana. Il Cremlino, nello stesso momento in cui puntellava Assad con un forte sostegno militare che gli permetteva di sopravvivere di fronte a virulente offensive dell’opposizione armata siriana, rafforzava contemporaneamente anche il proprio rapporto con Israele. 

Netanyahu volò quattro volte a Mosca nel corso del solo 2016, mentre nel 2018 apparve addirittura sulla Piazza Rossa al fianco di Putin per la parata del giorno della Vittoria della Russia nel secondo conflitto mondiale. Tutte cose che hanno avuto un seguito anche negli anni successivi se il governo israeliano si è rifiutato di adottare le sanzioni economiche imposte alla Russia da Stati Uniti ed Unione Europea successivamente all’invasione dell’Ucraina. 

Russia e Iran come grandi perdenti

Ma a questo punto viene da domandarsi quale sarà l’atteggiamento di Mosca di fronte a questi sviluppi. Innanzitutto la Russia in Siria dovrà rassegnarsi a giocare un ruolo assai ridimensionato dopo la caduta del suo alleato strategico. La base navale di Tartus è per la flotta russa l’unico punto di appoggio stabile nel Mediterraneo. A una cinquantina di chilometri, sempre sulla costa siriana, si trova la base aerea di Hmeimim, un altro elemento essenziale della presenza militare russa in Medio Oriente. Mosca non può accettare la perdita di questi avamposti militari senza i quali rischierebbe di perdere ogni influenza nella politica mediorientale nel Mediterraneo orientale e in Africa.

Forse la Russia potrebbe tentare di favorire la nascita di una sorta di repubblica degli alawiti che comprenda tutta la fascia costiera siriana. Si tratta di un’ipotesi che venne ventilata anche nelle fasi della guerra civile siriana in cui il regime degli Assad sembrava più debole. Si pensava allora di garantire una qualche forma di sopravvivenza alla minoranza religiosa alawita che dalla seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso ha avuto una posizione di preminenza nella politica siriana.

Ma un simile accomodamento, anche qualora fosse possibile, sarebbe assai precario dato che priverebbe di uno sbocco sul mare il resto della Siria e i salafiti di HTS, al di là dei rassicuranti appelli del suo leader al-Jolani, che però non promettono nulla di buono circa il trattamento degli alawiti nella “nuova” Siria dominata dai jihadisti sunniti. 

Intanto, prima ancora che Damasco cadesse, la penetrazione dei ribelli jihadisti nel distretto di Homs aveva colpito un importante nodo strategico per il quale passava la residua continuità territoriale del controllo governativo fra la capitale siriana e la regione costiera. Quando si è approssimata l’ora della caduta di Homs si è assistito all’ultimo intervento delle milizie di élite di Hezbollah, venute dal Libano a dare man forte ad Assad. Una conseguenza inevitabile della pressione jihadista in questo settore geografico era stata la compromissione dei rifornimenti di armi agli Hezbollah libanesi da parte delle forze iraniane e filoraniane che si svolgevano soprattutto attraverso il confine della Siria col Paese dei Cedri. 

Certo non ci può essere nulla di buono per Mosca riguardo alla perdita del regime di Damasco. Il rovesciamento di Assad è un terremoto politico di dimensioni enormi che cambia in maniera sostanziale il quadro mediorientale, ma è anche un evento suscettibile di mutare in maniera significativa la bilancia globale dei rapporti di forza fra potenze. In questo senso si può dire che la Siria è diventata l’anello di congiunzione fra il conflitto mediorientale e quello ucraino. 

Per quanto riguarda la Repubblica Islamica dell’Iran, la sopravvivenza del regime di Damasco si presentava come una questione cruciale, ci sarebbe da dire quasi “esistenziale” se la parola oggi non fosse così tanto spesso usata e abusata dai pennivendoli al servizio del capitale quando si riferiscono alla guerra di Israele a Gaza. Ora la Repubblica Islamica dell’Iran è assai più debole dato che ha perduto il grosso della sua proiezione a Occidente. 

Fin dall’inizio della guerra lampo contro Assad, le milizie irachene sciite filo-iraniane erano accorse nella regione di Aleppo per tentare di arginare l’avanzata dei jihadisti di HTS. Nel percorso avevano subito attacchi aerei anche da parte statunitense a dimostrazione che la politica siriana di Washington vedesse di buon occhio l’indebolimento e la caduta del regime di Damasco.

Confermano quella che è più di un’ipotesi anche gli attacchi all’esercito siriano da parte delle Forze Democratiche Siriane, a maggioranza curda e sostenute dagli Usa, le quali stanno cercando evidentemente di estendere l’ampia area da loro controllata nel nord-est del Paese. 

Il 6 dicembre il ritiro delle truppe governative dall’importante città di Deir ez-Zor nella Siria orientale e la conquista di quest’altro nodo strategico da parte delle Forze Democratiche Siriane, è stato un altro elemento che complica la possibilità per l’Iran di conservare una qualche influenza politico-militare nella Siria salafita e di farvi transitare le proprie milizie con aiuti provenienti dall’Iraq. 

Un aspetto questo che insieme alla caduta dello snodo Homs nelle mani dei jihadisti siriani, poneva una pietra tombale sul cosiddetto “corridoio sciita” che collegava in perfetta continuità territoriale la Repubblica Islamica d’Iran al Mediterraneo.

Ora la Siria non è più un alleato né per l’Iran, né per la Russia che sarà costretta a elemosinare la salvezza delle sue basi siriane attraverso i buoni uffici della Turchia, sempre a patto che questa mantenga il controllo sul nuovo governo di Damasco e possa condizionarlo in vista del grande business della ricostruzione postbellica. 

Un quadro generale che al di là dell’andamento a breve termine della guerra, prepara nuovi urti fra potenze in cui le ripercussioni non mancheranno di farsi sentire anche sul conflitto ucraino, dove una Russia ferita, cercherà di chiudere al più presto la partita almeno per limitare il danno. 

Dare… i numeri

Le elezioni presidenziali americane per una volta ci hanno regalato uno spettacolo di un certo interesse. Una cosa estrema se affermata da noi, astensionisti per strategia, ma non per principio, da oltre sette decenni. Eppure i fatti parlano da soli: la vittoria di un miliardario che si appresta a tornare alla Casa Bianca porta con sé l’ingresso di un certo numero di personaggi ricchissimi all’interno del cerchio magico del presidente. Un fenomeno non del tutto scontato quello che vede gli elementi della borghesia degli oligopoli sempre più decisi a governare gli Stati in prima persona, come se si trovassero alla guida delle loro aziende. In tal modo si dimostra come il ceto politico che la borghesia aveva tenuto in vita attraverso i secoli come diaframma fra sé e la cosiddetta “società civile”, ormai è diventato del tutto superfluo. Se Lenin già oltre cento anni fa parlava di capitalismo monopolistico di Stato era perché a un certo punto del suo sviluppo un’azienda industriale doveva programmare la propria produzione interferendo con le funzioni dello Stato. Oggi più che mai un pugno di capitalisti in carne ed ossa è pronto per presentarsi sul proscenio della politica-spettacolo come il capitalista collettivo in persona, cioè “in persone” anche se poche. 

E che dire di quell’Elon Musk che avendo investito circa 130 milioni di dollari nella campagna elettorale di Donald Trump, si è ritrovato le azioni delle sue aziende rivalutate di 70 miliardi di dollari in sole due settimane? Che non è più soltanto il più ricco uomo del mondo ma che anche quello che è riuscito a ottenere da un investimento su di un logoro rito democratico,  una  tale moltiplicazione della somma investita quale la si può ottenere soltanto con un terno al lotto.

Ora il signor Elon Musk ha un patrimonio che si aggira attorno ai 330 miliardi di dollari. Se al netto di nuovi guadagni decidesse di vivere con un solo milione di dollari al giorno (e chi non lo fa al giorno d’oggi…) potrebbe andare avanti per oltre 900 anni prima di smettere di essere un miliardario. Quando si pensa alle sue aziende si resta affascinati (si fa per dire!) da tanta magnificenza.

Tesla produce due milioni di automobili elettriche di cui mezzo milione in Cina nella Gigafactory Shanghai. Starlink è una costellazione di satelliti in grado di garantire collegamenti internet in tutto il mondo anche in assenza di cavi in fibra ottica terrestri e sottomarini e in tal modo ci ricorda che il baricentro delle attività umane a elevato contenuto tecnologico si sta spostando in cielo. Neurolink invece connette il cervello umano alla macchina a ricordarci che la seconda può fare sempre più a meno del primo in una società incentrata su un’economia demente come quella capitalistica. Ma con tutto quello che possiede a Musk manca sempre qualcosa perché è soltanto un uomo e non un superuomo. Allora eccolo con la sua mente addentrarsi nelle implicazioni iperboliche della labirintica ideologia transumanistica in cui l’uomo sarà superato definitivamente dal dopouomo, essere dal DNA programmato a tavolino e collegato alla mente cibernetica globale. E così il capitale incarnatosi nella persona di Elon Musk, precursore del postumano, rivela finalmente il sogno-incubo di un mondo ipertecnologico senza umanità anche perché definitivamente senza uomini. Per questo dobbiamo ammettere qualcosa che non ci saremmo mai aspettati: le elezioni americane hanno portato alcuni elementi di chiarezza.

Elezioni in Romania

La Romania, nel travagliato e complesso scacchiere della guerra tra NATO e Russia, gioca insieme alla Polonia un ruolo fondamentale strategico e logistico per l’alimentazione della guerra in atto.  Ha un lungo confine con l’Ucraina, come la Polonia, ed è uno dei paesi rivieraschi sul Mar Nero, a non grande distanza da Odessa.  È sede di importanti basi americane, e sul suo territorio si sta costruendo una base NATO di grandi dimensioni, dalla quale transiteranno armi per la guerra in Ucraina, oltre a costituire un importante aeroporto.  La Romania è saldamente schierata nel complesso militare NATO, ed è chiaro come, in regime di elezioni, ancorché “democratiche”, qualunque risultato che minimamente incrini la compattezza del fronte governativo schierato sul fronte dell’Occidente Europeo non venga accettato dallo stesso apparato occidentale. 

Da qui il duplice inganno per il proletariato, che la grancassa mediatica dell’Europa ed americana rimbombi sul pericolo fascista, e che gli “elettori” rumeni si possano sentire parte essenziale nelle scelte per il destino del loro paese.  

Dopo il primo turno delle elezioni presidenziali del 24 novembre un candidato “a sorpresa”, appartenente ad una corrente “sovranista”, ha ottenuto un ampio margine di voti, mentre i candidati dei partiti tradizionali del parlamento non hanno avuto risultati significativi; né ne hanno avuti il candidato socialdemocratico e quello “neoliberista” (qualunque cosa questo termine significhi agli occhi degli ideologi borghesi). Questo candidato, Călin Georgescu, è stato spesso descritto dalla stampa nazionale e internazionale come fascista e filo-russo. Come conseguenza della sua vittoria elettorale, le proteste studentesche “pro-democrazia” e “antifasciste” hanno iniziato a scendere in piazza nelle grandi città rumene, come Bucarest, Cluj-Napoca e Timișoara, contestando i risultati con slogan confusi antifascisti e antirussi.  Il solito grande teatrino per manifestare in difesa della democrazia in pericolo, senza considerazione alcuna per le oggettive esigenze della classe operaia.

I principali punti di attacco della sinistra borghese si sono concentrati sulle precedenti dichiarazioni politiche di Georgescu, in cui elogiava i leader legionari Corneliu Zelea-Codreanu e Ion Antonescu come “eroi nazionali che hanno dato la vita per il Paese”, ma anche per essere stato favorevole alla Russia e aver definito Vladimir Putin un “vero leader”, un aspetto che è considerato pericoloso per un Paese membro dell’UE e della NATO, ma che è pericoloso solo per gli interessi del capitale occidentale.

La piccola borghesia di “sinistra” è diventata isterica per la sua elezione e per l’affermazione dei cosiddetti partiti “estremisti” che porterà a un regime fascista quando lui sarà eletto, togliendo i diritti democratici – come accadde nel 1937 con il governo di Octavian Goga-Alexandru C. Cuza.

Naturalmente il programma di Călin Georgescu è abbastanza assurdo da suggerire che nessun capitalista lo potrebbe sostenere, in questa forma. Non dice nulla dell’atteggiamento verso le aziende capitaliste, ma si abbandona a un incoerente balbettio piccolo-borghese su come “lo sviluppo della piccola e media proprietà consolida il sentimento di comunità, libertà e uguaglianza, poiché offre al cittadino la possibilità di diventare proprietario-produttore, cioè una persona con dignità e libertà [..] Solo la piccola e media proprietà riporta la libertà e l’onore del lavoro”.

Agitare lo spauracchio del fascismo per cercare di bloccare la deriva anti democratica è una apparenza mistificata, che da un lato pretende di rinsaldare allo Stato la fedeltà delle mezze classi, e dall’altro si incardina nelle necessità di avere mano libera da parte dell’alleanza bellica occidentale per ribadire la sua politica.  Sarebbe anche un messaggio diretto al possibile nuovo presidente che non si azzardi a seguire le orme di altri contestatori nel sistema bellicistico NATO, sullo stile di Orban. Perché un Orban basta ed avanza.

Proprio sotto questa lente, va valutata la presa di posizione della Corte Costituzionale rumena: nella decisione del 6 dicembre, quest’ultima ha annullato i risultati del primo turno delle elezioni presidenziali per “interferenza russa”. La decisione è stata giustificata affermando che i Servizi Segreti rumeni avrebbero scoperto che Călin Georgescu aveva ricevuto supporto materiale dal  governo russo per aumentare la sua popolarità nella campagna elettorale. La Corte ha poi stabilito che la macchina elettorale dovrà ripartire daccapo, con una nuova campagna elettorale, ed il solito nuovo e vecchio giro di promesse vuote da parte dei contendenti borghesi. Una cosa viene dunque confermata: con questa decisione si riafferma che la nazione balcanica rimane un importante alleato per i piani imperialisti della NATO, e che gli interessi nazionali ed esteri in Romania restano strettamente intrecciati e dipendenti da quelli del Capitale occidentale. D’altro canto, non va trascurata l’ingerenza russa, la cui possibile interferenza non rappresenterebbe altro che un segno di intensificazione delle tensioni globali tra le potenze imperialiste: non a caso, lo stesso Dipartimento di Stato americano aveva apertamente espresso alle autorità rumene il suo disappunto in merito alla gestione delle elezioni.

Quello del fascismo in funzione anti democratica è un argomento specioso, falso. Le leggi che proibiscono l’aborto, le misure draconiane per coprire i deficit di bilancio tagliando i salari dei lavoratori, la messa al bando di ogni forma di propaganda classista, possono essere facilmente promulgate sotto il fascismo come sotto la più “democratica” repubblica. La Repubblica Federale Tedesca ha già poteri costituzionali per negare o revocare la cittadinanza a individui che considera indesiderabili o non “assimilati”. L’aborto è messo al bando in molti stati americani. La costituzione rumena proibisce “l’odio di classe”, rendendo illegale l’attività di un partito comunista. Considerando il terrore e la sorveglianza della polizia a cui sono sottoposti i partecipanti alle proteste “pro-Palestina” in tutti i paesi democratici d’Europa, è lecito supporre che le autorità moltiplicheranno i loro abusi cento volte tanto quando si troveranno di fronte a una minaccia proveniente da un movimento rivoluzionario dei lavoratori.

Ciò che vediamo oggi, proveniente sia dai cosiddetti “sinistri” che dai circoli “neoliberali” pro-laissez faire, è la stessa disgustosa propaganda “democratica” che ha avvelenato il proletariato per oltre un secolo. Il voto è visto come il più alto livello di attivismo politico che si possa realizzare e, una volta ogni quattro anni, tutti quelli sopra menzionati si trasformano in “grandi attivisti politici”, sostenendo di decidere il loro futuro al voto, solo per addormentarsi per altri quattro anni in cui vengono sfruttati come lavoratori o schiacciati sotto il peso della concorrenza capitalista come piccolo-borghesi. Non si parla di classi: gli elettori non costituiscono alcuna classe, ma sono una massa di persone “indipendenti, uguali” imbevute di razionalità e “libero arbitrio”.

L’operaio e il capitalista sembrano essere sullo stesso piano legale, come semplici “persone” con una coscienza che è indipendente dalla loro situazione di classe, dalle condizioni materiali della loro esistenza. Scegliere un partito è una questione tecnica, non politica (si tratta di quale stia dando loro i maggiori benefici o quale sia il “male minore” tra loro). Chiunque abbia un’opinione diversa e dia il proprio voto a un altro partito è visto come un individuo “irrazionale” e ignorante (come sono considerati ora tutti gli elettori di Călin Georgescu). 

E naturalmente, questa idea di correttezza, di decisione razionale è anche estrapolata dal suo contesto sociale, come se esistesse una cosa come la giustizia eterna o una verità sociale astratta. Il nostro partito non si stancherà mai di proclamare che non esiste verità se non la verità di classe. Ciò che è “giusto” per la borghesia non sarà mai “giusto” per il proletariato.

In questa fase storica, in cui la crisi generalizzata del modo di produzione capitalistico ed il conseguente scontro tra gli imperialismi avvicina l’esito della guerra tra gli Stati, rimestare nel fango delle democratiche elezioni per decidere la sorte della “nazione”, è il turpe, conosciuto tradimento ai danni della classe dei proletari, la sola che condotta dal suo partito rivoluzionario, possa fermare l’inumano massacro della terza guerra mondiale.

Estrattivismo ed ipocrisia verde Pt.2

Le pratiche spietate e distruttive di Rio Tinto si estendono ben oltre la Serbia per la quale, nella parte precedente di questo articolo, abbiamo descritto l’attuale controversia sull’estrazione del litio. 

Una delle macchie storiche più infamanti sulla reputazione dell’azienda fu il massacro del 4 febbraio 1888 in Spagna, quando almeno 13 tra lavoratori ed agricoltori furono assassinati per aver protestato contro i letali fumi emessi dall’azienda, inalati durante le loro estenuanti giornate di lavoro. 

Da allora, la Rio Tinto è rimasta nota per i suoi “eccessi” nella ricerca del profitto, sia all’estero che in patria. In effetti, alcune delle più importanti controversie recenti hanno riguardato le attività di Rio Tinto in Australia e nella più ampia Oceania.

L’incidente della gola di Juukan

Le attività di Rio Tinto in Australia, in particolare nella regione occidentale di Pilbara, sono fondamentali per l’estrazione di minerale di ferro e bauxite. Le miniere di Pilbara sono tra le più grandi al mondo. La distruzione della Gola di Juukan, un sito di immensa importanza culturale e storica per le popolazioni Puutu Kunti Kurrama e Pinikura (PKKP). 

Nel maggio 2020, Rio Tinto ha fatto largo uso di esplosivi per espandere la sua miniera di minerale di ferro Brockman 4, causando la distruzione di due caverne all’interno di Juukan Gorge, nonostante l’azienda fosse pienamente consapevole del patrimonio culturale di 46.000 anni che il sito rappresentava, e che comprendeva numerosi manufatti e prove di un’antica occupazione umana, dimostrate con rilievi del DNA.

Le popolazioni del PKKP hanno cercato di proteggere la Gola di Juukan attraverso la legislazione intesa a proteggere il patrimonio culturale australiano, in particolare l’Aboriginal Heritage Act 1972 dell’Australia Occidentale. Questa legge impone alle aziende di ottenere l’autorizzazione del governo statale prima di intervenire su siti di importanza aborigena. 

Nel 2013, Rio Tinto ha ottenuto il consenso della Sezione 18 ai sensi di questa legge per procedere alla distruzione, nonostante la crescente consapevolezza dell’importanza del sito grazie a successivi studi archeologici. Il PKKP, sostenuto dal Puutu Kunti Kurrama Land Committee, ha avviato una comunicazione diretta con Rio Tinto, presentando ulteriori prove dell’importanza del sito e sollecitando l’azienda a fermare i suoi piani. Nonostante questi sforzi, l’autorizzazione della Sezione 18 non è stata revocata e la distruzione del sito è proseguita.

La decisione di concedere l’autorizzazione alla Sezione 18 è stata presa dal Ministro degli Affari Aborigeni dell’Australia Occidentale, sulla base delle raccomandazioni del Comitato per il materiale culturale aborigeno (ACMC). L’ACMC aveva inizialmente raccomandato di concedere l’autorizzazione sulla base delle informazioni disponibili all’epoca, ma i risultati archeologici successivi non sono stati sufficienti a far revocare la decisione. 

L’incidente ha innescato un’inchiesta parlamentare in Australia, che ha messo in luce le carenze sistemiche del quadro di protezione del patrimonio culturale e ha evidenziato l’impegno inadeguato di Rio Tinto nei confronti del PKKP. A seguito dell’inchiesta, diversi alti dirigenti di Rio Tinto, tra cui l’amministratore delegato, hanno rassegnato le dimissioni e l’azienda si è impegnata a rivedere le proprie pratiche di gestione del patrimonio culturale, anche se queste misure non sono state sufficienti ad affrontare questioni più ampie.

La miniera di Panguna in Papua Nuova Guinea

La miniera di rame di Panguna, situata sull’isola di Bougainville in Papua Nuova Guinea (PNG), era una delle più grandi miniere di rame a cielo aperto del mondo durante il suo periodo di massima attività. Gestita dalla Bougainville Copper Limited (BCL), una consociata di Rio Tinto, la miniera è entrata in funzione nel 1972 ed è diventata rapidamente una fonte di reddito significativa per la PNG, contribuendo in modo sostanziale agli introiti delle esportazioni del Paese. 

Tra il 1972 e il 1989, la miniera ha generato entrate per circa 2 miliardi di dollari. Il governo della PNG, che possedeva una quota del 19,1% della BCL, riceveva circa il 5% di queste entrate che, durante gli anni di massima attività della miniera, costituivano circa il 12-15% del reddito nazionale totale del Paese. Tuttavia, la maggior parte dei profitti è andata a Rio Tinto e ai suoi azionisti, mentre le comunità locali di Bougainville hanno ricevuto benefici minimi.

Tuttavia, l’impatto ambientale e sociale della miniera è stato molto grave. Il processo di estrazione ha prodotto grandi quantità di materiali di scarto, che sono stati regolarmente scaricati nel fiume Jaba, portando a una diffusa contaminazione del sistema fluviale. L’inquinamento ha distrutto la pesca locale, avvelenato le riserve d’acqua e reso inutilizzabili per l’agricoltura vaste aree di terreno, compromettendo il sostentamento di migliaia di abitanti di Bougainville.

Nel 1988 il crescente risentimento culminò in una rivolta armata contro il governo della PNG e Rio Tinto, segnando l’inizio della guerra civile di Bougainville. Il conflitto, durato quasi un decennio, fu inizialmente scatenato dalle richieste dei proprietari terrieri di risarcimento e di una migliore gestione ambientale, trasformandosi rapidamente in una più ampia lotta per l’indipendenza di Bougainville. L’Esercito rivoluzionario di Bougainville (BRA), composto principalmente da proprietari terrieri locali, iniziò a sabotare le operazioni della miniera e ad attaccare le forze governative, provocando una violenta repressione da parte dell’esercito della PNG.

Il conflitto ha provocato la morte di circa 15.000-20.000 persone e un gran numero di sfollati.

Il governo della PNG, con il tacito sostegno di Rio Tinto, ha mantenuto un blocco attorno a Bougainville per gran parte del conflitto, tagliando i servizi essenziali e aggravando la crisi umanitaria.

Naturalmente Rio Tinto ha avuto una responsabilità determinante sia l’impatto ambientale e sociale della miniera di Panguna, sia per lo scatenamento del conflitto.

Nonostante la fine del conflitto nel 1998, Rio Tinto non ha risposto alle richieste di risarcimento o riparazione da parte della popolazione di Bougainville. La miniera è rimasta chiusa dallo scoppio del conflitto e a Bougainville è stata concessa una maggiore autonomia, con discussioni in corso sulla piena indipendenza dalla PNG. I danni ambientali causati dalla miniera persistono e gli sforzi per riabilitare il territorio sono stati minimi.

Coinvolgimento e complicità regionale dell’Australia

Il rapporto dell’Australia con la PNG affonda le sue radici in un passato coloniale che si è evoluto in una dinamica caratterizzata da una significativa influenza australiana sugli affari politici ed economici della PNG .L’Australia che all’indomani della prima guerra mondiale, su mandato della Società delle Nazioni, aveva amministrato la PNG, attraverso aiuti esteri, assistenza militare e investimenti economici, continuò ad esercitarvi il proprio dominio anche dopo la sua indipendenza avvenuta nel 1975. Il coinvolgimento economico dell’Australia nella PNG è fortemente incentrato sull’estrazione di risorse naturali, in particolare attraverso le società australiane del settore minerario. Questo coinvolgimento ha comportato costi ambientali e sociali significativi per le comunità indigene della PNG, come dimostra la miniera di Panguna.

Oltre allo sfruttamento economico, il programma di aiuti esteri dell’Australia esercita una notevole influenza sulle politiche interne della PNG. Gli aiuti sono legati a condizioni che promuovono gli interessi delle imprese australiane, come la privatizzazione dei servizi pubblici e l’incoraggiamento degli investimenti stranieri. Spesso sono i consulenti australiani a modellare le strategie economiche e di sviluppo della PNG, rafforzando ulteriormente il controllo australiano sugli affari interni del Paese.

Questo modello di coinvolgimento imperialista si rispecchia nella complicità dell’Australia nell’occupazione indonesiana di Timor Est e nel successivo genocidio a Timor. Dopo la dichiarazione di indipendenza di Timor Est dal Portogallo nel 1975, l’Indonesia invase e annesse il territorio. La posizione dell’Australia fu di ampia complicità, motivata dal desiderio di mantenere buone relazioni con l’Indonesia e di garantire i propri interessi economici nel Timor Gap, un’area ricca di petrolio del Mare di Timor.

Il genocidio, avvenuto durante l’occupazione indonesiana dal 1975 al 1999, ha provocato la morte di circa 100.000-200.000 persone. Questa cifra comprende sia coloro che sono stati uccisi direttamente dalle azioni militari sia coloro che sono morti per fame, malattie e altre conseguenze del conflitto. La popolazione di Timor Est all’epoca era di circa 600.000-700.000 persone.

Ciononostante, l’Australia ha fornito sostegno diplomatico all’occupazione, ha riconosciuto l’annessione di Timor Est da parte dell’Indonesia e nel 1989 ha firmato con essa il Trattato di Timor Gap che ha consentito lo sfruttamento congiunto delle risorse di petrolio e gas della regione.

La complicità dell’Australia risale al suo coinvolgimento nella purga anticomunista della metà degli anni Sessanta in Indonesia, dove si stima siano state uccise da 500.000 a 1 milione di persone. A seguito di un tentativo di colpo di Stato nel 1965, l’esercito indonesiano, guidato dal generale Suharto, lanciò una campagna contro i sospetti comunisti. L’Australia, insieme ad altre potenze occidentali, sostenne tacitamente queste azioni, considerando lo sradicamento del comunismo in Indonesia come cruciale per contenere i movimenti operai nel Sud-Est asiatico durante la Guerra Fredda. L’intelligence australiana fornì assistenza segreta, comprese le informazioni utilizzate per colpire i sospetti comunisti, e si astenne dal condannare le uccisioni di massa. Questo sostegno era motivato dal desiderio di allinearsi agli interessi strategici degli Stati Uniti e di proteggere gli investimenti australiani.

Una soluzione internazionale ad un problema internazionale

Rio Tinto si presenta con tutta la sua forza produttiva e politica, quasi a determinare il destino di stati e popoli, e sconvolgere per il suo profitto territori e distruggere forme più arretrate di capitalismo nazionale. È una forma di imperialismo, quella della produzione e del commercio, alla quale gli imperialismi politici e militari degli Stati si accordano. Questo è un tratto distintivo comune alle grandi multinazionali, tutte strutture capitalistiche che hanno superato i limiti angusti delle economie produttive nazionali, e sono la forma estrema del capitalismo, la sua struttura più avanzata e definitiva.  

Appaiono porsi al di sopra degli Stati, al di sopra degli stessi blocchi imperialisti.  E in effetti sono, nella nostra dottrina, il punto definitivo dello sviluppo capitalistico, la fine storica di questo sistema che impera alla scala mondiale.  Non c’è altro sviluppo possibile per il capitalismo; dopo questa fase non ci può essere che la catastrofe di una terza guerra mondiale, o l’abbattimento degli Stati capitalistici ad opera della classe antagonista e del suo partito mondiale. Per questo il loro operare in spregio apparente ad ogni legge e regolamento, dà l’impressione di essere senza limiti, e si favoleggia  che a questi giganti del profitto si debbano inchinare gli Stati stessi che di fronte al loro strapotere non possono difendere il capitale nazionale.

Ma è una semplice apparenza. Dietro le multinazionali c’è sempre lo Stato che non è succube, ma anzi le difende e le sostiene. Ma è anche in grado di esprimere un certo grado di controllo sul loro operare e sulla loro crescita e a mantenerle entro binari stabiliti. Oltrepassati questi limiti, lo Stato stesso non esita a intervenire. Per altro durante le guerre queste ipertrofiche produttrici di profitti sono smembrate a favore dei capitali nazionali.

In questo senso gli spiriti belli della piccola borghesia, dei sinceri democratici che pretenderebbero dal capitalismo nella sua più alta espressione “il giusto profitto” e regole giuridiche stringenti, presumono che, in nome di questi stessi santi principi, ne siano limitati gli eccessi. O che lotte limitate e locali contro gli eccessi possano ridurre alla “ragione” ciò che è per sua natura inumano e senza limiti.

La multinazionale Rio Tinto, con tutte le sue nefandezze e violenze, con la spregiudicata indifferenza ai bisogni umani, alla difesa e salvezza della natura, opera come le regole estreme del capitalismo le permettono di operare.  Ma è d’altro canto un esempio lampante dell’illusione piccolo borghese di poter cambiare in qualche modo, o con la legge, o con la pressione popolare, o con tutti gli altri arnesi che mette a disposizione la democrazia, il suo agire.  

Questa è la natura assolutamente anarchica e antiumana del capitalismo, che per la sua necessità intrinseca di funzionamento, produrre profitto, non arretra di fronte a nessun delitto sociale, a nessuna forma di limitazione del suo operare, a stuprare natura e umanità salariata.

Credere che la razionalità, la legge, possa arrestare la marcia mortale dello sviluppo capitalistico con tutte le sue tragedie, lo possa rendere a misura d’uomo, a realizzare solo il “giusto” profitto, è l’altra faccia dell’ideologia piccolo borghese che spera ardentemente che le cose si possano “aggiustare” senza spezzare quella forma produttiva e soprattutto senza rovesciare il suo Stato.

Il Giappone tra Crisi Politica e Declino Economico

Come da noi sempre affermato, il processo della crisi generale del modo di produzione capitalistico presenta sempre molte sfaccettature di carattere economico, sociale, militare e politico: ognuno di questi aspetti ha poi diversi livelli di complessità, i quali sono a loro volta influenzati da altri processi. Le crisi vengono spesso ritratte dalla narrativa borghese come “eccezioni”, rispetto al corso lineare della storia, che perturbano le categorie “immutabili ed eterne” della democrazia e dell’economia di mercato. In realtà il divenire storico non si dispiega in modo lineare. 

Ci sono fatti che evidenziano ad un’accelerazione degli eventi nel quadrante asiatico, o meglio, in quello definito “Indo-Pacifico”. Proprio sotto questa lente dobbiamo guardare al Giappone, il quale sta subendo il peso della destrutturazione del sistema di alleanze guidato dagli Stati Uniti: la strategia del “Pivot to Asia”, cioè l’attenzione strategica, diplomatica ed economica sull’intera area che era stata inaugurata dall’amministrazione Obama si è ormai avviata verso il capolinea a causa del cambio delle priorità di intervento statunitensi, cosa del resto già prevista dalla nascente amministrazione Trump. In questo senso, il Giappone non è più visto dagli USA come un baluardo del cosiddetto mondo libero nei confronti dei tradizionali nemici come Cina, Russia o Corea del Nord, ma semmai come un altro concorrente dell’America. 

  * * *

L’operato del premier Kishida aveva visto un incremento della spesa per la difesa, dunque sottraendo risorse alla sanità e al welfare: nonostante ciò, restava comunque al suo gabinetto fare i conti con le difficoltà legate alle pressioni inflazionistiche, alla stagnazione dei consumi, al decremento delle nascite, all’invecchiamento della popolazione e alla insostenibilità delle attuali politiche in materia di immigrazione e di alloggi. 

Le premesse per la caduta del governo Kishida sono state dunque poste mediante la pubblicizzazione di uno “scandalo”. Tale pubblicizzazione, accuratamente inscenata dalla stampa borghese nel momento più propizio, ha generato un effetto a valanga: la narrazione dei telegiornali si è incentrata su quello che si presenta come il più classico dei casi di corruzione, messo in atto da tre fazioni dello schieramento conservatore del Partito Liberal-Democratico. Queste ultime avevano destinato il denaro della campagna elettorale ad una serie di fondi neri, per un totale lordo di 400.000 $ (60 milioni di ¥). 

Il ruolo della corruzione, come in ogni governo borghese, è quello di semplificare l’avvicendamento delle persone ai vertici di istituzioni e imprese, come è successo dopo le dimissioni di Kishida. In un primo tempo Kishida aveva sponsorizzato il suo ex capo di gabinetto Hayashi Yoshimasa come leader adatto a succedergli. In seguito aveva spostato il suo appoggio su Ishiba Shigeru, che infine ha prevalso su Takaichi Sanae nella sfida per diventare il nuovo presidente del governo borghese del Giappone. 

Pur avendo nascosto molto bene la sua immagine di governo fallimentare – rimasto in carica dal 4 ottobre 2021 al 14 agosto 2024 – il gabinetto Kishida non era riuscito a mettere in atto un’efficace politica di rilancio dai danni economici e finanziari derivanti dal cosiddetto “friendshoring” (cioè la strategia di investire nei paesi alleati, permettere che essi investano nel proprio territorio e intrattenere relazioni commerciali privilegiate con essi) dell’amministrazione Biden, il cui ultimo atto era stato l’effettivo veto, da parte delle istituzioni federali statunitensi, all’autorizzazione all’acquisizione di U.S. Steel da parte di Nippon Steel: Ishiba ha riaperto le “trattative” e attualmente sta cercando di chiudere l’affare prima che l’amministrazione Trump entri in carica. 

Il Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti non ha tuttavia ancora dato il via libera all’accordo che, in ogni caso, è visto come redditizio da U.S. Steel, che in passato è stato uno dei più importanti operatori mondiali dell’industria siderurgica. Il potenziale compromesso tra profitti e sicurezza è stato il motivo per cui la leadership di U.S. Steel ha deciso di chiudere l’accordo con Nippon, ma l’amministrazione Biden l’aveva considerato svantaggioso per l’integrità e la libertà del capitalismo americano, rinunciando di fatto alla demagogia del friendshoring e a tutte le relative promesse. Per un Paese pienamente coinvolto in un confronto a più livelli con la Cina, il capolinea del governo Kishida è arrivato anche in quanto incapace di portare a termine l’acquisizione di una azienda di un Paese presuntamente “amico”.

Ma d’altro canto, il Giappone non ha confermato ufficialmente alcun coinvolgimento nella campagna contro gli Houthi nel Mar Rosso; non ha voluto ridurre il suo ruolo nell’ulteriore applicazione delle sanzioni contro la Russia preservando le sue possibilità di continuare a ricevere il GNL di origine russa dal gasdotto Sakhalin-2; ha cercato di uscire dal caos mediorientale, mantenendo di fatto il legame con l’economia israeliana, ma anche aprendosi alle opportunità finanziarie e militari offerte dall’Arabia Saudita, ora vista anche come un potenziale promotore di accordi con i Paesi e le aziende BRICS. 

* * *

È improbabile che l’economia del Giappone possa vedere miglioramenti per quanto riguarda la regolamentazione dei tassi di interesse e l’inflazione: quest’ultima è scesa sotto il 2%. La BoJ è stata smentita dalle ipotesi secondo cui l’aumento dei salari avrebbe spinto in avanti i tassi di consumo, aprendo la strada all’accettazione, da parte dell’opinione pubblica, di una politica più aggressiva di rialzo dei tassi di interesse. La formazione dei prezzi in Giappone viene calcolata utilizzando due diversi indici; il primo è l’indice dei prezzi al consumo di Tokyo (CPI), mentre il secondo è il cosiddetto indice “core-core”, che non include i prezzi aggiornati del caburante e degli alimenti freschi: è questo l’indice che la BoJ cerca per valutare gli esiti e la portata della sua politica. 

L’ammontare della spesa pubblica è stato conseguenza dei sussidi che il governo ha rimesso in campo per aiutare il pagamento delle bollette. Le previsioni riguardanti la dinamica dei prezzi si basano su un profondo processo di revisione ad ampio raggio, che le aziende giapponesi attuano una volta ogni due anni. Il rallentamento dal +1,2% di settembre al +1,1% di ottobre suggerisce che i consumi non sono sufficientemente elevati, come necessitano le imprese, per compensare l’aumento del costo del lavoro, ostacolando così le ambizioni della BoJ di preservare i profitti delle aziende pur continuando ad aumentare i tassi. I dati di ottobre mostrano la stessa situazione di pressione inflazionistica sui prezzi, segnalando una contrazione che si è particolarmente accentuata tra settembre e ottobre. L’ampiezza e la profondità di questa rilevazione hanno reso piuttosto evidente il rapporto tra il declino del settore manifatturiero e quello dei servizi, con il secondo che segue il primo. 

Le previsioni che utilizzano un altro indice specifico, come l’indice PMI dei nuovi ordini, che si concentra sulle previsioni degli ordini futuri alle imprese, hanno indicato un forte calo a giugno, il più alto da febbraio 2022. In base a ciò, l’aspettativa di crescita per i successivi 12 mesi ha visto il calo più marcato in ottobre – dopo una contrazione di tre mesi – posizionandosi così ai minimi dall’agosto 2020.

Le pressioni del grande capitale privato per definire la politica economica e finanziaria statale si combinano in una spinta decisa sulla BoJ per costringere quest’ultima a ritardare qualsiasi mossa almeno fino al secondo trimestre del 2025. Gli aumenti salariali di ottobre, così come la spesa per le pensioni, hanno seguito la tendenza già vista svilupparsi sotto il governo Kishida: dopo interminabili negoziati, piccole somme sono state “elemosinate” ai lavoratori o ai pensionati. 

Frattanto sono state adottate ulteriori misure per sostenere la demografia giapponese, con un aumento degli assegni familiari a ¥30000, il cui pagamento partirà da dicembre. La copertura pensionistica per i lavoratori part-time (kosei nenkin) è stata estesa dalle aziende con più di 101 dipendenti a quelle da 51 in su, segnalando un significativo spostamento della forza lavoro verso forme e condizioni di lavoro più “insicure” rispetto agli anni precedenti.

Questi effimeri “miglioramenti”, che d’altra parte hanno già perso slancio dal momento stesso in cui sono stati adottati, sono ragionevolmente ritenuti inadeguati per consentire aumenti effettivi dell’attuale potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati, ostacolando ulteriormente i consumi, le entrate fiscali e l’economia di filiera. In queste difficili condizioni, per inquadrare adeguatamente le prospettive di Ishiba di formare un nuovo gabinetto, è utile guardare al processo che ha guidato la 50esima elezione della Camera dei Rappresentanti. 

Le dimissioni di Kishida non possono essere liquidate solo ad una questione di reputazione, ovviamente. Il gradimento del suo governo da parte della borghesia è crollato ai minimi termini proprio quando le tensioni con la Corea del Nord e la Cina si sono fatte più acute, mentre allo stesso tempo la nazione diventava il bersaglio delle restrizioni commerciali – poste da un’amministrazione Biden uscente – sul tema dell’espansione dell’industria siderurgica statunitense.

Soprattutto, è di massimo rilievo l’attuale difficoltà, per il Giappone, nel sostenere le sue enormi spese militari – per il potenziamento delle forze navali – senza che esse finiscano per pesare su altri settori: conseguenza di ciò è stato il rafforzamento delle richieste di nuovi sussidi da parte dell’industria nipponica, che negli anni aveva un relativo vantaggio in termini di produzione per l’esportazione. 

Il gabinetto Kishida era evidentemente troppo invischiato in una strategia perdente sui prezzi e sulla politica monetaria (condivisa con la BoJ) per intervenire con decisione sull’inflazione, rendendo evidente il fatto che l’economia giapponese stava sperimentando gli stessi lati negativi della Bidenomics negli Stati Uniti. La nomina di Ishiba è stata travagliata ed è avvenuta nel contesto di un’accresciuta rivalità tra le fazioni dell’LDP, che alla fine ha portato alla ricostruzione della stessa coalizione in bilico che aveva portato Kishida al potere nelle elezioni generali del 2021. Essa comprende l’LDP ed il partito di ispirazione buddista Komeito. L’elezione era stata preceduta dalla nomina dei rappresentanti, tappa intermedia ma anche come banco di prova, allo scopo di permettere alle varie bande borghesi di discutere le politiche prima di accordarsi su un progetto comune. 

Alla cosiddetta “fazione dei legislatori” è stato affidato lo sforzo di mettere alla prova gli “sfidanti”: al primo turno, il conservatore Takaichi ha favorito un ulteriore aumento della pressione militare contro i Paesi vicini, sconfiggendo Ishiba il quale aveva ottenuto solo 46 voti tra i legislatori e 108 tra i membri del partito, per un totale di 154 voti. Tuttavia il risultato è stato ribaltato al secondo turno, quando Ishiba ha vinto la candidatura con 215 voti contro i 194 del suo avversario. 

Il timore per le conseguenze internazionali che sarebbero seguite alla nomina di Takaichi è stato elevato, da parte degli analisti, a possibile spiegazione della sua disfatta, ma queste considerazioni non sembrano tenere in debito conto l’economia e sono quindi influenzate da una linea di pensiero borghese che dipinge la politica come una sfera libera, indipendente dalle nude necessità della conservazione del potere di classe.

Il 1° ottobre la nomina di Ishiba diventava formale, ma in un clima politico ancora non consolidato. L’effimera candidatura si è interrotta il 9 ottobre, quando Ishiba ha fatto dimettere il governo per aprire la strada allo scioglimento della Dieta e alla proclamazione di nuove elezioni “lampo” che, agli occhi di qualche fonte occidentale, avevano come unico scopo quello di dare al mandato di Ishiba legittimità “popolare”. Almeno sulla carta, l’LDP aveva un certo vantaggio sulle altre forze partecipanti alla farsa elettorale, come il Partito Costituzionale Democratico con il suo nuovo leader eletto, Noda Yoshihiko, e il Partito Comunista. Tuttavia, l’LDP non ha raggiunto l’obiettivo sperato e cioé quello di guadagnare terreno significativo per la stabilizzazione al potere, ha anzi subito, in questo senso, una catastrofica sconfitta passando da 288 rappresentanti a 215, ben al di sotto della soglia di maggioranza di 233. Il CDP ha ottenuto 148 seggi, 50 in più rispetto alle elezioni generali del 2021. Sebbene già indeboliti dalle rivalità interne, l’LDP e i suoi alleati di Komeito (che hanno perso anch’essi da 32 a 24 seggi) devono considerare l’ipotesi di insediarsi con un governo di minoranza, ridimensionando il loro obiettivo di essere il perno della politica borghese giapponese come è avvenuto negli ultimi decenni. 

Dunque, la posizione del Paese e il suo ambizioso programma di espansione militare risultano ora ulteriormente più in bilico, lasciando ad Ishiba come unica opzione quella di replicare la stessa situazione del 2009, quando l’LDP perse la maggioranza. 

La strategia attuale implica necessariamente la liquidazione  della revisione costituzionale a causa dell’assenza di una chiara maggioranza, e la creazione di alleanze occasionali con le forze di opposizione, per far approvare di volta in volta specifiche proposte di legge, sia con il CDP che con il Japan Innovation Party, una formazione politica espressione dei lobbisti delle imprese del settore tecnologico ed energetico, espressione dell’influente movimento degli “stakeholders”. 

In circostanze del genere, con una domanda da parte di Stati Uniti e Cina che difficilmente migliorerà, e con la prospettiva del confronto militare sempre più vicina, si gettano nuove basi per un’ulteriore fase di instabilità.

L’impotenza del capitale europeo

Come si è sempre scritto, l’Unione Europea non costituisce un blocco unitario a causa delle insanabili contraddizioni economiche e politiche delle nazioni membre. In Comunismo n. 89, ricordavamo che se da un lato, la Germania ed i paesi maggiormente legati all’economia tedesca hanno tratto numerosi vantaggi con la moneta unica, dall’altro i paesi meridionali ne sono  penalizzati a causa delle difficoltà di finanziamento del debito. Sia nei momenti di crisi economica che davanti a quelle internazionali quali le guerre, l’UE non può né potrà mai reagire in maniera davvero unitaria. Dunque, risulta utile mettere in evidenza la debolezza dell’Europa come descritta da Draghi nel suo rapporto alla Commissione Europea così da poter evidenziare ulteriormente le difficoltà degli Stati membri, che la demagogia “draghiana” rappresenta come corpo unico, nel competere con Stati Uniti e Cina.

Dalle terre rare alle auto elettriche: chi guida e chi resta a piedi nella corsa alle risorse

Nel n. 430 abbiamo evidenziato le pesanti difficoltà che gli Stati europei stanno affrontando nel garantirsi l’approvvigionamento di gas, sottolineando il ruolo centrale degli Stati Uniti nelle recenti scorribande imperialiste. Questa crisi non grava solo sulla transizione energetica, ma ha anche profonde implicazioni sui bilanci pubblici, già sotto pressione.

Se da un lato il gas rappresenta un freno alla transizione verso fonti energetiche più sostenibili, dall’altro la stessa transizione dipende in modo cruciale dalla disponibilità di materiali strategici, come il litio. A tal proposito, la tormentata vicenda della miniera serba di Jadar, che abbiamo descritto nell’ultimo numero, offre un chiaro esempio degli sforzi europei volti a estrarre questa risorsa, quali che siano i danni all’ambiente.

Dunque, il rapporto Draghi sottolinea che dal 2017 la domanda globale di litio è triplicata, mentre quella di cobalto è aumentata del 70%. Stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia indicano che, entro il 2030, la domanda di materiali essenziali per la transizione energetica potrebbe duplicare o addirittura triplicare.

In tale contesto, è essenziale comprendere come le borghesie europee stiano cercando di assicurarsi un ruolo nella corsa internazionale per il controllo di queste risorse, in un confronto sempre più serrato con le altre potenze.

La Cina detiene una posizione dominante: controlla il 68% dell’estrazione globale di terre rare e produce oltre il 90% della grafite purissima necessaria per numerose tecnologie “green”. Anche nel caso del cobalto, il controllo è significativo: il 74% della produzione globale si concentra nella Repubblica Democratica del Congo, dove imprese cinesi possiedono 15 delle 19 miniere attive. Situazioni analoghe si registrano per altri materiali:, l’Indonesia estrae il 49% del nichel e possiede il 90% degli impianti di raffinazione del metallo. L’Australia produce il 47% del litio a livello globale, mentre la Cina possiede circa la metà degli impianti chimici mondiali per il trattamento di questo minerale. L’Europa, quindi, resta strutturalmente dipendente da questi paesi per la sua transizione energetica.

La strategia cinese va oltre il controllo della produzione: Pechino ha introdotto misure restrittive sulle esportazioni, tra cui divieti, quote e tasse, per attrarre all’interno del proprio territorio l’intera filiera produttiva legata a questi materiali. Queste politiche hanno provocato significative oscillazioni nei prezzi di litio, cobalto, nichel e rame, con un forte aumento tra il 2021 e il 2022. Sebbene nel 2023 la crescita dei prezzi si sia attenuata, la volatilità ha scoraggiato molti investimenti in tecnologie “verdi”, come i pannelli solari o le batterie per veicoli elettrici. Il caso del litio è emblematico: in Europa i prezzi hanno raggiunto un picco 12 volte superiore rispetto alla media, per poi crollare dell’80%. Questo andamento ha reso economicamente insostenibili molti progetti di estrazione di litio in Europa.

L’industria europea si trova quindi in difficoltà: la scarsa disponibilità di litio ha messo in crisi l’intero processo di transizione verso l’elettrico. Secondo i propri piani di sviluppo, entro il 2035, le nuove automobili dovranno essere a zero emissioni, ma al momento solo una delle 15 auto elettriche più vendute al mondo è prodotta in Europa. Nel frattempo, la Cina, sfruttando le sue restrizioni all’esportazione di litio, è diventata il principale produttore di veicoli elettrici, fornendo molte delle multinazionali occidentali. 

Nel 2022, le esportazioni di auto cinesi hanno superato quelle tedesche, mentre le importazioni europee di veicoli prodotti in Cina sono aumentate del 40% rispetto all’anno precedente. Anche il Giappone si trova nella stessa situazione europea, in quanto dipende fortemente dalle importazioni di materiali critici per la produzione di tecnologie “green”. Tuttavia, già da 25 anni il Giappone, tramite la Japan Organization for Metals and Energy Security (JOGMEC), investe ingenti risorse in progetti estrattivi all’estero, basando la propria politica su accordi diplomatici, di scambio e di sostegno finanziario. Inoltre, il Giappone ha investito fortemente nei processi produttivi nazionali per ridurre gli sprechi al minimo e ha fatto importanti investimenti per ridurre la dipendenza dalla Cina. 

Per quanto riguarda l’estrazione di cobalto e nichel, il Giappone ha investito sull’estrazione sottomarina domestica. In questo modo, ha ridotto la dipendenza dalle importazioni dalla Cina per le terre rare dall’85% del 2009 al 58% nel 2018 e punta a scendere sotto il 50% entro l’anno prossimo.

Come pensa di affrontare l’ ”Europa” questa crisi? Il mandato di Draghi prevedeva la formulazione di politiche di mitigazione, ma il contesto appare tutt’altro che favorevole. Draghi suggerisce di seguire, con vent’anni di ritardo, la strada tracciata dal Giappone, pur partendo da una posizione di netto svantaggio rispetto alla Cina. Tuttavia, sul piano finanziario, l’Unione non contempla forme di sostegno pubblico ai progetti minerari: il grosso degli investimenti dovrebbe quindi provenire dal settore privato. Qui emergono le prime criticità. Per le aziende, impegnarsi in una sfida apparentemente persa in partenza contro il monopolio cinese — capace di determinare i prezzi dei materiali strategici — risulta poco conveniente e ancora meno sicura.

La crisi del gas ha evidenziato la necessità di dotarsi di riserve strategiche per affrontare le emergenze. Tuttavia, per quanto riguarda i materiali rari, l’Europa non dispone di alcuna riserva strategica, nonostante questi siano essenziali per la produzione di tecnologie avanzate e di sistemi militari. Draghi propone di colmare questa lacuna sviluppando riserve strategiche: per farlo, i paesi europei dovrebbero mettere da parte le proprie ambizioni nazionali, identificare nuovi fornitori, poiché è prevedibile che la Cina limiti le sue esportazioni per prevenire la costituzione di scorte di riserva.

Europa sconnessa: scarsa centralizzazione e mancato sviluppo delle infrastrutture delle telecomunicazioni e del digitale

In molti dei settori della produzione capitalistica in cui l’industria europea tutta non è al passo con le altre grandi potenze, Draghi denuncia un certo grado di mancata centralizzazione del capitale a livello europeo, anche a causa delle irrinunciabili pretese delle politiche nazionali. Questo tema è ricorrente e, da buon banchiere, Draghi non esita a ribadirlo. Draghi sa bene che la centralizzazione è il risultato sia del successo che dell’insuccesso capitalistico e costituisce sia il punto di partenza che la finalità ultima del modo di produzione che rappresenta.

Per esempio, nel settore delle telecomunicazioni, Draghi denuncia che le dimensioni delle aziende del settore in Europa sono insufficienti per completare le opere necessarie per la copertura in fibra ottica e l’adozione delle tecnologie 5G su tutto il territorio. Draghi sottolinea che ci sono 34 operatori di telefonia mobile e ben 351 operatori virtuali. Gli operatori virtuali non posseggono le licenze per lo spettro radio e non hanno le infrastrutture necessarie per fornire tali servizi; per questo motivo, utilizzano una parte dell’infrastruttura di un operatore mobile “reale” per la sola commercializzazione del servizio. 

Negli Stati Uniti, invece, ci sono solo 3 operatori di telefonia mobile e 70 virtuali, mentre in Cina ci sono 4 operatori reali e 16 virtuali. Se da un lato gli operatori virtuali facilitano la distribuzione del servizio, offrendo l’accesso a servizi a costi inferiori su larga scala, dall’altro non partecipano alla concentrazione e, quindi, allo sviluppo tecnologico dell’infrastruttura stessa, impedendo al settore nel suo complesso di raggiungere i livelli di profittabilità delle altre grandi potenze imperialistiche.

Il ritardo del settore delle telecomunicazioni in Europa — legato principalmente alla mancanza di una centralizzazione adeguata del capitale e alla frammentazione del mercato — ha un impatto su tutta l’industria, contribuendo a rallentare la transizione digitale nel sistema di produzione capitalistico con conseguenze anche sulle catene di approvvigionamento e distribuzione.

Se in Europa non si riescono a sviluppare operatori di telecomunicazioni abbastanza grandi da investire in tecnologie avanzate, come il 5G, il risultato è il doversi affidare a tecnologie estere. In particolare, la dipendenza dalla Cina per l’acquisizione di tecnologia 5G diventa sempre più evidente. Il colosso Huawei è uno degli attori principali in questo campo. 

Tuttavia, l’acquisto di tecnologia 5G dalla Cina ha sollevato una serie di reazioni contrastanti, alimentate dalle preoccupazioni sulla sicurezza e sulla possibile influenza geopolitica di Pechino. Le reazioni sono state state particolarmente forti in Europa, dove diversi stati membri hanno espresso timori sul rischio che le infrastrutture 5G cinesi possano essere utilizzate per attività di spionaggio o per minare la sovranità digitale delle nazioni europee. Questi timori sono stati amplificati dalle pressioni statunitensi, che vedono il rafforzamento della presenza cinese nelle telecomunicazioni globali come una minaccia alla propria sicurezza nazionale e a quella dei suoi alleati.

Le preoccupazioni riguardo alla sicurezza informatica sono state un fattore cruciale che ha alimentato il dibattito sul 5G, con gli Stati Uniti che hanno adottato politiche aggressive per scoraggiare i paesi europei dal fare affidamento su Huawei. Washington ha persino minacciato di ridurre la cooperazione in materia di intelligence con quei paesi che avessero continuato a utilizzare il 5G cinese. 

Questo scenario crea un paradosso: mentre l’industria europea è costretta a fare affidamento sulla tecnologia cinese per non restare indietro nella corsa alla digitalizzazione, allo stesso tempo si trova a dover bilanciare le proprie esigenze di sviluppo con la necessità di rispondere alle preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale.

Se le infrastrutture terrestri dimostrano un certo grado di impotenza europea, la situazione nello spazio non è migliore. I sistemi satellitari di comunicazione nelle orbite basse (LEO) possono garantire livelli di connettività elevati, fino a 100 Mbps, anche nelle zone rurali e remote dove nessuna infrastruttura fisica potrebbe soddisfare il fabbisogno. Tuttavia, la presenza europea in  questo settore è pressoché nulla. Infatti, la tecnologia europea si basa su costosissimi dispositivi satellitari nelle orbite geostazionarie equatoriali (GEO), come SES (Lussemburgo), Eutelsat (Francia) e Hispasat (Spagna), che non sono in grado di fornire livelli di connettività così buoni. 

La costellazione americana Starlink di Musk e Kuiper di Amazon sono invece non solo economiche, ma anche molto più efficienti. Sul piano governativo, l’UE sta investendo nel programma IRIS2 per colmare questo enorme ritardo tecnologico, ma al momento non esiste ancora un piano per commercializzare questa tecnologia e renderla disponibile al capitale privato.

Dunque, alla dipendendenza dalla Cina per il 5G, si aggiunge, in parte, quella dagli Stati Uniti per quanto riguarda la connettività satellitare. A livello software, Android ed Apple costituiscono rispettivamente il 66 e il 34 per cento del mercato della telefonia mobile. D’altra parte, non esiste nessuna azienda produttrice europea di dispositivi mobili in grado di competere sul mercato: quest’ultimo è infatti suddiviso fra l’americana Apple (33%), la coreana Samsung (31%) e la cinese Xiaomi (15%). 

In generale, i capitalisti dotati di una tecnologia superiore alla media sociale,  conseguono un extraprofitto a spese dei capitalisti  la cui tecnica rimane al di sotto della media sociale. 

Sulla base di questa semplice legge del modo di produzione capitalistico introduciamo il tema dello sviluppo tecnologico nel settore dell’informatica. Anche qui il quadro, per il capitale europeo, è inclemente. Per quanto riguarda l’hardware e tutta la componentistica elettronica, negli Stati Uniti ha origine il 40% delle risorse mondiali investite in ricerca e sviluppo. La quota cinese ammonta al 19%, mentre l’industria dei paesi europei conta solamente il 12%. In ambito software, le proporzioni sono ancora più importanti: gli USA investono per il 71%, la Cina per il 15%, mentre le nazioni europee meno della metà di Pechino, soltanto il 7%. Anche nella corsa alla computazione quantistica il ruolo preminente è rappresentato dagli Stati Uniti e Cina. Sono americani il 50% dei capitali privati investiti per sviluppare questa nuova tecnologia, con Microsoft, Google e IBM a sostenere con interesse strategico le iniziative più importanti. Il capitale privato europeo impegnato in questo settore ammonta a solo il 5% del totale, un decimo di quello americano. Per quanto concerne l’Intelligenza Artificiale, il 73% dei modelli di fondazione sviluppati dal 2017 sono americani mentre il 15% cinesi. Considerando l’ancora scarso impiego di questa tecnologia a livello industriale in Europa, dove soltanto 11% delle aziende ne fa uso, il rischio concreto a livello strategico è che il capitale europeo si troverà a dipendere da modelli sviluppati altrove sia per i modelli di utilizzo generale che per quelli specializzati. Gli imperialismi europei “di spicco” arancano e difatti il capitale di rischio investito nel 2023 in Europa ammonterebbe a 8 miliardi di dollari, contro i 68 miliardi di dollari investiti negli USA e i 15 miliardi cinesi. Un altro settore strategico è quello del cloud computing con importanti ripercussioni in fatto di sicurezza e capacità di sviluppo. Questo settore è dominato da Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud, che insieme detengono il 65% del mercato mondiale. In Europa l’impresa più grande in questo settore è riuscita ad accaparrarsi soltanto il 2% del mercato europeo. In questo settore l’Europa è destinata a essere del tutto dipendente, giacché il capitale dei tre grandi erogatori americani, per un mero fatto di economia di scala, sono destinati deterministicamente a predominare sempre più. Il ritardo europeo nel settore informatico ha importanti ripercussioni sia nella produzione che nella circolazione del plusvalore. 

Nella produzione, la mancanza di una infrastruttura adeguata e la difficoltà di mantenere un certo grado di indipendenza, rende sempre più complesso l’ammodernamento delle manifatture, con impatti notevoli sia per quanto concerne la riduzione degli sprechi che la qualità della produzione, oltre che difficoltà a implementare processi automatizzati e robotiche integrate nel quadro che spesso viene chiamato “Internet delle cose”. 

A gravare, in questo senso, la situazione c’è la scarsa capacità di rinnovarsi dovuta anche alla parcellizzazione dei capitali e la diffusione delle piccole e medie imprese che semplicemente non riescono ad accedere a queste opportunità di sviluppo. Sul piano della circolazione, occorre sottolineare che soltanto 4 dei 50 maggiori mercati digitali sono basati in Europa.                                    

I mercati digitali maggiori sono le americane Alphabet, Amazon, Meta, Apple, Microsoft, X, nonché le cinesi Tencent, Alibaba, Byte Dance e Baidu. La stragrande maggioranza dei consumatori europei fa acquisti in un mercato digitale dominato da capitali non europei. 

Questo ritardo generale tecnologico, che di fatto obbliga i capitali europei a cedere fette di mercato o accumulare un certo svantaggio, obbligherà le nazioni europee ad investire, certo, nel tentativo di riguadagnare qualche metro in una corsa disperata, considerando il ritardo nella partenza e le gambe stanche di un capitalismo vecchio. 

Tuttavia, una cosa è certa: le borghesie europee, per mantenere una posizione nella feroce competizione globale, continueranno a fare leva sulla brutale intensificazione dell’estrazione di plusvalore, attraverso lo sfruttamento coatto, i tagli ai servizi pubblici e lo smantellamento sistematico delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato. La stagione in cui in Europa si poteva comprare la pace sociale in virtù della posizione di forza delle potenze europee nel mondo sta tramontando, quindi il ritorno della stagione gloriosa della lotta di classe, che gli storici borghesi si affrettarono a relegare alla storiografia, tornerà prepotente sulla scena storica.

La guerra civile sudanese: una lotta locale parte del flagello imperialista mondiale Pt. 1

Radici storiche

Per comprendere davvero il dispiegarsi degli attuali eventi, e della sanguinosa guerra civile che – stando alle cifre dell’ottobre 2024 – ha provocato oltre 15000 morti e prodotto l’esorbitante cifra di 8,2 milioni di sfollati, è buona prassi percorrere, quantomeno brevemente, il filo rosso della più o meno recente storia della travagliata regione che ora si costituisce sotto la bandiera del Sudan. 

L’invasione ottomana

Nel 1821, il viceré Mehmet Ali dell’Egitto ottomano invase il Sultanato di Sennar, espandendosi poi in una serie di campagne militari nel resto della regione. L’invasione mirava a conquistare un territorio ricco d’oro e strategicamente rilevante per il commercio di schiavi, nonché a incrementare il proprio esercito ottomano con nuove leve. Benché la guerra d’invasione avesse incontrato la resistenza degli Shaigiya, la tribù, una volta sottomessa, fu impiegata nelle incursioni sulle montagne di Nuba e nel sud del Sudan volte a catturare schiavi. L’invasione egiziana ebbe quindi un ruolo importante nell’equilibrio regionale, andando a rafforzare le tribù del Nilo, di lingua araba e di credo sunnita, a danno delle tribù delle aree periferiche del paese.

Lo Stato Mahdista

Nel 1881, Muhammad Ahmad guidò una rivolta nazionalista che portò alla nascita dello Stato Mahdista. Di fronte a questa minaccia, il Chedivè d’Egitto, sotto la guida del pascià Tawfiq, si rivolse all’Impero Britannico per ottenere supporto. Le forze anglo-egiziane si trincerarono a Khartoum, ma la città alla fine cadde.

Lo Stato Mahdista riuscì a unire sotto il proprio dominio quasi tutte le tribù della regione, introducendo una nuova legislazione sulla schiavitù che si discostava dalle tradizioni islamiche. Questa legge consentiva la schiavizzazione dei musulmani che non garantivano il loro sostegno al nuovo stato, ma proteggeva invece le tribù non musulmane, tradizionalmente prede delle razzie egiziane, purché giurassero fedeltà e si ponessero sotto la protezione del Mahdi.

Il condominio anglo-egiziano

Dopo la morte di Muhammad Ahmad, le forze anglo-egiziane, sotto la guida di Lord Kitchener, occuparono il Sudan. Nel 1899, il paese fu formalmente trasformato in una colonia condivisa tra Egitto e Regno Unito, ma di fatto rimase sotto il controllo britannico fino al 1956.

Kitchener promosse la costruzione di una ferrovia che collegava Wadi Halfa ad Abu Hamad, un’opera strategica volta a superare le difficoltà logistiche causate dalle frequenti esondazioni del Nilo. È importante sottolineare che, in questa fase, i collegamenti ferroviari servivano esclusivamente a scopi militari.

Nel 1906 venne fondato Port Sudan, destinato a diventare un fulcro logistico di primaria importanza per l’intera regione. Situata lungo la costa del Mar Rosso, la città fu progettata per sostituire Suakin, il precedente porto principale, che soffriva di problemi legati alla sua posizione e alla difficoltà di accesso per le moderne navi a vapore. Port Sudan fu dotata di infrastrutture all’avanguardia per l’epoca, inclusi un porto profondo capace di ospitare grandi imbarcazioni e collegamenti ferroviari diretti con le principali città dell’entroterra, come Khartoum.

Questa nuova infrastruttura non solo facilitò l’esportazione di merci, come cotone, gomma arabica, ma giocò anche un ruolo strategico nel rafforzare il controllo britannico sul Sudan. La posizione strategica di Port Sudan lungo le rotte del Mar Rosso incrementò il suo valore, rendendolo un punto chiave per il commercio e le operazioni militari. 

Agli inizi del 1900, l’industria britannica affrontò crescenti difficoltà nel reperire il cotone necessario per alimentare le manifatture tessili del Lancashire. Questa carenza fu aggravata dalla decisione degli Stati Uniti di ridurre significativamente le esportazioni di cotone per soddisfare il proprio fabbisogno interno. Di fronte a questa crisi, l’Impero britannico rivolse lo sguardo all’Egitto, investendo nella costruzione della “vecchia diga di Assuan”. Quest’opera permise l’espansione di vasti campi coltivati a cotone lungo il basso Nilo, soddisfacendo almeno in parte la domanda del mercato dell’Impero britannico.

Nel 1911, prese avvio una delle trasformazioni economiche e sociali più rilevanti del periodo coloniale, quando il Sudan Plantations Syndicate (SPS), una società privata, iniziò la costruzione di un imponente sistema di dighe nell’area di Gezira. Questo sistema consentì l’irrigazione di una vasta superficie, destinata alla coltivazione di cotone di altissima qualità. Completati nel 1925, i lavori portarono a una radicale riorganizzazione del territorio. 

Parallelamente, venne costruita una ferrovia che collegava Sannar a Port Sudan, agevolando il trasporto del cotone verso i mercati internazionali.

Questa opera di ingegneria agricola trasformò Gezira nella regione più densamente popolata del Sudan, attirando una popolazione di circa 150.000 persone. Il cotone, divenuto il prodotto principale dell’economia locale, si affermò rapidamente come il principale prodotto di esportazione del paese. Già nel 1924, rappresentava il 76% del totale delle esportazioni sudanesi, sancendo il ruolo centrale di Gezira nell’economia nazionale.

Per comprendere l’impatto del Sudan Plantations Syndicate (SPS), occorre analizzare la struttura sociale introdotta durante questo periodo. Il governo britannico trasformò radicalmente l’area irrigata artificialmente, espropriando le terre tradizionalmente appartenenti alle tribù locali. I piccoli proprietari agricoli di tipo pre-capitalistico furono convertiti in mezzadri, vincolati a un rigido sistema di ripartizione del prodotto: il 40% del raccolto di cotone spettava al mezzadro, il 25% al SPS e il restante 35% al governo sudanese.

Il SPS, oltre a gestire la produzione agricola, agiva anche come istituto bancario per lo sviluppo del territorio. Tuttavia, i prestiti concessi ai mezzadri erano condizionati all’impiego esclusivo del credito per la coltivazione del cotone, escludendo quindi investimenti in colture alimentari come il dura, un cereale locale essenziale. Sebbene i villaggi della regione avessero sperimentato un relativo sviluppo economico tra il 1925 e il 1929, una serie di raccolti fallimentari colpì gravemente la produzione di dura. L’impossibilità di accedere a prestiti per il sostentamento alimentare, unita alla carestia e alla crisi economica globale successiva, scatenò una grave crisi sociale, aggravando ulteriormente l’indebitamento dei mezzadri.

Durante il periodo iniziale di espansione, Gezira attirò numerosi immigrati dalle regioni circostanti, che lavorarono come salariati nei campi. Tuttavia, la crisi spinse molti mezzadri ad abbandonare le proprie terre, mentre i salariati, rimasti senza lavoro o cibo, si dedicarono ad attività di brigantaggio per combattere la fame. Questo fenomeno generò forti tensioni sociali, alimentando conflitti tra gruppi etnici e tribali. 

La grande depressione degli anni trenta trasformò anche la tecnica agricola. Inizialmente, di 30 feddan (16,5 ha) costituenti una tipica azienda agricola a mezzadria, 10 erano destinati alla produzione di cotone, 5 per la produzione di dura e lubia (fagioli verdi) e i rimanenti 10 feddan venivano lasciati a maggese.

Tuttavia, la produzione agricola intensiva e i sistemi di irrigazione, degradarono notevolmente la terra, che era sovente infestata da erbacce e malattie.

Questo portò alla sostituzione completa della produzione di lubia con il dura ed inoltre, manifestandosi maggiormente nel periodo di crisi economica le difficoltà legate alla degradazione del suolo, l’SPS impose una nuova gestione del sistema di rotazione che imponeva di raddoppiare il periodo di maggese a un anno, fatto visto con sospetto dai mezzadri che ritenevano la nuova politica concepita per svantaggiare ulteriormente la produzione di dura.

Una lieve ripresa si registrò solo nel 1934, ma le cicatrici sociali ed economiche lasciate dal sistema imposto dal SPS continuarono a segnare profondamente la regione. Tuttavia va evidenziato che nel periodo di ripresa si registrò un notevole incremento della meccanizzazione agricola. 

La grave crisi degli anni ’30 spinse l’Impero britannico a riconsiderare la propria politica in Sudan. Nel 1939, a quasi quarant’anni dall’occupazione del paese, la situazione economica della colonia risultava tutt’altro che stabile. Nonostante i massicci investimenti nella regione di Gezira, il capitale britannico si rese conto che il progetto non aveva raggiunto il successo sperato. La politica imperialistica britannica, orientata esclusivamente a soddisfare le proprie esigenze economiche attraverso la produzione di cotone, ignorò sistematicamente le necessità strutturali del Sudan. Questo criterio, privo di incentivi per modernizzare la produzione di beni di consumo essenziali, contribuì alla fragilità del sistema sociale sudanese.

Il Sudan, trovandosi in mezzo tra Egitto ed Etiopia, svolse un ruolo importante nella seconda guerra mondiale. Da una parte l’Egitto era minacciato dall’Asse, dall’altra l’Impero britannico, sfruttando la sua presenza in Sudan, si mosse per ricostituire il potere di Hailé Selassié a soltanto cinque anni di distanza dalla conquista italiana. Conseguenza della guerra fu sia lo sviluppo di Port Sudan come hub logistico-militare sia l’ingresso di ufficiali sudanesi, esponenti delle più influenti famiglie del nord, nell’esercito coloniale.

La necessità di sfamare da una parte l’esercito e dall’altra la popolazione al fine di prevenire ribellioni spinse il governo coloniale sudanese a sviluppare nella regione di Qadarif, a est di Gezira, una nuova forma di produzione agricola. Il Qadarif vantava una terra argillosa altamente fertile e una produzione di dura di fondamentale importanza per alimentare buona parte del Sudan e specialmente le città, che assistettero ad un’importante processo di urbanizzazione a causa della guerra. La produzione di dura tradizionalmente era basata sulla raccolta dell’acqua piovana e su uno schema di rotazione delle terre a maggese. Il panorama iniziò a cambiare notevolmente con l’arrivo della meccanizzazione. I contadini più ricchi, con l’acquisto delle prime macchine agricole, iniziarono a praticare una versione sofisticata della tradizionale coltivazione a rotazione: coltivano un’area in modo intensivo con attrezzature finanziate dal governo, ma poi si spostano su terreni vergini più attraenti quando i rendimenti diminuivano. 

Questa pratica aveva portato all’erosione del suolo e persino alla desertificazione in alcune aree. La nuova tecnica di produzione, mirava a massimizzare la produzione agricola, avvantaggiandosi della vasta quantità di terre coltivabili inutilizzate nel paese, ma senza alcun riguardo alla sostenibilità.

Terminata la guerra, con il declino dell’industria cotoniera britannica, il Sudan perse gran parte della sua importanza economica per l’Impero. Di fronte a questa realtà, i britannici iniziarono a corteggiare un certo nazionalismo nell’élite locale, cercando di preparare il terreno per una decolonizzazione che, per quanto inevitabile, fosse ancora parzialmente favorevole ai propri interessi.

L’indipendenza

La rivoluzione anticoloniale egiziana del 1952 segnò una svolta decisiva nel percorso del Sudan verso l’indipendenza. I nuovi leader egiziani, Mohammed Naguib, la cui madre era di origine sudanese, e successivamente Gamal Abdel Nasser, compresero che per porre fine al dominio britannico in Sudan era necessario che l’Egitto rinunciasse ufficialmente alle proprie pretese di sovranità sul paese. Storicamente, il Sudan era stato considerato una sorta di “Egitto minore”, posto all’estremità meridionale del Nilo.

Naguib e Nasser, consapevoli che la rinuncia alle rivendicazioni sul Sudan avrebbe rafforzato la loro battaglia contro l’influenza  britannica, adottarono una strategia mirata a favorire l’indipendenza sudanese come strumento per ridurre il controllo coloniale britannico nella regione. Parallelamente, il Regno Unito, pur non desiderando di mantenere un governo diretto sul Sudan, si impegnò a limitare l’influenza egiziana appoggiando figure locali come Abd al-Rahman al-Mahdi, leader di spicco e discendente del Mahdi.

Alla luce di questi sviluppi, entrambe le parti concordarono sulla necessità di un referendum libero e trasparente per decidere il futuro del Sudan, aprendo così la strada alla sua indipendenza formale.

Come scrivemmo nel 1971: «la più vecchia potenza del mondo appoggiava – può sembrare un paradosso – l’indipendenza dei paesi già sottoposti al suo controllo politico e militare, nella convinzione di poterne così mantenere e forse rafforzare i legami di dipendenza economica e finanziaria. Del resto, è noto che, nella fase imperialistica, il colonialismo storico diviene un controsenso».

Sciopero generale di Cgil e Uil

Riportiamo di seguito il volantino distribuito dal Partito in occasione delle manifestazioni per lo sciopero generale del 29 novembre, nel quale avevamo salutato la adesione anche di numerosi organismi di base.

A questo sciopero non avevano partecipato i ferrovieri in ottemperanza alla regola imposta dei 10 giorni di distanza rispetto a una precedente astensione dal lavoro degli addetti alla manutenzione (la cosiddetta “rarefazione” delle lotte in gergo “sindacalese”). Inoltre Salvini, Ministro dei trasporti, aveva precettato gli addetti al trasporto locale che non avrebbero potuto superare le 4 ore di astensione e comunque rispettare le fasce di garanzia. Il TAR, al quale si erano appellati i vari organizzatori non aveva neanche preso in considerazione il ricorso.

A dicembre sono previsti altri scioperi nel settore del trasporto marittimo e aereo, oltre che delle ferrovie, fra cui anche lo sciopero generale indetto dal sindacato di base Usb (che non aveva aderito a quello del 29 novembre). E di nuovo è minacciata la precettazione da parte di Salvini.

In più verranno varate le norme del “decreto sicurezza” che va a vietare, oltre ai picchetti, anche tutte le altre forme di  protesta non autorizzata, come i cortei, i blocchi stradali e delle merci nel settore della logistica.

E’ chiaro che per queste categorie di lavoratori il cosiddetto “diritto” di sciopero viene invalidato, ma lo sarà presto anche per le altre, magari con la giustificazione della salvaguardia dell’“economia nazionale”. Ed è altrettanto  chiaro che non è con i ricorsi agli organi di giustizia che si può salvaguardare un’arma di lotta che la classe lavoratrice utilizza per la sua  difesa. 

Lo sciopero non è un diritto che viene concesso, ma un’arma di battaglia di cui i lavoratori si appropriano per combattere il nemico di classe! Contro la repressione che le normative sempre più stringenti prevedono, si deve contrapporre la mobilitazione sempre più estesa della classe se non vuole soccombere alla pressione sempre più stringente sulle sue condizioni di vita e di lavoro.

PER LA DIFESA DELLE CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO

CONTRO IL COLLABORAZIONISMO

PRENDA FORZA UN FRONTE UNICO SINDACALE DI CLASSE!

29 Novembre 2024

Compagni lavoratori,

Da tempo le condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice si trovano sotto un pesante attacco e il governo, sostenuto dal padronato, si avvia a varare ulteriori normative antisciopero e di repressione contro la mobilitazione operaia. La precettazione dei lavoratori dei trasporti messa in atto in questa occasione e il prospettato disegno di “legge sicurezza” che andrebbe a proibire i picchetti e i cortei “non autorizzati”, dopo le norme di regolamentazione degli scioperi varate da tempo, sono ulteriori atti rivolti a porre nella illegalità le lotte. 

Queste misure potranno esser vanificate non con i ricorsi ai tribunali ma con una forte e organizzata mobilitazione di tutti i reparti della classe lavoratrice!

Non è in questo senso che si muovono le Confederazioni anche se CGIL e UIL, allo scopo di non perdere la presa sui lavoratori e rischiare di essere sopravanzate da un movimento che potrebbe svilupparsi alla base, si vedono costrette a indire questo sciopero generale, peraltro per una data già indicata da alcune sigle sindacali di base.

Oggi salutiamo il fatto che  numerose organizzazioni del sindacalismo di base, anziché estraniarsi, confermano la partecipazione a questa giornata di lotta, portando fra i lavoratori in sciopero l’attacco alla politica collaborazionista dei sindacati Confederali ed agitando le rivendicazioni di classe  con l’obbiettivo di spingere alla radicalizzazione e l’estensione della lotta, verso un fronte unico sindacale, che rappresenterà la base per la ricostituzione del Sindacato di classe contro il collaborazionismo dei sindacati tricolore.

Seguendo questa strada la classe lavoratrice potrà domani anche contrapporsi alla prospettiva di un conflitto inter-imperialistico che si va prospettando sulla scena internazionale, contrapponendo allo schieramento dei lavoratori sui fronti contrapposti della guerra fra gli Stati, l’alternativa dello schieramento di classe nella rivoluzione internazionale.

Tale percorso potrà essere intrapreso solo se accompagnato dal ricongiungimento della classe con il suo storico Partito Comunista che rappresenta il programma della sua emancipazione, per via rivoluzionaria, dalla società capitalista.

PER LA RINASCITA DEL SINDACATO DI CLASSE CONTRO IL SINDACATO DI REGIME !

PER IL RITORNO  DEL PARTITO COMUNISTA ALLA GUIDA DELLA CLASSE LAVORATRICE NELLA SUA LOTTA DI EMANCIPAZIONE DAL CAPITALISMO

PER LA RIVOLUZIONE COMUNISTA !

Contro la precettazione mobilitazione di classe!

Apprendiamo, mentre stiamo chiudendo il giornale, della precettazione emanata da Salvini nei confronti dei lavoratori dei trasporti che hanno aderito allo sciopero  indetto dall’USB (Unione Sindacale di Base) per Venerdì 13.  Questo provvedimento, che ripete quello relativo allo sciopero generale del 29 Novembre, si aggiunge al “ddl sicurezza”,  posto  alla ratifica del Parlamento, di cui abbiamo denunciato, nel n° 430 di questo giornale,  il carattere repressivo nei confronti dei picchetti alle fabbriche, delle manifestazioni e dei cortei dei lavoratori. Viene prospettata inoltre una  nuova normativa di legge ancora più pesante riguardo agli scioperi, rispetto a quella già esistente, già varata dai governi precedenti. Si constata che il personale politico, prescelto per dare una svolta repressiva nei confronti delle lotte dei lavoratori, sta facendo il suo lavoro, predisponendo  normative adeguate  allo scopo di fermare le lotte, che sicuramente non verranno cancellate dai governi “progressisti” che potranno seguire. Come di fronte all’avanzata del fascismo negli anni ’20, non siamo a gridare alla “lesa democrazia”, ed è nostro compito indicare ai lavoratori che è pura illusione fare affidamento su enti, comunque sempre borghesi, quali  commissioni o  tribunali  . L’unica via è renderli inefficaci generalizzando ed estendendo la  mobilitazione. Se il Capitale e il suo Stato pongono le lotte nell’illegalità, la classe lavoratrice non può che accettare questo terreno di scontro o soccombere. Per l’ennesima volta  si viene a sfatare la grande menzogna della “democrazia” e dello Stato di “tutto il popolo” che la “democrazia’ stessa rappresenterebbe, svelando il suo vero volto di una macchina di violenza organizzata, eretta a difesa degli interessi esclusivi del Capitale e della classe dominante.

La questione delle abitazioni in Romania Pt. 1

La questione delle abitazioni è un problema che la borghesia non sarà mai in grado di risolvere. La mancanza di alloggi a prezzi accessibili, gli appartamenti minuscoli, la costruzione frettolosa di palazzi che possono cadere rapidamente a pezzi a causa dei materiali scadenti, la comparsa di baraccopoli, la mancanza di spazi verdi, il traffico infernale e l’inquinamento insopportabile nelle città sono mali sociali costantemente ricorrenti di cui il capitalismo non riesce a liberarsi. 

La questione delle abitazioni è per queste ragioni un aspetto che interessa la società nel suo complesso e si declina in maniera diversa a seconda delle classi sociali. Le situazioni della piccola borghesia e del proletariato sono entrambe fortemente danneggiate dall’aumento del costo della vita, ma i loro interessi e le loro soluzioni alla questione delle abitazioni divergono. Per molti proletari una casa che risponda ai loro bisogni umani più elementari resta un miraggio irraggiungibile, la piccola borghesia si culla nell’incongruo sogno reazionario di trasformare tutti in proprietari, gli strati dell’aristocrazia operaia sono partecipi di questa illusione, mentre per la borghesia l’alloggio degli strati sociali subalterni è un’eccellente fonte di affari in cui profitto e rendita si intrecciano abbracciandosi in fastosi e solenni sponsali. 

Ma una volta squarciato il velo dell’ideologia dominante affiora una elementare verità: l’interesse di classe del proletariato non consiste nell’aspirazione a trasformare tutti i membri della società in proprietari di case. Come ci ha insegnato Engels, la questione abitativa troverà la sua soluzione solo soltanto dopo la rivoluzione, dopo attraverso il processo di abolizione della proprietà privata e del superamento dell’antitesi fra città e campagna.

«Il problema delle abitazioni potrà essere risolto solo se la società sarà rivoluzionata abbastanza perché si possa procedere all’abolizione di quel contrasto fra città e campagna che nell’odierna società capitalistica è spinto all’estremo. Ben lungi dal poter abolire tale contrasto, la società capitalista deve al contrario acuirlo ogni giorno di più; […] non è la stessa soluzione del problema delle abitazioni che risolve al tempo stesso la questione sociale, ma solo la soluzione di questa rende possibile al tempo stesso quella del problema della casa. Pretendendo di risolvere quest’ultimo mantenendo in vita le moderne metropoli è un controsenso. Ma le moderne metropoli saranno eliminate solo con l’abolizione dei modi di produzione capitalistici, e quando si sarà cominciato a far questo, si tratterà di ben altre cose che di procurare ad ogni lavoratore una casetta di sua proprietà». (Engels, “La questione delle abitazioni”)

Le peculiarità della questione abitativa in Romania

La Romania ha vissuto una storia particolare per quanto riguarda il problema dell’alloggio dei lavoratori che emigravano nelle città per cercare una vita migliore. Ai tempi di Gheorghe Gheorghiu-Dej e di Nicolae Ceauşescu i proletari recentemente inurbati vivevano stipati in appartamenti costruiti a basso costo, spesso privi di servizi di base come il riscaldamento. Anche se venivano costruiti molti stabili di grandi dimensioni con numerosi appartamenti, c’erano molti lavoratori che pur lavorando in città, vivevano ancora in campagna ed erano costretti a fare i pendolari ogni giorno. Negli ultimi anni del regime nazionalista, contrabbandato per “socialista”, l’elettricità, il riscaldamento e i programmi televisivi venivano forniti solo per poche ore al giorno.

In seguito al cambio di regime provocato dal colpo di Stato del 1989 non si è avuta alcuna politica statale interessata a modernizzare gli appartamenti economici ereditati dal capitalismo stalinista, che a tutt’oggi sono tenuti in uno stato deplorevole. Grazie alle privatizzazioni successive al 1989, la maggior parte dei rumeni è riuscita a comprare a basso prezzo gli appartamenti in cui viveva, e così la Romania è arrivata a occupare il 3° posto al mondo tra i Paesi con il più alto tasso di proprietà abitativa. È comune a molti Paesi passati attraverso i regimi nazionalisti sedicenti “socialisti” occupare i primi posti in questa classifica, in un quadro generale che vede la proprietà della casa d’abitazione assai più comune nei paesi dell’Europa orientale piuttosto che nell’Europa occidentale. Il tasso di proprietà abitativa della Romania nel 2023 era del 95,3%, superato soltanto da quello di Kosovo (97,8%) e Albania (96,3%). È invece radicalmente diversa la situazione in paesi economicamente assai più prosperosi come la Germania (49,1%) e la Svizzera (42,2%) che hanno i tassi di proprietà abitativa più bassi d’Europa. A leggere questi dati si ricava la netta impressione che nella fase attuale del capitalismo la prosperità economica e la buona qualità degli alloggi di un Paese sia inversamente proporzionale alla percentuale di proprietari di case. 

La vendita di massa di appartamenti a prezzi inferiori a quelli di mercato da parte dello Stato è stata giustificata dagli specialisti borghesi come segue:

«La vendita del patrimonio abitativo pubblico agli ex inquilini a prezzi simbolici, molto al di sotto del prezzo di mercato, sebbene fosse pensata come una forma di riduzione delle spese dello Stato con queste case, era anche percepita come un “ammortizzatore”. Trasformando un maggior numero di famiglie in proprietari, si è ridotto l’impatto sociale negativo del periodo di transizione. Come tutte le crisi che si evitano, all’epoca degli anni Novanta questi movimenti a livello legislativo “hanno fatto guadagnare tempo”. Gli effetti negativi, tuttavia, sono stati proiettati nel futuro, sia a livello di edilizia pubblica che a livello privato. Indipendentemente dal settore, pubblico o privato, le autorità pubbliche locali hanno abdicato alle loro responsabilità […] Nel settore privato, addossare i costi del mantenimento di uno stock di alloggi di scarsa qualità su una popolazione con redditi bassi e gravemente impoverita dall’entrata in democrazia, che è diventata proprietaria da un giorno all’altro, senza alcun tipo di sostegno, ha rappresentato la ricetta per il rapido degrado degli alloggi in Romania».

Questo alleggerimento dei danni causati dalla terapia d’urto si è rivelato di breve durata. Non c’è voluto molto perché gli appartamenti di bassa qualità si degradassero ulteriormente, dato che lo Stato aveva smesso di investirvi. Come si legge nel documento citato, «nel 2001 circa 2,5 milioni di abitazioni (il 35% dello stock totale) si trovavano in uno stato di degrado avanzato che richiedeva la riabilitazione urgente delle infrastrutture e delle attrezzature». Ma lo Stato non si è assunto alcuna responsabilità: gli stabili non erano più di sua proprietà e quindi non era costretto a utilizzare i fondi per ripararli e fornire servizi, come faceva prima del 1989.

Attualmente il 50% dei rumeni vive in abitazioni sovraffollate. In effetti, l’elevato tasso di proprietà abitativa, unita al sovraffollamento degli alloggi, è valso alla Romania l’appellativo di “Paese dei paradossi”. Citiamo da un articolo di cronaca sull’argomento:

«Nell’UE, lo spazio abitativo consigliato è di 30 metri quadrati per persona. Nel nostro Paese, invece, è ridotto alla metà o addirittura a meno. Quasi la metà delle famiglie rumene vive in una o al massimo due stanze. [..]

«Nonni, genitori e figli vivono insieme in molte case. La Romania ha una delle percentuali più alte di giovani che vivono ancora con i genitori. Infatti, 4 giovani rumeni su 10 fino a 34 anni vivono sotto lo stesso tetto con i genitori. Vivere in case sovraffollate non è l’unico problema. 1 rumeno su 4 vive in condizioni di grave povertà. Le statistiche mostrano che un terzo delle case non ha servizi igienici e che il 40% delle famiglie ha bisogno di riparazioni correnti o in conto capitale. [..]

«La maggior parte dei rumeni vive in case costruite tra il 1919 e il 1980, anche se ogni anno vengono costruite circa 50.000 nuove abitazioni. Gli studi sul mercato abitativo mostrano che in Romania c’è una carenza di un milione di abitazioni».

È importante notare che, a causa della significativa riduzione della produzione industriale a partire dal 1989, milioni di rumeni hanno lasciato il Paese e la popolazione della maggior parte delle città è diminuita nel tempo. Ci sono soltanto tre città che hanno una popolazione maggiore rispetto al 1992: Iași, Cluj-Napoca e Bragadiru. La città Cluj-Napoca che si trova nel nord-ovest del Paese, nota in italiano anche col nome di Clausemburgo, è cresciuta con il boom dell’industria informatica, mentre Bragadiru si è sviluppata grazie alla sua vicinanza alla capitale della Romania, Bucarest. Molte città che dipendevano da una sola industria (come le città dei minatori) si sono gravemente spopolate nell’arco di 20-30 anni. 

Molti capitalisti hanno tratto grandi vantaggi dalla situazione successiva al 1989, poiché i terreni su cui sorgevano i vecchi centri industriali sono stati venduti a prezzi così bassi da permettere la costruzione di centri commerciali, appartamenti e uffici. Nel 1995, lo Stato ha approvato una legge che ha portato alla restituzione delle terre espropriate nel periodo 1945-1989 ai loro vecchi proprietari. La conseguenza è stata che molti lavoratori che erano stati trasferiti sulle terre espropriate dall’ex Stato nazionale “socialista” sono stati sfrattati e costretti ad andare altrove. Parchi naturali e foreste sono stati ceduti da funzionari statali corrotti a capitalisti che hanno utilizzato questi terreni per compiere gigantesche speculazioni immobiliari costruendo appartamenti su larga scala. In questo modo è emersa la cosiddetta “mafia degli alloggi”.

Gigantismo urbanistico e svilimento delle condizioni di vita

Bucarest è un esempio paradigmatico di come si presenti la questione abitativa nel regime capitalistico. La capitale della Romania è la seconda città in Europa per tempo perso nel traffico a causa della congestione delle sue strade.

«Chi guida nella densa area urbana delle città perde 143 ore all’anno a causa del traffico. Le persone che guidano sulle strade di Bucarest trascorrono 277 ore di pendolarismo nelle ore di punta». L’elevato traffico è causato in parte dal gran numero di pendolari, dato che 700.000 lavoratori di Bucarest vivono nelle contee circostanti in un raggio di 100 km. Nel 2020, 136.700 persone si spostavano quotidianamente con la propria auto. Il traffico è anche la maggiore causa di inquinamento dell’aria della capitale rumena, per cui la Guardia Nazionale Ambientale ha comminato diverse multe, tra cui la più recente, il 25 ottobre 2024, di 100.000 lei (circa 20mila euro) al comune di Bucarest per «non aver mai adottato misure per ridurre la concentrazione di inquinanti atmosferici all’interno dell’agglomerato di Bucarest».

Questa situazione che rende invivibile la città grazie anche alla perenne congestione del traffico alla quale contribuisce in gran parte il trasporto privato, non viene mitigata nemmeno dall’imponente rete del traporto pubblico.  La rete della Società dei Trasporti di Bucarest (STB) è la quarta del continente per dimensioni, trasporta 2,15 milioni di passeggeri al giorno, comprende 130 linee di autobus, 17 linee di filobus e 26 linee di tram, mentre la STV (Società dei Trasporti di Voluntari, una città della contea di Ilfov, che circonda Bucarest) utilizza oltre 200 autobus acquistati con fondi europei per il trasporto regionale; il trasporto pubblico è ancora molto affollato, soprattutto nelle ore di punta. Anche la metropolitana trasporta ogni giorno almeno 800.000 persone (dati del 2019), disponendo di 83 treni di cui 13 di recente acquisto. 

Il deterioramento dello stato delle abitazioni, specialmente negli ultimi anni, è stato drammatico, migliaia di appartamenti sono rimasti senza riscaldamento e acqua calda: guasti che si verificano quotidianamente nella rete vecchia di 60 anni. Questo dimostra come le proprietà diffusa di abitazioni anche fra i lavoratori non sia affatto un sinonimo di benessere, dato che la manutenzione che un tempo era a carico dello Stato, ora grava sui magri salari dei proletari. Intanto dilaga la speculazione immobiliare attraverso la quale affaristi d’assalto si appropriano di cospicue fette di plusvalore attraverso la cementificazione di parchi e boschi, all’insegna di quel processo di mineralizzazione della biosfera compiuto dalla folle corsa mortale del capitale alla ricerca della propria valorizzazione.

Ci sono innumerevoli casi di nuovi appartamenti costruiti illegalmente, senza i permessi delle autorità e senza le ispezioni di sicurezza, i quali possono diventare autentiche trappole in caso di terremoto o incendio.

Ampie aree di parchi naturali, come i 12 ettari del Parco Titan, sono state cedute all’erede di una famiglia di boiardi il quale le ha vendute all’attuale proprietario. La “flessibilità” della legge borghese quando si tratta degli interessi del capitale si è dimostrata ancora una volta: anche se gli spazi verdi pubblici non erano normalmente idonei alla “retrocessione” (una pratica in cui la proprietà precedentemente ceduta durante il vecchio regime, viene restituita dopo l’89), grazie ad alcuni escamotage, molte parti di parchi di Bucarest sono state restituite agli eredi degli espropriati; stiamo parlando di parti di Titan, Bordei, Verdi, Tineretului, Plumbuita, Herăstrău e molte altre aree verdi, per un totale di oltre 200 ettari. Nel caso del Parco Titan, si sono svolti diversi processi per annullare la decisione di restituirlo ai vecchi proprietari, ma maicon un esito positivo. Inoltre, negli ultimi 4 anni sono stati appiccati 21 incendi in quest’area da parte di ignoti, a cui si aggiungono disboscamenti illegali e l’avvelenamento di alberi.

Nel regime capitalistico certi fenomeni di speculazione e di saccheggio del territorio da parte dei “signori del cemento” si presentano spesso come aspetti essenziali del mercato immobiliare. Ma l’andamento di tale mercato risente dell’andamento complessivo dell’economia dovuta in ultima istanza ai cicli di accumulazione dell’industria. In Romania l’indice dei prezzi delle case ha conosciuto una fase di netto ribasso conseguente alla crisi mondiale del 2008. A questo drastico calo è seguita una fase di sostanziale stagnazione protrattasi fino al 2015, segnata da ulteriori ribassi. Infine si è avuta una crescita piuttosto sostenuta, anche se punteggiata di rallentamenti e di episodici arretramenti, che ha proseguito la sua ascesa fino ad oggi. Questo andamento viene descritto dal grafico di seguito riportato:

Il rapido inurbamento di popolazione rurale e l’emigrazione interna verso le aree economicamente più prospere, nelle grandi città si accompagnano spesso alla comparsa di baraccopoli. Molte città rumene hanno i loro “quartieri malfamati”, come è il caso dell’area di Pata Rât, nella città di Cluj-Napoca, il quale si trova proprio accanto a una discarica. A Bucarest, i quartieri di Ferentari e Rahova sono generalmente considerati ad un alto tasso di criminalità e sono rinomati per il traffico e l’abuso di sostanze stupefacenti. C’è anche una componente razziale in questo problema, poiché questi ghetti sono generalmente popolati da Rom, che vengono discriminati in ogni aspetto sociale. Si tratta di un vecchio copione messo in scena mille e mille volte dalla società borghese: si emargina una minoranza etnica, la si sospinge in una zona periferica della città in cui sono assenti infrastrutture adeguate, e dunque si incolpa del “degrado” e della diffusione della criminalità la componente etnica discriminata. 

Anche il fenomeno dei senzatetto non è affatto sconosciuto. In Romania il loro numero si stima attorno ai 15.000, di cui 5.000 soltanto a Bucarest, e circa 350 di loro muoiono ogni anno a causa dell’esposizione alle intemperie e delle tremende condizioni di vita. Il 65% di loro non ha una carta d’identità, per cui è impossibile trovare un lavoro o avere accesso ai servizi sociali. A Bucarest, nel 2020 c’erano solo 420 posti letto nei rifugi per i senzatetto.

L’eterno inganno delle “case popolari”

Le “case popolari” sono abitazioni costruite a spese dello Stato e affittate a quanti non possono permettersi di acquistare un alloggio ai prezzi di mercato. Le abitazioni devono soddisfare alcuni requisiti minimi per quanto riguarda elettricità, acqua corrente, servizi igienici, spazio per riposare e per cucinare. Lo spazio disponibile viene calcolato in base alle dimensioni della famiglia dell’inquilino. Per molti rumeni, anche questi requisiti minimi costituiscono un privilegio.

L’affitto delle case popolari è fissato a circa il 10% del reddito dell’inquilino e quindi, per poterne usufruire, è necessario avere un impiego. L’inquilino deve anche avere un salario inferiore al livello medio, non essere attualmente proprietario di una casa e non aver comprato e venduto un’abitazione dopo il 1990.

Nel corso degli anni sono state pochissime le richieste di alloggi sociali effettivamente soddisfatte dallo Stato rumeno. Nel periodo compreso tra il 2010 e il 2022, su oltre 30.000 famiglie bisognose che hanno fatto richiesta di tali abitazioni nella sola Bucarest, sono state assegnate soltanto 1.095 abitazioni. Come se non bastasse, le autorità governative di Bucarest, note per la loro corruzione e i loro accordi sotterranei, non hanno assegnato gli alloggi disponibili a elementi appartenenti agli strati sociali effettivamente più disagiati, ma hanno favorito le mezze classi e i funzionari statali. 

Naturalmente, nemmeno la costruzione di case popolari può costituire una soluzione alla questione degli alloggi. I capitalisti dovrebbero intervenire per costruirli e dovrebbero ricevere sussidi dallo Stato nel caso in cui l’inquilino non fosse in grado di pagare l’intero prezzo dell’affitto. Come sempre lo Stato di classe della borghesia ha come imperativo precipuo quello di garantire i profitti e riprodurre quel “rapporto fra uomini mediato da cose” che si chiama capitale.

Riprendendo la questione sindacale

Intendiamo, con questa rubrica, riproporre articoli e studi fondamentali prodotti dal Partito a riguardo dell’azione sindacale che sempre è andato a svolgere, presente con i suoi militanti, nei limiti obbiettivi delle forze disponibili, alle battaglie che il movimento proletario ha intrapreso e all’interno delle organizzazioni di cui si è dotato per condurle. Sempre rivendicando una linea volta ad affasciare le forze, generalizzare e  unificare gli obbiettivi e le lotte, nella prospettiva della rinascita della organizzazione di classe, denunciando il disfattismo e la smobilitazione operata dal sindacalismo tricolore e collaborazionista, che si è spinto fino a sabotare e affiancare l’azione repressiva dello Stato dei timidi episodi di ripresa e di riorganizzazione della lotta di classe. Nel corso di questa attività il Partito, nel solco dell’impostazione generale stabilita dal programma e dalle tesi fondamentali, si è sempre sforzato di individuare le linee tattiche specifiche da seguire in riferimento alle lotte e alle organizzazioni operaie, sconfessando le sedicenti tali, fautrici del collaborazionismo, affermando prospettive, formulando indicazioni e parole d’ordine rivolte ai lavoratori e segnatamente alla parte più combattiva di essi. I militanti comunisti si sono sempre impegnati a dare vita ad organismi di lotta e a promuovere la  prospettiva della loro unione verso la rinascita del sindacato di classe.

L’articolo che riproponiamo in questo numero del giornale è stato prodotto negli anni ’60, in cui si ripresentava un ciclo di relativo sviluppo di lotte operaie in Italia.  Il Partito, riaffermatosi come organizzazione militante già dieci anni prima, pur impegnato nell’opera di ristabilimento dei cardini della dottrina, ed entrato in rapporto con “strati sia pur esili di proletari” avverte urgente la necessità di tradurre “in una azione il più possibile continua e sistematica un compito riconosciuto permanente. L’attività in campo sindacale, “Non una svolta, ma potenziamento di un lavoro mai interrotto, che prosegue fino ad oggi con le vicissitudini che andremo prossimamente a descrivere, seguendo la trattazione apparsa nella nostra rivista del 1982 “Comunismo” N° 10 “I sindacati nell’epoca dell’imperialismo”,  evidenziando i punti salienti e proseguendo fino ai giorni d’oggi.

[RG-33] Punti fermi di azione sindacale

Soffermandosi sull’intensa attività svolta nel primo dopoguerra dal gruppo del Soviet in seno alle organizzazioni economiche dei lavoratori e nel fuoco di ardenti battaglie di classe, il relatore sulla Storia della Sinistra (vedi il numero scorso del “Programma”) ha gettato un ponte di collegamento diretto col tema dell’azione sindacale del Partito.

Nel giugno 1920, alla conferenza della Frazione Astensionista, questa era così delineata: «Il Partito esercita la sua attività di propaganda e di agitazione tra le masse proletarie, specie nelle circostanze in cui esse si mettono in moto per reagire alle condizioni create dal capitalismo, e in seno agli organismi che i proletari formano per proteggere i loro interessi immediati. I comunisti penetrano quindi nei sindacati, costituendo in essi gruppi di operai comunisti e cercando di conquistarvi la maggioranza e le cariche direttive, per ottenere che la massa di proletari inquadrata in tali associazioni subordini la propria azione alle più alte finalità politiche e rivoluzionarie della lotta per il comunismo».

Alieni da ogni improvvisazione, gelosi di una continuità di programma che è nello stesso tempo continuità di azione, noi ci muoviamo oggi – a parte i limiti di una situazione ben lontana dall’incandescente 1919-20 – sul medesimo solco, che è poi quello stesso del Manifesto dei Comunisti 1848 e degli statuti Generali della Associazione Internazionale dei Lavoratori, 1864.

Richiami alla teoria

Quando si trattò non certo di inaugurare un’attività “nuova”, ma di conferire un primo inizio di coordinamento a un’attività che il Partito ha sempre rivendicato, anche se la situazione generale esterna la conteneva entro limiti ristretti e saltuari, furono anzitutto ricordate ai gruppi e alle sezioni le classiche formulazioni marxiste del processo attraverso il quale i proletari sono spinti dalla lotta economica e dalle sue esigenze imperiose a superare le artificiose barriere di interesse e di categoria create dal regime di produzione capitalistico, e a darsi una organizzazione generale unitaria. Questa trova storicamente la sua prima espressione nelle leghe di mestiere, forma immediata della «crescente (ma sempre minacciata di corrosione dalla concorrenza fra operai) solidarietà dei lavoratori», e il suo coronamento ultimo nel partito politico; quel «partito politico autonomo, opposto a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi possidenti», in cui e soltanto in cui «il proletariato può agire come classe».

Questo processo non è un fatto di coscienza. È un fatto reale e fisico, che ha per teatro non il “cervello” degli uomini individualmente o collettivamente presi, ma lo scontro fra le classi, che trae origine da determinazioni economiche materiali ma continuamente le supera. Il suo contenuto storico è la fabbricazione e l’affinamento di armi di battaglia, di strumenti di lotta aperta contro la società borghese. Questo appare chiarissimo a chi guardi non le addomesticate organizzazioni di oggi, ma anche solo le lotte e gli organismi di lotta economica proletaria ai primi albori del movimento operaio, quando Marx poteva definire “scuole di guerra civile” le associazioni fra lavoratori ed Engels sorridere dello stupore degli economisti borghesi di fronte allo spettacolo di operai che sacrificavano settimane e settimane di salario per difendere nelle strade e negli scontri con la polizia e con l’esercito gli organismi creati per difendere il livello raggiunto dal salario e, se possibile, elevarlo. Allora le organizzazioni immediate avevano, anche in periodo normale, quella che oggi si direbbe una gigantesca “carica rivoluzionaria”, e questa non era – come non sarà mai neppure nelle fasi di alta tensione sociale – il prodotto dell’acquisizione di una coscienza dei fini e obiettivi ultimi del moto proletario, ma delle imperiose necessità materiali del suo svolgimento.

Ciò vale per la classe come per l’individuo; il rapporto non è coscienza prima e azione poi, ma spinta economica prima, azione poi, coscienza infine, e coscienza che si realizza non già nel singolo, ma nel partito. A questo i militanti, per pochi che siano (e sempre saranno una minoranza della classe operaia), aderiscono non per aver preventivamente acquisito una coscienza completa del programma, ma per un processo di selezione avvenuto nella lotta e attraverso la lotta, e solo nel corso della loro milizia di partito potranno, ancora una volta non come singoli ma come corpo organizzato, “rovesciare la prassi” e fare della teoria rivoluzionaria la premessa sine qua non nell’azione rivoluzionaria.

Come non è un fatto di coscienza, così il processo di organizzazione del proletariato in classe non è un fatto evolutivo graduale, un lento e progressivo maturare; è una successione tumultuosa di salti qualitativi corrispondenti a scontri violenti e spesso sanguinosi fra le classi, attraverso i quali il proletariato dei senza-riserve supera d’un balzo le forme di organizzazione più rozze ed immediate, divise per località e per settore, discontinue nel tempo e nello spazio, infrange i limiti angusti del campanile e dell’azienda, subordina gli interessi personali, locali ed aziendali di singoli e gruppi a interessi e finalità sempre più vaste. Nel partito politico ogni confine di gruppo, di categoria, di nazione è obliterato e ogni atto ubbidisce agli imperativi, delle finalità ultime e generali, della classe.

Questo processo dialettico non ha nulla a che vedere con l’interpretazione idealistica della storia, per cui ogni fase è annullata dalla successiva e, raggiunto il vertice della “coscienza”, l’umanità entra una volta per tutte nel “regno dalla ragione”.

Il partito, esso stesso prodotto di determinazioni materiali, è uno schieramento di battaglia che, in possesso di armi teoriche e organizzative superiori, è chiamato a difenderle contro gli attacchi convergenti della società capitalistica e perfino contro l’assillo di quelle determinazioni materiali alle quali deve la propria vita. Ma deve anche portarle come strumenti di azione risolutiva entro le organizzazioni immediate nelle quali continuamente affluiscono, spinti dalla pressione dei fatti della società capitalistica e dal moto di incessante proletarizzazione dei ceti intermedi, nuove leve di salariati. Deve irradiarvi quella che, in periodi di riflusso della lotta di classe, può essere soltanto la “luce” dello storico programma rivoluzionario, ma che è destinata a divenire, in periodi incandescenti di conflitto sociale, il grande “campo magnetico” di polarizzazione di tutte le forze eversive sprigionate dal sottosuolo dell’ordine sociale e politico borghese.

Il partito non è né lo Spirito che guarda dell’alto il confuso muoversi ed agitarsi dell’umanità, né il Demiurgo che nell’ora X scende nell’arena e da solo cambia faccia al mondo. È una forza materiale la cui azione risolutiva nei grandi svolti della storia è possibile alla sola condizione di incontrarsi con la gigantesca spinta che viene dal basso, rude e incolta come un fenomeno naturale e fisico, non diretta e determinata da ideologie consapevoli o da concetti distinti (Engels 1890: «saranno i non-socialisti a fare la rivoluzione socialista»), ma portata irresistibilmente a muoversi sul terreno del programma che, anche nelle ore più buie, il partito avrà saputo proclamare e difendere contro tutti e malgrado tutto, nelle file e nelle organizzazioni dei salariati in lotta contro il capitale.

Non v’è contraddizione (se non per chi non ha capito nulla della dialettica materialista) fra la superba proclamazione delle tesi della III Internazionale sul ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria – «Il partito comunista si distingue dall’intera massa operaia in ciò che possiede una visione generale e completa dell’intero cammino storico della classe lavoratrice, e mira, in tutte le svolte di questo cammino, a difendere gli interessi non di singoli gruppi o singoli mestieri, ma della classe lavoratrice nel suo insieme» – e il compito che le stesse tesi gli assegnano di lavorare all’interno delle organizzazioni economiche proletarie – «non per adattarsi agli strati operai più retrogradi, ma per elevare l’intera classe al livello della sua avanguardia comunista». «Ogni lotta di classe è una lotta politica, e l’obiettivo di questa lotta, che si trasforma inevitabilmente in guerra civile, è la conquista del potere politico; ma il potere politico non può essere afferrato, organizzato e diretto, se non dal partito politico». In altri termini, «la lotta di classe esige un’agitazione concentrata che illumini da un punto di vista unitario le singole tappe della lotta e, in ogni dato momento, diriga l’attenzione del proletariato verso i compiti comuni alla classe nel suo insieme cosa irrealizzabile senza un apparato politico centralizzato, il partito».

Compiti pratici del movimento

La saldatura fra lotta economica e lotta politica, fra masse salariate in movimento sotto la spinta di interessi immediati e il partito in lotta per gli obiettivi finali della rivoluzione comunista, e, per logico corollario, la nostra presenza attiva nelle organizzazioni sindacali e nelle agitazioni operaie, è dunque una questione di principio. Nel riaffermarla noi non facciamo che ribadire una delle nostre “tesi caratteristiche”, enunciate alla riunione di Firenze nel dicembre 1951: «Il partito riconosce senza riserva che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento della influenza del partito tra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda uno strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alla quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, e frazione comunista sindacale) (…) Il sindacato, sebbene non sia mai stato libero da influenze di classi nemiche e abbia funzionato da veicolo a continue e profonde deviazioni e deformazioni, sebbene non sia un specifico strumento rivoluzionario, tuttavia è oggetto di interessamento del partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro, distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici».

Se perciò, oggi, noi cerchiamo di estendere e di coordinare meglio questo lavoro, non è già perché una particolare “idea nuova e originale” sia passata per la testa di chicchessia, ma perché la situazione generale, lo sviluppo sia pur disorganico delle lotte di classe, e il processo di consolidamento della rete di partito, ci hanno imposto di tradurre in una azione il più possibile continua e sistematica, un compito riconosciuto permanente anche quando «gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini» lo limitavano (come in parte lo limitano tuttora) «ad un piccolo angolo dell’attività complessiva». Era la necessaria risposta ad interrogativi che giungevano a noi, alla periferia come al centro del partito, dalle agitazioni in corso; una risposta che potevamo dare su scala più larga che in passato proprio perché, nella lunga e non ancora conclusa fase di “ristabilimento della teoria del comunismo marxista”, che ha occupato l’ultimo decennio della nostra vita organizzativa, i rapporti fra la nostra rete ideologicamente rafforzata e strati sia pur esili di proletari, si sono andati allargando e rafforzando. Non svolta, dunque, ma potenziamento di un lavoro che non si è mai interrotto anche quando le circostanze esterne, fuori dalla volontà o dai desideri anche del più battagliero ed entusiasta militante, ne limitavano il raggio.

L’infame politica di polverizzazione delle lotte di categorie imponenti, come i metalmeccanici o i salariati agricoli, riproponeva e ripropone al partito rivoluzionario l’imperativo di riaffermare – prima, durante e dopo agitazioni, che non di rado raggiungono il livello di scontri aperti e diretti fra i proletari e le forze dell’ordine, spalleggiate dai bonzi sindacali – i principi fondamentali della lotta di classe. Ricordare agli operai:

– che nessuna conquista, economica è duratura e serve gli interessi generali della classe se non si traduce in una crescente solidarietà tra gli sfruttati;

– che quindi l’abbandono dello sciopero generale senza limiti di tempo e senza distinzioni di fabbrica, di settore e di categoria, mentre non serve neppure a strappare vantaggi economici immediati, sgretola e distrugge le possibilità future e generali dell’attacco proletario al regime di sfruttamento capitalistico;

– che la “tattica” delle contrattazioni articolate, della rivendicazione di ulteriori qualifiche per categoria, di premi di produttività e di incentivi aziendali, dello sciopero al cronometro e al contagocce, accresce invece di attenuare la concorrenza fra lavoratori e il loro isolamento reciproco;

– che la teoria della “apoliticità del sindacato” nasconde in realtà l’abbandono della politica di classe da parte del sindacato a favore di una politica di fiancheggiamento del potere centrale borghese;

– e che non esistono questioni “particolari” alle quali si possa trovar soluzione fuori della visione generale degli interessi storici della classe lavoratrice.

Perché questa risposta fosse (e sia sempre più in avvenire) data da tutto il partito all’intero schieramento di forze dell’opportunismo, è divenuto necessario affiancare all’organo centrale del partito, il “Programma Comunista”, il bollettino, anch’esso centrale, d’impostazione programmatica e di battaglia “Spartaco”. Questo mentre in diversi gruppi e sezioni il lungo lavoro di agganciamento di proletari in lotta dava i suoi frutti positivi e rendeva urgente coordinare secondo direttive chiare ed uniformi l’attività generale di Partito.

Questo coordinamento non si poneva né si pone obiettivi che la situazione non solo italiana, ma (e soprattutto) internazionale vieta di porsi: non si prefigge rapidi e radicali spostamenti nella direzione che un quarantennio di super opportunismo ha inevitabilmente impresso alle pur vivacissime lotte di interi settori del proletariato industriale e agricolo; non vaneggia possibilità a breve scadenza di liberazione del sindacato dalla tutela di partiti controrivoluzionari, anche se, localmente e per breve ora, non esclude (come si è di fatto registrato) che la guida di agitazioni e perfino di organismi economici operai sia presa e mantenuta da nostri compagni. Esso mira a tessere e rafforzare la nostra tela di collegamento fisico col proletariato avvalendosi di una situazione in lenta ripresa, ma nella piena consapevolezza che i frutti di questo lavoro metodico e, com’è nel nostro costume, testardo potranno e dovranno essere raccolti solo in una fase avanzata e certo non vicina del movimento operaio.

Nella riunione di Roma, 1 aprile 1951, fu ribadito: «La giusta prassi marxista afferma che la coscienza del singolo e anche della massa segue l’azione, e che l’azione segue la spinta dell’interesse economico. Solo nel partito di classe la coscienza e, in date fasi, la decisione d’azione precede lo scontro di classe; ma tale possibilità è inseparabile organicamente dal gioco molecolare delle spinte iniziali fisiche ed economiche. Secondo tutte le tradizioni del marxismo e della Sinistra italiana e internazionale, il lavoro e la lotta nel seno delle associazioni economiche proletarie è una delle condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria, insieme alle pressione delle forze produttive contro i rapporti di produzione e alla giusta continuità teorica organizzativa e tattica del partito politico».

Scindere questi tre termini inseparabili, isolare le possibilità di successo – che il rafforzamento teorico e organizzativo del partito da un lato, il lavoro e la lotta nelle associazioni economiche dall’altro, ci offrono – dalla realtà oggettiva del processo di maturazione dei contrasti interni della società capitalistica, significherebbe pregiudicare proprio quella continuità teorica, organizzativa e tattica che faticosamente il partito ha ricostruito in questi anni. Va combattuto con la massima energia ogni atteggiamento di aristocratico disinteresse per le lotte rivendicative, ogni pretesa – anche se ispirata da un sano timore d’imboccare sentieri opportunisti – che il partito si limiti a proclamare e difendere postulati “generali” rifiutandosi di scendere all’esame di questioni “particolari”. Non esistono questioni particolari isolabili dalle questioni generali del movimento proletario: la separazione delle sue “aree” è la caratteristica dominante dell’opportunismo. Ugualmente va energicamente combattuta l’opposta pretesa, quand’anche ispirata da un generoso entusiasmo, di assegnare al partito compiti che lo sviluppo reale delle lotte di classe gli impedisce di assolvere, o di prefiggersi obiettivi che solo grazie ad eventi di portata internazionale (da cui lo stesso sviluppo del partito internazionale rivoluzionario è condizionato) potranno prendere corpo e sostanza.

Badiamo quindi a svolgere serenamente, metodicamente, continuativamente il nostro lavoro di penetrazione e di proselitismo fra le masse proletarie, senza lasciarci prendere né dallo scoramento per insuccessi che dobbiamo prevedere e scontare in anticipo, né dagli isterismi del “fare per il fare”, e soprattutto senza indulgere all’illusione che i tempi della ripresa rivoluzionaria possano essere accelerati mediante ricette tattiche o espedienti organizzativi che isolino il lavoro convenzionalmente chiamato sindacale da quello generale e politico del movimento.

È una responsabilità che siamo fieri d’esserci finalmente potuti addossare, e che dobbiamo portare innanzi nella consapevolezza di assolvere un compito non nazionale ma internazionale, e di lavorare per l’avvenire di un movimento proletario e di un partito di classe che non hanno e non riconoscono limiti di tempo né confini di Stato.

La funzione del Centro nella Tradizione della Sinistra Pt.2

Parte 3

Premessa

“Quando la Sinistra vide l’Internazionale dilaniarsi nel frazionismo e nell’insubordinazione non ne trasse la lezione che occorrevano dei particolari meccanismi organizzativi o un centro più forte e più capace di reprimere le velleità autonomistiche delle singole sezioni. Ne trasse la lezione che gli sbandamenti, la mancanza di disciplina, la resistenza agli ordini erano l’effetto di un’imperfetta sistemazione delle norme tattiche, di una discontinuità nei metodi d’azione del partito e dei contorni sempre più sfumati che l’organizzazione andava assumendo attraverso il metodo delle fusioni, dei filtraggi, del noyautage in altri partiti ecc.

La tesi della Sinistra fu che, senza ristabilire saldamente questo terreno pregiudiziale a qualsiasi organizzazione, non si sarebbe mai e con nessun marchingegno ottenuta una forte e disciplinata struttura organizzativa, né un forte centro mondiale dell’azione proletaria.

Cap. 1 – Il «modello» di organizzazione

Il lavoro del partito esige degli organi, degli strumenti di centralizzazione, di coordinamento, di indirizzo; questi strumenti, meccanismi, ecc. sono espressione di esigenze reali che l’attività esprime. È l’azione del partito che ha bisogno di una struttura adeguata e che spinge, sollecita a costruirla, a realizzarla. Non è, invece, una determinata struttura tipo che è calata nella realtà e che definirebbe il partito indipendentemente dalla sua attività. Sostenere che il partito deve, per potersi definire tale, possedere, in ogni momento della sua vita una determinata struttura, determinati organi, ecc. significa cadere nel più astratto volontarismo antimarxista. Non lo diciamo noi, lo dicono tutti i nostri testi, lo dice Lenin se non è letto da filistei alla ricerca di ricette sicure per il successo. Perché necessariamente, lo abbiamo già detto, il presupporre un «modello di organizzazione» porta di filato ad un’altra deviazione ancora più grave dal sano materialismo: porta a riconoscere nell’esistenza e nella realizzazione di questa struttura tipo la «garanzia» che il partito si muova sulla linea della «giusta politica rivoluzionaria». La nostra classica serie si arrovescia e la struttura organizzativa viene a garantire la tattica, il programma, i principi stessi.

66 – Norme orientative generali – 1949

Il giusto rapporto nella loro funzione tra gli organi centrali e quelli periferici del movimento non si basa su schemi costituzionali, ma su tutto lo svolgersi dialettico della lotta storica della classe operaia contro il capitalismo.

Cap. 2 – Le «garanzie»

Le citazioni che si allineano e che vanno dal 1922 al 1970 seguono una linea di continuità nella concezione comunista delle questioni di organizzazione. Secondo questa linea l’organizzazione centralizzata e disciplinata del partito poggia non sulla consultazione democratica delle opinioni della maggioranza né tanto meno sulle imposizioni di un capo o di un gruppo di capi, ma sulla chiarezza e sul chiarimento continuo delle linee di dottrina, principi, programma, finalità e sull’acquisizione sempre più profonda di queste linee da parte dell’organizzazione. Poggia, di conseguenza, sulla delimitazione e chiarezza delle norme tattiche che devono essere conosciute da tutti e chiarite in tutte le loro possibili implicazioni. Il lavoro di costruzione organizzativa è dunque un lavoro necessario che mira costantemente a rendere chiaro e inequivocabile a tutta l’organizzazione il patrimonio storico di esperienze e bilanci dinamici di cui l’organizzazione non è che l’espressione attuale. Se esiste l’omogeneità e l’accettazione da parte di tutti gli aderenti delle basi teoriche, programmatiche, tattiche, esisterà anche necessariamente, come risultato, l’omogeneità e la disciplina organizzativa; l’ubbidienza generale e spontanea agli ordini del centro.

Se quest’omogeneità non esiste è vano cercare rimedio alle divergenze attraverso la compressione disciplinare, l’imposizione forzata degli ordini centrali, l’esistenza di un forte organo centrale capace di imporre le sue decisioni alla periferia. Bisognerà viceversa lavorare a ricostituire questa base omogenea scolpendo e precisando le linee della dottrina, del programma e della tattica alla luce della nostra tradizione. Ora questo non equivale ad affermare che il partito non deve avere organi centrali con poteri assoluti non contestabili da nessuno. Significa affermare che la garanzia dell’obbedienza agli ordini del centro non sta nella capacità di esso di punire i disubbidienti, ma nel fare in modo che disubbidienti non ve ne siano, e questo non si ottiene con misure organizzative, ma con un lavoro continuo costante di tutta l’organizzazione teso all’acquisizione delle sue basi di dottrina, di programma, di tattica.

[…] È un’obiezione vile contro la Sinistra quella che dice che, pur possedendo l’omogeneità teorica, programmatica, tattica, non è detto che automaticamente si possieda l’organizzazione centralizzata. L’organizzazione si deve costruire, è vero, ma deve poggiare sulle basi già viste.

E allora la costruzione dell’organizzazione diviene un fatto tecnico, la logica conseguenza in termini di strumenti pratici che servono a coordinare, armonizzare, dirigere tutto il lavoro e l’azione del partito. Ci vorrà un organo centrale funzionante dal quale emanino le disposizioni; ci vorranno dei responsabili dei vari settori di attività; ci vorrà una rete di comunicazioni centralizzata e metodica; ci vorranno mille strumenti di lavoro e dovranno essere messi in piedi con fatica. Certamente! Ma a niente serviranno se non poggeranno su quella base. E guai se in un determinato momento si pensasse di ottenere da questi strumenti formali la garanzia del buon funzionamento del partito e della sua disciplina interna. Si tratta di strumenti tecnici che il partito deve utilizzare per agire in maniera coordinata e centralizzata, ma non costituiscono assolutamente la garanzia dell’azione stessa, della centralizzazione e della disciplina.

70 – Tesi del P.C.d’I. sulla Tattica dell’I.C., al 4° Congresso – 1922

Il prestigio e l’autorità del centro, che non dispongono di sanzioni materiali, ma si avvalgono di coefficienti che restano nel dominio dei fattori psicologici, esigono assolutamente chiarezza, decisione e continuità nelle proclamazioni programmatiche e nei metodi di lotta. In questo sta la sola garanzia di poter costituire un centro di effettiva azione unitaria del proletariato internazionale.

82 – Tesi supplementari … (Tesi di Milano) – 1966

7. Nel partito rivoluzionario, in pieno sviluppo verso la vittoria, le ubbidienze sono spontanee e totali, ma non cieche e forzate, e la disciplina centrale, come illustrato nelle tesi e nella documentazione che le appoggia, vale un’armonia perfetta delle funzioni e dell’azione della base e del centro, né può essere sostituita da esercitazioni burocratiche di un volontarismo antimarxista.

Cap. 3 – Correnti e frazioni

93 – Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926

II, 5 – Un altro aspetto della parola bolscevizzazione è quello di far consistere la sicura garanzia dell’efficienza del partito in un completo accentramento disciplinare e nel severo divieto del frazionismo.

L’ultima istanza per tutte le questioni controverse è l’organo centrale internazionale, nel quale si attribuisce, se non gerarchicamente, almeno politicamente, un’egemonia al partito comunista russo.

Questa garanzia in realtà non esiste, e tutta l’impostazione del problema è inadeguata.

Cap. 4 – Giusto posto del terrore ideologico e delle pressioni organizzative

[…] gerarchie di partito. Queste devono esistere come strumenti tecnici di coordinamento e di direzione di tutto il lavoro di partito, ma non è la loro esistenza che garantisce il partito dagli errori e dalle deviazioni. Di conseguenza, quando deviazioni ed errori si verificano, la soluzione non sta nel giudicare l’operato d’uomini, nella scelta d’uomini migliori, nella sostituzione d’uomini con altri uomini. La soluzione sta nella corretta e razionale ricerca da parte dell’organo collettivo partito del filo storico che la deviazione e l’errore hanno spezzato. Gli uomini possono rimanere gli stessi (salvo che non siano dei traditori) purché l’organo partito ritrovi la sua strada.

[…] Nella concezione della Sinistra il partito non è una colonia di microbi-uomo. Nella concezione della Sinistra il partito distribuisce in maniera organica, funzionale, i vari membri nelle varie funzioni tecniche, compresa la funzione centrale di direzione che abbisogna di uomini o di un uomo solo ma nella quale non sta assolutamente la garanzia del corretto muoversi del partito.

Cap. 5 – La lotta politica nel Partito

Il fatto che in determinati momenti possano presentarsi diverse soluzioni ad uno stesso problema e che su queste diverse soluzioni si schierino i militanti non deve indurre a dimenticare il patrimonio comune su cui il partito poggia ed al quale qualunque soluzione deve essere vincolata. La soluzione di un problema che il centro del partito decide di applicare non deve perciò dimostrare di essere l’espressione di un rapporto di forze fra gruppi contrapposti all’interno del partito e del prevalere dell’uno sull’altro, ma d’essere conforme alle linee dorsali fissate dalla dottrina, dal programma e dalla tattica del partito e questa fedeltà al patrimonio comune deve essere richiesta a qualsiasi impostazione di un qualsiasi problema. La soluzione dei problemi che assillano il partito è così demandata ad un lavoro collettivo svolto su di una base comune da tutti accettata e perciò suscettibile di ricerca obiettiva e razionale.

Al centro si deve la totale obbedienza e disciplina esecutiva in quanto dimostra non di essere l’espressione di una maggioranza di pareri individuali, ma di essere sul terreno di questa continuità.

Parte 4

Cap. 1 – Struttura del Partito

Essa si fonda, dal 1952, sull’esistenza di un centro da cui partono tutte le disposizioni per l’insieme della rete sotto forma di «circolari all’organizzazione»; su di un collegamento ancora più frequente che lega il centro con i vari punti dell’organizzazione impegnati nei diversi settori del lavoro; sul flusso opposto dalle sezioni territoriali e dai gruppi o singoli militanti attivi verso il centro; su periodiche riunioni di tutta la rete organizzata che fanno il punto, tramite relazioni estese, del lavoro svolto, sia in campo teorico che in campo pratico, dal partito in un determinato periodo di tempo. Il vasto materiale di queste periodiche riunioni è pubblicato sulla stampa di partito e costituisce oggetto di studio e d’ulteriore elaborazione nelle riunioni locali e regionali.

[…] È chiaro che, man mano che il lavoro del partito s’intensificherà e diventerà più complesso, occorreranno altri strumenti di coordinamento e di centralizzazione; si verificherà, in connessione con l’aumento del numero dei compagni ed il complicarsi del lavoro, la necessità di una selezione sempre maggiore fra i militanti, la sempre maggiore precisazione delle funzioni, degli organi addetti a svolgere le funzioni e degli uomini che devono essere adibiti ai diversi organi. Ma questo è fatto organico, non volontaristico; è determinato dal potenziarsi del lavoro del partito, non dalla volontà di qualcuno. Gli organi differenziati che il partito possiede in un determinato momento devono essere la risultante delle necessità funzionali dell’attività del partito, non di uno schema organizzativo campato in aria e considerato necessario solo perché corrisponde all’idea del partito perfetto o del meccanismo perfetto che qualcuno può avere nella sua testa.

Cap. 2 – Le «fasi» di sviluppo del Partito

Se il partito mantiene questa continuità e questa connessione dialettica fra i vari compiti e le varie funzioni che formano la sua vita organica, l’organizzazione si sviluppa, si diversifica, si struttura, non per volontà di qualcuno, ma per le necessità stesse dello svolgersi, dell’ampliarsi, del divenire più complessa l’attività del partito. Si creano nuovi organi, perché le funzioni si complicano sempre di più e richiedono una struttura adeguata alle loro necessità, perché l’attività del partito preme richiedendo strumenti adatti al suo miglior dispiegarsi in tutti i campi, non per il bambinesco motivo che un giorno qualcuno pensa che sia giunta l’ora di dare finalmente struttura organizzata al partito.

Cap. 4 – Centralismo democratico e centralismo organico

Si devono scolpire sempre meglio i cardini teorici del movimento, si devono scolpire le sue linee tattiche, si devono risolvere alla luce dei principi comuni, della tattica comune e dell’esame delle situazioni in cui il partito si trova ad agire, i problemi complessi dell’azione pratica, la ricerca degli strumenti organizzativi più efficienti a coordinare tutta l’azione del partito; si deve lavorare ad acquisire tutto il patrimonio teorico e pratico del movimento e a trasmetterlo alle nuove generazioni di militanti. Ma tutto questo non avviene attraverso scontri e congressi o consulte delle opinioni; avviene attraverso la ricerca razionale e scientifica delle soluzioni, avendo per fermo che quali esse siano non devono debordare dai limiti che il partito ha tracciato a sé stesso in tutti i campi.

Su questa base anche gli errori che un qualsiasi organo del partito può commettere, compreso l’organo «centro», nel dare soluzione ad un determinato problema, non comporta la condanna d’uomini o la loro sostituzione, ma la ricerca comune delle cause reali dell’errore alla luce della nostra dottrina e delle nostre norme tattiche.

135 – Premessa a «Tesi dopo il 1945» – 1970

L’organizzazione, come la disciplina, non è un punto di partenza, ma un punto d’arrivo; non ha bisogno di codificazioni statutarie e di regolamenti disciplinari; non conosce antitesi fra “base” e “vertice”; esclude le rigide barriere di una divisione del lavoro ereditata dal regime capitalista non perché non abbia bisogno di “capi”, e anche di “esperti” in determinati settori, ma perché questi sono e devono essere, come e più del più “umile” dei militanti, vincolati da un programma, da una dottrina e da una chiara ed univoca definizione delle norme tattiche comuni a tutto il partito, note ad ognuno dei suoi membri, pubblicamente affermate e soprattutto tradotte in pratica di fronte alla classe nel suo insieme; e sono tanto necessari, quanto dispensabili non appena cessino di rispondere alla funzione alla quale per selezione naturale, e non per fittizie conte delle teste, il partito li ha delegati, o quando, peggio ancora, deviano dal cammino per tutti segnato. Un partito di questo genere – come tende ad essere e si sforza di divenire il nostro, senza con ciò pretendere né ad una “purezza” né ad una “perfezione” antistoriche – non condiziona la sua vita interna, il suo sviluppo, la sua – diciamo pure – gerarchia di funzioni tecniche, al capriccio di decisioni contingenti e maggioritarie; cresce e si rafforza per la dinamica della lotta di classe in generale e del proprio intervento in essa in particolare; si crea, senza prefigurarli, i suoi strumenti di battaglia, i suoi “organi” a tutti i livelli; non ha bisogno – se non in eccezionali casi patologici – di espellere dopo regolare “processo” chi non si sente più di seguire la comune e immutabile via, perché deve essere in grado di eliminarlo dal proprio seno come un organismo sano elimina spontaneamente i propri rifiuti”.

Sentimento e volontà: le doti che distinguono il comunista Pt.3

Il simpatizzante chiede di essere ammesso, non è il partito a fare una campagna di reclutamento offrendo posti, o attività gratificanti. Soprattutto, il partito non si dà da fare per aumentare numericamente con qualsiasi mezzo. Un anormale aumento numerico, in situazioni di assenza di lotte, può anche essere un segnale che si è detto o fatto qualcosa che non andava detto o fatto, e in tal caso sarà bene ripercorrere la storia recente dell’organizzazione. Questo ci hanno insegnato i nostri maestri.

Nella decisione su quali siano i criteri di ammissione di militanti deve essere chiaro che il primo riferimento, il primo criterio da tenere presente, è la difesa della integrità teorica e anche organizzativa del partito. Chi entra nel partito non manca di portarsi dietro le idee, le abitudini, che ha acquisito in esperienze precedenti; se il partito non fosse in grado di integrare i nuovi arrivi nel suo organico lavoro queste caratteristiche pregresse potrebbero essere un grave pericolo per il partito stesso, che è esposto all’ambiente esterno, come un organismo che, anche soltanto respirando, può assumere microrganismi che lo possono far ammalare. Un organismo debole, con poche difese, è in pericolo se questi microbi si sviluppano in modo incontrollato. Viceversa, l’organismo che ha nel corso della sua vita sviluppato sufficienti anticorpi (e continua a produrli) non ha problemi a difendersi dai microbi che continuamente lo attaccano.

Le difese del partito risiedono in nient’altro che nel corretto svolgimento della sua vita, di lavoro teorico, di applicazione del tradizionale modo di funzionare, di chiarezza nell’esposizione e difesa delle sue posizioni.

Nessuna ragione può essere di valore superiore rispetto a questa attività di difesa: l’applicarla pubblicamente svolge già di per sé una selezione tra coloro che si avvicinano al partito e sono interessati a farne parte; al contrario, una presentazione vaga e approssimativa, con modi eccessivamente tolleranti, può attirare non solo incerti, ma anche perditempo e chiacchieroni, oppure intellettuali senza partito che cercano soltanto un megafono per svolgere le attività che più desiderano svolgere. Che questi entrino, e che, si spera, vengano successivamente individuati e neutralizzati non è la cosa migliore che possa accadere: infatti il processo non mancherebbe di creare screzi, incomprensioni, delusioni, nella peggiore delle ipotesi schieramenti e frazioni, oltre a perdite anche di bravi militanti.

Che il partito valuti al di sopra di tutto il rigore teorico/organizzativo, e l’estrema chiarezza nell’esporre le sue posizioni in tutti i campi, è tradizione della Sinistra, oltre che di Lenin. Ne è prova l’intera storia del movimento, sin dall’intervento della Sinistra, non ancora PCd’I, accolto dalla III Internazionale al II Congresso, la 21ma condizione di ammissione; per non parlare della successiva nostra azione nel partito e nell’Internazionale, della separazione del 1952, della stessa insistenza per il rispetto della dottrina che ci valse l’espulsione nel 1973. Ci si può chiamare dogmatici, talmudici, affetti da schematismo dottrinale: noi non solo non ce ne adombriamo, al contrario, se dobbiamo scegliere, preferiamo quelle definizioni ad atteggiamenti non ben definiti, a enunciazioni vaghe e opportunistiche, che si curano solo di ottenere vantaggi immediati.

Questa tradizione è da difendere e riaffermare continuamente, soprattutto nei confronti dei giovani che si avvicinano al partito da paesi nei quali la tradizione comunista rivoluzionaria è più tenue. La corretta trasmissione del nostro patrimonio teorico è semplicemente vitale, superiore per importanza a qualsiasi altra attività di partito, ammesso che si possa fare una scala di importanza delle sue varie attività.