La crisi del capitalismo non può che generare venti di guerra
In questa fase storica, dopo 80 anni dalla fine dell’immane tragedia della seconda guerra mondiale, torna a mostrarsi all’orizzonte l’evento che per noi marxisti rappresenta il punto culminante della crisi generale del capitalismo, necessità ineluttabile per sanare le sue contraddizioni ed azzerare debiti e crediti prodotti nel ciclo del profitto, distruggendo tutto il surplus di merci prodotte che non possono essere altrimenti consumate, compreso il surplus di forza lavoro umana, ricominciando quindi ex novo il ciclo infernale di produzione ed accumulazione.
Se vogliamo un esempio storico di questa affermazione, mai nella storia si era verificata un’esplosione economica, dalla Rivoluzione industriale, pari a quella generata dopo la guerra del 1945.
I comunisti non sono “pacifisti” a prescindere e sanno che la guerra tra gli Stati imperialisti è l’evento più nefasto per il proletariato mondiale, se non viene fermata nel suo “scatto”. Dopo il disastro e l’immane distruzione, sempre più grave viste le possibilità distruttive delle armi attuali, ammesso e non concesso che l’umanità possa sopravvivere all’olocausto, molto difficilmente si potrà assistere alla rinascita di un poderoso movimento rivoluzionario di classe che la faccia definitivamente finita con il sistema del profitto, e con tutto l’apparato che lo difende, gli “Stati” in primis.
La nostra dottrina, proprio perché analizza la natura essenziale di questo modo di produzione e le sue insanabili contraddizioni, nega ogni possibilità effettuale al pacifismo piccolo borghese, e alza la parola d’ordine di trasformare la guerra tra gli Stati in guerra tra le classi. Se questo non si realizza, non ci sono speranze di pace in alcun modo; naturalmente qui si tratta di una previsione a medio periodo, nessuno avendo la “palla di vetro” per conoscere il preciso istante nel futuro.
Poco conta che, per ora, il senso comune delle popolazioni delle metropoli imperialistiche sia lontano dal “sentimento” della guerra, che l’aspirazione alla pace per ora predomini nella maggioranza del corpo sociale. Quando la crisi finanziaria prima ed economica poi getterà nella miseria non soltanto i proletari, ma le mezze classi che hanno prosperato all’ombra del capitalismo, si troveranno facilmente i “nemici” contro i quali si dovranno muovere gli eserciti, e tutti gli apparati d’informazione faranno ferocemente a gara ad incitare alla difesa dei sacri confini, contro chi vuol rovesciare l’ordine nazionale, contro chi vuol violare la libertà e l’indipendenza delle patrie europee.
Un’anticipazione di questo la viviamo nel nostro quotidiano, con l’isteria bellica propugnata in modo ossessivo, con i “nemici” già identificati che minacciano il “nostro modo di vivere”, le “nostre” abitudini, la “nostra” civiltà. Già ora, che simile orizzonte appena si intravede, si scatena la canea contro gli avversari già individuati, contro i nemici della beneamata forma democratica. Il refrain del “maggio radioso”, che preannunciò la prima guerra mondiale, si sta già imponendo nel panorama informativo, e le voci che tentano di contrastarlo non escono dal quadro di quell’impotente pacifismo piccolo borghese. Questo è un dato di fatto che purtuttavia non turba e non deve turbare il nostro lavoro rivoluzionario.
La derelitta Europa, creazione fittizia delle impotenti borghesie nazionali, si è già schierata in prima linea contro il nemico all’Est, e favoleggia di un impossibile esercito sovranazionale in difesa da un altrettanto assolutamente improbabile attacco militare, quando l’alleanza militare post bellica guidata dagli Stati Uniti si indebolisce perché le loro risorse militari si stanno orientando verso il contenimento del gigante asiatico, che li sovrasta tanto sul piano della produzione che delle esportazioni, nel quadrante strategico essenziale del Pacifico.
Ma evidentemente i burocrati europei intravedono, anche loro, i futuri fronti di guerra, e cercano disperatamente di “farsi trovare pronti”. Lo sforzo bellico maggiore per gli USA sarà sul Pacifico, mentre il contenimento sul fronte dell’Est Europa dovrebbe gravare sulle spalle degli Stati europei. Che naturalmente, senza il sostanziale aiuto dell’America sarebbe un compito impossibile, e pretenderlo in autonomia, come vorrebbero i governi di Francia ed Inghilterra, un puro atto velleitario. Mentre un discorso a parte sarà il riarmo della Germania, il vero potente elemento di novità che scombina tutti gli assetti europei in questa tragica guerra USA-Europa-Russia. Tutti lo sanno benissimo, ma la necessità tutta borghese della “difesa” dei confini ad Est ha scatenato la canea bellicista degli Stati europei.
Quindi gli indicatori sicuri del futuro macello imperialistico sono già presenti nella situazione attuale: in particolare la crisi finanziaria, la crisi della produzione che i trucchi contabili del calcolo del PIL mascherano in modo sempre meno credibile, ed infine la guerra commerciale, che generalmente prelude quella militare. E questo l’abbiamo visto nei giorni appena passati. È bastato che un fanatico esagitato, nominalmente a capo della declinante, ma pur sempre prima potenza mondiale, abbia preso formalmente l’iniziativa di dichiarare un disimpegno dal finanziamento dell’alleanza europea, e parimenti agitare lo spettro dei dazi per contenere le importazioni che affossano l’economia nazionale del suo paese, che la UE è precipitata nel panico ed ha presentato un suo programma di difesa delle produzioni nazionali dalle incerte possibilità.
Curiosamente il colpo durissimo, altrettanto grave, della perdita delle risorse energetiche a prezzi ben più convenienti fornite dalla Russia, era stato accettato senza alcuna opposizione, anzi quasi con entusiasmo e dimenticato in fretta.
Per voce del loro presidente, gli Stati Uniti hanno minacciato una guerra commerciale con l’imposizione di feroci dazi ad alleati ed avversari; anche se poi i dazi si sono limitati ad un più ragionevole 10% e non generalizzati, salvo quelli imposti alla Cina, il vero avversario commerciale, oltre che politico e militare, nei confronti della quale sono stati imposti fino al 140% su una serie critica di prodotti. Tutto ruota attorno a questa necessità, di sopraffare il gigante imperialista che minaccia oggettivamente la declinante primazia degli Stati Uniti. Poco conta quindi, da un punto di vista politico-militare che l’imposizione sia stata sospesa “a tutti gli altri” per 90 giorni, trascorsi i quali non è chiaro come intenda procedere il “Presidente”.
Ma questa è cosa per noi poco significativa. Invece il fatto davvero importante è che gli accordi internazionali sul commercio, che sembravano sempiterne tavole della legge capitalistica, siano stati brutalmente denunciati, mentre si sta sviluppando una situazione generale in cui guerre guerreggiate, o minacciate o in attesa di deflagrare scuotono l’assetto mondiale dopo 80 anni di relativa “pace” tra gli Stati imperialistici. Poi, per tutti gli altri Stati, decideranno le situazioni contingenti tattiche e necessità del capitalismo americano.
Dalla crisi finanziaria del primo decennio del secolo, la più grave dalla fine della II guerra mondiale, che ha preso il nome dai crediti inesigibili, i tristemente celebri “subprimes”, il mondo del capitale ha conosciuto riprese e nuove crisi, in un alternarsi sempre più serrato, ma in un quadro sostanzialmente controllato di stabilità sul piano militare, dove le tante sanguinosissime guerre non hanno mai messo davvero in pericolo l’assetto complessivo scaturito dopo la guerra mondiale. A ben vedere, nemmeno la crisi missilistica di Cuba degli anni ’60 del passato secolo aveva veramente minacciato un nuovo conflitto mondiale, anche se, agli occhi di chi visse allora quegli episodi, la guerra sembrò ad un passo.
Ma quello trascorso è stato soprattutto un periodo di relativa pace nel campo sociale delle metropoli del capitale. Le guerre si sono accese soltanto nelle aree periferiche dei grandi Stati capitalistici; non per questo meno distruttive ed atroci, ma comunque contenute. I trattati internazionali, finzioni giuridiche di un diritto sovranazionale stabilito da impotenti organismi internazionali, hanno messo un illusorio sigillo legale alla traballante pace sul piano militare.
Del pari, nelle metropoli del Capitale, la classe operaia e gli altri strati subordinati del corpo sociale si sono posti, bene o male, nella completa subordinazione degli Stati nazionali, e le fiammate di insurrezione sociale che caratterizzarono il primo dopoguerra, fino alla scalata al cielo della Rivoluzione d’Ottobre, non si sono più presentate sulla scena storica. Dopo la seconda guerra mondiale, quando la situazione si è man mano fatta più stabile e aree di influenza si sono ben definite, lo scontro sociale si è fatto sempre più debole ed impotente, complice prima lo stalinismo, e poi l’opportunismo politico e sindacale; anche se eventi eccezionali, come ad esempio fu il 1968 o i poderosi moti dei cantieri polacchi, hanno brevemente ricordato alle classi borghesi da dove provenisse il pericolo per il loro predominio. Per loro la lezione appresa non è stata vana.
Lo Stato del Capitale ha sempre potuto smorzare e poi mettere a tacere tutti i tentativi di rivolta, che pure ci sono stati e violentissimi nelle aree periferiche, repressi spesso nel sangue. La guerra nel sud est asiatico, i tanti scontri in Medio Oriente, in Africa, che hanno segnato le naturali fratture ed accomodamenti alla periferia degli imperi, fino alla guerra nella stessa Europa conclusa con la sanguinosa frantumazione della Jugoslavia, si sono svolti in un quadro complessivo di instabilità finanziaria con fasi molto critiche ma non decisive per il crollo del sistema capitalistico. Per questo motivo la prospettiva della guerra generale tra gli Stati imperialistici nel passato non è mai davvero apparsa un evento prossimo venturo, come in questa fase.
Il destino del processo capitalistico appare segnato. I focolai di guerra si moltiplicano, dalla invasa Ucraina, alle aree medio orientali ove, dopo il genocidio della Palestina, si sviluppa lo scontro con l’Iran che punta al nucleare, alla Siria smembrata ed invasa; mentre nell’area del Pacifico la questione Taiwan è il punto focale del prossimo scontro Cina – USA.
Solo il proletariato internazionale, senza patrie, senza frontiere, potrà e dovrà fermare la follia della guerra del Capitale.
Il conflitto in Europa prepara la guerra imperialistica
Le trattative per il cessate il fuoco e le prospettive della finta pace borghese
Già dopo poco tempo la sua elezione a presidente degli Stati Uniti, il candidato repubblicano pare aver ribaltato tutta l’architettura della politica estera e nazionale perseguita dai suoi predecessori democratici. L’apparato e le istituzioni create nel dopoguerra per garantire il libero scambio e la stabilità monetaria sono state messe in discussione, se non apertamente denunciate. In particolare il “libero scambio”, un vero e proprio dogma commerciale per gli Stati del democratico occidente è stato denunciato dalla nuova amministrazione, con i rischi di aggravare la crisi economica che attanaglia le economie e le produzioni degli Stati europei. Gettando, questo sì, nel panico, gli Stati d’Europa che vedono in questa misura, il peggioramento drammatico delle loro economie, basate appunto sull’esportazione garantita dal libero commercio internazionale.
Le regole e gli accordi stabiliti nel GATT del dopoguerra, che hanno reso possibili trent’anni di “prosperità”, i famosi “trenta gloriosi anni”, sono stati frantumati dalla crisi globale del capitalismo e dal profondo cambiamento nel rapporto di forza tra gli Stati. Parimenti è aumentato il loro squilibrio finanziario accompagnato sul piano politico dall’emergere di nuovi vigorosi e bellicosi attori regionali, come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Brasile, l’India e soprattutto l’emergere di una nuova superpotenza, la Cina, mentre i vecchi Stati imperialisti stanno declinando.
E di concerto, per quanto riguarda l’Europa, è andato in crisi il sistema militare di alleanza che ha garantito la pace imperialistica per tutti i decenni del secondo dopoguerra. Gli Stati europei, fino a ieri costretti sotto l’ombrello protettivo NATO, espressione del potente imperialismo americano a cui era demandata la “difesa” da qualunque aggressore esterno (!), si trovano ora a brancolare per trovare un’alternativa oltre i limiti degli eserciti nazionali; la certezza che la maggior parte dei costi del mantenimento di questo enorme apparato sovranazionale dovrà ricadere sulle loro economie pone un difficilissimo problema alla banda di tetri ed incapaci funzionari al governo della cosiddetta Europa Unita. Queste scialbe figure cercano miracolose ricette per trovare risorse finanziarie tutte rigorosamente basate sull’aumento del debito statale; quando proprio il suo controllo rigoroso era un principio irrinunciabile della pratica finanziaria nella UE, che in altre occasioni aveva significato il macello sociale, spacciato come cura miracolosa per le economie nazionali del Sud Europa.
Del pari si industriano a come predisporre il famigerato deterrente nucleare, garantito ad abundantiam dagli USA, quando gli unici possessori di ordigni nucleari in territorio europeo sono Francia e UK, che mai e poi mai condivideranno i loro arsenali con gli altri Stati di questa nuova “coalizione di volenterosi”, come è stata definita in sede UE, con involontario umorismo, una traballante alleanza prossima ventura.
Nella prossima guerra imperialistica, che ci sarà perché è il solo modo con cui gli USA potranno eliminare il loro debito stratosferico verso il resto del mondo, ci saranno dei fronti su cui si dovranno schierare gli Stati, ed è su quello dell’Occidente che bene o male la derelitta UE si dovrà schierare.
L’imperialismo americano, che nel 1956 rappresentava il 40% della produzione industriale mondiale, ha visto il suo peso relativo su scala globale diminuire costantemente, fino a raggiungere appena il 16,7% nel 2018. E questa percentuale continua a diminuire. Allo stesso tempo, la Russia, che come parte della URSS valeva quasi il 13% nel 1960, nel 2018 quotava solo il 4%, lo stesso peso del Giappone, pur essendo ai tempi attuali molto indietro rispetto al Giappone, alla Germania, alla Francia in termini di tecnologia. Tutte le grandi potenze europee di un tempo sono ora potenze di medie dimensioni e, come gli Stati Uniti e la Russia, sono sulla via del declino.
Inoltre gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare per diversi anni, per non dire decenni, anche importanti squilibri, tra cui un notevole deficit di bilancio che nel 2024 aveva superato 1.800 miliardi di dollari, abbastanza da far sembrare ridicolo il deficit di bilancio degli Stati europei, con un deficit della bilancia commerciale di 900 miliardi di dollari.
Per avere un’idea dell’entità del deficit commerciale, si consideri che questo dato supera tutte le esportazioni giapponesi (718 miliardi di dollari nel 2023), nonostante il Giappone sia il quarto esportatore mondiale. A questo deficit commerciale si aggiunge un deficit della bilancia dei pagamenti; di qui la necessità di tagliare le spese e di imporre dazi doganali sulle importazioni. Il problema è che il deficit commerciale è un fatto strutturale, anche a causa della delocalizzazione che ha permesso di aumentare il tasso di profitto delle aziende americane. E che l’attuale amministrazione americana tenta di mettere sotto controllo tanto con i minacciati dazi che con gli incredibili vantaggi fiscali per le aziende che vorranno impiantare le loro produzioni nel territorio degli States.
Questa manovra, che elimina il dogma del libero mercato e della concorrenza, finzione dell’imperialismo finanziario, allo sviluppo presente della crisi capitalistica non ha alcuna possibilità di sanare il declino produttivo degli USA, anche perché l’imposizione di tasse del 25% sui prodotti messicani o sulle aziende di trasformazione, metterà in ulteriore crisi le aziende americane che si sono trasferite in paesi a basso costo per aumentare il tasso di profitto, che sta crollando drasticamente.
È un fatto che negli ultimi venticinque anni, il centro di gravità economico si è spostato dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico. È qui che negli ultimi trent’anni è avvenuto il principale sviluppo economico per il capitale. È il prodigioso accumulo di capitale in Cina e nel Sud-est asiatico in questo periodo che ha permesso al capitalismo globale di sopravvivere fino ai giorni nostri e ha consentito a Stati Uniti, Giappone e Germania di raccogliere enormi profitti in eccesso e sfuggire per un certo periodo al crollo del tasso di profitto.
Ma in questa fase finale del capitalismo l’imperialismo cinese è a sua volta colpito dalla crisi di sovrapproduzione. Il risultato, ovviamente, è la nascita di un feroce concorrente e di un nuovo imperialismo globale che sfida la leadership americana. E questo è il nuovo grande problema che deve affrontare l’imperialismo americano.
In breve, la superpotenza USA è in declino e la sua leadership è messa in discussione dalla Cina, la seconda superpotenza che presto supererà gli USA. L’Europa è composta da potenze di medie dimensioni che sono anch’esse in relativo declino. Come abbiamo detto il baricentro geopolitico si sta spostando dall’Atlantico al Pacifico e gli Stati Uniti intendono allentare la loro presenza in Europa, che comunque non abbandoneranno mai.
Qualche dato in proposito: alla fine degli anni ’80, le forze statunitensi in Europa contavano 315.000 uomini, ma dopo il crollo dell’URSS, con il disarmo dell’Europa, gli americani hanno ridotto drasticamente la loro presenza militare, al punto che nel 2019 le forze armate statunitensi erano appena 65.000 militari. In seguito all’invasione russa dell’Ucraina, sono salite a 100.000 uomini. Si tratta di 35.000 militari che sono stati aggiunti a rotazione. Per rafforzare il concetto della necessità di una difesa europea nei confronti di un presunto espansionismo russo, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, in una riunione della NATO a Varsavia lo scorso febbraio, ha dichiarato che l’Europa non può dare per scontato che la presenza di truppe americane nel continente “durerà per sempre”.
Affermazioni riportate e ingigantite dalla stampa europea che per interessi di bottega deve martellare sulla esigenza di uno stanziamento di 800 miliardi, naturalmente tutti “a debito”, da trovare sacrificando ogni spesa sociale.
In questa fase storica appare chiaro che per gli Stati Uniti, l’obiettivo è quello ridurre drasticamente la propria presenza da un teatro di operazioni che è diventato secondario per rafforzare la sua presenza in Asia. L’imperialismo americano non può ovviamente ridurre la sua presenza militare nel Mar Cinese, o anche permettersi di non sostenere attivamente Taiwan, che occupa una posizione strategica. Se gli Stati Uniti abbandonassero Taiwan, perderebbero ogni credibilità con la Corea del Sud e il Giappone, e con tutti gli Stati asiatici in generale. Peggio, lascerebbero campo libero, militare, politico ed economico alla Cina che è, in questo momento, il principale avversario a tutto campo dell’America. Eventi manifestamente impossibili.
Questo detto però, ad affermare che l’Europa, con tutte le basi Nato disseminate negli Stati e le basi extra territoriali americane potrà essere prima o poi abbandonata dagli Stati Uniti, ce ne corre.
Le precedenti amministrazioni democratiche hanno operato vigorosamente per aumentare la pressione militare sulla Russia, che è attualmente, dopo il tracollo culminato con l’era Eltsin, una potenza imperialistica di “rango inferiore” anche se dotata di un apparato nucleare e missilistico di tutto rispetto. Ma nelle condizioni generali presenti, economiche, finanziarie e produttive, l’attuale amministrazione americana ha necessità di riallacciare i rapporti con la Russia sia per risolvere il conflitto in Ucraina che si trascina da tre anni senza una ragionevole via d’uscita, che per altre crisi mondiali, in primis nel Medio Oriente. E, come già detto per arginare l’espansionismo cinese. Crisi che si moltiplicano ed approfondiscono. La scelta di una parte della borghesia americana che in questo momento ha prevalso, ha inteso quindi di cambiare la prospettiva della presenza massiccia in Europa.
Più remota ed improbabile la prospettiva che certa stampa avanza, di una pretesa da parte dell’America, di “strappare” la Russia dall’abbraccio oneroso della Cina, che non nasconde le sue mire sulle ricchezze della Siberia. Al momento le loro sorti non paiono potersi separare, anche se non è immediatamente ipotizzabile quale forma nel futuro questa “partnership” attuale evolverà verso un’alleanza d’armi. Ma il “vettore storico” che indica la direzione dei due imperialismi, quello in declino e quello in crescita, sembrerebbe non discutibile.
La nostra dottrina materialistica indica che la fase storica presente si sviluppa nella direzione della crisi generale del modo di produzione capitalistico. Questo come dato generale, ma per la federazione Russa a rafforzare la tendenza c’è anche una guerra di tre anni, anche se limitata come estensione. Circolano in proposito, e da tempo, notizie catastrofiche sulla sua economia, sulle sue finanze, sulle sue potenzialità produttive. Quanto di tutto questo sia frutto anche della propaganda occidentale che ne prevedeva il crollo a breve termine, non è dato con certezza sapere.
Ma i dati pubblici mostrano uno stato di difficoltà generale e finanziariamente una situazione molto difficile. Tasso di inflazione in crescita e tassi di interesse bassi per finanziare lo sforzo bellico, in concomitanza con la svalutazione del rublo rispetto ad altre valute, dollaro, yuan cinese, che in questo momento è la valuta di un partner essenziale per la Russia, sono delle evidenze indiscutibili.
Anche sul piano strettamente militare le recenti pur riuscite controffensive rallentano di slancio. Le perdite sono rilevanti ed hanno imposto avanzate molto più contenute.
In questa fase della guerra lo sforzo principale si è concentrato sulla piccolissima area dell’oblast di Kursk a suo tempo invasa, ed ora ridotta ai minimi termini quando la strategia bellica russa ha deciso di liquidarla, riducendo la pressione su altre aree ritenute critiche; tanto per fare un nome, le operazioni sulla criticissima area di Pokrovs’k, vero snodo strategico per reggere una estesissima linea del fronte da parte dell’esausto esercito ucraino e bastione fortemente armato, sono quasi sospese. Eppure il crollo di quel caposaldo metterebbe davvero in crisi tutto il congegno difensivo dell’oblast del Donetsk, e sarebbe un colpo quasi fatale per l’Ucraina.
Quanto ancora potrebbe durare lo sforzo della Russia per il mantenimento della guerra, non è dato sapere, anche se lo sbruffone attuale presidente americano ha cianciato di un “rapporto segreto” della CIA, che pone il limite al 2026. Ma qui siamo nel campo della più becera propaganda.
Appare comunque evidente la necessità di porre un freno, e i faticosissimi colloqui per un cessate il fuoco vanno avanti, con difficoltà, ma vanno avanti. Quando e come si concluderanno, è altra questione. Il disgraziato Stato ucraino, stretto tra i tanti lupi confinanti pronti ad approfittare del suo smembramento, ha una sorte che appare comunque segnata.
L’impotente UE, nano politico e militare, spinge per un riarmo che ha lo scopo nemmeno tanto recondito di risollevare le sue esauste capacità produttive, naturalmente fatte tutte a debito, sulla falsariga degli Stati Uniti d’America nella fase immediatamente precedente la II Guerra Mondiale, che permise loro di dispiegare la propria enorme potenza. Ma la debole e divisa Europa odierna non è la potentissima America di allora, che stava risorgendo dalla crisi generale capitalistica.
UK e gli altri Stati europei hanno immaginato una “coalizione dei volenterosi”, alla quale si potranno aggregare anche Canada e Turchia ma questa fantasiosa alleanza non potrà mai trovare una unità militare, che presuppone la forma unitaria dello Stato. I fantasticati “Stati Uniti d’Europa” sono un sogno – o un incubo, dipende dal punto di vista – totalmente irrealizzabile, fuori dalla storia, impossibili da realizzare da parte di borghesie che hanno esaurito totalmente da secoli il loro ciclo progressista, e non sono in grado di andare oltre alleanze di comodo militari o economiche: prontissimi a denunciarle se si manifestano occasioni migliori; riottose a subordinarsi se non al prepotente padrone che abbia la forza di metterle in riga.
Al netto degli isterismi degli Stati baltici, tre gatti che la situazione confusa ed ondivaga della UE ha portato ad una ridicola visibilità, Germania, UK, Francia si stanno avviando in ordine sparso sulla strada del riarmo, senza neppure uno straccio di politica comunitaria che non sia il fritto e rifritto “dobbiamo aiutare l’Ucraina a resistere all’invasore”. Davvero poco per chi si illude di rappresentare un’alternativa all’imperialismo statunitense, contro Federazione Russa e Cina.
E così, mentre gli Stati borghesi preparano il loro domani di ulteriori guerre e lutti, i proletari di Russia ed Ucraina si massacrano in una sanguinosa guerra che è in nome della “patria”, ma nei fatti è soltanto per gli interessi della borghesia nazionale. I proletari di Europa, ugualmente sono e di più saranno schiacciati dalle loro borghesie, fino alla vigilia di guerra.
Il compito dei comunisti è chiaro ed univoco, come lo fu alla vigila del 1918, “mutare la guerra tra gli Stati in guerra tra le classi”. Il Partito non esprime alcuna particolare inclinazione per nessuno dei fronti in guerra, ma li bolla tutti come frutti del mondo capitalistico, che lancia gli uni contro gli altri i fratelli di classe, fratelli oltre le divisioni nazionali e la “patrie”.
Per questo odiamo dello stesso odio tutti gli Stati che combattono la “santa guerra” senza distinzione; la bandiera dei comunisti non è quella di alcuno Stato, ma quella dell’’internazionalismo proletario.
Piccolo Stato poliziesco cresce
Diviene operativo il DDL sicurezza di cui abbiamo già scritto nel N°430 del nostro giornale. In particolare diviene reato il “blocco stradale” nel caso di manifestazione non autorizzata. Quindi saranno perseguiti penalmente i partecipanti ad una manifestazione non autorizzata, quando il corteo invade il percorso stradale e crea pregiudizio alla circolazione. Inoltre via libera alle bodycam sulle divise dei poliziotti, a registrare chi si oppone e resiste alle cariche, ai quali viene comunque assicurata la protezione legale quando ne fosse dimostrato l’abuso di violenza. Ma anche a individuare e schedare chi manifesta dissenso o distribuisce materiale non gradito. Attività d’altronde sempre esistita, ma adesso resa ben più agevole e capillare. Presto assisteremo alla messa fuori legge delle organizzazioni che non si inquadrano nell’ambito delle istituzioni del regime. Scrivemmo quattro mesi fa: “È così che lo Stato e il padronato predispongono anche l’armamentario legale per bloccare e reprimere ogni azione di difesa di classe che possa essere intrapresa da parte della base operaia al di fuori del controllo dei sindacati ufficiali. Non stupisce che sia il governo di destra incaricato a svolgere questo lavoro “liberticida”, del quale si avvantaggeranno i governi di sinistra quando chiamati a fare la loro parte. Non stupisce, da parte delle Confederazioni, la debole reazione (senza una reale mobilitazione), che dimostra la tacita accettazione di queste misure”, tuttavia rivolte ad assicurare la loro presenza e tenuta fra i lavoratori.
Portuali USA: l’autocelebrazione neo-luddista da parte del sindacato affossa la lotta e mostra la necessità che i lavoratori raccolgano la bandiera del sindacato di classe
Il 1° ottobre 2024, 47.000 membri dell’International Longshoremen’s Association (ILA), sindacato dei lavoratori portuali, sono entrati in sciopero in 36 porti della costa orientale e del Golfo dopo che i negoziati tra il sindacato e la US Maritime Alliance (USMX), l’associazione padronale delle compagnie di navigazione e altri datori di lavoro del settore della logistica portuale, sono falliti. È stata la prima volta dal 1977 che l’ILA ha scioperato. L’ILA, che dal 1977 non aveva chiamato i lavoratori allo sciopero, aveva chiesto aumenti sostanziali delle retribuzioni e si era opposta all’automazione nei porti in cui lavorano i suoi iscritti.
Le trattative contrattuali dovevano iniziare a giugno. Tuttavia, l’ILA ha affermato di aver scoperto che APM Terminals e la sua società madre Maersk avevano già implementato un sistema di movimentazione automatizzato. Ciò permetteva ai camion di spostare i container dentro e fuori dal porto senza la presenza di impiegati o controllori dell’ILA, di conseguenza annullando le trattative. La stampa borghese si è molto interessata a questo evento per un breve periodo, ma ha rapidamente perso interesse alla ripresa delle trattative, in conseguenza della decisione dei vertici dell’ILA di porre fine allo sciopero dopo soli tre giorni, risolvendo rapidamente le richieste economiche, ma non la difesa dalla prospettiva dei licenziamenti.
Il proletariato non può permettersi di lasciare che questo evento venga dimenticato. I membri dell’ILA occupano una posizione significativa nel processo di produzione capitalista, per chiari motivi: le sue dimensioni e la sua posizione geografica, cioè l’importanza degli Stati Uniti per l’economia globale, l’estensione della sua giurisdizione e l’importanza per l’economia statunitense dei porti ad essa soggetti. Le sue attività devono quindi essere seguite con interesse per valutare lo stato della lotta di classe. Dobbiamo quindi chiarire di cosa si tratta, e cosa è in gioco.
La produzione capitalistica è immersa in una complessa rete di commercio globale; le merci entrano ed escono dagli Stati Uniti in varie fasi del processo di produzione, gran parte di esse su navi. Secondo l’Ufficio di Statistica dei Trasporti degli Stati Uniti, 22 dei 25 principali porti per tonnellaggio, e 21 dei 25 principali porti per container per unità equivalenti a venti piedi (TEU), rientrano nella giurisdizione dell’ILA. Gli iscritti dell’ILA occupano quindi una posizione critica nel processo produttivo e, per questo motivo, esercitano un potere significativo.
L’ILA sostiene di essere contraria all’automazione, che dichiaratamente teme possa far perdere il lavoro ai suoi iscritti dai quali dipendono le sue finanze. Non si tratta di un timore infondato, dal momento che l’introduzione di livelli sempre maggiori di automazione tende ad espellere un numero sempre maggiore di lavoratori addetti alla logistica dei porti.
La borghesia ha il controllo della produzione, il che le dà il potere di determinare quale tecnologia introdurre, ed è inoltre generalmente costretta dalle leggi della produzione capitalistica ad aumentare il grado di sostituzione del lavoro umano con i macchinari nella produzione di beni, cioè la sua la produttività. Tutto ciò rende la resistenza sindacale all’introduzione della nuova tecnologia una battaglia persa in partenza, se non rivolta alla conseguente riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario.
Nel giugno del 2024 la dirigenza dell’ILA ha annullato i negoziati previsti per quel mese con l’USMX, a causa della scoperta che l’automazione era stata introdotta in diversi porti. L’ILA sostiene che questa tecnologia minaccia i suoi iscritti rendendoli disoccupati. Il sindacato alla fine ha scioperato il 1° ottobre, ma dopo tre giorni ha interrotto la mobilitazione a causa del fatto che non aveva un fondo di sciopero! Inoltre, l’ILA sostiene anche di non essere contraria alla modernizzazione. Ma cos’è la modernizzazione se non la crescente sostituzione del lavoro umano con le macchine, cioè l’automazione?
L’ultimo ciclo di negoziati tra l’ILA e l’USMX risale al 2018, quando fu firmata un’estensione del contratto di sei anni. I funzionari dell’ILA sapevano che questo contratto avrebbe avuto una durata limitata. Inoltre, quando ancora erano in corso le trattative, Maersk avrebbe già introdotto, attraverso la sua controllata APM Terminals, le tecnologie poste in discussione in molte parti del mondo, compresi i porti statunitensi sui quali l’ILA aveva giurisdizione!
In effetti, nel nostro articolo “La necessità di un’organizzazione internazionale dei lavoratori portuali” (The Communist Party n. 6, giugno 2017), abbiamo descritto le lotte dell’ILA contro le conseguenze dell’automazione. Dobbiamo credere che Harold Daggett, allora e ora Presidente Internazionale dell’ILA, si sia così rapidamente dimenticato di questa questione, per poi ricordarsene sei anni dopo? No, questo indica chiaramente un problema più serio, a riguardo dell’ILA, dell’AFL-CIO e dei i sindacati di tutto il mondo; vale a dire, che questi organi di lotta proletaria sono degenerati. Costituiti per difendere gli interessi economici immediati della classe contro l’intensificazione dello sfruttamento capitalista, per garantire che il proletariato abbia i mezzi non solo per sopravvivere, ma anche per compiere la sua emancipazione, ora ostacolano quella lotta.
A parte i salari, sui quali, secondo le notizie, è stato trovato un accordo, ciò che è apparentemente in discussione nel conflitto tra ILA e USMX è l’introduzione di cancelli automatici in diversi porti soggetti al contratto dell’ILA con l’USMX. Ci sono una serie di azioni che devono essere eseguite per consentire il passaggio delle merci attraverso un porto: quando un camion arriva, deve passare attraverso il cancello del terminal prima di poter scaricare il suo carico. Per poter essere ammesso al terminal, l’identità del conducente e dell’azienda che lo impiega deve essere verificata, così come il contenuto del carico che il camion sta consegnando o ricevendo dal porto. Inoltre, se il camion trasporta merci da spedire, il proprietario del carico deve avere un contratto valido con uno spedizioniere per accettare le merci e caricarle su una nave. Deve essere verificata anche la conformità del container e del suo carico alle leggi vigenti, nonché il completamento di eventuali rilevanti transazioni finanziarie. Se il camion sta lasciando il terminal con un carico estero, tale carico deve aver superato la dogana. Questo processo è attualmente svolto da impiegati, che sono membri dell’ILA, e l’introduzione della tecnologia di automazione minaccia i loro posti di lavoro.
La spedizione è un business; le compagnie di spedizione non spostano i container per bontà d’animo, ma per realizzare un profitto. Quindi, prima di accettare un carico, devono essere sicuri che il carico abbia un posto dove andare e sapere quando deve essere consegnato e che il destinatario sia disposto e in grado di ricevere il carico quando arriva a destinazione. Una nave portacontainer guadagna vendendo spazio sul ponte e un carico che non va da nessuna parte o che non può essere scaricato riduce lo spazio destinato alla vendita. Anche gli operatori dei terminal sono nel business per guadagnare, quindi non consentono l’ingresso di un carico la cui partenza non è assicurata.
La nave è in ritardo? La partenza è prevista prima che il carico possa essere elaborato e caricato? Sebbene nei porti siano presenti magazzini, questi hanno uno spazio limitato e spesso sono già pieni; quindi, c’è anche il problema di individuare lo spazio per il container. Se il carico non può essere accettato per qualsiasi motivo, dovrà essere portato in un magazzino interno. Poiché il carico è già stato venduto a un cliente, che si aspetta la consegna entro una precisa data e orario, i moderni metodi di produzione just-in-time rendono la programmazione delle spedizioni di merci estremamente inflessibile. Se il programma di consegna non viene rispettato, il proprietario del carico perderà denaro, dovendo pagare due volte per la consegna del carico, e il suo contratto con il cliente sconterà penali per la consegna tardiva.
Il proprietario del carico dovrà negoziare per un altro camion che lo conduca al porto, il che può richiedere giorni o settimane, e per un altro contratto di spedizione per caricarlo su un’altra nave. Poiché la disponibilità di camion e nave deve coincidere, il fatto che la legge limiti il numero totale di ore in cui un autista può essere sulla strada in un determinato periodo di tempo, così come il numero di ore consecutive in cui gli è permesso guidare prima di essere obbligato a fermarsi e riposare, diventa un ulteriore fattore di complicazione. Questa legge è sempre più applicata attraverso dispositivi di registrazione, il che aumenta la probabilità che un conducente che viola la legge venga colto in fallo e multato assieme al suo datore di lavoro. Anche quando il conducente è nominalmente un libero professionista, è improbabile che i capitalisti che richiedono i suoi servizi stipulino un contratto direttamente con lui, preferendo invece trattare con altri capitalisti nel settore che operano attraverso questi trasportatori “indipendenti”. Il conducente è quindi fortemente disincentivato a superare questi limiti, poiché non solo sarà punito dallo Stato, ma anche dal suo datore di lavoro. Naturalmente, sarà punito anche se viola questa legge su insistenza del suo datore di lavoro, il che crea un incentivo perverso.
Nel caso dello scarico di una nave, il camion entra nel porto vuoto, ma il conducente deve comunque sapere cosa deve prelevare, e sorgono questi problemi: la nave è già in porto? Il carico è stato scaricato? Se no, quanto tempo ci vorrà? Dove va consegnato? Che tempi di viaggio sono previsti? Quando si sposta un carico si sta in effetti risolvendo una lunga serie di equazioni, queste domande sono le variabili in quelle situazioni, ed è proprio nel risolvere queste equazioni che consiste l’arte della logistica.
Il computer è senz’altro una magnifica macchina calcolatrice in grado di elaborare rapidamente grandi quantità di dati. È stato, infatti, inventato proprio allo scopo di risolvere tali problemi complicati, e gli algoritmi impiegati dai programmi che esegue sono stati sottoposti a molti decenni di test e perfezionamento. Per garantire che i programmi di consegna siano rispettati, gli utenti devono poter contare sulla precisione e tempestività delle informazioni che solo un sistema automatizzato può fornire in modo rapido e preciso.
La necessità di un tale sistema di gestione della movimentazione delle merci è certamente vitale per le imprese capitalistiche. Come spiegava Marx: «La libera concorrenza fa emergere le leggi intrinseche della produzione capitalistica, sotto forma di leggi coercitive esterne che hanno potere su ogni singolo capitalista». Questo è il motivo per cui abbiamo visto l’introduzione di queste tecnologie nel porto di Los Angeles e in quello di New York.
È assurdo sostenere che Daggett e il resto dell’esecutivo internazionale dell’ILA non ne siano consapevoli. Non possono permettere che la base dell’ILA impugni l’arma dello sciopero contro l’espulsione dei lavoratori dal ciclo produttivo, per la riduzione degli orari di lavoro, vanificando per i capitalisti i risultati dell’automazione in termini di riduzione del costo del lavoro.
Ma se si può ingannare qualcuno per sempre, e tutti per un po’ di tempo, non si può ingannare tutti per sempre. Ci devono essere molti all’interno dell’ILA che riconoscono la farsa e capiscono il ruolo che l’ILA sta giocando. La situazione deve virare di 180 gradi, verso quella della lotta di classe unita e senza compromessi. Con la guida del suo partito politico di classe, armato del suo programma scientifico di rivoluzione comunista, il proletariato può riconquistare il movimento sindacale e rivitalizzare i suoi organi di lotta economica. Sotto la bandiera di un fronte sindacale di classe unito, con il Partito Comunista Internazionale alla sua testa, le miserabili condizioni della vita moderna possono e saranno abolite!
Il Partito di fronte ai sindacati nell’epoca dell’imperialismo Pt. 1
A seguito della riproduzione integrale del nostro fondamentale testo “Il Partito di fronte ai sindacati nell’epoca dell’imperialismo” pubblicato nella nostra rivista “Comunismo” n° 10 del 1982, e recentemente inserito, in versione integrale, nel nostro sito, siamo qui a tratteggiare alcune parti di esso che descrivono la storia dell’attività sindacale del Partito a partire dal secondo dopoguerra. È questo percorso che intendiamo qui descrivere brevemente (per poi riprendere successivamente passaggi di particolare rilevanza), allo scopo di evidenziare la continuità dell’attività sindacale del Partito, pur nel mutare delle circostanze in cui essa si svolgeva e che hanno prodotto via via formulazioni tattiche, indicazioni di prospettiva ed immediate rivolte alla classe e tradotte nell’attività dei nostri militanti impegnati nell’azione sindacale.
Intendiamo qui per il momento concentrare questo studio sull’intervento del Partito in campo sindacale in Italia, dove si è reso possibile esplicarlo, pur in forma estremamente ridotta e tuttavia ricca di significati e di insegnamenti.
L’effetto congiunto delle vicende negative che hanno fatto seguito alla sconfitta del potente movimento proletario entrato in azione nel primo dopoguerra hanno permesso «il trapasso mondiale dei sindacati di classe ai sindacati “tricolore” del secondo e di oggi». … «La parabola di questa involuzione andrebbe studiata, in riferimento ad ogni paese capitalisticamente avanzato, così come in generale la questione sindacale andrebbe affrontata, alla scala mondiale, analizzando le caratteristiche dei sindacati attuali in ogni paese, o almeno in ogni area geopolitica in cui si può suddividere il pianeta, per poter pervenire ad una soluzione tattica che non può che essere diversificata a seconda delle situazioni particolari dei vari paesi. Un’ analisi del genere, tuttavia, è oggi impossibile date le nostre esigue forze, non fosse altro perché non possiamo certamente basarci esclusivamente sui materiali scritti esistenti, mancando la presenza diretta del Partito nei vari paesi. La tattica di intervento non può infatti che essere anche il risultato dell’esperienza diretta del lavoro pratico o quanto meno della possibilità di vivere direttamente la situazione per potere percepirne i caratteri fondamentali che sono, oltre alla natura e alle caratteristiche specifiche delle organizzazioni sindacali con cui si deve operare, l’atteggiamento dei proletari nei loro confronti e in generale la loro attitudine e la loro predisposizione alla lotta, che solo la presenza fisica dei militanti può permettere di recepire correttamente.
Tuttavia ciò non esclude che sia possibile delineare delle tendenze di massima particolarmente valide per l’insieme dei paesi capitalisticamente sviluppati che, se non permettono di delineare una tattica specifica valida ovunque, consentono di mettere in rilievo le linee prospettiche classiche del marxismo rivoluzionario e permettono comunque di escludere che la dinamica del futuro incendio mondiale di classe possa percorrere strade a noi ignote e originali, tali da modificare la prassi generale dei conflitti di classe così come la descrisse il marxismo.
Non a caso il nostro testo classico “Partito rivoluzionario e azione economica” [1951] afferma a chiare lettere: “Al di sopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato, ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe rivoluzionario nel quale militi una minoranza dei lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quello della classe e del potere borghese”».
Già dai tempi della prima Internazionale il Partito riconobbe che «[…] i comunisti devono entrare nei sindacati per trasformarli in consapevoli strumenti di lotta per la caduta del capitalismo. […] I comunisti devono costituire dovunque, nei sindacati e nei consigli di fabbrica, frazioni comuniste, con l’aiuto delle quali impadronirsi del movimento sindacale e guidarlo».
Il Partito Comunista, con Marx e Lenin, nella Seconda e Terza Internazionale, ha sempre considerato centrale l’intervento nelle organizzazioni economiche del proletariato. Così agì anche la Sinistra Comunista italiana e il Partito Comunista d’Italia da essa guidato, impegnando nelle file della CGL del primo dopoguerra, i militanti operai comunisti organizzati in frazione sindacale, in lotta contro i dirigenti riformisti, divenuti poi complici del fascismo nella disfatta del movimento proletario e nell’affossamento delle sue organizzazioni.
Il bilancio della sinistra comunista in campo sindacale nell’immediato secondo dopoguerra sul filo rosso del marxismo rivoluzionario
«[…] la Sinistra colloca il sindacalismo nato dalla resistenza e dall’antifascismo democratico in una posizione antitetica al periodo del primo dopoguerra. […] Il sindacalismo tricolore fu il degno erede del sindacalismo fascista, così come la democrazia, ristabilita dai bombardieri e dai cannoni degli Alleati, altro non avrebbe potuto essere che la continuazione del riformismo totalitario fascista.
Il Partito ha definito i sindacati, risorti nel dopoguerra come “organizzazioni cucite sul modello Mussolini. […] La salvezza della classe operaia, la sua nuova ascesa storica, dopo lotte e traversie tremende” […] “non è presso nessuno di tali organismi”».
«In questa affermazione è già implicita l’asserzione che, comunque ci si fosse posti dal punto di vista tattico nei confronti della CGIL, se lavorarvi o meno all’interno, era chiaro che l’atteggiamento non poteva essere analogo a quello tenuto dai comunisti nei confronti dei sindacati rossi del primo dopoguerra». E quale è la grande e sostanziale differenza tra i sindacati rossi del primo periodo dell’imperialismo e del primo dopoguerra, e quelli attuali? I primi, per quanto diretti dall’opportunismo riformista, erano sindacati forgiati nel processo di progressiva organizzazione del proletariato come classe in lotta contro il capitalismo, nel tentativo di superare le divisioni per fabbrica, territorio e categoria. Erano sorti nei primi anni del secolo sotto lo stimolo di possenti moti di classe, e in essi si riflettevano, in contrapposizione tra loro, con pieno diritto di organizzazione autonoma, tutte le componenti politiche che si richiamavano alla classe operaia e che in essa avevano solide radici. Certamente era la frazione riformista e controrivoluzionaria che ne aveva tenuto le redini fino ad allora.
«La CGIL unitaria partorita nel ’45 non ha più nulla di simile a queste caratteristiche, se non la forma organizzativa. Anziché essere un’organizzazione di classe controllata dall’opportunismo è un sindacato messo in piedi da un blocco di forze politiche unite nell’unità nazionale, a cui appartengono indifferentemente partiti apertamente borghesi e partiti sedicenti operai, il tutto sotto l’egida dell’imperialismo americano e la benedizione della Chiesa […]».
Posto tutto ciò, non per questo il Partito negò allora la necessità del lavoro dei comunisti all’interno dei sindacati post bellici, in particolare la necessità di lavorare all’interno della CGIL. Infatti, «per decidere se lavorare o meno in un sindacato non può essere sufficiente individuare le tendenze storiche della forma sindacato e verificare quali siano attribuibili all’organizzazione in questione. Non basta cioè dedurre la tattica dalla natura politica di questo organismo, ma occorre soprattutto riferirsi all’atteggiamento degli operai verso di esso. Da materialisti non possiamo attribuire ai lavoratori iscritti a un sindacato la coscienza di ciò che esso storicamente rappresenta all’indagine marxista. Se i lavoratori, o la gran parte di essi e soprattutto quella più combattiva, vede in un dato sindacato il suo rappresentante, lo strumento per la sua difesa e per esso e con esso lotta, il nostro posto di battaglia non può che essere in quel sindacato. Era appunto questa la propensione delle masse operaie più combattive in Italia negli anni del dopoguerra e il Partito decise di lavorare, come frazione organizzata, nella CGIL».
Nel 1951 scrivemmo: «La situazione sindacale di oggi diverge da quella del 1921 non solo per la mancanza del Partito Comunista forte, ma per la progressiva eliminazione del contenuto dell’azione sindacale col sostituirsi di funzioni burocratiche alla azione di base: assemblee, elezioni, frazioni di partiti nei sindacati e via, di funzionari di mestiere a capi elettivi, ecc. Tale eliminazione, difesa nel suo interesse dalla classe capitalistica, vede sulla stessa linea storica i fattori: corporativismo tipo CLN, sindacalismo tipo Di Vittorio o Pastore. Tale processo non può essere dichiarato irreversibile. Se l’offensiva capitalista è fronteggiata da un Partito Comunista forte, se si strappa il proletariato alla tattica (sindacalista) CLN di fronte a quelli, se lo si strappa all’influenza dell’attuale politica russa, nel momento X o nel paese Y, possono risorgere i sindacati classisti ex novo o dalla conquista, magari a legnate, degli attuali. Ciò non è storicamente da escludere. Certamente quei sindacati si formerebbero in una situazione di avanzata o di conquista del potere» (Lettera del 05/01/1951). Per sindacati classisti non si intende un’organizzazione economica necessariamente controllata dal Partito, ma un organismo in cui esiste la possibilità di azione e di movimento per una frazione organizzata al proprio interno.
Posta in questi termini l’alternativa, il Partito non poteva certo assumere un atteggiamento di cautela, in attesa che gli eventi sciogliessero il nodo, quindi diede la naturale e scontata disposizione di organizzarsi, là dove i suoi debolissimi effettivi operai lo permettevano, in frazione all’interno della CGIL. «Il sindacato […] è oggetto di interessamento del Partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro, distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito riconosce che oggi può fare solo in modo sporadico opera di lavoro sindacale e dal momento che il concreto rapporto numerico dei suoi membri, i simpatizzanti e gli organizzati in un dato corpo sindacale risulti apprezzabile e tale organismo sia tale da non essere esclusa l’ultima possibilità di attività virtuale e statutaria autonoma classista, il Partito esplicherà la penetrazione e tenterà la conquista alla direzione di esso». (Tesi caratteristiche del partito, 1951)
Perché la CGIL e non gli altri sindacati tricolore o corporativi? «Nella CGIL si era raccolta […] la parte più combattiva del proletariato italiano, che vedeva in essa il sindacato “rosso”, una sigla, il simbolo di una tradizione non ancora spenta. […]Fu questo stato d’animo del proletariato italiano – e non altro – che ci portò a non escludere la possibilità di una riconquista “a legnate” della CGIL ad una direzione classista. Questa riconquista non poteva essere graduale, ma sarebbe stata possibile soltanto al verificarsi di un potente movimento proletario che avrebbe travolto le direzioni opportuniste e spezzato la struttura da queste messa in piedi».
Il Partito si richiamava alla tradizione della CGL rossa che l’opportunismo non poteva in quel momento disconoscere apertamente: «Per poter controllare e inquadrare gli operai italiani, gli opportunisti erano stati infatti costretti a richiamarsi alle parole delle gloriose tradizioni delle lotte proletarie passate, ad agitare ogni tanto la bandiera rossa. Noi vedemmo in ciò un elemento positivo: per fregare gli operai italiani bisognava appunto sventolare la bandiera rossa, ovvero gli operai italiani si lasciavano ancora commuovere dalla loro bandiera. La CGIL rappresentò per buona parte del proletariato italiano quell’insegna, quel simbolo. Sotto quella bandiera gli operai scatenarono forti scioperi, uscendo talvolta dalle direttive impartite dai vertici opportunisti, scontrandosi con formidabile coraggio con le forze di polizia che si dimostrarono spesso incapaci di contenerne la furia, affrontando i licenziamenti, le bastonate, la galera, lasciando sulle strade e sulle piazze centinaia di caduti.»
Tuttavia la conquista di quella organizzazione, in piena fase avanzata dell’imperialismo, non poteva che essere intesa come la distruzione di tutta l’impalcatura organizzativa di un sindacato ormai legato per mille fili alle istituzioni del nemico di classe, sotto la spinta e nel vivo dell’azione di una classe risorta alla vera lotta sociale anticapitalista e antiopportunista. «L’eventuale futura CGIL “rossa” non avrebbe potuto che risorgere sulle rovine di quella che i comunisti si trovavano di fronte».
«La nostra azione poggiava costantemente su una tattica legata ai principi generali del Partito, calata di volta in volta nelle singole situazioni: nessuna azione di sabotaggio o boicottaggio delle lotte sindacali e degli scioperi organizzati e controllati dai sindacati, partecipazione ad essi con la costante opera di denuncia attiva della politica antioperaia delle centrali sindacali, indicazione ai proletari degli obiettivi generali di classe su cui lottare per tendere all’affasciamento di tutte le categorie operaie, indicazione dei metodi classisti di lotta, primo fra tutti lo sciopero generale senza limiti di tempo e senza preavviso, raccordo costante di queste indicazioni immediate di obiettivi e di lotta con il fine politico ultimo dell’azione del Partito».
Le battaglie più significative del Partito
La nostra incessante opera di denuncia dell’opportunismo sindacale fu sempre accompagnata dalla costante partecipazione alle lotte operaie e, ovunque si presentasse la minima occasione, dal tentativo di organizzare forze operaie su un piano di classe in aperta opposizione alle centrali sindacali».
Nei primi anni ‘60 il Partito dette vita ai primi organi specifici per l’orientamento della attività sindacale: «Nel novembre 1961 uscì il “Tranviere Rosso” – bollettino dei tranvieri comunisti internazionali aderenti alla CGIL. Nel cui primo numero si leggeva: «Nel novembre 1961 uscì il “Tranviere Rosso” – bollettino dei tranvieri comunisti internazionali aderenti alla CGIL. Nel cui primo numero si leggeva:
Noi comunisti internazionali, continuatori del glorioso partito di Livorno, delle tradizioni di combattimento del sindacato, delle organizzazioni proletarie in tutta la classe, non abbiamo cessato un istante di contestare agli attuali dirigenti sindacali (emanazione dei partiti opportunisti) la loro rovinosa opera di distruzione del sindacato di classe».
«Il “Tranviere rosso” era lo strumento di agitazione e di propaganda del nostro piccolissimo gruppo di lavoratori tranvieri e riportava corrispondenze su problemi specifici della categoria di lavoratori, resoconti di assemblee e di scioperi esaltando sempre la combattività dei lavoratori e mettendo in evidenza i tradimenti dei bonzi, ma anche articoli di carattere generale su tutte le questioni di interesse per gli operai. La sua pubblicazione durò fino al 1963. Nel maggio 1962, essendosi estesa l’attività sindacale del partito in concomitanza di grandi scioperi operai, usciva “Spartaco” – Bollettino centrale di impostazione programmatica e di battaglia dei comunisti internazionali aderenti alla CGIL: “[…] Se perciò, oggi, noi cerchiamo di estendere e di coordinare meglio questo lavoro, non è già perché una particolare “idea nuova e originale” sia passata per la testa di chicchessia, ma perché la situazione generale, lo sviluppo sia pur disorganico delle lotte di classe, e il processo di consolidamento della rete di partito, ci hanno imposto di tradurre in una azione il più possibile continua e sistematica, un compito riconosciuto permanente anche quando gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini lo limitavano (come in parte lo limitano tuttora) “ad un piccolo angolo dell’attività complessiva”. Era la necessaria risposta ad interrogativi che giungevano a noi, alla periferia come al centro del partito, dalle agitazioni in corso; una risposta che potevamo dare su scala più larga che in passato proprio perché, nella lunga e non ancora conclusa fase di “ristabilimento della teoria del comunismo marxista, che ha occupato l’ultimo decennio della nostra vita organizzativa, i rapporti fra la nostra rete ideologicamente rafforzata e strati sia pur esili di proletari, si sono andati allargando e rafforzando”. Non “svolta”, dunque, ma potenziamento di un lavoro che non si è mai interrotto anche quando le circostanze esterne, fuori dalla volontà o dai desideri anche del più battagliero ed entusiasta militante, ne limitavano il raggio». (Punti fermi di azione sindacale”, Il Programma Comunista n° 19/1962)
Così si presentava Spartaco: «Ci battiamo perché il sindacato operaio tradizionale, la CGIL, rinasca come sindacato di classe; un sindacato che affermi e difenda esclusivamente e senza quartiere gli interessi di vita e di lavoro dei proletari, e non accetti mai di subordinarli alle cosiddette superiori esigenze dell’azienda, dell’economia nazionale, della patria, meno che mai alla difesa di istituti borghesi». (n. 1/1962)
Nel luglio 1968 iniziammo la stampa de “Il Sindacato Rosso” – organo mensile dell’Ufficio Sindacale Centrale del Partito Comunista Internazionale.
Era la stessa testata dell’organo sindacale del partito nel 1921. Sorto per coordinare ed indirizzare l’attività sindacale del Partito portava questa manchette:
«Per il sindacato di classe! Per l’unità proletaria contro l’unificazione corporativa con CISL e UIL! Per unificare e generalizzare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro il riformismo e l’articolazione! Per l’emancipazione dei lavoratori dal capitalismo! Sorgano gli organi del partito, i gruppi comunisti di fabbrica e sindacali, per la guida rivoluzionaria delle masse proletarie!».
«Il Sindacato Rosso era l’organo di agitazione e propaganda dei nostri gruppi operai e costituiva all’interno e all’esterno del sindacato, l’unica voce che si levava contro il tradimento degli interessi operai.
Nel 1969 i bonzi portarono a conclusione la campagna per le deleghe facendo inserire nei contratti la clausola che impegnava le direzioni aziendali ad amministrare la riscossione dei contributi sindacali. Questo atto, che fu naturalmente presentato come una vittoria, sanciva difinitivamente la delega come unica forma di adesione al sindacato
[…] Noi organizzammo allora in tutti i posti di lavoro in cui eravamo presenti una violentva campagna rivendicando il ritorno all’iscrizione diretta tramite i “collettori”, rifiutando e invitando gli operai a rifiutare la delega. […] Si trattava di un passo gravissimo verso l’inserimento dell’organo sindacale nell’ingranaggio statale e padronale: era un atto politico in direzione del sindacalismo fascista. La delega servì anche per espellere dalla CGIL i rivoluzionari e gli operai più coscienti poiché i bonzi rifiutarono il rinnovo della tessera a chi non accettava di firmare la delega […]». (Il Partito di fronte ai sindacati …) «Rifiutare le deleghe non vuol dire uscire dal sindacato. Al contrario vuoi dire opporsi alla definitiva degenerazione della CGIL […]. No alle deleghe sì al sindacato di classe!». (Sindacato Rosso, n. 18/, 1969).
«È questo al tempo stesso il periodo delle lunghe lotte contrattuali che segnarono l’apice del movimento sindacale italiano del secondo dopoguerra. In questo periodo in diverse grandi fabbriche, alla Pirelli, alla FIAT, ecc., sorgono i primi Comitati Unitari di Base, organizzazioni operaie spontanee che tentano in alcuni casi di scavalcare i sindacati e in alcune occasioni di sostituirsi ad essi».
È negli anni immediatamente successivi alle lotte del ’68-’69, che si va lentamente delineando un processo di progressivo avvicinamento dei sindacati alle istituzioni statali. «Questo colpo di acceleratore non avviene per caso, ma coincide con l’inizio del ciclo di crisi internazionale del capitalismo». (Il partito di fronte ai sindacati …) «L’organizzazione sindacale si avvia a diventare un apparato altamente burocratizzato, liberandosi di ogni residuo classista. Quel poco di vita sindacale, di rapporto diretto tra funzionari e iscritti ancora esistente, e che aveva permesso o poteva permettere un certo lavoro interno ai militanti comunisti, si spegne definitivamente. La CGIL, così come già la CISL e la UIL, diventa progressivamente un’organizzazione refrattaria ad ogni stimolo di classe se non per castrarlo sul nascere e si inizia un lento ma inesorabile distacco, sempre più evidente con il passare degli anni, tra struttura territoriale del sindacato e gli iscritti, che negli anni precedenti avevano in generale seguito le direttive sindacali con una certa convinzione».
Negare il lavoro del Partito Comunista nelle lotte operaie significa ritardare l’estensione dell’organizzazione proletaria e abbandonarla alle ideologie borghesi e piccolo borghesi Pt. 2
(continua dal numero precedente)
da “Il Partito Comunista” n. 77/1981
La lotta economica è un dato oggettivo che scaturisce dalle contraddizioni del modo di produzione capitalistico; nessuna riforma, nessuna concessione, nessuna legge speciale, nessuna operazione poliziesca può eliminarla finché permane la proprietà privata dei mezzi di produzione e il lavoro salariato.
Dopo una prima fase in cui la borghesia negava in assoluto la lotta e l’organizzazione operaia, essa è stata poi costretta a tollerarla e, con il fascismo, ha tentato di darle un inquadramento nel proprio ordinamento giuridico con la creazione di organizzazioni sindacali sotto il controllo diretto dello Stato.
Al tempo della I Internazionale il proletariato era ancora una esigua minoranza della popolazione. Il nascente movimento proletario si sviluppava in uno scontro diretto e aperto con la legalità borghese: scioperi e manifestazioni di piazza erano vietati. Le dimostrazioni operaie e contadine assumevano quasi sempre l’aspetto di sommosse; saccheggi, scontri con la polizia, l’esercito, arresti di massa, sparatorie, morti, feriti. Sempre, anche per le rivendicazioni più limitate, gli operai si trovavano di fronte lo Stato nella sua vera essenza di apparato repressivo, con le sue milizie e i suoi tribunali, schierato in difesa della proprietà. Qualsiasi movimento rivendicativo portava allo scontro con lo Stato perché ad esso lo Stato dava sempre una risposta poliziesca che non lasciava altro spazio che quello dell’azione di massa.
Scioperare, partecipare a una dimostrazione significava allora rischiare la vita o anni di galera.
Le lotte economiche perciò divenivano immediatamente politiche perché presupponevano la coscienza che non si potevano colpire i capitalisti e i proprietari fondiari senza scontrarsi con l’apparato predisposto a difesa dei loro privilegi: lo Stato. Non era perciò netta la distinzione tra lotta economica e lotta politica rivoluzionaria; esse coincidevano perché la lotta economica poteva condursi solo con metodi rivoluzionari. In Italia in questo periodo i capi delle prime grandi agitazioni operaie – come quella degli edili nel 1888 – sono gli anarcosindacalisti.
Nella seconda fase, quella che vede lo sviluppo dei grandi partiti socialisti della Seconda Internazionale, la borghesia da una parte non può più contenere i movimenti di un proletariato, enormemente cresciuto nel numero, con metodi puramente polizieschi, dall’altra ha enormemente accresciuto i suoi profitti e può fare delle concessioni corrompendo alcuni strati operai. Nasce qui il terreno oggettivo per lo sviluppo del riformismo e del tradeunionismo che sfocerà nella degenerazione e passaggio nel campo borghese dei partiti della II Internazionale. I metodi polizieschi da soli, avrebbero portato sul terreno dello scontro aperto un proletariato sempre più numeroso e concentrato; ecco perché la borghesia, fattasi più accorta, abbina alla repressione l’opera di imbonimento dei capi socialdemocratici che incanalano le lotte operaie verso conquiste parziali nel quadro dell’ordine sociale borghese. Le lotte operaie, per la mutata situazione economica e politica, sfociano in richieste di riforme, di miglioramenti salariali, di alleviamento delle condizioni di lavoro, non più come tappe verso l’assalto al potere borghese per la distruzione completa di ogni forma di proprietà privata e di sfruttamento, ma come rivendicazioni fini a sé stesse, perfettamente compatibili con una economia capitalista in piena espansione.
Il movimento economico delle masse procede compatto in questa direzione sotto la guida dei capi riformisti delle grandi socialdemocrazie e dei grandi sindacati di classe. Non che cessino – beninteso – gli scontri di piazza, le fucilate, gli arresti, ma si verifica un notevole miglioramento delle condizioni di vita proletarie, fertile terreno per l’opera di imbonimento democratico, pacifista e legalitario.
L’organizzazione politica rivoluzionaria non coincide più con le associazioni operaie, progressivamente viene isolata e ridotta a piccoli gruppi o frazioni in seno ai partiti della II Internazionale.
Il movimento delle masse fu portato allora sul terreno del riformismo e della collaborazione di classe, fino al sostegno delle rispettive borghesie nella guerra imperialista. Essere rivoluzionari comunisti significava allora non seguire le masse su questo terreno, ma distinguersi nettamente per salvaguardare la prospettiva della rivoluzione. Questo fu fatto da Lenin, dalla Sinistra Comunista Italiana e da pochi altri che dichiararono guerra alla guerra mentre le masse proletarie venivano portate al macello sotto le rispettive bandiere nazionali.
Con l’ondata rivoluzionaria 1917-23 si realizza la saldatura tra il programma rivoluzionario e il moto spontaneo delle masse, non perché quello si adatti a quelle, ma perché gli obbiettivi per i quali si muovevano le masse, in quel breve scorcio storico, non potevano essere perseguiti che con la realizzazione del programma rivoluzionario.
L’esempio della Russia è chiarissimo: le masse sfruttate volevano la fine della guerra e le terre dei grandi proprietari. Ma né pace né terra si potevano ottenere senza una insurrezione che abbattesse lo Stato borghese e la formazione di una milizia operaia e contadina.
Le masse furono con loro in uno di quei rarissimi momenti in cui azione e coscienza, movimento spontaneo e organizzazione rivoluzionaria divengono la stessa cosa, si fondono e formano un cuneo formidabile che sbaraglia le difese avversarie.
Il fascismo, espressione del moderno capitalismo delle banche e dei monopoli, riunì i due metodi, quello delle riforme e quello della aperta repressione poliziesca e realizzò il vecchio sogno riformista di inquadrare giuridicamente nella legislazione borghese le lotte e le organizzazioni sindacali. La novità da esso introdotta consiste appunto nella creazione di sindacati di Stato con iscrizione obbligatoria da parte dei lavoratori. Questi sindacati difendevano economicamente i lavoratori arrivando anche alla proclamazione di scioperi, ma lo facevano a condizione che la lotta economica non intaccasse mai l’interesse nazionale.
I sindacati sorti nel secondo dopoguerra, le attuali confederazioni, anche se formalmente sono ad adesione libera e non sottomessi giuridicamente allo Stato, ricalcano la politica fascista: sottomissione aperta e dichiarata allo Stato, lotta economica sì ma solo nella misura in cui questa è compatibile con l’andamento dell’economia capitalista. Questo significa: lotta per miglioramenti salariali e normativi quando l’economia è in espansione, controllo della classe operaia per far passare licenziamenti e aumento di sfruttamento quando l’economia è in crisi, collaborazione con lo Stato per la mobilitazione patriottica in caso di guerra.
Con la crisi economica siamo in uno di quei periodi in cui le rivendicazioni operaie divengono incompatibili con la stabilità del regime. Ieri era una rivendicazione puramente economica la richiesta di aumenti salariali o la riduzione dell’orario di lavoro. Oggi lottare semplicemente per impedire aggravi di lavoro, per abolire lo straordinario, per impedire i licenziamenti, per ridurre l’orario di lavoro, acquista un sapore sempre più eversivo perché queste rivendicazioni, compatibili ieri, cozzano contro il piano borghese di scaricare la crisi sulle spalle del proletariato. Ecco perché vediamo lo Stato, tutti i partiti, tutti i sindacati, tutte le istituzioni, schierate a difesa dell’economia nazionale, contro le necessità proletarie.
In questo senso oggi la lotta economica tende a diventare politica perché i proletari che vogliono muoversi in difesa dei loro bisogni sono costretti a prendere atto che: 1) i sindacati ufficiali sono schierati dalla parte dei padroni e dello Stato; 2) per poter lottare è necessario che i lavoratori formino delle proprie organizzazioni autonome dallo Stato, dai partiti, dai sindacati del regime.
La questione diviene allora squisitamente politica non soltanto perché le rivendicazioni di classe metterebbero in pericolo l’ordine sociale, ma anche perché è evidente che lo Stato difende in ogni modo i suoi sindacati, in primo luogo concedendo loro il diritto di esclusiva rappresentanza della mano d’opera.
Questo significa che le organizzazioni di lavoratori che sorgono e che sorgeranno spontaneamente sono di fatto illegali, a meno che non si sottomettano allo Stato (come ha fatto Solidarnosc), e che è vietato a tutti i singoli padroni, a tutte le amministrazioni aziendali private o pubbliche di concludere accordi di qualsiasi tipo con associazioni spontanee di lavoratori che agiscano fuori dal controllo dei sindacati ufficiali.
Questo significa che oggi non basta dire agli operai che si deve lottare contro i padroni; bisogna anche dire che per lottare contro i padroni ci si deve liberare dal controllo poliziesco dei sindacati di regime e ridar vita a delle vere organizzazioni classiste. Ma anche questo non basta; bisogna anche dire che il risorgere delle organizzazioni di classe non potrà mai avvenire “liberamente”, ma soltanto in lotta feroce contro lo Stato, tutti i partiti, tutti i sindacati che lo sostengono.
In questo senso quindi le rivendicazioni che ieri si inquadravano perfettamente in una politica tradeunionista, assumono carattere politico; non per delle caratteristiche insite, ma in rapporto alla mutata situazione che vede ridursi i margini di manovra della borghesia la quale, non potendo più fare concessioni, dovrà ben presto ricorrere apertamente alla forza denunciando come elementi sovversivi e antisociali tutti quelli che lottano per avere una casa o un lavoro.
Ma se le lotte economiche assumono un carattere nettamente politico, ciò non vuol dire che cambi la natura delle organizzazioni economiche di classe. Le determinazioni oggettive che spingono il proletariato alla lotta e all’organizzazione sono sempre le stesse, anche nei momenti di più acuta lotta rivoluzionaria e sono di carattere materiale, non ideale.
L’organizzazione economica perciò, anche nei rari momenti in cui è guidata da una politica genuinamente classista, conserva sempre i suoi limiti oggettivi che ne fanno un organo adatto per la difesa non per l’attacco. I sindacati di classe, da soli possono egregiamente difendere le condizioni di vita operaia contro lo sfruttamento, ma non possono costituire da soli una organizzazione adatta per il rovesciamento del potere della borghesia.
Una rivoluzione non è il “beau geste” di un pugno di disperati, né la sollevazione delle folle in una “grande giornata”. Proprio in Italia si sono fatti tutti gli esperimenti: dai ridicoli tentativi mazziniani, al terrorismo individuale (che arrivò allora al lusinghiero risultato di uccidere il re Umberto I), dall’azione delle bande di anarchici (che sulle montagne del Matese dichiararono deposta la monarchia e abolita la proprietà privata), dalle rivolte contadine, alla sommossa di Palermo del 1866, alle grandi sommosse proletarie del 1893 e del 1898 che interessarono contemporaneamente gran parte del territorio nazionale, dalle agitazioni contro la guerra di Libia, dalla settimana rossa del 1914, alla occupazione armata delle fabbriche nel 1920; dagli scioperi del ’43 alla mezza insurrezione in occasione dell’attentato a Togliatti nel ’48.
È già esistito in Italia un partito che si identificava con le associazioni operaie e al quale potevano aderire soltanto proletari: il Partito Operaio Italiano: forte di 30.000 aderenti con una larga influenza sul proletariato della Lombardia, del Piemonte, della Liguria, fu la prima organizzazione autonoma del proletariato italiano che si separava finalmente dalla sinistra borghese e dalla piccola borghesia radicale.
Questo partito non era in pratica che una associazione di leghe e sosteneva il disinteressarsi della politica generale e di occuparsi soltanto delle lotte proletarie. Nel 1886 venne posto fuori legge con l’accusa di preparare la insurrezione, la sua organizzazione venne praticamente distrutta in una grande retata poliziesca e i suoi resti confluirono poi nel futuro partito socialista. Stessa sorte toccò alla organizzazione degli anarchici – numerosi e sparsi in tutta Italia – dopo il 1888.
La storia di questi tentativi è ben conservata negli archivi della polizia che senza soluzione di continuità sono passati dai Borboni ai Savoia, al Fascismo, alla Repubblica democratica: passano i governi, i partiti, le istituzioni, ma l’essenza dello Stato, il “questurino vecchia volpe” che sa tutto di tutti, che ha appreso la lezione e sa quando bastonare e quando vestirsi da agnello, rimane; nessun cambiamento di governo, nessuna sommossa gli ha fatto lasciare il suo posto.
I poveri fessi di oggi, che non sanno nulla di nulla e pretendono con le loro balorde improvvisazioni di “attaccare lo Stato”, dovrebbero riflettere che uno per uno tutti i loro tentativi, tutte le loro strade sono state provate e lì hanno fallito uomini ben più decisi, masse ben più numerose, agguerrite ed esasperate.
La storia ha dimostrato che per abbattere il regime capitalistico e per condurre le lotte operaie in questa direzione occorre una organizzazione speciale appositamente nata e preparata a questo scopo e questa organizzazione si chiama Partito Comunista, un’organizzazione che fa tesoro dell’esperienza passata in modo da non ripetere i vecchi errori, che sa prevedere le situazioni e non si lascia sorprendere, che è in grado di resistere alle repressioni perché non ritiene di avere “spazi da difendere” in questa società, che possiede un piano preciso e collaudato nel quale si inquadrano le lotte proletarie quotidiane, l’assalto al potere borghese e le misure politiche ed economiche da prendere dopo l’abbattimento della borghesia.
Un Partito che sappia guidare le organizzazioni proletarie non sul terreno delle conquiste parziali effimere, ma verso l’abolizione definitiva dello sfruttamento del lavoro salariato. Un partito come tendeva ad essere il Partito bolscevico, la Terza Internazionale, il Partito Comunista d’Italia del 1921 che, possiamo dirlo con orgoglio, non fu sconfitto dalle repressioni fasciste alle quali resisteva e rispondeva, ma dal tradimento dei socialisti prima e degli stalinisti poi. Questo manca al proletariato oggi e senza questo possono venire tutti gli scioperi, agitazioni, sommosse di questo mondo ma il potere della borghesia non sarà minimamente scalfito. Chi dice di voler abbattere questo regime infame deve perciò essere conseguente e accettare gli strumenti necessari a questo scopo.
La guerra civile sudanese: una lotta locale parte del flagello imperialista mondiale Pt. 2
Riprendiamo questo studio sul Sudan, la cui prima parte fu pubblicata nel n. 431 de Il Partito Comunista, dove abbiamo trattato la storia del paese dalle invasioni ottomane all’indipendenza.
Il Sudan nasce debole
Prima ancora che la guerra imperialista generale riesplodesse nel 1939, gli esecutori finanziari del Sudan Political Service (SPS) – organo amministrativo del condominio anglo-egiziano – si distinsero per il loro servile ossequio ai dogmi del liberismo. Nella loro ottusa visione, lo Stato non doveva oltrepassare il ruolo di custode della proprietà privata e di arbitro della circolazione mercantile, rifuggendo l’eresia di un intervento diretto nell’economia. Il loro più grande timore, del tutto infondato, era quello di passare alla storia come promotori di un inesistente “esperimento socialista” in Sudan. Nulla di più grottesco: il controllo statale dell’economia capitalistica non è, né può mai essere, socialismo.
Ma al di là di questo equivoco, la realtà fu che, nel loro zelo per la conservazione dell’assetto economico coloniale, essi giunsero perfino a scoraggiare lo sviluppo industriale, tanto per mano del capitale locale quanto di quello straniero. Unica eccezione: il settore cotoniero, già avviato negli anni Venti, ma strutturato secondo i rapporti di mezzadria e confinato alla coltivazione della materia prima per l’esportazione. Qui si manifesta plasticamente il dilemma dell’imperialismo: da un lato, il capitalismo esige l’espansione produttiva; dall’altro, la logica coloniale impone il mantenimento di un’economia subordinata e arretrata. Più che le fobie sullo “statalismo” socialista, la vera preoccupazione dell’amministrazione coloniale era che il decollo industriale rafforzasse il proletariato sudanese al punto da renderlo capace di sovvertire l’ordine sociale vigente.
Durante la guerra, si paventava un’ondata inflazionistica, alimentata tanto dall’aumento della massa monetaria in circolazione – passata da 1,75 milioni di sterline nel 1939 a 4,25 milioni nel 1943 – quanto dalle difficoltà di importazione dei beni di consumo. Tale scenario avrebbe potuto spingere i proletari urbani e i braccianti a rivendicare consistenti aumenti salariali. Per scongiurare questo pericolo, furono adottate misure di stabilizzazione dei prezzi, anche attraverso accordi commerciali con il Regno Unito, che in cambio ottenne cotone a condizioni vantaggiose. Anche i mezzadri accettarono compromessi: i produttori di cotone, rinunciando ai profitti derivanti dall’aumento del prezzo, vedevano accantonate le proprie eccedenze in uno speciale fondo assicurativo, che aveva lo scopo di compensarli nei periodi di ribasso.
Durante la guerra e nel periodo immediatamente successivo, la produzione cotoniera conobbe una crescita significativa, specie nel Gezira, con ripercussioni su Khartoum e Port Sudan, snodo logistico fondamentale. Si avviò inoltre la produzione di cotone di qualità inferiore nel Kordofan, presso le montagne Nuba.
Inoltre, poco prima del conflitto, furono completate opere di raccolta delle acque del Gash, nella provincia di Kassala.
Nella provincia di Equatoria si avviò lo Zande Scheme, con coltivazioni di cereali, legumi, caffè e tè, generando un relativo sviluppo economico nella regione più meridionale. Tuttavia, le difficoltà di trasporto e comunicazione impedirono a Equatoria di stabilire legami economici solidi con il resto del paese, ancorandola piuttosto alla sfera economica della Colonia del Kenya.
Nel contempo, le regioni periferiche, in particolare il Darfur, sprofondavano nella carestia e nella miseria.
La guerra e il dopoguerra non fecero che ampliare il divario tra le zone centrali e la periferia. Questa disparità si rifletteva anche nelle istituzioni, dove i ruoli di maggiore responsabilità erano riservati ai madrelingua arabi, a scapito delle popolazioni meridionali, escluse da ogni possibilità di ascesa sociale e prive di una propria borghesia o di un ceto tecnico.
Così, mentre il Sudan contribuiva all’economia di guerra britannica, il suo stesso sviluppo restava bloccato. Gli stanziamenti postbellici dell’impero – miseri due milioni di sterline – non potevano che scontrarsi con il dilemma di ogni economia coloniale: modernizzare significava scatenare contraddizioni sociali ingestibili, mentre l’inerzia condannava il paese alla stagnazione.
Del resto, i funzionari coloniali e l’élite sudanese ebbero già modo di confrontarsi con le prime manifestazioni di lotta proletaria. La Sudanese Workers’ Federation of Trade Unions (SWFT), fu fondata nel marzo 1949, anno di grandi scioperi, specialmente dei ferrovieri.
Il sindacato già dalla fondazione era rappresentativo della maggioranza dei lavoratori salariati del paese.
Nel 1950, l’SWFT testò la propria forza proclamando lo sciopero generale, che fu poi ritirato dai bonzi sindacali. Fu sufficiente minacciare di scatenare la lotta di classe per ottenere una nuova legge sul lavoro, che riconosceva ai proletari sudanesi il diritto di sciopero e di associazione. Ma di soli diritti non si sfama il proletario: nel 1952 ebbe luogo una grande ondata di scioperi, culminata in tre giorni consecutivi di sciopero generale. A trainare la lotta furono i ferrovieri sudanesi, che rivendicavano forti aumenti salariali.
In seguito, furono arrestati il presidente e il segretario della SWFT, provocando una seconda ondata di scioperi politici nel maggio, con ulteriori arresti e gravi atti di violenza di classe.
Dunque, spaventati dalla modernità della lotta di classe, nel 1954, i pianificatori locali decisero di perpetuare il circolo vizioso: puntare nuovamente tutto sull’espansione della produzione di cotone, con ulteriori contratti di mezzadria, rafforzando le infrastrutture idriche del Gezira e ignorando deliberatamente il resto del paese, soprattutto le province meridionali, condannate alla miseria cronica.
Inevitabilmente, l’indipendenza del 1956 trovò il Sudan economicamente impotente e politicamente fragile. La dipendenza esclusiva dal cotone si rivelò un’arma a doppio taglio: il crollo dei prezzi mondiali tra il 1954 e il 1958 fece saltare ogni previsione di bilancio, rendendo impossibile il finanziamento delle opere infrastrutturali per le province marginalizzate, prive anche dei servizi più elementari.
Questo portò già dal 1955 all’ ammutinamento dell’esercito e della polizia di Equatoria, che presto degenerò in una vera e propria guerra, contro il governo centrale. La rivolta, come si leggerà in seguito, fu il principio della prima guerra Anyanya, un conflitto terribile che durò ben 17 anni, segnando gravi contraddizioni irrisolte sul paese.
In questo periodo di instabilità, prese forma un vero e proprio braccio di ferro fra lo Stato e le organizzazioni sindacali, fortemente influenzate dal partito comunista sudanese (PCS).
La crisi del cotone inoltre lasciava al PCS l’opportunità di inquadrare i mezzadri dietro la rivendicazione di una lotta per annullare i contratti che legavano i produttori del cotone ai creditori e agli enti che gestivano le infrastrutture idriche del Gezira. Lo fece, però, con una tattica populista del tutto simile a quella che abbiamo già ampiamente denunciato in Italia, quando il PCI andava costituendo la spina dorsale della propria organizzazione con i mezzadri toscani e emiliani, sostituendosi in questo al partito fascista che utilizzava i mezzadri come forze di retroguardia della conservazione.
Mezzadri e coltivatori diretti si trovano di fronte a un processo sempre più rapido ed esteso di industrializzazione dell’agricoltura, al quale non possono accedere per il carattere parcellare della loro conduzione, circoscritta com’è al ristretto ambito del podere. Ne segue che l’impostazione della loro «lotta» muove dall’ aspirazione a possedere in proprio, individualmente, mezzi di produzione che, per loro stessa natura e funzionalità, richiedono un lavoro associato. Nel caso sudanese, in modo esemplificativo, il lavoro associato era condizionato dal complesso sistema di gestione idrica del Gezira, che esce per forza di cose dai limiti del piccolo appezzamento e della conduzione individuale. È su questa base antagonistica che, crescendo la penetrazione delle macchine nell’agricoltura, rendendosi strutturalmente necessaria una gestione centralizzata delle risorse idriche, si rendono storicamente inadeguate sia la mezzadria che il sistema della piccola proprietà contadina.
Oltretutto, la produzione stessa di cotone si inserisce in dinamiche di mercato che non solo sfuggono al controllo del piccolo produttore, ma anche a quello dello stesso Stato sudanese. I mezzadri, vedono accentuarsi la loro crisi, spinti ad agitarsi contro la pressione dei proprietari terrieri, dei creditori, dell’ente che gestisce l’infrastruttura idrica e del mercato mondiale del cotone. Tuttavia, reagiscono rivendicando un ritorno a un’utopistica economia per aziende familiari o, al massimo, con impiego modesto di forza-lavoro associata, mai in vista del superamento rivoluzionario del capitalismo. La loro posizione politica e la loro lotta nascono dalla psicologia del «parente povero» che vorrebbe arricchire, o almeno non proletarizzarsi, non da quella del proletario che non sa che farsi della proprietà privata e può attendersi una liberazione soltanto da un regime di produzione e distribuzione sociali.
Dunque, l’anti-marxista PCS, che fa proprio il programma democratico e populista dei mezzadri, dei piccolo borghesi e delle associazioni di professionisti, rinuncia, in questo frontismo da manuale dell’opportunismo, alla prospettiva proletaria e rivoluzionaria. Ciononostante, la forza considerevole del proletariato sudanese, quando nell’ottobre del 1958 condusse un forte sciopero generale, mise gravemente in difficoltà la tenuta del governo. Dunque, fallendo completamente la propria politica economica, il potere centrale sudanese si espose a contraddizioni insanabili. La rivalità anglo-egiziana, intrecciata alle dinamiche della guerra fredda, fece il resto: nel novembre 1958, la crisi politica si risolse con la caduta del sistema democratico e l’instaurazione della dittatura militare di Abboud.
Il regime di Abboud
I militari, espressione diretta dello Stato quale comitato d’affari della borghesia, identificarono la legittimazione politica con la crescita economica, sostituendo il suffragio con la misurazione del reddito pro-capite. In questa prospettiva, lo sviluppo capitalistico nelle regioni più avanzate non è che l’ennesimo espediente per perpetuare la dominazione di classe e garantire la stabilità dell’ordine borghese. Così, con il loro avvento al potere, nulla muta nella sostanza dei rapporti economici e sociali: la dittatura della classe dominante si conserva intatta, mentre la miseria del proletariato permane e si approfondisce.
Il colpo di Stato non è che la sintesi dell’equilibrio tra le frazioni della borghesia nazionale, sancito dal tacito consenso dei due partiti principali: l’Umma, voce della classe dei proprietari terrieri del cotone, e il Partito Democratico Popolare (PDP), strumento della borghesia militare. La crisi economica, dovuta alla caduta del prezzo del cotone, esaspera le condizioni di vita delle plebi urbane, dei braccianti e delle masse rurali, spingendole alla rivolta. La debole borghesia sudanese, nel suo perenne terrore della rivoluzione proletaria, vede come minaccia non solo i movimenti federalisti delle province reiette, ma anche le associazioni professionali, i sindacati e lo stesso Partito Comunista Sudanese (PCS), il quale, lungi dall’essere un’avanguardia rivoluzionaria, rimane intrappolato nella mediazione riformista, radicandosi all’università, nelle associazioni di professionisti, tra i ceti medi e i mezzadri del Gezira, senza mai sottrarsi al giogo del capitale.
Per l’Umma e il PDP, il governo militare è la necessaria parentesi per ricondurre il processo economico entro i margini della stabilità borghese, in attesa che il prezzo del cotone si stabilizzi e possa essere restaurata la farsa delle elezioni democratiche. La struttura imperialista del capitale internazionale si manifesta nell’afflusso di prestiti dai centri del potere occidentale – Stati Uniti, Regno Unito, Germania Ovest – e il Fondo Monetario Internazionale. Il flusso del capitale non ha bandiere: anche l’Egitto di Nasser, nella sua mistificazione nazionalista, si piega alla logica della valorizzazione, concedendo lo sfruttamento delle acque del Nilo con ulteriori dighe, per alimentare la rendita agraria della borghesia «araba». Inoltre, in questo periodo, il Sudan fu attenzionato per la prima volta anche dalle monarchie arabe, giacché il Kuwait concesse un importante prestito per espandere le infrastrutture ferroviarie del paese africano.
Il regime di Abboud, come ogni governo borghese, si abbandonò alla superstizione dell’“equilibrio economico”, fondando la sua intera strategia sulla monocoltura del cotone. Era questa la merce feticcio, il cuore pulsante della rendita agraria e del dominio imperialista in Sudan. L’illusione economica borghese si fondava su calcoli da ragionieri di Stato: si stimava che persino un crollo dell’80% del prezzo del cotone avrebbe mantenuto la produzione profittevole. Ma tale “miracolo” non era che il prodotto di un meccanismo di spoliazione brutale, in cui l’unica variabile comprimibile era, come sempre, la carne viva del proletariato e dei mezzadri sudanesi. Non bastava che il cotone fosse venduto a buon prezzo sui mercati internazionali: il capitale, per sua natura, esigeva il pagamento del tributo agli usurai della finanza mondiale.
La borghesia sudanese, nella sua servile subordinazione, si cullava nell’illusione che i suoi “amici” del blocco occidentale avrebbero concesso clemenza. Si attendeva una benevola sospensione dei pagamenti quando, nel 1962, una raccolta disastrosa minacciò i profitti. Sperava in qualche indulgenza nel 1964, quando, strangolata dal deficit, fu costretta a mendicare nuovi prestiti per portare avanti il proprio illusorio “piano di sviluppo”. Ma il capitale non conosce amici: la stretta creditizia non è una scelta politica, bensì una legge ferrea del dominio economico. I tassi d’interesse non sono concessioni sempre rinegoziabili, bensì il tributo che ogni borghesia nazionale subordinata deve versare ai propri padroni imperialisti.
Nel frattempo, nelle province meridionali, la guerra per l’autonomia esplose come manifestazione delle contraddizioni insopprimibili del dominio centrale. A sostenere la ribellione contro il potere centrale di Khartoum, vi furono i paesi confinanti: l’Etiopia, l’Uganda e il Kenya. La ribellione si estese geograficamente trascinando anche le province di Bahr al Ghazal e l’Alto Nilo, benché conflitti interni fra nilotici e equatoriani finirono per indebolire le forze ribelli nonostante l’estensione geografica della guerra. La guerra costituiva un problema serio specialmente per l’immagine del regime di Aboud, che reprimeva la guerriglia separatista facendo largo uso del terrore, commettendo rappresaglie indiscriminate sulla popolazione civile con centinaia di migliaia di morti.
Quando nell’ottobre del 1964 fu organizzata una conferenza all’università di Khartoum intitolata “il problema del Sud Sudan”, i militari di Abboud fecero irruzione provocando una grande ondata di proteste civili e un imponente sciopero generale. Dal momento che lo sciopero non si placava nonostante decine di proletari uccisi nei vari focolai del paese, fu lo stesso Abboud a sciogliere il governo e il consiglio supremo delle forze armate, per evitare che la situazione sfuggisse di mano.
Il regime di Abboud si sgretolò sotto il peso delle proprie menzogne: il reddito pro-capite non crebbe, la “stabilità” non si realizzò, il consenso non fu comprato. Non furono le mancanze di un governo incapace, né l’assenza di una politica economica più avveduta, bensì la stessa logica del capitale a decretarne il destino.
RG 151: una riunione generale del Partito all’insegna dellacontinuità e della chiarezza del messaggio rivoluzionario Pt. 2
Organi del partito formale
La relazione intitolata Organi del partito formale si è svolta con una serie di brevi commenti ad una successione di citazioni presentate all’ultima riunione generale. Lo scopo dell’esposizione era di ricordare che il centralismo organico non fornisce alcuna ricetta teorica, ma piuttosto indica un modo di lavorare e di rapportarsi nel partito. Piuttosto, impone che il partito si comporti in senso unitario e internazionale, piuttosto che federalista. Gli organi del partito sono costituiti esclusivamente in base alle esigenze attuali del partito. Non esiste a priori una forma di partito sempre e comunque più adatta a preservare la dottrina rispetto a un’altra; gli organi devono comunque svolgere la loro funzione tenendo conto esclusivamente dei compiti del partito, a loro volta determinati dalla dottrina.
Il partito avrà momenti della sua vita in cui dovrà avere attività anche segrete, e mettere in atto una disciplina di tipo militare. Questo presuppone una disciplina organica, anche assoluta e militare, ma imporre una disciplina militare quando non ve ne sono le condizioni è la strada che l’opportunismo nel partito ha sempre utilizzato per affermare sé stesso e le sue visioni antipartito.
È stato inoltre affermato che il partito non ha bisogno di grandi uomini o leader. Non intendiamo semplicemente il rifiuto dell’idea che esistano grandi uomini in grado di far progredire la storia con la loro forza di volontà, cosa che ovviamente abbiamo rifiutato già con Marx. Ci riferiamo piuttosto a quelle figure storiche che sono servite da faro guida per il proletariato e la sua avanguardia, i cui contributi sono stati grandi ma i cui nomi sono spesso abusati. Questo culto della personalità è stata una debolezza del movimento socialista e si è sempre manifestata in momenti in cui il partito si componeva di correnti e gruppi eterodossi, con la ammissione della democrazia interna. Il voto e l’arbitrato del leader erano entrambi utilizzati per risolvere controversie inconciliabili. Queste dispute erano irrisolvibili perché derivanti da teorie e obiettivi di origini non nostre. Oggi questo non può essere nel nostro partito: tutti i “malintesi” o le opinioni apparentemente divergenti sono facilmente risolvibili dal continuo studio della nostra tradizione, nella quale sono presenti tutte le risposte.
Sebbene i compagni del centro abbiano ovviamente il compito di centralizzare la comunicazione e di collegare le diverse parti dell’organizzazione, non hanno il diritto di prendere decisioni riguardo alla dottrina a proprio piacimento. Il partito, guidato dal suo continuo lavoro di scolpitura della teoria della rivoluzione, prende le decisioni in modo organico, e non considera il centro come una fonte speciale di volontà o conoscenza.
La Questione Militare: Direttiva Mosca, prima fase, luglio-settembre 1919
Denikin dopo le decisive ultime vittorie sulle quattro armate rosse, valutò giunte le condizioni per l’attacco finale su Mosca. La “Direttiva n. 08878”, ovvero “Marcia su Mosca” fu una articolata e complessa manovra sostanzialmente differita in due fasi: la prima stabiliva un’avanzata delle sue armate a ventaglio per consolidare i fianchi dell’intero fronte e successivamente far convergere le forze controrivoluzionarie su Mosca attraverso la vasta area compresa tra i fiumi Don e Dnepr. È stata esposta una cartina per illustrare il teatro delle operazioni con la nuova disposizione delle armate bianche e dei loro obiettivi. Forti dubbi furono espressi dai suoi comandanti soprattutto per le ridotte forze a loro disposizione, la necessità di evitare pericoli di sommosse nelle aree controllate, affrontabili con una adeguata forza mobile di cavalleria. Mediante la mobilitazione generale le forze di Denikin passarono da 64mila a 160mila unità, frettolosamente addestrate.
L’Armata rossa disponeva nel fronte sud di 116mila effettivi, poco esperti e che non disponevano di adeguate unità di cavalleria. Occorreva opporre un’adeguata strategia, che emerse dopo un forte contrasto in seno al suo vertice. Dopo un cambio al vertice del comando del settore, fu infine scelto di lanciare una controffensiva lungo il Volga per la riconquista di Caricyn con lo spostamento da oriente di rinforzi.
Le armate bianche necessitarono di circa due mesi per consolidare i fianchi del fronte, dopo di che il loro attacco fu positivo e di più accompagnato dallo sfondamento da parte della cavalleria cosacca in profondità nelle retrovie rosse, con conseguenti devastazioni di magazzini e depositi.
La controffensiva rossa lungo il Volga arrestò l’avanzata bianca costringendola a ripiegare. Nelle retrovie rosse scoppiò una rivolta cosacca, presto risolta, che però bloccò le loro manovre per la conquista di Caricyn, che si risolsero infruttuose e con pesanti perdite.
Altro obiettivo dell’Armata rossa era la conquista di Charkov (esposta una mappa) nella parte centrale del fronte attraverso una manovra a tenaglia, che fu disarticolata all’inizio da una rapida ed efficace contromossa bianca che fece retrocedere tutto il settore rosso.
La strategia rossa sul Volga si era risolta al momento in un parziale fallimento, con le armate bianche che controllavano le fertili regioni produttrici di grano e godevano di maggior credito e sostegno internazionale per la lotta che conducevano contro la rivoluzione bolscevica.
Conclusioni sulla questione militare in Germania 1918-23
Negli ultimi mesi del 1918, tutte le condizioni oggettive per la rivoluzione erano soddisfatte. Tuttavia, ciò che mancava chiaramente era un agente di «trasformazione soggettiva, cioè la capacità della classe rivoluzionaria di […] spezzare (o almeno incrinare) il vecchio governo». (Lenin, Il crollo della Seconda Internazionale). In assenza di una leadership comunista, i marinai insorti furono presto sconfitti.
Nella rivolta di Monaco del 1919, le Guardie Rosse non riuscirono a uscire dagli immediati dintorni della città, che rappresentava un’isola rivoluzionaria nel mare reazionario bavarese; nel frattempo il Partito Comunista aveva già subito tremende sconfitte per mano dei Freikorps di Noske, in particolare a Berlino.
Durante il putsch di Kapp del marzo 1920, i socialdemocratici raccoglievano sempre maggiori consensi: la grande massa della classe operaia voleva impedire il ritorno del vecchio regime imperiale. Scongiurata questa minaccia, i comunisti furono schiacciati dal Terrore Bianco.
Nell’azione di marzo del 1921, i lavoratori politicamente più attivi delle regioni minerarie della Germania centrale furono presto isolati. Scoppiò uno sciopero generale che in alcune regioni si trasformò in un’insurrezione armata. Ma era solo questione di tempo prima che la Reichswehr e la polizia sconfiggessero la rivolta a caro prezzo per i minatori e il partito comunista.
Nel cosiddetto “ottobre tedesco” del 1923, la situazione era matura per la presa del potere. La Germania versava in una profonda crisi economica e la borghesia tedesca era impotente di fronte all’occupazione francese. Una serie di scioperi e la formazione di Centurie proletarie in molte parti del paese dimostrarono che le masse erano «spinte, sia da tutto l’insieme della crisi, che dagli stessi “strati superiori”, ad un’azione storica indipendente». (Lenin)
Tuttavia, fu solo nella seconda metà dell’anno che il KPD si orientò verso l’insurrezione, dopo l’ondata di scioperi dell’agosto che rovesciò il governo Cunow, laddove l’attenzione del partito si era prima concentrata su tattiche opportunistiche, in particolare sulla formazione dei cosiddetti “governi operai” negli stati della Sassonia e della Turingia.
«Non si gioca con l’insurrezione», scriveva Marx, ma è proprio quello che fece la direzione del KPD nel 1923, senza con questo voler sminuire il coraggio degli insorti di Amburgo.
Il fallimento nel sovvertire le forze armate e la polizia fu un fattore chiave della disfatta delle lotte armate.
La borghesia ha potuto così sempre contare su truppe a lei fedeli per reprimere le rivolte a Berlino, Monaco, nella Ruhr, nella Germania centrale, ad Amburgo e altrove. Come scrisse Lenin in “Lezioni dell’insurrezione di Mosca” (1906) «Naturalmente, se la rivoluzione non assume un carattere di massa e non coinvolge le truppe, non si può parlare di lotta vera e propria».
Per una breve Storia dell’Impero Ottomano
Il partito ha iniziato ad analizzare lo sviluppo storico e sociale dell’impero Ottomano, il cui scopo è dimostrare le caratteristiche specifiche del periodo iniziale del modo di produzione capitalistico e di conseguenza le peculiarità storiche che determinano lo scontro fra le classi sociali, il cui esito storico, tuttavia, non può che essere l’universale guerra di classe che vede il Partito Comunista Internazionale in guerra con tutti gli altri partiti.
L’Impero Ottomano nacque nel XIV secolo come piccolo principato turco nell’Asia Minore, tra il declinante Impero Bizantino ed il Sultanato Selgiuchide. Grazie alla sua posizione strategica e ad un’abile politica militare e diplomatica, si espanse rapidamente. Nel 1352, attraversò i Dardanelli, stabilendosi a Gallipoli.
Sotto Murad I (1362-1389), Adrianopoli divenne la nuova capitale. Nonostante la sconfitta contro Timur nel 1402, gli Ottomani ebbero un nuovo periodo di splendore sotto Mehmet I e Murad II, consolidando il controllo sui Balcani. Nel 1453 Mehmet II conquistò Costantinopoli, ribattezzandola Istanbul e trasformandola nel cuore dell’Impero. Nei decenni successivi vennero conquistate Serbia, Bosnia, Crimea e altre regioni.
Il successo ottomano si basò su un sistema statale centralizzato che abolì il feudalesimo, sostituendolo con un’amministrazione efficiente. Le terre furono espropriate e gestite dallo Stato (miri), mentre i contadini pagavano tasse più basse rispetto al precedente Impero bizantino. I giannizzeri, reclutati tra i giovani cristiani convertiti, garantivano stabilità militare. Gli Ottomani si presentarono come protettori delle classi popolari, integrando le élite locali come vassalli (timar) e concedendo autonomia religiosa ai cristiani ortodossi, guadagnandosi così il loro sostegno contro potenze come Venezia e l’Ungheria.
Nel XVI secolo, sotto Selim I (il primo Califfo) e Solimano il Magnifico, l’impero raggiunse il suo apice. Gli Ottomani sfruttarono le divisioni tra le potenze europee, alleandosi con Francia e Inghilterra e attaccando gli Asburgo, conquistando l’Ungheria (1526) e assediando Vienna (1529).
Dal tardo Cinquecento tuttavia cominciarono ad emergere problemi strutturali: 1) Svalutazione monetaria ed aumento delle spese militari; 2) I contadini impoveriti si unirono a bande armate (celali), destabilizzando l’Anatolia; 3) Le terre passarono a privati (mulk) o ad istituzioni religiose (vakf), riducendo il controllo centrale; 4) La mobilità sociale si bloccò, con abusi da parte degli askeri (élite militare e religiosa).
I nomadi (turcomanni, curdi, beduini) furono cruciali per l’economia, gestendo pascoli, trasporti e con la produzione di tappeti. Fu proprio a causa della loro grande efficienza economica che l’impero ottomano tardò a sviluppare una rete stradale. Inoltre, l’espansione agricola ridusse i loro territori, portando a conflitti con i contadini e migrazioni verso la Persia. I nomadi, emarginati, divennero spesso ribelli o mercenari, minando la stabilità imperiale.
L’Impero Ottomano raggiunse l’apice nel XVI secolo grazie a un sistema centralizzato, una diplomazia abile e un’integrazione pragmatica delle diversità etniche e religiose. Tuttavia, dal Seicento, crisi economiche, ribellioni e decentralizzazione ne avviarono il declino, preparando il terreno per le successive sconfitte e riforme.
FINE DEI RAPPORTI
Per un fronte unico dei lavoratori dell'istruzione croati!
Volantino distribuito dai nostri compagni in occasione di una lotta dei lavoratori della scuola in Croazia
I lavoratori possono aspettarsi un miglioramento delle loro condizioni materiali dallo Stato croato solo esercitando su di esso una forte pressione. Questo è chiaro a tutti coloro che hanno avuto l’opportunità di lavorare nel settore pubblico, e dovrebbe essere chiaro anche ai lavoratori del settore privato – dopotutto, il padrone è il padrone, che si tratti di un individuo, di una società o dello Stato stesso.
Negli ultimi mesi abbiamo assistito ancora una volta all’atteggiamento ostile dello Stato croato nei confronti dei lavoratori del settore dell’istruzione. Le richieste dei lavoratori dell’istruzione, dalla scuola materna all’università, possono essere considerate eccessive solo dai rappresentanti più arroganti del capitale e della classe padronale; possiamo immediatamente comprendere l’intera leadership della Repubblica di Croazia, dal ministro Fuchs al primo ministro Plenković, tra costoro.
Cosa chiedono i lavoratori dell’istruzione? Nelle scuole e negli istituti superiori: un aumento dello stipendio base e dei coefficienti, e il rifiuto della “valutazione” sul posto di lavoro, che verrebbe certamente utilizzata come mezzo di pressione sui lavoratori. Nel sistema prescolare, le richieste sono ancora meno ambiziose: si tratta semplicemente di rispettare le leggi e gli standard pedagogici esistenti e di equiparare gli stipendi delle scuole materne a quelli delle scuole elementari.
I sindacati spesso collocano la questione dei coefficienti sul piano morale: confrontandoli con altri lavori nel settore pubblico e statale, sottolineando il ruolo chiave che l’istruzione svolge nell’educazione e nella formazione delle giovani generazioni. Il primo ministro Andrej Plenković ha risposto che ha capito le menzogne dei sindacati e che alla fine “tutto si riduce alle cose materiali, al denaro”.
Dovremmo rispondere a Plenković in modo chiaro: e allora? Certo che si tratta di cose materiali, non si può vivere di aria e vibrazioni positive! Che ci provi, se non gli interessano le cose materiali.
L’atteggiamento nei confronti degli operatori della scuola materna è ancora più ipocrita. Dopo che varie associazioni e sindacati hanno organizzato una protesta, il Ministero ha deciso di sostenere i manifestanti! Naturalmente solo a parole: Fuchs e la sua banda hanno “avvertito” i gestori delle scuole materne (cioè le autorità locali) che sono comunque obbligati a rispettare le disposizioni sulla parità salariale nell’istruzione prescolare e scolastica.
Il governo croato ha deciso di fare qualcosa di concreto? Forse fornire denaro per la parità salariale e l’assunzione di nuovi lavoratori? Naturalmente no, né ci si può aspettare che lo faccia senza una forte e continua pressione dal basso.
Questa pressione non deve basarsi su considerazioni moralistiche sui posti di lavoro nel settore dell’istruzione, come è noto che fanno i sindacati, ma su una lotta chiara e unitaria per i diritti materiali della categoria. La lotta non deve dipendere dal sostegno di una fantomatica “opinione pubblica”, che può sembrare particolarmente allettante nelle settimane precedenti le elezioni locali [previste per maggio 2025]. L’“opinione pubblica” è consegnata dai media nelle mani del capitale e dei suoi rappresentanti politici. Di certo non sarà a nostro favore, né dovremmo contarci. Possiamo solo ridere di ogni articolo sui “parassiti del settore pubblico” e ricordare a noi stessi chi vive del suo lavoro e chi del nostro sfruttamento.
È invece necessario organizzarsi a livello di classe: tutti i lavoratori del settore pubblico e privato hanno fondamentalmente gli stessi interessi materiali, indipendentemente da ciò che ci dicono l’Indice, i [mezzi di comunicazione] Jutarnji o la propaganda sui social media. Ma dobbiamo partire dalla realtà: dall’unione degli educatori a tutti i livelli del sistema educativo e in tutti i luoghi di lavoro, dagli insegnanti agli addetti alle pulizie. Dobbiamo intraprendere una lotta e uno sciopero congiunti, e poi lavorare per unirci in un unico sindacato di lotta, settoriale e, in ultima analisi, di classe, di tutti i lavoratori. Non dobbiamo fare affidamento sul lavoro delle associazioni [ONG] o credere alle bugie dei politici: la nostra unica forza è la solidarietà.
Grecia: la classe operaia non dimentica i crimini che la borghesia consuma per il suo miserabile profitto
Il 28 febbraio 2023 si è verificato un terribile incidente ferroviario in Grecia, vicino alla capitale Atene.
Nell’incidente hanno perso la vita 57 persone quando un treno è stato deviato sulla stessa linea di un altro treno. La maggior parte delle vittime erano studenti. Dopo le indagini, è emerso che l’incidente è stato causato da una combinazione di errori umani, infrastrutture inadeguate e mancanza di misure di sicurezza. Misure che sono state eliminate per risparmiare.
Incidenti come questo sono accaduti e continueranno ad accadere finché il capitalismo sarà presente nelle nostre vite, perché il capitale non vede la sofferenza umana, vede solo il profitto.
L’incidente ferroviario di Tempi non è stato dimenticato dalla classe operaia greca che, in occasione del secondo anniversario dell’incidente, si è organizzata per protestare contro il governo attraverso manifestazioni e uno sciopero generale. Trasporti pubblici, fabbriche, cantieri, negozi, scuole, università, miniere, teatri, porti, banche e molto altro ancora sono stati bloccati in tutta la Grecia. Le proteste sono state organizzate in più di 250 città con circa 1,5 milioni di manifestanti sul territorio nazionale. Questi scioperi e proteste sono stati organizzati sotto lo slogan del ΠΑΜΕ (Il Fronte Militante di Tutti i Lavoratori): “I loro profitti o le nostre vite”.
I lavoratori di tutto il mondo devono capire che ciò che sta accadendo ora in Grecia e in tutto il mondo non è un occasionale malfunzionamento del sistema, è il sistema che funziona perfettamente, esattamente come dovrebbe funzionare, perché l’obiettivo del sistema capitalista non è e non è mai stato quello di rendere la vita del lavoratore migliore, più sicura, ma di sfruttarlo sempre di più con il meno possibile di investimenti su di lui e sulla sua sicurezza. L’obiettivo del capitale è fare profitti a tutti i costi.
Inoltre, una delle cose più importanti da imparare sia dalla Comune di Parigi che dalla Russia rivoluzionaria è che ogni volta che il proletariato si ribella in un determinato paese, le classi lavoratrici degli altri paesi devono sostenerlo, altrimenti sarà schiacciato; ma questo può avvenire solo se sono organizzate a livello internazionale.
Rendiamo omaggio ai nostri compagni in Grecia per i loro sforzi nel combattere il loro governo, ma è nostro dovere come partito comunista sottolineare la necessità che le lotte locali, anche nazionali, del proletariato siano unite, coordinate, centralizzate nella guerra di classe internazionale del proletariato contro la borghesia per il comunismo, che può essere raggiunto solo con un programma internazionale, su scala internazionale.
Quindi all’unità internazionale delle forze del capitale i proletari devono riuscire ad opporre la loro unità organizzativa e politica, guidati dall’unico Partito Comunista Internazionale. Questo è il solo modo per privilegiare le nostre vite rispetto ai loro profitti.
L’ennesima orgia schedaiola non basterà a fermare la classe operaia australiana
Le elezioni borghesi rimangono futili spettacoli che perpetuano l’oppressione di classe. I politici si pavoneggiano su “questioni” inventate, ma i mali intrinseci del capitalismo persistono indipendentemente da chi sventoli la sua bandiera. La miseria che produce non dipende dai risultati elettorali; è il prodotto inevitabile dell’ordine borghese e del suo modo di produzione.
Come accade in ogni elezione borghese, il teatrino distrae dalla realtà e cioé dal fatto che le condizioni di vita del proletariato continuano a peggiorare.
Dalla pandemia è emersa una tendenza globale: un aumento inesorabile del costo della vita. In Australia, questo è diventato il tema centrale: oltre la metà degli elettori lo identifica come preoccupazione principale.
A livello internazionale, i costi dei beni di prima necessità sono aumentati vertiginosamente. A partire dalla pandemia di COVID-19 e dalla recessione del 2019-20, i prezzi al consumo sono aumentati nella maggior parte delle potenze imperialiste: circa il 22% negli Stati Uniti, il 24% nel Regno Unito, il 23% in Germania, il 20% in Italia e il 19% in Australia. Non si tratta di un malanno passeggero, ma del confronto quotidiano con il soffocamento economico dove galoppante pressione inflazionistica e diminuzione del salario reale si incontrano.
Anche se la maggior parte degli operai australiani è costretta a rinunciare alle comodità di base per garantirsi una mera sopravvivenza, il governo “laburista” di Albanese continua a vantarsi del suo operato.
In una recente conferenza stampa, il primo ministro ha affermato che “le famiglie della “classe media” sono le maggiori beneficiarie delle politiche contro il carovita”, eppure è proprio sotto il suo governo che le “mezze classi” e il proletariato stesso stanno pagando a caro prezzo le conseguenze dell’austerità economica. Il Partito Laburista, come quello liberale d’altronde, non ha mai tentato di difendere gli interessi della classe operaia, e sarebbe sbagliato immaginare un futuro diverso.
Sotto la guida di Albo [Albanese], nel quarto trimestre del 2024 l’Ufficio australiano di statistica (ABS) annuncia la fine ufficiale della recessione che ha colpito l’Australia negli ultimi quattro anni. L’economia ha finalmente interrotto la serie di sette trimestri consecutivi in cui vi era stato un calo del PIL reale pro capite, registrando con un incremento trimestrale dello 0,1%!
“Evviva!” esclamano i media borghesi. Eppure questa presunta ripresa nulla significa per il proletariato, e nel frattempo sono otto i trimesti consecutivi in cui i consumi delle famiglie continuano a diminuire (consumi reali pro capite delle famiglie). Quasi il 60% del reddito famigliare viene speso per le spese essenziali (servizi pubblici, generi alimentari e sussistenza quotidiana), spingendo così la maggior parte degli australiani al limite.
Nel dicembre 2022 l’inflazione era salita al 7,8%, è poi scesa al 2,4% entro la fine del 2024. Il ritorno di Trump sulla scena mondiale promette ulteriori dazi che potrebbero esacerbare la recessione in corso ed innescare una guerra commerciale, rischiando di intensificare così la pressione inflazionistica. A subirne le conseguenze sarà soprattutto il proletariato. Dazi o meno, lo stato di salute in cui già versavano diversi settori dell’economia australiana resta tutt’altro che lusinghiero: il 92% delle imprese edili è in ritardo con i pagamenti dei salari, mentre il settore alberghiero ha raggiunto un tasso di chiusura record del 9,3% nei 12 mesi terminati a febbraio 2025. A livello nazionale, nel solo 2024 hanno chiuso circa 13.500 imprese.
Il crollo di innumerevoli aziende presto colpirebbe le Big Four bancarie (ANZ Bank, Commonwealth Bank, National Australia Bank, Westpac). Nell’ultimo anno si è già registrato un aumento del 47% dei mancati pagamenti delle fatture e naturalmente il governo borghese dovrà intervenire per difendere, a tutti i costi, gli interessi di questi fondamentali istituti bancari. Già nel 2008-2009 le maggiori banche australiane avevano consolidato la loro posizione assorbendo istituti più piccoli, aiutate dalle garanzie sui depositi da 203 miliardi di dollari australiani del governo laburista di Rudd. Recentemente, la Reserve Bank ha fatto affluire circa 188 miliardi di dollari verso questi stessi colossi, consolidando la loro presa su oltre il 75% del totale delle attività bancarie a livello nazionale.
Le tattiche bancarie utilizzate in Australia non sono unicamente australiane, ovviamente. A livello internazionale, assistiamo allo stesso schema:
“La risposta iniziale delle banche centrali alla recessione del 2019-2020 è stata quella di inondare le banche di liquidità per consentire loro di sostenere le imprese ed evitare un collasso generale. Poi, con il ritorno dell’inflazione, hanno interrotto la loro politica di concessione quantitativa e hanno gradualmente aumentato i tassi di interesse per rendere il denaro costoso e mettere sotto pressione la domanda per ridurre l’inflazione. Ciò ha portato a un calo reale dell’inflazione verso l’obiettivo del 2%.” (Il corso del capitalismo mondiale, Il Partito Comunista 432).
Eppure sono proprio i guru del capitale finanziario a escogitare le proprie ‘soluzioni’ alla crisi che essi stessi alimentano. Alzano i tassi di interesse sui mutui con il pretesto della “gestione del rischio”, mentre contemporaneamente ampliano l’accesso a linee di credito da usura, facendo in modo che la classe lavoratrice rimanga indefinitamente indebitata. Difatti, nel 2024, il volume degli impegni di mutuo ipotecario è aumentato del 12% a livello nazionale: un’aggressiva intensificazione dell’usura.
Dall’inizio della pandemia, gli affitti sono aumentati del 36% a livello nazionale. Solo nel 2024, la città di Melbourne ha assistito a un aumento degli affitti dell’8%, superando l’aumento medio del 4,7% del decennio; Sydney ha subito un aumento del 6,5%, mentre Brisbane del 9%. Quindi le spese per l’affitto delle abitazioni richiedono un’ampia fetta del reddito dei lavoratori a basso salario, a tutto scapito delle altre voci per la loro sussistenza. In questo modo si genera un sistema di rendita perpetua per i proprietari che indirettamente partecipano all’estorsione di plusvalore e che sono una casta parassitaria sostenuta appunto da una non piccola quota del salario dei lavoratori.
Allo stesso tempo, il numero dei senzatetto è aumentato, con diecimila australiani in più per strada ogni mese, un aumento del 22% in soli tre anni.
Anche tra i lavoratori occupati, la percentuale di quelli al di sotto della soglia della povertà, la cui sopravvivenza dipende dalla carità pelosa dello Stato, è cresciuta dal 10,9 del 2018 al 15,3 del 2023. Allo stesso tempo, se nel 2006 le case popolari rappresentavano oltre il 4% del totale delle abitazioni, nel 2023 questo numero è sceso al 2,7% (un calo del 33%).
La crisi che attanaglia le famiglie australiane si estende ora all’insicurezza alimentare, che interessa 3,4 milioni di famiglie, circa l’8% della popolazione, solo nel 2024. Queste difficoltà sono state aggravate dal palese aumento dei prezzi e dalla speculazione del duopolio dei supermercati australiani, Woolworths e Coles.
Per far fronte all’aumento del costo della vita, i lavoratori sono sempre più costretti a cercare un secondo lavoro. La percentuale di australiani che svolgono più lavori è aumentata di circa il 26%, passando dal 5,3% nel 2012 al 6,7% nel 2024.
Nell’anno in corso la fase di recessione economica che ha colpito l’Australia si è nominalmente chiusa, a tutto beneficio della borghesia, ma i suoi effetti sulle famiglie proletarie australiane non sono certo terminati, ed agiscono ancora nel loro seno. Il reddito reale pro capite delle famiglie ha subito un’erosione senza precedenti, diminuendo dell’11% dalla fine del 2021.
Il compiacimento — di maniera — dei media borghesi davanti alle ultime statistiche economiche serve solo a mascherare il peggioramento dello sfruttamento del proletariato.
Questo deterioramente prolungato delle condizioni di vita supera persino le gravi recessioni australiane del 1982-83 e del 1990-91, sintomo della necessaria intensificazione, da parte del capitale, dello sfruttamento della forza lavoro.
Nel 2008, l’Australia aveva sentito meno, rispetto ad altre potenze imperialiste, il peso della grande crisi, un fatto spesso attribuito dai commentatori borghesi alle politiche economiche del governo laburista.
Tuttavia questi commenti ignorano le loro gravi conseguenze a danno dalla classe lavoratrice. Tra il 2008 e il 2010 la sottoccupazione salì a quasi l’8%, colpendo circa 900.000 lavoratori. Inoltre i salari subirono una significativa stagnazione, consentendo all’inflazione di superarne la crescita. Anche da parte dei sindacati, la risposta alla crisi fu quella di trasferne il peso sui lavoratori, proteggendo, e quindi sostenendo, l’ordine borghese. Statisticamente, nel 2008 il reddito disponibile delle famiglie superava le medie OCSE di circa il 15%. Questo primato sarebbe stato sistematicamente compromesso dopo il 2011.
La legge sul lavoro (2009) portò alla scadenza contemporanea di numerosi accordi industriali intorno al 2011, costringendo a rinegoziare a condizioni significativamente peggiori. La legge impose forti restrizioni alle trattative salariali e ridusse drasticamente le azioni sindacali, criminalizzando di fatto la maggior parte delle strategie di sciopero e amplificando i vantaggi del padronato. E con l’insediamento del Partito Liberale quasi un decennio di politiche economiche improntate all’austerità ha ulteriormente colpito i lavoratori, erodendo i salari e intensificando il potere di ricatto dei padroni.
Tuttavia, questo peggioramento del tenore di vita del proletariato australiano non è il risultato di una cattiva gestione di pochi, né è un fallimento di questo o quel governo; è il prodotto delle inconciliabili contraddizioni all’interno del sistema capitalista che vede l’ordine borghese opporsi agli interessi immediati e storici del proletariato.
Laddove un tempo l’industria manifatturiera dominava, raggiungendo il 25% del PIL negli anni ’60, oggi l’economia australiana, leader mondiale nell’estrazione di litio ed uranio, è sempre più dipendente dai profitti generati dal settore minerario, che rappresenta oggi quasi il 15% del PIL nazionale, numero uesto in costante crescita.
Negli ultimi anni, molti privati hanno ritenuto opportuno ridurre i propri investimenti nell’isola, cercando sbocchi per valorizzare i propri capitali all’estero. Il rapporto Q2 ABS per il 2024 ha mostrato che nel 2023-24 268.000 nuovi posti di lavoro sono stati finanziati dal governo, mentre sono solo 33.000 quelli nel settore privato. Si tratta di una crescita annuale del 7,6% per il settore pubblico e di appena lo 0,1% per il settore privato. Il totale dei salari del settore pubblico sono aumentati di circa il 5% nel secondo trimestre, ma i salari del settore privato non agricolo sono aumentati di poco meno dell’1%. L’economia sta diventando sempre più dipendente dal settore pubblico: il 27% del PIL è ora costituito dalla domanda pubblica ed è in crescita. Se l’investimento di capitali statali è aumentato dal 23% pre-Covid, è vero che anche la spesa pubblica sta crescendo molto più velocemente rispetto alla crescita nominale del PIL.
Iniziative come i progetti ferroviari ad alta velocità e i piani speculativi di energia nucleare di Dutton — questi ultimi presentati come rimedi ai crescenti deficit energetici — da un lato non fanno che incrementare il debito pubblico e dall’altro rendono l’economia sempre più dipendente dagli investimenti statali.
All’inizio del 2007, il debito lordo del governo australiano era inferiore a 52 miliardi di dollari: per il 2022-2023 la cifra è salita a 783 miliardi di dollari. Un aumento del 1400%! Questo però vale a livello internazionale. Dopo la crisi del 2008, praticamente tutti i paesi si sono indebitati pesantemente, e continuano a farlo.
È proprio attraverso: 1) l’intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro; 2) la crescente partecipazione dello Stato nell’economia (anche attraverso l’assunzione da parte dello Stato del debito privato) che la borghesia cerca di contenere il calo del tasso di profitto, legge intrinseca mortale del modo di produzione capitalista. Queste “manovre” hanno finora permesso alla borghesia australiana (e mondiale) di parzialmente sedare gli effetti della crisi e conservare una posizione dominante. Tuttavia, l’Australia, insieme ad altre vecchie nazioni imperialiste, si trova comunque impantanata in un declino irreversibile.
Storicamente il sistema di produzione del Capitale è destinato a crisi successive sempre più ampie, fino alla distruzione di tutto il surplus prodotto per ricominciare ex novo il suo ciclo di accumulazione. Tale è la nostra analisi rivoluzionaria.
Queste crisi che si succedono sempre più frequenti spingono necessariamente il proletariato sul terreno della lotta economica, verso l’esito della rivoluzione sociale, se il Partito sarà in grado di prenderne la testa. Ancora una volta il proletariato, che nulla ha da perdere e ha un mondo da conquistare, si lancerà nel suo assalto al cielo contro la borghesia e per il comunismo.
Un volantino per gli ospedalieri in lotta
Il volantino che riproduciamo è stato diffuso dal Partito nel Nuovo Galles del Sud (NSW), in Australia, durante la lotta sindacale intrapresa dai medici in formazione dall’8 al 10 aprile 2025. Lo sciopero, dichiarato illegale dalla Fair Work Commission (FWC), è stato il primo del suo genere nel NSW in 25 anni.
I medici chiedono un aumento salariale del 30% rispetto agli attuali 38 dollari l’ora, per allineare la loro retribuzione a quella dei colleghi degli altri stati: 42 dollari nel Victoria e 45 nel Queensland.
Com’era prevedibile, il governo laburista, come ha fatto di recente con gli infermieri, ha denunciato i medici come “egoisti”, accusandoli di mettere in pericolo i pazienti. La FWC, nel suo ruolo, ha dichiarato lo sciopero illegale, minacciando misure punitive se non si fosse interrotto, tornando al tavolo delle trattative.
I medici in formazione in Australia, tuttavia, lavorano regolarmente al di fuori dell’orario contrattuale, con giornate di 10-12-14 ore senza compenso. Questa pratica pedagogica era stata razionalizzata come un rito di passaggio con la promessa di futura autonomia professionale, prestigio sociale e prosperità economica. Eppure queste promesse sono sempre più vacue.
Le misure di austerità e l’aumento del carico di lavoro hanno eroso questi privilegi, riducendo i medici in formazione a condizioni simili a quelle dei loro compagni operai: non sono più una casta speciale. La realtà materiale ha eroso le stesse distinzioni che un tempo giustificavano il loro sfruttamento. Come in qualsiasi fabbrica guidata dai dettami dell’estrazione del plusvalore, il ritmo di lavoro è diventato più intenso. Nelle strutture private il conseguente accumulo di ricchezza è evidente, tuttavia lo Stato, in quanto principale datore di lavoro dei medici, sembra meno coinvolto. Ma, secondo il metodo della vecchia talpa, vediamo che non ci sono vere differenze.
Quindi gli ospedali non sono diversi dalle fabbriche nell’uso di un surplus di lavoro sempre più non retribuito per la creazione di capitale.
Il lavoratore australiano ha in media ancora una scarsa coscienza di classe, e nessuno più dei giovani medici in sciopero, che sono caduti dritti in una manovra accuratamente orchestrata dalla nuova leadership sindacale appena eletta. Lo sciopero era inevitabile, ma se sarebbe stato di base o organizzato è stato lasciato ai funzionari, che hanno scelto tra il caos o un’esplosione controllata.
Dichiarata “illegale” dallo Stato, l’azione fu comunque sanzionata dopo 18 mesi di infruttuose trattative e una delle elezioni più costose nella storia del sindacato. Il cambio di leadership permise lo svolgimento dello sciopero, meno come dimostrazione di militanza che come tentativo disperato di arginare la crescente sfiducia dal basso. In questo vediamo il loro opportunismo: lo sciopero non era inteso per vincere, ma per pacificare; non per confrontarsi, ma per contenere. Con l’inflazione che mordeva profondamente, l’inazione avrebbe significato defezioni di massa, forse anche verso un sindacato di tipo diverso, forgiato più vicino alla base, sulla strada verso il sindacato rosso.
Tuttavia, le tattiche di sciopero utilizzate fanno dubitare che le loro richieste immediate saranno soddisfatte. La recente lotta delle infermiere ne è un chiaro esempio. La loro richiesta iniziale, un aumento salariale una tantum del 15%, è stata rapidamente annacquata sotto la guida del sindacato delle infermiere del Nuovo Galles del Sud (NSWNMA), che ha insistito per mantenere la “buona fede” con lo Stato. Alla fine, hanno organizzato solo tre scioperi legali, strettamente controllati, programmati con un mese di anticipo e durati un solo giorno nel corso dell’anno. Com’era prevedibile, non è stato sufficiente.
Sul campo, l’umore è amaro; la loro richiesta è ridotta a brandelli. L’energia è esaurita. Nella migliore delle ipotesi, potrebbero ottenere un accordo che tiene a malapena il passo con l’inflazione.
Eppure, dei due, sono le infermiere che potrebbero uscirne meglio. I medici, avendo avuto la loro richiesta di sciopero nominalmente “esaudita”, ora rinnovano la loro fiducia nella leadership, fiducia che ci vorranno anni per dimostrare infondata. Le infermiere, al contrario, hanno cominciato a capire, anche se solo inconsciamente, che il loro sindacato non le rappresenta più.
L’azione sindacale ha mostrato un livello di organizzazione insufficiente e le tattiche impiegate erano caratterizzate da confusione e mancanza di direzione. Mancando l’intervento del Partito, i lavoratori sono stati lasciati liberi di adottare tattiche volte non a confrontarsi con il capitale, ma a suscitare simpatia. Gli scioperanti hanno sfilato per le strade, cercando pubblica approvazione, piuttosto che negare l’ingresso e quindi l’uso della manodopera in ospedale. Lo status legale di queste azioni, come sempre, è stato definito dalla classe dirigente stessa, il cui scopo non è quello di arbitrare in modo equo, ma di sopprimere qualsiasi movimento che minacci il suo controllo.
Spetterà alle generazioni attuali e future di proletari riappropriarsi della dottrina elaborata dal marxismo per la classe, e delle forme più efficaci di lotta.
* * *
Solidarietà con i medici in formazione!
Dall’8 al 10 aprile, i medici in formazione nel Nuovo Galles del Sud parteciperanno a uno sciopero di tre giorni per chiedere un aumento salariale del 30%, necessario e giustificato. Si tratta del primo sciopero dei medici in formazione nel Nuovo Galles del Sud in 25 anni e, in particolare, vede medici senior e junior uniti nei picchetti. La Fair Work Commission ha già dichiarato illegale questo sciopero, minacciando misure punitive a meno che i lavoratori non abbandonino la loro azione sindacale e tornino a negoziare. Il governo laburista di Minns denuncia cinicamente i medici in sciopero come “egoisti”, accusandoli di mettere in pericolo i pazienti.
La nostra risposta è inequivocabile: pieno sostegno ai medici in sciopero! Respingiamo le minacce della Commissione e le accuse ipocrite del governo laburista!
Sotto le misure di austerità dettate dai governi che si sono succeduti, e più recentemente accelerate dall’amministrazione laburista, i lavoratori hanno sopportato tutto il peso delle crisi capitaliste.
Nonostante le vuote promesse dei laburisti di contenere il crescente costo della vita, l’austerità è stata imposta solo alla classe lavoratrice. I medici, un tempo in qualche modo isolati dal loro status professionale, ora subiscono salari in calo, giornate di lavoro estenuanti fino a 14 ore e pressioni istituzionali incessanti, messe in atto esclusivamente per garantire redditività ed efficienza.
Il deterioramento delle condizioni all’interno del sistema sanitario non è casuale; è la conseguenza deliberata del capitalismo, che tratta la salute come una attività economica per l’estrazione di profitti.
Medici, infermieri, guardiani, tutti i lavoratori ospedalieri, devono affrontare un crescente sfruttamento e alienazione, costretti a salari sempre più bassi e orari di lavoro sempre più lunghi.
Tuttavia, gli aumenti salariali da soli, sebbene necessari, sono insufficienti. Rappresentano solo un sollievo temporaneo. Per affrontare veramente lo sfruttamento in atto, i lavoratori devono ampliare la lotta oltre le immediate rivendicazioni economiche per una singola categoria di lavoratori e affrontare direttamente il capitalismo come classe. Storicamente, gli scioperi settoriali, come quelli dei portuali o dei lavoratori specializzati, hanno prodotto solo miglioramenti limitati proprio perché sono rimasti isolati all’interno dei loro settori. Senza estendere queste lotte a tutti i settori, rompendo le divisioni artificiali imposte dai datori di lavoro, i lavoratori sono sconfitti.
I governi laburisti, lungi dal proteggere gli interessi dei lavoratori, mostrano sempre il loro vero ruolo di difensori dello sfruttamento capitalista. Preparato da decenni di politiche della Coalizione e rafforzato dal Fair Work Act del 2009, il Partito Laburista giustifica lo sfruttamento con il pretesto della moderazione. La recente risposta sprezzante del governo Minns alle richieste salariali degli infermieri esemplifica questo schema, offrendo proposte di stipendio irrisorie, prolungando le trattative e stancare i lavoratori per un accordo significativamente inferiore a quanto inizialmente richiesto. La leadership sindacale, da parte sua, ben si adatta a queste manovre.
Per ottenere vittorie significative e durature, i medici in formazione e tutti gli operatori sanitari devono quindi chiedere:
• Un aumento sostanziale e collettivo della retribuzione per tutti gli operatori sanitari.
• Il pieno compenso per tutte le ore di straordinario lavorate.
• L’immediata abolizione dei tirocini non retribuiti e delle pratiche di formazione che sfruttano i lavoratori.
• Una significativa riduzione dell’orario di lavoro senza perdita di retribuzione.
• Nuovi posti di lavoro significativi per ogni settore sanitario per garantire il servizio.
Queste richieste, essenziali per il benessere dei lavoratori, non possono essere soddisfatte da scioperi isolati o di breve durata. Richiedono una mobilitazione generale e senza limiti di tempo, che trascenda i confini occupazionali e settoriali imposti dal capitalismo. Le recenti azioni sindacali, come quelle degli infermieri del Nuovo Galles del Sud e dei lavoratori dei trasporti di Sydney, riflettono le più ampie e condivise rimostranze all’interno del proletariato. La classe capitalista teme proprio, anche se non ancora qui, la resistenza unitaria e generalizzata.
La classe dirigente risponde con minacce legali, diffamazione mediatica e intimidazione proprio perché riconosce il potenziale rivoluzionario insito nel fronte unito della classe operaia. Il diritto di sciopero non è mai concesso liberamente dalle istituzioni capitaliste; è un’arma della quale i lavoratori devono impadronirsi per combattere l’oppressione capitalista.
Scioperanti! È nel vostro interesse e preciso dovere della classe lavoratrice continuare a rivendicare ed espandere lo sciopero!
La borghesia non teme altro che un proletariato unito con la sua avanguardia. Lo Stato, il Partito Laburista, la Commissione per il Lavoro Equo e i leader sindacali opportunisti (e quindi borghesi) tremano di fronte alla possibilità di una vera solidarietà e di una resistenza organizzata. Mentre le pressioni economiche si intensificano inevitabilmente, spingendo i lavoratori sempre più nella precarietà, questi servi della borghesia non fanno che nascondere e perpetuare le contraddizioni fondamentali del capitalismo.
Solo attraverso una lotta di classe decisa e unitaria, guidata in modo indipendente dai sindacati di classe contro le istituzioni capitaliste e i leader sindacali opportunisti, i lavoratori possono ottenere vere vittorie.
Lo sciopero dei medici in formazione, quindi, non rappresenta solo una richiesta isolata di una migliore retribuzione, ma un passo fondamentale verso il confronto con il capitalismo stesso. Le richieste economiche immediate, per quanto cruciali, devono in ultima istanza portare allo smantellamento dello sfruttamento capitalista e alla realizzazione dell’abolizione rivoluzionaria del capitalismo verso la fine della società divisa in classi.
SOLIDARIETÀ CON LO SCIOPERO DEI GIOVANI MEDICI!
GENERALIZZARE LA LOTTA A LIVELLO NAZIONALE E INTERNAZIONALE!
VERSO I SINDACATI DI CLASSE, L’UNITÀ DI CLASSE E L’AZIONE RIVOLUZIONARIA GUIDATA DAL PARTITO COMUNISTA!
La questione degli uiguri, antica quanto dimenticata dai media; ovvero, il capitalismo è lo stesso a tutte le latitudini
Nella questione degli uiguri dello Xinjiang cinese ci sono almeno tre insidiose ideologie nemiche che dividono i proletari e li legano alle manovre di divergenti interessi borghesi.
Il primo nemico è il nazionalismo che si manifesta in un indipendentismo uiguro volto alla costituzione di un “Turkestan orientale” indipendente dalla Repubblica Popolare Cinese. Tale prospettiva è da rigettare in quanto per il nostro programma comunista e rivoluzionario in un mondo pienamente borghese non c’è più da appoggiare i movimenti nazionalisti rivoluzionari che lottano per la formazione di stati indipendenti ma vede dispiegato su tutto il globo un’unica lotta rivoluzionaria del proletariato internazionale, monoclassista, contro l’ordine borghese.
L’altro nemico è la democrazia che usa la favola dei diritti umani per mettere la questione degli uiguri al servizio degli interessi imperialistici delle democrazie d’Occidente, la cui stampa borghese da tempo ha puntato i riflettori sul presunto genocidio degli uiguri dello Xinjiang da parte della Cina. Il fradicio regime del capitale spesso per giustificare le sue infami guerre fa ricorso alla necessità di difesa di popolazioni dal genocidio, proprio come accaduto perfino di recente nella guerra in Ucraina dove l’attacco russo è stato motivato da quel marcio imperialismo anche con la volontà di difendere la popolazione russofona dai “nazisti” di Kiev. In questo modo gli appetiti imperialistici si tingono di toni umanitari pronti per essere utilizzati nella propaganda di guerra.
Infine, tra i nemici del proletariato c’è il falso socialismo cinese che rispetto alla questione uigura sostiene la narrazione secondo la quale la popolazione cinese han e le minoranze di fede islamica vivono in armonia, e che il loro modello economico ha permesso allo Xinjiang di uscire dalla arretratezza e alla sua popolazione dalla povertà. In realtà, questo cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi significa per i proletari nient’altro che la loro sottomissione alle esigenze del capitale, chiamati oggi a versare sudore per l’economia nazionale e domani sangue per la difesa della patria.
Questi sono i tre nemici insidiosi contro i quali deve lottare il proletariato dello Xinjiang per ritrovare la strada della propria autonomia di classe.
La popolazione dello Xinjiang
Sebbene la storiografia cinese tenda a considerare lo Xinjiang come una parte inalienabile della Cina enfatizzando i suoi forti legami storici con la regione, il millenario impero cinese esercitò in maniera discontinua il controllo sullo Xinjiang, o su parti di esso, limitatamente a quei periodi caratterizzati dall’espansione cinese verso l’Asia centrale. Solo a partire dal 1758 la dinastia Qing incorporò definitivamente lo Xinjiang nell’impero cinese. Nonostante ciò, la regione non fu mai saldamente controllata dal potere centrale e già nel corso del diciannovesimo secolo ci furono ribellioni contro i Qing.
Nel periodo del dominio Qing lo Xinjiang non fu mai un territorio interessato da movimenti migratori provenienti dalla Cina e rimase ai margini dell’impero.
Anche nel periodo successivo alla caduta imperiale lo Xinjiang mantenne sempre una certa autonomia dal potere centrale. Agli inizi del XX secolo si manifestarono le prime aspirazioni all’indipendenza uigura sotto forma dell’ideologia panturca che si diffondeva tra gli uiguri più agiati. Poi, a partire dagli anni Venti, l’eco della rivoluzione mondiale si fece sentire anche in questa remota area, testimoniato dalla nascita di un primo movimento nazionale degli uiguri che guardava con simpatia alle politiche dei bolscevichi sulla questione delle nazionalità oppresse, i quali per contrastare la diffusione di movimenti panturchi si adoperarono per inquadrare in una prospettiva rivoluzionaria le lotte della popolazione turca musulmana locale. Lo sviluppo delle tendenze separatiste portò in due occasioni, nel 1933 e successivamente nel 1944, a fondare uno stato indipendente con la formazione della prima (1933-1934) e della seconda Repubblica del Turkestan orientale. Quest’ultima rimase in piedi fino al 1949 quando poi fu incorporata nella nascente Repubblica Popolare Cinese.
L’annessione dello Xinjiang era determinata dalla necessità del consolidamento politico del nuovo Stato e dell’avvio dello sviluppo economico, in quanto con la soppressione del movimento nazionalista uiguro si potevano evitare possibili interferenze straniere che avrebbero potuto far leva sulle minoranze islamiche per continuare la guerra civile contro i “comunisti” di Mao, permettendo lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio, di cui la Cina aveva estremo bisogno, e del cotone. Per realizzare tali obiettivi, fin da subito era stato previsto l’aumento della popolazione han della regione. Ben presto fu messo in atto da Pechino un processo volto a diminuire il peso demografico della popolazione uigura promuovendo il trasferimento di popolazione han nello Xinjiang. Per favorire questo processo dal 1954 Pechino promosse la formazione di corpi di produzione formati da soldati smobilitati che venivano impiegati sia in agricoltura che per il mantenimento dell’ordine pubblico, andando a costituire un pilastro fondamentale per il controllo del potere centrale in questa regione. Così, la popolazione han da 300 mila individui nel 1953 in 30 anni arrivò a superare i 5 milioni. In tal modo, il peso demografico degli han nello Xinjiang è cresciuto fortemente passando dall’8% nel 1949 a circa il 40% nel 1978, restando pressoché invariato negli anni successivi.
Il quadro demografico dello Xinjiang attuale viene fornito da un censimento del 2020. Sebbene lo Xinjiang sia la regione cinese più estesa, di cui costituisce circa un sesto del territorio nazionale, è anche tra quelle meno popolate della Cina con una densità media di 12 ab./km2, ma presenta una grande varietà etnica con ben 13 etnie diverse, con prevalenza di uiguri e cinesi han. Stando ai dati del censimento del 2020 forniti dalle autorità cinesi sui 25,9 milioni di abitanti dello Xinjiang ci sono 11,6 milioni di uiguri, il 44,96%, e 10,9 milioni di han, il 42,24%. Dal 2010, quando la popolazione dello Xinjiang era del 45,84% uigura e del 40,48% han, la popolazione han è cresciuta più di quella uigura, con gli han che sono aumentati del 25% e gli uiguri del 16%. Questi dati sono letti in maniera diversa: mentre secondo i rivali di Pechino confermano la sua politica di voler ridurre il peso demografico delle minoranze musulmane della regione, Pechino li interpreta come una smentita delle accuse occidentali sul genocidio degli uiguri, sostenendo che la crescita degli han sia dovuta alle migrazioni da altre parti del Paese e il calo di uiguri e altre minoranze causato dallo sviluppo economico dell’area, che spingono a sposarsi più tardi e avere meno figli.
Lo scontro tra le opposte propagande, di quella americana e dei suoi alleati occidentali contro la Repubblica Popolare Cinese, va in scena sulla questione del genocidio degli uiguri, che sarebbe perpetrato anche attraverso campi di concentramento e lavoro forzato. Mentre i rivali di Pechino l’accusano dell’esistenza di questi campi di concentramento e di “rieducazione” nei quali sarebbero detenuti oltre un milione di uiguri, ma anche kazaki e kirghisi, costretti a lavori forzati, per Pechino, invece, si tratta di “centri di istruzione e formazione professionale”, necessari per la lotta contro il terrorismo.
In ogni caso, la presenza di questi campi di concentramento nello Xinjiang non rappresenterebbe niente di nuovo sotto il regime del capitale che ha già concentrato e costretto a lavorare masse di uomini e donne, sfruttandoli a morte, per la produzione di plusvalore. Questo sistema di detenzione di massa potrebbe essere direttamente legato a meccanismi di accumulazione primitiva, in quanto mette a disposizione per le fabbriche manodopera a bassissimo costo, trasformando gli uiguri che in precedenza erano prevalentemente piccoli produttori precapitalisti, come artigiani e contadini, in lavoratori salariati. Lo sfruttamento di questa manodopera a buon mercato dei prigionieri ha attratto investimenti di capitale e ha favorito lo spostamento di fabbriche nella regione. Le industrie tessili e dell’abbigliamento ne hanno particolarmente beneficiato, sfruttando lo Xinjiang che è la principale fonte del cotone cinese.
Indipendentismo e repressione
Le attuali caratteristiche del nazionalismo uiguro affondano le radici nel periodo a cavallo tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. La guerra sovietica in Afghanistan prima e successivamente il crollo dell’Unione Sovietica che portò alla nascita di stati indipendenti in Asia centrale ai confini con lo Xinjiang, il Kazakistan, il Tajikistan, il Kirghizistan, diedero una spinta al sentimento indipendentista radicato da decenni che andò a congiungersi con il ravvivarsi del fervore religioso islamico.
Alla base del riaccendersi delle istanze separatiste vi era il malcontento economico diffuso tra gli uiguri. Lo sviluppo economico della regione avviato negli anni Cinquanta aveva approfondito la divisione tra il Nord industriale che attirava manodopera dal resto della Cina e il Sud, dove era concentrata maggiormente la popolazione uigura, che basava la sua economia su un’agricoltura e un allevamento arretrati. Poi, con la liberalizzazione intrapresa negli anni ’80, il governo cinese si è concentrato sempre più sullo sviluppo economico dello Xinjiang, ma ciò è avvenuto producendo disuguaglianze economiche e diversi livelli di benessere tra gli han e gli uiguri, con quest’ultimi che nel processo di proletarizzazione venivano impiegati in modo significativo in lavori poco qualificati e a bassa retribuzione, con una qualità della vita molto inferiore rispetto al livello dei cinesi han.
Il malcontento economico andò ad alimentare l’instabilità politica che si accese verso la fine degli anni ’80 e che spinse le popolazioni musulmane turcofone ad una lotta contro il governo cinese che univa il richiamo alla “guerra santa” e la lotta per l’indipendenza dello Xinjiang, Turkestan Orientale nella visione dei separatisti, che portò a numerosi attentati nel corso degli anni ’90.
Per questo motivo, agli inizi del nuovo millennio la cosiddetta “guerra al terrorismo” intrapresa dagli Stati Uniti coinvolse anche organizzazioni uigure. Con il pretesto di combattere il terrorismo, la Cina passava a reprimere qualunque manifestazione di aspirazione indipendentistica, e si adoperò per far includere nella lista dei gruppi terroristici il Movimento Islamico del Turkestan orientale, oggi Partito Islamico del Turkestan, esempio dell’aspirazione da parte degli uiguri alla secessione che si presenta sotto le vesti dell’estremismo religioso islamico.
Il Movimento, inizialmente irrilevante, finì per accrescere la sua influenza proprio come reazione alla repressione intrapresa da Pechino nello Xinjiang, divenendo tra le maggiori organizzazioni dell’estremismo uiguro, che si pone come obiettivo la separazione dalla Cina e la fondazione di uno Stato indipendente, maturando anche un’esperienza militare sul campo con la partecipazione alla guerra in Siria a fianco del fronte anti-Assad.
Le ripercussioni della crisi economica del 2008, legate soprattutto al settore petrolifero che rappresenta una risorsa fondamentale per la regione, accrebbero il malcontento degli uiguri per le proprie condizioni economiche che, insieme al pugno di ferro del potere centrale e ai progetti di sviluppo delle regione, con la costruzione di una serie di infrastrutture e interventi urbani che avevano determinato il trasferimento forzato di migliaia di uiguri. Tutto ciò favorì l’aumento della tensione nella regione che esplose violentemente nel 2009 nella capitale Urumqi, dove si verificarono violenti scontri tra han e uiguri che fecero decine di morti. I fatti di Urumqi portarono ad una intensificazione delle misure repressive contro la minoranza uigura considerata fonte delle instabilità della regione, che finì però per dare vigore alla resistenza violenta da parte degli uiguri, con attacchi terroristici (ad esempio gli attacchi alle stazioni ferroviarie di Kunming e Urumqi nel 2014 vengono attribuiti ad organizzazioni terroristiche uigure). Così, dalla seconda metà degli anni 2010, il governo ha ulteriormente esteso la repressione della popolazione uigura avvalendosi anche di quei campi di internamento.
Antistorico nazionalismo uiguro
Dal punto di vista del comunismo rivoluzionario nella questione uigura non si può non partire dal ruolo svolto dalle diverse classi sociali e dalle finalità del movimento sociale che si svolge in quell’area geo-storica. A tal riguardo la questione degli uiguri dello Xinjiang deve essere affrontata prima di tutto riaffermando quanto la nostra dottrina ha stabilito sulle lotte di liberazione delle nazionalità oppresse e quindi ribadendo i punti fermi della nostra concezione sulla questione nazionale.
Su questa questione l’opportunismo si è da sempre presentato sotto due forme: da una parte con la negazione che la formazione dello Stato nazionale rappresentasse un fattore storico decisivo per lo sviluppo della società borghese contro il regime feudale; dall’altra riconoscendo l’importanza della costituzione dello Stato nazionale come un passaggio necessario rispetto alla società precapitalistica ma applicando tale principio anche in quelle aree geo-storiche dove la lotta antifeudale e anticoloniale ha portatogià alla formazione di una società pienamente borghese, seminando il veleno dell’ideologia nazionale e patriottica tra la classe operaia.
Contro la prima forma dell’opportunismo sulla questione nazionale, la dottrina marxista col metodo del determinismo economico ha dato una spiegazione delle lotte nazionali, stabilendo di lottare per l’indipendenza di una nazione oppressa e per la sua unificazione politica in uno Stato nazionale. In questo modo si sarebbero poste le condizioni per la trasformazione delle vecchie strutture economico-sociali in senso borghese, permettendo un rapido sviluppo del capitalismo e di conseguenza lo sviluppo delle piena opposizione tra la borghesia e il proletariato, facendo quindi maturare le condizioni per la rivoluzione proletaria.
Ma nello stesso tempo il marxismo ha stabilito i limiti di spazio e di tempo per l’appoggio alle lotte di liberazione nazionale. Mentre in un contesto di rivoluzione anti-feudale o anti-coloniale il proletariato appoggia la lotta di liberazione nazionale perché crea le migliori condizioni per l’impianto del modo di produzione capitalistico, una volta giunti ad un capitalismo maturo, con la borghesia che si è impadronita del potere statale, dove si è dispiegato l’antagonismo tra la borghesia e il proletariato, il proletariato deve rigettare qualunque appello all’unità e alla solidarietà nazionale e rivendicare come sola prospettiva la sua dittatura. In questo modo, il marxismo aveva stabilito che col 1871, con la sanguinosa sconfitta della Comune di Parigi, si chiudeva per l’Europa occidentale il ciclo delle lotte di liberazione nazionale, in quanto in quest’area geo-storica tutte le borghesie europee erano unite per schiacciare il proletariato, e da allora l’unica lotta diventava quella per la dittatura del proletariato. Movimenti nazionali rivoluzionari si avevano però nell’area dell’Europa orientale e in tutta l’area afro-asiatica. Da diversi decenni ormai queste rivoluzioni nazionali hanno portato alla costituzione di Stati borghesi dappertutto, con il modo di produzione capitalistico ormai imperante in tutto il mondo, per cui anche per l’Africa e l’Asia è ben che chiuso il ciclo delle rivoluzioni nazionali. In nessuna parte del mondo vi è un processo di indipendenza nazionale da completare, anzi vi troviamo le condizioni affinché il proletariato possa combattere la propria borghesia e abbattere il regime del capitale.
Dalle statistiche elaborate dalle autorità cinesi si può ricavare un quadro generale relativo alla struttura economica e sociale dello Xinjiang. I dati riferiti al 2020 indicano che 14,61 milioni di persone vivono nelle aree urbane, pari al 56,53%, e 11,24 milioni nelle aree rurali, il 43,47%. Rispetto al 2010, quindi nel corso del decennio 2010-2020, la popolazione urbana è aumentata di 5,28 milioni e quella rurale è diminuita di 1,24 milioni. Prendendo in considerazione i dati riferiti all’occupazione dei settori primario, secondario e terziario, abbiamo che nel 1955 l’86,9% era impiegato nel settore primario, e si era ridotto al 45,4% nel 2014. Il contributo del settore primario al PIL era del 54,4% nel 1955 e del 16,6 nel 2014. Nel 2019 la quota di lavoratori impiegata nel settore primario si è ridotta ulteriormente arrivando al 36,4%. Da questi scarni dati forniti dalle statistiche borghesi ne ricaviamo il processo di passaggio da un’economia arretrata, precapitalistica, basata su un’agricoltura e un allevamento condotti in maniera tradizionale, ad una società moderna e capitalistica, con lo sviluppo di una struttura industriale locale e delle attività ad essa connesse. La tendenza in atto è quindi quella di liberazione di lavoro rurale in eccedenza che si sta spostando sempre più verso città, determinando la trasformazione di contadini e allevatori in proletari.
Terminato il ciclo delle lotte di liberazione nazionale, per il marxismo rivoluzionario il nazionalismo uiguro, con la pretesa della costituzione di uno Stato nazionale indipendente, è antistorico e reazionario, divide i proletari dello Xinjiang in base alla loro nazionalità, mettendoli gli uni contro gli altri, assicurando in questo modo la perpetuazione dello sfruttamento capitalistico. I proletari non hanno patria, quella uigura compresa.
L’importanza dello Xinjiang
Oggi la questione uigura è utilizzata nello scontro tra imperialismi rivali, le cui opposte propagande celano la notevole importanza che ha assunto lo Xinjiang nella contesa imperialistica.
L’importanza dello Xinjiang è dovuta innanzitutto alla ricchezza delle risorse energetiche presenti nel suo sottosuolo, soprattutto petrolio e gas, ma anche alla sua posizione strategica dal punto di vista economico-commerciale e politico.
Lo Xinjiang è la regione situata più a ovest della Repubblica Popolare Cinese. La sua posizione geografica consente allo Xinjiang di essere ben collegato con il resto del mondo: confina a nord-est con la Mongolia, a nord con la Russia, a nord-ovest con il Kazakistan e il Kirghizistan e a sud-ovest con l’India, il Pakistan e il Tagikistan.
Se nel passato la regione era restata ai margini prima dell’impero cinese e poi della Repubblica Popolare, l’impetuoso sviluppo del capitalismo cinese ha raggiunto quel territorio decisamente inospitale e da lì trasborda per raggiungere i mercati ad occidente. La necessità di esportazione di merci e capitali, e di importazione di materie prime per le industrie del paese, è espressa nel progetto che a Pechino hanno definito Belt and Road Initiative (BRI), la Nuova via della seta. Nello sviluppo della BRI, che prevede la realizzazione di imponenti infrastrutture, la regione dello Xinjiang riveste una enorme importanza dal momento che ben tre corridoi economici ne attraversano il territorio: il New Eurasian Land Bridge (NELBEC), che dalle regioni costiere della Cina orientale si snoda fino ai mercati dell’Europa settentrionale; il Cina-Asia Centrale-Asia Occidentale (CCAWAEC), che da Urumqi, capitale dello Xinjiang, attraversa il Medio Oriente fino a raggiungere il porto del Pireo in Grecia; il Cina-Pakistan Economic Corridor (CPEC), che parte dalla città di Kashgar nel sud dello Xinjiang, attraversa il Pakistan, e raggiunge le acque del Mar Arabico.
Lo sviluppo della Nuova via della seta necessita quindi di uno Xinjiang stabile e sicuro, che Pechino cerca di garantire con tutti i mezzi, ma le contraddizioni che attraversano lo Xinjiang diventano armi usate dalle borghesie rivali nello scontro con l’imperialismo cinese. Tra queste vi è proprio la divisione etnica della regione, sulla quale fa leva l’imperialismo americano per creare un fronte interno contro Pechino. È l’inasprirsi dello scontro tra le potenze imperialistiche che porta a coinvolgere nella contesa anche alcune zone interne cinesi da tempo ostili al potere centrale: la stessa questione di Taiwan, il punto di massimo attrito tra l’imperialismo americano e quello cinese, è considerata da quest’ultimo come un affare interno. Inoltre c’è stata Hong Kong, dove la diffusa ostilità verso il governo di Pechino al momento segna una battuta d’arresto ma che potrebbe riesplodere come nell’estate del 2020; e anche l’altra vasta provincia periferica della Repubblica Popolare, il Tibet, che come lo Xinjiang è attraversata da tensioni di lunga data che la rendono instabile.
L’interessamento da parte delle potenze del capitalismo occidentale verso la condizione della popolazione uigura rappresenta il tentativo di fomentare le divisioni e l’avversità verso Pechino, che per ambire ad una nuova spartizione mondiale ha la primaria necessità di sedare qualunque minaccia in casa propria. Data la situazione nello Xinjiang, per non versare il proprio sangue al servizio di opposti interessi borghesi, il proletariato della regione deve prima di tutto unirsi al di sopra delle divisioni etniche, dotandosi di proprie organizzazioni di lotta che inquadrino i proletari indipendentemente dalla etnia e insieme a tutto il proletariato dell’immensa Cina, rigettati i richiami nazionalistici e democratici, lottino contro il mostruoso stato borghese cinese ingannevolmente tinto di rosso fino alla conquista della vera dittatura del proletariato.
Il massacro a Gaza è specchio della ferocia della borghesia internazionale
Sull’altra sponda del Mediterraneo, a solo qualche migliaio di chilometri di distanza dal mondo cosiddetto “civile” che assiste indifferente, si sta attuando il massacro dei palestinesi intrappolati nella città di Gaza, ridotta ormai ad un cumulo di macerie.
Alle decine di migliaia, già uccisi sotto i bombardamenti e le incursioni dell’esercito israeliano, si sono aggiunte, in sole 48 ore, altre 700 vittime e un migliaio di feriti, la maggior parte donne e bambini che con enormi difficoltà possono essere soccorsi e curati, con le strutture sanitarie al collasso e gli ospedali distrutti, quando anche i rifornimenti alimentari sono stati nuovamente interrotti.
Negli ultimi giorni l’esercito israeliano è di nuovo entrato nella striscia, prendendo possesso della città di Rafah, i cui abitanti sono stati costretti a fuggire. Nuovi massacri e nuove deportazioni hanno trasformato quel territorio in un vero campo di sterminio.
È l’olocausto che, per analogia, ripete quello subito dagli ebrei da parte della Germania nazista, con la differenza che viene oggi operato con determinazione dal democratico Stato di Israele che in questi termini intende porre fine all’ingombrante presenza palestinese in territori su cui intende mettere le mani. Con la benedizione dalla più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti d’America, e l’acquiescenza delle altre potenze imperiali e degli stati arabi cosiddetti “amici”, responsabili essi stessi di feroci repressioni dei proletari palestinesi.
Sta al proletariato di tutto il mondo, oggi addormentato nelle metropoli del Capitale, il dovere di vendicare con la sua rivoluzione internazionale il genocidio dei fratelli proletari palestinesi che oggi preannunzia il massacro al quale esso stesso è destinato nel sempre più esteso conflitto imperialistico, se non riuscirà a contrapporsi alla guerra fra Stati, schierandosi unito sui fronti della sua guerra di classe.