[RG147] La questione agraria. Nel modo di produzione feudale – Sorgere del movimento operaio e comunista nell’Impero Ottomano – La teoria marxista delle crisi. Thomas Robert Malthus – L’intreccio
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Riunione internazionale del partito
Risplende la dottrina rivoluzionaria della classe operaia sul fallimento storico del capitale e unico riscatto dal riemergere dei mostri del crollo economico e della guerra
(29 settembre – 1 ottobre 2023. In video-conferenza)
[R.G. 147]
Nei giorni da venerdì 29 settembre a domenica 1 ottobre è stata convocata la riunione generale del Partito. Si sono collegati in tele-conferenza circa 70 compagni da 10 paesi.
Al solito la seduta del venerdì, riservata ai militanti, è stata dedicata alla organizzazione della riunione e nostra generale, quelle del sabato e della domenica alla esposizione delle relazioni, alle quali è ammesso all’ascolto anche chi è seriamente interessato a impegnarsi nel nostro disciplinato operare.
Venerdì i gruppi di lavoro si sono aggiornati a vicenda sulle molteplici loro attività. I compagni si presentano alla riunione dopo che hanno lavorato assieme, in crescente intesa, anche da paesi lontani, tramite una corrispondenza quotidiana che, nei modi rispettosi, essenziali e densi, ci vantiamo assimilare a quella, lunga una vita, fra Marx ed Engels.
Da questo lavoro collettivo scaturiscono risultati perfettamente intonati alla dottrina marxista e alla nostra migliore tradizione di partito. Questi elaborati e queste attività, per varietà, consistenza e coerenza, date le minuscole dimensioni della nostra compagine, appaiono davvero un “miracolo”, materialmente determinato dall’urgenza storica del comunismo. È reso possibile non da capacità eccezionali dei compagni di oggi ma dal metodo organico del nostro lavoro, scevro dalle miserie della civiltà borghese: individualismo, lotta interna, concorrenza.
Abbiamo ascoltato le relazioni dei gruppi locali, dei progressi nelle nostre iniziative di stampa, periodica e in monografie, di intervento nei sindacati nei diversi paesi, delle possibilità di diffusione delle nostre parole, da formulare sempre meglio in rapporto alle attuali mostruose convulsioni del morente mondo del capitale.
Questo l’elenco delle relazioni esposte invece nelle sedute plenarie. Il rapporto sulla crisi economica in Giappone è già stato pubblicato in queste colonne nel numero 423; quelli sulle lotte operaie in America Latina e sulla Democrazia appariranno nel numero 427.
Venerdi
- Continuità fra democrazia e fascismo in Italia
- L’agricoltura in epoca feudale
Sabato
- Il Giappone nella crisi economica
- Per la storia del P.C.Internazionale
- La teoria marxista delle crisi
- Democrazia falsa amica del socialismo
- L’Armata Rossa in Germania 1919
Domenica
- La questione militare: Guerra civile in Russia
- Scioperi e attività sindacale in Usa
- Corso della crisi economica mondiale
- Origini del socialismo nell’impero Ottomano
- Attività sindacale in Italia
- I recenti colpi di Stato in Africa
Il rapporto sugli scioperi negli Stati Uniti e quello sull’Africa sono già stati pubblicati nel numero scorso di questo giornale.
Dei restanti diamo qui, e nel prossimo numero, un primo resoconto sintetico.
La questione agraria
Nel modo di produzione feudale
A questa riunione generale abbiamo trattato il tema del modo di produzione feudale. Un quadro generale di quella formazione economico-sociale in Europa – prima di passare ai nostri classici marxisti – è ricavabile in “L’economia rurale nell’Europa medievale” di Georges Duby. Leggiamo: «Nella civiltà di quel tempo la campagna era tutto. Vaste regioni come l’Inghilterra e quasi tutta la Germania sono del tutto prive di città. Ne esistono di diverse: antiche città romane, il cui processo di decadenza è stato meno profondo nel Sud dell’Occidente, oppure abbiamo nuovissime borgate di traffico, sorte di recente lungo i fiumi che portano ai mari del Nord. Ma tranne qualche eccezione lombarda, queste “città” non sono che piccoli agglomerati con al massimo qualche centinaio di abitanti stabili, legate tanto profondamente alla campagna che non se ne distinguono affatto. Le vigne le circondano, i campi le attraversano, e sono piene di bestiame, di fienili, di lavoranti agricoli. Tutti gli abitanti, anche i più ricchi, i vescovi, gli stessi re, e i rari specialisti, ebrei o cristiani, che nella città esercitano il commercio a lungo raggio, restano dei rurali: la loro esistenza è scandita dal ciclo delle stagioni agricole, il loro sostentamento dipende tutto dai prodotti della terra, dalla quale traggono direttamente ogni risorsa (…) L’Occidente del IX secolo è popolato nel suo insieme da un contadiname stabile, radicato. Il che non significa che si debba immaginarlo del tutto immobile: nella vita rustica un ampio spazio è aperto al nomadismo».
Ci si sposta in estate per la transumanza pastorale o per i trasporti su carri; alcuni si avventurano periodicamente nella raccolta dei prodotti spontanei, per la caccia, o per la rapina, in cerca di un bottino; una parte della popolazione rurale partecipa anche alle “avventure” della guerra.
«Tuttavia, nella maggior parte dei casi, il nomadismo è marginale, stagionale. Gli uomini vivono quasi costantemente su una terra che è quella della loro famiglia, in un agro organizzato, insediati in un villaggio (…) Nei secoli IX e X, i villaggi costituiscono l’ambito normale dell’esistenza, quali che fossero le loro dimensioni. Nell’Inghilterra sassone, ad esempio, il villaggio serviva di base alle riscossioni, alle “requisizioni” rurali. Intorno a questi punti fissi si organizzava dovunque la sistemazione dell’agro, e particolarmente la rete delle strade, delle piste che, nel paesaggio odierno, appare come il vestigio più tenace delle antiche strutture agrarie (…)».
«Nell’Europa occidentale, tranne che sulle rive del Mediterraneo, dove si costruiva in pietra, le abitazioni degli uomini erano, nell’alto Medioevo e anche in tempi meno remoti, delle capanne di frasche e di terra, fragili ed effimere (…) Con tutto ciò i villaggi non cambiarono sito, e ciò, sembra, per due ragioni. Anzitutto perché l’area del villaggio era posta in uno stato giuridico particolare, differente da quello delle terre circostanti, e godeva di privilegi consuetudinari che ne rendevano intangibili i confini. Gli storici del diritto hanno dimostrato che l’agglomerato era costituito da una giustapposizione di quegli appezzamenti che la maggior parte dei testi carolingi indicano con la parola mansus, e che i dialetti contadini del Medioevo più vicino chiamano meix, Hof, masure, toft…Si tratta di “chiusure” saldamente fissate da una cinta permanente di palizzata o di siepe viva mantenuta con cura, di ricoveri protetti, difesi, la cui violazione era punita con le pene più gravi, di isolotti riservati i cui occupanti si ritenevano i soli padroni e sui quali non avevano vigore le servitù collettive e le pretese dei capi e dei signori.
«Queste “chiusure”, in cui ricchezze, bestiame, riserve di viveri, uomini addormentati trovavano rifugio e protezione dai pericoli naturali e soprannaturali e che, unite insieme, formavano il nucleo del villaggio, sono l’espressione dell’insediamento su un agro di una società della quale la famiglia costituiva la cellula principale (…) L’occupazione di uno di questi mansi consentiva l’inserimento nella comunità del villaggio, il cui diritto collettivo si estendeva sull’insieme delle terre circostanti».
I nuovi venuti erano tenuti all’esterno delle “chiusure”, abitanti di seconda categoria. Gli inventari dell’epoca li catalogavano appunto come “ospiti”, dei quali si tollerava la presenza ma che non avevano gli stessi diritti degli altri abitanti. Questi rigidi limiti giuridici impedivano che la colonizzazione avvenisse in ordine sparso e ne frenavano lo spostamento dell’habitat.
Nella relazione il compagno dava conto ampiamente delle peculiarità che caratterizzavano la produzione agricola in epoca feudale, arrivando all’altro aspetto che caratterizza il modo produzione del tempo: l’attrezzatura impiegata nel lavoro nei campi. Si notava che questi attrezzi erano per la maggiore costruiti in legno. Vi erano due tipologie di aratro, semplice e a versoio, che offriva un deciso vantaggio su quello semplice. Questo economizzava la mano d’opera, il contadino in un solo passaggio giungeva a rivoltare sufficientemente la terra, dunque ad aerarla e a ricostruire gli elementi fertili: la vangatura periodica non era più necessaria. Inoltre l’aratro a versoio si poteva utilizzare anche in terreni pesanti che con quello semplice non erano praticabili. Esso permetteva di estendere l’area coltivata, ma esigeva anche una forza di tiro ben superiore, un equipaggiamento di animali da lavoro più vigorosi.
A seguire si accennava allo scarso utilizzo dei metalli.
«I lavoratori dell’enorme azienda di Annapes, che allevava allora circa duecento bovini, disponevano soltanto, in fatto di strumenti in ferro, di due falci, due falciole e due vanghe. Anche qui l’attrezzatura base serviva a modellare il legno. Per gli altri lavori: utensilia lignea ministrandum sufficienter, attrezzi in legno nel numero necessario, che non ci si preoccupava di contare».
Dunque, a parte gli strumenti da taglio per segare l’erba o il grano o per abbattere gli alberi, tutta l’attrezzatura agricola, e in particolare per l’aratura, era normalmente in legno.
«Ciascun centro demaniale doveva contenere soltanto una piccola bottega ben munita di utensili di ferro destinata alla produzione domestica di altri strumenti e alla loro riparazione (…) Tutti i documenti dell’epoca carolingia pongono il fabbro sullo stesso piano dell’orafo e viene presentato come uno specialista di manifatture eccezionali e preziose. Lo si trova molto raramente negli inventari delle tenute rurali (…) In tutte le regioni osservate (tranne forse in Lombardia, dove i ferrarii compaiono molto più frequentemente negli inventari signorili, e dove, nei grandi domini di Bobbio, di S. Giulia di Brescia, di Nonantola, a numerosi possedimenti di villaggio erano imposti canoni regolari in ferro, e questa volta in maniera molto precisa, in vomeri d’aratro semplice) si ha l’impressione che l’impiego del metallo nell’attrezzatura contadina fosse molto limitato».
Nell’Europa del IX e del X secolo anche nei grandi possedimenti l’economia disponeva di pochi utensili in legno, ma ricorreva al lavoro di molti individui, dando forma ai villaggi che divenivano molto popolati per accudire ai campi circostanti.
Per contro permanevano larghe frange incolte, per la mancanza di attrezzi capaci di vincere la natura dei terreni spessi, umidi e folti. Si hanno anche vasti spazi di libera vegetazione utile all’alimentazione del bestiame da allevamento, alla caccia e alla raccolta dei prodotti spontanei.
Ad aumentare la produttività del lavoro furono introdotti i mulini.
«Si vede abbastanza chiaramente come le signorie fossero equipaggiate in quanto a strumenti di macinazione (…) L’installazione di un mulino ad acqua era certamente un’impresa delicata e costosa: la sistemazione dei canali, il trasporto, il taglio e la messa in opera delle pietre molari imponevano pesanti investimenti e anche per la manutenzione dei meccanismi di convogliamento si dovevano fare spese regolari. Tuttavia tali congegni non erano rari, a partire dal IX secolo, nei grandi domini. Sembra anche che il numero dei mulini idraulici aumentasse allora rapidamente attorno a Parigi: dei cinquantanove mulini inventariati dal polittico di Saint-Germain-des-Prés [Il “polittico” era un inventario dei beni dell’abbazia redatto fra l’823 e l’828 dall’abate Irminone, NdR], otto erano stati appena costruiti e due rinnovati di recente dall’abate Irminone (…) I mulini del dominio erano messi a disposizione dei contadini dei dintorni in cambio di un canone (…) In una signoria regia del nord della Gallia, quella di Annapes (…) i cinque mulini e il birrificio facevano entrare ogni anno nei granai signorili tanto grano quanto se ne raccoglieva sulle immense terre arate del dominio (…) Malgrado le tasse e i prelievi che subivano sul proprio raccolto i contadini trovavano vantaggioso servirsi del mulino signorile».
Si è ricordato come il pane fosse il nutrimento base, anche nelle regioni meno civilizzate della Cristianità latina.
Si passava poi a descrivere come era organizzata la produzione agricola, che si può riassumere in questi tre punti: «1) Nei testi la descrizione dei raccolti e delle semine e, più frequente, quella delle prestazioni in grano dovute dai contadini, provano che, generalmente, i campi, sia quelli dei villici che quelli dei signori, producevano non solo grani invernali, ma anche grani primaverili e in particolare avena. 2) La disposizione nel calendario agricolo di corvées per l’aratura richieste ai servi delle signorie indica che il ciclo delle arature si ordinava frequentemente in funzione di due stagioni di semina, una d’inverno, l’altra estiva o primaverile. 3) Gli appezzamenti di aratura nelle grandi tenute appaiono spesso a gruppi di tre; per esempio nella metà circa dei domini dell’abbazia di Saint-Germain-des-Prés descritti nel polittico d’Irminone, gli ispettori hanno contato tre, sei o nove campi signorili. Questa disposizione fa pensare che la coltura vi fosse organizzata in funzione di un ritmo ternario».
Sorgere del movimento operaio e comunista nell’Impero Ottomano
Le prove documentali dell’esistenza di correnti e partiti su posizioni di sinistra si limitano a un periodo di venticinque anni, dal 1909 al 1934. Ma è un periodo caratterizzato, nell’Impero prima in Turchia dopo, da numerosi eventi storici determinanti: la rivoluzione del 1908, la guerra italo-turca, le guerre balcaniche, la Prima guerra mondiale, il genocidio armeno, l’emergere del movimento di indipendenza nazionale contro l’occupazione di parti della Turchia da parte dell’Intesa, la vittoria di Mustafa Kemal contro l’aggressione da parte della Grecia e contro le rivolte reazionarie interne, lo scambio e il trasferimento delle popolazioni greco-turche e infine il consolidamento del potere kemalista e la sconfitta dell’ala sinistra del Partito Comunista.
Per questo motivo abbiamo intanto ordinato i documenti in base al periodo, per occuparci in seguito delle circostanze particolari in cui i singoli documenti che presentiamo sono stati scritti.
Introduzione
È opportuno fornire ai compagni alcune informazioni di base sulla storia dell’Impero Ottomano, che si espandeva in un’ampia regione geostorica.
Alla fine del XVIII secolo l’Impero era una monarchia feudale ben sviluppata ma stagnante, che governava su vasti territori. Grazie alle sue relazioni con l’Occidente all’inizio del secolo XIX il capitalismo iniziò a espandersi e a svilupparsi all’interno dell’Impero. Il grosso della borghesia emerse dalle minoranze non musulmane, estremamente numerose e influenti, direttamente legate al capitale e al commercio occidentale. In precedenza erano stati commercianti e negozianti, e certamente non erano la parte più importante delle loro comunità, ma il loro status aumentò rapidamente con l’espansione delle loro attività e dei loro capitali, in un Impero in cui la fonte della ricchezza era ancora la terra.
Nelle città iniziarono a sorgere fabbriche. Il crescente potere della borghesia non musulmana portò anche nei villaggi più remoti alla creazione di scuole per l’insegnamento delle scienze positive. Si diffusero nuove ideologie come il liberalismo e il nazionalismo. A loro volta i contadini iniziarono a immigrare nelle città, formando la maggior parte della nuova classe operaia.
Ben presto i governanti dello Stato ottomano si trovarono di fronte a una situazione allarmante. Dapprima cercarono di reprimere questo sviluppo indesiderato di nuove classi sociali, cioè la borghesia e il proletariato inurbato, con la repressione, ma ciò non fece altro che alimentare le fiamme del nazionalismo e portare a guerre di liberazione nazionale, molte delle quali riuscirono a creare nuovi Stati nazionali, come avvenne con l’indipendenza della Grecia nel 1829, della Bulgaria nel 1876 e della Serbia nel 1878. Il numero dei non musulmani, come armeni, greci ed ebrei, rimasti all’interno della compagine sociale dell’Impero, e soprattutto il loro peso relativo all’interno della neonata borghesia industriale, rimase molto significativo.
Il capitalismo occidentale si unì alle richieste locali di riforme.
Allo stesso tempo, la burocrazia ottomana cominciò a chiedere una soluzione ai fallimentari tentativi dell’Impero nei secoli precedenti nel competere con gli Stati europei: l’ammodernamento della tecnica, dei modi di conduzione aziendale, dell’industria e della scienza. Anch’essi iniziarono a difendere l’introduzione del capitalismo nell’Impero e persino le riforme democratiche borghesi.
Dopo gli anni trenta del XIX secolo le industrie private iniziarono rapide a sostituire gli artigiani anche tra i musulmani.
Di fronte alle pressioni dei borghesi, dei burocrati e degli ufficiali, nel 1839 la monarchia emanò l’Editto Imperiale di Riorganizzazione. Si inaugurò così il periodo delle riforme, in turco ottomano “Tanzimat”, che culminò nel 1876 con la dichiarazione del Primo Regime Costituzionale.
La comparsa di relazioni capitalistiche ebbe come conseguenza l’insorgere di dure lotte tra il giovane proletariato, formatosi con l’inurbamento delle masse contadine, e la nuova borghesia emergente. Le prime proteste nelle fabbriche iniziarono già nel 1800. Inizialmente l’azione più comune del movimento operaio nell’Impero fu il sabotaggio dei mezzi di produzione, ma in capo ad alcuni decenni tali azioni vennero superate dagli scioperi. Il primo sciopero registrato si verificò nel 1863, nelle miniere di carbone di Ereğli, ma questa arma di lotta si diffuse soltanto a partire dall’inizio degli anni settanta in un’ondata di agitazioni operaie che culminò negli scioperi del 1876. In questo periodo l’industria si stava sviluppando rapidamente e molti tecnici e lavoratori specializzati furono inviati in Turchia da paesi come l’Inghilterra, la Francia e l’Italia. I lavoratori stranieri presero presto a scioperare insieme con i nativi. Gli autoctoni, ancora privi di esperienza di lotte operaie, trassero beneficio dagli scioperi degli operai europei che lavoravano al loro fianco.
Il sultano Abdulhamid II, che avrebbe governato l’Impero con il pugno di ferro per decenni, rispose alle lotte del 1878 con un’ondata di repressione che per un certo periodo provocò un diradamento degli scioperi. Tuttavia non poté impedire nel lungo periodo il radicamento del movimento operaio.
La cronologia che approntata dal relatore evidenzia le tappe di questo sviluppo.
La teoria marxista delle crisi
Thomas Robert Malthus
L’esposizione della teoria generale di Malthus conclude la serie dei rapporti dedicati all’analisi dei principali esponenti dell’economia “classica”.
Malthus assume una posizione che tende a distinguersi da Smith e Ricardo, convinto di introdurre ipotesi innovative e soluzioni alternative nel dibattito economico. L’economia sarebbe sì una scienza, ma è più vicina alle scienze morali e politiche che a quelle naturali, col risultato che lo schema teorico assume connotazioni eclettiche. Posizione questa ben espressa da una citazione tratta dai Principi di Economia Politica di cui abbiamo dato lettura. A dimostrazione di ciò è stato ricordato che la teoria del valore non viene rifiutata da Malthus, ma è considerata solamente come un caso limite, ovvero valida solo nello scambio fra due merci prodotte con capitali di uguale composizione organica, non essendo pertanto generalizzabile; al contrario il principio generale andrebbe ricercato nella legge della domanda e offerta.
La prima preoccupazione di Malthus è quella di cancellare la distinzione ricardiana fra “valore del lavoro” e “quantità di lavoro”. Poiché ciò contro cui si scambia una quantità di lavoro, ovvero il salario, costituisce il valore di questa quantità di lavoro, è una tautologia dire che il valore di una determinata quantità di lavoro è uguale alla massa di denaro o di merci contro cui questo lavoro si scambia. Ciò vuol dire semplicemente che il valore di scambio di una determinata quantità di lavoro è uguale al suo valore di scambio chiamato anche salario. Ma non consegue affatto che una determinata quantità di lavoro sia uguale alla quantità di lavoro contenuta nei salari o nel denaro o nelle merci in cui i salari si rappresentano.
Secondo Malthus il valore di una merce è uguale alla somma di denaro che il compratore deve pagare, e questa somma di denaro è valutata dalla massa di lavoro comune, che con essa si può comprare. Ma da che cosa sia determinata questa somma di denaro, non viene detto. È la rappresentazione volgare che se ne ha nella vita comune in cui prezzo di costo e valore sono identici; è l’immagine del valore propria del filisteo impigliato nella concorrenza.
Ricercando soluzioni interne alla scuola classica ai problemi posti da Smith e Ricardo si compie però il passaggio alla concezione volgare. Infatti è costretto a far derivare il plusvalore dal fatto che il venditore venderebbe la merce al di sopra del suo valore, cioè a un tempo di lavoro maggiore di quello in essa contenuto. In questo modo però ciò che il capitalista guadagnerebbe come venditore di una merce, lo perderebbe come compratore di un’altra, in una truffa reciproca.
Da dove verrebbero allora i compratori che pagano al capitalista la quantità di lavoro che è uguale al lavoro contenuto nella merce più il suo profitto? L’unica eccezione è costituita dalla classe operaia.
Poiché il profitto deriva appunto dal fatto che gli operai possono ricomprare soltanto una parte del prodotto, la classe dei capitalisti non può mai realizzare il suo profitto per mezzo della domanda operaia. È necessaria un’altra domanda. Affinché il capitalista possa realizzare il suo profitto sarebbero quindi necessari compratori che non siano venditori. Di qui la necessità di proprietari terrieri, di chi fruisce di pensione o sinecura, dei preti ecc., con la conseguenza che Malthus si fa paladino del massimo accrescimento possibile delle classi improduttive.
Le conclusioni teoriche di Malthus sono in linea perciò con il proprio ruolo di apologeta. Ricardo rappresenta la produzione borghese in quanto tale, in quanto significa il più sfrenato dispiegamento delle forze produttive sociali. Anche Malthus vuole lo sviluppo più libero possibile della produzione capitalistica, prodotto unicamente dalla miseria di coloro che ne sono i principali artefici, le classi lavoratrici, ma esso deve in pari tempo adattarsi ai “bisogni di consumo” dell’aristocrazia e delle sue succursali nello Stato e nella Chiesa.
L’intreccio fascismo-democrazia “costituzione materiale” dello Stato
La propaganda borghese, democratica o fascista, tende a mettere in risalto l’antitesi tra democrazia e autoritarismo, tra fascismo e anti-fascismo. Noi abbiamo sempre sostenuto che l’antifascismo costituisce una finta opposizione al fascismo e una vera collaborazione fra fazioni borghesi nella comune guerra contro il proletariato.
Se i borghesi nella propaganda quotidiana negano la continuità tra fascismo e democrazia, alcuni di loro negli studi più specialistici, dedicati a un pubblico più ristretto, ammettono tale continuità.
È il caso del testo titolato “Lo Stato fascista”, pubblicato nel 2010 da Sabino Cassese, ex ministro del governo italiano ed ex giudice della Corte Costituzionale. In questo testo troviamo molte conferme alle nostre posizioni, anche se non corrispondono certo all’intenzione del giurista borghese e democratico. Leggiamo:
«Lo Stato fascista si proclamò anti-liberale e totalitario. Sottolineò la cesura tra regime liberale e fascismo. Enfatizzò la cosiddetta rivoluzione fascista. Tuttavia governò in larga misura utilizzando istituzioni prefasciste. Lo Statuto albertino rimase in vigore, sia pur modificato in molte parti. La Corona e il Senato regio rimasero in vita, anche se depotenziati. Il regio editto del 1848 sulla stampa fu conservato, anche se subendo profonde modificazioni (…) In molti casi la legislazione fascista consistette nella raccolta di norme del sessantennio precedente, aggiornate e rese più adeguate al nuovo regime (…) Nel presentare alla Camera dei deputati e al Senato del regno, nel 1925-28, le leggi di difesa dello Stato, Alfredo Rocco poteva sempre mostrare il loro legame con la legislazione prefascista e illustrare l’elemento della continuità statutaria (…) A questa continuità delle istituzioni si affianca la continuità del personale tecnico-politico».
L’autore parla poi di «riproduzione nell’ambito delle corporazioni dei conflitti allora denominati di classe (lavoratori-datori di lavoro). Secondo i corporativisti più intelligenti, lo Stato fascista non annullava la conflittualità sociale in una generica solidarietà. La trasportava all’interno dello Stato, tenendola sotto controllo».
Proseguendo leggiamo di «provvedimenti razionalizzatori (…) non diversi da quelli che aveva adottato l’Italia della destra storica. Questi provvedimenti, anzi, in molti casi, raccoglievano norme desuete dell’età liberale, le valorizzavano e inquadravano in un contesto organico. In altri casi, facevano rivivere istituti e procedure dei primi anni successivi all’Unità o addirittura del regno di Sardegna (…) provvedimenti per fronteggiare la crisi economica. Qui è massima la corrispondenza con scelte fatte fuori d’Italia, specialmente nel settore bancario e delle imprese pubbliche».
Ancora: «Come c’è continuità tra lo Stato liberale-autoritario del prefascismo, c’è continuità tra lo Stato del periodo fascista e lo Stato democratico postfascista. Due terzi delle norme raccolte nel 1954 in un codice delle leggi amministrative sono state adottate nel periodo fascista (…) Alcuni di questi complessi normativi raccolgono addirittura norme prefasciste, per cui la loro codificazione nel periodo fascista fa da ponte tra prefascismo e postfascismo (…) La continuità non è assicurata solo dalla permanenza delle norme, ma anche dal personale: una grande maggioranza del personale pubblico di vertice dell’età democratica proviene dai ranghi della burocrazia formatasi nel periodo fascista (…) L’idea del fascismo come parentesi, di una cesura netta tra periodo fascista e Italia repubblicana, dunque, è errata. O, meglio, corrisponde più a un bisogno dei contemporanei di stabilire una distanza tra il fascismo e se stessi, che alla realtà dei fatti».
Nel 2° capitolo leggiamo: «Definire lo “Stato fascista” è difficile perché, al di là della sua proclamata natura totalitaria, le sue radici affondano nell’Italia liberale e le sue istituzioni sopravvivono alla caduta del fascismo; perché una parte delle sue istituzioni non è diversa da quelle create negli stessi anni in altre parti del mondo (…) Il fascismo stesso proclamò solennemente di voler costruire uno Stato totalitario (…) Aspirò a essere totalitario, perché proclamò “tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”; ma tollerò, e talora creò corpi intermedi. Lo “Stato fascista” fu dunque capace di combinare una grande varietà di retaggi ideologici e di collegarsi alla dottrina sociale cattolica conservatrice. Sfruttò tutti gli elementi di autoritarismo dello Stato esistente, introducendovi nuovi elementi, di tipo cesaristico e totalitario (…) La stessa rottura costituita dalla liberazione e dalla Costituzione del 1948 diviene meno importante in questa prospettiva: si pensi alla “continuità” tra alcune affermazioni del codice del 1942 (e della stessa Carta del lavoro del 1927) e talune disposizioni della Costituzione del 1948 (…) si pensi alla “continuità” costituita dal permanere in vita di tanta parte della legislazione del periodo 1930-40».
Veniamo al 3° capitolo: «La legislazione su libertà e stato delle persone venne completata nel 1926, con il nuovo testo unico delle leggi di pubblica sicurezza. Questo conservava la stessa struttura del testo unico crispino del 1889, con l’aggiunta del titolo primo, sui provvedimenti di polizia. Ma, da un lato, ampliava la sfera di azione della pubblica sicurezza, dall’altro conteneva una disciplina più limitativa del diritto di riunione, degli spettacoli, delle tipografie, degli stranieri e aggiornava la disciplina del domicilio coatto, divenuto confino di polizia, ampliandone la portata».
Per cui, il fascismo «non mirò a modificare o sostituire integralmente l’ordine giuridico preesistente, ma vi si inserì in modo da sfruttare gli elementi autoritari (…) moltiplicò le organizzazioni statali-sociali (…) Mirò a dominare l’economia con una tecnica simile a quella seguita nel campo politico: riducendo i conflitti e trasportandoli nell’ambito statale, dove potevano essere tenuti sotto controllo (…) Il dominio statale della politica, della società e dell’economia non fu mai pieno: burocrazia, scuola, religione sfuggirono, in modi diversi, al controllo fascista; il corporativismo come strumento di pianificazione dovette lasciare spazio alle pianificazioni di settore di un ex nittiano come Beneduce».
Non possono certo soddisfarci le analisi di Cassese, ma abbiamo iniziato con queste, che ci danno sostanzialmente ragione, per confutare la presunta radicale diversità tra fascismo e democrazia antifascista, e la definizione di Benedetto Croce, sciocchezza non disinteressata, del fascismo come “parentesi” nella storia italiana.
FINE DEL RESOCONTO NEL PROSSIMO NUMERO