Partito Comunista Internazionale

Rapporto esposto nelle conferenze tenute nel settembre scorso negli Usa: Chi siamo e cosa vogliamo

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Cari compagni, oggi ci incontriamo, secondo il volantino che è stato distribuito, per parlare di marxismo e di Sinistra Comunista. Non è un impegno da poco, anche perché vogliamo poter dimostrare che la Sinistra Comunista è niente meno che l’unico movimento realmente comunista marxista, esistente, che chiamiamo Partito.

La nostra storia ha più di un secolo.

Nella teoria, ma anche essenzialmente nella tattica, la nostra parola d’ordine è invarianza. Questa è la nostra caratteristica fondamentale. Pertanto, se qualcuno cerca nuove scoperte, nuove strade per il comunismo, non le troverà qui. Anche se, dopo un secolo di stalinismo, di mistificazione, di falsi regimi comunisti, quello che diciamo può apparire nuovo.

Se il marxismo rivendica con orgoglio e tenacia la sua invarianza, più di un secolo di tormentata storia del movimento proletario dimostra che l’opportunismo, che si vanta di essere nuovo e innovativo, rinnovato e innovatore, inventivo e sempre aggiornato, possiede anch’esso una formidabile invarianza, ed è attaccato a un filo rigorosamente continuo. Le pagine del “Che fare?”, in cui Lenin affronta coraggiosamente una variante revisionista della storia del movimento marxista, descrivono con chiarezza cristallina i tratti caratteristici e l’inevitabile traiettoria di ogni opportunismo. È facile constatare non solo che 120 anni non hanno aggiunto alcun tocco “nuovo” al grigiore uniforme del quadro, ma che hanno confermato la diagnosi di un male che è sempre lo stesso e che, con il passare degli anni, non può che crescere in virulenza distruttiva.

Si comincia – citiamo testualmente Lenin – negando «la possibilità di porre il socialismo su basi scientifiche e di dimostrarne la necessità e l’inevitabilità dal punto di vista della concezione materialista della storia». Poi, per deduzione logica, si nega «l’impoverimento crescente, il processo di proletarizzazione e l’intensificazione delle contraddizioni capitalistiche» (mito della coesistenza pacifica, e simili).

Un altro passo e la necessità della dittatura del proletariato viene completamente rifiutata (a favore della “via pacifica al socialismo”, o del “socialismo con facce diverse”), mentre si afferma il carattere “eccezionale” dell’Ottobre russo, (la rivoluzione e la dittatura in Russia confermerebbero il gradualismo e la democrazia); un altro piccolo passo e si nega l’antitesi di principio tra liberalismo e socialismo; ed eccoci alla fine della strada con “un partito democratico delle riforme sociali” aperto a tutte le idee e agli elementi borghesi.

I più sinistri, che non hanno il coraggio di negare apertamente il marxismo, accampano scuse che sono sempre le stesse:
     – Stiamo in una situazione “nuova”.
     – Avete ragione, ma non ora, non qui.
     – Non possiamo risolvere i problemi prima che si presentino.

Per più di un secolo, invece, la nostra corrente ha vissuto mantenendo – come il bolscevismo di Lenin – il filo continuo delle posizioni programmatiche e tattiche indissolubilmente legate alla completezza della dottrina.

Per dirla con Marx ed Engels, «le conclusioni teoriche dei comunisti non si basano in alcun modo su idee o principi inventati o scoperti da questo o quel sedicente riformatore universale. Esse esprimono semplicemente, in termini generali, i rapporti reali che scaturiscono da una lotta di classe esistente, da un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi». Il marxismo è scienza.

Il Partito ha come punto di partenza fondamentale della sua dottrina e della sua azione gli 11 punti, il suo Programma, stabiliti alla fondazione del P.C.d’I., che erano allora (e sono tuttora), perfettamente in linea con l’Internazionale Comunista fondata in Russia nel 1919, e in particolare con le posizioni stabilite al suo secondo congresso del 1920.

Sulla base di questo programma, il Partito Comunista Internazionale rivendica i principi dottrinali del marxismo nella loro interezza: il materialismo dialettico come concezione sistematica del mondo e della storia umana; le dottrine economiche fondamentali contenute nel Capitale di Marx come metodo di interpretazione dell’economia capitalista; le formulazioni programmatiche del Manifesto Comunista come piano storico e politico per l’emancipazione della classe operaia mondiale.

Rivendichiamo anche l’intero sistema di principi e metodi scaturiti dalla vittoria della Rivoluzione russa, ovvero: il lavoro teorico e pratico di Lenin e del Partito bolscevico durante gli anni cruciali della presa del potere e della guerra civile, e le tesi classiche del secondo Congresso dell’Internazionale comunista. Questi rappresentano la conferma, la restaurazione e il successivo sviluppo dei suddetti principi, oggi messi ancora più in evidenza dalla lezione della tragica ondata revisionista che ha avuto origine intorno al 1926-27 con l’appellativo di “socialismo in un solo Paese”.

Le posizioni fondamentali di cui sopra, benché redatte un secolo fa, sono ancora nostre e nulla di ciò che scriviamo e facciamo oggi è in contraddizione con esse. Sfidiamo chiunque a trovare una contraddizione tra i testi che abbiamo prodotto in questi 100 anni, o tra questi e le opere fondamentali di Marx, Engels e Lenin.

Questa è la nostra caratteristica e chi pensa che la teoria della rivoluzione sia qualcosa che merita di essere aggiornata di tanto in tanto, alla luce di presunte nuove situazioni dovrebbe rivolgere la propria attenzione in altre direzioni. L’invarianza è la nostra forza, la nostra arma di combattimento, lasciamo che gli altri usino la loro: ci hanno provato in tanti, ma sempre con insuccessi, o ricadute nell’opportunismo o nel vero e proprio tradimento.

Il Partito Comunista è uno, invariante nel tempo: il Manifesto Comunista 1848 ha già tutto. Quindi, nessuna evoluzione, solo lavoro per confermare la teoria, niente che contraddica la teorizzazione precedente, solo sempre migliore scolpimento, come si definiamo nel Partito il lavoro teorico.

Un richiamo storico è il modo migliore per comprendere le origini e le caratteristiche della Sinistra.

La Prima Internazionale, fondata nel 1864, già dimostra come si presenta nella storia il partito di classe: uno e internazionale. Naturalmente Marx dovette accettare dei compromessi, dovuti a immaturità della situazione e del movimento rivoluzionario nei vari Paesi. Nel breve periodo di esistenza della Prima Internazionale si verificano due importanti eventi, che influiranno sul futuro del movimento e nella migliore definizione della dottrina. Il primo è la Comune di Parigi: per Marx non basta più conquistare il potere, bisogna distruggere lo Stato borghese per costruire il nostro. Il secondo è la separazione dei marxisti dagli anarchici, con il conseguente abbandono di qualsiasi illusione piccolo-borghese e di rivoluzionarismo romantico e sparafucile.

La Seconda Internazionale, o Internazionale Socialista: a differenza della Prima, unisce grandi partiti socialisti nazionali, in modo meno unitario. È il periodo della crescita del movimento operaio, dell’illusione di un avanzamento inarrestabile, e quindi di conquista del potere in modo pacifico, con la società socialista che crescerebbe all’interno di quella borghese, grazie a graduali riforme. Poggiandosi su ampi strati di aristocrazia operaia, sorge il revisionismo, che nega i postulati rivoluzionari del marxismo. I partiti socialisti, quasi tutti, offriranno sostegno alla guerra mondiale che scoppierà nel 1914

Se il mito dello sviluppo pacifico della società verso il socialismo (ovviamente negato da tutta la letteratura di Marx e Lenin) poteva trovare una giustificazione prima della Prima Guerra Mondiale, sostenerlo dopo il 1914 non sarà altro che un tradimento nei confronti della classe.

Le sole posizioni contro la guerra saranno quelle del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, del Partito Socialista Italiano (non chiara, con ripensamenti), e del Partito serbo, ammirevole questo perché la giustificazione dell’aggressione nel loro caso esisteva palesemente. Gli appelli alla classe operaia scaturiti dagli incontri delle sinistre dei partiti europei a Zimmerwald e a Kienthal non produssero alcuna seria sollevazione rivoluzionaria.

Ma nell’Ottobre 1917 il proletariato russo, guidato dal POSDR, conquista il potere. L’anno dopo il partito cambia il nome in Partito Comunista Russo, e nel 1919 è fondata l’Internazionale Comunista.

In seguito alla vittoria in Russia, in tutti i paesi, di solito dalle ali sinistre dei partiti socialisti, si fondano i partiti comunisti. Ma pochi di loro si trovavano su pure posizioni marxiste. I soli partiti, o frazioni, rivoluzionari, alcuni rappresentati solo al secondo congresso, erano, oltre al Partito Comunista Russo, la Sinistra astensionista del Partito Socialista Italiano, lo Spartakus Bund tedesco, il Partito Comunista Ungherese.

Il secondo congresso, nel 1920, è il vero di fondazione dell’Internazionale, che produce i 21 punti per l’adesione. Un contributo venne dalla Sinistra che propose la 21a condizione: i membri del partito che rifiutano le condizioni e le Tesi stabilite dalla IC devono essere espulsi. Quindi, almeno negli auspici, un partito unico mondiale.

Ma la sconfitta della rivoluzione in occidente, in Germania e in Ungheria, e la debolezza economica della Russia sono fattori che determinano tattiche sbagliate. La piramide, che avrebbe dovuto essere: Internazionale comunista, Partiti nazionali, Stati conquistati al comunismo, si inverte: Stato Russo, Partito russo, Partito internazionale, Partiti nazionali.

Progressivamente il partito russo, dominato sempre più dai suoi interessi nazionali, e che di fatto comanda nell’Internazionale, induce i singoli partiti nazionali a scelte non sempre corrette e internazionaliste. Presto un percorso di degenerazione diviene evidente. Numerose sono le tattiche sbagliate, in contrasto con i fini della rivoluzione internazionale:
     – entrismo: nel Labour Party, nel Kuomintang
     – frontismo: Ungheria, Spagna
     – tattica oscillante e opportunista
     – antifascismo
     – difesa dello Stato russo al di sopra di tutto
     – Socialismo in un solo Paese.

La III Internazionale nasce su una vittoria rivoluzionaria, ma tutta la sua vita è condizionata dalla sconfitta della rivoluzione a scala internazionale.

In Italia nel 1923 la Sinistra cede la direzione del partito ai centristi (Gramsci), riconoscendo che sono più in sintonia con la politica della I.C.

L’unica corrente a capire che il compito dell’ora era salvare dalla degenerazione, intatta, la dottrina integra della rivoluzione, fino alla prossima occasione di attacco rivoluzionario, fu la Sinistra italiana.

Questo spiega l’atteggiamento critico, controcorrente, della Sinistra di quegli anni: 1922 (congresso di Roma), 1924 (convegno di Como), 1926 (terzo congresso del Partito italiano e VI Esecutivo allargato a Mosca, davanti a Stalin (vale la pena di leggerlo). Fino alla nostra espulsione.

In Russia nel frattempo era sconfitta l’opposizione di Trotzki. Ma insufficiente nel chiedere la democrazia nel partito: “La colpa è della burocrazia!”.

La sinistra svolge attività all’estero negli anni Trenta, soprattutto in Francia e Belgio (periodici “Prometeo” e “Bilan”).

Già nel 1933 è chiaro, e pubblicamente dichiarato, che in Russia non c’era altro che un modo di produzione capitalistico, e uno Stato non più proletario né comunista, e quindi non c’era più nulla da difendere.

La Sinistra si batte contro l’antifascismo (Spagna), contro la partecipazione dei lavoratori alla Seconda guerra, poi contro la guerra partigiana (Francia, Italia), poiché è una guerra patriottica, contro i proletari, una guerra pienamente borghese.

Grazie al contributo della Frazione all’estero, nel 1943 nasce il Partito Comunista Internazionalista (riconoscendo l’ormai definitivo passaggio dei partiti “comunisti” ufficiali al riformismo, al legalitarismo, al social-nazionalismo: in breve, alla controrivoluzione).

Molti dei compagni credono in una nuova ondata rivoluzionaria, che non si poteva avere.

Il Partito si dedica a un lungo lavoro di ripresentazione delle posizioni e della teoria marxista classica. È anche il periodo degli articoli “Sul filo del tempo”.

Molti abbandonano il Partito, finché nel 1951-52 avviene una scissione; perdiamo le testate di “Battaglia Comunista” e “Prometeo”. Il periodico successivo sarà “Il Programma Comunista”. Una nuova rivista teorica e internazionale (in francese) apparirà nel 1957 (“Programme Communiste”), seguita da un giornale, “Le Proletaire”. Poi altri organi in altre lingue.

Il Partito è ricostituito su basi chiare, espresse nelle fondamentali Tesi Caratteristiche, del 1951.

Questo corpus di tesi aveva il carattere di base necessaria per l’adesione al partito: i suoi membri le accettano tutte, e quelli che non ne accettano alcune restano fuori. La Sinistra italiana ha sempre respinto l’illusione di ottenere successi immediati attraverso combinazioni e accordi con gruppi eterogenei, come quelli che la crisi dello stalinismo e le vicende del post-stalinismo hanno creato e ricreano continuamente.

Una sintesi su chi siamo si può leggere nel breve testo che si trova subito sotto il titolo di tutti i nostri organi di stampa, dal titolo Distingue il nostro Partito, una definizione che non è cambiata in 70 anni e che è riportata identica in tutte le lingue in cui pubblichiamo.

A partire dal 1952 il partito assunse una direzione decisa e omogenea, basata sul riallacciarsi alle tesi di fondo del periodo 1920-26 e sul bilancio dinamico del venticinquennio successivo, che diede loro linee ancora più nette e ormai inconfondibili.

Il problema centrale era, senza dubbio, la riproposizione della dottrina marxista, mille volte calpestata e sfigurata dalla controrivoluzione staliniana, nella sua interezza. Ma questo obiettivo non poteva essere né è mai stato disgiunto, nella dottrina e nella pratica, dallo sforzo costante non solo di propagandare le nostre posizioni teoriche e programmatiche, ma di “importarle”, secondo la classica definizione di Lenin, nella classe operaia, partecipando, nei limiti delle nostre forze, alle sue lotte per obiettivi anche immediati e contingenti, e non facendo mai del partito, per quanto numericamente piccolo, un’accademia di pensatori, un cenacolo di illuminati, o una setta di cospiratori armati di un bagaglio inestimabile ma conosciuto solo agli iniziati.

Internazionale nei suoi fondamenti programmatici, il Partito è stato in grado di definire anche i caratteri della sua struttura, insieme alle norme tattiche vincolanti per tutti i suoi militanti, in modo molto più netto e completo di quanto fosse stato consentito all’interno della III Internazionale. È rinato, insomma, su basi proprie e specifiche, spogliato di quei necessari adattamenti che la disciplina verso il Comintern aveva imposto anche nella esplicita riaffermazione del suo dissenso.

Da allora abbiamo dimostrato in centinaia di testi come siamo saldamente ancorati a Marx e Lenin. Un’attività che non si è interrotta nei 70 anni successivi e che continua tuttora. Perché?

Le ragioni sono molte:
     – trovare sempre conferme, confrontando gli eventi con la nostra dottrina e spiegandoli con essa;
     – definire e comprendere sempre meglio i nostri fondamenti, per avere chiaro il percorso nel momento in cui ne avremo bisogno; questo chiamiamo “scolpire la teoria”;
     – infine, ma non meno importante, informare le nuove generazioni alla nostra teoria e al modo in cui conduciamo il nostro lavoro. La dottrina si conquista lavorando su di essa, vecchi compagni e giovani compagni, per mantenere vivo il filo che collega il movimento di oggi con quello di ieri e di domani.

Da sempre ci diciamo: studiare, studiare, studiare (“culo di piombo!”). Questo non toglie che dobbiamo svolgere tutte le nostre attività: diffondiamo la stampa e i volantini, partecipiamo alle manifestazioni operaie, ci adopriamo alla riorganizzazione sindacale, eccetera.

Nel 1965, dopo aver acquisito una rete internazionale relativamente estesa, cambiammo il nome in Partito Comunista Internazionale.

Nel 1965-66 il Partito sentì anche il bisogno di descrivere in tesi quello che era stato il suo modo di funzionare, il Centralismo Organico.

L’organizzazione, come la disciplina, non è un punto di partenza ma un punto di arrivo; non ha bisogno di codifiche statutarie e di regolamenti disciplinari; non conosce antitesi tra “base” e “vertice”; esclude le rigide barriere di una divisione del lavoro ereditata dal regime capitalista, non perché non abbia bisogno di capi, e nemmeno di esperti in certi campi, ma perché questi sono e devono essere, quanto e più del più umile dei militanti, vincolati da un programma, da una dottrina e da una definizione chiara e inequivocabile di norme tattiche comuni a tutto il partito, note a ciascuno dei suoi membri, proclamate pubblicamente e soprattutto tradotte in pratica di fronte alla classe nel suo insieme.

“La rivoluzione non è una questione di forme di organizzazione”. È l’organizzazione con tutte le sue forme che, al contrario, si costituisce in base alle esigenze della rivoluzione.

Consultazioni, costituzioni e statuti sono caratteristici delle società divise in classi e dei partiti che esprimono a loro volta non il percorso storico di una classe, ma l’intersezione dei percorsi divergenti o non pienamente convergenti di più classi. Democrazia interna e “burocratismo”, omaggio alla “libertà di espressione” individuale o di gruppo e “terrorismo ideologico” non sono termini antitetici, anzi sono dialetticamente connessi; l’unità della dottrina e dell’azione tattica e il carattere organico del centralismo organizzativo sono facce della stessa medaglia.

Il Partito subì una grave scissione nel 1973 (deviazione attivista del Centro) che ci costrinse a ricostruire l’organizzazione, lentamente, a causa della negativa situazione esterna. Ma questo non è mai stato un problema: da deterministi sappiamo che il partito sarà sempre minuscolo finché la classe non tornerà all’offensiva; e che comunque ci vorrà del tempo prima di essere saldamente radicati in essa.

Cos’altro dovremmo fare? Modificare le nostre posizioni classiche per acquisire un gruppo di nuovi membri? Fare congressi per unire due o tre nullità per formare un’altra nullità? E nel frattempo rinunciare alle nostre posizioni, che ci hanno distinto da tutti gli altri per oltre un secolo?

Così scrivevamo nel 1974:

«La forza del Partito non dipende dalla volontà di qualcuno, ma dalla conservazione e dall’osservanza scrupolosa e gelosa dei suoi elementi costitutivi e delle loro implicazioni pratiche, e in secondo luogo dallo sviluppo favorevole delle contraddizioni sociali. In base a ciò il Partito cresce, si sviluppa e diventa una forza sociale decisiva per lo scontro finale contro il regime del Capitale.

«Queste funzioni escludono la possibilità che il Partito torni alla testa delle masse in lotta, come nel glorioso periodo 1917-26, in virtù di espedienti tattici, espedienti diplomatici, accostamenti promiscui con altri presunti gruppi politici di sinistra, innovazioni di significato sibillino nel campo del complesso intreccio del rapporto tra partito e classe.

«Espedienti, questi, che uccidono il partito come organo della classe, anche se dovessero produrre un aumento degli iscritti. Espedienti che tradiscono la smania di “sfondamento” di leader e semi-leader, nell’illusione di poter uscire dal ghetto, deformando i compiti e la natura del partito stesso. La migliore dimostrazione dell’inanità di tali manovre, più che ricavarla dalla critica delle idee, può essere verificata dall’esperienza storica. I rapporti di forza tra le classi sociali non sono affatto cambiati, nonostante che, da parte di trotzkisti di varie tendenze, di sinistre di mille colori, sia stato predicato ai quattro venti l’adeguamento del Partito alle situazioni, una politica “realistica”, fatta di continui cambi di rotta.

«Se oggi il perimetro del Partito è ristretto e la sua influenza sulle masse proletarie quasi inesistente, la ragione va ricercata nella lotta di classe, negli eventi storici, e bisogna avere il coraggio di concludere o che il marxismo va buttato via e con esso il suo partito politico, o che il comunismo marxista deve rimanere invariato. Anche da questa verifica materialistica e storica, avendola anticipata nella dottrina, la Sinistra ha tratto la fruttuosa lezione: nulla da innovare, nulla da cambiare. Fermi al nostro posto!».

Di conseguenza, chiunque può aderire, ma solo dopo aver accettato in toto ciò che ci contraddistingue. Come individui, non come organizzazioni.

Il nostro lavoro continua come sempre, pubblichiamo la nostra stampa in diverse lingue, seguiamo gli eventi internazionali che presentiamo alla classe nella loro vera luce. Ma soprattutto continuiamo la nostra opera di scolpimento della teoria, presentando alle nostre riunioni internazionali, tre volte l’anno, il risultato del lavoro dei gruppi di studio.

Queste ricerche si svolgono su diverse linee di approfondimento. Le più continue sono il corso dell’imperialismo, lo studio del capitalismo internazionale; le lotte operaie nel mondo e nei sindacati; la storia del movimento operaio (come recentemente per gli USA); la questione nazionale; la storia della rivoluzione in Cina, in Russia; la storia della Sinistra.

Attualmente il nostro lavoro è al 90% volto alla teoria e alla propaganda. Tuttavia, non rinunciamo a partecipare alle lotte dei lavoratori e a dare le nostre indicazioni classiste. Considerandolo altrettanto importante del lavorare per mantenere il partito su posizioni corrette, portiamo avanti tutto il lavoro di propaganda possibile e non rinunciamo mai a lavorare all’interno della classe, per importare le nostre direttive per una battaglia sindacale efficace.

Riguardo la tattica sindacale, già all’epoca del secondo congresso dell’IC avevamo dovuto lottare contro due deviazioni, entrambe emananti da ideologie piccolo-borghesi: la pretesa di fondare sindacati solo di partito e la difesa dei consigli di fabbrica. Questi sarebbero stati i nuclei del potere operaio, affermatosi già all’interno della società capitalista, con la borghesia ancora al potere.

Poiché i sindacati sono associazioni professionali ed economiche, essi riuniscono individui della stessa classe, indipendentemente da chi li guida. È possibile che i proletari organizzati al loro interno eleggano rappresentanti non solo moderati, ma totalmente borghesi, e che i sindacati si trovino direttamente sotto l’influenza del capitalismo. Tuttavia resta il fatto che i sindacati sono composti esclusivamente da lavoratori e quindi non si potrà mai dire di loro quello che diciamo del parlamento, cioè che è suscettibile solo di una direzione borghese.

Il partito quindi lotta per ottenere la direzione dei sindacati in cui sono presenti i lavoratori e per ottenere il massimo grado di unità nelle lotte.

Sappiamo che la borghesia ha modificato il suo atteggiamento nei confronti dei sindacati passando dalla proibizione, alla tolleranza e infine alla sottomissione, perché ormai non può più tollerare una indisciplina reale del lavoro. Quest’ultima fase ha avuto luogo negli anni 1930-40, sia nei Paesi democratici sia in quelli fascisti, che hanno portato a compimento le precedenti richieste riformiste; è una fase cruciale per la sopravvivenza del capitalismo.

La nostra tattica sindacale è continuamente oggetto di studio per adattarla a situazioni molto diverse nei vari Paesi. In sintesi, possiamo rintracciare 3 fattori necessari perché il partito possa definire la giusta tattica sindacale di fronte ai sindacati di regime:
     1. un’adeguata esperienza di lotta del partito all’interno del movimento operaio;
     2. uno studio approfondito della storia del movimento sindacale in quel determinato Paese che ne permetta una valida comprensione;
     3. l’esperienza pratica da parte della classe proletaria e del suo movimento sindacale di forti movimenti di lotta che mettano in luce il comportamento delle organizzazioni sindacali, delle loro correnti e dei lavoratori più combattivi al loro interno.

In ogni caso gli elementi della questione riassunti finora portano a concludere che qualsiasi prospettiva di un movimento rivoluzionario generale dipenderà dalla presenza dei seguenti fattori essenziali: 1) un proletariato di salariati puri, numeroso e in movimento a causa delle condizioni causate dalla borghesia; 2) un consistente movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda gran parte del proletariato, nelle quali il partito possa penetrare con i suoi lavoratori militanti e che possa arrivare a dirigere dando le sue indicazioni (la cinghia di trasmissione); 3) un forte partito rivoluzionario di classe, che abbia saputo trarre i giusti insegnamenti dalle lotte e dalle sconfitte della classe e abbia sviluppato la capacità di prevedere gli eventi nei loro contorni principali e di dare alla classe le migliori indicazioni per le sue lotte, anche da un punto di vista meramente economico.

Questo è il Partito. Aderire ad esso significa mettersi al servizio della rivoluzione comunista, della creazione delle condizioni soggettive perché questa abbia luogo. Un militante deve trovare la sua rivoluzione nel lavoro di tutti i giorni, nel piacere di capire ciò che la maggior parte degli esseri umani non capisce ora, e nella sensazione di essere nel percorso che porta a una società finalmente umana. Non nell’attesa di un evento che potrebbe non verificarsi nel corso della sua vita. Non firmiamo un contratto secondo il quale, dopo un lungo e duro lavoro, abbiamo il diritto di ottenere qualcosa in cambio. Questa è una delle tante cause della degenerazione opportunista.

Il militante comunista sente che il suo destino e il suo compito trascendono il risultato pratico immediato, inserito nell’arco millenario che dall’uomo delle caverne del comunismo primitivo giunge fino all’umanità finalmente pacificata del socialismo compiuto.