In Francia la lotta generale di classe travolge i bonzi della Cgt
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Nonostante l’imponenza del movimento di lotta, che qui in Italia non può non suscitare ammirazione – con ben 12 giornate di sciopero nazionale intercategoriale dal 19 gennaio al 13 aprile, e un ancora più alto numero di giornate nazionali di manifestazioni enormemente partecipate anche nei centri medi e piccoli – il governo francese è andato dritto per la sua strada, ha fatto ricorso a una legge che, nel pieno rispetto dell’ordinamento democratico, elude il voto in parlamento, ha ricevuto l’approvazione della corte costituzionale alla riforma, che così infine è stata imposta.
Tutto ciò ha un grande significato e offre importanti conferme del comunismo rivoluzionario. Ancora una volta la borghesia dimostra quanto fasulle siano le chiacchiere sul “dialogo” fra le “parti sociali”, e sulla stessa democrazia: se la classe dominante ha una necessità che ritiene fondamentale calpesta ogni altra considerazione, suoi valori e principi. E calpesta innanzitutto gli interessi e le vite dei proletari. È la dittatura del capitale, sempre più mal mascherata dalla democrazia, che in Francia oggi impone la riforma delle pensioni.
I giochi parlamentari si sono rivelati ancora una volta per quello che sono: solo ingannevoli manovre per confondere i lavoratori. I partiti di governo – nonostante la contrarietà alla riforma della maggioranza della popolazione, e non solo fra i salariati – hanno accettato di sacrificare se stessi alla prossima tornata elettorale per adempiere alla funzione che qualsiasi governo che si instauri nel quadro del regime politico capitalistico: servire gli interessi del capitale; i partiti di opposizione hanno comodamente investito sulle future elezioni mostrandosi contrari.
Vedremo in futuro i partiti borghesi di destra, ora all’opposizione, quando andranno al governo se mai abrogheranno la riforma e riporteranno l’età pensionabile a 62 anni!
Altro elemento di insegnamento. L’attuale governo si era costituito sulla base di una propaganda elettorale volta a impedire il successo della destra. Come sempre le alleanze dei partiti della “sinistra” borghese e “operaia” – al supposto fine di impedire forme di governo borghese presentate come un male peggiore del capitalismo in sé – non fanno altro che spianare la strada proprio ai partiti di destra, giacché la sinistra borghese, moderata e radicale, non volendo combattere il capitalismo ma riformarlo, non può che farsi veicolo delle necessità economiche e politiche del capitale.
Questa determinata irresolutezza si verifica in pratica nel corso delle lotte operaie. La sinistra radical-borghese, in Francia capeggiata da “La France Insoumise”, si è schierata verbalmente con le piazze, ma entro il movimento sindacale ha mantenuto una condotta del tutto vaga, non affrontando le questioni che hanno impedito al movimento di piegare il governo, accodandosi alle indicazioni della Intersindacale, invocando un referendum invece che il rafforzamento del movimento di scioperi.
E qui entriamo nella questione centrale del movimento di lotta di questi due mesi in Francia. Il governo non è stato piegato perché, messa da parte la finzione della concertazione, ha agito sul piano della mera forza. L’Intersindacale non ha voluto – composta come è in larga maggioranza da sindacati di regime – accettare questo che è il reale terreno dello scontro fra le classi sociali, non ha voluto quindi dedicare ogni forza all’estensione e radicalizzazione degli scioperi, per colpire al cuore dei suoi interessi la borghesia, e ha mantenuto dall’inizio alla fine del movimento la stessa linea di condotta, con scioperi nazionali “interprofessionali”, distanziati nel tempo, che non sono autentici scioperi generali perché gli apparati organizzativi sindacali lasciano che siano le strutture sul posto di lavoro a decidere se aderire o meno ad essi.
Di fronte alla forza del movimento le dirigenze dei sindacati di regime in Francia non hanno potuto sconfessare il movimento, ma sono riuscite a mantenerlo entro i binari da esse stabiliti. I gruppi e le correnti sindacali combattive, presenti soprattutto nella CGT ma anche, in misura minore, in Force Ouvriere e nella Cfdt, hanno cercato di radicalizzare la lotta, proclamando prolungamenti delle giornate di sciopero nei posti di lavoro e nelle categorie in cui sono presenti. Non, come fanno le dirigenze dei sindacati di base in Italia, disertando gli scioperi proclamati dai sindacati di regime e proclamandone altri in date diverse, dividendo così il movimento.
Ma queste forze del sindacalismo di classe, sebbene abbiano giovato della potenza del movimento e si siano rafforzate, non sono state in grado di rompere il cordone sanitario creato dalle dirigenze della CGT e degli altri sindacati apertamente collaborazionisti.
Sul piano della partecipazione alle manifestazioni e della combattività questo movimento è stato superiore persino a quello del 1995, anche allora contro la riforma delle pensioni. Ma sul piano della forza degli scioperi è stato inferiore ad allora. È però certamente un passo in avanti, nel percorso di rafforzamento della lotta di classe economica del proletariato in Francia. Una simile lotta è una vittoria in sé per i lavoratori, al di sopra della sconfitta. Come recita il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels del 1848: «Il vero risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l’unione degli operai si estende sempre più».
Risulta che gran parte degli operai delle fabbriche, del settore manifatturiero, non ha scioperato, se non per poche ore. I settori trainanti della lotta sono stati i ferrovieri della SNCF (come in tutto il secondo dopoguerra fino ad oggi), il trasporto pubblico locale parigino della RATP, i petrolchimici delle raffinerie e dei depositi di idrocarburi, i lavoratori della società elettrica nazionale EDF, i netturbini di Parigi, che hanno scioperato a oltranza per due settimane, i portuali. Alle manifestazioni hanno partecipato masse enormi, molto al di là delle categorie in sciopero, e soprattutto molti giovani. La lotta operaia si è incrociata con un generale malessere sociale, che investe anche la piccola borghesia, il che si era ben manifestato negli anni passati col movimento dei gilet gialli.
Riguardo alla partecipazione agli scioperi, vanno tenute in considerazione anche le energie impiegate a settembre e ottobre scorsi dagli operai in diversi settori, in specie in quello petrolchimico, durante gli scioperi per gli aumenti salariali (“Le lotte operaie in Francia indicano la strada a tutti i lavoratori d’Europa e del mondo”).
Inoltre, importante è il ruolo svolto dalle dirigenze sindacali. Delle catagorie dell’industria hanno partecipato al movimento i petrolchimici, i porti, la produzione e distribuzione dell’energia elettrica. Tutti questi vedono le rispettive federazioni di categoria della CGT controllate da correnti conflittuali. Nel settore automobilistico, in cui la CGT è tradizionalmente diretta dall’area collaborazionista, gli operai non hanno scioperato.
Naturalmente vi è un rapporto dialettico fra la combattività operaia, i sindacati e le loro dirigenze. L’orientamento di una dirigenza sindacale – di classe o collaborazionista – è un prodotto e un fattore della forza operaia, che le si aggiunge o le si toglie, non le è ininfluente. Perciò la lotta contro l’opportunismo e gli agenti della borghesia nel movimento operaio è sempre necessaria, anche quando si ha consapevolezza non esservi ancora le condizioni per poter scalzare il nemico.
Riguardo a questo aspetto cruciale della lotta di classe, proprio nelle settimane di questa grande lotta si è svolto in Francia il 53° congresso della CGT, dal 27 al 31 marzo, con la partecipazione di 942 delegati.
Da anni si sono ampliate le divergenze all’interno di questo sindacato, determinate anche dal calo degli iscritti, che lo ha portato a perdere il posto di primo sindacato di Francia in favore della gialla Cfdt. La lotta in corso ha certamente giovato alla CGT, che afferma di aver registrato 15.000 nuovi iscritti, dopo che nel 2020 ne aveva persi ben 40.000. Il corso della crisi di questo sindacato e le sue cause non sono di immediata e semplice lettura.
Per quanto, visto dal movimento sindacale italiano, quello francese appaia un esempio di combattività dei lavoratori, esclusa la vittoria del movimento contro il Contratto di Primo Impiego nel 2006, da anni anche in Francia la classe operaia ha subito una serie di sconfitte: le riforme pensionistiche nel 2003, 2010 e del 2014; le leggi sul lavoro del 2016 e 2017; l’attacco ai ferrovieri nel 2018; la riforma dei sussidi di disoccupazione l’anno passato.
Cresce la determinazione a colpire la classe lavoratrice a causa dell’approfondirsi della generale crisi capitalistica mondiale e dell’irresolutezza e inadeguatezza dei sindacati di regime a farvi fronte. D’altronde, la combattività dei lavoratori in Francia appare non essere mai andata al di sotto di un certo livello, permettendo così una inversione di marcia, con un vasto e risoluto movimento di lotta e con i suoi riflessi entro i sindacati, per quanto ancora non sufficiente a sconfiggere la classe dominante e il suo regime sindacale.
Lo scontro interno alla CGT vede da un lato i partigiani del negoziato e della collaborazione con la borghesia, guidati dal segretario generale uscente Martinez, proveniente dalla CGT metallurgia (come il bonzo nostrano Landini), in carica dal 2015. Dall’altro lato si schierano i partigiani della sindacalismo di lotta, i cui maggiori rappresentanti sono: Olivier Mateu, a capo del sindacato delle Bouches du Rhône, il dipartimento di Marsiglia, legato ai partiti del nazional-comunismo di tradizione staliniana; il segretario generale della federazione chimica Fnic-CGT, Emmanuel Lepine, legato al trozkismo; il segretario generale della federazione del commercio (CGT-Commerce), Amar Lagha. Tutti e tre fanno parte dell’area Unité-CGT, che raggruppa la maggioranza delle correnti e dei gruppi conflittuali in seno alla CGT.
Al congresso il documento della segreteria confederale sull’attività condotta negli anni precedenti è stato respinto dal 50,32% dei voti. Un risultato eclatante che ha dato la misura dello scontro in atto nel sindacato. Nel voto sono confluiti non solo i contrari dell’area conflittuale ma anche alcuni dall’interno della maggioranza, critici verso Martinez per metodi definiti “antidemocratici”, ultimo la designazione del candidato della maggioranza alla carica di segretario generale confederale.
Alla fine il candidato indicato da Martinez è stato messo da parte e a sorpresa è stata eletta Sophie Binet, col consenso anche di una parte dell’area di minoranza. Sophie Binnet era dirigente della federazione dei quadri e dei tecnici, la Ugict-CGT. Appena eletta ha dichiarato «la CGT chiede il ritiro della riforma e non accetterà alcuna discussione o tregua». Ma due deputati fedeli a Macron hanno commentato la sua elezione: «una buona notizia per il dialogo sociale; possiamo solo gioire nel vedere una riformista a capo della CGT».
La nuova segreteria confederale è composta, come la precedente, da dieci membri, scelti tra i 66 della Commissione Esecutiva Confederale, a sua volta eletta dai 942 delegati presenti al congresso e confermata dal Comitato Confederale Nazionale, composto dai segretari generali dei sindacati dipartimentali e da quelli delle federazioni, per un totale di 128 membri.
Il voto per la carica di segretario generale confederale ha visto un dislocamento di forze diverso da quello registratosi sul documento d’attività. Il candidato di Unité-CGT ha raccolto il 36,5%. Sebbene ciò non abbia permesso l’inserimento di nessun rappresentante della minoranza nella segreteria confederale, si tratta di un risultato notevole. In Italia, al recente XIX congresso della Cgil, il documento di minoranza “Le radici del sindacato” ha raccolto il 2,4%.
Non mancano critiche anche all’interno di Unité-CGT circa la disinvoltura nella ricerca di alleanze interne di Olivier Mateu e più in generale alla linea di opposizione considerata non sufficientemente delineata e aggressiva. Ad esempio, non è stata fatta un battaglia contro il regolamento congressuale che non ammette documenti programmatici alternativi a quello della maggioranza. E alla linea di condotta del movimento da parte dell’Intersindacale – detta delle “giornate d’azione” – CGT-Unité contrappone una articolazione alquanto artificiosa della mobilitazione della classe lavoratrice, divisa per categorie e confluenti in una giornata settimanale di sciopero generale: «Una strategia possibile potrebbe essere: lunedì niente navi, martedì niente treni, mercoledì niente camion, giovedì tutti insieme in sciopero e nelle strade, venerdì niente logistica…».
Correttamente da parte di altre correnti conflittuali è stato ribattuto che lo sciopero è un fenomeno sociale vivo, non si mette in moto e si ferma come aprire e chiudere un rubinetto! L’obiettivo deve essere quello dello sciopero generale a oltranza, a cui si giunge valorizzando le energie che sorgono dalla base dei lavoratori, curate coltivate e potenziate nella quotidiana attività sindacale, e che non devono essere svilite in programmazioni che dividono i lavoratori e che avviliscono la spontanea adesione alla lotta allorquando essa finalmente esplode nel corpo sociale e attrae le masse salariate.
Questi limiti dell’area conflittuale nella CGT discendono, come non può essere altrimenti, dalle posizioni politiche dei suoi dirigenti, appartenenti al campo dell’opportunismo.
Un’altra espressione di tale opportunismo riguarda l’affiliazione della CGT agli organismi sindacali internazionali. Gran parte delle aree conflittuali aderenti a Unité-Cgt sostiene l’adesione alla Federazione Sindacale Mondiale, l’internazionale sindacale creata all’indomani della seconda guerra mondiale dal regime borghese e falsamente comunista di Mosca, e che rispondeva alle necessità della sua politica imperialista.
La dirigenza confederale fa aderire la CGT alla Confederazione Sindacale Internazionale (CSI), una internazionale collaborazionista, ma lascia libertà di decisione in questo ambito alle federazioni di categoria e alle strutture territoriali. Sicché, ad esempio, la Fnic-CGT, la CGT del dipartimento di Marsiglia e la CGT-Cheminots di Versailles aderiscono alla FSM.
Al congresso l’adesione alla FSM o alla CSI è stato uno dei temi di scontro fra maggioranza e minoranza. Decisivo è stato l’intervento di un delegato del sindacalismo di classe in Iran, il quale ha denunciato come alla FSM aderiscano le Camere del Lavoro Islamiche, gli organi sindacali creati dal regime borghese iraniano. Non è il solo esempio emblematico della natura borghese di questo organismo, a cui in Italia aderisce l’Usb (vedi “L’“internazionalismo” anti-operaio della Federazione Sindacale Mondiale”).
Sebbene sia indiscutibile l’indicazione pratica conflittuale in seno al movimento sindacale dei dirigenti operai dell’area di minoranza Unité-CGT, tuttavia è inevitabile che, con lo sviluppo e lo svolgersi del corso della lotta di classe verso le sue estreme conseguenze, cioè verso lo scontro rivoluzionario con la borghesia e il suo Stato, l’opportunismo politico finirà necessariamente per entrare in contraddizione con le necessità pratiche della lotta economica dei lavoratori.
Certamente i migliori fra i militanti sindacali, benché aderenti a gruppi e partiti opportunisti, allorquando si paleseranno tali contraddizioni, passeranno col nostro partito, ravvisando la coerenza del suo piano politico con quello sindacale. Lo sviluppo della lotta di classe economica è sempre favorevole al comunismo rivoluzionario, anche quando questo non è ancora in grado di dispiegare una influenza adeguata nel movimento delle masse proletarie in difesa dei loro bisogni immediati.