Cina e Russia unite contro gli USA non per amore ma per forza
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Il “pacifico” multilateralismo cinese di oggi prepara la guerra di domani
Una caratteristica delle guerre, anche regionali, nella attuale fase storica di estrema senescenza del capitalismo è di avere un effetto sulla gerarchia fra le grandi potenze, la cui proiezione politica ed economica ha come teatro ormai l’intero pianeta. Alcune guerre successive al crollo dei regimi di falso comunismo dell’Est Europa, come quelle del Golfo, dell’ex Jugoslavia e dell’Afghanistan (nonostante l’insuccesso parziale, in questo caso il ritorno dei talebani al potere) avevano ribadito la netta supremazia globale degli Stati Uniti. Con la guerra in Ucraina invece sembra essersi aperta una fase in cui i rapporti di forza fra gli imperialismi sono sottoposti a nuova tensione e si avverte la possibilità che l’esito del conflitto possa aprire a un certo ridimensionamento della primazia americana.
Al momento dell’invasione russa dell’Ucraina alcuni eventi, dati per scontati dalla propaganda filo-atlantica, avrebbe confermato il primato statunitense: una rapida sconfitta militare della Russia, il suo tracollo economico e isolamento internazionale. Dopo più di un anno nessuno di questi risultati si vede all’orizzonte.
Al mancato isolamento politico ed economico della Russia un peso notevole va attribuito alle relazioni con la Cina: la Cina non si è allontanata dalla Russia, ha incrementato gli scambi commerciali, ha continuato a svolgere esercitazioni militari congiunte e ha approfondito le relazioni diplomatiche: la visita lo scorso marzo di Xi Jinping in Russia, il suo primo viaggio all’estero dopo la rielezione come presidente della Repubblica Popolare Cinese.
Nonostante la guerra e la minaccia delle sanzioni, l’interscambio commerciale tra i due paesi ha raggiunto i 190 miliardi di dollari, con una crescita di oltre il 30% rispetto all’anno precedente. Nell’incontro tra i massimi vertici di Cina e Russia si è previsto un interscambio di 200 miliardi in questo 2023 e si sono stipulati 14 accordi di cooperazione economica in diversi settori, oltre che un significativo aumento dell’uso dello yuan e la disponibilità russa ad utilizzare la valuta cinese nelle transazioni con l’Asia, l’Africa e l’America latina.
Il viaggio di Xi segna anche l’intesa tra Cina e Russia nel perseguire un “mondo multipolare”, cioè l’aspirazione dei due imperialismi a una nuova spartizione mondiale che metta fine al dominio americano. La loro cooperazione avrebbe un significato strategico di lungo periodo, una “nuova era”, come scritto nella dichiarazione congiunta, che riprende la “nuova era” annunciata in Cina da Xi Jinping, con il “ringiovanimento della nazione cinese”.
Evidentemente quello cinese non è più, e non si ritiene, un capitalismo “giovane”. Il nazionalismo cinese, dopo il secolo dell’umiliazione nazionale imposta dall’aggressione delle potenze coloniali, dopo quasi un altro secolo di impetuoso sviluppo economico, è costretto a debordare dal mercato nazionale e accedere al ruolo di grande potenza mondiale.
Cina e Russia si trovano costrette a marciare contro lo stesso nemico, gli Stati Uniti, senza tuttavia poter superare le contraddizioni tra i due imperialismi. Il passato storico delle relazioni tra i due imperi è stato caratterizzato da rivalità e conflitti.
Bloccato a occidente dalle potenze europee, lo Stato russo, lanciato alla conquista delle sterminate pianure siberiane, già alla metà del ‘600 si scontrava sull’Amur con i Manciù. Ma l’impero cinese era allora ancora solido, e la Russia dovrà attendere che sia piegato dai cannoni occidentali per potersi impadronire a metà dell’800 dei bacini dell’Amur e dell’Ussuri. Alla fine del secolo la Russia si assicurò ulteriori possessi in Manciuria e nella Cina orientale, ma fu costretta a regredire in seguito alla sconfitta con il Giappone nel 1905. Dovrà aspettare altri 40 anni per ritornare in forze nell’area, approfittando della sconfitta del Giappone nel secondo conflitto mondiale. L’aiuto russo alle armate di Mao, più che sostenere i “comunisti” nella riconquista nazionale, era volto al saccheggio delle ricchezze della Manciuria. Ma la presenza di interessi divergenti tra la potenza russa e quella cinese si fece manifesta durante la Rivoluzione Culturale e col contrasto culminato nel 1969 nei sanguinosi scontri lungo il fiume Ussuri.
Permangono tuttora divergenze negli interessi tra le due potenze. La Cina preferirebbe che la situazione internazionale si appacificasse per non intralciare l’estendersi della sua sfera commerciale e finanziaria. La crescita del capitalismo cinese è in fase di rallentamento rispetto alla poderosa crescita degli anni passati e può contare solo sulla sua espansione nel mondo. Occorre che il capitalismo cinese accresca anche la sua influenza politica sottomettendo Stati e imprese.
La perdita dei mercati europei spinge la Russia a dirottare in Asia petrolio e gas, a prezzi ribassati. La Cina ne ha approfittato diventandone il primo importatore. Nell’incontro di marzo Putin ha affermato di poter fornire alla Cina 38 miliardi di metri cubi di gas attraverso il gasdotto “Energia dalla Siberia 1” più 10 miliardi di metri cubi di Gnl. I russi vorrebbero completare entro il 2030 la costruzione del gasdotto “2”, con la portata di 50 miliardi di metri cubi.
Ma se a Mosca hanno fretta di invertire il flusso energetico da ovest verso est, Pechino può permettersi di prendere tempo, preferendo mantenersi gli altri fornitori e non legarsi esclusivamente alla Russia.
L’attuale convergenza fra Cina e Russia non ne appiana le divergenze di interessi e di vedute. La fusione organica delle risorse economiche e militari di due Stati, per di più in un processo lineare e pacifico, è impossibile. Non basterà la coniugazione dell’industria cinese con le risorse naturali della Russia ad affratellare i due capitalismi nazionali, quello della spopolata Russia e quello della sovrappopolata Cina.
Per parare i costi economici e politici della guerra in Ucraina la Russia ha dovuto fare concessioni a una Cina, decisa ad approfittare della urgenza del vicino di coprirsi il retroterra asiatico.
Nel loro incontro Putin e Xi Jinping hanno trattato anche la spinosa questione dello sfruttamento dell’Artico, un’area che la Russia ha tenuto a lungo a riparo dalla rapacità delle altre potenze. A partire dal 2013 la Cina ha investito circa 90 miliardi di dollari nelle attività estrattive nell’area. Ora preme per inserirsi nella costruzione di opere infrastrutturali di rilievo. La Cina potrebbe entrare nella join-venture fra Lukoil e Gazprom per la costruzione di un impianto chimico per il gas, mentre è prevista la partecipazione cinese nell’ampliamento del porto di Indiga e nella realizzazione della ferrovia di collegamento con Sosnogorsk.
A uno stadio avanzato è anche lo sviluppo congiunto dei progetti di impianti per il gas liquefatto Yamal LNG e Arctic LNG2 oltre alla presenza cinese nello sviluppo della rotta artica Severny Morskoy Put che, attraverso la zona economica esclusiva della Russia, si stende fra la Novaya Zemlya e l’estremo oriente. Tale rotta è necessaria per collegare Yamal LNG.
Questi progetti si sviluppano contestualmente a un’enorme crescita della penetrazione dei prodotti della manifattura cinese nel mercato russo. Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina le forniture di automobili cinesi sono aumentate del 30%, le vendite di elettrodomestici e prodotti elettronici conquistano nuove fette di mercato: quasi la metà dei laptop acquistati in Russia sono made in China. Questa crescita dell’interrelazione commerciale ha riflessi finanziari tanto che dallo scorso febbraio lo yuan figura al primo posto fra le valute scambiate al Moscow Stock Exchange.
I rapporti di forza fra le due potenze segnano un netto rafforzamento di Pechino. Lo conferma l’intraprendenza della Cina in Asia Centrale, tradizionale area di competenza russa. Pechino sta negoziando una fornitura di 25 miliardi di metri cubi di gas l’anno, tramite il gasdotto Central Asia-China, che dal Turkmenistan arriva in Cina attraverso lo Uzbekistan e il Kazakistan, nonostante le tensioni politiche regionali. E continua ad acquistare Gnl da Stati Uniti e Australia.
La minaccia di un blocco americano delle forniture energetiche mediorientali attraverso l’Oceano Indiano, di cui gli americani controllano i principali snodi, potrebbe legare ancora di più la Cina alla Russia.
Cina e Russia si presentano comunque sull’arena mondiale come potenze revisioniste dell’ordine attuale. Da un lato la Russia con la guerra in Ucraina sta mettendo in discussione l’ordine europeo, nel quale dalla caduta del muro di Berlino ha perduto la sua influenza, arretrata dinanzi alla avanzata della NATO verso Est. Dall’altro lato la Cina, bloccata nel Pacifico da Stati Uniti e alleati, e insidiata a Sud dalla rivalità con l’imperialismo indiano, ha la necessità di mantenere una relazione di buon vicinato con l’imperialismo russo per evitare l’accerchiamento.
Inoltre, la necessità di espansione del capitalismo cinese oltre i confini nazionali deve fare i conti con un mondo dove a dettare le regole è ancora l’imperialismo americano, con la sua forza militare, la sua moneta e le istituzioni internazionali che controlla. Dal momento che la preminenza americana non sarà abbandonata senza una lotta accanita, una nuova spartizione mondiale più favorevole agli interessi cinesi passerà inevitabilmente per lo scontro armato.
In questo contesto, non solo la Cina non può permettersi una sconfitta della Russia in Europa, le cui conseguenze potrebbero portare finanche a un riposizionamento russo più favorevole agli interessi occidentali. Gli Stati Uniti potrebbero tentare di giocare la carta russa in funzione anticinese. È questa possibilità a determinare la ricerca cinese di un allineamento con la Russia, in funzione anti-americana.
Prova della nuova intesa tra Cina e Russia sono le esercitazioni militari congiunte. Due recenti nelle acque dell’emisfero meridionale: la prima a febbraio nell’Oceano Indiano insieme alla marina del Sudafrica, la seconda a marzo nel Mar Arabico con quella dell’Iran. Assai rilevanti sono anche le esercitazioni condotte in Oriente, tra il Mar del Giappone e i Mari cinesi, che dimostrano che, mentre la Russia è impegnata militarmente sul fronte occidentale, ad Est, con la Cina, sfida un arco di forze alleate agli Stati Uniti, i quali mantengono un’alta presenza militare in Corea del Sud e in Giappone, sostengono Taiwan e hanno basi militari anche nelle Filippine.
Dal punto di vista anche della rivalità inter-imperialistiche sui mari Cina e Russia hanno quindi tutto l’interesse – almeno in questa fase e prima di un’eventuale punto di svolta della guerra in Ucraina – a mostrarsi affiancate.
Mentre la Russia fronteggia sul versante europeo l’espansione del blocco militare guidato dagli Stati Uniti, la Cina lo subisce nel Pacifico, attraverso l’anticinese AUKUS (USA, Gran Bretagna e Australia) e l’ipotetica formazione di una NATO asiatica con gli USA insieme a Giappone, Australia e India, il cosiddetto QUAD, a cui si aggiungono i Paesi geograficamente vicini alla Cina che, spaventati dal suo espansionismo, ad esempio nei Mari cinesi, contano sulla protezione americana.
La questione di Taiwan resta una linea rossa tracciata dalla Cina. Il viaggio della presidente di Taiwan Tsai Ing-wen negli Stati Uniti ha visto la pronta reazione cinese con manovre militari attorno all’isola che hanno simulato un suo accerchiamento e un attacco missilistico. Subito dopo le grandi esercitazioni militari Xi Jinping, nel corso di un’ispezione navale, ha invitato le forze armate a “rafforzare l’addestramento militare orientato al combattimento reale”.
Mentre si fa concreta la possibilità di una guerra per Taiwan, già quella in Ucraina segna un passo verso un terzo conflitto mondiale che vedrà coinvolte le maggiori potenze imperialiste in una feroce lotta per una nuova spartizione delle zone di loro dominio. Gli Stati Uniti da attuale gendarme mondiale si batteranno per difendere quelle posizioni predatorie, conquistate attraverso le sanguinose guerre del secolo scorso, dalle ambizioni del più giovane e agguerrito capitalismo cinese che ha fame di risorse e mercati e pretende un ben più largo bottino dal saccheggio imperialistico corrispondente alla sua accresciuta forza economica, politica e militare.
La Russia vorrebbe difendere i precedenti equilibri in Europa, mentre l’attuale “pacifismo” della Cina è funzionale alla preparazione del conflitto che verrà, le serve a prendere tempo per rafforzarsi economicamente, politicamente e militarmente. L’attivismo diplomatico cinese volto alla espansione delle sua sfera commerciale e finanziaria, è la premessa per aumentare le risorse destinate al riarmo, mentre tesse una rete di relazioni con i paesi in contraddizione con gli interessi americani.
Gli accordi di oggi pongono dunque le basi per la guerra di domani.