70 anni di conflitti regionali e imperiali sul Golfo Persico
Categorie: Capitalist Wars, Middle East and North Africa
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L’accordo del 10 marzo con cui Iran e Arabia Saudita hanno ristabilito le relazioni diplomatiche segna una conferma del rafforzato peso internazionale della Cina. Il Dragone, che ha mediato e favorito le trattative, esce per la prima volta dal ruolo di semplice acquirente di risorse energetiche da entrambi i paesi per atteggiarsi ad arbitro in una regione in cui il ruolo di Stati Uniti e Russia appare in fase declinante.
L’avvicinamento fra le due rive del Golfo Persico viene a ridefinire gli intricati equilibri politici fra gli Stati del Medio Oriente e il potere delle grandi potenze mondiali sulla regione. Si apre una fase in cui potrebbero cambiare di segno, ma non necessariamente di intensità, i sanguinosi conflitti armati che funestano la regione.
A rendere possibile questo risultato anche la politica di parziale disimpegno da parte degli Stati Uniti in Medio Oriente, portata avanti dall’amministrazione Trump ma già accennata ai tempi della presidenza Obama. Questo mutato atteggiamento è conseguenza del relativo declino degli Stati Uniti nei confronti dell’ascesa del capitalismo cinese il quale, andando incontro ai primi segni di senescenza, tende alla sua proiezione globale, commerciale, finanziaria, diplomatica, militare.
È possibile che la ricucitura delle relazioni diplomatiche fra Iran e Arabia Saudita non implichi una progressione verso la pace dei conflitti in corso in Siria e nello Yemen, che vedono le due potenze regionali schierate su fronti opposti e fra le quali non sarà facile appianare le divergenze di interessi in un’area estesa e cruciale, ricca di fonti energetiche e che controlla importanti rotte marittime. Non si può sottovalutare l’asprezza di conflitti ultradecennali che hanno provocato massacri inenarrabili, sia in Siria sia nello Yemen si stimano oltre 400.000 morti ciascuno.
Gli eventi dagli esordi delle guerre in Siria nel 2011 e nello Yemen nel 2014 dimostrano il progressivo disimpegno degli Stati Uniti nell’area, accelerato dal perseguimento di una politica energetica autarchica. Per un certo tempo un crescente ruolo ha ricoperto la Russia, affermato grazie a una complessa politica di alleanze sull’aspro terreno dell’ancora non risolto conflitto siriano. Per una certa fase Mosca aveva tessuto una fitta rete diplomatica e sembrava quasi che fosse sul punto di assumere quel ruolo che in passato era stato degli Stati Uniti. Nello svolgersi del conflitto siriano la Russia si è introdotta come alleata del regime di Damasco, tiepido alleato dell’Iran e, dopo momenti di attriti, in un rapporto di collaborativa interlocuzione con la Turchia. Nello stesso tempo il mantenimento di buone relazioni con Israele ha richiesto un prezzo che Mosca ha scaricato sui propri alleati autorizzando centinaia di incursioni dell’aviazione dello Stato ebraico in Siria, sia contro obiettivi militari del regime sia contro le milizie filoiraniane alleate di Damasco.
Lo scoppio della guerra in Ucraina ha rimesso in discussione anche l’incipiente egemonia russa sul Medio Oriente, aprendo un vuoto nel quale la Cina cerca di inserirsi.
La inimicizia fra Arabia Saudita e Iran vanta una lunga tradizione di lotte feroci nella contesa imperialistica per la rendita petrolifera, in un gioco di alleanze internazionali che hanno visto sullo sfondo gli Stati Uniti, per alcuni decenni unici burattinai degli Stati mediorientali.
L’incontro storico del febbraio del 1945 a bordo dell’incrociatore statunitense Quincy fra il re saudita Abd al-Aziz e il presidente Roosevelt, di ritorno dalla conferenza di Yalta, fu una pietra miliare nelle relazioni fra i due Stati e che pose le basi dell’egemonia regionale degli Stati Uniti. La più grande potenza imperialista del mondo assegnò alla monarchia saudita il ruolo di garante degli equilibri politici in Medio Oriente: la perpetuazione e il rafforzamento di un regime dispotico, semifeudale e oscurantista, che galleggiava su un oceano di petrolio era quanto di più funzionale alla sua dominazione imperiale.
Finalità analoghe ebbe nel 1953 in Iran l’operazione Ajax con la quale la Cia e i servizi segreti britannici unirono gli sforzi per rovesciare il governo del liberale Mossadeq e per imporre il regime assoluto dello scià Reza Pahlavi.
Questi eventi hanno fatto sì che da allora la dominazione americana nel Golfo sia stata quanto mai salda, non senza che fra Teheran e Riad maturassero già allora tensioni e rivalità incentrate sullo sfruttamento del petrolio e del gas della piattaforma continentale, sul controllo dei traffici marittimi, sui rapporti con gli altri Stati rivieraschi, sulla contrapposizione fra le correnti sunnita e sciita dell’Islam e sul controllo dei luoghi santi di Mecca e Medina, mete dei rituali pellegrinaggi.
La cosiddetta “rivoluzione islamica” del 1979 che rovesciò il regime monarchico iraniano venne a rompere questo equilibrio: i prelati islamici affermavano di voler liberare il paese dalla tutela statunitense e porlo di fronte al mondo come una potenza regionale decisa a svolgere un ruolo autonomo.
Il venire meno di uno dei pilastri su cui poggiava il controllo statunitense sul Golfo innescò la lunga sequela di guerre per l’egemonia regionale. Il conflitto fra Iran-Iraq degli anni ’80, le due guerre del Golfo del 1990-91 e del 2003 furono alcune delle tappe che scandirono l’evoluzione dei rapporti di forza regionali. In tutti questi casi la rivalità fra Arabia Saudita e Iran rimase un aspetto centrale di una tragedia in cui i veri protagonisti rimasero dietro le quinte.
Eppure è sbagliato vedere l’Arabia Saudita come uno staterello medievale foraggiato dagli Stati Uniti e pedina servile della loro politica. Da un certo punto in poi questo Stato, divenuto ricchissimo e potente grazie alla rendita petrolifera, ha iniziato a emanciparsi dalla tutela di Washington. Questo lento processo venne allo scoperto già nella seconda metà degli anni ’80, nella fase finale del conflitto in Afghanistan, successivo all’invasione sovietica del paese. Sono note le peripezie del ricco saudita Bin Laden nel paese centroasiatico quando, da zelante guerrigliero in lotta contro l’invasore “ateo”, incominciò a sviluppare sul terreno della guerriglia quella rete che si rese illustre coi suoi attentati terroristici di dimensioni catastrofiche contro gli interessi statunitensi e che culminarono negli attacchi dell’11 settembre del 2001.
Certo non fu in quel caso il regime saudita in proprio a colpire la potenza americana, ma resta il fatto che lo furono ambienti legati all’apparato di Stato di quel paese. Il messaggio, trasversale ma neanche troppo, lanciato all’America fu talmente fragoroso che in capo a due anni Washington menava una guerra finale contro l’Iraq di Saddam Hussein, il quale, animato da un ambizioso piano di egemonia mistificato da una tenue tintura ideologica panaraba, veniva visto come una pericolosa minaccia per l’Arabia Saudita e per le altre monarchie petrolifere del Golfo. Gli Usa, con il linguaggio paradossale della potenza militare, vollero colpire il nemico più insidioso dell’amico che li aveva pugnalati al fianco, per poi affrontare in un secondo tempo per via politica la potenza repubblicana teocratica sciita, il nemico più possente della monarchia sunnita saudita.
La vicenda della guerra irachena del 2003 si rivelò come un caso paradigmatico di vittoria pirrica: dopo avere sconfitto agevolmente l’avversario sul campo di battaglia, grazie anche alla schiacciante supremazia aerea, la sconfitta politica venne negli anni seguenti grazie all’impossibilità di controllare il territorio.
Gli Stati Uniti erano riusciti a rovesciare e a mandare alla forca Saddam Hussein, il quale fino ad allora era stato visto come il peggiore nemico dell’Arabia Saudita, delle altre piccole monarchie del Golfo e di Israele.
L’aviazione dello Stato ebraico nel 1981 aveva bombardato un impianto nucleare in Iraq costruito in collaborazione con la Francia, la quale durante la guerra Iran-Iraq aveva dotato l’aviazione irachena degli allora aggiornatissimi aerei d’assalto Dassault Super Étendard, mentre Israele aveva fornito pezzi di ricambio all’aviazione iraniana, al servizio di quel regime che nella propria bugiarda propaganda antisemita si poneva la distruzione della cosiddetta ”entità sionista” e un inesistente sostegno alla “causa palestinese”.
La distruzione del regime iracheno era stato per gli Stati Uniti un tentativo di rassicurare i propri alleati storici nella regione, in primo luogo Israele e Arabia Saudita, e si proponeva un velleitario processo di “State building” per creare un regime fantoccio, dalla facciata democratica, che potesse contenere le spinte espansionistiche dell’Iran e garantisse la sicurezza dell’estrazione di petrolio e dei traffici relativi nel Golfo Persico, e mettendo sotto tutela gli stessi “paesi amici”.
Il risultato dal punto di vista degli Stati Uniti si rivelò in seguito fallimentare. L’occupazione fu costretta a ripiegare su obiettivi più limitati dopo l’attacco della guerriglia irachena. Il contingente militare statunitense rinunciò presto a controllare il territorio e il risultato fu una guerra di lunga durata in cui uno schieramento filo-iraniano, che faceva leva sulla componente religiosa sciita maggioritaria fra la popolazione irachena, si confrontò con i gruppi armati legati alle monarchie arabe del Golfo.
L’incubo di un Iraq sotto l’egemonia di Teheran venne contrastato con risultati soltanto parziali, anche attraverso l’estensione della guerra in Siria, dall’azione congiunta dello Stato Islamico, delle monarchie del Golfo (un ruolo di primo piano ebbe il Qatar, prima alleato e poi nemico di Riad), della Turchia e degli Stati Uniti.
Durante il secondo mandato presidenziale di Barack Obama gli Stati Uniti avviarono un processo di “uscita” progressiva dal Medio Oriente e un rapporto più dialogante con Teheran. Il primo risultato di rilievo fu l’accordo sul controllo del nucleare iraniano, noto come Jpcoa, firmato a Vienna nel luglio del 2015. Fra i paesi firmatari dell’accordo figuravano oltre all’Iran e agli Stati Uniti, anche la Germania, la Francia, il Regno Unito, la Russia e, non a caso, la Cina, che così esordiva sulla scena della diplomazia mediorientale. Quel patto fra potenze si proponeva di favorire una transizione morbida in un Medio Oriente che non si poteva più pensare di dominare con interventi militari e che si riteneva di affidare a un delicato quanto improbabile gioco di equilibri.
L’Iran vide un alleggerimento delle sanzioni economiche, riprese a esportare petrolio e il governo, guidato allora dal presidente Rouhani, ritenuto incline a una politica di apertura verso l’Occidente, ebbe modo di riprendersi dopo una delle ondate di proteste che nel paese si sviluppano periodicamente contro il regime teocratico.
L’esito dell’accordo di Vienna era di intralcio a Riad, la cui reazione rabbiosa non tardò troppo: nel gennaio del 2016 un macabro messaggio pervenì al rivale iraniano, il capo religioso della minoranza sciita saudita Nimr Baqir al-Nimri veniva decapitato insieme ad altri 46 correligionari. La conseguenza fu il saccheggio del consolato saudita a Mashhad in Iran e la rottura delle relazioni fra i due paesi.
Se la contesa per la spartizione della rendita petrolifera si inasprisce incessantemente a causa della crisi generale del capitalismo, anche la lotta per il controllo delle rotte commerciali diventa più accanita.
La guerra nello Yemen ha visto l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti impegnati sul terreno a fianco del governo ufficiale, mentre l’Iran si è schierato a sostegno dei ribelli Houthi, che da un punto di vista religioso si richiamano in maggioranza allo zaydismo, una delle correnti religiose nell’ambito dell’Islam sciita. La posizione geografica dello Yemen ne fa un paese chiave nella scacchiera internazionale dato che controlla l’accesso al Mar Rosso. Occorre ricordare che sull’altra sponda dello stretto di Bab el-Mandeb, il piccolo Stato di Gibuti ospita le basi militari di Stati Uniti, Cina, Giappone, Francia, Italia, Spagna e della stessa Arabia Saudita, mentre nella contigua Eritrea convivono, insieme con un avamposto russo, le basi militari degli arcinemici Iran e Israele.
I successi militari riportati dagli alleati dell’Iran nella guerra siriana, la sconfitta dello Stato Islamico, lo spettro del cosiddetto “Corridoio sciita” che collega l’Iran al Mediterraneo attraverso i territori controllati dai suoi alleati, la presenza della finanza iraniana in paesi rivieraschi del Golfo Persico come Kuwait, Qatar, Oman e gli stessi Emirati Arabi Uniti, e la guerra nello Yemen a un certo punto hanno posto Riad in una reale situazione di accerchiamento. Allora la monarchia saudita si è spinta a cercare un più deciso sostegno statunitense contro Teheran, con scarsi risultati, tranne la denuncia dell’accordo sul nucleare iraniano nel 2018 da parte dell’amministrazione Trump e il ripristino delle sanzioni economiche nei confronti dell’Iran, che ha dovuto limitare di nuovo le esportazioni petrolifere.
La reazione iraniana è stata nel 2019 un attacco compiuto per mezzo di droni, partiti dal territorio yemenita controllato dagli houthi, contro gli impianti sauditi di prima raffinazione del petrolio, limitando in maniera cospicua per alcuni mesi le esportazioni petrolifere di Riad.
La guerra in Ucraina ha modificato ancora una volta sensibilmente gli equilibri in Medio Oriente.
LL’Iran ha eluso in maniera più vistosa che in passato le sanzioni alle proprie esportazioni di petrolio verso la Cina che, grazie a un complesso sistema di triangolazioni che vedono un ruolo di primo piano della Malesia, hanno raggiunto il cospicuo volume di 1.500.000 barili al giorno.
Le esportazioni dell’Arabia Saudita verso la Cina sono assai più cospicue: sui 3,5 milioni di barili al giorno. Per contro, l’Arabia Saudita aiuta Mosca ad eludere le sanzioni alle esportazioni importando petrolio russo, che miscela con il proprio prima di rivenderlo all’estero.
La firma dell’accordo del 10 marzo, quindi, difficilmente porterà alla fine della rivalità su tutti i terreni di scontro come lo Yemen, il Libano, la Siria e l’Iraq, sui quali Iran e Arabia Saudita si trovano su fronti opposti. Ma resta il fatto che la diplomazia cinese ha compiuto il suo ingresso trionfale in Medio Oriente.