Miraggio del salario minimo per deviare la combattività operaia
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L’aggravarsi della crisi economica e il ritorno dell’inflazione in alcuni paesi europei hanno avuto come effetto un’ondata di agitazioni sindacali. In Francia, Gran Bretagna, Grecia, e sia pure con dimensioni minori anche in Germania, da mesi sono in corso forti movimenti di sciopero. La stessa cosa non è ancora accaduta in Italia dove, nonostante l’evidente peggioramento delle condizioni di vita dei proletari, i sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil, Ugl) non chiamano i lavoratori allo sciopero per tentare di fermare la diminuzione dei salari reali conseguente al carovita e che, anche precedentemente alla crescita dell’inflazione, è in atto da almeno tre decenni (“Il declino costante dei salari in Italia”).
Per dissimulare questa condotta imbelle e traditrice Cgil Cisl e Uil hanno proclamato tre manifestazioni interregionali in tre sabati di maggio – a Bologna (6 maggio), Milano (13 maggio) e Napoli (20 maggio) – «al fine di ottenere un cambiamento delle politiche industriali, economiche, sociali e occupazionali».
Così facendo, i sindacati di regime rinunciano, anzi tentano di impedire, che si sviluppi una lotta condotta attraverso gli scioperi per imporre aumenti salariali alle imprese, private e pubbliche. In tal modo la difesa del potere d’acquisto delle paghe è demandato a una ipotetica riforma del fisco che riduca la tassazione sui salari. Tale manovra demagogica, ordita di concerto fra governo e sindacati corporativi, non deve trarre in inganno. Ci sono infatti vari aspetti che sconsigliano qualsiasi accondiscendenza proletaria verso questa prassi del collaborazionismo sindacale.
Occorre considerare che, anche qualora il prelievo fiscale diretto sui salari venisse alleggerito, si dovrebbe tenere in conto che, mentre lo sciopero potrebbe imporre un aumento salariale al padronato nel giro di poche settimane, la strategia dilatoria dell’opportunismo sindacale allungherebbe oltremisura i tempi di riforme di origine parlamentare per le quali, anche nel migliore dei casi, occorrerebbe attendere anni. Nel frattempo i salari dei lavoratori continuerebbero a ridursi. Se si volessero accelerare i tempi, bisognerebbe imbastire mobilitazioni talmente forti da imporre quelle riforme al governo borghese. Tutto ciò è assai inverosimile, un tale esito richiederebbe scioperi ancora più potenti ed estesi di quelli in corso in Francia.
Sappiamo per certo che la Cgil – di Cisl e Uil nemmeno ne parliamo – è del tutto contraria a un simile livello di mobilitazioni. C’è un’illustre precedente storico: di fronte alla riforma delle pensioni Fornero – che fu assai più dura per i lavoratori di quella appena varata in Francia – la Cgil non seppe far altro che promuovere la miseria di 3 ore di sciopero generale nel settore privato e 8 ore per i lavoratori statali.
Altro aspetto è che aumentare i salari netti tagliando le tasse sul salario lordo è un modo per non entrare in urto con il padronato e mantenere la pace sociale, procrastinando il riaccendersi della lotta di classe. Gli industriali sono ben favorevoli a questi maneggi, vedendosi per un certo arco temporale sgravati della pressione del malcontento della propria forza lavoro.
L’ipotesi di aumentare in tal modo i salari anche evita la cosiddetta spirale inflazionistica prezzi-salari, preoccupazione ribadita l’11 aprile dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) nella nota sul Documento di Programmazione Finanziaria del Governo: «Un taglio dei contributi sociali a carico dei lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi […] sosterrà il potere d’acquisto delle famiglie e contribuirà alla moderazione della crescita salariale […] Questa decisione testimonia l’attenzione del Governo alla tutela del potere d’acquisto dei lavoratori e, al contempo, alla moderazione salariale per prevenire una pericolosa spirale salari-prezzi».
Quindi Cgil, governo e industriali sono d’accordo sulla via “per aumentare i salari”: riducendo le tasse senza toccare i profitti. Lo ha confermato il viceministro dell’Economia intervistato dal Corriere della Sera del 13 aprile in merito al taglio da tre miliardi del cuneo fiscale per i salari sotto i 35 mila euro lordi annui: «Un intervento che […] si muove nella direzione richiesta sia dai sindacati sia dalla Confindustria».
Da certe premesse appare evidente la modestia dell’aumento salariale che si otterrebbe in tal modo, col quale si confermerebbe la riduzione in corso da anni dei salari reali, alla quale verrebbe posto soltanto un piccolo freno. I due ultimi provvedimenti di taglio dell’Irpef sui salari adottati dal governo sommati insieme in media non arrivano a 50 euro di aumento mensile.
La rivendicazione della riduzione della pressione fiscale sui salari pone altri inconvenienti. Riducendo le tasse sui salari, si riduce il gettito fiscale in favore dello Stato borghese, elemento i cui effetti la classe dominante cercherà di scaricare sulla spesa sociale in favore della classe lavoratrice. Questo non significa però che sia vero il contrario, cioè che aumentando il gettito fiscale automaticamente aumenti anche la spesa sociale e che perciò i lavoratori debbano farsi carico di rivendicazioni atte a tale scopo, quale ad esempio la rinomata “tassa patrimoniale” (“La Patrimoniale”).
In una fase storica di crisi di sovrapproduzione dell’economia capitalistica, quale quella avviatasi da metà anni ‘70 nei paesi capitalisticamente maturi, in assenza di una lotta sindacale per difendere disponibilità e gratuità delle prestazioni sociali – scuola, sanità, trasporti, assistenza – incentrata sulla richiesta di assunzioni e aumenti salariali dei lavoratori di quei settori, l’aumentato gettito fiscale andrebbe in favore della borghesia, in sostegni alle imprese, al sistema bancario e dell’apparato repressivo e militare del suo Stato.
Viceversa, anche in presenza di un diminuito gettito fiscale, una lotta sindacale della forza adeguata, quindi generale di tutta la classe salariata, potrebbe imporre comunque miglioramenti nelle prestazioni sociali in favore dei lavoratori, a danno delle altre classi sociali e della forza repressiva e militare dello Stato borghese.
All’assise finale del diciannovesimo congresso della Cgil, il 16 marzo scorso a Rimini, il bonzo generale Landini ha dichiarato che «il fisco è la madre di tutte le battaglie». L’ex segretario genovese della Fiom – esponente di un gruppo che si vuole sindacalmente di classe e politicamente leninista – si è detto d’accordo! Si tratta invece null’altro che di un ennesimo diversivo con cui mascherare l’avversità di questo sindacato di regime verso le vere battaglie per obiettivi che servono agli interessi dei lavoratori. Tali lotte devono essere per forti aumenti salariali, per la riduzione della giornata e della vita lavorativa, per il salario pieno ai disoccupati. Per usare le parole di Lenin, Landini è un agente della borghesia in seno al proletariato e chi non lo riconosce è un opportunista.
Inoltre, indicando quale fine del movimento sindacale «un cambiamento nelle politiche industriali, economiche, sociali e occupazionali» – in luogo di obiettivi strettamente sindacali – la Cgil offre sostegno ai partiti borghesi ora all’opposizione, nella prospettiva di un eventuale “ribaltone” o delle future elezioni politiche con cui ai proletari sarà garantito il diritto poco apprezzabile di scegliere da quale banda di politicanti borghesi farsi opprimere.
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Oltre alla riforma fiscale, un altro tema è agitato dai partiti borghesi all’opposizione e ha animato il dibattito in seno alle organizzazioni sindacali, comprese quelle conflittuali: il salario minimo legale.
Vale anche qui quanto detto sopra: si tratterebbe, per i lavoratori che ne beneficerebbero, di attendere gli esiti della politica parlamentare. Tempi assai lunghi, quindi, per un problema che affligge i lavoratori coi salari più bassi e che quindi è per essi estremamente urgente.
Per i partiti borghesi che agitano la questione, si tratta di un comodo strumento di propaganda demagogica ed elettorale. Lo conferma la vaghezza delle proposte, che si aggirano intorno ai 9 euro l’ora, non si capisce neanche se al netto o meno dei contributi previdenziali e assistenziali. Quel di cui possiamo essere certi è che, allorquando tornassero alla guida del governo, i partiti politici che oggi si mostrano sostenitori di tale proposta di legge, ritroverebbero il loro senso di responsabilità verso l’economia nazionale e verso i capitalisti che si arricchiscono grazie ai salari bassi, e finirebbero in un compromesso al ribasso.
Anche qui, come per un lieve aumento salariale in ragione di un taglio delle tasse o del reddito di cittadinanza, non si tratta di essere a favore o contrari bensì di spiegare come si tratti di provvedimenti che mirano, col minor costo possibile, a evitare l’esplosione del malcontento sociale.
Si tratta perciò, piuttosto che di soluzioni utili a difendere veramente le condizioni di vita della classe lavoratrice, di condotte di quella parte di borghesia non priva di lungimiranza verso i propri interessi, utili a garantire la pace sociale, la moderazione salariale, la difesa dei profitti. Tanto più che per il salario minimo, come per il reddito di cittadinanza, si tratta di misure suggerite dalle istituzioni dell’Unione Europea. Un coro cui si aggiunge anche il presidente dell’Inps Tridico, che nel contempo raccomanda di «non toccare la riforma Fornero« (“La Stampa”, 18 aprile).
Sorgono però altre considerazioni in merito a questa questione. La Cgil, prima contraria, poi si è detta possibilista, ma vincola la proposta del salario minimo legale alla questione dei cosiddetti “contratti pirata” e, da questa, a quella di una legge sulla rappresentanza.
I contratti pirata sarebbero quei contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) firmati da sindacati poco rappresentativi, e in ogni caso non firmati da Cgil Cisl e Uil, che, secondo la Cgil, opererebbero una spinta al ribasso delle condizioni d’impiego dei salariati.
Ma è un documento dello scorso febbraio della stessa Cgil – della Fondazione Giuseppe Di Vittorio – relativo all’anno 2022, a mostrare come dei circa 14 milioni e mezzo di lavoratori salariati del settore privato, esclusi i lavoratori del settore agricolo e domestico, il 96,6% sia coperto da contratti collettivi firmati da Cgil Cisl e Uil e solo il 3,4% (474.755 lavoratori) lo sia da contratti collettivi siglati da altri sindacati. Sempre secondo lo stesso documento, a dicembre 2022 risulterebbero registrati dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) 959 contratti collettivi nazionali nel settore privato. Di questi 211 sottoscritti da Cgil Cisl e Uil; 748 da altre organizzazioni sindacali. Secondo Affari e Finanza del 27 marzo, che riporta numeri che si discostano di poco dal documento della Fondazione Di Vittorio, dei circa 750 contratti non firmati da Cgil Cisl e Uil, la metà sarebbero firmati da Ugl, Cisal e Confsal «spesso identici o molto simili a quelli dei sindacati confederali».
Quindi la questione dei contratti pirata riguarda meno del 3,4% dei lavoratori e appare un pretesto della Cgil per chiedere una legge sulla rappresentanza che garantisca ulteriormente ad essa, e alla Cisl e alla Uil il monopolio della contrattazione, onde difendersi non dall’Ugl e dagli altri sindacati di comodo creati da associazioni padronali per ottenere contratti ancora peggiori per i lavoratori, ma dal sindacalismo di classe.
Per altro, risulta che, ad esempio, la Fisascat Cisl (Federazione Addetti Servizi Commerciali, Affini e del Turismo) non sia favorevole a una legge sulla rappresentanza. E che in ormai 10 anni non sia mai stato messa in pratica la misura della rappresentanza prevista dal Testo Unico del gennaio 2014, come media dei voti Rsu e degli iscritti, certificata dall’INPS. Quindi, nemmeno fra Cgil Cisl e Uil vi è accordo circa la legge sulla rappresentanza, forse perché, in una certa misura e a seconda delle categorie, essa favorirebbe un sindacato a discapito degli altri.
La questione dei contratti pirata assume anche il contorno di una giustificazione alla miseria dei risultati della tanto decantata contrattazione di Cgil Cisl e Uil.
Infatti, sono circa 4 milioni i lavoratori coperti da contratti collettivi nazionali di lavoro siglati da Cgil Cisl e Uil che fissano minimi salariali inferiori ai 9 euro lordi:
– turismo: trattamento orario minimo di 7,48 euro;
– cooperative servizi socio-assistenziali: 7,18 euro;
– pubblici esercizi, ristorazione e turismo: 7,28 euro;
– tessile e abbigliamento: 7,09 euro;
– servizi socio-assistenziali: 6,68 euro;
– imprese di pulizia e dei servizi integrati o dei multiservizi: 6,52 euro;
– vigilanza e servizi fiduciari: 4,60 euro all’ora per il comparto dei servizi fiduciari e poco superiore a 6 euro per i servizi di vigilanza privata.
Il 6 aprile una sentenza del tribunale del lavoro di Milano ha condannato un’azienda, a seguito di un’azione legale promossa dall’Adl Cobas, a risarcire una lavoratrice perché il CCNL applicato non garantiva «un trattamento retributivo proporzionato alla quantità e qualità del lavoro prestato e sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» (art. 36 della Costituzione). Si trattava del contratto vigilanza e servizi fiduciari siglato da Cgil Cisl e Uil. Quindi la Cgil, che difende la Costituzione borghese quale principio politico assoluto e intangibile, firma contratti che la magistratura borghese afferma violino la stessa Costituzione!
A ciò si aggiunga un ultimo elemento. Il tempo medio di ritardo per il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro nel settore privato è di 33,9 mesi, quasi 3 anni.
Tutto ciò serve a mostrare come gli elefantiaci apparati di questi sindacati di regime, con migliaia di funzionari, siano del tutto inutili ai fini della difesa dei lavoratori, e servano invece a controllare e immobilizzare la classe lavoratrice.
Sulla questione dei salari, e in particolare sulla questione del salario minimo, l’Unione Sindacale di Base ha organizzato a Roma un convegno il 31 marzo scorso, ospiti il capo del Movimento 5 Stelle Conte e il presidente dell’Inps Tridico.
I capi dell’Usb da un lato giustamente affermano che solo la lotta può difendere i salari, e hanno promosso uno sciopero generale per il prossimo 26 maggio con al centro la rivendicazione di un aumento salariale medio di 300 euro. Dall’altro offrono e cercano sostegno in un partito politico borghese che agita la rivendicazione del salario minimo.
Ma anche questa rivendicazione dovrebbe essere sostenuta da un forte movimento di lotta dei lavoratori onde evitare che si risolva, nell’ambito della politica borghese e parlamentare, in una misera legge assai più utile al mantenimento della pace sociale che alla difesa dei salari. D’altronde, se vi fosse la forza per imbastire un movimento di lotta sindacale finalmente potente, perché mai bisognerebbe rivendicare un salario minimo invece che, appunto, aumenti salariali maggiori e per tutti?
Se, come è, il problema è la lotta, bisognerebbe concentrarsi sul dato per cui in Francia come in Inghilterra le categorie che più hanno scioperato in questi mesi sono quelle che in Italia sono sottomesse alla legge anti-sciopero, la 146 del 1990 e la 83 del 2000. Leggi che vennero anticipate dai codici di autoregolamentazione, sottoscritti dai sindacati tricolore al fine di impedire che la lotta economica dei proletari dilagasse fuori dal loro controllo. Quindi a una parte consistente della classe salariata in Italia è di fatto vietato scioperare in modo efficace da due leggi fasciste, invocate dai sindacati di regime e approvate, in piena democrazia, da un governo democristiano e da uno di centro-sinistra (D’Alema).
Un partito che volesse dimostrarsi dalla parte della classe lavoratrice dovrebbe porre al centro dei suoi obiettivi non il salario minimo ma l’abrogazione di queste leggi e il ripristino della piena libertà di sciopero. Cosa che, non a caso, nessun partito oggi presente in parlamento si sogna lontanamente di fare, dimostrando anche in questo modo la sua natura borghese. Da molti decenni ogni partito presente in parlamento non può non essere espressione degli interessi della classe capitalistica.
I dirigenti dell’Usb, dunque, invece di persistere nella loro condotta opportunista, cercando alleanze con tali partiti, dovrebbero perseguire l’unità d’azione con tutte le forze del sindacalismo conflittuale, cioè coi sindacati di base e le aree conflittuali in seno alla Cgil, ponendo, oltre alla giusta rivendicazione salariale dello sciopero del 26 maggio, la questione della libertà di sciopero. Invece i capi dell’Usb promoovono questo sciopero senza coinvolgere gli altri sindacati di base, tornando alla pratica degli scioperi “ciascuno per sé”, precedente ai tentativi di scioperi unitari degli ultimi due anni. Un bel passo indietro, di cui naturalmente sono responsabili tutte le dirigenze opportuniste dei maggiori sindacati di base.
La lotta contro l’opportunismo politico-sindacale è aspetto cruciale della lotta di classe e conferma la necessità e la funzione del comunismo rivoluzionario, del suo partito e della sua azione in seno al movimento sindacale, per mettere finalmente a disposizione dei lavoratori le armi teoriche e organizzative con cui difendersi dallo sfruttamento capitalistico e, su questa base, passare all’offensiva sul piano politico.