Forza violenza e dittatura nella lotta di classe Pt.3
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III. Regime borghese come dominazione
In questo studio si esamina la portata dell’impiego della forza nei rapporti sociali, distinguendo tra le manifestazioni palesi di violenza spinta sino alla strage, ed il gioco delle imposizioni che si attuano senza resistenza materiale della persona o del gruppo che le subisce, in virtù di una sanzione comminata ai trasgressori o comunque di una disposizione delle vittime a riconoscere la norma che loro sovrasta.
Nella prima parte abbiamo stabilito un raffronto tra questi due tipi del manifestarsi della energia nel campo sociale, e le due forme in cui l’energia si manifesta nel mondo fisico: quella attuale e cinetica, o dimovimento, che si accompagna all’urto ed alla esplosione dei più svariati agenti; e quella virtuale e potenziale, o di posizione, che, pur non dando luogo a tali manifestazioni, ha parimenti gioco importantissimo nell’insieme dei fatti e dei rapporti di cui si tratta.
Tale raffronto, svolto dal campo fisico a quello biologico ed a quello umano, lo abbiamo seguito con brevi cenni nel corso delle epoche storiche, e, pervenendo al presente periodo borghese capitalistico, abbiamo mostrato che in esso il gioco della forza e della violenza nei rapporti economici, sociali e politici tra individuo e individuo e soprattutto tra classe e classe non solo ha un peso grandissimo e fondamentale, ma, se di una misura potesse parlarsi, assume frequenza e vastità assai maggiori che nelle epoche precedenti e nei tipi di società precapitalistiche.
Ad una misura economico-sociale in una indagine di più vasta portata è possibile ricorrere, qualora si cerchi di ridurre a cifre il valore della somma di lavoro umano estorto a beneficio delle classi privilegiate alle grandi masse che lavorano e producono. Nella società moderna, poiché è sempre diminuita l’aliquota degli individui e dei gruppi economici che riescono a vivere in un proprio ciclo autonomo consumando ciò che producono senza rapporti con l’esterno, è grandemente aumentato il numero di coloro che lavorano per conto altrui e che ricevono una remunerazione che compensa solo una parte del loro sforzo, e le distanze sociali tra il tenore di vita della grande maggioranza produttrice e quello dei membri delle classi abbienti è aumentata enormemente. Non è infatti la esistenza singola di uno o pochissimi grandi dominatori che vivano nel lusso quello che conta, ma la massa di ricchezze che una minoranza sociale riesce a destinare a scopi voluttuari di ogni genere quando la maggioranza riceve poco più dello stretto necessario alla vita.
Poiché il nostro tema più che al lato economico tendeva al lato politico della questione, il quesito che dobbiamo porci nei confronti del regime di privilegio e di dominio capitalistico è quello della relazione tra l’uso della violenza bruta e quello della forza virtuale che piega i diseredati al rispetto dei canoni e delle leggi vigenti senza che si attui l’infrazione o la rivolta.
Tale relazione varia moltissimo a seconda delle varie fasi della storia del capitalismo ed a seconda dei vari paesi in cui questo è stato introdotto. Si possono citare esempi di zone neutre e quasi idilliache dove la forza dello stato viene maggiormente vantata come liberamente accetta da parte di tutti i cittadini, dove è mantenuta una ridotta polizia, dove gli stessi conflitti di interessi sociali tra lavoratori e datori di lavoro si esplicano con l’impiego di mezzi pacifici. Ma queste Svizzere tendono a diventare, nello spazio e nel tempo, oasi sempre più rare nel quadro mondiale del capitalismo.
Questo ai suoi inizi storici non poté conquistare le sue posizioni senza lotte aperte e sanguinose, in quanto i vincoli costituiti dalla impalcatura statale dei vecchi regimi potevano essere infranti soltanto colla forza. La sua espansione nei continenti extraeuropei con le spedizioni coloniali e le guerre di conquista e di preda fu non meno sanguinosa, poiché solo con la strage si poté sostituire ai modi di organizzazione sociale delle popolazioni indigene quello capitalistico, e in alcuni casi intiere razze umane furono sterminate, fatto ignoto alle civiltà preborghesi.
In linea generale, dopo questa fase virulenta di nascita e di affermazione del capitalismo, si apre un suo periodo intermedio di sviluppo, che pure essendo ad ogni tratto intermezzato sia da scontri sociali e da repressione dei moti delle classi sacrificate, che da guerre tra gli stati, non interessanti tuttavia l’intiero mondo conosciuto, è quello che più si è prestato alla apologetica liberale e democratica tendente a mostrare falsamente un mondo in cui, tolti i casi eccezionali e patologici, i rapporti tra i singoli e tra le categorie si svolgevano con un massimo di ordine, di pace, di consenso spontanei e di libera accettazione.
Sia detto tra parentesi che nel riferirsi agli strappi delle guerre coloniali o nazionali, delle rivolte, delle insurrezioni, delle repressioni, che costituiscono anche nelle fasi più scorrevoli e tranquille della storia borghese il campo di applicazione della violenza palesemente scatenata, deve osservarsi che vi è l’elemento tecnico, ben degno di essere chiamato progressivo, per cui in queste crisi lo spargimento di sangue ed il numero delle vittime tende a crescere, a parità di altre condizioni, rispetto alle crisi del passato. Infatti parallelamente al perfezionarsi dei mezzi di produzione si potenziano quelli di offesa e di distruzione, si creano armi più tremende, e i vuoti che potevano fare i pretoriani passando a fil di spada gli ammutinati contro Cesare erano scherzi al paragone di quelli che fa la mitraglia contro gli insorti dell’epoca moderna.
Ma ciò che interessa è mostrare che anche in lunghe fasi di amministrazione incruenta del dominio capitalistico, la forza di classe non cessa di essere presente e la sua influenza virtuale contro i possibili scarti di individui isolati, di gruppi organizzati o di partiti, resta il fattore dominante per la conservazione dei privilegi e degli istituti della classe superiore. Abbiamo già annoverato tra le manifestazioni di questa forza di classe, non solo tutto l’apparato statale con le sue forze armate e la sua polizia, quando anche resti con l’arma al piede, ma tutto l’armamentario di mobilitazione ideologica giustificatrice dello sfruttamento borghese, attuato con la scuola, la stampa, la chiesa e tutti gli altri mezzi con cui vengono plasmate le opinioni delle masse. Questa epoca di apparente tranquillità è solo turbata talvolta da inermi dimostrazioni degli organismi di classe proletari, ed il buon borghese può dire, dopo il corteo di primo maggio, come nei versi del poeta: «grazie a Cristo e al questore, anche questa è passata». Allorché il turbamento sociale brontola più minaccioso, lo stato borghese comincia a mostrare la sua potenza con le misure di tutela dell’ordine: una espressione tecnica della polizia di stato dà una felice idea dell’uso della violenza virtuale: «la polizia e le truppe sono consegnate nelle caserme ». Ciò vuol dire che non si combatte ancora sulla piazza, ma se l’ordine borghese ed i diritti padronali fossero minacciati, le forze armate uscirebbero dalle loro sedi ed aprirebbero il fuoco.
La critica rivoluzionaria, non lasciandosi incantare dalle apparenze di civiltà e di sereno equilibrio dell’ordine borghese, aveva da tempo stabilito che anche nella più democratica repubblica lo stato politico costituisce il comitato di interessi della classe dominante, sgominando in modo decisivo le rappresentazioni imbecilli secondo cui, da quando il vecchio stato feudale clericale e autocratico fu distrutto, sarebbe sorta, grazie alla democrazia elettiva, una forma di stato nella quale a ugual diritto sono rappresentati e tutelati tutti i componenti la società qualunque ne sia la condizione economica. Lo stato politico, anche e soprattutto quello rappresentativo e parlamentare, costituisce una attrezzatura di oppressione. Esso può ben paragonarsi al serbatoio delle energie di dominio della classe economica privilegiata, adatto a custodirle allo stato potenziale nelle situazioni in cui la rivolta sociale non tende ad esplodere, ma adatto soprattutto a scatenarle sotto forma di repressione di polizia e di violenza sanguinosa non appena dal sottosuolo sociale si levino i fremiti rivoluzionari.
Tale èil senso delle classiche analisi di Marx e di Engels sui rapporti tra società e stato, ossia tra classi sociali e stato, e tutti i tentativi di scuotere questo cardine della dottrina di classe del proletariato furono schiacciati nel ripristino dei valori rivoluzionari realizzato da Lenin, da Trotzki e dalla Internazionale Comunista subito dopo la prima guerra mondiale.
Come non ha senso scientifico stabilire l’esistenza di un quantum di energia potenziale se non si può prevedere che in situazioni successive questa si sprigionerà allo stato cinetico, così la definizione marxista del carattere dello stato politico borghese rimarrebbe priva di senso e di conseguenze se non corrispondesse alla certezza che nella fase culminante questo organo di potenza del capitalismo non potrà mancare di scatenare allo stato attuale tutte le sue risorse contro l’erompere della rivoluzione proletaria.
D’altra parte l’equivalente delle tesi marxiste sul crescere della miseria, sull’accumulazione e la concentrazione del capitale, nella sfera dei fatti politici, non poteva essere altro che il concentrarsi, il potenziarsi dell’energia racchiusa nella impalcatura statale. Ed infatti, chiusa con lo scoppio della guerra del 1914 l’ingannevole fase pacifista dell’era capitalista, mentre le caratteristiche economiche volgevano nel senso del monopolio, dell’attivo intervento dello stato nell’economia e nelle lotte sociali, fu evidente, soprattutto nella classica analisi di Lenin, che lo stato politico dei regimi borghesi assumeva forme sempre più decise di stretta dominazione e di oppressione poliziesca. In altre elaborazioni è stato stabilito in questa rivista che la terza e più moderna fase del capitalismo si definisce in economia come monopolistica e pianificatrice, in politica come totalitaria e fascista.
Quando i primi regimi fascisti sono apparsi e si sono presentati alla più immediata e banale interpretazione come una riduzione e una abolizione delle cosiddette garanzie parlamentari e legalitarie, si trattava in effetti puramente, in dati paesi, di un passaggio della energia politica di dominio della classe capitalistica dallo stato virtuale allo stato cinetico.
Era palese ad ogni seguace della prospettiva marxista, definita come catastrofica dagli stupidi eviratori della potenza rivoluzionaria di quella dottrina, che il crescente stridore delle antitesi di classe avrebbe spostato il contrasto degli interessi economici sul piano di un irrompente attacco rivoluzionario sferrato dalle organizzazioni del proletariato contro la cittadella dello stato capitalistico, e che esso, a questo punto, scoprendo le sue batterie, avrebbe ingaggiato la lotta suprema per la sua conservazione.
In determinati paesi e in determinate situazioni, come ad esempio nell’Italia del 1922 e nella Germania del 1933, la tensione dei rapporti sociali, la instabilità del tessuto economico capitalistico, la crisi — in forza di vicende belliche — della stessa impalcatura dello stato, divennero così acute che la classe dominante intravede vicino il momento ineluttabile in cui, frusti ormai tutti gli inganni della propaganda democratica, avrebbe dovuto attendersi la soluzione dall’urto violento delle opposte classi.
Si verificò allora quella che si definì giustamente come offensiva padronale. La classe borghese che aveva fino allora, nel pieno sviluppo del suo sfruttamento economico, mostrato di sonnecchiare dietro l’apparente bonomia e tolleranza delle sue istituzioni rappresentative e parlamentari, riuscita a raggiungere un grado di strategia storica grandemente apprezzabile, ruppe gli indugi e prese l’iniziativa pensando che ad una suprema difesa del fortilizio dello stato contro l’assalto della rivoluzione (tendente secondo l’insegnamento di Marx e di Lenin non ad occuparlo, ma a spezzarlo in frantumi fino alle ultime conseguenze) fosse preferibile una sortita dai suoi bastioni ed una azione offensiva volta ad infrangere le posizioni di partenza della organizzazione proletaria.
Fu quindi di poco anticipata una situazione che nella prospettiva rivoluzionaria era chiaramente prevista, in quanto i comunisti marxisti non avevano mai pensato di poter attuare il trapasso alla realizzazione del loro programma senza questo supremo scontro tra le opposte forze di classe, ed in quanto tutta l’analisi della più recente evoluzione del capitalismo e del grandeggiare delle mostruose sue formazioni statali nella loro gigantesca impalcatura lasciava chiaramente intendere la inesorabilità di questo sviluppo.
Il grande errore di valutazione di tattica e di strategia che favorì la vittoria della controrivoluzione fu quello di deprecare questa potente conversione del capitalismo dal terreno della ipocrisia democratica a quello della aperta azione di forza come un movimento revocabile nella storia, e dal contrapporgli non la richiesta dell’abbattimento della forza capitalistica, ma la stupida ed imbelle pretesa che questa, rifacendo all’inverso quel cammino storico che noi marxisti le avevamo sempre attribuito, e per comodità personale di capi politici istrioni e vigliacchi, si compiacesse di rinculare dallo sfoderamento delle sue armi di classe sulla posizione vuota e superata della mobilitazione senza guerra che costituiva il compiacente aspetto del periodo precedente.
L’equivoco sostanziale sta nell’essersi meravigliati, nell’aver piagnucolato, nell’aver deplorato che la borghesia attuasse senza maschera la sua dittatura totalitaria, quando invece noi sapevamo benissimo che questa dittatura era sempre esistita, che sempre l’apparato dello stato aveva avuto, in potenza se non in atto, la funzione specifica di attuare, di conservare, di difendere dalla rivoluzione il potere e il privilegio della minoranza borghese. L’equivoco è consistito nel preferire un’atmosfera borghese democratica ad un’atmosfera fascista, nello spostare il fronte della lotta dal postulato della conquista proletaria del potere a quello della illusoria restaurazione di un modo democratico di governare del capitalismo sostituito a quello fascista.
Lo sbaglio fatale è consistito nel non intendere che in qualunque modo la vigilia rivoluzionaria attesa per tanti decenni avrebbe presentato dinnanzi alla avanzata proletaria uno stato borghese schierato a difesa armata, e che quindi tale situazione doveva apparire come progressiva e non regressiva rispetto a quella degli anni di apparente pace sociale e di limitato impulso della forza di classe del proletariato. Il male arrecato allo sviluppo delle energie rivoluzionarie e alle prospettive per l’attuazione di una società socialista non è dipeso dal fatto che la borghesia organizzata a tipo fascista sia più potente e più efficiente nella difesa del suo privilegio di una borghesia ancora organizzata a tipo democratico. La potenza e l’energia di classe è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l’innocua custodia di tela. In fase fascista l’energia si manifesta allo stato cinetico, il cappuccio è tolto, il colpo deflagra. La richiesta disfattista e idiota rivolta dai capi traditori del proletariato al capitalismo sfruttatore ed oppressore è quella di rimettere l’ingannevole schermo sulla bocca dell’arma. Per tal modo l’efficienza del dominio e dello sfruttamento non sarebbe diminuita, ma soltanto incrementata dal rinnovato espediente dell’inganno legalitario.
Poiché sarebbe ancora più insensato chiedere al proprio nemico di disarmare bisogna accogliere con letizia il fatto che egli, costretto dalle urgenze della situazione sveli le proprie armi, poiché sarà meno difficile affrontarle ed infrangerle.
Il regime borghese di dittatura adunque è una fase immancabile e prevista della vita storica del capitalismo il quale non morirà senza averla esperita. Lottare per il rinvio di questo palesarsi delle opposte energie sociali di classe, svolgere una propaganda vana e retorica ispirata ad uno stupido orrore di principio per la dittatura, è tutto lavoro svolto soltanto a favore del sopravvivere del regime capitalistico, del prolungarsi dell’asservimento e della oppressione sulla classe lavoratrice.
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Altra conclusione molto fondata, per quanto molto atta a far gridare tutte le oche delle sinistre borghesi, è che nel confronto tra la fase capitalistica di democrazia e quella di totalitarismo la somma della oppressione di classe è maggiore nella prima, pure restando pacifico che la classe dominante tende a scegliere sempre quella più utile alla sua conservazione. Il fascismo scatena indubbiamente una maggiore massa di violenze di polizia e di repressioni consumate anche sanguinosamente, ma tale aspetto di energia attuale disturba soprattutto gravemente, insieme ai pochissimi autentici capi e quadri rivoluzionari del movimento operaio, uno strato di mezzi borghesi professionisti della politica che si atteggiano a progressivi e amici della classe operaia, ma in realtà non sono che la milizia dei padroni specializzata per il servizio in tempi di commedia parlamentare. Quelli che non fanno a tempo a mutare stile e livrea sono sgombrati a pedate: di qui la maggior parte delle strida.
Quanto alla massa della classe lavoratrice essa seguita ad essere sfruttata come sempre è stata nel campo economico, e le avanguardie che si formano nel suo seno per l’assalto al regime presente seguitano, appena imboccano la giusta via antilegalitaria di azione, ad avere quel piombo che le attende anche da parte dei governi borghesi democratici, come nei mille esempi da parte dei repubblicani in Francia nel ’48 e ’71, da parte dei socialdemocratici in Germania nel 1919, eccetera.
Ma il nuovo metodo pianificatore di condurre l’economia capitalistica, costituendo, rispetto all’illimitato liberismo classico del passato ormai tramontato, una forma di autolimitazione del capitalismo, conduce a livellare intorno ad una media la estorsione di plusvalore. Vengono adottati i temperamenti riformistici propugnati dai socialisti di destra per tanti decenni, e vengono così ridotte le punte massime e acute dello sfruttamento padronale, mentre le forme di materiale assistenza sociale vanno sviluppandosi. Tutto ciò tende al fine di ritardare le crisi di urto tra le classi e le contraddizioni del metodo capitalistico di produzione, ma indubbiamente sarebbe impossibile pervenirvi senza riuscire a conciliare, in una certa misura, l’aperta repressione delle avanguardie rivoluzionarie, ed un tacitamento dei bisogni economici più impellenti delle grandi masse. Questi due aspetti del dramma storico che viviamo sono condizione l’uno dell’altro: il vecchio Churchill ha detto con ragione ai laburisti: non potrete fondare una economia di Stato senza uno Stato di polizia. Più interventi, più regole, più controlli, più sbirri. Il fascismo consiste nella integrazione tra l’abile riformismo sociale e l’aperta difesa armata del potere statale. Non tutti i suoi esempi sono alla stessa altezza, ma quello tedesco, spietato nell’eliminare i suoi avversari fin che si vuole, attuò un tenore di vita economica media molto alto ed una amministrazione tecnicamente ottima, e quando prescrisse limitazioni di guerra le fece pesare anche sulle classi abbienti in una inattesa misura.
Adunque se in fase totalitaria l’oppressione borghese di classe aumenta la proporzione di impiego cinetico della violenza rispetto a quello potenziale, l’insieme della pressione sul proletariato non ne risulta aumentato ma diminuito. Appunto per questo la crisi finale della lotta di classe subisce storicamente un rinvio.
La morte delle energie rivoluzionarie è nella collaborazione tra le classi. La democrazia è una collaborazione di classe a chiacchiere, il fascismo è collaborazione di classe in fatto. Stiamo vivendo questa fase storica in pieno. La ripresa della lotta tra le classi uscirà dialetticamente da una fase ulteriore, ma per ora sia stabilito che non può uscire dallo schieramento delle classi lavoratrici sulla istanza del ritorno al liberalismo, in cui nulla hanno da guadagnare, nemmeno relativisticamente.
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Questa esposizione si riferisce soprattutto all’impiego della forza della violenza e della dittatura da parte delle classi dominanti; non esaurisce l’argomento dell’impiego di tali energie da parte del proletariato nella lotta per prendere il potere e nel suo esercizio, punto importante da riservare ad altre trattazioni. Ma restando ancora nell’ambito dello studio delle forme borghesi di dittatura, non sarà male precisare che parlando di metodo capitalistico fascista totalitario e dittatoriale noi ci riferiamo sempre ad azioni ed organamenti collettivi e non vediamo prevalere sullo sfondo storico le persone dei dittatori, che tanto occupano l’attenzione del pubblico abilmente montata, con pari effetto, da fautori e denigratori.
In pieno svolgimento di questa ultima guerra due dei grandi sono stati eliminati: Roosevelt e Churchill; in sostanza nulla è mutato nel processo in esame. Lasciando andare l’Italia in cui gli esempi del fascismo e dell’antifascismo hanno avuto molto di burattinesco (il primo saggio di ogni innovazione fa sempre ridere, come le prime automobili visibili in museo rispetto ad una macchina moderna di serie), in Germania la persona di Hitler rappresentava un fattore superfluo del potente inquadramento nazista di forze; il regime sovietico farà benissimo a meno di Stalin a suo tempo; l’altro impressionante apparato energetico del Giappone si basava su caste e su classi senza un capo personale.
Si può uscire dalla marea travolgente di menzogne di cui si abbevera l’odierna opinione solo dando una caccia spietata non soltanto al feticcio di quel protagonista oramai ridotto al lumicino che è l’individuo del basso, l’uomo della strada, l’uomo qualunque, ma anche al più brillante e portato nella luce dei riflettori che è l’individuo messo in alto, il Capo, il Grande.
Che viviamo in tempo di autogoverno dei popoli non lo credono neppure le galline.
Ma non siamo neanche in mano a pochi grandi uomini. Siamo in mano a pochissimi grandi Mostri di classe, ai massimi Stati della terra, macchine di dominio, la cui strapotenza pesa su tutti e su tutto, il cui accumulare senza mistero energie potenziali prelude, da tutti i lati dell’orizzonte, e quando la conservazione degli istituti presenti lo richieda, allo spiegamento cinetico di forze immense e stritolatrici, senza la minima esitazione, da nessuna parte, innanzi a scrupoli civili morali e legali, ai principi ideali di cui gracchia da mane a sera l’ipocrisia infame e venduta delle propagande.