Elementi dell’economia marxista Pt.1
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- Francese: Éléments de l’économie marxiste Pt.1
- Italiano: Elementi dell'economia marxista Pt.1
Il lavoro che prendiamo a pubblicare è una esposizione, in forma in un certo senso diversa dall’originale, del Primo Libro del Capitale. Non è un riassunto e tanto meno una volgarizzazione. Lo studio dell’opera fondamentale di Marx esige una preparazione economica storica e filosofica i cui risultati vanno applicati di pari passo. Qui si è in un certo modo sceverata ed allineata la parte economica del testo.
Un analogo lavoro per la parte storica e filosofica può dare basi sufficienti al lavoro per una impostazione ed una conoscenza corretta della dottrina integrale del comunismo, nella sua classica enunciazione originale.
La Merce
Merce è una cosa che possegga due proprietà: a) essere utile, ossia atta a soddisfare bisogni umani; b) essere suscettibile di venire permutata con altre merci.
Valore d’uso. Indichiamo con questa espressione la proprietà a). Corrisponde essa ad una grandezza suscettibile di misurazione quantitativa? No, perché il valore d’uso di una stessa merce è mutevole secondo circostanze di tempo, di luogo e di persona. Il valore d’uso è dunque una proprietà qualitativa, ma non può essere trattato come grandezza quantitativa1.
Valore di scambio: indichiamo così la seconda proprietà della merce, ossia la sua permutabilità.
È il valore di scambio quantitativamente misurabile? E se sì, a quali grandezze note lo si deve ricondurre? Si risponde affermativamente alla prima domanda, perché sebbene a prima vista si presentino tanti scambi isolati tra una quantità d’altre merci, in tutte queste relazioni vi deve essere qualcosa di comune.
Quanto alla seconda domanda, non potremo riferire la misurazione del valore di scambio alle proprietà specifiche che definiscono quello d’uso, come colore, sapore, forma, composizione chimica, ecc., potendosi senza cambiare valore di scambio permutare la merce con altra di qualsivoglia qualità d’uso. Il carattere comune a varie merci indifferentemente permutabili può venire ricondotto solo al fatto che esse sono tutte prodotti del lavoro umano.
Ci proponiamo allora di misurare il valore di scambio riferendoci al lavoro, comune grandezza misurabile. Il lavoro umano è solo misurabile come tempo di lavoro.
Va subito inteso che non si tratta del tempo di lavoro occasionalmente occorso a produrre una data merce, ma può variare per mille circostanze, ma del tempo di lavoro medio occorrente a riprodurla sistematicamente, ossia del tempo di lavoro socialmente necessario.
Il valore di scambio è l’attitudine della merce ad essere scambiata con le altre in un dato rapporto, ed è grandezza misurabile.
Il numero che misurerà il valore di scambio rispetto ad un’unità di misura convenuta, è sempre proporzionale al tempo di lavoro sociale-medio occorrente a produrre una determinata merce, ossia il numero stesso è dato da questo tempo diviso per il tempo di lavoro occorrente a produrre l’unità convenuta del valore di scambio.
La forza produttiva del lavoro medio varia se variano i procedimenti della tecnica. Quando ciò avviene varia il valore di scambio delle merci di quel dato tipo. Ben inteso, varia anche per le merci ancora esistenti, prodotte col sistema non perfezionato e con più lungo tempo di lavoro.
Di qui si vede che è errata anche la formula che il valore sia lavoro cristallizzato ed occorre formulare la legge nei termini precisi prima detti.
Nella merce il lavoro è rappresentato in forma duplice: il valore d’uso è in rapporto alla qualità particolare del lavoro occorrente; il valore di scambio è in rapporto alla quantità di tempo di lavoro umano generico occorrente a riprodurlo.
Parlando di tempo e di forza di lavoro ci si riferisce al lavoro semplice da cui va distinto il lavoro complesso o qualificato. In tutta la trattazione si riduce sempre il lavoro complesso a quello semplice come si vedrà meglio in seguito.
Forme del valore. La merce ha due forme (ossia si presenta – può essere considerata – viene trattata in due modi, sotto due aspetti): la sua forma naturale, per lo più fisica e materiale, e la forma valore.
E sotto quale forma ci appare il valore? In pratica, empiricamente, come dato sperimentale, il valore ci viene sott’occhio nella forma denaro, che in fondo è il prezzo. Si tratta di arrivare a questo dato pratico, a tutti familiare, con un’analisi deduttiva che parta dalla semplice proprietà di scambiarsi che hanno le merci, poiché abbiamo stabilito che in quanto si scambiano in tanto valore (di scambio).
Si prendano le mosse dal fatto più semplice dello scambio tra due partite di merci:
x Merce A = y Merce B
Il valore appare qui in una prima forma che diremo semplice o particolare. Abbiamo una eguaglianza, con due membri. Sebbene noi possiamo come in qualunque eguaglianza quantitativa cambiarli di posto, tuttavia le espressioni x Merce A e y Merce B hanno diverso carattere. Esprimono le stesse quantità di valore; ma la quantità y della merce B serve a definire quanto vale la merce A. Perciò chiameremo il primo membro forma relativa, il secondo forma equivalente.
Valore x Merce A = Valore y Merce B = valore V
forma relativa forma equivalente del valore V
(forma semplice del valore)
Se volessimo esprimere con un numero la grandezza assoluta del valore V, ossia esprimendo secondo una unità di misura generale applicabile a tutte le merci A-B-C-D, ecc., non potremo farlo partendo dai dati della formula semplice. Possiamo, infatti, dedurre da questa la relazione:
Valore x unità Merce A = Valore y unità Merce B = Valore V, ma ma ciò non ci permette di dire quale è il valore di una unità (Kg., ecc.) di A perché esso dipende dal valore di B. Ora può mutare sia il valore di A che quello di B per mutamenti nel tempo di lavoro occorrente per A e per B, ed allora il rapporto y : x cambia e quindi avremmo diverse espressioni del valore cercato ossia non saremmo ancora giunti alla misura assoluta.
Forma del valore completa o sviluppata
Con la forma semplice la merce che c’interessa non trova che un solo equivalente, e non giungiamo ad una misura generale del valore. Facendo un passo più innanzi, supponiamo di sapere tutti gli equivalenti dalla merce A espressi dalle altre merci che sono sul mercato.
Valore di x merce A = Valore di y merce B = Valore di z merce C = ecc… ecc…
Per avere un’idea di tutto il mercato (si pensi all’epoca del baratto in natura) dobbiamo saper scrivere per ogni merce la forma sviluppata suddetta. Se le merci sono n, questa si compone di n‑1 eguaglianze, e in tutto le eguaglianze sono n · (n‑1). Ad es.: per 10 merci dobbiamo conoscere 90 relazioni.
Forma valore generale.
Le n · (n‑1), 90, relazioni non sono però tutte indipendenti, e sono tutte contenute nelle n‑1 o nelle 9 della forma sviluppata. Allora non abbiamo che da rovesciare questa e riferire il valore di tutte le altre n‑1 merci a quello della merce A divenuta unico equivalente o equivalente generale avendo:
y merce B = z merce C = m merce D… = x merce A
In pratica ciò significa che, generalizzandosi il baratto in natura, per non ricordare 90 relazioni, ma solo 9, si elegge una merce ad equivalente comune di tutte le altre.
Non abbiamo ancora un’espressione assoluta nella misura o quantità di valore, ma ne abbiamo una misura per così dire ufficiale espressa dalla quantità della merce equivalente che corrisponde ad ogni merce speciale. Così i selvaggi ad es. commerciano bestie ed altro esprimendone il valore in libbre di sale.
Con lo svilupparsi del commercio la merce equivalente non solo ha un ufficio mnemonico, ma si scambia, di fatto, con tutte le altre merci, essendo sparito il contatto diretto tra i singoli barattatori. La forma semplice (ad es. una vacca = tre capre) non si realizza più, ma si ha lo scambio tra una vacca e 30 libbre di sale e poi tra 10 libbre di sale e una capra. Ossia il commerciante si interpone tra chi vende la vacca e chi compera la capra, che sono materialmente distanti; ed egli porta seco la merce o l’equivalente sale nell’avvicinare ognuno. Il sale circola non più solo per andare al suo consumo, ma molto più spesso per facilitare la circolazione di tutte le altre merci.
Occorre però che la merce equivalente sia facile a trasportare, di poco volume, assolutamente inalterabile. Tali requisiti furono trovati nell’oro che è divenuto l’equivalente generale, e siamo così passati alla forma denaro del valore.
Carattere storico e sociale della questione
A questo punto dell’analisi del valore Marx inserisce un capitolo sul “carattere feticcio della merce e il suo segreto”. Tale capitolo è d’indole storica e polemica ed esso presuppone una enunciazione della dottrina del determinismo economico che non forma l’oggetto del Capitale, ma è inseparabile dalle dottrine marxiste sul carattere dell’economia capitalistica.
L’inserzione di tale capitolo non è una digressione e non è il caso di riassumerlo, perché piuttosto andrebbe assai largamente sviluppato.
Nel fare l’analisi delle forme-valori abbiamo applicato alla questione il metodo scientifico positivo. Ma l’oggetto della ricerca non erano fatti di carattere assoluto ed immanente, come ad es.: la natura degli elementi chimici, scoperta nel 1800, ma valevole a discutere tanto le condizioni della nebulosa originaria quanto quelle del lontano futuro dell’universo. Abbiamo dovuto venire sul terreno storico per spiegare i passi della nostra ricerca, collegando la forma semplice del valore con l’epoca del baratto in natura, la forma generale con quella del commercio, ecc., ecc. Quindi i risultati cui tendiamo non hanno carattere immanente ma relativo alle varie epoche e gradi di sviluppo della società.
Non basta ravvisare nel lavoro e nel tempo di lavoro la misura delle quantità di valore senza un’analisi che applichi questa chiave alle varie e diverse economie.
Ciò che resta acquisito per la prima volta da una ricerca come quella marxista è che il valore di scambio non è una proprietà assoluta delle cose, ma il modo di presentarsi dei rapporti di organizzazione sociale. Le cose sono merci perché esiste un dato sistema dei rapporti tra gli uomini che le producono e consumano. È naturale poi che gli economisti che ci hanno preceduto vedano invece nella merce un dato da cui partire, perché essi scambiano per rapporti definitivi e naturali quegli ordinamenti che corrispondono alla società in cui vivono e agli interessi delle classi che rappresentano. E qui va svolta la dottrina della dipendenza delle opinioni dallo stadio di sviluppo economico sociale, e quella delle lotte di classe.
Pregiudizialmente la polemica con gli economisti tradizionali non si pone su un terreno comune ad entrambi, ed essi diventano oggetto passivo più che collaboratori, anche avversi, della ricerca. Ciò che addurranno essi ulteriormente, e magari per un lungo avvenire, non sarà da noi ascoltato, con lo stesso diritto con cui i fondatori della meccanica e dell’astronomia moderna non consideravano materiale di lavoro gli assunti o i procedimenti biblici o peripatetici. Non intendendo questo è inutile sperare di comprendere come l’analisi, partita dal fatto minimo della permuta tra due oggetti, giunga alla dottrina del plusvalore che deve fornire la chiave della interpretazione positiva e storica del meccanismo produttivo contemporaneo.
Noi dunque spogliamo la merce del suo carattere feticcio scoprendo le leggi, che le assegnano un valore e che ci danno modo di misurarlo, nelle relazioni tra gli uomini e i gruppi di uomini per i quali di merce e valore si tratta.
(Il capitolo II, “Il processo di scambio”, è implicitamente riassunto nelle considerazioni storiche accennate parallelamente al passaggio dalla forme semplice alla forma moneta).
La circolazione. Valore e prezzo
Abbiamo cercato di definire il valore come quantità misurabile per trattarla col metodo scientifico e trovare le relative leggi. Abbiamo anticipato come ipotesi la conclusione che la quantità valore sia proporzionale al tempo di lavoro sociale medio. Procedendo quindi alla analisi dei fatti sperimentali siamo andati applicando e verificando l’ipotesi. Siano giunti fino alla merce equivalente generale e con un altro passo alla moneta.
Tralasciamo le osservazioni sul mono o bimetallismo.
L’oro con la sua quantità e col suo peso, espresso con la terminologia monetaria, indica dunque con una certa unità di misura il valore delle merci.
In conclusione abbiamo ricondotto la misura cercata al valore dell’oro, ossia, secondo la nostra ipotesi, al tempo di lavoro necessario a produrre l’oro. Sicché il termine di confronto è variabile e quindi possono avvenire oscillazioni generali di ovvia interpretazione.
Il prezzo esprime il rapporto tra il valore della merce considerata ed il valore dell’unità di oro (poniamo, secondo il rapporto originario: libbra = sterlina).
O, il che è lo stesso, il prezzo, secondo noi, esprime il rapporto tra il tempo di lavoro occorrente per la merce e il tempo di lavoro occorrente per la libbra d’oro.
Quando parliamo di tempo di lavoro occorrente, teniamo a distinguerlo dal tempo di lavoro occorso effettivamente per casi specifici, che può essere maggiore o minore per errori o per segreti espedienti del produttore. Inoltre per altre considerazioni il prezzo può esprimere più o meno del valore astratto della merce per le circostanze eccezionali dell’alienazione.
Se, per esempio, pure impiegando il tempo mediamente necessario, tutti i produttori forniscono un dato mercato di una quantità di merce X eccedente il consumo, poniamo, poniamo del 20%, essendovi stato un errore nella divisione sociale del lavoro, il 20% di questo andrà perduto, e ciò potrà anche accadere sotto forma di discesa provvisoria del prezzo al di sotto del valore, rimettendo ogni produttore il 20% del suo tempo di lavoro, come nel caso in cui per imperizia abbia impiegato 6 ore al posto di 5. Può avvenire, nel caso inverso, un beneficio, ossia salita del prezzo oltre il valore.
Non si confonda questo caso con quello di una discesa di prezzi per nuove invenzioni tecniche che diminuiscono il tempo di lavoro occorrente; perché in tal caso è proprio il valore che è disceso e che non risalirà più. Nei casi precedenti, noti fenomeni, provocanti l’apertura di nuove imprese o la chiusura di vecchie, tendono a ristabilire la livellazione tra prezzi e valori.
(Il cavallo vincitore del Derby ha un prezzo elevatissimo perché tra venti cavalli concorrenti i quali hanno assorbito eguali cure (tempo di lavoro) uno solo può raggiungere quel prezzo. Il beneficio di un allevatore pareggia le perdite d’altri 19, ma ciò non toglie che sussista una relazione tra il valore di un cavallo e il tempo di lavoro assorbito dall’allevamento. Soltanto si tratta di una produzione la quale per motivi tecnici non dà una serie d’oggetti eguali, ma prodotti assai diversi per circostanze non prevedibili quando si inizia l’impresa).
Si può dunque parlare di una quantità di valore che non coincide di necessità con la forma prezzo, ma che ne è la base, potendo il prezzo oscillare in più o in meno attorno ad essa. Una ricerca opportuna riuscirà a determinarla.
Così, nelle scienze fisiche, è difficile a prima vista stabilire la massa di un certo corpo, poniamo di una palla di legno. Si sente che essa tende a cadere, e se ne misura il peso: ma questo varia a seconda che siano al polo o all’equatore, a livello del mare o in montagna, nel vuoto o nell’aria, e infine diventa addirittura negativo se pongo la palla in acqua. Ciò non toglie che la quantità costante di massa sia presumibile, misurabile, e adoperabile nel formulare le leggi alla luce delle quali sarà chiara la ragione di tutte quelle variazioni di peso che prima offrivano una congerie di dati contraddittori. Un ulteriore affinamento delle risultanze scientifiche, per cui si stabilisca che la massa di un corpo in moto vari altresì con la sua velocità, non toglie che a buon diritto si sia introdotta a trattata questa grandezza nel campo di fenomeni considerati nella ricerca.
Nacque la scienza meccanica quando si seppe misurare la massa, dato in un certo senso non concreto e sensibile; nasce la scienza economica con la misura della grandezza valore, mentre non si fa scienza se si pretende di doversi limitare a conoscere e a registrare prezzi contingenti, col pretesto che solo questi in realtà si misurano e fissano in cifre.
Seguitiamo ora l’analisi del mercato, esaminando il cammino della merce. Il possessore la porta al mercato, la cede contro una certa quantità di denaro che non gli serve per suo uso, ma solo per acquistare altra merce. Il ciclo è: Merce-Denaro-Merce (M‑D‑M). La seconda parte di questo ciclo (D‑M) è, per il possessore dell’altra merce, la prima parte (M‑D) di un altro ciclo, e così indefinitamente. L’insieme di tutti questi cicli, ognuno dei quali ha una metà comune con un altro, rappresenta la circolazione, secondo lo schema:
M1 → D → M2 → D → M3 → D → M4 → ecc.
Cammino della moneta
Nel movimento di circolazione della merce il denaro passa a sua volta di mano in mano, ma mentre ogni merce arriva sul mercato dall’esterno e subito ne esce, il denaro invece vi rimane sempre.
Non occorre evidentemente tanto denaro in circolazione quanta è la somma dei prezzi delle singole compra-vendite, in un dato periodo, bensì, circolando ogni pezzo d’oro più volte, una somma minore. Si chiama velocità di circolazione in un dato tempo il quoziente tra la somma di tutti i prezzi (cifra degli affari) praticati nel detto tempo e la massa di denaro disponibile.
Si noti, trattandosi di denaro, la transazione dalla pura forma della quantità d’oro alla forma della moneta aurea, che può scendere col suo peso al di sotto del valore teorico, poi alla moneta di spezzato di argento e metalli non nobili con valore in parte convenzionale, infine alla carta moneta con valore puramente figurativo: tutte forme che, in condizioni normali, non alterano i rapporti di circolazione fra denaro e merci.
Il denaro però può assumere altre funzioni oltre a quelle di pura misura del valore di merci o di veicolo per il loro scambio. Tali forme sono: la tesaurizzazione o accumulazione: il deposito per far fronte a pagamenti anticipati o ritardati rispetto al momento in cui la merce cambia di possessore (giuoco del debito e credito); la moneta universale o elemento di compenso per gli scambi fra nazioni, in cui i passaggi di oro appunto compensano gli squilibri delle bilance commerciali, essendo in questo senso l’oro l’unica moneta a validità effettivamente mondiale. Oggi, cosa che non si presentava al tempo dell’indagine di Marx, non più il solo oro, ma una moneta cartacea sta assumendo la validità mondiale, e circola senza cambiarsi con altre monete nazionali: il dollaro.
Lo studio dettagliato di questi fenomeni economici non è indispensabile prima di procedere a quello della trasformazione del denaro in capitale, che si riallaccia come punto di partenza alle leggi di circolazione, in cui sono in gioco la merce e il denaro.
Note:
- È di particolare importanza trattare grandezze quantitative misurabili nella ricerca scientifica. Scopo d’ogni scienza è l’esposizione organica di un dato gruppo di fatti o fenomeni acquisiti alla nostra esperienza, in maniera da porre in evidenza le relazioni che costantemente corrono tra i fatti stessi. La esperienza scientifica di tale relazione dicesi legge. La forma più completa e soddisfacente di una legge scientifica è quella di una relazione tra quantità misurabili (formula matematica). Perché le grandezze siano misurabili occorre poterle riferire ad altre grandezze già note, e in tale riferimento sta in fondo la legge stessa. Esempio: si sa misurare lo spazio (lunghezza) in metri, il tempo in secondi, si misura la velocità prendendo per unità quella di un metro in un secondo; e si applica la legge velocità = spazio / tempo.
Alcune leggi traducono relazioni, corrispondenti alle esperienze, tra grandezze già tutte note, abbiamo allora una vera nuova scoperta; altre, come quella data in esempio, si riducono ad introdurre deduttivamente una nuova grandezza, e hanno valore di convenzioni teoriche; tuttavia la applicazione ai fenomeni delle loro conseguenze logiche deciderà della loro validità o meno. Non tutte quindi le convenzioni, che definiscono grandezze dando il modo di misurarle di riferirle ad altre, sono ad arbitrio possibili, ma, anche se dapprima assunte quali ipotesi, sono infine o confermate o respinte dall’applicazione ai fatti sperimentali. Così ad esempio colla ipotesi atomica si introduceva la nozione della grandezza “peso atomico” e mentre per lungo tempo si pensò che fosse un espediente di comodo per far quadrare le formole chimiche, gli studi ulteriori sui dati sperimentali permisero di accertare la reale esistenza degli atomi e di determinare il loro peso tanto assoluto come relativo a quello unità dell’idrogeno.
Anticipando una conclusione che potrà far parte di ricerche sulla “teoria della conoscenza” nel sistema marxista, rileviamo anche che il trattare le entità su cui si indaga con misure numeriche e relazioni matematiche tra le loro misure quantitative conduce a rendere le nozioni e le relazioni e il loro possesso e maneggio meno individuali, più impersonali e valevoli collettivamente. Il puro apprezzamento qualitativo contenuto in giudizi e indagini comunicati in parole del linguaggio comune, serba l’impronta personale in quanto le parole e i loro rapporti assumono valore diverso ad a uomo a uomo secondo le precedenti tendenze e predisposizioni materiali emotive e conoscitive. Sono quindi personali e soggettivi tutti i giudizi e i principii morali estetici religiosi filosofici politici comunicati e diffusi a voce e per iscritto. I sistemi di cifre e le relazioni di simboli matematici (algoritmi) con cui hanno poca famigliarità anche molte persone che si affermano colte, tendono a stabilire risultati validi per tutti i ricercatori, o almeno trasferibili in campi più vasti senza che siano deformati facilmente da particolari interpretazioni.
Il passaggio, nella storia della società e delle sue conoscenze, non è certo semplice; è duro e difficile e non privo di ritorni e di errori, ma in questo senso si costituisce il metodo scientifico moderno.
Di alto interesse a tal uopo, a al fine di dare un valore oggettivo reale e materiale alla conoscenza umana, sarà l’esame di “algoritmi ” moderni che hanno raggiunto tale potenza da lavorare e camminare “per conto loro” in certo senso fuori della coscienza e dell’intelligenza, e come vere “macchine” per conoscere. La loro scienza diviene non più fatto dell’io, ma fatto sociale. L’io teoretico, come quello economico e giuridico, deve essere infranto!
Volle Marx trattare con metodo scientifico anche i fatti economici umani, analogamente a quanto scienza e filosofia borghese avevano fatto per i fenomeni della natura fisica.
Non usò semplicemente un algoritmo perché pensava e lavorava, esponeva e combatteva al tempo stesso; ed oltre alle armi del tempo nuovo doveva e seppe usare quelle con cui resisteva il nemico: la polemica l’eloquenza l’invettiva il sarcasmo sotto di cui prostrò tante volte i contraddittori.
È nel fragore di questa battaglia che si è costruita la scienza nuova della società e della storia.
Ora è da superare un primo punto: per fare scienza del valore, piaccia e non piaccia agli economisti ideologisti e filosofanti, occorre introdurne una misura, come Galileo e Newton poterono fare scienza della gravità misurando masse accelerazioni e forze. La fecondità del nuovo metodo, pur dando soluzioni suscettibili di futuri più grandiosi sviluppi e non conducendo ad “assoluti veri” estranei alla scienza, sbaragliò e seppellì per sempre le impostazioni sbagliate del passato su tali problemi. ↩︎